Altarini del bosco.

Fine d’agosto. Il controesodo è iniziato. Ancora poche ore e le auto, incolonnate in prossimità dei caselli autostradali, riprenderanno a occupare le città. Ma il caldo estivo non sembra voler cessare. In montagna invece si respira; inoltre è tempo di manifestazioni sportive e di sagre.

A Usseglio, nella valle di Viù, all’alba del primo di settembre, prende avvio una gara piuttosto speciale, di più, terribile & magnifica, come è definita nel dépliant.  Si tratta di “La via di Annibale. Sky Marathon”. Il condottiero cartaginese, ventitré secoli fa (218 a.C.), nella sua calata verso Roma, passò, secondo i valligiani, nel sovrastante Colle dell’Autaret. Tale ipotizzato transito è il pretesto per una maratona verso il cielo nella quale, alla classica distanza di 42 km, si aggiunge un dislivello  di ben 3500 metri.

Altarini del bosco.

 

Insomma, come vuol suggerire l’immagine in photoshop usata per pubblicizzare l’evento  – su di un fondale montuoso innevato corre un giovane uomo a torso nudo e provvisto di un elmo corinzio – una competizione per la quale è richiesta un’aitanza simile a quella di  una statua greca di atleta-soldato. L’evento sportivo che si svolge, cito dalla brochure, in un ambiente naturalmente integro dove l’altitudine, il sole, il vento e la neve sono i dominatori e padroni è preceduto dalla pulitura dei sentieri a media quota. I soli che possa permettermi di salire.

Anticipando di un giorno i maratoneti e le maratonete (non sono poche le donne iscrittesi), li percorro lentamente, munita di macchina fotografica, ma finirò per usarla per ben pochi scatti. Per qualche ragione non riesco a documentare il brutto. E’ sempre stato così. Sarebbe, in questo caso, come raccogliere funghi velenosi.

Altarini del bosco.

Altarini del bosco.

In una frazione le poche case ancora abitate nella stagione estiva sono avvilite da aggiustature fatte con materiali disparati e da arredi di recupero. Per il resto: tetti di lose sfondati, muri diroccati e legnami imporriti. Mi resta l’inquadratura di un portone alla cui base si vede intagliata una lunetta, credo, per consentire al gatto di fare il proprio dovere; di un piccolo uscio di un delicato colore verderame; di una casa di pietra con una parete alla quale è appesa una slitta il cui  legno sembra levigato dal moto ondoso del mare. Stretta e lunga, sui due pattini, uno dei quali è monco, rimangono tre montanti verticali a reggere due assi trasversali. Serviva per il trasporto del fieno, del letame e della legna. E’ la slitta alpina classificata, nello straordinario repertorio di cultura materiale e artigianato “Il lavoro dei contadini”, di Paul Scheuermeier, compilato dal 1919 al 1935 (Longanesi, 1980), alla pagina 127 del secondo volume. Un modo per assicurarne la sopravvivenza, seppure immateriale. 

Altarini del bosco.

Altarini del bosco.

Lasciata la frazione, il bosco si infittisce e i ripari costruiti dagli uomini per sé e per gli animali si diradano.  Le costruzioni in pietra sono ormai ruderi, tanto che gli aceri attorno, come mossi a pena,  hanno deciso di sostenere o far compagnia ai pochi muri rimasti in piedi, appoggiandovisi, circondandoli o crescendo al loro interno. In un punto il crollo è completo e i materiali lapidei e lignei emergono dal sottobosco rivestiti di muschio. Tuttavia l’assenza di manufatti estranei fa si che il luogo abbia un suo fascino e meriti di essere fotografato.

La particolare conformazione del pendio insieme a porzioni di muri a secco e a montagnole di pietre sono ciò che resta degli antichi terrazzamenti, costruiti allo scopo di ottenere del terreno pianeggiante da coltivare.  

Ho sempre pensato che gli insediamenti della civiltà alpina, fatti di infinite pietre ricavate dalla montagna, ciascuna lavorata in ragione della sua funzione, nel loro insieme siano un’opera straordinaria, paragonabile alle piramidi, con la differenza sostanziale di essere l’espressione non di una volontà autoritaria e coercitiva, ma di piccole comunità lontane dai poteri centrali e dunque discretamente autonome. Questo pensiero s’intreccia alla riflessione sul come conservare ciò che ancora resta di tale civiltà.

Altarini del bosco.

Servirebbero squadre d’angeli, capaci di restaurare le costruzioni in modo perfetto e in punta di piedi, così da non calpestare l’erba e i fiori attorno. Esse sarebbero le sole esenti dal peccato di abbandonare nei pressi materiali e attrezzi. Altri angeli specializzati in colture dovrebbero incaricarsi di ricreare i campi di segale e di canapa, i frutteti e gli orti. E ancora si tratterebbe di trovare maestranze angeliche per garantire l’antico scorrimento delle acque e la reintroduzione di tutti gli animali, mucche, pecore, capre, asini e persino api.

Tutto questo è comunque ben poco a confronto di ciò che poi spetterebbe all’uomo: continuità e cura. Nell’attesa che ciò avvenga, negli altarini del bosco, privi delle loro statue votive, crescono felci e arbusti.

Anna Maria Colombo