IlcasoeditorialeIl romanzo di Roberto Saporito, inizialmente pubblicato da Edizioni Anordest con lo pseudonimo di “Anonimo”, è un altro romanzo di feroce critica al mondo letterario, divertente e desolante allo stesso tempo. Il protagonista è uno scrittore che, in attesa di scrivere il suo capolavoro, vede un suo romanzo – forse il peggiore – scalare le classifiche fino alla vetta. Con conseguenze imprevedibili.
L’autore si ritrova catapultato tra televisioni e salotti, incredulo e a tratti schifato dal suo stesso trovarsi lì a causa di un lavoro tanto mediocre. Saporito, di Alba, lavora da oltre vent’anni nell’editoria. Ha pubblicato, oltre a questo romanzo, con Perdisa Pop e Edizioni Della Sera.

Ironico e disincantato, racconta così la sua esperienza del romanzo.

Nel protagonista c’è molto di me e niente, nel senso che molte delle cose raccontate mi sono capitate – o sono capitate a persone che conosco- e poi ci sono situazioni osservate nel tempo, ma niente nella storia imbastita poi nel romanzo che è assolutamente “fiction”, con questi fatti trasformati in finzione narrativa.
In effetti mi sono divertito molto – e lo si intuisce anche leggendolo; scrivendolo mi muovevo in un ambiente che conoscevo molto bene e alla fine è venuto fuori un libro dove si ride anche, dove lironia è una presenza costante, ma dove la commedia però si trasforma rapidamente in dramma e nuovamente in commedia, spiazzando il lettore ma anche – e soprattutto- chi lha scritto. Non ho mai pienamente il controllo di quello che scrivo, mi faccio spesso trasportare dai miei personaggi.

Sicuramente c’è qualcosa nell’aria, visto che lo scorso anno sia tu che Giuseppe Culicchia e anche in un certo modo Pippo Russo (e forse altri, in contemporanea) avete pubblicato un libro che critica il sistema editoriale e la corsa al profitto che ha preso il posto della ricerca di qualità. Colpa del mercato se i lettori non sono più abituati a leggere bene o ci sono concause, secondo te, che partecipano allo sfascio?

Quello del libro in Italia è un falso mercato, nel senso che (l’esigua) torta se la spartiscono poche grandi case editrici (che impongono i loro titoli alle librerie prima e al pubblico poi), e all’interno di queste pochissimi autori che vendono veramente un numero sufficiente di copie. Poi i lettori (quelli che fanno “massa”, quelli che mandano i libri in classifica) hanno come unica fonte di informazione editoriale la televisione, e la televisione propone sempre i soliti autori (dieci?), ospiti fissi ad ogni loro nuova fatica letteraria: con queste premesse lo sfascio e’ inevitabile.

Saporito
Davvero siamo ridotti a un pubblico che accetta supinamente quello che gli viene propinato come “caso editoriale dell’anno” – che poi non è mai uno solo all’anno – senza un minimo di critica o secondo te c’è una nicchia di lettori che potrebbero influire sull’andamento delle cose?

Purtroppo i lettori forti – che per fortuna ancora esistono – hanno scarsissimo potere di influenza, perché di solito i libri che comprano loro raramente vanno in classifica, e forse mai in televisione. Sono lettori che leggono le recensioni sulle pagine culturali dei quotidiani (sempre più esigue) o i blog letterari, o l’antico, ma ancora funzionante, passa parola. I buoni libri esistono, ma in pochi se ne accorgono.

Mi chiedono spesso, alle presentazioni, se c’è un modo per educare alla lettura i ragazzi quando ancora si può farli interessare alla cosa. Secondo te esiste un metodo o bisogna solo sperare che prima o poi …

Alla lettura, quella patologica, quella necessaria, di solito si arriva da soli – se sei un lettore prima o poi te ne rendi conto: per esempio io ho iniziato a leggere in maniera “seria” dopo le superiori, quando ho iniziato l’università e mi sono spostato dalla provincia (Alba) a Torino per seguire i corsi universitari, e quando nessun professore mi imponeva più di leggere. Bisogna che la letteratura diventi, per i giovani, necessaria come lo è, per loro, la musica, o il cinema: cioè un piacere, e non un obbligo.

Culicchia racconta la progressione nella carriera di un autore a partire dal primo romanzo di successo fino alla consacrazione, spesso tardiva. Russo, d’altro canto e sempre con un’ironia sorniona, critica anche lui l’impostazione attuale di premi e fascette. Il pubblico e la critica hanno preferenze che spesso non coincidono. A chi o cosa deve affidarsi il lettore per imparare a scegliere?

Una volta che hai “imparato” a leggere, nel senso che hai capito cosa ti piace e cosa no, devi essere curioso e frequentare le librerie, leggere le quarte di copertina, “assaggiare” alcune pagine dei libri, trovare dei recensori di fiducia (sulle pagine culturali dei giornali e delle riviste o dei blog letterari) e leggere le recensioni, e leggerne diverse, fare confronti, e, infine, fare la “tara” su tutto: e’ un “duro” lavoro ma da enormi soddisfazioni.

Insomma, la letteratura attuale sembra una “cosa” molto confusa che va dall’esercizio di stile, ombelicale e contorto, alla banalità più assoluta, sempre premiati allo stesso modo da pubblico o critica specie se l’autore è un “personaggio”. Siamo alla spettacolarizzazione da un lato e all’autocelebrazione dall’altra. Si può sperare in un’evoluzione in positivo?

È il pubblico che compra i libri, e torniamo al discorso di prima, se l’unica fonte di informazione rimane la televisione le cose non possono cambiare: in libreria ci sono anche buoni libri, ma bisogna andare a cercarli, bisogna fare un piccolo sforzo e scegliere non la cosa più pubblicizzata, quella che “urla” più forte, ma quella che, forse, potrebbe davvero piacerci. Bisogna smettere di essere massa ottusa e diventare, finalmente, individui pensanti.

Personalmente trovo sia interessante che anche da parte di autori affermati, conosciuti, cominci ad esserci una critica aperta a un sistema che non solo sta rovinando il settore, ma anche il livello culturale del paese.  Vi invito alla lettura di questo romanzo ironico e critico, un indubbio “caso editoriale dell’anno”.

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