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Il Pacific Quartet Vienna al Lingotto Giovani. Sensibilità, temperamento e molti premi conseguiti.

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Il Pacific Quartet Vienna al Lingotto Giovani. Sensibilità, temperamento e molti premi conseguiti.

Lingotto Giovani. Bisognerà aspettare martedì 16 gennaio, far arrivare il buio e le ore 20.30 e, finalmente sedersi nella Sala Cinquecento di via Nizza 280, a Torino per ascoltare il Pacific Quartet Vienna, con i suoi musicisti provenienti da Ungheria, Taiwan, Giappone e Svizzera. Il Pacific Quartet Vienna rappresenta differenze di suoni e di culture e provenienze geografiche dai quattro angoli del mondo. Uniti in una compagine che sta raccogliendo entusiastici consensi non solo in Europa ma anche in Asia il Quartetto ha dimostrato sensibilità, temperamento e una forte dedizione che ha fatto confluire diversi percorsi formativi e diversi approcci alla musica in un amalgama unico per calore e omogeneità di suono. Eszter Major, Chin-Ting Huang ai violini, Yuta Takase alla viola e Sarah Weilenmann al violoncello, sono stati invitati da importanti Istituzioni Internazionali quali il Festival di Lucerna, di Kalkalpen, di Niksic, dal Musikverein di Vienna, dalla Wigmore Hall di Londra, il Quartetto ha conseguito il Primo Premio nel 2015 al Concorso Haydn di Vienna, meritando altresì il premio come miglior interprete delle musiche di Haydn. Nel corso del 2016 la formazione ha sottoscritto un contratto con la casa discografica austriaca Gramola per la quale è uscito il loro primo cd, grazie anche al supporto della Radio Svizzera. Una particolare attenzione è posta dal Pacific Quartet Vienna al rapporto fra i giovani ascoltatori e la musica da camera, attraverso concerti e incontri nelle scuole, nel corso dei quali vengono presentati anche ritratti di compositori contemporanei, accostando così il nuovo all’antico. Il concerto si avvarrà di una guida all’ascolto a cura dello studente DAMS Elio Sacchi In collaborazione con l’Università di Torino. Il concerto presenterà il Quartetto n. 8 in do minore op. 110 di Dmitrij Šostakoviè: conosciuto come “Quartetto di Dresda”, la storia vuole che sia stato scritto nel luglio del 1960, sotto la forte impressione suscitata nell’autore dalla visita alla città ancora martoriata dalla Seconda Guerra Mondiale. A seguire il Quartetto n. 13 in la minore op. 29 D. 804 “Rosamunde” di Franz Schubert, opera della maturità del compositore, che deve il suo appellativo al tema dell’Andante tratto dalle musiche di scena composte nel 1823 per il dramma Rosamunda, principessa di Cipro di Helmina von Chézy.                         Poltrone numerate da 5 a 10 euro. Informazioni: 011.63.13.721 oppure www.lingottomusica.it via Nizza 262/73, 10126 Torino, +39 011 66 77 415, www.lingottomusica.it, ufficiostampa@lingottomusica.it...

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Allergologi e pneumologi in un convegno internazionale sulle patologie asmatiche.

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Allergologi e pneumologi in un convegno internazionale sulle patologie asmatiche.

Patrocinato dalla Scuola di Medicina dell’Università di Torino Al Centro Congressi Torino Incontra si svolgerà il Convegno Internazionale “Meet the Experts in Severe Asthma”, venerdì 12 e sabato 13 gennaio 2017, al che porta nel capoluogo piemontese i nomi più prestigiosi della pneumologia a livello internazionale.  Il percorso di questo Congresso Internazionale, organizzato con il patrocinio della Scuola di Medicina dell’Università di Torino, partirà dalla definizione di asma grave per poi affrontare le variabili nella fenotipizzazione del paziente, la sua gestione clinica, le terapie presenti e le prospettive terapeutiche future. Una intensa due giorni che ha come obiettivo quello di far crescere tra gli specialisti allergologi e pneumologi la capacità di identificazione del paziente asmatico grave, per poter successivamente indirizzarlo alla più appropriata terapia personalizzata.   Sulla base di questa condizione patologica, la parola chiave nella valutazione clinica è appunto fenotipizzazione, dove per fenotipo si intendono le caratteristiche osservabili di un organismo dovute all’interazione tra patrimonio genetico e fattori ambientali che sono relativamente stabili nel tempo. I Fenotipi sono definibili sulla base di fattori clinici come abitudini di vita (ad es. gli asmatici fumatori) o comorbilità (obesità, rinosinusite, reflusso gastroesofageo), della valutazione funzionale (come l’asma con ostruzione delle vie aeree non più reversibile) e del tipo di infiammazione misurabile con metodi non-invasivi e invasivi. Prima di definire un paziente affetto da asma grave è necessaria quindi una valutazione più approfondita per escludere diagnosi alternative all’asma e per eventualmente riconoscere altre forme di asma non-grave prendendo in considerazione fattori di aggravamento, comorbilità, aderenza alla terapia, controllo della malattia nel tempo. «Qualcuno, forse provocatoriamente, – spiega il prof. Fabio Ricciardolo, docente di Malattie dell’Apparato Respiratorio presso il Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologichedell’Università di Torino e responsabile scientifico del convegno – sostiene che i pazienti con asma grave siano quelli non trattati. Di sicuro però, esiste circa un 10% di pazienti asmatici che non sono omologabili alla rimanente parte in cui l’asma può essere trattata appropriatamente e con una buona compliance del paziente. Per loro il controllo dell’asma è ottenibile solo con alte dosi di terapia farmacologica o, più frequentemente, non è raggiungibile per la gravità della malattia o per la presenza di comorbilità. Loro forse non la chiamano per nome, ma ciascuno conosce bene come si manifesta la propria particolare forma d’asma e l’affronta ogni giorno e ogni notte; si potrebbe dire ogni volta che respira. L’asma grave è una patologia molto invalidante e ancora sottovalutata. Noi siamo qui per loro. Anzi, noi siamo qui per ognuno di loro. Lev Tolstoj, in “Anna Karenina”, scriveva: “Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Ecco, lo stesso vale per gli asmatici gravi»....

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L’Università di Torino tra le migliori d’Italia. MIUR docet.

Pubblicato da alle 17:14 in Economia, Notizie, Prima pagina, Università | 0 commenti

L’Università di Torino tra le migliori d’Italia. MIUR docet.

L’Università di Torino è tra le migliori d’Italia. Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) ha reso noto l’elenco dei 180 Dipartimenti che sono risultati assegnatari del Fondo di finanziamento quinquennale (2018-2022) dei Dipartimenti di Eccellenza degli Atenei Italiani per rafforzare e valorizzare l’eccellenza della ricerca, con investimenti in capitale umano, infrastrutture e attività didattiche di alta qualificazione. Dei 15 Dipartimenti dell’Università di Torino ammessi a presentare un progetto per accedere al finanziamento, ne sono stati selezionali 10 (più il Dipartimento Interateneo con il Politecnico di Torino di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio), distribuiti nelle tre grandi macro-aeree disciplinari: 3 per l’Area Medica (Scienze Mediche, Scienze Chirurgiche e Neuroscienze “Rita Levi Montalcini”) 4 per l’Area Umanistica economica e sociale (Filosofia e Scienze dell’Educazione, Scienze economico-sociali e matematico-statistiche, Giurisprudenza e Culture Politiche e società) 3 per l’Area scientifica e tecnologica (Fisica, Scienze agrarie, forestali e alimentari e Scienze veterinarie) La selezione è avvenuta sulla qualità del progetto presentato e della ricerca effettuata dal Dipartimento e valutata nell’ambito della VQR 2011/2014 (Valutazione della Qualità della Ricerca). L’Università di Torino riceverà un finanziamento complessivo di 81.575.410 euro per il quinquennio 2018-2022, cioè oltre 16 milioni in più per anno. I fondi saranno impiegati per l’acquisto di infrastrutture strumentali utili sia alla ricerca che alla didattica di alta qualificazione e per assumere almeno 20 nuovi ricercatori, 20 nuovi docenti (professori ordinari e associati) e 10 nuovi tecnici della ricerca. Il brillante risultato ottenuto dimostra che l’Università di Torino si colloca fra i migliori Atenei d’Italia (terzo posto complessivo per numero di Dipartimenti finanziati) e conferma il trend positivo degli ottimi risultati sulla VQR presentati a febbraio 2017 dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema universitario e della ricerca...

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L’Environment Park promuove le tecnologie eco-friendly. Le aziende si tingono di verde.

Pubblicato da alle 09:57 in Economia, Innovazione, Prima pagina, Università | 0 commenti

L’Environment Park promuove le tecnologie eco-friendly. Le aziende si tingono di verde.

  In tempi in cui emissioni, inquinamento e ambiente diventano sempre più i termini obbligati del lessico della politica e delle aziende, Torino si attrezza di un polo d’avanguardia che punta a coniugare diverse esperienze e idee aziendali per accelerare le innovazioni. Si tratta dell’Environment Park, Parco Scientifico Tecnologico per l’Ambiente, situato in via Livorno 60.  Il concetto che propone è quello di far comunicare imprese ed enti sensibili allo sviluppo di tecnologie eco-efficienti. Una sorta di campus in cui le imprese trovano la possibilità di raccogliere e unificare idee, progetti, strategie. Un metodo operativo che promuove la sensibilità per lo smaltimento rifiuti, energia pulita, risparmio energetico e tutto ciò che possa rientrare nella categoria “green”.  Co questa prospettiva l’EnviPark ha ospitato una conferenza stampa per raccontare la storia di quattro aziende che hanno puntato su Torino per lanciare il proprio business. Si tratta di Altair, Axodel, Iljin e Irion, quattro realtà di successo che, usufruendo delle infrastrutture e delle risorse dell’Environment Park, hanno potuto trovare terreno fertile per i loro investimenti e occasione per accrescere e sviluppare le loro attività.  Compattare i tempi e i costi della produzione di prodotti, servizi di telematica “on board”, soluzioni energeticamente più efficienti e attente alle emissioni inquinanti, sviluppo di software per la gestione dei Big Data. Questi sono gli obiettivi e la stella polare della ricerca delle quattro aziende che ieri hanno raccontato la propria storia all’Environment Park. Grossi fatturati annui e assunzioni in espansione, sembrano essere gli indicatori di un mercato, quello che va dalla gestione dei big data al settore dell’automotive, in forte crescita che sta determinando la fortuna di queste aziende. Certamente puntare su Torino è il risultato di un’operazione strategica: la forte tradizione automobilistica presente sul territorio, la possibilità di collaborazione con il Politecnico di Torino, lo sfruttamento dell’EnviPark e la vicinanza con città strategiche dal forte potenziale economico, ha permesso a queste quattro imprese di trasformare il proprio progetto in realtà vincenti e di successo. Emanuele Oliva Home...

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Diverremo vegani? “La fragile umanità” di Leonardo Caffo, teorico dell’antispecismo.

Pubblicato da alle 10:21 in DOXA segnalazioni, Pagine svelate, Prima pagina, Università | 0 commenti

Diverremo vegani? “La fragile umanità” di Leonardo Caffo, teorico dell’antispecismo.

Diverremo vegani? “La fragile umanità” di Leonardo Caffo, teorico dell’antispecismo. Leonardo Caffo, filosofo catanese, molto attivo sul territorio torinese per le sue collaborazioni con l’università di Torino, il Politecnico di Torino e la scuola Holden, è il teorico dell’antispecismo debole. Approfittando della sua presenza, il 27 dicembre, al Circolo dei Lettori per la presentazione del suo ultimo libro Fragile umanità. Il postumano contemporaneo, edito da Einaudi, siamo andati a chiedergli di chiarire questo concetto e i risvolti pratici della sua teoria.  Lei è  il teorico dell’antispecismo debole. Ci chiarisce cos’è l’antispecismo e perché è debole? L’antispecismo è una teoria che in filosofia, dagli anni ’70 in poi, sostiene che gli animali, solo per essere diversi di specie, non devono anche essere diversi per trattamento morale. Ovvero non c’è un buon argomento per sostenere che un certo trattamento è da considerare ingiusto, se rivolto un individuo della mia stessa specie, mentre, se rivolto ad un individuo di specie differente, quello stesso trattamento è da considerare giusto. L’antispecismo debole è un approccio che permette di svincolare l’antispecismo da un’argomentazione indiretta, ad esempio quella secondo la quale si debba rispettare l’animale solo perché si inquinerebbe molto con gli allevamenti intensivi. Dunque non si pensa all’animale come soggetto di diritto ma perché in maniera collaterale inquina l’ambiente.  Inoltre è debole perché rispetta un principio logico tale per cui indebolire le premesse argomentative per lasciare solo quelle stringenti, quelle etiche, porterà ad una conclusione più forte. Perché porre l’animale al centro del discorso di liberazione quando l’uomo è ancora lontano da un progetto efficace di emancipazione? Io non sono d’accordo a metterlo al centro. Io credo che se l’etica filosofica ha senso, ha senso sia per gli animali che gli umani. Gli argomenti che usiamo in etica per dire che un individuo è un soggetto di diritto, sono validi per quasi tutti gli animali, sicuramente per tutti quelli di cui ci nutriamo. Il principio per cui non dovremmo farli soffrire vale anche per gli umani e viceversa. Come accettare la propria ipocrisia, ovvero che in fondo del dolore altrui ci interessa molto poco, non è una soluzione accettabile? Il fatto è che ci adeguiamo per campare. Non è vero che del dolore altrui ci interessa poco ma conduciamo la nostra vita da buoni cittadini. Per esserlo non ti devi occupare necessariamente del dolore altrui ma rispettare le regole e le norme della società in cui vivi. In teoria invece dovremmo occuparci di tutti coloro che soffrono senza distinzioni. La sofferenza di un essere umano è da prendere in considerazione tanto quanto la sofferenza di un animale. La mia vita non è più degna di quella di un maiale, ad esempio. Quindi perché proporre in prima istanza una liberazione animale? Io non propongo in prima istanza una liberazione animale. Per me l’antispecismo debole è una piccola parte della teoria del post-umano contemporaneo che vorrebbe mettere sotto scacco l’antropocentrismo. Dunque non si parla di prendersi cura degli animali perché è un modo per depotenziare quelle visioni del mondo che sta intorno a noi, spesso false e ideologiche, che ci fanno pensare di essere al centro in quanto umani. Provando a uscire dall’antropocentrismo, le prospettive sono diverse. Per fare un esempio: un uomo che vivesse per vent’anni in una foresta, potrebbe anche mangiarli gli animali perché è...

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Il grande esodo dei giovani italiani.

Pubblicato da alle 12:16 in Economia, Notizie, Prima pagina, Università | 0 commenti

Il grande esodo dei giovani italiani.

Arrivederci Italia. O, forse, addio. L’Istat l’ha appena confermato: sono sempre di più gli italiani che vanno a vivere all’estero. E tra quelli che lasciano il loro Bel Paese, sono sempre di più i laureati. Come ha comunicato l’Istituto nazionale di statistica, nel 2016 sono risultati 157.000 gli italiani che si sono cancellati dall’anagrafe per trasferirsi oltre i confini della Penisola. Rispetto all’anno prima, l’incremento è del 7% e ancora maggiore è l’aumento dei laureati che hanno lasciato l’Italia; infatti, sono stati 25.000, il 9% in più. I giovani dotati di laurea sono risultati il 31% degli oltre 81.000 italiani con più di 25 anni che sono emigrati, nel 2016. Più di 5.000 sono andati nel Regno Unito (nonostante la Brexit), oltre 3.300 in Germania e poco meno di 2.500 in Svzzera. Le altre mete raggiunte dai laureati sono, in ordine decrescente, la Francia (quasi 2.000), il Brasile (1.539), gli Usa (1.469), la Spagna (1.303), poi il Belgio (564), l’Australia (536) e l’Irlanda (533). A fronte dei laureati italiani che hanno lasciato il loro Paese, l’Istat ha censito 10.199 laureati stranieri che sono immigrati in Italia. La maggior parte proveniente dal Brasile (1.322), dal Regno Unito (1.208) e dalla Germania (953). I laureati immigrati hanno rappresentato il 37,4% dei 27.274 stranieri con più di 25 che sono venuti a vivere in Italia. Il saldo 2016 emigrati/immigrati con più di 25 anni è negativo per poco meno di 54.000 unità complessivamente e di circa 15.000 per i laureati in particolare. Al contrario, anche nel 2016, le iscrizioni alle anagrafi italiane dall’estero, quasi 301.000 (+7% rispetto al 2015) sono state più delle 157.000 cancellazioni dalle anagrafi italiane da parte di persone che sono emigrate (+7%). Pertanto, il saldo migratorio netto dell’Italia con l’estero è risulato positivo per 144.000 unità, oltre 10.000 e l’8% in più rispetto all’anno precedente. A venire in Italia sono stati, in maggior numero, i romeni (45.000 nuovi iscritti alle anagrafi), i pakistani, 15.000, come i nigeriani e i marocchini, oltre che gli albanesi (13.000) e i cinesi (12.000). Tra l’altro, l’Istat ha ricordato che al 31 dicembre scorso l’Italia contava 60.589.445 abitanti, dei quali 5.047.028 stranieri. Nell’anno, i nati sono stati 473.438 e i morti 61.261. Rodolfo Bosio...

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Gli atenei italiani si sono fermati il 24 novembre. Giornata di Mobilitazione Nazionale delle università.

Pubblicato da alle 11:31 in Notizie, Prima pagina, Università | 0 commenti

Gli atenei italiani si sono fermati il 24 novembre. Giornata di Mobilitazione Nazionale delle università.

 Il movimento studenti e lavoratori del Politecnico di Torino ha deciso di passare all’azione: il 24 novembre è stata la Giornata di Mobilitazione Nazionale delle università.   L’obiettivo dichiarato dell’Assemblea è di fermare le lezioni e organizzare assemblee e conferenze per il riscatto dell’Università pubblica. Questo è il risultato raggiunto nella precedente Assemblea nazionale per il riscatto degli atenei pubblici, tenutasi il 6 novembre  presso l’aula 27b del Politecnico di Torino. Da quell’assemblea è nata l’idea di unire tutti gli atenei italiani nella protesta e l’elaborazione di proposte migliorative da presentare al governo. Il piano degli organizzatori è quello di uno stop generalizzato di tutti gli atenei, dal sud al nord Italia venerdì 24 novembre. L’obiettivo di natura prettamente politica si focalizza sull’ : “influenzare la stesura definitiva della legge di bilancio prima della sua approvazione definitiva”, questo è quanto pubblicato nella pagina web del movimento universitario. I documenti elaborati dall’Assemblea Nazionale erano già stati consegnati al Presidente della Repubblica Mattarella che era presente all’inaugurazione dell’Anno Accademico del Politecnico di Torino. Le questioni prese in cospirazione sono le politiche di disinvestimento, la riduzione del personale e l’aumento della burocratizzazione sono i punti da ripensare sottolineati nella lettera inviata alla Ministra Fedeli da parte del movimento universitario. Far fronte all’aumento del precariato e alle limitazioni del diritto allo studio è una necessità per gli atenei che il 24 novembre hanno aderito allo sciopero nazionale.  Emanuele...

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La rivoluzione è qui e si chiama 4.0. Dentro all’evoluzione digitale per innovazione e competitività.

Pubblicato da alle 17:51 in DOXA segnalazioni, Economia, Innovazione, Prima pagina, Università | 0 commenti

La rivoluzione è qui e si chiama 4.0. Dentro all’evoluzione digitale per innovazione e competitività.

Mercoledì 15 Novembre 2017 presso il Centro Congressi Unione Industriale Torino, il Digital Innovation Hub Piemonte, l’Unione Industriale di Torino, unitamente al Club Dirigenti Tecnici hanno promosso il convegno “La Rivoluzione 4.0 per le Pmi: Innovazione e Competitività”. L’iniziativa ha inteso tenere alta l’attenzione sul fare “cultura dell’innovazione”, raccontando le best practice del territorio. I promotori, nell’ambito delle attività di “Officina 4.0” – sigla che raccoglie i programmi formativi e informativi dell’Unione Industriale – intendono sensibilizzare le PMI, promuovendo percorsi innovativi in ambito di processo e di prodotto, per favorire la competitività e nuove occasioni di business, ponendo le basi per la ripresa. Nei prossimi 50 anni, questo cambio di paradigma, definito “evoluzione” più che “rivoluzione”, sarà esponenziale. Sensori, big data, intelligenza artificiale, robot collaborativi, bitcoin, auto a guida autonoma, internet delle cose: queste sono le nuove frontiere della tecnologia oggi. E’ un business per pochi global players ma necessita di filiere specializzate: c’è ampio spazio per PMI innovative e startup. I settori di punta del nostro territorio (IT, Automotive, Aerospace, Robotica e Servizi) potranno crescere ed essere sempre più competitivi se sapranno sfruttare i vantaggi della digitalizzazione. Giuseppe Berta ha dedicato il suo intervento a inquadrare il ruolo dell’Italia nel contesto globale, nell’analisi degli aspetti socio-culturali che, associati alle cause ataviche di ritardo (ad esempio infrastrutture, burocrazia e giustizia), ne frenano la crescita e bloccano energia e creatività. In seguito il vicepresidente di Piccola Industria di Confindustria Giorgio Possio ha illustrato l’approccio “lean” nell’applicazione delle nuove tecnologie, per ottimizzare i processi e promuovere il miglioramento continuo. Il Giappone dove il Lean è nato ha dato vita ad un modello ideale per questa questa trasformazione: si parte da bassi costi, da progetti pilota limitati e dalla creazione di uno schema adattabile a diverse situazioni. Ha chiuso l’evento un tavola rotonda dedicata ai temi-chiave del lavoro e della formazione, moderata da Filomena Greco del Sole 24 Ore con Franco Deregibus, Giorgio Vernoni, ricercatore Centro Einaudi e Osservatorio 21, Riccardo Rosi, vicedirettore dell’Unione Industriale e AD Skillab, e Stefano Re Fiorentin, Club Dirigenti Tecnici UI. Modellare, dunque, la nostra industria e la nostra società in chiave 4.0 significa collaborare per creare un progetto “su misura” per Torino, orientato a valorizzare le imprese, le esperienze formative più avanzate e a costruire opportunità di lavoro di elevata qualità. Abbiamo incontrato Riccardo Rosi, vicedirettore dell’Unione Industriale e AD Skillab per farci dire qualcosa di più su questa nuova rivoluzione denominata 4.o. Lanciare un programma di politica industriale definito 4.0 è un’ esigenza molto sentita dai grandi player dell’informatica e della manifattura che hanno un mercato internazionale, perché da circa 6 anni  le altre nazioni, più avanzate dal punto di vista teconologico stavano facendo diventare strategico l’inserimento massiccio e crescente delle potenzialità dell’informatica all’interno delle attività industriali e non solo. Soprattutto i tedeschi hanno dato questa denominazione 4.0 per tracciare un una linea di confine, tra la prima e vetusta rivoluzione industriale che fu quella del vapore, la seconda che fu quella dell’elettricità la terza dell’automazione e la quarta che è quella dei dati. Le grandi nazioni con l’aiuto di grandi aziende come Siemens, Bosh, un oligopolio tecnologico, molto seguito, sono partite delle azioni di filiera, coloniali dal punto di vista economico, ma se si porto la tecnologia per primi poi si diviene vincenti e su questo...

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Un laboratorio on line per ripensare il Politecnico di Torino. Il Professor Guido Saracco presenta il suo programma come candidato a rettore  

Pubblicato da alle 10:43 in DOXA segnalazioni, Elezioni, Innovazione, Prima pagina, Università | 0 commenti

Un laboratorio on line per ripensare il Politecnico di Torino. Il Professor Guido Saracco presenta il suo programma come candidato a rettore   

Sono state formalmente avviate le procedure per l’elezione del nuovo Rettore del Politecnico di Torino per il mandato 2018-2024, che si concluderanno al più tardi il 20 febbraio con l’eventuale ballottaggio. Tre i candidati alla corsa per la successione di Marco Gilli, Michela Meo, attuale prorettrice, Mauro Velardocchia, ordinario di ingegneria meccanica e aerospaziale e Guido Saracco, docente ordinario di Chimica. Con una scelta in linea con i tempi ma assolutamente nuova in tale contesto, poiché mai adottata prima in ambito elettorale, il Professor Saracco ha presentato il suo “Laboratorio aperto sul futuro del Politecnico di Torino”, accessibile al sito www.laboratoriopolito.org, portale web in cui illustra i punti chiavi del suo programma, a  cui tutti possono contribuire inviando proposte, domande, suggerimenti che  Saracco, con un comitato di redazione, prenderà in considerazione: uno strumento di lavoro e un ulteriore percorso di confronto in base al quale si definirà un ulteriore preciso programma di candidatura. Nella lettera aperta in apertura del sito Saracco si rivolge significativamente in prima battuta a chi dà vita al Politecnico: studenti, colleghi ricercatori, tecnici amministrativi e bibliotecari, dottorandi assegnisti e collaboratori, e lo fa rispondendo alla domanda principale: “Perché vuoi fare il Rettore?” la risposta è immediata e precisa: “Perché mi sono convinto che restituire dignità e centralità a una comunità di 40.000 persone è una sfida impegnativa, ma non impossibile”. E questo lo si può fare con la competenza ma soprattutto con la passione e la capacità di guardare “oltre”:“Penso che un’università pubblica e indipendente debba, oggi più che mai, uscire dal suo guscio promuovendo valori universali come la lungimiranza, la tolleranza e la sostenibilità, indispensabili per produrre e diffondere conoscenza, per fare della cultura un motore di sviluppo sociale e civile e per dare vita a una vera e propria officina delle idee in cui sia possibile operare con mente aperta”. Il portale prosegue con l’analisi del Politecnico torinese, da più di 150 anni realtà inserita nella società e nel territorio; sono poi evidenziate le sei parole chiave del progetto (Promuovere, Semplificare, Partecipare, Collaborare, Progettare e Migliorare), singolarmente analizzate e scaturite dal confronto avuto negli scorsi mesi all’interno dell’Ateneo con studenti e personale. Nel capitolo sui Pesi e contrappesi per un Rettore (un titolo ironico per un tema spinoso), Saracco argutamente esamina i poteri di raggio d’azione e le responsabilità del mandato ma evidenza anche elementi importanti di controllo di questi stessi  poteri e delle prerogative del Rettore, ed infine scrive un lettera aperta al Ministro della Pubblica Istruzione per sottolineare, sin da subito,  quali siano le responsabilità del Governo nella capacità di crescita dell’Università, a partire da una auspicata riduzione della burocrazia, che molto rallenta le più semplice operazioni. Segue una sezione il cui Professore settimanalmente illustra un focus del programma. Da quindici anni Guido Saracco si occupa dell’organizzazione dell’Ateneo, avendo rivestito ruoli diversi: oggi si candida al massimo incarico con un’idea programmatica precisa, ossia che la formazione universitaria in questo momento storico sia l’unica in grado di fornire quel necessario cambio di paradigma per uscire dalle crisi che ci attanagliano, in primis la crisi economica, e questo acquisendo gli strumenti che portino a ripensare ad una nuova economia, a partire dallo studio di nuove fonti di energia e risorse del territorio. L’idea di fondo è quindi ambiziosa, visionaria, ma assolutamente necessaria: la riprogettazione dei percorsi formativi per renderli non solo più moderni ma ispirati a quello...

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Un convegno sulla post-verità, parola dell’anno ’16, sotto la guida del filosofo Maurizio Ferraris.

Pubblicato da alle 14:43 in DOXA segnalazioni, Notizie, Prima pagina, Università | 0 commenti

Un convegno sulla post-verità, parola dell’anno ’16, sotto la guida del filosofo Maurizio Ferraris.

“La post-verità non è Trump. Trump ha letto Rorty?” – Una riflessione sulla definizione di post-verità con il filosofo Maurizio Ferraris al palazzo Cisterna “Argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività, che, basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati, tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica”: questa la definizione fornitaci dal dizionario Treccani della “post-verità”, eletta parola dell’anno 2016 dall’Oxford Dictionary, soprattutto in seguito al referendum britannico sulla Brexit e alla vittoria di Donald Trump alle presidenziali USA. Ma che cos’è, precisamente, la post-verità e che cosa rende la nostra epoca dominata da quest’ultima? Sono due le interpretazioni possibili, secondo la visione del filosofo Maurizio Ferraris, uno dei pensatori italiani più autorevoli a livello internazionale e professore di Filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di Torino dal 1995. La prima è di carattere idealistico, e definisce la post-verità come una sorta di “effetto collaterale e perverso” del post-modernismo, il più influente movimento filosofico della seconda metà del ‘900, i cui presupposti sono stati ben illustrati dal pragmatista Richard Rorty e sono i seguenti: l’ironizzazione, come distacco ironico nei confronti delle proprie affermazioni; la desublimazione, ossia l’idea in base alla quale la razionalità non sia un bene assoluto dal momento che, spesso, le persone si intendono maggiormente sul piano dei sentimenti; la deoggettivazione, secondo cui le società si gestirebbero meglio attraverso la solidarietà e non mediante l’oggettività. Secondo Ferraris, però, questa interpretazione idealistica non funziona, perché “tutti dicono quello che pensano, credendo che questo sia vero e non pensando di dire bugie, Trump compreso. Il fenomeno della post-verità ha, quindi, condotto a un’inflazione della verità stessa”. Preferibile, dunque, una visione materialistica, per la quale la post-verità sarebbe il risultato della rivoluzione documediale. Le parole chiave sono tre: in primo luogo, la documentalità, alla base dell’idea secondo cui la società si fondi essenzialmente su una condivisione di memorie, perlopiù scritte: l’emblema è il cellulare, trasformatosi, da macchina adibita alle sole telefonate, a macchina per scrivere e, ancora di più, per registrare, in modo del tutto spontaneo, parole che subitaneamente si tramutano in veri e propri archivi, facendo divenire l’oggetto sociale un atto registrato. La moltiplicazione continua e la produzione automatica ed esagerata di documenti, unita allo sviluppo della medialità, ha portato poi, negli ultimi decenni, alla creazione della documedialità: ogni ricettore di documenti è, anche, un produttore degli stessi (es. Big Data). Di qui, la teoria che la documedialità sia “il nuovo Capitale e sia post-populista”: secondo Ferraris, infatti, la nostra epoca non sarebbe più caratterizzata dal capitalismo e cinque sarebbero gli elementi che dimostrano l’ingresso di essa nella post-verità: 1) produciamo documenti e non più merci: ognuno di noi è intento a scrivere, telefonare e lasciare tracce e il rapporto tra le persone celato dal rapporto tra le merci teorizzato da Marx è ora reso palese dal web e dai dispositivi elettronici; 2) sussiste una prevalenza della mobilitazione rispetto al lavoro: vi è, infatti, una gigantesca quantità di lavoro non retribuito sui social network, azioni che richiedono mobilitazione in maniera automatica e inconsapevole; 3) perché, allora, si utilizzano? Per il riconoscimento, e non più per il sostentamento: attraverso la fruizione dei nuovi dispositivi, infatti, si ricerca il riconoscimento simbolico da parte degli altri, che appare ora essere il fine più importante (come nel caso del selfie,...

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