European Region Action Scheme for the Mobility of University Students. Per tutti, semplicemente Erasmus. Un acronimo perfetto che omaggia Erasmo da Rotterdam, il sommo filosofo e viaggiatore che nel lontano 1506 si laureò in teologia proprio a Torino.

Nel 1988 l’Europa era ancora un gigante con le frontiere rigide e le cabine telefoniche a gettoni. In questo scenario, cinque studenti dell’Università di Torino fecero da pionieri: partirono con le prime borse di studio di un programma nato sulla carta solo l’anno prima. Si lanciarono in un’esperienza di vita e di studio destinata a cambiare la storia.

Erasmo da Rotterdam

Dieci anni dopo, alla fine degli anni Novanta, quelle cinque borse erano diventate quasi mille. Eppure, dietro i numeri trionfali di quella che è stata la più grande rivoluzione culturale del dopoguerra, si nascondeva un paradosso quasi dimenticato. Emerse dai dossier e dai seminari dell’epoca – coordinati da docenti come Giuseppina Cortese, Umberto Morelli e Michelangelo Conoscenti – una strana psicosi collettiva: il “grande rifiuto”. Tantissimi ragazzi vincevano la borsa per l’estero, ma al momento di stringere la valigia rinunciavano a partire. L’Erasmus, d’altronde, non è mai stata una passeggiata.

A Torino la geografia della mobilità parlava chiaro: i dipartimenti umanistici facevano sfracelli. Lettere e Lingue Straniere da soli dragavano oltre il 35% dei viaggiatori. Le mete preferite erano e, sono ancora oggi, Spagna e Francia, seguite dal fascino british e dal rigore tedesco.

Ma i problemi non mancavano. Il primo, oggi parzialmente mitigato, era lo scoglio economico: i fondi dell’Unione Europea non coprivano del tutto il costo della vita reale di metropoli come Parigi o Londra. A questo si aggiungevano le inevitabili barriere linguistiche e burocratiche.

Lo scoglio più impervio, però, era invisibile: la paura. Molti studenti vivevano la diversità culturale non come un’opportunità, ma come un muro insormontabile. Un’ansia da prestazione che paralizzava le gambe e convinceva a restare nel perimetro rassicurante della propria cameretta. Per rompere questo guscio, l’Ateneo torinese inventò una vera e propria terapia d’urto: i seminari di orientamento e debriefing. Non i soliti e noiosi sportelli per sbrigare scartoffie, ma laboratori psicologici per insegnare ai ventenni a gestire lo “shock dell’alterità“. L’obiettivo? Far capire che sentirsi persi all’estero non era un fallimento, ma l’unico modo per crescere.

In quelle aule si è teorizzato l’Erasmus per quello che è realmente: il più potente progetto di educazione alla pace mai concepito. Costringere uno studente a vivere da “straniero”, a fare la spesa in un’altra lingua e a confrontarsi sui massimi sistemi con coetanei cresciuti con altri miti, significa obbligarlo a fare i conti con la complessità..

I confini europei non li hanno abbattuti solo i diplomatici con i trattati; li hanno sgretolati i ragazzi nelle cucine degli studentati, tra un errore di pronuncia, un esame difficile, amicizie, amori e scoperte. Una volta tornati a casa, l’Europa non era più una mappa astratta, ma una grande casa comune.

Questo “vaste programme” è lo stesso che muove il grande flusso di studenti di oggi, i quali affrontano la partenza con una serenità diversa. L’entusiasmo e la consapevolezza di appartenere a qualcosa di più grande sono confermati dalle parole della professoressa Donatella Boschi, da tempo alla guida del coordinamento della mobilità dell’università cittadina. La docente vive quotidianamente il contatto con gli studenti, sia prima della partenza sia al loro rientro, coinvolgendo i veterani in momenti di racconto dedicati a chi cerca informazioni.

Attualmente, il cambiamento più evidente da registrare è proprio il diverso atteggiamento dei ragazzi. Non vi è più alcun timore ad affrontare il mondo, e si punta sempre più spesso anche a mete extra-europee. Anche sul fronte economico ci sono stati passi avanti: oltre ai fondi comunitari, l’Università di Torino contribuisce ora con borse di studio interne per integrare i costi e dare un supporto concreto.

Torino ha ancora parecchio margine per aumentare il numero degli studenti in Erasmus, sia in arrivo sia in partenza. Ma la strada, tracciata da quei cinque pionieri del 1988, è ormai un’autostrada culturale senza barriere.