Ricordare Andrea Bruno, che ci ha lasciato ieri all’età di 94 anni, significa ripercorrere un percorso professionale ampio, articolato e lungo come la famosa manica che progettò in un castello fatiscente che rinacque con una nuova vita e missione: contenere ed esporre l’arte contemporanea. Era il 1984.

Già dai primi progetti degli anni sessanta il suo fare ha dimostrato un carattere, uno stile, riconoscibile fino alle ultime realizzazioni del nuovo millennio.
Architetto torinese di fama internazionale, Bruno è stato un maestro del restauro conservativo, capace di leggere le stratificazioni del tempo negli edifici e di restituirle alla vita con interventi rispettosi e innovativi. Fin dagli esordi, Andrea Bruno ha saputo operare tra conservazione e progetto, ricercando la sincronia e la coesistenza tra le memorie del passato, il presente e l’utopia del futuro. Un atteggiamento operativo che si è consapevolmente collocato oltre la disciplina accademica del restauro, animato da una riflessione critica e teorica secondo la quale il patrimonio storico, lungi dall’essere oggetto di una cieca deferenza, merita al contrario di essere riqualificato, fruito e perfino modificato. Nell’opera di Andrea Bruno la trasformazione è intesa quindi come unica garanzia di conservazione delle memorie attraverso l’architettura.
La sua opera non si è limitata a preservare, ma ha sempre cercato un dialogo tra antico e contemporaneo, convinto che l’architettura storica non sia un mero reperto da imbalsamare, ma un organismo vivente che può ancora dialogare con il presente e ispirare il futuro. I suoi progetti hanno spesso trasformato complessi monumentali in spazi funzionali, mantenendo intatta l’anima originaria e al contempo proiettandoli verso nuove destinazioni d’uso. Tra gli interventi più noti e significativi, spicca in particolare il restauro del Castello di Rivoli e della sua Manica Lunga (1978-2000), trasformato sotto la sua guida in uno dei più importanti musei d’arte contemporanea, un intervento che ha saputo valorizzare la storia dell’edificio pur aprendolo a nuove funzioni e linguaggi artistici.

Ciò che ha distintamente caratterizzato l’approccio di Andrea Bruno è stata la sua capacità di trascendere i confini locali e nazionali, portando l’architettura italiana, e in particolare il restauro, su un palcoscenico globale. A partire dagli anni settanta si è distinto a livello internazionale per l’attività di consulente dell’Unesco per la salvaguardia del patrimonio monumentale in Medio ed Estremo Oriente. Attraverso i suoi numerosi interventi sui siti UNESCO in diverse parti del mondo – dall’Afghanistan con il restauro del minareto di Jam, al Marocco, all’India e oltre – Bruno ha dimostrato come la sensibilità e la competenza nel campo del restauro possano essere applicate con successo in contesti culturali e geografici diversissimi. Questa apertura al mondo, unita alla sua partecipazione a progetti internazionali e alla sua attività didattica in prestigiose università straniere, ha contribuito in modo significativo a “sprovincializzare” l’architettura italiana, dimostrando la sua rilevanza e la sua capacità di dialogare con le sfide globali della conservazione e dell’innovazione.
Andrea Bruno è stato a lungo docente di Restauro Architettonico, inizialmente presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, dove si laurea nel 1956, e dal 1991 sia presso il Politecnico di Milano che all’Università Cattolica di Lovanio. È stato un punto di riferimento per generazioni di architetti, un esempio di come la passione, la ricerca e il rigore metodologico possano tradursi in opere di straordinario valore, capaci di influenzare il dibattito architettonico ben oltre i confini nazionali.
Tra i suoi progetti realizzati a Torino non si possono non citare la casa studio di Ezio Gribaudo, il dimenticato ipogeo posto sotto Palazzo Carignano, le cui fonti di luce continuano ad essere incomprensibilmente coperte da lastre d’acciaio, poi Palazzo Mazzonis trasformato per divenire il Museo di arte orientale nel 2008.

Anni addietro l’architetto desiderava regalare alla città il proprio archivio. Un secco rifiuto da parte del Comune come risposta fece la fortuna di Venezia dove lo Iuav lo ha subito accolto.
La sua eredità non risiede solo negli edifici che ha salvato e reinventato, ma anche nella sua visione dell’architettura come strumento di cultura e conservazione identitaria in un’ottica globale. Un approccio che ha saputo coniugare la tutela con la valorizzazione, lasciando un segno indelebile nel panorama dell’architettura e del restauro internazionale.

