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Il suo casco le ricordava tutto.
Ogni tanto lo prendeva e lo rivoltava guardandoci dentro. Li incominciava a sentire le voci, l’universo dei rumori ovattati. Sapeva dei suoi viaggi come nelle conchiglie, dicono, si senta il mare. Averlo sul comodino era la sua sicurezza. Spesso veniva a trovarla l’uomo grigio dai capelli rasati e dai lunghi baffi a ferro di cavallo che appoggiava la sua bottiglia accanto al casco e le lasciava le ore di sonno contate. Al mattino la svegliava il rumore del quattro cilindri ancora freddo in cortile e l’odore di whisky bourbon che emanava dalla bottiglia. Le ultime gocce finivano nel suo caffé corretto che sorseggiava un po’ malinconica senza eccessivo piacere. Poi presto pronta scendeva e tenendo la maniglia del cancello sollevata guardava la motocicletta lenta cigolare verso la strada.
Accarezzò dolcemente la schiena che le si protendeva davanti già ricurva sul manubrio e mettendo il casco pensò che le era proprio indifferente a chi appartenessero quei guantoni in quel momento. Potevano spuntare anche copiosi capelli lunghi, lei li avrebbe guardati svolazzare al vento pur di viaggiare. Ne aveva bisogno, un impulso quasi violento che non sembrava placarsi mai. Possibilmente l’eternità con l’orecchio destro immerso nella pelle nera e le mani pressate in un torace a guardare il mondo che non la vedeva. Prima che si accorgessero di lei aveva già avuto il tempo di essere troppo lontana.
 
Giovanni Battaglino