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Nuovo strumento della Borsa Italiana per i finanziamenti: l’Elite Basket Bond.

Pubblicato da alle 16:52 in Economia, Innovazione, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Nuovo strumento della Borsa Italiana per i finanziamenti: l’Elite Basket Bond.

Elite Basket Bond : La piemontese Officine Metallurgiche tra i primi dieci. Attivato un nuovo strumento della Borsa Italiana che consente anche alle imprese medie e medio-piccole di ottenere finanziamenti non dalle banche, ma dal mercato e, in particolare, dagli investitori istituzionali, normalmente interessati alle grandi aziende. Ecco, in poche parole, cos’è l’Elite Basket bond, obbligazione dalle caratteristiche assolutamente originali e iniziativa che, appena varata, appare già destinata a un’ampia diffusione. Dieci le imprese che partecipano alla prima operazione di Elite Basket Bond, da 122 milioni di euro. Tra queste spicca la piemontese Officine Metallurgiche G.Cornaglia. L’azienda dell’omonima famiglia torinese, che ne è anche alla guida, condivide con le altre nove, pro quota, il prestito obbligazionario decennale sottoscritto dalla Bei (Banca europea degli investimenti) per il 50%, dalla Cdp-Cassa Depositi e Prestiti per il 33% e da altri investitori istituzionali per la parte restante. Il nuovo bond, ideato e strutturato da Banca Finint, è peculiare anche per la garanzia fornita in forma mutualistica dalle stesse società emittenti, così che ognuna è responsabile (entro certo limiti) della performance delle altre nel caso di mancato pagamento del capitale o degli interessi relativi alla propria quota dell’obbligazione “consortile”. Ognuna delle dieci imprese, tutte appartenenti al Progetto Elite, che sostiene le Pmi e ne favorisce la quotazione in Borsa, ha emesso un proprio minibond, che poi è stato impacchettato insieme agli altri dalla società veicolo che a sua volta, strutturata appunto da Banca Finint, ha emesso le obbligazioni Elite Basket. Il successo del primo Elite Basket Bond, presentato pochi giorni fa a Piazza Affari, è tale da giustificare la previsione che ne sarà emesso il secondo entro l’estate. Rodolfo Bosio...

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Il Captain Cap. il Cappello di cui non potrete fare a meno.

Pubblicato da alle 13:23 in I nuovi Shop, Innovazione, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Il Captain Cap. il Cappello di cui non potrete fare a meno.

Il Captain Cap è il Cappello del futuro. Il Captain Cap è il must have del momento, l’accessorio più ricercato e cool che ha già fatto innamorare mezzo mondo e promette di conquistare (in un futuro non troppo lontano) anche il più esigente pubblico maschile.  È il Captain Cap, il cappello del capitano. Il nome non potrebbe essere più azzeccato. D’altronde, ça va sans dire, il vero potere è in mano alle donne; avevano solo bisogno della giusta corona che meglio definisse la loro vera natura: regine sì, ma con stile. Perfetto per tutte le età e per tutte le esigenze, il basco con la visiera si è imposto sulle più importanti passerelle del mondo, rispolverato con ammirevole lungimiranza dai ruggenti anni 60 e riadattato secondo i gusti del nuovo millennio.   Nemmeno le top model hanno resistito al suo fascino senza tempo: Bella Hadid ne ha fatto un vessillo del suo stile trasgressivo-naïf; la dea dello street style Kate Moss lo unisce – impeccabilmente, inutile dirlo – al suo inconfondibile e ultra imitato stile British.Non siete ancora convinti? Allora eccovi servite cinque più che valide ragioni per tenerlo nell’armadio vita natural durante: 1 – Sta bene a tutte. Non si deve per forza assomigliare a Naomi Campbell per poterlo indossare. Il Captain Cap renderebbe affascinante anche Woody Allen. 2 – Sta bene con tutto. Sfatiamo subito il luogo comune che per apparire al meglio occorrano sacrifici e interminabili vagabondaggi ai centri commerciali: spesso basta qualche piccolo accorgimento per far passare un look scialbo come un’oculata scelta di stile. Il captain cap non teme rivali in questo. 3 – L’icona dello stile per eccellenza, Brigitte Bardot, lo adorava. E quando c’è di mezzo Lei, raramente, si sbaglia. Nella sua nutrita e ben nota collezione di cappelli, il baschetto visierato occupava il posto d’onore. Non importava quale fosse la stagione o l’outfit, la ribelle BB non ci rinunciava mai; che si trovasse a passeggiare per le stradine acciottolate della sua St Tropez o all’aeroporto, pedinata dai paparazzi. Sempre con una buona dose di spregiudicatezza, ovviamente. 4 – È perfetto con ogni tipo di acconciatura. Che si abbia capelli lunghi, corti, ricci, lisci o, perché no, bagnati dopo un tuffo al mare, non c’è cappello di paglia o copricapo a banda larga che regga il confronto con il berretto delle meraviglie; 5 – Ringiovanisce più di qualsiasi crema antirughe.   La caccia perpetua a una pelle morbida e vellutata come quella di una ventenne è una sciocca attività per una donna che ha fascino e stile. Un tocco più casual al vostro look può fare miracoli. Tangibilissimi. Ilaria...

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L’Environment Park promuove le tecnologie eco-friendly. Le aziende si tingono di verde.

Pubblicato da alle 09:57 in Economia, Innovazione, Prima pagina, Università | 0 commenti

L’Environment Park promuove le tecnologie eco-friendly. Le aziende si tingono di verde.

  In tempi in cui emissioni, inquinamento e ambiente diventano sempre più i termini obbligati del lessico della politica e delle aziende, Torino si attrezza di un polo d’avanguardia che punta a coniugare diverse esperienze e idee aziendali per accelerare le innovazioni. Si tratta dell’Environment Park, Parco Scientifico Tecnologico per l’Ambiente, situato in via Livorno 60.  Il concetto che propone è quello di far comunicare imprese ed enti sensibili allo sviluppo di tecnologie eco-efficienti. Una sorta di campus in cui le imprese trovano la possibilità di raccogliere e unificare idee, progetti, strategie. Un metodo operativo che promuove la sensibilità per lo smaltimento rifiuti, energia pulita, risparmio energetico e tutto ciò che possa rientrare nella categoria “green”.  Co questa prospettiva l’EnviPark ha ospitato una conferenza stampa per raccontare la storia di quattro aziende che hanno puntato su Torino per lanciare il proprio business. Si tratta di Altair, Axodel, Iljin e Irion, quattro realtà di successo che, usufruendo delle infrastrutture e delle risorse dell’Environment Park, hanno potuto trovare terreno fertile per i loro investimenti e occasione per accrescere e sviluppare le loro attività.  Compattare i tempi e i costi della produzione di prodotti, servizi di telematica “on board”, soluzioni energeticamente più efficienti e attente alle emissioni inquinanti, sviluppo di software per la gestione dei Big Data. Questi sono gli obiettivi e la stella polare della ricerca delle quattro aziende che ieri hanno raccontato la propria storia all’Environment Park. Grossi fatturati annui e assunzioni in espansione, sembrano essere gli indicatori di un mercato, quello che va dalla gestione dei big data al settore dell’automotive, in forte crescita che sta determinando la fortuna di queste aziende. Certamente puntare su Torino è il risultato di un’operazione strategica: la forte tradizione automobilistica presente sul territorio, la possibilità di collaborazione con il Politecnico di Torino, lo sfruttamento dell’EnviPark e la vicinanza con città strategiche dal forte potenziale economico, ha permesso a queste quattro imprese di trasformare il proprio progetto in realtà vincenti e di successo. Emanuele Oliva Home...

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La rivoluzione è qui e si chiama 4.0. Dentro all’evoluzione digitale per innovazione e competitività.

Pubblicato da alle 17:51 in DOXA segnalazioni, Economia, Innovazione, Prima pagina, Università | 0 commenti

La rivoluzione è qui e si chiama 4.0. Dentro all’evoluzione digitale per innovazione e competitività.

Mercoledì 15 Novembre 2017 presso il Centro Congressi Unione Industriale Torino, il Digital Innovation Hub Piemonte, l’Unione Industriale di Torino, unitamente al Club Dirigenti Tecnici hanno promosso il convegno “La Rivoluzione 4.0 per le Pmi: Innovazione e Competitività”. L’iniziativa ha inteso tenere alta l’attenzione sul fare “cultura dell’innovazione”, raccontando le best practice del territorio. I promotori, nell’ambito delle attività di “Officina 4.0” – sigla che raccoglie i programmi formativi e informativi dell’Unione Industriale – intendono sensibilizzare le PMI, promuovendo percorsi innovativi in ambito di processo e di prodotto, per favorire la competitività e nuove occasioni di business, ponendo le basi per la ripresa. Nei prossimi 50 anni, questo cambio di paradigma, definito “evoluzione” più che “rivoluzione”, sarà esponenziale. Sensori, big data, intelligenza artificiale, robot collaborativi, bitcoin, auto a guida autonoma, internet delle cose: queste sono le nuove frontiere della tecnologia oggi. E’ un business per pochi global players ma necessita di filiere specializzate: c’è ampio spazio per PMI innovative e startup. I settori di punta del nostro territorio (IT, Automotive, Aerospace, Robotica e Servizi) potranno crescere ed essere sempre più competitivi se sapranno sfruttare i vantaggi della digitalizzazione. Giuseppe Berta ha dedicato il suo intervento a inquadrare il ruolo dell’Italia nel contesto globale, nell’analisi degli aspetti socio-culturali che, associati alle cause ataviche di ritardo (ad esempio infrastrutture, burocrazia e giustizia), ne frenano la crescita e bloccano energia e creatività. In seguito il vicepresidente di Piccola Industria di Confindustria Giorgio Possio ha illustrato l’approccio “lean” nell’applicazione delle nuove tecnologie, per ottimizzare i processi e promuovere il miglioramento continuo. Il Giappone dove il Lean è nato ha dato vita ad un modello ideale per questa questa trasformazione: si parte da bassi costi, da progetti pilota limitati e dalla creazione di uno schema adattabile a diverse situazioni. Ha chiuso l’evento un tavola rotonda dedicata ai temi-chiave del lavoro e della formazione, moderata da Filomena Greco del Sole 24 Ore con Franco Deregibus, Giorgio Vernoni, ricercatore Centro Einaudi e Osservatorio 21, Riccardo Rosi, vicedirettore dell’Unione Industriale e AD Skillab, e Stefano Re Fiorentin, Club Dirigenti Tecnici UI. Modellare, dunque, la nostra industria e la nostra società in chiave 4.0 significa collaborare per creare un progetto “su misura” per Torino, orientato a valorizzare le imprese, le esperienze formative più avanzate e a costruire opportunità di lavoro di elevata qualità. Abbiamo incontrato Riccardo Rosi, vicedirettore dell’Unione Industriale e AD Skillab per farci dire qualcosa di più su questa nuova rivoluzione denominata 4.o. Lanciare un programma di politica industriale definito 4.0 è un’ esigenza molto sentita dai grandi player dell’informatica e della manifattura che hanno un mercato internazionale, perché da circa 6 anni  le altre nazioni, più avanzate dal punto di vista teconologico stavano facendo diventare strategico l’inserimento massiccio e crescente delle potenzialità dell’informatica all’interno delle attività industriali e non solo. Soprattutto i tedeschi hanno dato questa denominazione 4.0 per tracciare un una linea di confine, tra la prima e vetusta rivoluzione industriale che fu quella del vapore, la seconda che fu quella dell’elettricità la terza dell’automazione e la quarta che è quella dei dati. Le grandi nazioni con l’aiuto di grandi aziende come Siemens, Bosh, un oligopolio tecnologico, molto seguito, sono partite delle azioni di filiera, coloniali dal punto di vista economico, ma se si porto la tecnologia per primi poi si diviene vincenti e su questo...

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Futurdome e Nucleo. L’avanguardia torna a vivere a Milano.

Pubblicato da alle 10:19 in .Arte, galleria home page, Innovazione, Mostre | 0 commenti

Futurdome e Nucleo. L’avanguardia torna a vivere a Milano.

Quella di Futurdome è, prima di tutto, una bella storia di sperimentazione tra arte, architettura e design, nel segno della memoria storica e nel nome dell’avan-guardia, quel “guardare avanti” che è proprio di (pochi) eletti spiriti visionari. Il tutto a partire da un raffinato palazzo liberty nel centro di Milano, abitato e frequentato tra gli anni ‘30 e ‘40 (soprattutto in tempo di guerra) da artisti, poeti e pensatori come Crali, Masnata, Belloli, Regina Cassolo Bracchi, Munari e Depero: legati principalmente all’ultima stagione del Futurismo, che si ritiene, a livello storico, concluso proprio con la morte di Filippo Tommaso Marinetti nel 1944. Oggi il palazzo, sopravvissuto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, dopo dodici anni di complessi lavori, è stato restituito ad una nuova vita: un aspetto elegantemente inizio ‘900, un restauro conservativo delle decorazioni e un’anima high tech per tecniche e materiali, con una serie di appartamenti in vendita, aree comuni e uno spazio espositivo su strada, Le Dictateur. Quest’ultimo, fondato nel 2006 come progetto editoriale (ma un tempo era un laboratorio di scarpe dove i Futuristi usavano i macchinari per realizzare le loro sperimentazioni) è tra i più dinamici protagonisti della nuova scena indipendente dell’arte italiana. Un gruppo di studiosi e curatori capitanato da Atto Belloli Ardessi e dall’ISISUF-Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo – si è fatto custode e promotore del palazzo e, nello spirito di conservare e riattivare i processi creativi che lo hanno animato in passato, ha gettato le basi per la ricerca di nuovi “precursori del contemporaneo” che potessero riattivare dibattiti culturali e soprattutto visionarietà: è nato così un programma espositivo per far rivivere FuturDome, un museo che si abita, progetto di housing museale dedicato alla contemporaneità. Il restauro di via Paisiello 6 non prevede infatti solo un progetto di riqualificazione di un edificio storico, ma rappresenta anche la trasformazione di un palazzo in un condominio aperto, vòlto all’avanguardia architettonica ed estetica: gli spazi residenziali, in nome di un fortunato genius loci, convivono con eventi futuri organizzati anche nelle parti comuni, o direttamente negli appartamenti privati, che esprimano connessione con architettura, design, domotica e arte contemporanea. The Law of Past Experience, curata da Atto Belloli Ardessi e da Ginevra Bria, porta negli appartamenti privati del palazzo più di 50  opere in edizione unica, realizzate da Nucleo, famoso studio torinese diretto da Piergiorgio Robino, che ha al suo attivo molti progetti in ambito internazionale e collabora con due note gallerie di design. La Legge dell’Esperienza Passata è che uno dei principi della Gestalt (dal tedesco Gestaltpsychologie,  psicologia della forma o rappresentazione), corrente psicologica incentrata sui temi della percezione e dell’esperienza che nacque e si sviluppò agli inizi del XX secolo in Germania. In base a questa teoria il sistema nervoso umano tende a ricostruire forme conosciute anche quando sono frammentate o disturbate da un elemento esterno: in questa mostra il visitatore è invitato ad entrare in una casa arredata, dove si ha subito la sensazione che “qualcosa salti”, in un gioco di simmetrie e asimmetrie, di elementi interrotti o addizionati. Nucleo ha raccolto la sfida di intervenire materialmente su gli arredi originali selezionati tra quelli che componevano l’appartamento originale, scenario delle riunioni dell’ultima generazione di Futuristi: ha assottigliato mobili e letti in radica, ha ritagliato le stoviglie, ha segato mobili e sedie inserendo poligoni in cemento secondo l’algebra booleana solidificata; a latere, con la preziosa collaborazione della Fonderia Battaglia,...

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Un laboratorio on line per ripensare il Politecnico di Torino. Il Professor Guido Saracco presenta il suo programma come candidato a rettore  

Pubblicato da alle 10:43 in DOXA segnalazioni, Elezioni, Innovazione, Prima pagina, Università | 0 commenti

Un laboratorio on line per ripensare il Politecnico di Torino. Il Professor Guido Saracco presenta il suo programma come candidato a rettore   

Sono state formalmente avviate le procedure per l’elezione del nuovo Rettore del Politecnico di Torino per il mandato 2018-2024, che si concluderanno al più tardi il 20 febbraio con l’eventuale ballottaggio. Tre i candidati alla corsa per la successione di Marco Gilli, Michela Meo, attuale prorettrice, Mauro Velardocchia, ordinario di ingegneria meccanica e aerospaziale e Guido Saracco, docente ordinario di Chimica. Con una scelta in linea con i tempi ma assolutamente nuova in tale contesto, poiché mai adottata prima in ambito elettorale, il Professor Saracco ha presentato il suo “Laboratorio aperto sul futuro del Politecnico di Torino”, accessibile al sito www.laboratoriopolito.org, portale web in cui illustra i punti chiavi del suo programma, a  cui tutti possono contribuire inviando proposte, domande, suggerimenti che  Saracco, con un comitato di redazione, prenderà in considerazione: uno strumento di lavoro e un ulteriore percorso di confronto in base al quale si definirà un ulteriore preciso programma di candidatura. Nella lettera aperta in apertura del sito Saracco si rivolge significativamente in prima battuta a chi dà vita al Politecnico: studenti, colleghi ricercatori, tecnici amministrativi e bibliotecari, dottorandi assegnisti e collaboratori, e lo fa rispondendo alla domanda principale: “Perché vuoi fare il Rettore?” la risposta è immediata e precisa: “Perché mi sono convinto che restituire dignità e centralità a una comunità di 40.000 persone è una sfida impegnativa, ma non impossibile”. E questo lo si può fare con la competenza ma soprattutto con la passione e la capacità di guardare “oltre”:“Penso che un’università pubblica e indipendente debba, oggi più che mai, uscire dal suo guscio promuovendo valori universali come la lungimiranza, la tolleranza e la sostenibilità, indispensabili per produrre e diffondere conoscenza, per fare della cultura un motore di sviluppo sociale e civile e per dare vita a una vera e propria officina delle idee in cui sia possibile operare con mente aperta”. Il portale prosegue con l’analisi del Politecnico torinese, da più di 150 anni realtà inserita nella società e nel territorio; sono poi evidenziate le sei parole chiave del progetto (Promuovere, Semplificare, Partecipare, Collaborare, Progettare e Migliorare), singolarmente analizzate e scaturite dal confronto avuto negli scorsi mesi all’interno dell’Ateneo con studenti e personale. Nel capitolo sui Pesi e contrappesi per un Rettore (un titolo ironico per un tema spinoso), Saracco argutamente esamina i poteri di raggio d’azione e le responsabilità del mandato ma evidenza anche elementi importanti di controllo di questi stessi  poteri e delle prerogative del Rettore, ed infine scrive un lettera aperta al Ministro della Pubblica Istruzione per sottolineare, sin da subito,  quali siano le responsabilità del Governo nella capacità di crescita dell’Università, a partire da una auspicata riduzione della burocrazia, che molto rallenta le più semplice operazioni. Segue una sezione il cui Professore settimanalmente illustra un focus del programma. Da quindici anni Guido Saracco si occupa dell’organizzazione dell’Ateneo, avendo rivestito ruoli diversi: oggi si candida al massimo incarico con un’idea programmatica precisa, ossia che la formazione universitaria in questo momento storico sia l’unica in grado di fornire quel necessario cambio di paradigma per uscire dalle crisi che ci attanagliano, in primis la crisi economica, e questo acquisendo gli strumenti che portino a ripensare ad una nuova economia, a partire dallo studio di nuove fonti di energia e risorse del territorio. L’idea di fondo è quindi ambiziosa, visionaria, ma assolutamente necessaria: la riprogettazione dei percorsi formativi per renderli non solo più moderni ma ispirati a quello...

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Il Vision Europe Summit per due giorni nel Collegio Carlo Alberto recentemente restaurato.

Pubblicato da alle 16:45 in Economia, galleria home page, Innovazione | 0 commenti

Il Vision Europe Summit per due giorni nel Collegio Carlo Alberto recentemente restaurato.

Nella rinnovata sede del Collegio Carlo Alberto, ente strumentale della Compagnia di San Paolo che si occupa di ricerca e alta formazione in economia, diritto, scienze politiche e sociali è in programma per il 14 e il 15 novembre il Torino Vision Europe Summit, esso propone un confronto tra studiosi e policy makers su come governare le tendenze dell’economia mondiale. Winners and losers of globalisation è il focus della terza edizione del Vision Europe Summit che si propone come un laboratorio di buone pratiche per fronteggiare le sfide che la globalizzazione e l’evoluzione dell’innovazione tecnologica hanno imposto al Vecchio Continente e non solo.  Al Collegio Carlo Alberto e al Museo del Risorgimento di Torino sono attesi ospiti del calibro del Premio Nobel per l’Economia, Michael Spence, il vincitore del Premio Sakharov per i diritti umani, Dennis Mukwege e il vice direttore della World Trade Organization, Karl Brauner. Ad aprire la due giorni di confronti tra accademici, policy makers, esponenti di fondazioni internazionali ed attivisti dei diritti umani sono il presidente della Compagnia di San Paolo, Francesco Profumo e il presidente del Collegio Carlo Alberto, Pietro Terna. Il Vision Europe è un consorzio di fondazioni e think tank Europei (BertelsmannStiftung – Gütersloh (Germany); Bruegel – Brussels (Belgium); Calouste Gulbenkian Foundation – Lisbon (Portugal); Chatham House – London (UK); Centre for Social and Economic Research CASE – Warsaw (Poland); Compagnia di San Paolo – Torino (Italy); Jacques Delors Institute – Paris (France); The Finnish Innovation Fund Sitra  – Helsinki (Finland) che collaborano per elaborare risposte politiche alle principali sfide che l’Europa si trova ad affrontare. Attraverso la ricerca, le pubblicazioni e un summit annuale, Vision Europe si propone di essere un forum di discussione di alto livello per migliorare il processo politico e favorire l’integrazione europea. La sede prescelta è un edificio è tornato a nuova vita dopo circa dieci anni di abbandono grazie all’intervento della Compagnia di San Paolo, che ha in primo luogo acquistato l’edificio per un costo complessivo di 10,6 milioni di euro e ha poi avviato una profonda ristrutturazione, curata da una cordata di architetti e ingegneri che fa capo a Isolarchitetti S.r.l. L’operazione di restauro dell’edificio, sotto il vincolo della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio della città metropolitana di Torino, è durata due anni e ha avuto un costo complessivo di 10,5 milioni di euro, va reso merito che insieme al restauro è stata liberata dalle auto anche una parte di piazzale davanti all’ingresso, valorizzandone l’accesso. I lavori hanno riguardato sia l’interno sia l’esterno dell’edificio. All’esterno sono stati riportati all’antico splendore la facciata, i serramenti, i colori e il portone originali del palazzo, che risale alla seconda metà dell’Ottocento e che nel 1930 acquisì il suo assetto definitivo, grazie al progetto dell’ingegnere Enrico Bonicelli, ideatore a Torino della Promotrice delle Belle Arti....

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La storia del progetto 110. Le forme “burrose” di una grande idea.

Pubblicato da alle 12:26 in Innovazione, MotorInsider, Prima pagina, Sport | 0 commenti

La storia del progetto 110. Le forme “burrose” di una grande idea.

  II parte. Fin dalla fine degli anni ’40 la dirigenza Fiat inizia a pensare ad un’utilitaria minima, che sia da un lato più economica delle 500 A e B (le “Topolino” per intenderci) e dall’altro più avanzata tecnicamente. I tempi però non sono ancora maturi per svariati motivi, così, nel 1949, entra in produzione la 500 C, ultimo “restyling” per tenere ancora in vita questa vettura, ancora molto apprezzata dal pubblico. Vittorio Valletta, l’allora presidente della Fiat, personaggio decisamente caparbio e determinato, non si accontenta e, verso la primavera del 1954, alla vigilia del pensionamento della Topolino, rimette sul tavolo l’idea dell’utilitaria per tutti. La 600 infatti, non è considerata una vera e propria sostituta delle Topolino, bensì una vettura di categoria leggermente superiore. Così, sulla scrivania dell’ingegner Giacosa giunge ben presto la richiesta ufficiale di iniziare gli studi di questo nuovo progetto. Naturalmente l’esperienza fatta sulla 600 aiuta non poco il lavoro e, si può dire che la nuova utilitaria nasce proprio da una “costola” di quest’ultima. La sigla di progetto affidata fu “110” (la 600 era il progetto 100) e da qui non perse più questa denominazione. L’investimento previsto per lo studio della nuova utilitaria è stratosferico: 10 miliardi di lire. Una cifra che, se pensiamo essere nella seconda metà degli anni ’50, è davvero elevatissima per una Casa costruttrice. Ma Valletta e i suoi dirigenti sanno molto bene di potersi fidare della bravura di Giacosa e, soprattutto, hanno intuito il potenziale della vettura. Inizialmente si pensa di utilizzare moltissimi elementi della 600, sia per la carrozzeria e sia per la minuteria degli interni. Nei pensieri di Giacosa vi è l’idea di poter creare una sorta di “family feeling”, pur tentando di differenziarla in molti particolari, uno fra tutti, ad esempio è l’assetto. La 600 infatti monta ruote da 12 pollici, ma la proposta è quella di utilizzare cerchi da 11 o addirittura 10 pollici. Ovviamente però, in questo caso, si presenterebbe il problema di dover creare ex-novo gran parte di componenti, unito alla poca convinzione sul possibile comfort offerto da ruote di così piccolo diametro. Lo studio stilistico quindi, a questo punto andava delineando due opzioni: studiare una soluzione che non si discostasse troppo dalla 600 e ne sfruttasse parte dei componenti, oppure optare per un disegno completamente nuovo e scevro da stilemi già visti. Dopo lunghe nottate di pensiero e giornate di lavoro intense a modellare il gesso bianco dei modelli in scala 1:1 e la plastilina di quelli in scala ridotta, risultano due prototipi, completamente diversi ma uniti dalla stessa idea di base. Uno si chiama semplicemente 110 e l’altro 110-518. Giacosa li vede affiancati e non ha dubbi su quale sarà la sua preferenza. Ma vuole sapere l’orientamento della dirigenza e, soprattutto quello del professor Valletta. Così, in una calda e assolata giornata di luglio del 1954, tutti si riuniscono intorno ai due prototipi di gesso bianchissimo. Lo sgomento della dirigenza per le dimensioni davvero minime è grande e, improvvisamente, cala un silenzio e un gelo, a tratti inquietante, dopo tutto il lavoro svolto. Del resto bisogna pur comprendere la situazione: uno dei prototipi è la triste copia in scala ridotta della 600 (la 110) e l’altro è una vetturetta completamente nuova, con forme “burrose” e uno sportello piazzato in mezzo al...

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Emergenza Idraulica? Torino risponde online con il Pronto Intervento Desivero.

Pubblicato da alle 10:04 in I nuovi Shop, Innovazione, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Emergenza Idraulica? Torino risponde online con il Pronto Intervento Desivero.

Quello di Internet è un mondo straordinario. Confini sterminati, possibilità illimitate e solo la fantasia come barriera invalicabile. Il web ha rivoluzionato le nostre vite e gli smart device ci hanno permesso di essere sempre connessi. Una volta per fare la spesa bisognava mettersi il cappotto, uscire a prendere freddo ed entrare nel supermercato. I meno fortunati dovevano anche prendere la macchina perché il market più vicino non era raggiungibile a piedi. E chi non aveva voglia di cucinare al massimo poteva ritirare una pizza nella pizzeria più vicina. Oggi molte abitudini sono cambiate. Certo, si va sempre al supermercato e si continua a mangiare una buona margherita a casa, però la popolazione si sta digitalizzando e comincia sfruttare i nuovi canali che Internet offre ogni giorno. Qualcuno ha cominciato a ordinare la spesa online e con un click ci si può far portare a casa il piatto preferito. Rispetto al resto d’Europa, in Italia il livello di digitalizzazione è ancora basso, ma stiamo recuperando terreno. Il web offre ampi margini di manovra per qualsiasi attività e giorno dopo giorno fioriscono le imprese che sfruttano Internet per offrire ai propri clienti un mezzo di contatto semplice e capillare. Questo è uno dei motivi per cui il campo dei Servizi è quello che ha maggiormente tratto beneficio dall’attuale contesto.   Dicevamo che oggi basta un click per ordinare una cena, oppure per farsi portare a casa la spesa. Ma se queste sono due attività che possiamo liberamente programmare, cosa succede in caso di un’emergenza come la rottura delle tubature del bagno? Bene, Internet ci corre in soccorso anche in questa evenienza. Desivero è l’esempio chiaro, semplice ed efficace delle imprese che offrono un servizio facilmente fruibile anche tramite il web. Nato nel 2015, Desivero si occupa di Installazione, Manutenzione e Riparazione nel settore Termoidraulico. Si porta dietro un’esperienza pluriennale e viene in soccorso di coloro che necessitano di una consulenza e di una installazione trasparente. L’azienda si pone come consulente e non forza ad accettare i propri suggerimenti, bensì spiega e dettaglia le varie opportunità, lasciando libertà sulla decisione finale. osa che non sempre succede: la professionalità dovrebbe essere all’ordine del giorno per ogni tecnico, ma talvolta capita che la tipologia di intervento venga imposta come unica scelta plausibile, obbligando di fatto il cliente ad accettare. Il modello Desivero, quindi, va a colmare proprio questa lacuna. I costi ed i consumi sono sempre sotto controllo, così come gli interventi da effettuare. E questo vale anche se c’è un imprevisto: un punto di forza sta proprio nella celerità in caso di emergenza grazie al servizio di Pronto Intervento Idraulico a Torino. Arriva così una risposta alle necessità quotidiane di chi si ritrova con il bagno allagato a causa di un tubo rotto. Ovviamente le casistiche sono le più disparate, ma il concetto è chiaro: se ho un problema so chi chiamare. Con un click sarà possibile prenotare un intervento d’urgenza. Basterà inserire i propri dati e una breve descrizione del problema per dare l’avvio alle procedure. Immediatamente la richiesta verrà gestita e inoltrata al tecnico specializzato più idoneo a risolvere l’emergenza. L’intervento è garantito entro 30 minuti ed il prezzo trasparente impedisce brutte sorprese dell’ultimo minuto. I professionisti che vi aiuteranno a risolvere l’imprevisto sono persone qualificate ed affidabili, formate internamente...

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L’americana Danielle S. Bassett è la vincitrice del Premio Lagrange. Nuovi orizzonti tra neuroscienze, fisica e scienza delle reti.

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L’americana Danielle S. Bassett è la vincitrice del Premio Lagrange.  Nuovi orizzonti tra neuroscienze, fisica e scienza delle reti.

La Fondazione CRT riconosce il lavoro silenzioso di chi migliora la qualità delle nostre vite: il premio Lagrange va a Danielle Bassett, la donna “che sta re-immaginando il funzionamento del cervello umano” Giunto alla sua decima edizione, il Premio Lagrange è stato assegnato, quest’anno, alla giovane ricercatrice americana Danielle S. Bassett, che, con un approccio interdisciplinare tra neuroscienze, fisica e scienza delle reti, sta aprendo nuovi orizzonti nello studio del cervello: Bassett, infatti, utilizza metodi matematici, adattandoli e associandoli allo studio delle reti complesse, per analizzare le interazioni tra neuroni e sottolineare, così, come da tali connessioni si originino le funzioni cerebrali. Ma qual è l’idea principale alla base di questa ricerca, durata più di due anni ? “Spesso si crede che lo studio del cervello e delle reti complesse – ha spiegato la vincitrice – sia semplicemente un’analisi delle varie parti che lo costituiscono, al fine di capirne il funzionamento attraverso l’osservazione delle singole componenti. Il cervello, però, non è solo la somma delle sue parti: è molto di più. Bisogna, dunque, studiare l’interazione di tali nodi neurali, che appaiono essere molto complicati”. “Appurata questa necessità – ha continuato Bassett – noi scienziati ci siamo chiesti: che cosa impariamo dallo studio delle reti complesse? Ebbene, abbiamo scoperto che queste ultime definiscono esattamente ciò che siamo: studiandole, potremmo, per esempio, provare a comprendere, un giorno, il perché un determinato individuo sia maggiormente predisposto per la scienza, per l’arte o per la matematica. Le connessioni neurali potrebbero, quindi, darci indicazioni più precise sulla nostra personalità e sulle nostre capacità. Non solo: ci siamo proposti anche di studiare il funzionamento delle reti neurali e dello sviluppo di questi collegamenti nel bambino, per cercare di capire come supportare, nell’infanzia e durante la crescita, l’incremento delle connessioni cerebrali. Vogliamo, pertanto, studiare i processi dell’apprendimento e comprendere come poter favorire quest’ultimo, fin dalla più tenera età”. “Infine – ha concluso – un altro dei temi principali della nostra ricerca riguarda le cure e l’intervento clinico sulle patologie mentali e neurologiche, come la schizofrenia, l’autismo, la depressione: è una sfida, perché attraverso lo studio dei sistemi complessi vogliamo scoprire come poter migliorare l’umanità, la società, la qualità della vita, sfruttando, appunto, la potenza delle reti neurali”. Il Premio Lagrange, il più importante riconoscimento internazionale nell’ambito della scienza dei sistemi complessi, è promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Torino con il coordinamento scientifico di Fondazione ISI – Istituto per l’Interscambio Scientifico, e si immette nel Progetto Lagrange, che ha preso vita nel 2003 e sostiene la cultura dell’innovazione e della ricerca, con un interesse particolare proprio nei confronti dei sistemi complessi. Per tale ragione, dunque, il premio dell’edizione 2017 è stato assegnato a una scienziata – professore associato presso il dipartimento di bioingegneria dell’Università della Pennsylvania – il cui lavoro costituisce un contributo pionieristico a discipline di ampio raggio, quali la biologia cellulare, la scienza dei materiali e i sistemi sociali, confermando l’attenzione del progetto verso il versante più innovativo della scienza contemporanea, quello in cui, all’intersezione tra discipline tradizionali (fisica, biologia), informatica e scienza delle reti, si sperimentano nuovi approcci per affrontare le sfide della complessità. Prevista, inoltre, un’evoluzione del progetto che prevede un’apertura dell’utilizzo della scienza della complessità e l’applicazione dei Big Data non solo al business, ma anche al campo del no-profit...

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