Nella primavera del 2012, alcune settimane prima del concerto di Bob Dylan, mi è venuta l’idea di raccontare l’attesa di Barolo.

Mi è sembrato da subito che la sproporzione fra la portata globale dell’evento e la dimensione iperlocale di un borgo di 700 abitanti si potesse prestare a un’interessante indagine su quel territorio. Ho immediatamente proposto a Stefano Rogliatti – con il quale avevo collaborato per un portale di informazione locale, QP – questo progetto e Stefano ha risposto con grande entusiasmo, portando alla mia idea di racconto il suo solido bagaglio di esperienza nella produzione di documentari (penso soprattutto a Shlomo. La terra perduta e agli ottimi riscontri che sta ottenendo in giro per l’Italia e per l’Europa) e video, uno sguardo “fotografico” attento al racconto per immagini e la sua grande capacità di entrare immediatamente in empatia con persone e situazioni.
La produzione si è svolta durante l’edizione 2012 di Collisioni. L’apporto fornitoci dal sindaco Walter Mazzocchi e dal vicesindaco Franco Sandrone è stato decisivo per calarci nello spirito del luogo: sono stati loro a suggerirci una visita ai due personaggi centrali del doc, due filosofi dell’enologia, anzi due filosofi tout-court, capaci di raccontare il vino come un tassello fondamentale per le relazioni umane, ma anche come un’entità capace di regalare emozioni non così distanti da quelle dell’arte.
Un documentario di questo genere non può essere circoscritto in una sceneggiatura di ferro, ma deve aprirsi alla casualità, agli incontri, alcuni dei quali sono stati, per noi, indimenticabili. Stefano ha individuato la chiave di lettura fotografica adatta alle più svariate situazioni. È, il nostro, un documentario “solare” e festoso, nel ritmo, nell’illuminazione e nelle intenzioni. Ma ci sono anche momenti di raccoglimento e di riflessione, in cui la luce si attenua e l’attenzione si sposta sui volti e sulle parole.
La fase di post-produzione è stata altrettanto interessante. Il montaggio è il momento della verità. Per me si è trattato della prima esperienza in tal senso. Ero stato messo in allerta dalla gente di cinema: “Con il montaggio si può anche rovinare un buon girato, ma difficilmente un pessimo girato si può migliorare con il montaggio”. Insomma, al montaggio si ha sempre tutto da perdere e nulla da guadagnare. Ci siamo presi tre mesi di tempo in maniera complementare ai nostri impegni professionali e abbiamo sfoltito, tagliando ciò che non era necessario e valorizzando ciò che ritenevamo centrale. Grazie alla conoscenza degli strumenti di montaggio, Stefano è riuscito a risolvere brillantemente alcuni problemi che ci avevano preso in contropiede al desk. Dopo circa tre mesi abbiamo chiuso il montaggio.
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Ma ci sono altre persone che hanno lavorato al film. Penso soprattutto a Renato Di Gaetano, la seconda unità che ha contribuito al doc con uno sguardo originale, attento ai dettagli e alle caratteristiche del luogo. Un motivo di grande soddisfazione è stato poter coinvolgere nel progetto gli Jupiter Forest, una band dublinese il cui “mood” folk si sposa perfettamente con le immagini e con il personaggio che è il punto di fuga del nostro racconto. Stesso discorso per il manifesto ideato dall’artista Paula Dias che ha saputo cogliere in maniera estremamente efficace l’anima della nostra narrazione.
Dopo aver debuttato lo scorso 17 luglio al Cecchi Point, all’interno della rassegna Un’estate al cinema, ed esserci aggiudicati il premio di Miglior cortometraggio al Festival Internazionale Tutti nello stesso piatto, inizieremo presto un nuovo ciclo di proiezioni: giovedì 27 febbraio apriremo Cherasco Movie, manifestazione che si svolge nell’omonima cittadina cuneese, lunedì 10 marzo saremo al Teatro Matteotti per la serata di Officine Piemonte Movie dedicata a Bob Dylan e domenica 23 marzo a Cuneo per il Fest Fest, il Festival delle feste europee.

Davide Mazzocco

Miglior cortometraggio Festival Internazionale Tutti nello stesso piatto 2013 – Trento
Un’estate al cinema 2013 – Torino
Officine Piemonte Movie 2014 – Moncalieri

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