“Io scelsi la meno battuta, e per me questo ha fatto tutto la differenza” celebre verso del poeta Robert Frost.

Torino possiede la rara e aristocratica virtù di saper perimetrare il dissenso. Sotto i portici sabaudi, tra un caffè storico e un dibattito sulla fluidità dei corpi, la celebrazione dei diritti ha trovato da tempo la sua comfort zone urbanistica: quei tre chilometri quadrati di centro storico dove la borghesia progressista può assistere dai balconi ottocenteschi, confortata dall’eco rassicurante di un progressismo da salotto.

Ed è proprio qui che, con ogni probabilità, si sta immaginando il percorso del prossimo EuroPride 2027 ufficiale. Bellissimo, sgargiante, ma in procinto di accomodarsi in un certo quasi paradossale conformismo.

Sia chiaro: i glitter e le rivendicazioni stanno benissimo sotto la Mole. Ma se l’orgoglio LGBTQIA+ vuole preservare la sua originaria natura di atto politico, dirompente e radicale insomma, se vuole essere fedele alla sua ontologia comunitaria e non ridursi a un festival pop a beneficio dei flussi turistici, dovrebbe cambiare qualcosa. Forse gli verrebbe in aiuto salire sul tram 4, superare la frontiera invisibile della cinta daziaria e, andare a guardare in faccia un altro tipo di realtà.

Il prossimo Pride europeo dovrebbe provare ad abitare la periferia. Non per un voyeurismo della marginalità, ma per un necessario bagno di verità e per la sbandierata in ogni dove inclusione. Portare l’EuroPride tra i palazzoni di Barriera di Milano, ad Aurora o in Corso Palermo significherebbe sottrarre i diritti alla loro pericolosa “gentrificazione culturale“. In centro, il massimo del brivido multietnico è la scelta del ristorante fusion; in periferia, la complessità sociale è carne, è spigolo, è contraddizione quotidiana.

Immaginare l’impatto di quel fiume cromatico, sonoro e fiero mentre attraversa i territori dell’abbandono urbano, vederlo sfilare nelle strade dove l’emergenza sociale non si declina nelle raffinatezze del linguaggio inclusivo, ma nella prosaica fatica di arrivare alla terza settimana del mese, tra marciapiedi spogli e serrande abbassate.

C’è una profonda, ironica bellezza nell’idea di un carro allegorico che sfila davanti alle piazze dello spaccio. Chissà che i decibel della liberazione e una marea di corpi solidali non riescano a disturbare il fatturato della criminalità locale più di una retata da talk show, offrendo per un pomeriggio un presidio di legalità alternativa, gioiosa e imprevista. Ma il vero cortocircuito politico, la vera sfida, si giocherebbe sul terreno dell’integrazione e del multiculturalismo acritico. È troppo semplice professarsi intersezionali nelle piazze della movida. Il vero banco di prova è l’attrito con il reale.

Si portassero i corpi e le bandiere sotto le finestre delle moschee, nei cortili dove gli integralismi religiosi, di ogni confessione, sia chiaro, inclusa certa rigidità nostrana, non sono speculazioni accademiche, ma strutture di controllo sociale. Provasse il corteo a passare davanti agli occhi delle donne velate. Senza l’intento muscolare della provocazione o della boria occidentale, tutt’altro. Ma farlo con serissima allegria. Per seminare il dubbio della libertà, per scardinare il dogma con un sorriso, per dire a quel ragazzo o a quella ragazza di seconda generazione, schiacciati tra l’ortodossia familiare e la solitudine urbana: “Vedi? Esistiamo. E siamo venuti fino a qui”.

Pasolini ricordava che la verità vive nelle borgate, nelle zone d’ombra che il potere (anche quello illuminato) preferisce non vedere. La vera inclusione si fa dove c’è resistenza culturale, non dove c’è già il patrocinio politico.

Se l’EuroPride rimarrà confinato nel quadrato aulico del centro cittadino, si trasformerà nell’ennesimo safe space ad uso e consumo di chi è già salvo. Sarà un evento splendido, ma politicamente innocuo, incapace di spostare di un millimetro i confini dell’intolleranza vera, quella che si consuma nel silenzio delle periferie.

Organizzatori, abbiate l’ardire intellettuale di essere impopolari per i canoni del marketing e degli sponsor. Portate la complessità laddove regnano affrante forme di abbandono. Se il Pride è nato dalla rivolta di coloro che la società cercava di emarginare, è tempo di ricongiungersi con la geografia degli emarginati.

Pier Sorel