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Copertina de L’uomo nel metrò

Svogliato e pigro, quanto meno in apparenza, Jean si sente un intellettuale, sognatore e velleitario; in realtà è poco più di un impiegato, frustrato e abitudinario. Viene dalla provincia, ma ora vive e lavora a Parigi, dove peraltro si sente esule e basta un nonnulla a riportarlo agli anni dell’infanzia e a restituirgli la fragranza di atmosfere lontane.
Un’esistenza grigia e anonima – la sua – a far da sfondo lo scorrere monocromo dei giorni nello squallore di un ufficio di una ditta a metà strada tra agenzia artistica e società di consulenza per l’editoria e lo spettacolo, dal quale in realtà egli evade spesso, fantasticando e sognando ad occhi aperti. Guidato da una sorta di bizzarra  quanto patologica ipersensibilità olfattiva, Jean finisce per identificarsi coi musicisti che di volta in volta gli accade di incrociare, indotto da prosaiche ragioni di servizio. Sicché, sempre più spesso sperimentando una condizione di costante straniamento, gli sembra di vivere «nella pelle dei singoli compositori», quasi «assumendone misteriosamente l’identità».
In bilico tra sogno e fantasticheria, spesso suo malgrado si trova catapultato in un’incredibile quantità di avventure, uno scenario privilegiato in cui collocare l’anziano Saint-Saëns che va a svernare in Algeria o l’iberico De Falla, ma anche occasione per evocare il viaggio italiano di Mendelssohn. E i sordidi bassi fondi di Buenos Aires dai quali Piazzolla trasse ispirazione per sensuali Milonghe e conturbanti Tanghi.
L’ex ufficiale di marina Rimskij-Korsakov e il filantropo Schweitzer, provetto organista; il settecentesco Scarlatti in gara col sommo Haendel e lo sfortunato Granados incappato per tragica fatalità in una morte prematura. E ancora il novecentesco Britten che rientra fortunosamente in Europa a bordo di un cargo norvegese, in pieno clima bellico, i poco noti Yon e Delius e perfino Beethoven ‘spiato’ attraverso il buco della serratura da un’analfabeta e incolta domestica. Da ultimo l’indicibile abbaglio di un possibile scoop che, per il tramite del semi sconosciuto Schobert, lo conduce addirittura sulle tracce di Mozart, o più propriamente lo induce a rincorrere un’inesistente serie di Variazioni e così pure lo spinge a solipsistiche riflessioni sul significato dell’arte, sul senso della vita e della morte e lo porta talora allo scavo nei meandri oscuri e tra le zone inesplorate dell’animo umano.
Un racconto cornice – quello che ha per protagonista Jean – va componendosi a poco poco come un puzzle, dipanandosi entro i vari episodi dagli allusivi titoli ‘musicali’, a far da collante ad altrettanti racconti: volti ad evocare di volta in volta musicisti celeberrimi ed altri meno noti ai più, ritratti nel divenire della loro quotidianità.

Racconto estratto dal libro “L’uomo nel metrò” di Attilio Piovano edito da Il Corriere Musicale.

Attilio Piovano è nato a Torino nel 1958. È musicologo e scrittore, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (Mursia 1995), i racconti musicali La stella amica (Daniela Piazza 2002) e Il segreto di Stravinskij (Riccadonna 2006), i romanzi L’Aprilia blu (Daniela Piazza 2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (rue-Ballu 2009, prefazione di Uto Ughi). Coautore di una monografia su Felice Quaranta (con Ennio e Patrizia Bassi, Centro Studi Piemontesi 1994), del volume Venti anni di Festival Organistico Internazionale (con Massimo Nosetti, 2003), curatore e coautore del volume La terza mano del pianista (Testo & Immagine 1997).

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