C’è un sottile corto circuito, quasi perverso, nello scegliere l’ex Mercato del Pesce come epicentro del dibattito architettonico contemporaneo. Un luogo storicamente deputato alla conservazione e al refrigerio che, per il taglio del nastro del Festival dell’Architettura, si è trasformato in una serra di calore primordiale. Un battesimo del fuoco, letterale, che ha costretto la raffinata platea di progettisti e accademici a un bagno di realtà (e di sudore) decisamente poco incline ai canoni dell’antropocene felice.

Laddove la tecnica costruttiva ha fallito, impossibilitata a domare la canicola di una struttura nata per i blocchi di ghiaccio e non per le conferenze al calor bianco, è intervenuto il genio logistico. Nessun dispendioso impianto di climatizzazione mobile, nessuna concessione alla tecnologia spicciola. Gli organizzatori hanno preferito attingere al repertorio della memoria coreografica, distribuendo agli ospiti un palliativo che definire vintage sarebbe un eufemismo: l’arco a tutto sesto di un ventaglio bianco.
L’effetto visivo è stato memorabile. Una distesa di professionisti d’avanguardia, abituati a calcolare flussi termici e impatti volumetrici, intenti a mimare i vezzi di una damigella della Belle Époque.
Un sussulto anni Venti che ha trasformato la platea in un salotto nostalgico, dove il ritmo sincopato del cartoncino sventolato a mezz’aria tentava, invano, di nobilitare l’afa asfissiante. Se l’intento era evocare la resilienza urbana attraverso il minimalismo, l’esperimento può dirsi parzialmente riuscito; se l’obiettivo era il comfort, decisamente meno. Ed è un peccato, perché le condizioni termiche sono andate a detrimento di un programma intelligente, costruito sulle problematiche attuali, sul cambio demografico, sulle esigenze delle famiglie e sulla rivisitazione accorta dell’utilizzo delle case. Fortunatamente i discorsi inaugurali dei politici invitati, inconsapevoli del concetto di brevità, Sindaco della città e Vicepresidente della Regione, non hanno ulteriormente scaldato i cuori.
Ma le suggestioni anacronistiche non si sono fermate alla climatizzazione manuale. Più di una perplessità ha suscitato la rivelazione dell’identità visiva della kermesse.
Nel design, si sa, il confine tra l’omaggio colto e il plagio involontario è una linea d’ombra che solo i grafici più arditi osano calpestare. Il logo del Festival, tuttavia, sembra aver valicato quel confine con una disinvoltura che ha destato più di un sussurro. La composizione geometrica vanta infatti precedenti illustri, così clamorosamente analoghi a marchi già impressi negli annali del branding internazionale da rinverdire il déjà-vu grafico.

Più che una citazione post-moderna, la sensazione diffusa sotto i colpi di ventaglio è stata quella di un riuso filologico un po’ troppo letterale. Resta il dubbio se l’operazione celi un profondo metatesto sul riciclo delle idee,perfettamente in linea con il recupero dell’archeologia industriale o se, più semplicemente, la fretta abbia consigliato di attingere a un “usato sicuro” già ampiamente validato dalla storia.


La manifestazione, dunque, si apre sotto il segno dell’anacronismo: un Festival che guarda al domani, ma si rinfresca come un secolo fa e si firma con i simboli di ieri.

