I DANNI DELLA SCARSA CULTURA FINANZIARIA ITALIANA

Un popolo di santi, poeti, navigatori, ma non di investitori.

Gli italiani sono grandi risparmiatori. È una frase che si sente ripetere spesso e che, pur con enormi disparità sociali e geografiche, corrisponde alla realtà. Le stime più recenti indicano che la ricchezza privata detenuta sotto forma di investimenti immobiliari ammonti a circa 6.000 miliardi di euro e che una cifra leggermente maggiore sia detenuta in patrimonio mobiliare, tra strumenti finanziari e liquidità sui conti correnti.

Ma saper accumulare ricchezza è cosa ben diversa dal saperla gestire. Il profilo dell’investitore italiano medio racconta di giacenze enormi sui conti correnti — circa 1.600 miliardi di euro complessivi — e di una preferenza quasi viscerale per obbligazioni e titoli di Stato, preferenza che i governi hanno storicamente alimentato, essendo perennemente in cerca di sottoscrittori per l’ingente debito pubblico in scadenza.

Il risultato è una silenziosa erosione reale della ricchezza: l’eccessiva prudenza nella gestione dello stock di risparmio, combinata con la stagnazione salariale, ha prodotto una perdita di potere d’acquisto del 4% negli ultimi vent’anni. Un dato che colloca l’Italia — insieme alla sola Grecia — come caso anomalo in Europa, a fronte di una media comunitaria di segno opposto e pari a +22% (dati Eurostat).

Un danno individuale, certo. Ma anche una perdita collettiva difficile da quantificare: cosa avrebbe significato per il benessere del Paese una crescita dei risparmi anche solo paragonabile a quella dei nostri vicini europei?

La scarsa alfabetizzazione finanziaria degli italiani — significativamente al di sotto della media OCSE per cultura economica — non è una curiosità statistica. È una vulnerabilità strutturale, che si innesta su una nazione già sotto pressione per ragioni demografiche e di crescita. Imparare a gestire le proprie finanze non significa soltanto ottimizzare un rendimento: significa costruirsi una riserva di serenità, compensare le crescenti lacune dei servizi pubblici — pensioni, sanità, welfare — con risorse proprie e attrezzarsi per affrontare le sfide politiche, economiche o tecnologiche che il futuro ha già in serbo.

I record segnati dai mercati in questi ultimi anni testimoniano, ancora una volta, l’enorme capacità di creare ricchezza che la crescita economica globale e lo sviluppo tecnologico mettono a disposizione di chi sappia coglierla. Ma sarebbe ingiusto non aggiungere che i mercati finanziari non siano una scala mobile in costante ascesa: salgono, scendono, e chi vi sale senza preparazione può farsi male quanto chi non vi sale affatto.

La vera posta in gioco non è dunque spingere gli italiani a detenere azioni nei propri portafogli. È dotarli degli strumenti per capire cosa stiano facendo con i propri risparmi — qualunque cosa decidano di farne. Un risparmiatore che scelga consapevolmente la prudenza si trova in una posizione radicalmente diversa da uno che la subisce per ignoranza, per pregiudizi o per inerzia. Il primo ha valutato il proprio orizzonte temporale, i propri bisogni, la propria tolleranza al rischio. Il secondo ha semplicemente lasciato che il tempo lavorasse contro di lui.

Non vedere questa realtà, e non agire di conseguenza, è una forma di miopia che ha un costo concreto. Come per ogni patologia, però, la cura esiste ed è alla portata di tutti: una diagnosi onesta della propria situazione di partenza, un professionista competente al proprio fianco e la fiducia necessaria per restare fedeli al percorso, scelto sempre con gli occhi aperti.

Piero Clarizia