Come le peggiori cassandre avevano previsto il Salone del Libro scivola sui binari dell’alta velocità e va a insediarsi con altrettanta rapidità a Milano, o più correttamente nel polo fieristico di Rho. Che a dirla tutta è molto più bello del Lingotto, sotto tutti i punti di vista.
Impossibile non viverlo come un dolore, una perdita. Non solo per l’idea, per quello che ha significato, per il pregio che dava averlo inventato; ma per quel senso di compiacimento orgoglioso che si prova per un cucciolo cresciuto in città e divenuto grande e importante nel mondo.
Ora, freschi di scottatura, di tristezza, amarezza e sdegno una richiesta, legittima e imperiosa sale a cercare le responsabilità, i responsabili, quelli che senza mezzi termini vanno chiamati con il loro nome. I colpevoli.
Perché quello che è successo è frutto di una colpa che bisogna considerare. Oltre alla giustizia, ai tribunali, che seguiranno il corso del loro operare, sarebbe doveroso che qualcuno chiedesse scusa.
Che chi di dovere, e sappiamo benissimo tutti chi sono, nomi e cognomi, si alzassero e dicessero: siamo stati noi. Noi abbiamo trasformato un gioiello in chincaglieria, abbiamo trasformato il vino in acqua avvelenata.
Siamo noi gli untori e abbiamo fatto un’onta imperdonabile alla città. Si potesse fare una class action contro chi ha indecorosamente permesso tutto ciò, sarebbe utilissima anche se non ripagherebbe il mal tolto ma è possibile che funzioni di più una feroce maledizione.
Attendiamo le scuse.
Conoscendo i soggetti sappiamo già che non arriveranno. Mai.
Salone del libro