Torino per il turista

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Torino e i suoi musei

Percorsi d’arte e di cultura – Oggi a Torino e nei suoi dintorni sono aperti al pubblico oltre cinquanta tra musei, beni culturali, castelli, residenze e spazi espositivi che, nel loro insieme, costituiscono un’offerta culturale di livello internazionale.

“Torino e i suoi musei” propone sette itinerari (arancione, rosso, lilla, blu, azzurro, verde e grigio). Parte di essi si sviluppano nel centro cittadino ed è possibile percorrerli a piedi. Le residenze reali, situate intorno alla città, e alcuni musei di recente apertura sono comunque raggiungibili con mezzi pubblici.

Informazioni turistiche
Le informazioni di interesse per i turisti che vogliono visitare la città: come arrivare, dove alloggiare, cosa vedere e altri utili suggerimenti. Il sito è consultabile in otto lingue

In Piemonte, In Torino

Il portale degli eventi culturali in Piemonte e a Torino: mostre, musica, cinema, teatro, danza, eventi speciali: tutti gli appuntamenti del territorio in cinque lingue per programmare la vostra visita.

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 Il futuro del Motorismo Storico in convegno al Senato della Repubblica.

Pubblicato da alle 15:38 in Economia, Eventi, MotorInsider, Prima pagina | 0 commenti

 Il futuro del Motorismo Storico in convegno al Senato della Repubblica.

Il motorismo storico genera un valore economico annuo di 2 miliardi e 200 milioni di euro. Il consistente apporto economico è costituito prevalentemente da due voci: la spesa di manutenzione e restauro dei veicoli, che genera lavoro per migliaia di artigiani, e quella legata al turismo durante gli eventi e le manifestazioni. Questo il dato più significativo emerso al convegno organizzato dall’Automotoclub Storico Italiano giovedì 20 settembre presso il Senato della Repubblica, Sala Koch, Palazzo Madama a Roma, intitolato “Il futuro del Motorismo Storico, un patrimonio culturale, turistico ed economico da salvaguardare e sviluppare”. “Non abbiamo petrolio e miniere, ma possiamo primeggiare nel mondo con la fantasia”: con le parole di Enzo Ferrari il Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati ha aperto  i lavori: «Un settore», lo ha definito, «ancorato nel passato ma che continua ad ispirare le forme del domani. Le nostre auto e le moto d’epoca non sono semplicemente mezzi di trasporto, ma espressione di libertà, velocità, dinamismo, creatività. Evocano epoche e momenti storici ma anche i paesaggi, i colori, gli odori e perfino i sapori del made in Italy più autentico. Hanno in sé una componente artistica ed estetica che tutto il mondo ci invidia. Basti pensare al successo internazionale riscosso dai nostri grandi designer – Pininfarina tra tutti – e dalle loro auto, valutate all’estero come vere e proprie opere d’arte al pari di un Picasso o di un De Chirico, definite “sculture in movimento” e degne di essere esposte al Moma di New York, come nel caso della Cisitalia 202 ma anche della 500 F, altra icona del prodotto Italia. Le quattro e le due ruote incarnano la bellezza ma anche la cultura. Penso alle opere di Pavese, Luzi, Montale, ai dipinti di Boccioni, al connubio che le automobili e le moto italiane hanno avuto con il cinema, la musica, la cultura di massa del ‘900. Film come il “Sorpasso” o “Vacanze Romane” fanno ormai parte della memoria collettiva non solo italiana. È del tutto evidente quindi che il patrimonio culturale e artistico del motorismo storico italiano non ha pari al mondo. E anche per questo deve essere salvaguardato, tutelato, divulgato e sviluppato». “L’Asi con questo appuntamento – ha sottolineato il Presidente dell’Asi  Maurizio Speziali –  ha inteso focalizzare ciò che rappresenta il veicolo storico in termini di crescita economica del nostro Paese attraverso diversi settori, da quello tecnico legato al restauro e alla manutenzione a quello turistico con migliaia di manifestazioni che interessano i comparti alberghieri e della ristorazione”. In questo senso, di assoluto interesse sono stati anche altri  dati emersi dalla ricerca dell’Istituto Piepoli:  due italiani su tre manifestano interesse per il motorismo storico e hanno assistito a eventi ad esso dedicati. Di questi ben il 43% pensa o immagina di acquistare prima o poi un’automobile o una moto d’epoca. In questo quadro sono significativi altri dati che riguardano l’uso dei veicoli storici, oggi penalizzato in quasi tutte le grandi città per motivi di inquinamento. “L’Asi– ha detto Maurizio Speziali –  vuole dare il suo apporto alla crescita del Paese continuando con passione l’attività certificativa e ponendosi come interlocutore serio e qualificato con il mondo della politica e delle Amministrazioni locali”. Ai lavori, ai quali ha portato il suo saluto anche il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, hanno partecipato anche  i Presidenti di Fiva Patrick Rollet...

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E se il il Salone del Gusto fosse destinato a sparire?

Pubblicato da alle 10:29 in DOXA segnalazioni, EATpiemonte, Economia, galleria home page, Notizie | 0 commenti

E se il il Salone del Gusto fosse destinato a sparire?

Il 24 settembre si è conclusa la dodicesima edizione del Salone del Gusto che ha chiuso eguagliando il risultato del 2014, quando si era svolta l’ultima edizione nei padiglioni del Lingotto. I passaggi  si aggirano attorno alle 220mila presenze. Ma, a dispetto dei numeri ufficiali, questa edizione ha creato un po’ di scontento generale.  Gli stand erano decisamente meno rispetto alle edizioni passate e il bel tempo caldo, forse, non ha aiutato questa edizione al chiuso del Lingotto Fiere e dell’Oval (anticipata oltretutto di un mese rispetto alle precedenti ) che ha sostituito quella del 2016 all’aperto tra parco del Valentino e centro città, e soprattutto senza il biglietto d’ingresso che, c’è da dire, quest’anno era piuttosto economico: 5 € se acquistato online (+ 1 euro di prevendita), 10 € se acquistato in biglietteria e 20 € per gli abbonamenti online (+ 2,50 euro di prevendita), che garantivano l’accesso per tutti i cinque giorni dell’evento. Chi ha pagato il prezzo più caro  – in tutti i sensi – sono stati gli espositori che, a detta loro, rispetto al costo dello stand,  hanno avuto non solo un basso introito nella vendita dei loro prodotti ma anche i contatti B2B sono stati piuttosto miseri. Altra “cattiva intuizione” è stata il dividere il Salone metà al Lingotto e metà in centro città con alcuni food truck e l’enoteca in piazzetta Reale, privando così tutto il padiglione espositivo dei vini. Vogliamo aggiungere che dopo gli incidenti di piazza San Carlo è diventato più difficile l’organizzazione e la gestione delle manifestazioni?   Anche la scarsa comunicazione dell’evento non è stata certo d’aiuto. Inoltre, come ha detto Petrini, grazie al lavoro divulgativo di Slow Food, molti prodotti e cibi che una volta si trovavano solo al Salone del Gusto ora si possono acquistare in tanti posti come da Eataly ad esempio, o nei vari eventi gastronomici che si organizzano in tutta Italia e a cui partecipa sempre più gente. Abbiamo parlato con un produttore che ha partecipato alle edizioni passate ma a questa no chiedendogli il perché di tale decisione e lui ha risposto dicendo che ha puntato su altre fiere più indirizzate specificatamente agli operatori, poi perché il Salone del Gusto non gli ha mai dato alcun riscontro dal punto di vista commerciale, finiva per essere solo un’occasione di incontro con altre aziende. Infine perché la  sensazione era quella che si fosse un po’ perso il filo della manifestazione riducendola a una grossa carrellata di prodotti. Non era uscito né con lo stupore né con lo spirito che aveva avuto ad altre fiere e questo lo ha spinto a decidere di non partecipare. Possiamo allora dire che il Salone del Gusto con questa formula è destinato a morire? Se forse la risposta è affermativa altrettanto non si può dire per Terra Madre che è invece è in gran forma! Si sono assaggiati piatti mai visti preparati con alimenti che arrivano dall’altra parte del mondo, si sono conosciute culture diverse, si sono conosciuti contadini e produttori del territorio italiano e straniero che hanno raccontato i loro valori e le loro tradizioni… insomma forse il Salone del Gusto dovrà solamente più essere Terra Madre? Elena...

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C’è chi le chiama chiocciole ma i più lenti le chiamano ancora lumache.

Pubblicato da alle 18:15 in EATpiemonte, Economia, Eventi, Prima pagina | 0 commenti

C’è chi le chiama chiocciole ma i più lenti le chiamano ancora lumache.

Per i francesi sono le escargot, per alcuni sono le lumache, ma per i più informati sono le chiocciole. Tra questi ci sono sicuramente quelli dell’Istituto Internazionale di Elicicoltura e l’Associazione Nazionale Elicicoltori che a Cherasco dal 28 settembre al 1 ottobre organizzano il 47° Incontro Internazionale di Elicicoltura e il 13° Festival della Chiocciola in cucina. Il termine elice ha un ventaglio di significati, di accezioni davvero singolare. Dall’antico nome dell’Orsa maggiore, così detta perché gira intorno al polo celeste, delle volute minori del capitello corinzio, alla curva esterna del padiglione dell’orecchio, alla forma a chiocciola della scala per le librerie fino alla gustosa chiocciola da mettere in tavola.  Quindi Cherasco si prepara a indossare la veste ornamentale di Chiocciole con una nuova formula che quest’anno vedrà l’evento svolgersi in una nuova location: al Palachiocciola fuori le mura di Cherasco. Una kermesse che per 4 giorni vedrà avvicendarsi appassionati e tecnici della elicicoltura 2.0, chef e le loro inedite preparazioni culinarie a base di chiocciole e non solo, artisti del calibro di Marco Berry che la domenica 30 si esibirà in uno spettacolo imperdibile, laboratori per i grandi e per i piccoli tenuti all’Accademia, street food dai mille sapori, cene al Palagastronomico a base di chiocciole e non solo, grandi nomi della cucina regionale quali Francesco Oberto dello stellato Da Francesco e Paolo Meneguz del FRE di Monforte d’Alba, intrattenimenti internazionali quali i balli occitani e performance musicali.     Il PalaChiocciola, ExpoChiocciola e la Piazza degli Elicicoltori saranno i punti cardinali per vivere un’esperienza intensa nel mondo della Chiocciola. La kermesse avrà inizio venerdì 28 ottobre con il taglio del nastro e l’apertura ufficiale in Expochiocciola, una vera e propria piazza dove degustare le prelibatezze culinarie, godere di pranzi e cene di alta gastronomia con i ristoranti delle Osterie d’Italia e i migliori chef di Cherasco e divertirsi scoprendo l’incredibile virtuosità della lumaca, tra uno stand di prodotti cosmetici e uno di street food. Sabato 30 all’interno del Palachiocciola avrà luogo la Giornata Informativa, mentre domenica 30 il Convegno Internazionale: occasioni fondamentali per chi vuole essere introdotto al mondo dell’elicicoltura 2.0, condite da case history di successo, consigli preziosi e visite agli impianti elicicoli. Nelle stesse giornate, due pullman Bus Company saranno a disposizione per accompagnare il pubblico agli allevamenti di chiocciole più vicini. Nella Piazza degli Elicicoltori, gli stand degli allevatori italiani più rappresentativi del Metodo Cherasco e i loro variatissimi prodotti: dal gelato alla fragola alle creme a base di bava di lumaca. Poco distante, l’Accademia dell’Istituto, inaugurata durante la scorsa edizione del Festival. La struttura di ricerca e innovazione ospiterà imperdibili laboratori di cucina e di abbinamenti food&beverage per adulti e...

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A Fossano la mostra di Leonardo Opera Omnia. Peccato le opere non ci siano, nemmeno una.

Pubblicato da alle 18:28 in .Arte, DOXA segnalazioni, galleria home page, Spettacoli | 0 commenti

A Fossano la mostra di Leonardo Opera Omnia. Peccato le opere non ci siano, nemmeno una.

Il titolo è grandioso quanto il nome dell’artista: Leonardo. Opera Omnia. Solo a sentirlo il piacere scatta sull’attenti, la curiosità, la gioia, la commozione di vedere le opere tutte, Omnia, del grande maestro raccolte tutte insieme in Italia. Come magnetizzate in un son punto e tra queste l’ineffabile Gioconda. Invece. Invece niente. Di opere nemmeno l’ombra. Eppure dietro a questa fakenews artistica c’è la Rai, Rai Com, Comune di Fossano, Diocesi di Fossano e Progettomondo.mlal, in collaborazione con Fondazione Artea e Regione Piemonte. Ma soprattutto c’è il nome di Antonio Paolucci come curatore. La mostra che non c’è, 21 settembre 2018 – 13 gennaio 2019, è stata collocata presso il Castello degli Acaja (piazza Castello), il Museo Diocesano (via Vescovado, 8) e la Chiesa della Santissima Trinità (via dell’Ospedale, 2). Cosa significa che la mostra non c’è. Semplice, le opere non ci sono. In loro vece si potranno vedere delle immagini.  Così recita la comunicazione della mostra: Grazie all’utilizzo di sofisticate tecniche digitali ed a un sapiente uso delle luci, il visitatore viene virtualmente collocato di fronte all’opera originale, – no non è l’originale dipinto da Leonardo,  arrivando a vivere l’esperienza emozionale che la fruizione dei grandi capolavori suscita. L’esperienza emozionale di un pixel, nemmeno di un falso ben dipinto. Ma se è un alias, una riproduzione virtuale, virtuale allo stesso modo sarà l’emozione. Anche questa un falso. Un’impostura del cuore attraverso gli occhi ed un biglietto a pagamento. Acquisite con il contributo di numerosi fotografi professionisti e successivamente sottoposte a controllo e restyling, le riproduzioni sono conformi agli originali e in altissima risoluzione. Sono inoltre dotate di un sistema di retroilluminazione sofisticato che, permettendo di regolare l’intensità luminosa e la temperatura di colore, garantisce una resa ottimale nei diversi ambienti.  Parallelamente alle fotine delle opere di Leonardo saranno organizzati numerosi eventi collaterali. Questi per fortuna sono veri e meritano la gita. Tra queste una lectio magistralis della professoressa Paola Salvi, docente dell’Accademia di Brera. Il Cenacolo di Leonardo: istantanea di un evento. Un incontro a cura di Mons. Pierangelo Chiaramello con la partecipazione di “Voci fuori dal coro” del M° Beccaria, giovedì 25 ottobre, alle ore 20.00, presso la Chiesa della SS. Trinità. Attraverso Leonardo… arte, fede e musica. Un percorso alla scoperta di tre dipinti dell’artista in compagnia del quartetto d’archi della Fondazione Fossano Musica, del diacono Paolo Tassinari e della prof.ssa Barbara Villosio. Gli appuntamenti: domenica 4 novembre, l’“Adorazione dei Magi”; domenica 11 novembre, “San Giovanni Battista”; domenica 18 novembre, “La Vergine delle Rocce”. Tutti gli incontri si terranno presso la Chiesa dei Battuti Bianchi (largo Camilla Bonardi, Fossano), alle ore 20.45. L’ipotesi più felice su questo moda di mettere in scena un castello di specchi virtuali risiede forse nella nostalgia. La nostalgia dell’originale, del vero, del quadro fatto di colore, tela e tempo. Un sentimento che scateni il desiderio di mettersi in viaggio per raggiungere un museo, cercare la sala dove l’opera è alloggiata e lì di fronte, in piedi, poter distinguere il vero dal virtuale. Buon viaggio.      ...

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“E lucevan le stelle…. “ I love you Tosca: un melodramma per tutti a MITO.

Pubblicato da alle 10:42 in galleria home page, Musica, Spettacoli | 0 commenti

“E lucevan le stelle…. “ I love you Tosca: un melodramma per tutti a MITO.

“E lucevan le stelle…. “ per Mito Settembre Musica Tre atti memorabili che rendono la Tosca una tra le più famose opere liriche musicate. Tre atti che per gli spettatori-ragazzi diventano un trampolino di lancio nel  mondo delle passioni, della storia, del dramma. Mito Settembre Musica anche quest’anno dedica uno spazio magico ai bambini. Alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani è andata in scena la grande opera di Giacomo Puccini, in una versione “giovanile” , travolgente e vivace. Bravi i principali ed unici attori Yanmei Yang, voce e Marco Mazzoni, performer. La rivisitazione melodramma del grande compositore è diretta e semplice. Essenziale. Non sono presenti tutti gli orpelli storici e gli intrighi di palazzo del libretto pucciniano, ma ogni battuta e ogni canzone espongono il vero significato dell’opera: la passione in tutte le sue sfumature.  Floria Tosca è la prima vittima del dramma. La folle gelosia percorre il personaggio dall’inizio alla fine in un crescendo di colpi di scena, necessari ed invadenti, che richiamano l’oblìo, il delirio, l’annientamento, il tormento, lo sgomento. La morte. Il cavaliere Mario Cavaradossi, pittore e amante di Tosca non è da meno. Personaggio poco riuscito, forse,  ma con un ruolo determinante. Appassionato dell’arte e dell’amore, della bellezza e dei nobili ideali, il pittore appare debole ma deciso: sa esporsi con prestigio e rilevanza scenica. Indimenticabile ed unica, come la melodia, la sua performance, prima della morte. Anche lui sarà una vittima, della falsità e della malevolenza, dell’ingiustizia e dell’ipocrisia. Della cieca gelosia. Cesare Angelotti, ex Console della caduta Repubblica Romana bonapatista, fratello della marchesa Attavanti; vive della sola passione politica e della gloria. Personaggio informe e sfortunato, nelle battute e nell’esito finale. Ma forse era questo l’intento di Puccini. Il barone Scarpia, feroce e malvagio nel suo ruolo ufficiale è alquanto subdolo e sprezzante. Drammaticamente e musicalmente “indecente” nella sua libidine è vittima della passione sensuale, del possesso, del raggiro. Ricatta Tosca nella maniera più infame per poi morire tragicamente. Funesta morte che provocherà il declino della storia e del melodramma.  La Tosca di Giacomo Puccini si ascolta e si vive attraverso il turbamento degli animi, la vera passio del latino classico. E non si può fare a meno di provare una forte emozione lungo lo svolgersi degli eventi, un’emozione violenta che è capace di dominare la volontà di chi la sperimenta attraverso le melodie accorate e calde del compositore. Apprezzata dal giovane pubblico, I love you Tosca ha saputo trasmettere il vero significato del melodramma: la commovente forza drammatica della rappresentazione scenica, dove musica, teatro e danza stravolgono e ribaltano gli eterni temi dominanti dell’uomo. Amore e morte. Maria Giovanna...

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I 140 anni di Venchi celebrati con una dolce mostra alle OGR.

Pubblicato da alle 17:52 in EATpiemonte, Fashion, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

I 140 anni di Venchi celebrati con una dolce mostra alle OGR.

In occasione dei 140 anni dell’azienda dolciaria Venchi, è stata presentata alle OGR – Officine Grandi Riparazioni – a Torino,  una mostra storica curata dai food writers Clara e Gigi Padovani, che percorre un affascinante viaggio nel mondo del cioccolato piemontese, tra capitani d’industria e finanzieri, prodotti innovativi, curiosità inaspettate, manifesti artistici e citazioni letterarie. Sono state ricostruite le origini dell’industria dolciaria torinese a partire dalla fine dell’Ottocento, portando alla luce i brevetti di prodotti ancora oggi in commercio, scovando nei 25 archivi consultati, e con l’aiuto di collezionisti privati, locandine originali, scatole, stampi che consentono di apprezzare l’arte che hanno accompagnato il cioccolato in tutti questi anni. La mostra si apre con il ritratto di Caterina (o Catalina, più correttamente) Micaela d’Austria, Duchessa di Savoia andata in sposa al Duca Carlo Emanuele I nel 1585. Pare infatti, sia stata lei a portare il cacao sciolto in tazza alla Corte dei Savoia. Il vero protagonista della prima parte della storia è Silviano Venchi, figlio di contadini con terre a Robbio Lomellina, nelle risaie del Pavese vicino al Piemonte, che a soli 14 anni arriva a Torino, nel 1863, e impara l’arte del confetturiere. Nel 1878 in Borgo Vanchiglia, sulla via degli Artisti, sorge  il primo laboratorio dell’operaio dolciere Silviano Venchi. Ma all’intraprendente Silviano, quel primo impianto va stretto così, con il cognato Basilio, ufficiale del Regio Esercito, e il manager Gerardo Gobbi, nel 1907 riesce a realizzare in corso Regina Margherita,  grazie al progetto dell’architetto Pietro Fenoglio, il suo grande sogno. La mostra continua con immagini di locandine e poster che comprendono le più disparate varietà di dolciumi: confetti argentati, confetti e mandorle, confetti decorati, boligomma, tavolette zuccherine e pastiglie, fondenti e confetture speciali, liquirizia, caramelle e rock drops, cioccolato, gallettine, biscotti, wafers. Dopo la fusione tra Venchi e Unica, nel 1938, i capannoni passeranno al Demanio statale come Opificio Militare: ciò che resta dell’antico splendore architettonico è ancora visibile oggi. Dopo la morte nel 1922 di Silviano Venchi, senza figli, Gobbi e le famiglie Basilio e Gribaldi prendono in mano l’azienda. A questo punto la storia aziendale si complica, perché entra in campo l’avventura del finanziere mecenate Riccardo Gualino che intuì subito le potenzialità del cioccolato e dei dolciumi come nuovo consumo di massa: nel 1924 fonda la Unica (acronimo per Unione Nazionale Industrie Cioccolato e Affini), accorpando diverse aziende (comprese la Idea, la Talmone e la mitica Moriondo & Gariglio, allora famosissima) e fa costruire lo storico stabilimento di corso Francia, che dà lavoro a quasi tremila operai: tutti i torinesi lo ricordano come la sede della Venchi Unica. Le sorti dell’impero di Gualino, per la sua opposizione al fascismo e forse per azzardi finanziari, volgono al peggio agli inizi degli Anni Trenta del Novecento: l’imprenditore viene spedito al confino e la Unica passa alla Banca d’Italia, che ne risolve le sorti attraverso la fusione con la Venchi, sotto la guida di Gobbi. Fino al 1954 sarà Gobbi a gestire la Venchi Unica ci sarà poi il passaggio di consegne a un altro noto imprenditore, Giovanni Maria Vitelli, che per quasi vent’anni – dal 1957 al 1973 – è stato anche il presidente della Camera di Commercio di Torino. La Venchi Unica allora era una società per azioni  e fu così possibile la scalata di un finanziere senza scrupoli, Michele Sindona, iniziata nel 1970: dopo alterne vicende imprenditoriali che rovinarono un prezioso patrimonio industriale, l’azienda...

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Perché le famiglie con neonati dovrebbero visitare un museo?

Pubblicato da alle 13:24 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Mostre, Spettacoli | 0 commenti

Perché le famiglie con neonati dovrebbero visitare un museo?

Prima era toccato ai cani, adesso anche ai neonati. Inclusi e attesi senza più barriere nei musei cittadini. Infatti a partire dal 14 settembre, l’Anagrafe Centrale di Torino distribuirà all’atto dell’iscrizione delle nascite, il “Passaporto Culturale” che, grazie alla partnership con  Abbonamento Musei, consentirà a  tutte le famiglie per il primo anno di vita del bambini il libero accesso a 32 musei del Piemonte accreditati “Family and Kids friendly”. Che l’anagrafe a stento riesca a rinnovare una carta d’identità, se non dopo tempi infiniti, è una pura formalità, niente può fermare la corsa dentro ai corridoi museali di novelli genitori e dei loro infanti come fossero i protagonisti di Band à part. Il film di Godard dove il Louvre viene attraversato di corsa dai protagonisti in 9 minuti a 45 secondi. Probabilmente lo stesso tempo che si impiega oggi per cambiare un neonato.   Quindi bambini e cani, tutti insieme per una vera esperienza culturale. Questo il trend. Cosa poi si vada a vedere diviene in fondo relativo; i cani possiedono un’innata tolleranza all’uomo e di conseguenza ai suoi manufatti, i nuovi nati tra una poppata e un sonnellino affidano a qualche vagito il senso critico, anche se qualcuno sostiene che: Oggi sono scientificamente provati gli effetti di diversi stimoli sensoriali su specifiche aree del cervello e sui meccanismi psiconeuroendocrini che influenzano la capacità di relazionarci con noi stessi e l’ambiente che ci circonda. La partecipazione culturale attiva e la qualità dell’ambiente sono risorse che contribuiscono al ben-essere, alla rigenerazione, allo sviluppo e al potenziamento creativo partendo dai primi 1000 giorni, che sono così determinanti per la crescita bio-psico-sociale”, a sottolineare il concetto  è la dottoressa Chiara Benedetto, Presidente della Fondazione Medicina a Misura di Donna. Se l’accessibilità è un concetto primario certamente importante resta il dubbio di come la cultura sia invece trattato, dalla politica, da tema sempre secondario o, capovolto fino a divenire vassallo ad una prassi, invece che di una proposta di ampio respiro. Perché se sull’accessibilità si è ben lavorato sulla prospettiva di cosa proporre al pubblico la sensazione è che sia lasciato molto al caso e il più delle volte le scelte siano compiute a caso o per puro caso. Insomma un casus fortunatamente senza belli su cui combattere. E’ probabile che si ritenga un segnale di innovazione lasciare anni indietro il Louvre di Parigi e il Moma di New York che non permettono l’ingresso ai quadrupedi, forse che  la contemplazione delle opere è considerata qualcosa di diverso da una gita al parco con il guinzaglio in mano. Il bello. Nel rilascio dei conteggi dei visitatori potremo così leggere con intimo piacere: tot visitatori per la mostra x, di questi 18 cani di piccola taglia, un alano, un dobermann e ben 12 neonati.  Perché, quindi, le famiglie con neonati dovrebbero visitare un...

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A Milano il primo Starbukcs. Due insegnanti, uno scrittore e da Torino il gelato di Alberto Marchetti.

Pubblicato da alle 17:26 in EATpiemonte, Economia, galleria home page, Innovazione, Notizie | 0 commenti

A Milano il primo Starbukcs. Due insegnanti, uno scrittore e da Torino il gelato di Alberto Marchetti.

Proprio dove sorgeva la corte dei duchi longobardi, la Curia Ducis, da cui deriva il nome della piazza, Piazza Cordusio, ex sede di Poste Italiane, ha aperto il primo Starbucks italiano. Si tratta del format Reserve™ Roastery, la scelta premium del gruppo di Seattle, presente solo nella sede di Seattle, appunto, e a Shangai. Uno sbarco italiano in grande stile, che preannuncia aperture future gestite dal gruppo Percassi, scelto come licenziatario unico di Starbucks in Italia, il quale sarà proprietario e gestore dei locali. Parrebbe inoltre, che il gruppo bergamasco stia cercando a Torino uno spazio adatto ad ospitare una delle sue caffetterie, ma per ora non c’è ancora nulla di ufficiale.   Quello di Milano è il locale più grande d’Europa, uno spazio di 2.400 metri quadrati dove i clienti potranno fare un viaggio nel mondo del caffè. C’è una nota romantica che riguarda l’ideazione di Starbucks:  Howard Schultz, executive chairman e fondatore, ha raccontato che l’ispirazione  gli è venuta durante un viaggio a Milano nel 1983: “La mia immaginazione venne catturata dal caffè italiano, dal romanticismo, dalla teatralità del gesto nella preparazione nei bar, per me il caffè al bar è il terzo luogo fondamentale nella vita quotidiana degli italiani. Questo terzo posto tra casa e lavoro è stata l’ispirazione italiana di quello che in futuro sarebbe poi diventato Starbucks”. E forse, anche per questo, Schultz non si è mai sentito pronto ad entrare nel mercato italiano col concetto classico, proprio per il rispetto per la cultura del caffè del nostro paese, e ha voluto entrare solo con qualcosa di davvero unico e spettacolare. In primo luogo la Roastery è una vera e propria torrefazione, dove vengono tostati diversi caffè rari. Nel negozio c’è un pannello simile a quello degli aeroporti che comunica in tempo reale i caffè che stanno venendo torrefatti e si assiste al trasporto dei chicchi di caffè attraverso tubi penumatici. Oltre al caffè presso la Roastery si possono trovare più di 100 altre bevande tra cui i tè Teavana, preparati con il nitrogeno e altre nuove tecniche. Oltre a oggetti e caffettiere in vendita, c’è anche una piccola biblioteca con più di 200 titoli legati al caffè. Altre sorprese riguardano le collaborazioni avviate da Starbucks a Milano. La prima con la bakery milanese Princi (http://www.princi.it/), non solo limitata al negozio di Milano, ma si tratta di una collaborazione mondiale, con la possibilità di acquistare pane, focacce e pasticceria italiana al banco. La seconda con il maestro gelatiere torinese Alberto Marchetti (https://www.albertomarchetti.it/).  Una delle grandi novità di questa apertura è infatti l’introduzione nel menu di una nuova, inedita referenza: il nitro gelato affogato, il gelato molecolare. Alberto Marchetti è stato scelto da Starbucks per unire, con la sua esperienza, la tradizione italiana del gelato artigianale al gusto unico del caffè americano utilizzando ingredienti selezionati e rigorosamente Made in Italy.  Il nitro gelato affogato verrà offerto fresco al momento, con una preparazione scenografica , direttamente di fronte agli occhi dei clienti in 3 gusti: fiordilatte, crema al caffè e sorbetto al caffè. Il primo negozio Starbucks fu aperto il 31 marzo 1971 a Seattle, da tre ragazzi che frequentarono l’università: Jerry Baldwin, un insegnante di inglese, Zev Siegl, un insegnante di storia, e Gordon Bowker, uno scrittore. Starbucks piacerà così tanto anche in Italia? Si vedrà. La sua particolarità è quella di...

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Torino Spiritualità dice: «I would prefer not to». Un Preferirei di No, che aiuta a crescere.

Pubblicato da alle 18:29 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Spettacoli | 0 commenti

Torino Spiritualità dice: «I would prefer not to». Un Preferirei di No, che aiuta a crescere.

Una vecchia e amata canzone di Vasco Rossi si intitolava “C’è chi dice no”. Non sarà certamente stato il rocker di Zocca ad influenzare i curatori della rassegna spirituale torinese, ma certo fa un certo effetto partire da una negazione. Qualcosa di incalpestabile esiste e bisogna sottrarlo alla morsa del mondo. Si tratta della provocazione della negazione, il non ci sto. Eppure viviamo nel mondo del no presunto, forse meglio nel mondo dell’indifferenziato e indistinto si & no a tutto ciò che si presenta difficile da raggiungere, o semplicemente frutto di una scelta.  “Preferisco di no” è dunque  Torino Spiritualità 2018, in programma dal 26 al 30 settembre in città, concentra la sua riflessione, aperta e dialogante come sempre con centinaia di dibattiti, animati da relatori e uditori , con camminate, meditazioni e  incontri i in cui i  i protagonisti sono tutti pubblico e oratori.  “Preferisco di no” dice il curatore Armando Buoinauto, come “soprassalto di consapevolezza che pressioni, recinti e conformismo non riescono a contenere, che mentre nega allo stesso tempo afferma. Preferisco di no, risposta, breve, gentile ma irriducibile, per esprimere il proprio dissenso contro l’opacità dei tempi”, titolo ispirato alla frase di un personaggio letterario che è parsa di grande attualità. Davanti alla constatazione di un mondo dove si è sempre più connessi ma allo stesso tempo più soli, e alla necessità di guardare dentro noi stessi per porci domande senza mai scegliere la soluzione più semplice. Pertanto siamo in presenza di un “no gentile”, non emblema di rassegnazione bensì azione coraggiosa di opposizione al male, alla deriva di senso, per dare una anima e un cuore all’argomento ostico su cui si concentra la 14/a edizione della rassegna. La preferenza del “no” in una società in cui tutto si sperimenta e si ostenta è una prova etica e spirituale per orientarsi in modo diverso con la realtà. Tema scelto in omaggio allo scrivano Bartleby del racconto di Herman Melville, si ritrova ora a “calzare a pennello l’attualità” che guarda con attenzione alla situazione politica del paese e a diversi atteggiamenti della contemporaneità, tra no alla paura, all’oblio, all’individualismo e alla cancellazione della verità.      Nel programma sono presenti questi filoni: i no della religione, cominciando dalla religione cristiana e dalla figura di Gesù che il Vangelo presenta da subito come ‘segno di contraddizione’. Moltissime le proposte e articolate su temi di frontiera e sul mistero della realtà spirituale. L’ingresso agli incontri è gratuito, salvo dove diversamente indicato. Per gli appuntamenti a pagamento, la biglietteria al Circolo dei lettori è aperta da martedì 4 settembre, dal lunedì al sabato dalle ore 9.30 alle ore 21.30 e domenica 30 settembre dalle ore 9.30 alle ore 21. Informazioni sui biglietti per gli spettacoli e appuntamenti a pagamento e il programma completo di Torino Spiritualità sul sito della rassegna. http://www.torinospiritualita.org Luca...

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Paziente, pieno di riguardi, svelava le verità più ciniche e fredde nascoste dentro i cliché.

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Paziente, pieno di riguardi, svelava le verità più ciniche e fredde nascoste dentro i cliché.

Circolo dei Lettori di Torino Al sostantivo experience, legato al proprio nome, chissà quali elucubrazioni impervie e dissennate avrebbe dato fiato David Foster Wallace. Lo scrittore morto suicida dieci anni fa, che oggi, forse a sua insaputa, raccoglie un foltissimo numero di devoti ai suoi incredibili e bellissimi libri. Il Circolo dei Lettori, oltremodo impavido, ha organizzato il Wallace Experience, una serata in sua memoria. Per rimanere fedeli al titolo: “A special Indie Night” per ricordare, rileggere e, qui senza più barriere, amare David Foster Wallace addirittura per sempre. Giuro hanno davvero così scritto. Traduzione: il sopraffino, grandioso David Foster, colmo di gusto della parola, è già stato tradito da questo tipo di presentazione, più del marito di Emma Bovary. Il 12 settembre dalle 18 in comincerà il bello di pensare ad un tributo, per avventurarsi nelle sue fissazioni, come il tennis, la matematica e la politica; per conoscerlo e riscoprirlo – triste, comico, commovente. Per l’occasione, si alterneranno gli interventi del giornalista RAI Antonio Sgobba, collaboratore di Wired e La Lettura, Contro il fatalismo; di Maurizio Codogno, su Una cultura è meglio che due. DFW e la matematica: una relazione particolare; Martino Gozzi, della Scuola Holden Storytelling. Hamilton Santià, con Di cosa ridiamo quando non c’è più niente da ridere indaga il rapporto tra lo scrittore e la politica, a partire da quando Rolling Stone affidò proprio a Wallace un reportage sulla campagna elettorale di John McCain, all’epoca candidato alle primarie repubblicane. Dalle ore 21.30 al via la Special Indie Night, racconto curato da Davide Ferraris, Sara Lanfranco e Francesca Marson, mix di linguaggi, video, musica e oralità, che vede tra i protagonisti Marco Cassini, editore di SUR e già fondatore di minimum fax, casa editrice che ha portato in Italia le opere di Wallace,  Marta Ciccolari Micaldi La McMusa,blogger esperta di americanistica Giulia Muscatelli, curatrice di Brave con la lingua (Editori Riuniti) che racconta Questa è l’acqua attraverso delle speciali Instagram Stories. La storiella, strepitosa per semplicità e profondità, legata all’acqua che Wallace narrò al Kenyon college, il 21 maggio 2005, è questa;   Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?” Forse è sufficiente questo piccolo apologo per adorarlo o come scrivono quelli del Circolo: Perché ci ha spezzato il cuore con affermazioni come questa: «A me sembra che questa sia una generazione più triste, e più affamata. E la cosa che mi fa paura è che, quando arriveremo noi al potere, quando saremo noi quelli di quarantacinque, cinquant’anni, non ci sarà nessuno. (…) E non ci sarà nessun limite ai nostri, come dire, appetiti. E anche alla nostra smania di sperperare le cose». Perché, dopo aver letto Infinite Jest, abbiamo sentito il bisogno di telefonare a qualcuno, troppa era la solitudine che scaturiva da quelle pagine. Perché poteva scrivere di qualsiasi cosa – tennis, dipendenze, medicina, vita di tutti i giorni – e insegnava comunque come l’ironia, che utilizziamo spesso a sproposito, maschera i nostri veri sentimenti. Perché, anche se la parola “genio” è abusata, a lui si addice...

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Cosa succede nella pancia di balena della Gam di Torino?

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Cosa succede nella pancia di balena della Gam di Torino?

Nella bianca pancia di balena della Galleria d’Arte Moderna di Torino si lavora ad un allestimento tenuto parzialmente segreto. Qualcosa sotto la superficie sta prendendo forma ed è legato al contemporaneo.  Ne abbiamo parlato con il Direttore, per curiosare sui progetti futuri, mentre nel museo fervono i lavori di ristrutturazione al secondo e al piano seminterrato.  Riccardo Passoni è dal primo Maggio il nuovo direttore della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, per il suo esordio ha scelto di curare l’esposizione fotografica “Suggestioni d’Italia” Dal Neorealismo al Duemila, attualmente visibile al primo piano. Direttore, ci sono delle novità alla Gam, avete in serbo qualche sorpresa per la città ?  Effettivamente si, stiamo lavorando ad un’idea nuova, un ambizioso e interessante progetto che è, a tutti gli effetti, una novità. Una mostra collettiva, incentrata sull’arte contemporanea, che verrà ospitata nelle grandi sale sotterranee della Gam con durata biennale. Il progetto ha già un nome, inquadra un periodo particolare ? “Pittura Spazio Scultura – 1968 1988” questo il nome, lo veniamo a sapere in anteprima, molto evocativo, scelto per inaugurare questa modalità di turnazione biennale delle opere in collezione. Chi ne seguirà la cura ? Il progetto avrà la cura di Elena Volpato, storica e conservatrice della Galleria d’Arte Moderna. Di cosa si tratta di preciso? E’ Un vero e proprio riallestimento della collezione di arte contemporanea degli ultimi cinquant’anni, pensata per proporre nuove angolazioni di lettura del cospicuo patrimonio presente nel museo. Qualche nome degli artisti coinvolti ? Tra le opere ci saranno “L’impronta del pollice” del torinese Giorgio Griffa, e poi Eliseo Mattiacci, Paolo Icaro, insieme a Nanni Valentini, Marco Gastini, Claudio Parmiggiani, Hidetoshi Nagasawa, Remo Salvadori, Luigi Ontani, Luigi Mainolfi, Salvo e molti altri esponenti di quel periodo. Per quando è prevista l’apertura al pubblico ? Se tutto procede secondo i nostri programmi, l’apertura sarà nella primavera del 2019. Tutto confermato invece per la mostra dedicata ai Macchiaioli prevista per fine ottobre di quest’anno? Si tutto confermato, sarà un momento di particolare importanza, è stato costruito un progetto quattro mani tra Fondazione Torino Musei, GAM Torino e 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE. La Gam possiede una ricca collezione ottocentesca, ma non aveva mai dedicato una mostra a questo movimento pittorico. La preoccupa l’analisi dei numeri, biglietti, presenze per questa mostra ?  Non desidero farmi influenzare dall’ossessione dei numeri, anche se oggi è divenuto un tema più importante, per stampa e politica, rispetto alla qualità dell’offerta culturale. C’è qualcosa che vorrebbe realizzare in futuro?  Vorrei dare vita ad un appuntamento annuale focalizzato sulla fotografia. Mi piacerebbe cominciare dando voce alla Torino degli anni ’20, esponendo due grandi artisti, un po’ dimenticati, come Mario Gabinio e Stefano Bricarelli....

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Teatro Regio e Conservatorio aprono le audizioni per il Coro delle voci bianche.

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Teatro Regio e Conservatorio aprono le audizioni per il Coro delle voci bianche.

Il Teatro Regio e il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino organizzano, nei giorni 4 e 7/9/2018 dalle ore 16.30 alle ore 18 presso la Sala Caminetto del Teatro Regio due open days volti a presentare alle famiglie l’attività del Coro di voci bianche. L’intento è quello di far conoscere al maggior numero possibile di persone, assistendo direttamente allo svolgimento di una lezione-tipo, l’opportunità di prendere parte a un’attività di altissima rilevanza sia sul piano artistico sia su quello didattico; ai ragazzi che ogni anno, a seguito di una selezione, entrano a far parte della realtà del Coro di voci bianche viene infatti offerta l’opportunità di iniziare un percorso che, attraverso uno studio approfondito del solfeggio e della tecnica vocale, li condurrà sul palcoscenico di uno dei teatri d’opera più prestigiosi nel panorama nazionale e non solo, la particolarità che è doveroso segnalare è, che si tratta di un’attività completamente gratuita. Nel corso degli open days i ragazzi interessati, potranno iscriversi alle audizioni annuali per accedere ai Corsi Propedeutici all’ingresso nel Coro di voci bianche: l’attività dei corsi si articolerà in due appuntamenti settimanali: una lezione di Canto presso la Sala Coro del Teatro Regio e una lezione di solfeggio presso la sede del Conservatorio. Per sostenere l’audizione, i ragazzi dovranno preferibilmente preparare il canto popolare Sentiam nella foresta, la cui traccia audio e il testo sono disponibili tramite questo collegamento. Udiam nella foresta il cuculo cantar, ai piedi di una quercia lo stiamo ad ascoltar, cu cu, cu cu, cu cu, cu cu… La notte tenebrosa non c’è chiaror lunar. Sentiam nel fitto bosco i lupi ad ulular, Ahu, ahu, ahu, ahu, ahu… Dalle lontane steppe sentiam fin quaggiù rispondere alle renne gli allegri caribù, bau, bau, bau, bau, bau… Le audizioni, che si terranno nel mese di settembre, sono riservate agli allievi delle classi II,III, IV e V della Scuola Primaria.   Per informazioni e iscrizioni agli open days e alle audizioni contattare: tel: 011.8815.227 dal lunedì al venerdì dalle ore 11.30 alle ore...

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L’Opera Lirica raccontata da Mario Acampa per Sky Classica ha per teatro le OGR.

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L’Opera Lirica raccontata da Mario Acampa per Sky Classica ha per teatro le OGR.

“L’opera lirica è quella rappresentazione in cui il tenore cerca di portarsi a letto il soprano, ma c’è sempre un baritono che glielo vuole impedire”.  Condensato in questo fulminante e amatissimo aforisma di George Bernard Shaw, è facile ritrovare tutta la mitologia di una forma d’arte che fu nazionalpopolare e ora, pare, riservata a pochi. Un pò emarginata dai grandi media, acclamata o criticatissima a seconda del momento, conquista la ribalta nazionale solo nel momento in cui alla Scala di Milano si palesano politici e personaggi influenti per assistere alla prima, mentre attraversano il foyer. Un accenno al direttore, un sospiro sull’allestimento e finalmente il discorso può gettarsi armi e bagagli sulle mise femminili delle consorti. E tanti saluti al teatro che si fa musica. Eppure, come scrive Alberto Mattioli, nel suo ultimo fortunato  libro Meno Grigi più Verdi, edito da Garzanti, “… nel complesso l’opera italiana è stata anche un fenomeno nazionalpopolare. Una specie di utopia, non solo culturale ma anche sociale, per una volta realizzata: uno spettacolo che nasce dalle corti, élitario, costosissimo, difficile basato su convenzioni improbabili, cantato in una lingua alta e letteraria, sostanzialmente artificiale e su forme musicali talvolta basiche, ma più spesso assai complesse che però misteriosamente riesce a parlare a tutti, o almeno a tutti quelli che riescono ad avvicinarglisi”.         Ecco, l’opera rimane tutt’ora questa diavoleria di matrice prettamente italiana che parla a tutti, o quasi. Per provare ad intenderla meglio e, magari apprezzarla un giovane artista torinese ha messo in scena una trasmissione televisiva, il grande medium, dal titolo TAO, scegliendo come sede delle riprese le Officine Grandi Riparazioni di Torino. A trasmettere tutte le dieci puntate il canale di Sky, Classica HD.  Nessun riferimento al pensiero cinese, ma più semplicemente un acronimo: Tutti all’Opera. A scrivere e condurre le dieci puntate è Mario Acampa, voce e volto molto noto, tra radio, cinema e televisione. L’occasione della puntata dedicata alla Traviata di Verdi, appena andata in onda e l’imminente Turadot pucciniana prevista per settembre ci ha convinto ad incontrarlo. Come è nata l’idea di fare un programma legato alle opere musicali? Soprattutto se rivolta ad un pubblico giovane? Mi sono avvicinato all’opera per la prima volta come attore, quando avevo 20 anni circa. Mi proposero il ruolo protagonista nell’operetta Al cavallino Bianco. Ero abituato al musical e non sapevo a cosa sarei andato incontro, ma quando ho sentito l’orchestra suonare quelle musiche e ho avuto la possibilità di cantare, ho capito la potenza dell’opera e della musica classica. Amo l’opera e mi ha cambiato la vita. Adesso che sono anche autore e conduttore vorrei dare quella gioia ai ventenni che non sanno cosa si perdono. Così è nato TAO, Tutti All’opera, grazie soprattutto al direttore di Sky Classica Piero Maranghi e al direttore artistico Paolo Gavazzeni che hanno creduto nella mia idea e hanno sostenuto il progetto con passione e lungimiranza. La scelta di utilizzare le OGR come set da cosa deriva?  Una disponibilità offerta o un preciso disegno per generare un certo tipo di ambiente, di suggestione? Il format che ho scritto si basa su un concetto molto semplice, prendere la tradizione, capirla fino in fondo e con rispetto, e divulgarla in modo immediato. Serviva una location che riuscisse ad esprimere questo messaggio e ho pensato subito alle...

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Ivrea: “Città Industriale del XX secolo” e Patrimonio Mondiale Unesco.

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Ivrea: “Città Industriale del XX secolo” e Patrimonio Mondiale Unesco.

E’ ufficiale. Domenica 1 luglio 2018, il Comitato del Patrimonio Mondiale Unesco a Manama, capitale del Bahrain, giunto alla sua quarantaduesima sessione, ha assegnato a Ivrea il suo tanto atteso riconoscimento di “Città Industriale del XX secolo”. Sale così orgogliosamente a quota cinquantaquattro il maggior numero dei posti occupati proprio dall’Italia nella lista tra i siti Unesco già presenti. Quello di Ivrea, piccola cittadina del territorio Canavesano, che si trova a soli 50 km da Torino e ai piedi della Valle d’Aosta, e’ il primo sito per tipologia riguardante un’intera estensione urbana che comprendendo circa 70.000 ettari di territorio, integra ben 27 edifici e complessi architettonici originari comprensivi di fabbrica, degli allestimenti per le residenze dei dipendenti ed i servizi sociali. Attualmente di proprietà quasi esclusivamente privata, la sua progettazione e costruzione attuatasi in un arco temporale trentennale, esteso tra gli anni 1930 e 1960, è stata realizzata ad opera dei più noti architetti e urbanisti italiani del Novecento. Tutto questo come ha sottolineato dal MiBACT, il neo ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli, “grazie all’espansione di una prestigiosa azienda, che ha fatto conoscere al Mondo uno stile tutto italiano, oltre alla tecnologia innovativa, e alla modernità delle idee più che visionarie del suo fondatore  – Adriano Olivetti – nel costituire un modello di città industriale non solo produttiva ma a carattere umanistico e sociale”.   E’ stata proprio Laura Olivetti, figlia di Adriano nel lontano 2008, in occasione del centenario della fondazione dell’azienda, la prima azienda italiana per innovazione tecnologica nella produzione di macchine da scrivere, a dare il via alla candidatura riuscendo a farla inserire nella lista propositiva italiana (tentative list) dei siti candidati a divenire patrimonio dell’umanità’. Hanno seguito la successiva redazione del dossier e l’intero iter burocratico decennale, affinché ciò si concretizzasse, il neo sindaco Stefano Sirtoli, l’ex sindaco Carlo Della Pepa, Renato Lavarini coordinatore del dossier di candidatura, Patrizia Bonifazio, che si è occupata della parte tecnica del dossier, Teresa Skurzak, vicepresidente della Fondazione Guelpa, che ha finanziato negli ultimi anni la candidatura, Cinthia Bianconi presidente della Fondazione Olivetti, Matilde Trevisani, e tutto lo staff, la Regione, Città metropolitana, Comuni di Ivrea e Banchette.   Su quali saranno ora gli obiettivi alla prossima amministrazione, risponde brevemente, ma fiducioso, l’attuale sindaco di Ivrea Stefano Sirtoli: “cercare di raggiungere tutte le opportunità che questo importante riconoscimento mondiale porta a Ivrea, sviluppando le azioni già definite nel piano di gestione, rilanciando e valorizzando il territorio eporediese, ricca meta turistica e culturale, tornando a diffondere lo spirito di una cultura aziendale innovativa e decentrata, diverso da tutti gli altri”. Eva Gili...

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Trattorie gourmet: a Torino l’innovazione gastronomica affonda le radici nelle tradizioni.

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Trattorie gourmet: a Torino l’innovazione gastronomica affonda le radici nelle tradizioni.

Amata, invidiata e copiata in ogni angolo del pianeta, la cucina regionale italiana è, senza ombra di dubbio, uno dei grandi vanti del nostro paese. Da secoli ogni città e sobborgo del bel paese ha costruito le proprie tradizioni gastronomiche, potendo attingere ad un enorme bacino di prodotti unici ed eccellenze locali. Tra tutte, il Piemonte vanta una cucina regionale unica al mondo, fondata su grandi prodotti derivanti da agricolture e allevamenti di primissimo piano, con radici tanto nella storia contadina quanto in quella della corte sabauda. A Torino la cucina regionale la fa naturalmente da padrona, vero cavallo di battaglia delle tantissime trattorie tradizionali che da decenni, se non da secoli, deliziano i palati dei cittadini con la grande gastronomia piemontese. E non mancano certo i casi di sperimentazione. E così, come si usa dire oggi, le trattorie piemontesi diventano gourmet.   La rivoluzione gastronomica piemontese e della città di Torino parte, come spesso accade, dall’iniziativa di imprenditori illuminati e aziende decise a rilanciare territori e tradizioni. Primo tra tutti Oscar Farinetti, celebre imprenditore di Alba, che proprio nelle Langhe ha dato vita alla nota azienda alimentare Eataly, specializzata nella distribuzione di prodotti italiani di alta qualità. Nella città di Torino non passa poi inosservato il rilancio del famosissimo Ristorante Del Cambio, vera casa della cucina tradizionale piemontese, ripensato dall’imprenditore Gustavo Denegri e dal nuovo chef Matteo Baronetto, ex vice di Cracco, come centro di sperimentazione per la cucina locale. Sul filone di questa tendenza sono moltissime le trattorie del capoluogo piemontese che cambiano rotta, concentrando la propria attenzione sulla sperimentazione e innovazione, sempre nel rispetto delle tradizioni. Prodotti locali dunque, come la celebre fassona piemontese, razza bovina eccellenza per le carni locali, i peperoni di Carmagnola, la nocciola tonda gentile, a rivisitare piatti della tradizione locale. Piatti più leggeri ed equilibrati di quelli preparati secondo le ricette tradizionali, rivisitati con fantasia e creatività, per portare nell’epoca contemporanea piatti che da secoli vengono preparati nelle case e nei ristoranti della regione e della città. Una filosofia, quella delle trattorie gourmet, volta tanto a sperimentare quanto a riadattare piatti pensati secoli fa per stili di vita certamente lontani da quelli dei giorni nostri, dove l’attività fisica occupava buona parte della giornata della maggior parte delle persone, alle più sedentarie giornate odierne. Che un’alimentazione studiata in base al proprio stile di vita e alle proprie esigenze faccia la differenza non è certo una novità. Tantissime le personalità dei giorni nostri diventate portavoce della sana alimentazione e dei vantaggi da essa derivati. Primo tra tutti l’oncologo Umberto Veronesi, che proprio della diffusione della consapevolezza sull’alimentazione si fece bandiera nella sua lunga carriera. Ma anche personaggi lontani dal mondo della medicina, famosi a livello internazionale come la cantante Beyoncé o nel loro ambiente professionale come la pokerista Katerina Malasidou, hanno raccontato di come il cambio di alimentazione abbia influenzato positivamente la loro quotidianità. E così la cucina tradizionale piemontese cambia faccia, per adattarsi alle esigenze tipiche dei giorni nostri. E così il tipico vitel tonnè piemontese viene alleggerito della maionese (presente nella salsa tonnata tradizionale) e servito, quasi al sangue, con spicchi di agrumi freschi e sgrassanti. E sotto carpione ci finiscono i fiori di zucchino (invece di trote, cotolette o zucchine) arricchiti da note di menta, mandorla e nocciola. Insomma, quella...

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Le “nitide vette” di Michele Pellegrino ispirano a raccontare il paesaggio. Progetto Fondazione CRC.

Pubblicato da alle 21:55 in .Arte, galleria home page, Mostre | 0 commenti

Le “nitide vette” di Michele Pellegrino ispirano a raccontare il paesaggio. Progetto Fondazione CRC.

Nell’ex Chiesa di San Francesco di Cuneo  presso l’omonimo complesso monumentale, si è inaugurata la mostra “Michele Pellegrino. Una parabola fotografica”. L’esposizione è la prima concretizzazione della donazione alla Fondazione CRC dell’intero archivio del fotografo di Chiusa Pesio, nell’ambito del progetto “Donare”. L’esposizione ripercorre i 50 anni di carriera del fotografo originario di Chiusa Pesio Michele Pellegrino e sarà accompagnata da “Storie” una speciale monografia sull’intera opera di Pellegrino edita da Skira con testi critici di Enzo Biffi Gentili eWalter Guadagnini. Il titolo della mostra trae ispirazione da una riflessione di Cesare Pavese, che in una lettera del 1949, riferendosi al suo romanzo “Paesi tuoi”, afferma: “L’opera è un simbolo dove tanto i personaggi che l’ambiente sono mezzo alla narrazione di una paraboletta, che è la radice ultima della narrazione e dell’interesse: il ‘cammino dell’anima’ della mia Divina Commedia”. Il percorso espositivo comprende 75 fotografie suddivise in 19 sezioni monotematiche e prende avvio dalla navata dell’ex Chiesa di San Francesco per terminare nelle cappelle, con un viaggio che conduce il visitatore dai ritratti dei contadini degli anni ’70 sino ai paesaggi montani dagli anni ’80 ad oggi. Le prime sezioni, le immagini degli anni ’70, rappresentano personaggi fuori dal tempo, soggetti anacronistici, quasi dei fossili antropologici: mezzadri di pianura, montanari delle alture delle Langhe, frati e suore di clausura. A questi frati e alle suore che per propria scelta vivono al di fuori della società, Pellegrino negli anni tra il 1972 e 1980 ha dedicato la sua ricerca fotografica. Questo lavoro trova rappresentazione in mostra nella sezione specifica “Padri e sorelle” e nel “Trittico mistico”, una composizione di tre grandi foto conventuali, esposto nell’abside. Dagli anni ’80, invece, le fotografie di Pellegrino vedono via via scomparire la figura umana. I soggetti scelti dal fotografo diventano i paesaggi montuosi e, più raramente, quelli marini, i paesi e le borgate di montagna spopolati dall’emigrazione verso la pianura e la città. “La mostra sull’opera di Michele Pellegrino coinvolgerà i visitatori in un viaggio attraverso la produzione del fotografo di Chiusa Pesio che in cinquant’anni di lavoro ha saputo raccontare le persone, i paesaggi e le trasformazioni delle nostre valli e delle nostre comunità. Un appuntamento culturale unico promosso all’interno del progetto Donare, un’iniziativa davvero innovativa che continua a ricevere interessanti proposte – dichiara Giandomenico Genta, presidente della Fondazione CRC – Con questa esposizione inauguriamo una serie di appuntamenti dedicati alla promozione dell’arte e della cultura che nei prossimi mesi vedrà la Fondazione lavorare in partnership con la GAM, con il Castello di Rivoli e con il Centro di Restauro di Venaria per portare in provincia di Cuneo capolavori di artisti di fama internazionale”. In occasione della mostra, per stimolare visitatori e appassionati di fotografia a raccontare il paesaggio della provincia di Cuneo, ispirati dall’opera di Michele Pellegrino, la Fondazione CRC lancia un challenge fotografico, a cui è possibile partecipare seguendo la pagina Instagram FondazioneCRC. Il titolo scelto per il contest, che richiama una delle sezioni della mostra, è “Le nitide vette”: al centro ci saranno dunque le montagne cuneesi.  Regolamento, premi e modalità di partecipazione sono disponibili sul sito www.fondazionecrc.it. Dice Michele Pellegrino del suo lavoro. “Quando iniziai a fotografare nel 1967, capii subito che l’apparecchio fotografico sarebbe stato per me uno strumento di apprendimento. La visione attraverso il mirino moltiplicava la mia...

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Graffiti anamorfici. Quando i writer ingannano l’occhio.

Pubblicato da alle 22:32 in .Arte, galleria home page, Spettacoli | 0 commenti

Graffiti anamorfici. Quando i writer ingannano l’occhio.

Graffiti anamorfici. I disegni grafici anamorfici sono quelli che, visti dalla giusta angolazione, “ingannano l’occhio” e assumono un’illusoria forma tridimensionale. Sono abbastanza familiari quelli degli eredi dei madonnari che, lavorando in gesso, creano la temporanea illusione di allarmanti voragini nei marciapiedi urbani. La tecnica, comunque complessa, non si presta molto ai comuni graffiti, tipicamente fatti a mano libera e senza una dettagliata preparazione. Perfino i “maestri” riconosciuti – come l’artista e writer inglese Banksy – perlopiù favoriscono disegni tecnicamente semplici, adeguati ai muri scrostati che decorano. In questo panorama fa eccezione il writer e ex tatuatore portoghese Sergio Odeith, noto soprattutto per i giganteschi – e preoccupanti – insetti che lascia sulle superfici libere dei sottopassaggi e dei palazzi abbandonati del suo Paese. Odeith, che si pregia di “vivere d’arte dalla metà degli anni ’90”, presta il suo considerevole talento anche a clienti del calibro di Kingsmill, la Coca-Cola Company, Estradas de Portugal, Samsung, Sport Lisboa, Calcio Benfica e molti committenti municipali portoghesi. Duecento delle sue opere – compresi dei notevoli murales, un genere particolarmente apprezzato in Portogallo – sono visibili sulla pagina Instagram dell’artista: qui James Hansen Courtesy Nota...

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Seeyousound, l’immagine della musica. Quinta edizione e nuovo direttore.

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Seeyousound, l’immagine della musica. Quinta edizione e nuovo direttore.

Seeyousound: incombe la V edizione del festival che unisce cinema e musica, prevista dal 25 gennaio al 3 febbraio nella sale del Cinema Massimo. Non solo musical, non solo biopic ma un insieme di produzioni, spesso indipendenti, che esplorano questi temi. La sfida è portare sotto gli occhi di tutti un cinema che ha influito sulla tradizione popolare e quanto il suo impatto, sul comune sentire, sia lontano dall’esaurirsi. Seeyousound è il festival di cinema a tematica musicale organizzato dall’Associazione Choobamba e, ai blocchi di partenza c’è un nuovo direttore: Carlo Griseri. Chi è Carlo? Come diavolo sei finito in mezzo a immagini, musica, cinema e racconti? Sono un giornalista, da anni mi occupo (anche) di monitorare, promuovere, sostenere il cinema a Torino. Avevo saputo dei lavori in corso di una prima, piccola, sperimentale edizione di un nuovo festival dedicato a cinema e musica. Ho contattato lo staff per un’intervista, sperando di poter aiutare Seeyousound a farsi conoscere un po’ di più: sono uscito da quel caffé preso con Maurizio Pisani con l’invito a entrare a far parte dello staff… Avevo sempre seguito i festival come membro della stampa, mi incuriosiva vederne uno “da dentro”. Negli anni poi i miei compiti sono cresciuti, prima come responsabile dei cortometraggi poi, lo scorso anno, come coordinatore cinematografico dell’intero festival. Ora, con mio grande orgoglio, l’incarico da direttore. Cosa significa arrivare sul ponte di comando di un Festival che in pochi anni si è imposto sulla scena cittadina raccogliendo interesse e pubblico? Significa una grande responsabilità! Per mia fortuna conosco bene la “macchina” festival, tutto lo staff e cosa è stato fatto in questi anni. I quattro anni di direzione a cura di Maurizio Pisani, che è passato a guidare il brand-Seeyousound a livello nazionale, sono un precedente che sarà difficile superare! Ma tutti insieme sono convinto ce la potremo fare… Da un paio di anni Rai 5 con Ghiaccio Bollente, ri-propone documentari musicali, alcuni tratti dalla BBC inglese, cosa ne pensi, ti piacciono, li guardi? La produzione cinematografica che riguarda la musica ha avuto un incremento pazzesco negli ultimi anni! L’offerta si è arricchita, i film e i documentari interessanti si sono moltiplicati… Il nostro compito è diventato non più solo quello di mostrare i migliori, ma anche quello di cercare modi diversi e originali di raccontare la musica, la sua importanza e i suoi protagonisti. Senza dimenticare il valore cinematografico delle opere, cresciuto in modo impensabile negli ultimi tempi. C’è un festival similare in giro per l’Europa? Sai se sta nascendo qualcosa di simile? Ce ne sono, per quanto riguarda il cinema che racconta la musica. Sono tutte esperienze diverse tra loro, e molti di questi festival saranno a Torino per Seeyousound numero 5: l’obiettivo è quello di creare insieme a loro un network europeo di settore, stiamo lavorando (anche) in questa direzione. A Torino tutto è sempre difficilissimo, è stato così anche per SYS oppure no? Sì, inutile nasconderlo. La nostra “forza” è sempre stata l’assenza di fondi pubblici, e quella di una speranza di averli! Mi spiego meglio: siamo nati in un momento di crisi generale del settore e abbiamo dovuto da subito far fronte a tale situazione, puntando su sponsor privati e investendo il nostro tempo a prescindere dal ritorno economico immediato. Siamo un grande gruppo, in senso qualitativo e...

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Cinema a Palazzo Reale contro la solitudine anemica d’agosto: il dadaismo di Duchamp.

Pubblicato da alle 13:32 in Eventi, galleria home page, Notizie, Spettacoli | 0 commenti

Cinema a Palazzo Reale contro la solitudine anemica d’agosto: il dadaismo di Duchamp.

Le notti d’agosto, afose e pesanti, senz’aria, umide di smog come glutine denso, dove i pensieri si perdono, si liquefano in strani nodi, si sciolgono creando immagini distorte, incomprensibili come gli spettacoli del Cabaret Voltaire di Zurigo di inizio ‘900. La dimensione cittadina assume un non so che di confuso e babelico che richiama solitudini antiche di città deserte e prive di colori. C’è un modo di difendersi da tutto ciò? La cosa migliore è affogare dentro ad un cinema, magari a Palazzo Reale per ricordare come il dadaismo vive ancora sotto traccia nell’immaginazione, Paolo Conte lo suggeriva in una canzone quell’esistenza di languor, dove  ci sono anime segrete fregate dall’ispirazion, sono persone che hanno sete di dadaismo, di astrazion…   Ecco allora propiziarsi l’occasione di vedere due opere particolarissime e ricercate: come “Anémic cinéma” di Marcel Duchamp (1926), perfetto esempio di opera dadaista, e la più nota “Un chien andalou”, firmato da Luis Buñuel insieme all’artista Salvador Dalì (1929),  considerato il titolo più significativo del periodo del cinema surrealista. Prodotto in Francia, ha le sue radici nel movimento cinematografico francese dell’avanguardia surrealista dell’epoca e si pone al contempo come critica verso movimenti precedenti, come il dadaismo, contro il quale contrappone la presenza di un contenuto, oltre al solo uso delle immagini originali e sorprendenti. A seguire in piena sintonia verrà proiettato “Eraserhead” (Usa 1977, 109’), primo lungometraggio di David Lynch, con Jack Nance, Charlotte Stewart e Jean Lange, considerato un esempio perfetto di «surrealismo recente». La surreale e grottesca storia del tipografo Henry Spencer viene narrata in un susseguirsi di immagini in bianco e nero dal carattere enigmatico e minimalista. L’opera, definita dallo stesso regista “un sogno di avvenimenti oscuri e pericolosi” segna l’inizio dell’affermata carriera di Lynch. Bisogna ricordarlo, Duchamp diede vita al dada americano, insieme a Picabia e Ray, giungendo a New York con una palla di vetro contenente aria di Parigi. I cancelli per la fantasia si aprono alle...

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Sostiene Virginia Zanetti: I pilastri della terra, per capovolgere i punti di vista.

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Sostiene Virginia Zanetti: I pilastri della terra, per capovolgere i punti di vista.

Nel 1989 cadeva un muro storico, contemporaneamente saliva, nel cielo della notorietà, il libro che fece di Ken Follet uno degli scrittori più acclamati.Sulla mobile terra dell’editoria si ergevano “I pilastri della terra”, romanzo fiume ambientato nell’Inghilterra dell’anno mille che raccontava la nascita di una cattedrale dove un giorno, un sovrano in ginocchio, fu obbligato a chiedere perdono e ad accettare una fustigazione collettiva da parte della comunità. Un romanzo, per l’appunto. Lo stresso titolo è stato scelto da un’artista per il manifesto che dal 25 luglio correda e apre una finestra di 6 metri per 3 in piazza Bottesini per l’edizione 2018 di Opera Viva Barriera di Milano.  L’opera di Virginia Zanetti, è la seconda delle tre opere vincitrici della open call, selezionate dalla giuria composta da Umberto Allemandi, Pietro Gaglianò, Luigi Ratclif, Roxy in the Box e da Christian Caliandro e Alessandro Bulgini, rispettivamente curatore e ideatore del progetto. Nell’opera, una grande fotografia a colori, un gruppo di persone sono con i piedi appoggiati all’azzurro compatto del cielo, sorreggono una porzione di mondo. Atlanti del presente intenti a ribaltare il punto di vista. L’individuo regge il mondo, insieme ad altri, sfumatura determinante tra l’assumere un ruolo attivo o passivo nella società. Un singolo individuo può concorrere alla trasformazione ed al cambiamento del destino delle cose. Capovolgere il punto di vista, condividendone l’esperienza con gli altri, creare una comunità eterogenea, errante, alla ricerca di una nuova etica o spiritualità questo l’intento dell’artista nata a Fiesole nel 1981. “Le persone che fanno la verticale stanno sorreggendo il mondo diventando I pilastri della terra ed innescano un processo di costruzione collettiva di nuovi concetti da utilizzate per trasformare il presente e disegnare nuove vie”, queste le sue parole per sintetizzare il suo pensiero. I pilastri della terra ci ricorda il ruolo e la funzione dell’arte contemporanea: spingerci fuori dalla nostra area ‘solita’ e confortevole, verso una zona scomoda e inedita, per affrontare e attraversare quel nocciolo duro e disagevole. L’arte è uno strumento adatto, per uscire, per dire. Per non fare finta di niente. Compito arduo, come sostenere il mondo e costruire cattedrali di...

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