C’è un filo rosso che lega le aule dei tribunali, i confini svizzeri e le piazze deserte della politica italiana. È il filo della libertà individuale. Marco Cappato lo percorre da anni, mettendo se stesso a disposizione di una causa che molti preferiscono ignorare. In questa intervista, il leader radicale ci spiega perché la battaglia sul fine vita non riguarda solo la morte, ma la qualità della nostra democrazia e il diritto, troppo spesso negato, di essere cittadini informati.

Le democrazie rischiano di diventare solo un formalismo ? Pare che l’Italia abbia anticipato alcune delle crisi che oggi attraversano le democrazie occidentali.

In Italia abbiamo anticipato alcune dinamiche che oggi riguardano molte democrazie occidentali. Già negli anni Ottanta e Novanta Marco Pannella denunciava il progressivo svuotamento della legalità e delle regole costituzionali di fondo. Non nel senso che le regole siano state abolite, ma nel senso che la democrazia è diventata sempre più formale e sempre meno sostanziale.

Progressivamente abbiamo trasformato la democrazia in un insieme di procedure, di formalismi, piuttosto che in uno strumento effettivo per migliorare la vita delle persone. Questo porta alla questione centrale: oggi il potere politico istituzionale, oltre a non avere spesso una visione di fondo, fatica anche a governare i processi reali. Le decisioni che incidono maggiormente sulla vita delle persone vengono prese sempre più spesso fuori dalle istituzioni democratiche e fuori dai meccanismi della rappresentanza.

Pensiamo a esempi molto concreti. Il modo in cui ci informiamo, il modo in cui ci spostiamo, il modo in cui consumiamo, il modo in cui funzionano molti servizi che utilizziamo quotidianamente: sempre più spesso queste decisioni sono prese da grandi poteri economici sovranazionali. In una situazione del genere diventa molto difficile mantenere la promessa democratica contenuta nella Costituzione, cioè quella di lavorare per rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno godimento dei diritti e dell’uguaglianza.

Se non si interviene con una vera e propria rivoluzione democratica – che deve essere fatta anche di nuove regole e di nuove tecnologie – rischiamo che le istituzioni continuino semplicemente a subire il cambiamento senza riuscire a governarlo.

Che tipo di trasformazione dovrebbe avvenire?

Il primo punto è che oggi i problemi e le soluzioni non sono più semplicemente nazionali. Sono transnazionali e spesso continentali. Questo significa che se la democrazia resta confinata nello Stato nazionale rischia di non avere più gli strumenti per incidere.

Per questo credo che il sistema democratico debba orientarsi almeno su una dimensione paneuropea. Se non riusciamo a costruire strumenti democratici efficaci a livello europeo rischiamo di diventare irrilevanti. L’altra questione riguarda gli strumenti della democrazia. Non possiamo più pensare che basti andare a votare ogni cinque anni per affrontare problemi complessi come quelli che abbiamo di fronte. È necessario attivare altri strumenti: la partecipazione civica, le iniziative popolari, la mobilitazione nonviolenta delle persone che decidono di mettersi in gioco.

È il metodo che utilizziamo anche con l’Associazione Luca Coscioni. Il nostro motto è “dal corpo delle persone al cuore della politica”. Significa che le esperienze concrete delle persone – le loro sofferenze, le loro richieste di diritti – devono diventare il motore del cambiamento politico. In alcuni casi questo è già accaduto. Pensiamo alle battaglie sul fine vita: alcuni cambiamenti sono arrivati proprio grazie alla mobilitazione civile e ad azioni di disobbedienza nonviolenta.

Sempre meno persone votano, soprattutto i giovani. È il segno che la democrazia rappresentativa non funziona più?

Le conseguenze sono molto serie. Negli ultimi anni c’è stata un’occasione mancata. Mi riferisco alla fase che ha preceduto e accompagnato la crescita del Movimento 5 Stelle, quando si parlava molto della denuncia della “casta” In quel momento si era creata una consapevolezza diffusa della necessità di riformare radicalmente il sistema democratico. Si parlava di democrazia diretta, di partecipazione, di “uno vale uno”.

Il problema è che si è creata una contrapposizione tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa. In realtà l’errore è stato proprio questo. La democrazia della deliberazione, della partecipazione popolare, se fosse stata sviluppata davvero, avrebbe potuto ridare energia e vitalità a tutto il sistema democratico, compresa la democrazia rappresentativa. Invece è accaduto qualcosa di diverso: c’è stata una forte demolizione verbale della politica tradizionale, spesso anche fondata, ma non sono stati costruiti strumenti nuovi per rigenerare la democrazia stessa.

Perché oggi le istituzioni sembrano così lontane dalle persone?

Per la ragione che dicevo prima: perché le decisioni si prendono altrove. Anche senza conoscere tutti i dettagli tecnici, molte persone percepiscono che i luoghi reali del potere non coincidono più con le istituzioni democratiche

Prendiamo l’informazione, che è l’elemento senza il quale la democrazia non può esistere. Se non c’è una opinione pubblica informata e consapevole, la democrazia semplicemente non funziona. Oggi però le decisioni su come ci informiamo – a quale informazione accediamo, in quale formato, con quali priorità – sono sempre più determinate dagli algoritmi di poche grandi aziende tecnologiche. Di fatto sono gli algoritmi di alcune grandi aziende statunitensi a decidere cosa vediamo e cosa non vediamo.

Nel frattempo il servizio pubblico dell’informazione radiotelevisiva fatica a svolgere il suo ruolo. La domanda è: cosa sta facendo il servizio pubblico per garantire soprattutto ai giovani un’informazione completa, plurale e affidabile?

Molto poco.

Intanto gli algoritmi cambiano continuamente: una piattaforma decide di ridurre la presenza della politica, un’altra decide di intervenire sui contenuti falsi, poi cambia di nuovo politica. Tutto questo avviene completamente fuori dalle istituzioni democratiche. Se invece le istituzioni – magari a livello europeo – decidessero di investire seriamente su informazione di qualità, piattaforme pubbliche, dati verificati e accessibili anche attraverso l’intelligenza artificiale, allora tornerebbero a essere rilevanti. Le istituzioni sono credibili se servono. Non basta chiedere alle persone di “credere” nelle istituzioni: le persone credono nelle istituzioni quando vedono che sono utili e capaci di migliorare concretamente la loro vita.

Che cosa si aspetta dal referendum?

È molto difficile fare previsioni. Personalmente non credo che ci sarà una partecipazione particolarmente alta. La campagna referendaria è stata in gran parte sequestrata dallo scontro tra partiti. Si discute poco del merito delle questioni. Qui si vede anche il ruolo che avrebbe potuto avere il servizio pubblico: sarebbe stato necessario un grande investimento nell’informazione e nel confronto sui contenuti, con dibattiti veri tra posizioni diverse sul merito della proposta.

Prima o poi l’Italia riuscirà ad avere una legge sul fine vita?

Io spero di riuscirci. Però bisogna anche dire che rispetto a qualche anno fa la situazione è cambiata molto. Grazie alle sentenze della Corte Costituzionale – a partire da quella sul caso di DJ Fabo – oggi in Italia esiste già uno spazio legale per l’aiuto alla morte volontaria in determinate condizioni.

La Corte ha stabilito che possono essere aiutate dal Servizio sanitario nazionale a morire le persone che si trovano in condizioni di patologia irreversibile, sofferenze insopportabili e dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, e che chiedono lucidamente di porre fine alla propria vita. Nelle sentenze successive la Corte ha chiarito meglio cosa si intende per trattamenti di sostegno vitale. Non solo le macchine, ma anche altre forme di assistenza sanitaria continuativa da cui una persona dipende.

Questo ha ampliato molto l’ambito di applicazione del diritto riconosciuto dalla Corte. Se i tribunali italiani applicassero queste interpretazioni in modo uniforme – come ha fatto ad esempio il tribunale di Milano in alcuni casi recenti – l’Italia sarebbe già molto più vicina a modelli come quello svizzero. Il problema principale oggi è la scarsa conoscenza di queste possibilità, sia tra i cittadini sia tra molti medici.

Una nuova legge potrebbe restringere i diritti. Cosa manca allora?

Manca ancora un passo: una piena legalizzazione dell’eutanasia, cioè la possibilità per un medico di intervenire direttamente su richiesta del paziente Ma c’è anche un rischio. La proposta di legge attualmente in discussione potrebbe addirittura restringere alcuni diritti già riconosciuti dalle sentenze della Corte. Per esempio modifica i criteri stabiliti dalla Corte Costituzionale restringendo drasticamente il numero di persone che potrebbero accedere all’aiuto alla morte volontaria.

Per questo la mobilitazione dell’Associazione Luca Coscioni chiede almeno il ritiro di quel testo.