Diaconia Valdese e Comunità Ebraica di Torino insieme per un corrodoio umanitario.

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Relatori, Diaconia Valdese e Comunità Ebraica

Un “corridoio umanitario” tra la Diaconia Valdese – CSD e la Comunità Ebraica di Torino, a meno di 100 metri di distanza è nato un progetto comune presentati presso Il Passo Social Point di via Nomaglio 8, neonata collaborazione tra due realtà diverse, ma non così lontane.

La Diaconia Valdese e la Comunità Ebraica di Torino, infatti, sono storicamente legate da un lungo rapporto, ormai consolidato, di collaborazione e di interscambio continuo, che le ha condotte a sottoscrivere la cooperazione sul progetto dei Corridoi Umanitari – che garantiscono l’ingresso legale sul territorio italiano dei richiedenti asilo –, promossa soprattutto dalla volontà di operatori sociali, collaboratori e di tutti coloro che da sempre ne sono frequentatori. “Io mi ricordo che, quando ero bambino – ha dichiarato Dario Disegni, presidente della Comunità Ebraica – molte erano le attività condivise: per esempio, alcuni ragazzi della scuola ebraica facevano le recite nella chiesa Valdese e molti giovani di quest’ultima trascorrevano parte del loro tempo nella prima. È, quindi, una tradizione di cooperazione che dura da tanti anni”.

Una collaborazione tra due minoranze attente e sensibili alle serie problematiche di altre fasce deboli della società italiana, come quelle dei migranti, nei confronti dei quali entrambe le comunità avvertono il richiamo di un dovere, ossia quello dell’accoglienza e dell’accompagnamento in un percorso di inserimento sociale. Dovere che si è manifestato attraverso la disponibilità di un appartamento, da parte della Comunità Ebraica, preposto all’accoglienza di una coppia di profughi politici del Congo, giunti in Italia nel 2016, e che è proseguito anche nel corso del 2017: una famiglia siriana, infatti, sarà presto ospitata in un altro alloggio della stessa. 

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Le famiglie accolte vengono contattate in Libano su segnalazione dell’UNHCR – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – e di altre associazioni e ONG presenti sul territorio. In seguito, quelle prescelte sono sottoposte a una serie di colloqui, volti a valutare il background e la disponibilità a seguire i percorsi di accoglienza proposti, e, successivamente, alla verifica dell’ambasciata italiana e degli operatori sociali ivi presenti.

Il progetto, invece, è completamente autofinanziato, grazie alle donazioni dell’8×1000 della chiesa Valdese e ai contributi di privati. Complessivamente, il costo giornaliero dell’iniziativa non supera i 35€.

È importante sottolineare l’aspetto della “seconda accoglienza” – ha continuato poi Patrizia Mathieu, presidente del Concistoro della Diaconia Valdese – perché, dopo essersi assicurati che l’arrivo dei migranti avvenga in modo sicuro e venga loro garantita la legalità di un percorso, è altrettanto fondamentale che queste persone trovino dei legami, costruiscano delle reti, una “seconda” casa nel paese che li ospita e che potrebbe diventare il loro”.

La Diaconia Valdese, infatti, offre, in primo luogo, l’opportunità di sostare in appartamenti e ricevere assistenza legale e sanitaria, cui segue una seconda fase, l’inclusione e la sopracitata “seconda accoglienza”, la quale consiste nella possibilità di frequentare corsi di italiano, corsi professionali e attività ludiche che possano, dunque, promuovere l’integrazione sociale. “Crediamo molto nell’autonomia dei migranti accolti e nella loro capacità di gestirsi attraverso i contatti che acquisiscono e le reti che, di conseguenza, costruiscono – ha precisato Elisabetta Libanore, coordinatrice equipe di Torino dei Corridoi Umanitari della Diaconia Valdese –, ed è per questo, quindi, che puntiamo sulla loro formazione, sul lavoro e, in generale, sull’estrapolare le numerose potenzialità che possiedono”.

Il periodo di accoglienza, infine, ha una durata variabile, in base alle situazioni, alle esigenze e ai membri delle famiglie accolte: in generale, l’ospitalità è garantita per circa due anni e mezzo – per i casi più gravi – nel corso dei quali i componenti ricevono, prima settimanalmente, poi mensilmente, un “pocket money” con cui provvedere alle diverse spese, relative, per esempio, al cibo e alla scolarizzazione di eventuali figli. Tali benefit vengono, poi, gradualmente ridotti, fino al raggiungimento della completa autonomia economica degli ospiti.

Roberta Scalise

Diaconia Valdese e Comunità Ebraica

Redazione GT

Autore: Redazione GT

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