Torino per il turista

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Torino e i suoi musei

Percorsi d’arte e di cultura – Oggi a Torino e nei suoi dintorni sono aperti al pubblico oltre cinquanta tra musei, beni culturali, castelli, residenze e spazi espositivi che, nel loro insieme, costituiscono un’offerta culturale di livello internazionale.

“Torino e i suoi musei” propone sette itinerari (arancione, rosso, lilla, blu, azzurro, verde e grigio). Parte di essi si sviluppano nel centro cittadino ed è possibile percorrerli a piedi. Le residenze reali, situate intorno alla città, e alcuni musei di recente apertura sono comunque raggiungibili con mezzi pubblici.

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Le informazioni di interesse per i turisti che vogliono visitare la città: come arrivare, dove alloggiare, cosa vedere e altri utili suggerimenti. Il sito è consultabile in otto lingue

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Frank Lloyd Wright alla Pinacoteca Agnelli. Disegni, edifici, progetti del grande architetto.

Pubblicato da alle 13:55 in galleria home page, Mostre, Università | 0 commenti

Frank Lloyd Wright alla Pinacoteca Agnelli. Disegni, edifici, progetti del grande architetto.

  Se c’è qualcuno che sa viaggiare in solitaria, fuori dalle rotte già battute e osa proposte di pregio senza curarsi, giustamente, di quanti biglietti si staccano, questa è la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli. Questa volta fa approdare da oltreoceano una deliziosa mostra dal titolo “Frank Lloyd Wright tra America e Italia, a cura di Jennifer Gray. Frank Lloyd Wright, Richland Center, 8 giugno 1867 – Phoenix, 9 aprile 1959, è stato tra i più influenti architetti del XX secolo. Nel 1939 espresse il suo pensiero nel libro Architettura organica, un testo determinante, dove l’armonia tra uomo e ambiente, natura trovava un equilibrio inedito interconnesso e finito appunto organico.  “Per Architettura Organica io intendo un’architettura che si sviluppi dall’interno all’esterno, in armonia con le condizioni del suo essere, distinta da un’architettura che venga applicata dall’esterno” Attraverso fotografie, oggetti, cataloghi, litografie e disegni originali, la mostra esplora il pensiero di Wright in merito all’architettura organica a partire dal suo primo soggiorno in Italia nel 1910 fino alla sua ultima visita nel 1951, portando l’accento sul suo coinvolgimento nel dibattito architettonico, urbanistico e paesaggistico italiano. Il percorso si sviluppa attraverso alcune sezioni che esplorano le differenti tipologie di edificio – case, musei, uffici e grattacieli – dove opere iconiche come Fallingwater e il Guggenheim Museum di New York sono presentate insieme a progetti meno noti. Durante un lungo viaggio in Europa, nel 1910 Wright trascorse sei mesi a Fiesole, vicino a Firenze, dove elaborò i temi trattati nel suo saggio “The Sovereignty of the Individual in the Cause of Architecture”, introduzione a Ausgeführte Bauten und Entwürfe von Frank Lloyd Wright, una pubblicazione artistica di litografie che illustravano i suoi principali progetti architettonici realizzati fino ad allora. Wright scrisse che in Italia non vi è prova più grande di un felice abitare. I palazzi, i dipinti e le sculture sembrano “nascere come fiori al lato della strada e cantare la loro esistenza”. I temi di architettura, democrazia e natura illustrati in questo saggio sarebbero diventati un interesse costante per Wright, lo avrebbero accompagnato per tutta la vita e avrebbero costituito un elemento di coesione per molti architetti italiani nei decenni che precedettero e che seguirono alla Seconda guerra mondiale. Proprio a Torino, il 21 gennaio 1935, Edoardo Persico  – il direttore antifascista di Casabella – tenne una lezione in cui Wright fu assunto ad arbitro della libertà, dell’individualismo e della diversità, segnando l’avvio di un impegno decennale a sostegno della teoria dell’ architettura organica di  Wright e l’inizio della sua risonanza nella cultura italiana. All’indomani della guerra, Bruno Zevi pubblicò il suo fondamentale testo Verso Un’Architettura Organica (1945), il quale – a causa della carenza di carta – includeva una sola immagine di copertina: Fallingwater, la rivoluzionaria casa di Wright sospesa su una cascata a Bear Run in Pennsylvania. Nello stesso anno fu fondata l’Associazione per l’Architettura Organica (APAO), che vide Zevi protagonista e che servì da manifestazione formale dell’esistenza di una scuola di architettura wrightiana in Italia. Questa costellazione di eventi suggerisce che nell’Italia del Dopoguerra l’architettura organica di Wright abbia rappresentato quell’ideale di libertà e democrazia che architetti e critici italiani auspicavano di perseguire nella ricostruzione del Paese. Nel 1951, quando Frank Lloyd Wright ritornò in Italia per accompagnare la sua mostra itinerante Sixty Years of Living Architecture fu celebrato come visionario dell’architettura moderna...

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Gli studenti del Galfer sono i migliori nel concorso europeo “I giovani e le scienze”

Pubblicato da alle 12:29 in Eventi, Innovazione, Notizie, Prima pagina, talenTO | 0 commenti

Gli studenti del Galfer sono i migliori nel concorso europeo “I giovani e le scienze”

Commissione Europea. Con il loro progetto  “(R)Evolution Simulator” gli studenti  Federico Malnati (2000), Matteo Palmieri (2000), Alessandro Sosso (2000), del Liceo Scientifico Galileo Ferraris di Torino, per tutti Galfer, sono stati selezionati come i migliori  della selezione italiana del concorso europeo “I giovani e le scienze”  e parteciperanno alla selezione europea prevista a Dublino dal 14 al 19 settembre assieme agli inventori del progetto “Techno-B Brace (Techno-Back Brace)” Nicolò Vallana (2000), Luca Fermi (2000), Edoardo Puce (2000), dell’ITTS Da Vinci – O. Belluzzi di Rimini. “La scienza e la ricerca sono fondamentali per il futuro dell’Europa,” dice il dott. Massimo Gaudina, Capo Rappresentanza a Milano, Commissione europea,” Investire sui giovani talenti non è un lusso ma un bisogno essenziale per assicurare il progresso  e la crescita economica delle nostre società. Per questo motivo la Commissione europea continua a investire in programmi di ricerca, come Horizon 2020, per valorizzare le eccellenze e preparare il nostro futuro e la Direzione Generale Ricerca realizza ogni anno il concorso europeo I GIOVANI E LE SCIENZE”.  A Milano  ieri 25 marzo e oggi, lunedì 26 marzo si svolge aperta al pubblico la mostra delle invenzioni e dei progetti di ragazzi e ragazze di età compresa tra i 14 e i 21 provenienti da tutta Italia che partecipano  della Selezione Italiana del concorso europeo “I giovani e le scienze” della Direzione Generale della Commissione europea EUCYS e il 26 mattina n ple Morandi 2 la cerimonia di premiazione alla presenza delle massime autorità.   Con l’edizione 2018 ‘I giovani e le scienze’, che è l’evento più prestigioso a livello europeo in quanto voluto sia dal Parlamento che dalla Commissione e dal Consiglio, il concorso, giunto alla sua trentesima edizione, raggiunge in totale ben 2401 progetti presentati da 5412 ragazze e ragazzi. Sono 867 i lavori selezionati per le finali, realizzati da 1827 studenti. Si tratta dell’Italia che cresce, rappresentano i veri talenti e molti di loro negli anni hanno anche brevettato le loro invenzioni e avviato delle start up estremamente innovative. Il dott. Alberto Pieri, segretario generale della FAST-Federazione delle Associazioni Scientifiche e Tecniche, che organizza per la DG Ricerca  della Commissione europea ogni anno, tale finale nazionale spiega:” alla finale europea prevista quest’anno a Dublino dal 14 al 19 settembre  i neoArchimede vincono sino a settemila euro per le loro invenzioni e prototipi;  a Milano il 26 marzo alla finale italiana vengono elargite borse di studio, viaggi, attestati di prestigiose realtà europee ed internazionali.   Ci sono ben 26 stand e invenzioni in mostra, allestiti da ragazze e ragazzi di tutta Italia con scoperte curiose ed utili”. Sono 61 gli studenti finalisti. Arricchiscono la rassegna anche 16 finalisti provenienti da altri Stati. I progetti riguardano tutte le materie: da quelle umanistiche a quelle scientifiche e tecniche;  anche quest’anno sono estremamente interessanti. Molte sono legate al desiderio da parte dei giovani di trovare soluzioni pratiche a problemi reali, come in questi progetti ad esempio: una innovativa applicazione per poter prenotare il pranzo al bar della scuola riducendo le attese e lo spreco alimentare; oppure  un particolare alimentatore mobile per innovare le aule di informatica; uno studio su uno stent pericardico auto-espandibile; un nuovo programma open-source di grafica 3D, che permette di costruire ed eseguire flow chart; ma anche un nuovo modello sperimentale per monitorare nel tempo lo stato di conservazione dell’olio di oliva; ed un ...

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Dica 33. La Tomba del Rock al Mausoleo della Bela Rosin.

Pubblicato da alle 11:23 in Mostre, Musica, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Dica 33. La Tomba del Rock al Mausoleo della Bela Rosin.

C’era un tempo – non così lontano – in cui la musica era così tosta da meritare la M maiuscola, capace di scuotere i corpi quanto le menti, un’epoca d’oro di militanza musicale in cui non erano personaggi perlopiù mediatici come Fedez o Alessandra Amoroso a riempire gli stadi ma dei in forma umana dai nomi altisonanti e maestosi, come i Led Zeppelin e i Rolling Stones.  La mostra “Un mausoleo a 33 giri”, dedicata al mondo della musica su vinile allestita da Paolo Sicco e Angelo Prestini, con il supporto della Compagnia di San Paolo e aperta al pubblico dal 22 marzo al 22 aprile, nasce con lo scopo di celebrare il rock immortale, irriverente incantatore di milioni di persone nel mondo, con una selezione di 500 copertine di quelli che una volta si chiamavano LP nell’austera cornice del Mausoleo della Bela Rosin non a caso a pianta circolare come un disco in strada Castello di Mirafiori. L’idea funziona, è accattivante; gli eterni nostalgici si entusiasmano, i malati (terminali) della musica di qualità applaudono al lodevole tributo. Colmi di eccitazione attendono con ansia il giorno di apertura e il 22 marzo si precipitano sul posto pronti a rivivere i sogni e le emozioni di una gioventù tristemente lontana e incautamente idealizzata; e ciò che vedono li disorienta e li indigna. Alla magnificenza del Mausoleo, piccola oasi di bellezza nella desolata periferia di Torino, si contrappone una mostra scialba quanto insipida, che non solo fallisce miseramente nel celebrare l’intramontabile rock ma ne vitupera il ricordo, lo ridicolizza e lo offende.  Le 500 copertine, esposte piattamente una affianco all’altra e incellophanate – l’imbalsamazione della Musica immortale, quale oltraggio – sono prive di qualsiasi riferimento storico/artistico, dimenticanza imperdonabile che rende l’esposizione più simile a una raccolta da cameretta (non poi tanto fornita) di un ragazzo degli anni 70. Pare quasi di entrare in chiesa: il silenzio ovattato e la fredda schiera di copertine danno l’impressione di trovarsi in un sepolcro. E come dare torto, poi, a chi dice che il rock è morto. Colpo di grazia: gli orridi manichini con indosso terrificanti magliette a tema che neanche l’ultimo dei negozietti cheap e una tristissima lista all’entrata a raccogliere i nomi di tutti i visitatori desiderosi di ascoltare i loro pezzi preferiti, ai quali si richiede una seconda visita per qualche minuto di ascolto gratuito, ovviamente in separata sede.  Niente musica da ascoltare sul posto, né dettagli sulle cover e chi le ha realizzate; solo un piccolo buffet di benvenuto che pare più un maldestro tentativo di ingraziarsi i giornalisti più indulgenti.  Un tranello ben riuscito senza dubbio, che promette di mietere molte vittime nel prossimo mese. Un consiglio: tenere fuori dalla portata dei rocker più sfrenati. Ilaria...

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Alighiero & Boetti ospiti di Palazzo Mazzetti in quel di Asti. Perfiloepersegno.

Pubblicato da alle 12:36 in .Arte, Eventi, galleria home page, Mostre | 0 commenti

Alighiero & Boetti ospiti di Palazzo Mazzetti in quel di Asti. Perfiloepersegno.

Sarebbe bello si fossero incontrati il Barone e l’artista, avessero chiacchierato in qualche ristorante e magari avessero scritto con una biro i reciproci indirizzo su qualche foglio volante. Il Barone di origine torinese Marcel Bich e l’artista Alighiero Boetti, torinese anch’egli; il primo nato nel 1914, fondò nel 1945 a Clichy in Francia l’azienda che produsse la penna a sfera più famosa del mondo: la mitica Bic, che per marketing cedette l’h del cognome. Boetti nacque nel 1940 e quella penna la usò e la fece usare parecchio, al punto che molte sue opere sono sature di quel particolare e uniforme tono di blu. In fondo sarebbe potuto anche accadere, entrambi morirono nelle stesso fatidico anno, il 1994. L’appuntamento, postumo, lo ritroviamo oggi nella città di Asti, nelle sale fastose di Palazzo Mazzetti. Qui La Fondazione Palazzo Mazzetti e la Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, promuovono una mostra personale di Alighiero Boetti, dal titolo suggestivo PERFILOEPERSEGNO, con la cura di Laura Cherubini e Maria Federica Chiola. Tema del percorso espositivo è una frase dello storico dell’arte Jean Christophe Amman , “Quel che la biro rappresenta per un occidentale, per un Afgano è il ricamo, che come una memoria sovra individuale reca in sé parti della biografia collettiva”, in ambizioso obiettivo di indagare il rapporto tra Oriente ed Occidente attraverso le opere a Biro ed i Ricami. Boetti pensava che la cosa più importante che aveva fatto nell’arte era scardinare il meccanismo opera unica/multiplo (uno dei meccanismi alla base del sistema del mercato dell’arte). Un arazzetto è un multiplo perché può ripetere sempre uguale la frase “quadrata” scelta dall’artista ma è anche un’opera unica, perché è eseguita da mani differenti, con fili differenti e colori differenti. In Boetti c’è una forte critica al concetto di autorialità in contrapposizione ad un forte desiderio di coralità. La biro è lo strumento più anonimo in Occidente. Il ricamo è pratica diffusa e anonima in Oriente, non per nulla delegava l’esecuzione ad altre mani, si per la parte con le biro sia per la filatura. Il percorso espositivo consta  di 65 opere che comprendono arazzi, mappe, arazzetti, ricami e cartoncini a biro. Riscoprire la lunga indagine che ha condotto l’artista ad analizzare l’eterno e conflittuale rapporto tra la cultura occidentale e quella orientale. L’esposizione pone in dialogo quindi le opere a penna biro – cartoncini realizzati in Italia sotto precise indicazioni dell’artista con l’utilizzo di penne colorate – e i ricami, una raccolta di frasi e pensieri riferite al tempo, ricamati all’interno di quadrati come formule matematiche in Afghanistan. Asti vanta un immenso patrimonio legato alla tradizione dell’Arazzeria Scassa, fondata nel 1957 da Ugo Scassa, maestro della lavorazione e produzione di arazzi e, in particolare, all’usanza di tradurre in tessuto le opere di famosi pittori del ‘900 come Capogrossi, Corpora e Santomaso” Alighiero Boetti, che ha esordito nell’Arte Povera nel 1967, è stato presente più volte alla Biennale di Venezia, nella cui edizione del 1990 ha ottenuto la menzione d’onore della giuria. PERFILOEPERSEGNO sarà visitabile fino a domenica 15 luglio.   https://www.palazzomazzetti.eu  ...

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A Barriera di Milano l’Opera Viva approda sulle “Rive di un altro mare”. Una call per artisti.

Pubblicato da alle 12:01 in .Arte, Eventi, galleria home page, Mostre | 0 commenti

A Barriera di Milano l’Opera Viva approda sulle “Rive di un altro mare”. Una call per artisti.

  Come si può fare a creare un legame ancora più stretto tra artista e spettatore ? Magari lanciando una call, un richiamo ma soprattutto un invito agli artisti, chiamati a proporre una loro opera ispirata all’argomento della IV edizione di Opera Viva Barriera di Milano, un progetto ideato da Alessandro Bulgini, curato da Christian Caliandro e sostenuto da Flashback, seguitissima e apprezzata fiera d’arte.  La scommessa è quella di portare l’arte in un luogo non deputato, di coinvolgere persone non necessariamente interessate alla scena artistica. I temi sui quali gli artisti, che si sono succeduti in questi anni, hanno riflettuto attraverso i loro manifesti sono argomenti che hanno una stretta relazione con il luogo in cui vengono installati: si è parlato quindi di identità, di inclusione ed esclusione e di futuro e si è riflettuto sul significato e sulla reale funzione dell’arte. Un gigantesco cartellone di sei metri per tre collocato in Piazza Bottesini, sarà la galleria, il wall deputato ad accogliere non la solita pubblicità ma un manifesto artistico. Il tema prescelto prenderà spunto dal libro di fantascienza dello scrittore e antropologo di Cincinnati Chad Oliver: “Le rive di un altro mare”, scritto nel 1972.  Così la quarta di copertina presentava il libro: E se per caso approderete alle rive di un altro mare, in un paese remoto abitato da selvaggi e da barbari, tenete bene a mente che il più grande pericolo e la più sicura speranza stanno nell’incontro tra i diversi cuori degli uomini, e non nel confronto tra le loro frecce e il vostro fuoco. ” Così dice il libro di “Consigli ai Naviganti” del 1674, da cui è preso il titolo di questo romanzo. Ma se “l’altro mare” è nel centro di un moderno stato africano, e se quelli a cui ci troviamo di fronte sembrano essere dei comuni babuini, che conto dovremo tenere dell’antico consiglio? Chi sono i “selvaggi”? Dove sono i “barbari”? E che cosa significano quelle impronte profonde, perfettamente circolari, che dei comuni babuini non possono certo aver lasciato?     Le rive di un altro mare è la storia di un primo contatto: con mano sicura e passo graduale, l’autore costruisce una situazione in cui i rapporti tra diverse entità sono in continua ridefinizione, secondo i diversi valori di queste comunità. Chad Oliver porta la storia verso un dialogo tra diverse forme di civiltà, tra diversi mondi, tra diverse specie, un dialogo fatto di azioni significative e di pericoloso sacrificio, non di astratte parole. Alla fine non ci sarà stato nemmeno un faccia a faccia, ma si sarà stabilito rispetto reciproco. Le rive di un altro mare è un inno alla necessità di comprensione, un inno alla mixité, a un nuovo modo di vivere le città ispirato alla mescolanza, dove la relazione tra vita sociale, lavorativa e privata è indipendente dal luogo e in contrasto con il concetto della segregazione, una spinta al dialogo per  ristabilire il rispetto dell’altro da sé: uomo, natura, territorio e patrimonio culturale.   Qui il bando per partecipare. http://www.flashback.to.it/wp-content/uploads/2018/03/open-call-_-opera-viva.pdf?utm_source=phplist49&utm_medium=email&utm_content=HTML&utm_campaign=Bando+per+artisti+visivi%2C+Opera+Viva+Barriera+di+Milano+2018      ...

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Le Giornate del FAI aprono le porte alla meraviglia. Primavera lei entra sicura . . .

Pubblicato da alle 09:35 in Eventi, galleria home page, Mostre | 0 commenti

Le Giornate del FAI aprono le porte alla meraviglia. Primavera lei entra sicura . . .

Sabato 24 e domenica 25 marzo 2018 torna l’appuntamento delle “Giornate FAI di Primavera”, giunto alla sua 26° edizione. Un grande evento collettivo che coinvolge tutta la penisola alla scoperta di oltre 1000 luoghi aperti al pubblico. A fronte di un piccolo contributo è offerta l’occasione di partecipare a visite guidate in location normalmente non accessibili al pubblico. A Torino i beni aperti, dalle 10 alle 18 di entrambe le giornate, sono: Prefettura*, Palazzo Vallesa di Martiniana, Archivio Storico dell’Ordine Mauriziano – Ospedale Umberto I, Palazzo dell’Università – Collegio Carlo Alberto*, Basilica dei Santi Maurizio e Lazzaro* (domenica solo al pomeriggio). Le visite guidate sono a cura dei Volontari della delegazione e degli Apprendisti Ciceroni, studenti di diverse Scuole di Torino e Provincia. Inoltre, con la collaborazione dell’Opera Munifica Istruzione sono previsti momenti musicali. Per agevolare gli spostamenti tra i vari beni è previsto un itinerario con il tram Storico. Per maggiori dettagli sulle aperture a Torino e dintorni si rimanda al sito http://www.giornatefai.it e all’evento Facebook organizzato da FAI-Delegazione di Torino e FAI Giovani Torino. Come sempre durante le giornate è possibile iscriversi alla Fondazione con tariffe agevolate per godere di sconti, omaggi, corsie preferenziali per le visite ed eventi esclusivi. A tal proposito si segnala che Palazzo Vallesa di Martiniana sarà dedicato ai soli iscritti FAI, con possibilità di iscriversi in loco. L’asterisco indica i beni fruibili anche da persone con disabilità fisiche....

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Daniele Groff dal Conservatorio all’ARTeficIO

Pubblicato da alle 13:07 in Musica, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Daniele Groff dal Conservatorio all’ARTeficIO

Nella sua giacca di pelle, con la chitarra e Beethoven sempre in testa, Daniele Groff da più di vent’anni coniuga l’educazione da classicista con la passione per la musica britannica. Liceo musicale sperimentale, Conservatorio Statale di Musica di Trento, specializzazioni in pianoforte, oboe e violoncello: questo il curriculum di Daniele Groff, vincitore del Premio Lioness per la Musica all’età di soli quattordici anni. Il musicista trentino cresce tra gli spartiti e perfeziona la propria tecnica in diverse masterclass sotto la guida di docenti del Mozarteum di Salisburgo e della University of Miami, costruendo solide basi di musica classica. Durante un viaggio in moto in Inghilterra, tuttavia, le sonorità pop lo conquistano e Daniele Groff si lascia incantare dagli artisti d’oltremanica, primi fra tutti gli Oasis, che contaminano la sua cultura musicale con ritmi nuovi e inediti. Nasce così, nel 1998, Variatio 22, album d’esordio prodotto tra Roma e Londra che gli apre la strada verso importanti rassegne della musica leggera italiana, da Sanremo al Festivalbar. Seguono altri 2 album e 14 singoli, fino all’ultima produzione Bellissima verità. La storia e l’esperienza musicale di Daniele Groff sono protagoniste dello showcase in solo acustico all’ARTeficIO di via Bligny 18/L sabato 17 marzo alle 21 per la rassegna “Gli unplugged dell’ARTeficIO”, salotto musicale ideato da Soluzioni Artistiche, l’associazione torinese che promuove lo sviluppo e la produzione di musica, teatro, editoria e arti visive. Appartenente al circuito AICS, questo nuovo spazio cura e organizza attività e iniziative sociali e culturali, volte a sensibilizzare l’opinione del pubblico come a sostenere e incoraggiare talenti artistici appartenenti a ogni campo. L’ARTeficIO, gestito da un gruppo di professionisti dell’ambito dell’audiovisivo e della comunicazione attivi da più di vent’anni, nasce come luogo di aggregazione, spazio espositivo e ricreativo, incubatore di idee e progetti nella zona del Quadrilatero Romano. In tale atmosfera, Daniele Groff condividerà una serata di racconti, riflessioni e musica con il pubblico e gli amici artisti che saranno con lui sabato sera e con i quali ripercorrerà gli anni della carriera, le passioni e gli insegnamenti di altri autori e musicisti italiani e stranieri. Tutto al ritmo del suo brillante brit pop...

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Progetto Pilun. Riscoprire i piloni votivi. Un bel progetto di Arte Sacra Contemporanea.

Pubblicato da alle 17:16 in .Arte, galleria home page, Mostre, talenTO | 0 commenti

Progetto Pilun. Riscoprire i piloni votivi. Un bel progetto di Arte Sacra Contemporanea.

E’ con il nobile intento di ridare visibilità ai piloni votivi, che, all’inizio di dicembre, il pittore Angelo Barile e il giornalista e musicista Luigi Bairo hanno dato vita a Pilun – progetto di Arte Sacra Contemporanea. Un’iniziativa che ha riscosso un immediato e inatteso successo: più di 850 iscritti nei primi mesi, oltre mille fotografie, centinaia di piloni individuati, fotografati e spesso geolocalizzati dagli iscritti al gruppo; tante le storie, i volti misteriosi incontrati in questa “caccia al pilone”, che sta appassionando sempre più persone.   Sono presenti un po’ ovunque nel territorio, nei centri urbani, ma soprattutto in campagna. Eretti per ricordare eventi miracolosi di cui spesso si è persa la memoria, oppure come ex voto. Nei boschi proteggevano il cammino dei viandanti in corrispondenza dei trivii, incroci di tre sentieri, che erano considerati fulcro di energie negative, dove poteva manifestarsi il potere infausto delle streghe, che in Piemonte si chiamavano Masche,  e del demonio.   Non sono stati dipinti da artisti famosi, ma da sconosciuti pittori locali itineranti. Ma pur non essendo considerati opere d’arte, conservano un fascino straordinario. Alcuni versano in condizioni di totale degrado, altri sono stati oggetto di restauri discutibili. Un mondo dimenticato, ma straordinario, denso di storia e di mistero si cela in queste semplici costruzioni, frutto della più semplice e genuina spiritualità popolare. Ci sono cose che vedono solo gli artisti, i sensibili, gli accorti. Oltre a vedere talvolta decidono di agire, di restituire agli sguardi qualcosa che era lì, “nascosto in bella vista”. https://www.facebook.com/groups/240120996525435/  Collaborare al progetto Pilun? Pilun è un progetto aperto. Ogni forma di collaborazione è ben accetta. – CENSIMENTO DEI PILONI . E’ possibile contribuire individuando e documentando le edicole votive presenti nel territorio, scattando una o più fotografie e indicandone l’esatta collocazione (se possibile anche segnalando le coordinate geografiche che possono essere individuate con GOOGLE MAPS). Le informazioni andranno pubblicate con un post sul gruppo facebook PILUN – PROGETTO DI ARTE SACRA CONTEMPORANEA. Gli amministratori del gruppo procederanno alla realizzazione di una mappa interattiva su Google. – Proporre sulla stessa pagina facebook suggerimenti, commenti, collaborazioni, notizie che possano aiutare a recuperare la storia delle edicole del...

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Dondolare tra Haydn e Bartok condotti da Xavier Roth e la Mahler Chamber Orchestra

Pubblicato da alle 16:48 in Musica, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Dondolare tra Haydn e Bartok condotti da Xavier Roth e la Mahler Chamber Orchestra

Lingotto Musica. Già direttore dal 2015 dell’Oper Köln e della Gürzenic Orchestra, fondatore dell’ensemble Les Siècles e da quest’anno direttore ospite principale della London Symphony Orchestra, François-Xavier Roth è nato a Parigi nel 1971 e venerdì 16 marzo alle 20.30 esordisce sul podio dell’Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto alla guida della Mahler Chamber Orchestra, formazione fondata da Claudio Abbado nel 1997 e da allora ospite ricorrente della rassegna dei Concerti del Lingotto. Il programma della serata oscilla sull’asse Austria-Ungheria tra Sette e Novecento, proponendo pagine di Béla Bartók e Franz Joseph Haydn. Il concerto sostituisce l’appuntamento originariamente previsto per il 23 aprile 2018 con la WDR Sinfonieorchester di Colonia diretta da Jukka Pekka Saraste, cancellato da Lingotto Musica a causa dell’annullamento della tournée europea della formazione tedesca. In apertura le Danze popolari rumene Sz. 68 di Bartók, nella versione per soli archi: scritte nel 1915 dal compositore magiaro, appartengono a quella fase di scoperta e rivisitazione del patrimonio folclorico dell’est Europa, che tanto aveva impegnato e interessato Bartók a partire dal 1906, anno di pubblicazione della raccolta di Canti popolari ungheresi. A seguire il Secondo Concerto per violoncello e orchestra in re maggiore Hob. VIIb:2 di Haydn, opera risalente al 1783 e composta per il violoncellista boemo Anton Kraft – dal 1778 al 1790 primo violoncello dell’orchestra del principe Nikolaus Esterhàzy – a cui l’opera fu attribuita fino al 1951 quando fu rinvenuta la partitura autografa di Haydn. Interprete ne è Jean-Guihen Queyras, strumentista di fama internazionale che a questo Concerto aveva già dedicato un’apprezzata incisione con la Freiburger Barockorchester per l’etichetta Harmonia Mundi. Bartók inaugura la seconda parte della serata, con il Divertimento per archi Sz. 113: datato 1939, appartiene al periodo della piena maturità dell’opera di Bartók e fu commissionato dal direttore d’orchestra e mecenate svizzero Paul Sacher; nell’opera il richiamo al genere settecentesco del divertimento e vari elementi classicizzanti che ne determinano la struttura si coniuga, nuovamente, con il ricorrente ricorso a materiali tematici desunti dal patrimonio popolare ungherese. Chiude il concerto la Sinfonia n. 96 in re maggiore Hob. I:96 «The Miracle», appartenente al corpus delle Sinfonie Londinesi scritte nel corso dei due viaggi che Haydn compì tra il 1791 e il 1795 nella capitale britannica. Il “Miracolo” a cui allude il titolo è posteriore alla nascita della composizione e si riferisce alla caduta di un lampadario senza gravi conseguenze durante la sua esecuzione.   Mahler Chamber Orchestra – François-Xavier Roth direttore Jean-Guihen Queyras violoncello Béla Bartók (1881 – 1945) Danze popolari rumene Sz. 68 Franz Joseph Haydn (1732 – 1809) Concerto n. 2 in re maggiore per violoncello e orchestra Hob. VIIb:2 Béla Bartók (1881 – 1945) Divertimento per archi Sz. 113 Franz Joseph Haydn (1732 – 1809) Sinfonia n. 96 in re maggiore Hob. I:96 «The Miracle» VIA NIZZA 262/73, 10126 TORINO, +39 011 66 77 415, http://www.lingottomusica.it...

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Anche le Statue Muoiono: Distruzione e Bellezza nell’Arte.

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Anche le Statue Muoiono: Distruzione e Bellezza nell’Arte.

I musei preservano le opere d’arte o le privano del loro valore? Le difendono dal deterioramento del tempo o semplicemente le sottraggono all’ambiente a cui appartengono e in cui dovrebbero restare?  Questi sono gli interrogativi  – a cui è difficile trovare risposta – su cui la mostra “Anche le Statue Muoiono: Conflitto e Patrimonio tra Antico e Contemporaneo”, nata dalla collaborazione tra quattro dei musei più importanti di Torino – il Museo Egizio, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, i Musei Reali e il Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino – intende riflettere, dando vita a un sorprendente incontro tra opere d’arte e oggetti di artigianato provenienti da luoghi ed epoche diverse eppure unite nell’amore e nel bisogno dell’arte come mezzo per esprimere le inquietudini e i turbamenti propri dell’essere umano, non solo attraverso la creazione ma anche la distruzione.   Un’occasione per meditare sul reale valore dell’arte che, seppur logorata e mutilata dal tempo, non perde il suo fascino, anzi, lo accresce. Il progetto mantiene uno sguardo critico sui recenti avvenimenti nel Medio Oriente, che hanno causato la distruzione di patrimoni storico-artistici di incommensurabile valore e che confermano il ruolo vitale e irrinunciabile dei musei nella custodia della bellezza attraverso le ere.   La mostra, che il Museo Egizio ha scelto di ospitare al piano interrato, quasi a voler dare l’impressione al visitatore di entrare egli stesso all’interno di uno scavo archeologico, è impreziosita da fotografie e documenti che testimoniano lo sforzo costante degli archeologi di scovare e conservare beni culturali d’inestimabile importanza e renderli godibili a un più vasto pubblico. “Mi piace trasmettere il messaggio che dobbiamo studiare quello che il passato ci ha tramandato”, afferma il direttore del Museo Egizio Christian Greco, “ricordando che la tutela passa anche attraverso il dialogo e la conoscenza“. Ma la genialità della mostra risiede nella presenza di opere appartenenti all’arte contemporanea: nove artisti hanno infatti cercato di dialogare con i reperti millenari in esposizione attraverso installazioni, video e fotografie in grado di esaltare la bellezza degli oggetti esposti e di confermare che la distruzione nell’arte è sempre esistita e sempre esisterà; splendida è la serie dei nove volti fotografati da Mimmo Jodice e quelli spezzati dei governatori di Qau el-Kebir. Un incontro tra passato e futuro che si può dire incisivo ed efficace, in cui gli elementi d’arte contemporanea riescono nel difficile compito di non oscurare le opere antiche, evidenziandone invece l’unicità e il valore. Unica nota dolente: le opere dell’artista statunitense Liz Glynn, classe 1981. Notevoli nella composizione ma alquanto piatte e monotone. L’opera migliore? Il frammento del volto di Akhenaton, faraone egizio della XVIII dinastia, parte di un’antica statua riscolpita (probabilmente per ripugnanti fini commerciali) in epoca moderna: pochi centimetri di eternità a racchiudere tutto il senso della mostra. Ilaria Losapio...

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La Grandeur del Piano 35. Il ristorante celebra la cucina francese.

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La Grandeur del Piano 35. Il ristorante celebra la cucina francese.

Saranno i quindicimila metri cubi di serra climatica posti a centocinquanta metri d’altezza che incastonano la sala da pranzo del Piano 35, a fare da cornice vegetale nelle tre serate dedicate a rendere omaggio a Paul Bocuse. Il ristorante più alto d’Italia, in cima al grattacielo progettato da Renzo Piano, e abituato a guardare le stelle da vicino, infatti parteciperà, con un proprio progetto, al Bocuse d’Or Europe 2018. L’anticipazione preparata per il 19, 20 e 21 marzo, sarà un modo di preparare il palato per quando a giugno a Torino arriverà la manifestazione del Bocuse d’Or, il più importante concorso gastronomico internazionale. La Francia, la grande cucina, il plaisir de vivre verranno omaggiate con  tre concetti chiave: “accoglienza, edonismo e celebrazione”. In quest’ottica un raffinato menù a quattro mani verrà proposto il 19, ai commensali preparato da Eric Sapet, chef stella Michelin de La Petit Maison de Cucuron, e Fabio Macrì, l’apprezzato chef del Piano 35 nato a Roma ma ornai torinese a tutti gli effetti. Il piccolo borgo di Cucuron che si trova nella regione del Luberon, qualcuno, soprattutto i cinefili, lo ricorderanno nel film di Ridley Scott “Un’ottima annata”. Ebbene se i protagonisti sono i sapori d’Oltralpe tutta italiana sarà la sfida che il Ristorante 35 affronterà partecipando alla quarta edizione del Gôut de France, forse il più grande evento dedicata alla cucina francese. Dalle enormi vetrate del Piano 35 si scorgono, nelle giornate limpide, il profilo delle Alpi e, dietro ad esse gli amati e odiati cugini francesi. Il rendere merito, con  gusto e humor tutto italiano a una grande cucina sarà un’occasione di incontro, di competizione e d’inventiva. Superare le montagne a forza di ottima gastronomia, questa sì la vera grandeur.  http://www.grattacielointesasanpaolo.com/ristorante/   Classe 1986, Fabio Macrì è alla guida di Piano35 Ristorante da maggio 2017. Chef dalle significative esperienze all’estero, Macrì ha portato nel ristorante più “alto” d’Italia una ventata di originalità, grazie ai suoi piatti in perfetto equilibrio tra creatività e tradizione, dove la cucina popolare incontra la sofisticata autorevolezza dei ricettari più nobili, come nelle proposte del Vialardi, cuoco di corte. Scuole del Gambero Rosso, dove frequenta il corso Professione Cuoco (2007), per continuare all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, dove si laurea con 110 e lode (2014). Macrì vanta però già una laurea in Storia dell’Alimentazione e dell’Agricoltura conseguita nel 2012 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma Tre. Professionalmente inizia l’attività nel 2006, quando si trova a ricoprire il ruolo di sous-chef della vineria con cucina Passaguai di Roma. L’anno dopo, sempre a Roma, al ristorante stellato Il Convivio Troiani riveste l’incarico di chef de partie. Le esperienze che però hanno segnato maggiormente la sua strada sono quelle presso l’Experimental Kitchen di The Fat Duck – tre stelle Michelin – nel 2014 e alla Fondazione Alìcia di Ferran Adrià nel 2015.    ...

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“Donna, se’ tanto grande e tanto vali …” Il genio femminile nel tempo.

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“Donna, se’ tanto grande e tanto vali …” Il genio femminile nel tempo.

Festa della donna. “Donna, se’ tanto grande e tanto vali …” Una potenza ontologica che spiazza tutti ? La donna! Poeti, filosofi, teologi, pittori, artisti.  Parlarne in vista della giornata mondiale della donna, che ricorre l’8 marzo è un dovere lecito e voluto. Mi farò aiutare da due libri: Ogni storia è una storia d’amore di Alessandro D’Avenia e Generare Dio di Massimo Cacciari.   Due libri apparentemente contrapposti, due scrittori completamente diversi: filosofo veneziano il primo, letterato siciliano il secondo. In comune un argomento alquanto dibattuto e fortemente controverso: il genio femminile nel tempo e la potenza di Dio attraverso una donna. Il confronto è volutamente forzato per ribadire il grande dono della femminilità dentro la storia.   Le annunciazioni di Massimo Cacciari e le devozioni di Alessandro D’avenia  si incontrano nello splendore dell’arte e nella passione mitologica, che interroga e si interroga sul ruolo della donna, sia essa Euridice, la Vergine col Bambino, una caparbia e devota compagna o una cinica avversaria di vita. Ambedue gli scrittori tessono una lunga storia d’amore, ambedue parlano di riso, pianto, odio, perdono, di rabbia, pace, sofferenza o gioia.Il cammino intellettuale tracciato da Massimo Cacciari conduce il lettore alla scoperta del mistero dell’incarnazione, a meditare su Colei che medita e che nell’ombra genera la luce.   Attraverso gli eterni dipinti di Andrea Mantegna, Giovanni Bellini, Simone Martini, Lippo Lemmi, Piero della Francesca e il Beato Angelico, Massimo Cacciari quasi con timorosa meraviglia cerca di raccontare, per immagini, l’enigmaticità della storia di Maria. Una storia senza tempo, una storia generata nel tempo che sovrasta l’impossibilità di un “sì”. E’ difficile pensare ad una donna che sceglie di concepire perché prima è scelta, che genera senza conoscere di generare, che non smette di chiedere, di domandare, di penetrare il Mistero. Massimo Cacciari, attraverso queste icone mariane decanta una donna che ha saputo osare, che ha voluto vivere la vita di una scelta nella scelta di una Vita, attraverso la prova del turbamento, della paura, dell’angoscia, della rivelazione. La donna, per eccellenza: Maria! Colei che insegna ad interpretare il signum e ad accoglierlo, declinando un cammino in salita mai facile, ma felice. Le donne di Alessandro d’Avenia, invece, sono le donne di sempre, le donne che hanno reso grandi gli uomini “grandi” nel silenzio della solitudine o dell’abbandono, delle privazioni e delle rinunce. Muse ispiratrici tanto amate quanto odiate a volte, muse perseguitate, svuotate o esaltate. I destini di trentasei donne, che diventano custodi dei destini degli altri si dipanano lentamente sulla scia del sentimento amoroso e diventano donazione, abnegazione, tensione, follia, morte. Alessandro D’Avenia chiosa Ovidio più volte attraverso il mito di Orfeo ed Euridice, per liberare l’amore, per narrare attraverso i nomi delle donne presentate nel libro, la passione di anime inquiete, che vivono le follie dell’altro e per l’altro, incondizionatamente. Cacciari e D’Avenia, nella loro tensione ad infinitum suggellano una semplice verità: ogni donna è una presenza ontologica importante in ogni singola storia umana.   Figlia, madre, sposa, amante, educatrice, lavoratrice, la donna nella sua continua ricerca espressiva celebra se stessa in quanto dono. Festeggiare l’8 marzo allora significa festeggiare sempre, festeggiare il senso della forza e del coraggio di migliaia di donne, che ogni giorno nel proprio silenzio e con estrema discrezione sorridono alla vita e lottano per difenderla fino alla fine. Ricordare l’8 marzo significa richiamare...

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Renato Guttuso alla Galleria Civica d’Arte Moderna. Un Boogie Woogie sesantottino.

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Renato Guttuso alla Galleria Civica d’Arte Moderna. Un Boogie Woogie sesantottino.

Alla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino La Politica nell’Arte: l’Occhio Critico di Renato Guttuso “Per noi l’arte non può essere antiumana, nel nostro presente, anzi, cerchiamo di cogliere i fermenti opposti a tanto rassegnato pragmatismo”. Così il grande pittore palermitano Renato Guttuso definì nel lontano 1967 la missione dell’arte, un gioco di luci e ombre messa a punto dal più meticoloso e visionario homme d’art a beneficio di una sempre più cinica realtà. La GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino dedica un’ispirante quanto evocativa esposizione alle opere del noto pittore neorealista, artista (e politico), mettendone in risalto l’orientamento espressionista e il notevole impegno sociale. Curata da Pier Giovanni Castagnoli, in collaborazione con gli Archivi Guttuso, la mostra – aperta al pubblico dal 23 febbraio al 24 giugno 2018- raccoglie circa 60 opere di diversa provenienza, dai più importanti musei alle collezioni pubbliche e private europee. Fiore all’occhiello della collezione sono i lavori a carattere politico, dipinti dall’artista lungo un arco temporale che corre dalla fine degli anni Trenta alla metà degli anni Settanta. Per Guttuso, infatti, l’arte è inscindibile dall’impegno politico e sociale e trova la sua massima espressione nel farsi promotrice di valori e moralità. Le opere attraversano tutto il Novecento e narrano con considerevole minuziosità l’evoluzione artistica di Guttuso, dai primi lavori influenzati dalle povere origini e dalla vita semplice della Sicilia degli anni 30 a quelli più politicamente impegnati, come gli impressionanti dipinti realizzati a seguito delle rivolte sociali degli ultimi anni 60.     Il percorso espositivo si compone di una lunga serie di ritratti, paesaggi, nudi, conversazioni private e nature morte, introducendo in modo crescente il visitatore all’interno del complesso mondo del pittore siciliano.  La sala principale è adibita ai dipinti più malinconici e introspettivi dell’artista, nei quali è chiara l’ispirazione all’arte cubista (in questo grande importanza ebbe l’amicizia con Pablo Picasso). Lo stile pittorico è caratterizzato da un uso deciso, quasi veemente del pennello sulla tela che però non compromette la dolcezza e l’intensità delle opere; una su tutte la magnifica e distratta eleganza di Balcone, un olio su tela del ’42 straripante di liricità e teatralità, forse l’opera più coinvolgente dell’intera mostra, ancor più del ben più famoso (e criticato) “I Funerali di Togliatti” del 1972: stupefacente a una prima occhiata ma totalmente privo di emozionalità.   Nella seconda sala sono ospitati i disegni, caratterizzati dal tipico tratto grezzo e spigoloso ma profondamente veri, malinconicamente vividi nella loro cruda sincerità. La mano di Guttuso scorre veloce sulla carta, quasi graffiandola con l’inchiostro. Quel che conta è sconvolgere il visitatore, mostrargli la realtà per quella che è, senza edulcorazioni. Ne è un chiaro esempio Restano solo i morti, del 1956: poche linee tracciate su carta telaiata bastano per restituire l’aspro realismo di uomini morti. Emozionalità e intensità che però non si riscontrano in tutti lavori del pittore siciliano, e qui sta forse il suo tallone d’Achille. Benché in molti casi riesca a restituire ai suoi personaggi veridicità e personalità, spesso l’attenzione quasi spasmodica ai dettagli e all’uso dei colori mette in ombra elementi di prima importanza come l’espressività dei soggetti e la loro autenticità di esseri umani, appiattendoli sulla tela. Un esempio si può trovare nel freddo Boogie Woogie del ’53 in cui, seppur...

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L’arte del raccontare storie entra nelle corsie ospedaliere. Assemblea Teatro legge.

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L’arte del raccontare storie entra nelle corsie ospedaliere. Assemblea Teatro legge.

Intervista a Renzo Sicco di Assemblea Teatro e ideatore dell’iniziativa. “Non sempre abbiamo voglia di stare dove stiamo e non c’è niente come le storie, che ci porti lontano” Paola Mastracola   La narrazione è una formula usata da sempre, nelle diverse culture, per diffondere messaggi, creare legami, comunicare. Proposta in ambito ospedaliero può aiutare i pazienti nel loro percorso di paura, speranza, accettazione; può diventare un momento ricco di significato che dà conforto ai pazienti e amplia le prospettive di chi racconta. Da questi presupposti nasce il ciclo di letture in ospedale, proposte da Assemblea Teatro e dalla direzione sanitaria del San Luigi, una proposta sperimentale che potrebbe allargarsi ad altre situazioni di cura. Narrare una storia a chi affronta una degenza ospedaliera – afferma Renzo Sicco regista di Assemblea Teatro- è come offrire una boccata d’ossigeno, un riparo dalle turbolenze dei pensieri tristi, un aiuto a sentirsi meno soli. Come è nata l’iniziativa? Dopo una mia degenza all’Ospedale San Luigi e dopo aver cercato un conforto nella piccola biblioteca dello stesso, ho immaginato e proposto un percorso di letture che potesse aiutare i degenti in un loro momento difficile, facendoli sentire meno soli. Ho interpellato alcuni amici scrittori, come Erri de Luca, Luis Sepulveda, Gabriele Romagnoli e Paola Mastrocola, che hanno subito accettato l’idea di far leggere i loro testi in ospedale dai nostri attori. L’idea è stata accolta molto bene anche dallo staff medico, dagli psicologi e dal personale sanitario.” Un intervento in un luogo di cura richiede una sensibilità particolare agli attori interpellati per narrare. Certo si entra in un luogo di cura e di dolore e questo richiede un’attenzione particolare alla situazione del degente che incontriamo in un piccolo spazio, nella sua camera o in una saletta riunioni, cercando di creare con lui-lei un rapporto diretto, speciale. Abbiamo varie proposte di lettura e una duttilità d’offerta che tiene conto delle condizioni di ogni singolo malato: se percepiamo stanchezza del pazienti, o difficoltà a concentrarsi, proponiamo racconti brevi e più leggeri. Avevate già proposto letture in ospedale? “Abbiamo usato la narrazione in corsia con bambini ricoverati in reparto oncologico: in particolare s’è impegnata la nostra Cristiana Voglino, che aveva un figlia ricoverata nello stesso reparto, e dall’esperienza è nato anche un libro che raccoglieva le idee, i disegni, le frasi dei bambini proposte in un racconto dal titolo ‘Aiutami a non avere paura’ che era una frase detta da un piccolo degente.” La malattia fa soffrire e spaventa ma, in certe situazioni almeno, può gettare una luce nuova su alcuno aspetti dell’esistenza… “La malattia è un passaggio problematico che però può insegnare molto: per me è stata uno shock molto forte, non perché la ritenessi un tabù e non l’avessi contemplata, ma certamente viverla in prima persona è molto diverso; in questo caso si può andare incontro ad un ko tecnico dal quale poi si cerca di rialzarsi, ognuno con i suoi tempi. Il fattore tempo nel periodo di malattia, è molto variabile, ogni paziente ha i suoi tempi di ripresa e bisogna rispettarli, bisogna lasciare che il malato raccolga i suoi pensieri, e riorganizzi le sue risorse, senza forzature. Un concetto fondamentale che i parenti, a volte, tendono a sottovalutare.” Le reazioni alla malattia infatti possono essere influenzate dal comportamento di famigliari e amici. Durante il percorso della...

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La Fondazione Umberto Veronesi scende in piazza. Non tiratele i pomodori !

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La Fondazione Umberto Veronesi scende in piazza. Non tiratele i pomodori !

  Sabato 10 e domenica 11 marzo 2018 la Fondazione Umberto Veronesi torna nelle piazze di tutta Italia per la prima edizione de “Il Pomodoro. Buono per te, buono per la ricerca”, un’iniziativa ideata per raccogliere fondi per finanziare la ricerca scientifica in ambito pediatrico, al fine di garantire le migliori cure possibili ai bambini malati di tumore e aumentare le loro aspettative di guarigione. Fondamentale sarà il contributo dei volontari della Fondazione Umberto Veronesi, che per un intero weekend saranno impegnati nelle piazze per sostenere la ricerca rivolta a trovare una cura alle malattie oncoematologiche dei più piccoli. Saranno loro, a fronte di una donazione minima di 10 euro, a distribuire nelle oltre 100 piazze italiane una confezione con tre lattine di pomodori, nelle versioni pelati, polpa e pomodorini: un’iniziativa resa possibile grazie alla preziosa collaborazione e sostegno di ANICAV (Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali) e Ricrea (Consorzio Nazionale Riciclo e Recupero Imballaggi Acciaio). Da sempre il pomodoro rappresenta un ingrediente fondamentale nella dieta mediterranea; è un frutto con pochi zuccheri, ricco di fibre, vitamine C ed E e sali minerali, quali potassio e fosforo. Contiene molecole bioattive come i polifenoli, potenti antiossidanti, e i carotenoidi tra cui il licopene, studiato come coadiuvante nel potenziamento del sistema immunitario e nella prevenzione di alcuni tipi di tumore. Ogni anno in Italia si ammalano di cancro circa 1.400 bambini di età compresa tra 0 e 14 anni e circa 800 adolescenti fino a 19 anni. Grazie agli enormi passi avanti fatti dall’oncologia pediatrica e dalla ricerca scientifica, oggi il 70% di questi tumori infantili guarisce, con punte dell’’80-90% nel caso di leucemie e linfomi. Nonostante questo, le neoplasie rappresentano ancora la prima causa di morte per malattia nei più piccoli, ed è per questo che la Fondazione Umberto Veronesi ha deciso di impegnarsi attivamente per dare una speranza in più ai piccoli malati oncologici e alle loro famiglie. Per maggiori info e per conoscere l’elenco completo e aggiornato delle piazze italiane, visitare il sito http://www.fondazioneveronesi.it RICREA è il Consorzio Nazionale per il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Acciaio. Promuove e agevola la raccolta differenziata degli imballaggi usati di acciaio come scatolette, bombolette, barattoli, fusti e tappi corona. Pratici e sicuri, gli imballaggi in acciaio sono ideali per la conservazione di cibi come il pomodoro perché ne preservano al meglio le caratteristiche nutrizionali ed organolettiche. Gli imballaggi in acciaio recuperati grazie alla raccolta differenziata vengono fusi in acciaieria e ritornano acciaio, per rinascere sotto nuove forme come binari ferroviari e telai per biciclette. L’acciaio è tra i materiali da imballaggio più riciclati al mondo, ed è un materiale permanente che può essere riciclato infinite volte senza che questo ne comprometta la qualità. Nell’ultimo anno in Italia è stato riciclato il 77,5% degli imballaggi in acciaio immessi al consumo, un risultato di eccellenza a livello europeo. L’ANICAV, Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali, nata a Napoli il 5 febbraio 1945, è la più grande associazione di rappresentanza delle imprese di trasformazione di pomodoro al mondo per numero di imprese aderenti e quantità di prodotto trasformato. Essa associa 92 aziende su 115 operanti sul territorio nazionale che trasformano circa il 70% di tutto il pomodoro lavorato in Italia e la quasi totalità del pomodoro pelato intero prodotto nel mondo e...

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Frank Horvat a Torino. Bruna Biamino ci porta dentro “La storia di un fotografo”.

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Frank Horvat a Torino. Bruna Biamino ci porta dentro “La storia di un fotografo”.

Intervista a Bruna Biamino sulla mostra di Frank Horvat La notizia è che martedì 27 febbraio 2018 si è inaugurata nelle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino la prima mostra antologica di Frank Horvat (Abbazia, 1928) all’interno di un’istituzione museale italiana. L’evento accade a ridosso del compimento del suo novantesimo anno d’età. Durante le ultime fasi dell’allestimento, Bruna Biamino, assistente alla curatela  della mostra, accetta gentilmente di incontrarmi per una visita in anteprima e di rispondere qualche domanda domanda. Bruna. Ti faccio subito vedere questa fotografia qui. Il matrimonio musulmano a Lahore in Pakistan. La foto che è stata inserita nella mostra The Family of Man di Steichen del ‘55. Fulvio. Epocale. B. Sapevo che ti sarebbe piaciuta. F. Sì, ho guardato un po’ la biografia di Horvat. In realtà, lo conoscevo poco. Me lo immaginavo come un fotografo di moda. Invece è affascinante come lui percorre la fotografia in vari modi. C’è quello, che lo ha reso famoso, ma poi ce ne sono tanti altri che non conosciamo. B. Ha lavorato tantissimo. Una capacità di lavoro pazzesca con tanti tipi di lavori, che lo rendono meno riconoscibile. Quello che gli han sempre fatto notare. Per questo, ad un certo punto, ha detto: “va bene, non sono riconoscibile, allora cerco di dividere il mio lavoro in chiavi interpretative”. F. In modo da creare un filo conduttore che aiuti. B. Esatto. F.  Infatti è questa la cosa che mi ha affascinato di più. Guardando Horvat, attraverso di lui, attraversi la storia della fotografia in tanti modi. B. È una delle cose che guardavo ieri. Veramente, se guardi quella foto lì ti sembra Berenice Abbott, per dire. F. Sì, Horvat parte dalla tradizione. B. Poi però c’è la moda, poi c’è quella che sembra un Eugene Smith. Voglio dire, c’è tutta la fotografia. F. Difatti mi piace perché ti sia da stimolo. Come un uomo solo che attraversa tutta una storia e occupa diverse posizioni. Cioè a volte fa il collezionista, a volte il fotografo, a volte intervista anche lui…   B. Fa la moda, fa il reportage, poi fa l’arte… F. È una sorta di attivista della fotografia in vari modi. Non so come dire. Questo è molto bello. La sua chiave più affascinante. B. Il suo lavoro è diviso in questo modo. Lui, come sai, è curatore della sua mostra. F. Ecco, infatti, il tuo ruolo qual è? B. Di assistenza alla curatela perché ci voleva qualcuno qui, che non poteva essere lui che ha quasi novant’anni. F. Quindi come nasce la cosa? Da dove viene fuori? B. Horvat ha lavorato molto con Giovanni Rimoldi, che era il mio vecchio gallerista, quello di Documenta. F. Sì, mi ricordo, venivo alle mostre. B. Giovanni mi ha detto che ad Horvat piacerebbe moltissimo che un museo italiano, essendo lui nato in Italia, gli dedicasse una mostra per i suoi novant’anni. Allora abbiamo fatto questa proposta ai Musei Reali. Alla direttrice Enrica Pagella sono piaciuti molto sia il lavoro di Horvat sia le fotografie della sua collezione personale. F. Giusto c’è anche quello. C’è una mostra nella mostra. B. E quindi abbiamo cominciato a progettare la cosa. Però abbiamo pensato, visto che lui ha diviso il lavoro in chiavi interpretative e ha le idee molto chiare,  che fosse lui il curatore della sua...

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Caro Sindaco ti scrivo.

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Caro Sindaco ti scrivo.

E’ di questi giorni una lettera, pubblica, diretta al Sindaco di Torino Chiara Appendino, scritta da Federico Francesco Ferrero. La lettera, che in modo poco torinese dà del tu a Chiara, ha il pregio di svincolarsi per toni e impostazione dai fuochi della campagna elettorale. I periodi prima di un voto hanno da sempre un eccesso di enfasi, una esagerazione di maniera a cui nessuno riesce a sottrarsi. In questo scritto quello che colpisce maggiormente, oltre al garbo, è l’appello, l’esortazione a fare, a inventare, a osare e per osare  indica persino a chi rivolgersi. Poeti e sognatori, intellettuali, giovani e meno giovani, ma tutti accomunati dal fatto, determinante, di essere degli anticonformisti.   La lettera contiene molte critiche e, da quelle parte, per sottoporre più di un’idea. Non ci sono insulti, condanne o anatemi. Ma una lettura personale del momento, indubbiamente difficile e lo sarebbe per qualsivoglia amministrazione. Ciò che la rende autentica, probabilmente sincera, è il provare a proporre soluzioni, magari non risolveranno la situazione, ma è molto di più di quello che in genere accompagna le critiche. Ha una scintilla di utopia e il desiderio di porre, ancorare, fiducia in qualcuno. Cosa di cui si è sempre più restii. Chiude dicendosi disponibile per un impegno civico a titolo gratuito per collaborare ad un progetto per il futuro. Sarà stata l’inclinazione a credere alle lettere e nella parola scritta, persino se il mezzo è Facebook, l’esporsi in prima persona, il dire quel che si pensa senza infingimenti, aprendo la porta a coloro che approvano e a quelli che disapprovano, o il tentativo di bussare alle porte del castello per vedere se la castellana si affaccia; saranno state molte di queste suggestioni legate insieme, che hanno fatto sì che si pubblicasse questa lettera. Oltre al fatto che i cittadini, soprattutto quando non urlano, vanno ascoltati. La lettera è scritta dal Federico Francesco Ferrero, medico chirurgo nutrizionista, MasterChef d’Italia e giornalista.   Ciao Chiara, è parecchio che non ci sentiamo. So che sei molto attiva su vari fronti e che stai facendo del tuo meglio. Ma, dopo averci riflettuto per mesi, oggi ho deciso di scriverti pubblicamente per esortarti a fare di più, per spingerti ad andare oltre l’attività amministrativa. La città sta morendo, per più motivi congiunturali. E ha bisogno di uno scatto d’orgoglio, ha bisogno di un sogno. E riciclare quello olimpico non può essere l’unica soluzione. Sono stato in decine di città negli ultimi sei mesi e il confronto è impietoso. Torino è sporca come non lo è mai stata, il degrado è palpabile nei marciapiedi sconnessi, nelle strade sozze, nei graffiti che imbrattano ogni singolo palazzo. La sicurezza sta diventando un serio problema, le periferie languono. Lo smog, responsabile di oltre 1000 morti all’anno in città, è a livelli che imporrebbero l’immediata chiusura alle auto di tutto il Centro, senza deroghe neppure ai residenti, e la pedonalizzazione totale del centro storico, seppur impopolare, sarebbe inoltre l’unica carta in grado contemporaneamente di rilanciare e difendere il piccolo commercio, di gettare le basi per un turismo di eccellenza e di tutelare mobilità alternativa e salute dei cittadini. Le attività storiche chiudono e sono rimpiazzate da anonime vetrine di multinazionali mentre i giovani ripongono le loro speranze imprenditoriali nella gastronomia, di cui nuove aperture sbocciano ogni settimana; ma...

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L’Unione Musicale riporta il Quartetto Hagen al Conservatorio Giuseppe Verdi.

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L’Unione Musicale riporta il Quartetto Hagen al Conservatorio Giuseppe Verdi.

Unione Musicale. Al Quartetto Hagen in una intervista la giornalista Laura Brucalassi rivolge una domanda premurosa,  precisa e sempre attuale, la risposta che ne riceve è altrettanto accorta e ricca di sensibilità. Voi siete musicisti, insegnanti e anche genitori: secondo voi come si può favorire il contatto di bambini e ragazzi con la musica classica? Personalmente credo in una forte connessione tra la musica che custodiamo e le idee dell’illuminismo. Per me, la maggior parte della musica è radicata in una profonda comprensione dell’umanità e nelle migliori qualità a cui gli esseri umani possono aspirare. Può essere che questo aspetto sia stato un po’ sottovalutato nell’educazione… Considerato uno dei migliori quartetti al mondo e ritenuto un modello in termini di qualità del suono, pregio dell’assieme e varietà stilistica, l’Hagen è stato invitato regolarmente dall’Unione Musicale fin dal 1987 e ora ritorna a Torino, oggi, mercoledì 21 febbraio (Conservatorio Giuseppe Verdi – ore 21), per la prima tappa di un brevissimo tour italiano. All’inizio erano quattro fratelli, bravissimi e affiatati, cresciuti in una famiglia di musicisti di Salisburgo: ai violini Lukas e Angelika (sostituita nel 1987 Rainer Schmidt), alla viola Veronika e Clemens al violoncello. Avviati a una carriera speciale già quando erano allievi del Mozarteum, gli Hagen festeggiano nel 2018 trentasette anni di carriera insieme, vissuta ai massimi livelli fin  primi anni, segnati dalla vittoria in numerosi concorsi internazionali e da un contratto in esclusiva con Deutsche Grammophon, oltre che dalla dedizione nella preparazione e nel perfezionamento di un repertorio sterminato, che oggi è la loro cifra caratteristica. Negli anni i programmi dei loro concerti, accattivanti e intelligenti, hanno centrato molteplici obiettivi: da un lato hanno consolidato la tradizione interpretativa del repertorio classico (si vedano le loro pluripremiate incisioni dei Quartetti di Mozart e Beethoven), dall’altro hanno ampliato il repertorio con nuovi brani commissionati agli autori di oggi e – dato non scontato – hanno rinverdito pagine poco note, riportandole all’attenzione del pubblico. A Torino, dopo gli apprezzatissimi concerti dedicati ai Quartetti di Mozart e Beethoven, realizzati rispettivamente nel 2006 e nella stagione 2012-13, il Quartetto Hagen presenta ora un programma incentrato sui grandi autori del Novecento con i Cinque Pezzi op. 5 e le 6 Bagatelle op. 9 di Webern e i Quartetti di Debussy e Ravel, che rappresentano le uniche composizioni per quartetto dei due grandi autori francesi. Il Quartetto Hagen ha dichiarato: «Il fatto stesso che questi brani siano stati tutti scritti in un arco di tempo piuttosto breve e in un’epoca in cui sono avvenuti cambiamenti drammatici ci ha convinti a mettere insieme queste pagine. D’altra parte l’abbinamento permette di mettere a confronto i diversi tipi di scrittura: quella del quartetto francese, con la sua riflessione sul canone classico, e il pensiero compositivo tedesco proiettato sul futuro della scrittura del quartetto per archi».     I Cinque Pezzi op. 5, del 1909, così come le successive Bagatelle op. 9, sono brani estremamente densi e sintetici, costruiti su “motivi” di una, due, tre o quattro note. Alla dilatazione delle durate (e degli organici) della musica tardoromantica precedente Webern risponde facendo scomparire il concetto stesso di “tema”, cui si accompagna la perdita di ogni riferimento alla tonalità, alla scansione ritmica regolare, all’attenuazione delle sonorità, che raramente toccano il forte. Webern “compensa” con un’attenzione estrema a ogni minimo dettaglio: le...

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L’Electric Jazz Experience, per sentire un po’ di buon jazz elettrico, funk e fusion.

Pubblicato da alle 09:42 in Musica, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

L’Electric Jazz Experience, per sentire un po’ di buon jazz elettrico, funk e fusion.

La Cricca di Torino ospita martedì 20 febbraio ore 21.30 il concerto dell’Electric Jazz Experience, progetto creato dal cantante e vocalist jazz Valerio Vigliaturo, che si presenterà nel locale di via Carlo Ignazio Giulio 25/Bis con Emanuele Francesconi al Rhodes and bass line, Alessandro Minetto alla batteria e ospiti vari. Il repertorio è composto da brani in chiave jazz elettrico, funk e fusion di Miles Davis, Herbie Hancock, Chick Corea, Dave Brubeck, Billy Cobham, Al Jarreau, Wayne Shorter, John Scofield. Valerio Vigliaturo, dopo diverse esperienze in band, come cantautore, chitarrista, e produzioni discografiche, nel 2012 ha ripreso la sua passione per il jazz e il blues. Insieme a Giovanni Grimaldi, storico insegnante e vocalist al Centro Jazz prima e alla Jazz School Torino ora, approfondisce tecnica vocale, teoria e improvvisazione. Nel 2013 conosce il grande cantante jazz Kevin Mahogany e partecipa al masterclass sull’interpretazione vocale tenuto da Joey Blake e Gegè Telesforo organizzato ad Ivrea dal Quincy Blue Choir diretto dalla cantante Paola Mei. Riprende così la sua attività concertistica attraverso jam session al Jazz Club e al Magazzino di Giancarlo di Torino, ed esibizioni dal vivo in locali della Sicilia e del Piemonte come il Metropole Jazz Club e l’Hotel Imperiale di Taormina, il Diavolo Rosso di Asti, il Cafè Des Arts, The Mad Dog Social Club di Torino, il Louisiana Jazz Club di Genova e il Nordest Cafè di Milano. Collabora nel frattempo con i pianisti Angelo Cultreri e Gianni Micciola. Nel 2015 è stato ospite insieme al pianista Emanuele Francesconi della “Notte nera del jazz” in occasione del Moncalieri Jazz Festival dedicato alla voce. Nel 2016 ha partecipato con il suo quartetto alla X edizione dell’Alba Jazz Fest, alla Festa della Musica più grande d’Italia, che si è svolta a Mantova, capitale italiana della cultura e ad Asti Musica. Collabora con i jazzisti Monne Bellavia, Gaetano Fasano, Michele Anelli, Paolo Francesconi, Fabio Gorlier, Alessandro Minetto, Claudio Bonadè, ed Emanuele Francesconi, esibendosi in concerti e rassegne jazz. L’ingresso è gratuito con tessera...

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Il profumo ? Tutto da vedere a Palazzo Madama.

Pubblicato da alle 11:11 in Eventi, Fashion, galleria home page, Mostre | 0 commenti

Il profumo ? Tutto da vedere a Palazzo Madama.

Il Fascino Irresistibile del Profumo: la storia del “buon odore” narrata a Palazzo Madama Prima di J’adore, Hypnotic Poison e Chanel n.5 c’erano olii essenziali, incensi, erbe aromatiche e fiori essiccati. Prima degli odierni parfumeurs come Tom Ford, Narciso Rodriguez e Jean Paul Gaultier in un lontano (e ben più fascinoso) passato c’erano speziali, alchimisti e misteriosi uomini venuti da Oriente chiamati maghi.     Il profumo, in tutte le sue innumerevoli fragranze e modalità d’uso, è con ogni probabilità il più forte elemento di congiunzione tra le diverse culture che si sono avvicendate nel corso di oltre 4000 anni di storia della civiltà. La mostra “Perfumum. I Profumi della Storia”, aperta al pubblico dal 15 febbraio al 21 maggio 2018 nella splendida cornice di Palazzo Madama, vuole essere un racconto sull’evoluzione del profumo dal Mondo Antico fino agli anni 2000, con una particolare attenzione ai diversi valori simbolici assunti dallo stesso nel tempo.     L’esposizione, allestita nell’angusta ma elegante sala Atelier e che vanta oltre duecento oggetti di inestimabile valore appartenenti alle collezioni di Palazzo Madama e a vari musei e istituzioni torinesi come il museo egizio e il MAO, si organizza in sei distinte e suggestive sezioni: il mondo antico, nel quale il profumo viene considerato mezzo di comunicazione con la divinità e l’aldilà; il Medioevo, epoca di profondi cambiamenti nella quale prevale la valenza protettiva e terapeutica del “buon odore”; l’età moderna, che vede la progressiva laicizzazione del profumo e la sua identificazione con le classi più elevate; la raccolta di trattati, materie prime e ricettari; una ridotta collezione di abiti profumati molto in voga nel Cinquecento e infine la sezione più vasta dedicata ai profumi del Novecento, dai primi flaconi del tardo Ottocento, come l’Acqua di Felsina, a quelli del nuovo millennio come i celeberrimi J’adore e Black Orchid.   Nell’ottica di rilanciare Torino come capitale della cultura dell’olfatto italiana, inoltre, l’Associazione culturale torinese Per Fumum, fondata da Roberta Conzato e Roberto Drago, organizza una serie di incontri internazionali sulla cultura olfattiva, dalla presentazione dei profumi storici dell’Osmothèque di Versailles all’incontro con creatori di profumi di fama internazionale, che avranno luogo il 16, 17, 18 febbraio e il 7 e 8 aprile 2018 a Palazzo Madama e altre sedi.      “Sono felice di veder realizzato un mio grande sogno: l’unione della magia del profumo con la bellezza della mia città”, dice Roberta Conzato. “L’educazione olfattiva per troppo tempo non ha avuto la ribalta che merita, oggi possiamo dire di aver raggiunto un traguardo importante, che per noi di Per Fumum è un punto di partenza per sviluppare la cultura del profumo“. Ilaria Losapio  ...

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