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Quante volte ci è capitato di vedere un’opera lirica, o un balletto, o di assistere ad un concerto e di ammirare la tecnica e la precisione del gesto del danzatore o dell’esecutore? Profani o appassionati, capiamo subito che dietro quel passo di danza, o quel do di petto non c’è solo un indiscutibile talento, un dono della natura, ma anche e forse soprattutto anni di duro lavoro.
La naturalezza con cui il concertista accorda il suo strumento non ci inganna; quella partitura è stata provata e riprovata decine di volte prima di essere pronta. Ci è facile immaginare le ore del pianista spese con passione a studiare il proprio strumento, o del danzatore ad apprendere fino a renderli apparentemente semplici, passi e gesti che per noi spettatori sarebbero impossibili.  Nessuno si stupisce se durante un’intervista sente una soprano o un tenore parlare delle ore esercizi tecnici sulla sua voce. In fondo, il compito di questi artisti passa attraverso un impegno che rende una cosa comune, muoversi, cantare, suonare, qualcosa di eccezionale, talmente eccezionale da essere incontestabilmente il prodotto di un duro lavoro.
Tutti sappiamo canticchiare, muoverci più o meno a ritmo, tamburellare con le dita producendo ciò che ingenuamente chiamiamo “musica”, ma la distanza tra noi e un cantante lirico, un danzatore o un concertista è talmente grande da non lasciare ombra di dubbio: a un indubbio talento non può non aggiungersi una dedizione, un impegno, un lavoro tecnico altrettanto grande. Incredibilmente lo stesso non avviene con la recitazione.  L’arte dell’attore ci incanta perché non si fa notare, perché rende normale l’eccezionale e  in un certo senso ci inganna.

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Daimon Teatro

E’ il paradosso della recitazione; la capacità di riprodurre la normalità a comando. I personaggi che ci appassionano vivono magari avventure straordinarie, ma le loro emozioni sono quelle di tutti noi: amano, odiano, hanno paura, si sfidano a superarla etc., ed in fondo è proprio per questo che ci coinvolgono; quando gli interpreti sono davvero bravi, ci fanno credere che le loro emozioni siano vere, pure se in situazioni estreme. E’ l’abilità di vivere onestamente all’interno di circostanze immaginare e questa abilità non è magia o un dono divino, ma il frutto di studio, dedizione verso una tecnica, un metodo che contrariamente a quanto si crede non frena la creatività, il genio, ma piuttosto amplifica il talento e impedisce che vada sprecato.
La prossima volta che vedremo un’interpretazione cinematografica o teatrale che ci emoziona, fermiamoci a pensare che anche la recitazione, come tutte le arti, richiede un duro lavoro e tanto impegno impegno per far sembrare normale l’eccezionale.
Giacomo Pace
in collaborazione con Daimon Teatro
www.daimonteatro.it
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