Montagne immobili, corsi d’acqua, brume leggere.
Sono questi alcuni elementi di “Adapted Sceneries”, la mostra d’arte coreana curata da Ik Yun, Hyeokjin Lee, Davide Quadrio e Anna Musini, allestita sino al 7 settembre tra il secondo piano delle collezioni permanenti e il T-space al piano terra del Museo d’Arte Orientale di Torino. Come parte del più ampio progetto “Cultural City Gwangju 2025”, l’esposizione rappresenta una tappa concreta del Patto di Collaborazione stipulato nel 2024 tra le municipalità di Torino e Gwangju.
Un accordo multidisciplinare che abbraccia i settori culturale, turistico, economico e accademico, destinato a proseguire nel 2026 con la partecipazione del MAO alla Biennale d’Arte della città sudcoreana. Ma al di là dei legami istituzionali, ciò che emerge è un dialogo profondo, a tratti struggente, tra due contesti apparentemente opposti, ma uniti da domande comuni: cos’è la democrazia oggi? Di quali memorie si nutre? Come si resiste all’oblio?

Gwangju, infatti, è un nome inciso nella carne e nella memoria storica sudcoreana, da quando, il 18 maggio 1980, fu teatro del massacro di alcune migliaia di studenti e professori, radunatisi in segno di protesta all’ingresso della Chonnam National University per contestare il colpo di Stato di Chun Doo Hwan, avvenuto solo pochi mesi prima. Una tragedia, tuttavia, che fu, insieme, un inizio: quello della stagione democratica del Paese.
Grazie alle opere, ai documenti, ai materiali d’archivio offerti dalla May 18 Foundation e dai 5-18 Democracy Movement Archives esposti nella sezione al piano terra della mostra, nel 2025, quasi nella stessa data in cui il drammatico evento che ebbe luogo, quella ferita torna a pulsare per farsi domanda aperta per l’Europa, in un tempo in cui la sua democrazia mostra segni di erosione.

E forse è proprio qui che il dialogo tra Gwangju e Torino si fa davvero necessario. Perché anche Torino, oltre alla sua identità risorgimentale e industriale, porta con sé una storia profondamente europea. A Palazzo Madama, il 18 ottobre 1961, venne firmata la Carta Sociale Europea, uno dei documenti fondamentali del Consiglio d’Europa, atto politico che sanciva la volontà di un continente di difendere la dignità del lavoro, il diritto all’abitazione, alla salute, all’istruzione, alla protezione sociale. Non solo una dichiarazione di intenti, ma una visione: quella di un’Europa che, uscita dalla guerra e dai totalitarismi, sceglieva di fondarsi su diritti concreti, condivisi, inviolabili.

Quella firma non è solo una pagina d’archivio: è parte del paesaggio civile di Torino. E ci riguarda ancora oggi, quando quelle stesse promesse sembrano sfumare nel linguaggio amministrativo, nelle tensioni tra Stati, nella rassegnazione. In un tempo dove il dissenso è delegittimato, le parole perdono peso, la partecipazione viene surrogata dall’indignazione algoritmica e l’empatia si riduce a estetica dell’orrore scrollabile, Gwangju ci ricorda che la democrazia è sempre un corpo a rischio. E che la memoria, se non custodita, può essere riscritta, deformata, rimossa.
In tal senso, la città sudcoreana e il capoluogo piemontese non sono solo due poli geografici connessi da una mostra: sono due luoghi simbolici, che raccontano, ciascuno a modo proprio, la fatica e la necessità di immaginare una democrazia. Non si tratta di tracciare analogie forzate tra contesti diversi, ma di riconoscere che la democrazia sia, ovunque, una pratica in tensione e che l’arte possa essere uno dei luoghi in cui questa tensione si fa visibile, condivisibile, pensabile.
Al secondo piano del museo, sospese nel vuoto nero delle pareti, le pitture tradizionali della scuola Namjonghwa (Scuola del Sud), di maestri come Heo Ryeon, Heo Baekryeon e Heo Haengmyeon, sono accostate a opere contemporanee di Lee Sunbok, Heo Dalyong e Hong Sungmin che ne raccolgono e rielaborano l’eredità. Montagne immobili, corsi d’acqua, brume leggere. Non illustrano, non spiegano. Resistono. Aspettano lo sguardo: l’occhio si adatta alla regola, la natura allo stile, la forma al canone. Le prime sono puri paesaggi ideali di stampo confuciano: visioni morali dell’ordine universale.

Le montagne alte e solide come il sovrano, l’uomo esemplare per eccellenza, e la sua virtù; i tronchi degli alberi diritti come funzionari che crescono integri, solidi, retti, con le radici ben piantate nella tradizione, nella famiglia, al fedele servizio del proprio sovrano; i rami forti che tendono verso l’alto, verso la virtù e che, come questa, rendono esteticamente gradevole l’albero; i corsi d’acqua flessibili e adattabili. Le vedute di Gwangju e della provincia di Jeollanam-do sono, invece, luoghi reali.
Qui il paesaggio non è neutro: è un deposito simbolico, uno spazio della coscienza. Non si offre allo sguardo torinese come semplice immagine esotica, ma come scenario emotivo complesso: gli elementi naturali divengono qui simbolo di memoria e resistenza morale nei momenti di crisi, in netto contrasto con le nostre fratture, le nostre democrazie disgregate, i nostri paesaggi politici che vanno smarrendosi. È un luogo che ci pare lontano nel tempo e nello spazio. Una valle. Una roccia. Ma poi diventa specchio. Che ci guarda. Ci interroga. Ci chiama a vedere con lucidità il nostro presente. Un varco sottile tra bellezza e responsabilità, un invito a entrare dentro un altrove che, passo dopo passo, si rivela tutt’altro che distante.
L’ “adattamento”, inserito nel titolo della mostra, si carica di ambiguità e possibilità: adattarsi a quale storia? A quale sistema? L’arte, in questa visione, non si limita a trasporre forme da un contesto all’altro: interroga il contesto stesso, lo scardina, lo riscrive. Il paesaggio, come strumento espressivo, diviene codice visivo.

“Adapted Sceneries” non è solo una mostra sull’arte coreana: è un esercizio di coscienza, una riflessione profonda sul rapporto tra forme e valori, tra storia e futuro. È una narrazione visiva che parte dal paesaggio per arrivare alla carne viva della Storia. Un ponte tra estetica e testimonianza dove la bellezza non consola, ma interroga.
Con “Haori” e “Adapted Sceneries” il MAO propone due mostre tra le più marcatamente politiche presentate finora confermandosi come spazio di interrogazione ed esplorazione culturale non convenzionale. Un luogo dove la bellezza si intreccia al pensiero. Qui l’arte asiatica è al contempo oggetto e soggetto di dialogo. Non è distanza, ma relazione. Ogni mostra diventa occasione per interrogarsi sul presente attraverso lo sguardo dell’Altro.
E in un’epoca segnata dalla frammentazione, ogni occasione di riflessione condivisa è un gesto politico. Ogni memoria custodita, un atto di resistenza.
Jessica Matarrese

