Il Riposo durante la fuga in Egitto, noto anche come Madonna delle ciliegie, uno dei lavori più rappresentativi di Federico Barocci (Urbino, 1533-1612), arriva dalle collezioni dei Musei Vaticani alle Gallerie d’Italia di Torino. Un dipinto segnato dall’influenza di Tiziano e Raffaello e da una costruzione attenta a colori, gesti ed elementi simbolici. Ispiratosi al Vangelo apocrifo dello Pseudo-Matteo, Barocci rielabora liberamente l’episodio in cui Gesù Bambino fa sgorgare acqua dalle radici di un ciliegio. L’artista trasforma il miracolo in una scena familiare, intima e raccolta.
In occasione della conferenza stampa che ha aperto la mostra, in programma dal 10 dicembre all’11 gennaio 2026, abbiamo intervistato Fabrizio Biferali, curatore del Reparto per l’Arte dei secoli XV-XVI dei Musei Vaticani.

Che cosa porta a Torino la Madonna delle ciliegie di Federico Barocci?Quale messaggio regala questo dipinto?
La Madonna delle ciliegie è uno spaccato della nostra attività ordinaria ai Musei Vaticani. È un’opera identitaria della nostra Pinacoteca, che infatti viene conservata nella sala 11, una delle sale più importanti, circondata da altre opere di Barocci. Con ogni probabilità, la Madonna delle ciliegie è una delle opere più rilevanti di Barocci: non solo dei Musei Vaticani, ma dell’intera produzione. È un microcosmo di pittura di altissimo livello che, appunto, dai Vaticani approda qui alle Gallerie d’Italia: un primo tassello di una potenziale, speriamo, collaborazione futura.
Le Gallerie d’Italia, con diverse sedi sul territorio nazionale, offrono sempre esposizioni di altissima qualità. A seconda delle sedi, emerge un’attenzione particolare nei confronti dell’arte anticaoppure dell’arte contemporanea. Come si potrebbe costruire un rapporto a partire da queste due voci distinte?
Come dicevo, quest’esposizione può essere un primo step di una collaborazione che per noi dei Musei Vaticani, ma in generale per chi fa il mio mestiere, dà l’opportunità di focalizzarsi su un’opera che spesso fa parte di un percorso espositivo che si attraversa rapidamente. Questo potrebbe essere, appunto, un primo passaggio di una serie di collaborazioni su mostre monografiche dato che abbiamo tante opere mobili. Io in particolare mi occupo di Rinascimento, sono curatore di Quattrocento e Cinquecento, e posso dire che queste piccole mostre, con un focus così attento e accompagnate da un catalogo, davvero sono utili a tutti.

Opere come quella di Barocci sono state disegnatealla luce naturale, ma la fruizione che abbiamo oggi è puramente a luce artificiale. Non crede che quest’ultima tolga qualcosa?
Certamente ci toglie qualcosa, però va detto anche che la luce artificiale, così come gli strumenti che abbiamo nella nostra attualità per osservare le opere, aumenta le potenzialità dell’opera in questione. Inoltre, siamo molto attenti al tema della conservazione, che la luce naturale può compromettere. Per l’opera di Barocci alle Gallerie d’Italia è stato fatto un lavoro molto importante non solo dal punto di vista dell’allestimento, ma anche della sicurezza dell’opera stessa. Il visitatore si può avvicinare fino a una certa distanza mantenendo sempre un punto di osservazione ottimale rispetto al dipinto. Tornando al discorso sulla luce, l’opera è illuminata molto bene: la luce artificiale spesso svela dei dettagli che con la luce naturale sono difficili da cogliere. Dobbiamo immaginare poi che i dipinti di quel periodo sono nati per collezionisti privati, come in questo caso, o per chiese e palazzi, dove molto spesso regnava la penombra. Queste opere hanno colori brillanti, vividi, accesi proprio perché sono state pensate per essere esposte quasi al buio. Invece, la nostra visione contemporanea è una visione aumentata rispetto a ciò che si percepiva nel Cinquecento, e questo è possibile proprio grazie agli strumenti oggi a disposizione.
Gaia Bertotti

