Ha aperto in pompa magna ai primi di dicembre, poco più di un mese fa, come tassello quasi conclusivo (mancano all’appello i Giardini Reali, che saranno pronti per fine estate, dopo l’ostensione della Sindone), e la nuova sede è davvero bellissima ma non è tutto oro quello che luccica: la Galleria Sabauda, sede definitiva per la collezione di quadri cominciata da Emanuele Filiberto nel Cinquecento e arricchittasi via via con altre opere, ha senz’altro dei pregi indubbi ma anche qualche difetto.
Il primo è la carenza di personale, non implementato dopo il trasferimento in una sede più vasta e rimasto sui numeri di quando era al Palazzo dell’Accademia delle Scienze: una carenza che sta già portando alla chiusura periodica e ciclica di sale e piani, non consentendo una fruizione completa del percorso di visita a chi ormai ha pagato il biglietto e vorrebbe godersi tutte le bellezze annunciate. Problema annoso già presente nell’attiguo e altrettanto bello Museo di antichità, anche lui ricco di collezioni uniche e pregiate e anche lui in parte chiuso perché manca il personale in sala. Se si vuole fare di Torino un polo turistico bisognerà anche progettare nuove assunzioni nel settore e magari non fare sempre conto sul volontariato.
Un altro problema è la biglietteria, che è unica per il Polo Reale a Palazzo Reale, abbastanza distante: lo spazio c’è, non sarebbe troppo arduo permettere anche di cominciare il giro da qui con un altro punto di vendita, o magari segnalare meglio il percorso per fare il biglietto?
Manca un guardaroba, abbastanza fondamentale nel periodo invernale, e nei bagni non c’è un gancio a cui appendere borse e simili: dettagli tecnici importanti e che rendono la visita più comoda, senza obbligare la gente a girare carica di borse e giacche che possono anche essere pericolose per i quadri o a lasciare per terra nei gabinetti i propri effetti personali.
Il percorso di visita, pieno di meraviglie, è un po’ muto, nel senso che manca di cartelli esplicativi che raccontino qualcosa in più: belle le citazioni di libri di autori e autrici celebri in cui si parla degli artisti, ma la Galleria Sabauda non è solo per gli studiosi e i cultori della Storia dell’arte, è per tutti e di tutti, e avvicinare la gente all’arte vuol dire anche magari scrivere quelle due cosette su chi è e cosa ha fatto quel pittore e cos’è quella determinata corrente artistica. Non si può delegare tutto al multimediale e alle postazioni pc.
Insomma, la Galleria Sabauda è e resta uno spazio importante e un ulteriore tassello sulla nuova strada di Torino come città turistica e culturale, ma si potrebbe e dovere fare qualcosa in più, senza nessuna polemica, ma constatando come sono i fatti.
Elena Romanello