C’è una parola che, più di altre, sembra essersi consumata nell’uso senza trovare più un referente stabile: mentore. Non è soltanto una figura che manca; è un’idea che si è incrinata. E con essa, forse, si è incrinata anche la possibilità stessa di riconoscere una direzione condivisa.

La modernità avanzata ha prodotto individui sempre più autonomi, soli e, al contempo, sempre più esposti. Liberati da autorità verticali, ci siamo ritrovati immersi in una pluralità di voci che non si ordinano più in gerarchie ma in flussi. In questo spazio, chi può ancora parlare con autorevolezza? E, soprattutto, chi è disposto ad ascoltare?.

Non è un caso che, quando si prova a rispondere, si torni a evocare figure che appartengono a una lunga tradizione di riflessione sulla convivenza. Alexis de Tocqueville aveva già intravisto, con sorprendente lucidità, una delle ambivalenze fondamentali della democrazia: la tensione tra uguaglianza e libertà, tra partecipazione e conformismo. Nella sua analisi, il rischio non era tanto l’oppressione palese, quanto una forma più sottile di “tirannia della maggioranza”, capace di livellare le differenze e disincentivare il pensiero autonomo.

Su un altro piano, Jürgen Habermas, recentemente scomparso, continua a rappresentare l’idea che il discorso pubblico possa fondarsi su una razionalità condivisa, su un’etica del dialogo che non sia mera competizione tra opinioni. Ma quella sfera pubblica che egli immaginava è oggi frammentata, attraversata da linguaggi incompatibili, incapace di produrre consenso se non effimero. Allo stesso modo, il lavoro di Pierre Bourdieu come di Michel Foucault, continua a offrirci strumenti per smascherare le strutture invisibili del potere. E tuttavia, laloro lezione sembra oggi assorbita, neutralizzata: la critica è diventata linguaggio comune, ma proprio per questo ha perso la capacità di incidere.

Se però volgiamo lo sguardo al presente, e in particolare all’Italia emergono diagnosi più radicali e, per certi versi, più inquietanti. Giorgio Agamben ha insistito sul concetto di “stato di eccezione” come paradigma di governo, mostrando come l’emergenza tenda a diventare la norma e come il potere si eserciti sempre più attraverso la sospensione delle garanzie. In questa prospettiva, il cittadino rischia di trasformarsi in “nuda vita”, esposto a decisioni che non passano più attraverso un vero spazio politico. Se questa lettura coglie un tratto del presente, allora la crisi del mentore si intreccia con una crisi più profonda: quella della possibilità stessa di una mediazione tra individuo e potere.

In una linea diversa ma convergente nella diagnosi del disagio contemporaneo, Byung-Chul Han descrive una società della prestazione in cui il potere non opprime dall’esterno ma si interiorizza, trasformando gli individui in imprenditori di sé stessi, incapaci persino di riconoscere la propria stanchezza come forma di dominio. In un contesto simile, il mentore non scompare soltanto: diventa impronunciabile, perché ogni relazione è riassorbita nella logica dell’efficienza.

Su un diverso piano, Yuval Noah Harari ha mostrato come le grandi narrazioni che hanno sostenuto le società umane — religioni, ideologie, miti condivisi — stiano cedendo il passo a nuovi sistemi di significato costruiti attorno ai dati e agli algoritmi. Se il futuro viene sempre più delegato a processi computazionali, quale spazio resta per una guida umana? E che forma può assumere una “saggezza” quando la previsione tende a sostituire la comprensione? Ci si può allora rivolgere a chi ha pensato la libertà come valore radicale, come Robert Nozick, per ritrovare un fondamento individuale in un mondo che diffida delle istituzioni. Ma anche qui emerge un paradosso: una società di individui assolutamente liberi rischia di dissolvere le condizioni stesse della convivenza, lasciando il soggetto solo di fronte alla complessità.

E se fosse la letteratura, più che la filosofia, a custodire ancora una forma di mentorship? Milan Kundera ha mostrato come l’ambiguità, l’ironia e la memoria possano diventare strumenti di conoscenza. Nei suoi romanzi, la verità non si impone: si insinua, si contraddice, costringe il lettore a un esercizio di libertà che è, forse, una delle ultime forme di educazione.

Ma il presente non è privo di voci che tentano di orientare. Luciano Floridi prova a delineare un’etica dell’infosfera, suggerendo che l’essere umano non è più al centro, ma nodo di una rete complessa di relazioni tra agenti biologici e artificiali. Pensare il bene, oggi, significa allora pensare la qualità dell’intero ecosistema informazionale.

Non meno decisivo il pensiero teologico e sociale in cui Don Luigi Ciotti continua a testimoniare che l’autorevolezza può nascere dall’azione, dalla coerenza tra parola e pratica. In lui, la figura del mentore non è teorica ma incarnata: non interpreta il mondo, lo attraversa, restituendo alla responsabilità una dimensione concreta.

E tuttavia, è forse proprio la politica il luogo in cui più evidente appare la distanza da ogni possibile funzione “mentoriale”. Figure come Marco Cappato abitano una soglia: non esercitano il potere, ma lo mettono alla prova; non offrono sintesi, ma aprono conflitti. Il loro agire segnala una frattura profonda tra istituzioni che amministrano e cittadini che cercano senso.

In questo vuoto, la politica sembra aver rinunciato a essere guida per limitarsi a essere gestione. Non indica più fini, ma amministra mezzi. E così facendo, abdica a quella funzione simbolica che, in altre epoche, le permetteva di essere anche luogo di formazione e orientamento. La sensazione è che abbia perduto il proprio telos, la causa finalis, il fine ultimo, tutto quell’impianto aristotelico nato per dare alle cose il proprio compimento.

Forse, allora, il problema non è la scomparsa dei mentori, ma la trasformazione delle condizioni che li rendevano possibili. Alexis de Tocqueville lo aveva già intuito: la democrazia emancipa, ma nello stesso tempo rende più difficile riconoscere autorità che non siano immediatamente assimilabili al consenso.

Eppure, rinunciare del tutto a cercare una “stella polare” significherebbe accettare una deriva permanente. Forse ciò che resta possibile non è il ritorno a grandi figure indiscusse, ma la costruzione di una costellazione fragile, plurale, in cui cercrae di ri-orientarsi i sestanti della ricerca di un senso e di quel fragilissimo e prezioso concetto di bene comune, collettivo, universale. Il mentore, oggi, potrebbe non essere più una persona, ma la ripresa di una pratica antichissima e sperimentata: quella del pensiero critico, dell’ascolto, della responsabilità.

Una pratica esigente, che non promette una iù o meno laica salvezza. Ma che, proprio per questo, può ancora — almeno per frammenti — indicare una direzione svincolata dalla bramosia di potere, di esercizio della forza, dall’ignavia dell’indifferenza ma capace di quel dono tutto umano chiamato immaginazione.

La politica, il pensiero sulla società, è il prodotto audace dell’immaginazione e tra le sue peculiarità vi è di incoraggiare ad esercitarla. Significa riuscire ad immaginare le cose oltre la realtà della contingenza quotidiana, porle in relazione ad uno spazio e in un tempo più vasto.

Vasto come un grande orizzonte, non largo come un campetto da calcio di provincia.