imagesL’atteso count down ormai è iniziato. Al via i “1000” giorni del governo Renzi, scanditi dal tic toc sul sito passopasso.italia.it. Tra le proposte per cambiare lo Stivale il tanto discusso Jobs Act. Realizzata la prima parte della riforma del lavoro con il decreto Poletti, il resto è in Commissione al Senato. Il modello di riferimento sembra essere la Germania, passata, controcorrente rispetto a un mercato del lavoro sempre più in difficoltà, dal 10,5% di disoccupazione prima della crisi al 5,3% odierno. A concretizzare il “miracolo tedesco” sono state le cosiddette quattro leggi Hartz, elaborate dall’ex capo del personale alla Volkswagen Peter Hartz incaricato da Schroeder di riformare il mercato del lavoro e approvate tra il 2003 e il 2005.
Punto di forza del Deutsch Wunder  sembrano essere gli ammortizzatori sociali e la formazione professionale. Il sussidio di disoccupazione e il sussidio sociale sono stati fusi ed estesi a tutti, a patto però che il disoccupato dimostri di essere alla ricerca attiva di un lavoro. Secondo il sistema di placement, inoltre, i cittadini senza un’occupazione vengono sollecitati dalle agenzie di collocamento con proposte lavorative; queste però non possono essere rifiutate, pena una sanzione e la sospensione delle sovvenzioni.
Un sistema, quello tedesco, che ricalca il modello Danese di flexicurity. A far discutere e a lasciare particolarmente critici è però l’eccessiva precarietà presente nel modello tedesco. Con la seconda legge Hartz, infatti, sono stati introdotti i MiniJob, che non prevedono contributi, e i Midjob, che prevedono una retribuzione massima di 400 euro al mese. In pratica il lavoratore stipula un contratto atipico senza tutele ne certezze, e i datori di lavoro pagano allo stato come tasse un importo del 2% della retribuzione lorda, mentre per quanto riguarda l’assicurazione sanitaria se la cavano con un importo forfettario.
E’ vero, quindi, che in Germania l’occupazione complessiva è aumentata per otto anni consecutivi, ma è anche vero che c’è stato un aumento vertiginoso dei minijob  e dei lavoratori con uno stipendio molto, ma molto basso. Le domande quindi sorgono spontanee: l’aumento dell’occupazione ottenuto a pessime condizioni lavorative è comunque da considerarsi un successo? La dignità del lavoro e del lavoratore sono valori sacrificabili? Se il posto fisso è ormai anacronistico, lo deve essere anche il lavoro giustamente retribuito?