C’è stato un periodo, non troppo lontano ma già avvolto da una certa foschia emotiva, in cui Porta Susa era una stazione nel senso più malinconico della parola. Ampia, lucida, modernissima, e tuttavia drammaticamente vuota, come un lungo corridoio di servizio in cui nessuno osa sedersi.

I viaggiatori vi transitavano con passo affrettato e sguardo basso, temendo forse che, se si fossero fermati un istante di troppo, la stazione avrebbe chiesto loro perché. Era un luogo pensato per l’alta velocità, e infatti tutto — treni, persone, pensieri — passava di lì con l’aria di chi non intende stabilire alcun rapporto duraturo.

Poi qualcosa è successo. Non un evento fragoroso, nessuna inaugurazione, ma un cambiamento silenzioso e radicale, come quelli che modificano il destino delle persone rispettabili. Porta Susa, evidentemente stanca di essere soltanto un corridoio per treni e viaggiatori insonni, ha deciso di reinventarsi. Lo ha fatto nel modo più inaspettato e imprevedibile, ossequiosamente devota alla modernità di tutti gli imperativi green: diventando una serra.

Così Torino, con la sua abituale compostezza sabauda, si ritrova a ospitare una stazione che fa l’occhiolino ai tropici, dimostrando che anche un luogo nato per il transito può, con il giusto progetto, diventare una sorprendente oasi urbana per candidarsi con verde fantasia a Capitale Europea della Cultura del 2033.

Appena varcata la soglia, il visitatore avverte subito che qualcosa non quadra. L’aria è sorprendentemente cordiale, le luci filtrano dall’alto con un’aria da mattina in Costa Azzurra e, soprattutto, ci sono alberi. Veri alberi. Non quelle timide piantine in vaso che implorano pietà in un angolo, ma esemplari robusti e sicuri di sé, affiancati da piante e fiori che sembrano aver preso possesso della stazione con la tranquilla determinazione di chi sa di essere nel posto giusto.

Anche il pendolare medio — individuo notoriamente poco incline allo stupore — rallenta il passo, solleva lo sguardo e attraversa quella fase di smarrimento in cui si chiede se abbia preso il treno giusto o se, in un momento di distrazione, non sia finito in una serra municipale. Alcuni, colpiti più profondamente, finiscono per sostare accanto a una palma con l’aria di chi ha trovato un alleato morale in una giornata difficile.

Oggi, mentre i treni dell’alta velocità arrivano e ripartono con la puntualità di un maggiordomo più messicano che svizzero, la stazione si presenta come un sorprendente rifugio botanico. Dove un tempo regnavano il vuoto e una certa tristezza architettonica, ora prosperano alberi, piante dal fogliame esuberante e fiori che sembrano aver ottenuto un permesso di soggiorno permanente, al punto che tutto l’insieme possiede qualcosa di vagamente vacanziero.

Il fruitore della stazione, abituato a considerare l’attesa un affronto personale, si trova improvvisamente disarmato. Invece di fissare il tabellone con ostilità, si scopre a contemplare specie esotiche particolarmente ben allocate, domandandosi se non sia il caso di arrivare in anticipo la prossima volta.

Persino l’alta velocità — concetto notoriamente incompatibile con la contemplazione — sembra adeguarsi al nuovo spirito del luogo, transitando con rispetto tra fronde e fogliami, come se anche un Frecciarossa potesse apprezzare un po’ di quel climax prima di sfrecciare verso Milano o Napoli.

Così Porta Susa, con un gesto silenzioso ma risoluto, ha smesso di essere soltanto una stazione e si è trasformata in una sorta di salotto botanico per viaggiatori, un luogo in cui si arriva per partire ma si rimane, contro ogni previsione, per osservare come un’idea ben realizzata risponde tanto al genius quanto al loci. E quando finalmente il treno parte, si ha la sensazione — rara e un po’ sospetta — di lasciare qualcosa di gradevole alle spalle.

Il miracolo di Porta Susa sta tutto qui: essere passata dall’essere una stazione triste, senza negozi e spopolata ad un luogo in cui si sosta volentieri, pur avendo un treno da prendere. Non più un non-luogo di passaggio, ma una sorta di piccolo eden senza serpente, dove il tempo rallenta quel tanto che basta per ricordare che, anche quando si corre, non è vietato fermarsi. Così che la prossima volta potrebbe essere opportuno arrivare in anticipo. Non per prudenza, ma per godersi un giardino tropicale che respira sotto la grande capriata di ferro e vetro.

Exempla.

Amare la propria città significa guardarla ogni giorno come se potesse migliorare, riorientandole il futuro con un pizzico di fantasia, di utopia, di coraggio nell’arte di rendere possibile quello che a prima vista pare non esserlo. E’ con questo intento che stato scritto questo articolo avvalendosi del prezioso aiuto degli architetti dell’Atelier Solido.