IMG_2010
Primo giorno all’Ulpan,  istituto per imparare la lingua ebraica.
Arrivo trafelata, ma puntuale al secondo, l’insegnante sta facendo l’appello. Entro senza davvero vedere le facce di quelli che saranno i miei compagni per i prossimi mesi, voglio solo trovare uno spazio libero e aprire il mio bel quadernetto intonso con l’etichetta “ULPAN”.
L’aula è simile a quelle delle università, con i banchi unici e lunghi, ma un po’ più carina, un po’ più piccola. Sono in seconda fila e accanto a me, con la coda dell’occhio, vedo sulla sinistra una ragazza giapponese, sulla destra un’altra orientale ma con la pelle molto più scura. Dicevo, l’appello…beh, non è così semplice pronunciare i nomi di questa moltitudine indefinita di persone, senza svilire l’identità di nessuno, senza offendere chiedendo delucidazioni nella lingua sbagliata. In pochi minuti mi accorgo che in questa aula è presente il mondo: Brasile, Australia, America, Germania, Francia, Danimarca, Serbia, Croazia, Giappone, Argentina e ovviamente, Italia.
Inizialmente eravamo due italiane. Dopo la prima mezz’ora di lezione l’insegnante ha detto “Bravò” a qualcuno della prima fila che aveva risposto correttamente e lei -l’altra italiana- ha esordito dicendo: “finalmente una parola in italiano!” Non ho fatto in tempo a vergognarmi, 1- perché mi sono accorta che nessuno aveva compreso, 2- perché, subito dopo, la signora in questione ha acchiappato borsetta e cappotto e ha guadagnato l’uscita.
Mi sono fatta coraggio dicendo a me stessa che almeno non avrei trascorso l’intervallo parlando con un’italiana…male che vada prendo il caffè ascoltando il russo o il tedesco in mezzo agli altri, chissà che nel frattempo non subentri anche una terza lingua….Ma, in effetti mi ero fatta troppo coraggio, perché dopo la prima ora, mi sentivo come se avessi zappato sotto il sole per una dozzina di ore e ho visto una sorta di fumo uscirmi dalle orecchie…
“Mezuiàn” (eccellente), dice l’insegnante! Questa è la lettera MEM (ovviamente traduco, perché nella realtà lei alterna l’ebraico con spiegazioni in fraruing-mio neologismo-che sta per :francese, russo, inglese) e io diligentemente mi accingo a scrivere MEM, prima in ebraico e poi con le “mie” lettere, perché lo devo sapere cosa ho scritto, no?
Ed ecco che lei aggiunge: questa lettera la vedete così sul computer e sui giornali, ma noi la scriviamo in modo diverso…e così scrivo mem in corsivo e, dando benzina alla mia automotivazione, mi dico che in fondo anche noi abbiamo due alfabeti, uno è stampatello e un altro è corsivo….ma no, non è finita qui. Scusate, dice, però- quando si trova in finale di parola- MEM si scrive così xxx e così xxx se lo vedete sul giornale. Insomma, questa lettera si scrive in 4 modi diversi e ogni volta che la scrivo devo anche trascrivere che cos’è fra parentesi se no non me lo ricordo. La cosa più interessante è che per 40 anni ho usato la N come enne e invece ora devo imparare che è una MEM, cioè una emme. Riepilogando: 4 modi diversi di scrivere la stessa lettera e due traduzioni fra parentesi (cosa è e come si pronuncia), moltiplicato per 22 lettere …..
Colpita dallo sconforto…all’annuncio dell’afsakà (pausa), parola che tutti abbiamo imparato al volo, decido di concedermi un bel caffè e una sana sigaretta nel giardino della scuola, così mi dirigo al piano di sotto in cerca della macchina del caffè. Dopo una coda lunghissima (si vede che lo sconforto non era solo il mio) arriva il mio turno e comprendo il perché della lunga attesa: mi trovo di fronte all’immagine di circa 30 tazze tutte uguali e dallo stesso colore, ma con scritte diverse, in ebraico ovviamente. Quale scegliere? Mi sembra di essere dal tabaccaio e dover indovinare il gratta e vinci milionario….ho solo 3 shekel in moneta e non posso sbagliare.

Mi giro e vedo lo stesso sconforto negli altri, allora mi rigiro verso la macchina incomprensibile e decido di affidarmi alla fortuna, e, fingendo consapevolezza per quel che sto facendo, pigio un tasto a caso, pregando silenziosamente che esca fuori qualcosa di commestibile e caldo. Attendo qualche secondo, con la sicurezza che cento occhi alle mie spalle siano nella stessa trepida attesa, sento il rumore della bevanda in preparazione, poi all’improvviso si ferma, silenzio. Allungo la mano e prendo il bicchiere, è caldo. Mi sposto per far spazio al prossimo e tutti guardiamo dentro: sembrerebbe The, assaggio, annuisco e lo dico: THE.
Parola internazionale, tutti capiscono e io mi allontano fingendomi soddisfatta e con la tristezza nel cuore, perché la nuvoletta nella mia testa diceva: espresso- caldo-forte e fumante. Esco fuori e mi accendo una sigaretta, ha il sapore del ristoro, del premio meritato. Mi guardo intorno e sento sulla pelle il mio disorientamento e quello degli altri, ognuno lì con la propria storia, con i propri perché. Siamo tutti diversi ma con la stessa domanda negli occhi: cosa ci faccio qui? Perché ho deciso di imparare questa lingua assurda? Perché non possiamo comunicare tutti allo stesso modo? C’è qualcosa di chiaro e allo stesso tempo di indicibile che non vuole traduzione, che non vuole essere spiegato ma che crea un contatto fra di noi. Vestiamo abiti diversi, abbiamo occhiali, capelli, colori, posture differenti. Siamo stanchi, non abbiamo voglia di conoscerci e scoprirci. Sappiamo solo che siamo qui, nello stesso posto, alla stessa ora e vorremmo essere altrove. Perché a casa nostra abbiamo un’identità e magari una professione, e se abbiamo bisogno di qualcosa la chiediamo e se vogliamo un caffè sappiamo quale pulsante premere.
Non siamo arrabbiati, siamo solo un po’ frustrati, perché magari pensavamo di poterne fare a meno o dannazione, speravamo non fosse così difficile. Recuperiamo il sorriso, la pausa è finita e ci avviamo in classe. La nostra insegnante ci osserva e comprende, chissà quante migliaia di volte ha visto questi sguardi! Ci conforta con benevolenza e ci invita a ripetere con lei le parole di una breve canzone in ebraico; per due o tre volte sbagliamo la pronuncia, ma lei, instancabile, ripete, ripete e ripete. Dopo pochi minuti ci ritroviamo ad intonare le poche parole di questa canzone, ho la sensazione che sia nata una musica in sottofondo. Stiamo cantando tutti insieme e per la prima volta mi guardo attorno, mi giro verso i miei compagni, e li vedo.
Siamo una classe di immigrati che ha deciso di provare ad imparare questa strana lingua. Non sappiamo ancora se ci riusciremo, ma oggi, con la nostra nuova grammatica in mano, usciamo dall’Ulpan con una speranza in più.
Stefania Scarduelli

Mit Viagra generika ist es einfach – Lasix. Wir geben professionelle Beratung. Go to meet one’s maker Paracelsus-Kliniken haben mehrere medizinische Schwerpunkte.