Dal Rijksmuseum uno dei capolavori del maestro di Delf
“Sei così calma e silenziosa, non ti apri mai. Ma dentro di te ci sono dei segreti. Qualche volta li vedo, nascosti nei tuoi occhi.” Come Griet, la giovane domestica che diventa modella del pittore, immaginata da Tracy Chevalier per il romanzo “La ragazza con l’orecchino di perla” (1999), anche la Donna in blu che legge una lettera appare immersa in un momento di intima riflessione. Non conosciamo il contenuto della missiva nelle sue mani: potrebbe portare gioia, nostalgia o inquietudine. Proprio questa ambiguità presente nel capolavoro concesso dal Rijksmuseum di Amsterdam ed esposto a Palazzo Madama, nella Sala Atelier, ha portato molti critici a interpretare il quadro come un’allegoria dell’amore o dell’attesa. Ma Johannes Vermeer non narra esplicitamente una storia: allude, suggerisce, crea atmosfere sospese nel tempo. La luce entra nella composizione delicatamente da sinistra e illumina la scena senza effetti teatrali, in una quiete raccolta e immobile.

Il blu della casacca della donna – una beddejak, una giacca da letto – è ottenuto con un pigmento prezioso ricavato dal lapislazzulo, una pietra proveniente soprattutto dalle miniere dell’odierno Afghanistan. Da questo minerale si ricava il blu oltremare, uno dei colori più costosi, spesso più caro dell’oro; il suo utilizzo dimostra l’attenzione e la raffinatezza tecnica dell’artista. Questi e molti altri aspetti di conoscenza e interpretativi emergono grazie al ricco apparato didattico – a cura di Clelia Arnaldi di Balme, Anna La Ferla e Giovanni Carlo Federico Villa – dei pannelli esplicativi: non soltanto uno straordinario prestito internazionale, quindi, ma un vero progetto culturale e scientifico.

L’Olanda del Seicento era al centro di una fitta rete di commerci: spezie, zucchero, caffè e oggetti provenienti dall’Oriente raggiungevano i porti europei. Nei dipinti di Vermeer compaiono spesso carte geografiche ed elementi che raccontano questo mondo aperto agli scambi e ai viaggi, fino addirittura a riprendere un geografo nel suo studio. In realtà l’artista visse quasi sempre nella sua città natale, Delft, senza mai uscire dall’Olanda, e forse riversò nei suoi lavori l’aspirazione a un altrove che non poté mai raggiungere, in una vita segnata da difficoltà economiche e familiari. Non pittore di corte, ma rivolto al mercato borghese, a cui offre scene di interni domestici, figure femminili impegnate in attività quotidiane: delle circa sessanta opere che realizzò, ne sono giunte fino a noi 37, sparse tra musei in Europa, America e Asia, e nessuna conservata in Italia. Proprio per questo, la presenza del dipinto a Torino – in mostra fino al 29 giugno 2026 – costituisce un evento eccezionale e assume anche un valore simbolico: un omaggio di Amsterdam a Torino, quasi un gemellaggio artistico tra due città europee. Oltre a rivelarsi un’ iniziativa a forte vocazione didattica, che scommette sull’interesse dei visitatori – pubblico e scuole – per sostenerne l’impegno.

Un’unica tela, messa in dialogo con manufatti delle collezioni di Palazzo Madama, diventa così occasione per conoscere un periodo storico, una società e una visione del mondo. Materiali pittorici utilizzati dall’autore, ceramiche orientali giunte in Europa attraverso le rotte del commercio internazionale, libri stampati nei Paesi Bassi e riferimenti al servizio postale dell’epoca, consentono di approfondire la produzione di Vermeer a più livelli: dall’emozione del gesto quotidiano, al contesto culturale e sociale, fino alla dimensione storica e artistica. Per scoprire altresì che le sue donne non sono presenze astratte: leggono, scrivono, pensano. Come quella Donna in blu, volutamente in penombra, nel silenzio della sala, che sembra quasi invitarci a leggere dentro di noi.
Anna Scotton

