Torino per il turista

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Torino e i suoi musei

Percorsi d’arte e di cultura – Oggi a Torino e nei suoi dintorni sono aperti al pubblico oltre cinquanta tra musei, beni culturali, castelli, residenze e spazi espositivi che, nel loro insieme, costituiscono un’offerta culturale di livello internazionale.

“Torino e i suoi musei” propone sette itinerari (arancione, rosso, lilla, blu, azzurro, verde e grigio). Parte di essi si sviluppano nel centro cittadino ed è possibile percorrerli a piedi. Le residenze reali, situate intorno alla città, e alcuni musei di recente apertura sono comunque raggiungibili con mezzi pubblici.

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Le informazioni di interesse per i turisti che vogliono visitare la città: come arrivare, dove alloggiare, cosa vedere e altri utili suggerimenti. Il sito è consultabile in otto lingue

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Nella casa studio di Felice Casorati le opere di Daphne Maugham.

Pubblicato da alle 12:21 in Mostre, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Nella casa studio di Felice Casorati le opere di Daphne Maugham.

Nel borgo di Pavarolo, sulla collina di Torino, la mostra sulle nature morte di Daphne Maugham, l’artista moglie di Felice Casorati. Può essere l’occasione per una gita fuori città, sulle colline di Torino, e perché no per una cena di fritto misto piemontese in uno dei due ristoranti di Pavarolo – Al Castello e Da Maria – l’apertura domani, sabato 21 aprile, dello studio-museo che fu di Felice Casorati, nel borgo da lui tanto amato e scorcio di molte sue vedute. Alle 17,30 l’incontro “Intorno a Daphne” con il critico d’arte Francesco Poli e la storica dell’arte Veronica Cavallaro ripercorre la vita e le opere di Daphne Maugham, l’aristocratica artista inglese venuta a Torino nel 1924 per studiare nell’atelier di Casorati e divenuta poi sua moglie nel 1931. E fu proprio Daphne a scegliere Pavarolo e a convincere Felice a comprare casa. Tra gli anni Trenta e la morte del maestro nel 1963, Pavarolo fu il luogo d’ispirazione preferito da Felice Casorati e lo resterà anche per Daphne, sino alla sua scomparsa nel 1982. Fino al 24 giugno, tutte le domeniche dalle 15 alle 18, tredici “nature morte” di Daphne sono in mostra nel piccolo studio di via del Rubino 9 a Pavarolo, accanto a Casa Casorati, a ingresso libero. Il quadro “Vaso di fiori sulla tavola”, del 1945, arricchisce l’esposizione dello scorso autunno, riproponendo la mostra dopo la chiusura invernale dello Studio-Museo. Un nuovo progetto voluto dalla famiglia Casorati coinvolgerà la casa di Felice e Daphne e il borgo di Pavarolo nei prossimi mesi: “Artisti&Residenza.0”. Dal 5 al 9 giugno giovani pittori risiederanno nelle stanze della casa di Casorati e lavoreranno negli suoi stessi luoghi. Per informazioni www.pavarolo.casorati.net. Loris...

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Al Circolo dei Lettori Antonija Pacek in bilico tra Satie, Jarret e Ludovico Einaudi.

Pubblicato da alle 18:46 in Musica, Prima pagina, Spettacoli, talenTO | 0 commenti

Al Circolo dei Lettori Antonija Pacek in bilico tra Satie, Jarret e Ludovico Einaudi.

Si conclude stasera a Torino il tour che la pianista neoclassica Antonija Pacek, romantica con un debole per il minimalismo, ha tenuto per la prima volta in Italia. Lunedì 16 aprile, nella Sala Grande del Circolo dei lettori, alle ore 21, l’artista – la cui musica è stata definita dalla stampa europea “la risposta femminile a Ludovico Einaudi”, ” e “simile ad Erik Satie e a Keith Jarrett” – proporrà un repertorio selezionato dei suoi due album, Soul Colours (2014), e Life Stories (2017). Cresciuta in Croazia, laureata in Inghilterra (Cambridge) e operativa in Austria (Vienna), Antonija compone brani aldilà di ogni etichetta e classificazione, tra pop e musica classica, il cui percorso sonoro tocca l’eterno conflitto tra le grandi perdite e i viaggi della felicità, attraversando itinerari di amore e gioia vitale ed il cui tocco è particolarmente sognante ed emotivamente coinvolgente. Compositrice dall’età di sei anni (il suo primo brano Tamed Courage è raccolto nel suo primo album), Antonija Pacek spinge le sue creazioni ogni volta più lontano, senza la pretesa di rivolgersi ad una nicchia perché, nonostante la complessità strutturale, la sua musica arriva direttamente, indistintamente ed emotivamente a tutte le generazioni. Alcuni la chiamano grande musica per il cinema, altri la chiamano neoclassica, altri ancora ritengono che necessiti di parole per essere interpretata. Aldilà di ogni etichetta e classificazione, le composizioni scritte ed eseguite da Antonija Pacek, romantica con un debole per il minimalismo, si collegano sicuramente alle emozioni più profonde dell’ascoltatore. Più vicino al pop fine rispetto alla musica classica, la su musica è plasmata dalla piacevole facilità e scorrevolezza in un’atmosfera che produce un senso di sognante...

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Un bip da dieci euro solo per prenotare. Il ristotram di Gtt fa il Bocuse d’Or Off.

Pubblicato da alle 18:21 in EATpiemonte, Economia, Notizie, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Un bip da dieci euro solo per prenotare. Il ristotram di Gtt fa il Bocuse d’Or Off.

In attesa della finale europea del Bocuse d’Or, prevista per l’11 e il 12 giugno, la più prestigiosa competizione internazionale di alta cucina, città e Regione hanno organizzato un programma Off. Si inserisce in questo binario anche Gtt, il Gruppo Trasporti Torinesi che il 5-11- 19 e 26 aprile e successivamente il 2-9- 17 e 23 maggio dalle ore 20.30 alle ore 23.00, propone delle cene a bordo del tram ristorante. Le due motrici storiche degli anni ’30, completamente ristrutturate e -dicono- dotate di tutti i confort, porteranno a spasso i commensali nel centro cittadino. Il menù prevede tre antipasti, un primo, un secondo con contorno e un dolce preparate dal Ristorante Celestino di Piobesi in collaborazione con l’Accademia Bocuse d’Or Italia. E fin qui potrebbe sembrare anche divertente. Molto meno lo è la prenotazione obbligatoria, un bel bip alla schioppettante cifra di dieci euro da aggiungere alle 50 a capoccia. Nel mondo dei Gourmet il cibo scaldato o ri-scaldato, non riceve grandi applausi o bocche che si indorano dalla gioia.  Forse le luci serali della città, da gustare attraverso il finestrino, sono sufficienti per rendere felici occhi e palato. Il caffè ? Speriamo sia compreso. Pierpaolo Sorel...

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Una Nuvola di vetro e metallo color caffè. Inaugurato l’headquarter della Lavazza.

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Una Nuvola di vetro e metallo color caffè. Inaugurato l’headquarter della Lavazza.

Lavazza. Il mondo in una tazzina da caffè.  Capita a volte (ormai molto raramente) di assistere a qualcosa di veramente emozionante, di nuovo, di finalmente diverso. Tutto questo ieri è successo, e pure in maniera decisamente spettacolare: ecco perché la cronaca dell’evento al quale siamo stati, non è la solita notizia. Sono gli avvenimenti che ci rendono orgogliosi della nostra città e che, nonostante tutto, ci fa sentire un po’ privilegiati a essere anche una piccolissima parte dello straordinario ingranaggio che la muove. Questa è una storia legata indissolubilmente a Torino, alla sua industria, alla sua gente, al suo tessuto urbano, alla sua quotidianità: perché è la vicenda di una famiglia, Lavazza, da più di 120 anni (è stata fondata nel 1895) e 5 generazioni al timone dell’azienda che porta il suo nome e di un quartiere, quell’Aurora che, per dirla col presidente Alberto Lavazza, “ha sempre portato fortuna, a partire dal suo nome”, anche se negli anni quella posizione alle porte settentrionali del centro storico l’hanno coinvolto in momenti non felicissimi e la cementificazione selvaggia ne ha fagocitato gli antichi insediamenti artigianali, vanto della zona. Loro, i “Re del caffè” da qui non se ne sono mai fuggiti, non sono andati a farsi la fabbricona in mezzo al bosco e alla città hanno sempre dato tantissimo. Fino all’ultimo regalo, quella Nuvola inaugurata giovedì 12 aprile con tutti gli onori. Radunati ospiti e stampa nello spazio principale dell’ex impianto di energia elettrica Enel di via Bologna, rinominato “La Centrale” (andrà a ospitare mostre ed esposizioni e sarà dedicato all’incontro e alla condivisione di idee come centro congressi), la kermesse, presentata dall’attore Pierfrancesco Favino, ha ufficialmente dato vita a quest’opera. Dopo le manifestazioni di orgoglio dell’assessora regionale alla Cultura e al Turismo Antonella Parigi per il “gesto” fatto da Lavazza nei confronti della città e l’augurio per la sfida “glocale” (globale e locale) che Nuvola vuole vincere, fatto dalla sindaca Chiara Appendino, a prendere la parola sono i padroni di casa, il presidente Alberto, i vicepresidenti Giuseppe e Marco, tutti accomunati dal cognome Lavazza. “Nel 1962 guardavo con gli occhi di un bambino nascere la sede di Corso Novara” – dice Alberto – “all’epoca avevamo 300 dipendenti e producevamo 12.000 tonnellate di caffè l’anno. Oggi quell’emozione del bambino si è riproposta quando ho visto nascere questo posto, dove prendono forma i nostri valori basati su radici solide e su un futuro che vogliamo costruire con questo quartiere e questa città, che hanno condiviso con noi la nostra storia. Nuvola oggi è il più perfetto ingranaggio per muovere una macchina presente in 90 mercati, produttrice in 20 paesi, che ha all’attivo 3000 dipendenti e 190.000 tonnellate di caffè l’anno” “Questo è un luogo positivo”- sostiene Giuseppe: “perché qui si concretizza la tensione tra crescita e sviluppo, il piacere di contribuire a servire 27 miliardi di tazzine di caffè l’anno e lo spirito, che ci ha pervaso nel percorso per arrivare a Nuvola, che era già di nostro bisnonno Luigi (fondatore dell’azienda, ndr): ‘il caffè non è solo una bevanda ma un modo per stare insieme’. Ecco perché Nuvola è aggregazione, è sorpresa per chi ci lavorerà ma anche per la cittadinanza che potrà fruirne, un luogo reale e materiale che noi abbiamo voluto dare al quartiere Aurora e a Torino per il loro...

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Promozione turistica in road show per Langa e Roero. Guide e brochure per l’Europa.

Pubblicato da alle 17:03 in EATpiemonte, Economia, galleria home page, Notizie | 0 commenti

Promozione turistica in road show per Langa e Roero. Guide e brochure per l’Europa.

12 mila copie della Guide Vert Weekend Michelin Turin Langhe Roero Monferrato in distribuzione in tutti i paesi francofoni (Francia, Svizzera, Canada, Benelux) e nei punti vendita italiani serviti da Michelin, catene librarie (Feltrinelli, Mondadori, Autogrill, Giunti) e nelle edicole. Oltre 10 mila brochure di promozione turistica realizzate in italiano e in inglese descrittive dei due territori. Un road show di promozione internazionale che toccherà Stoccolma, San Pietroburgo, New York, Londra, Cannes. Sono solo le prime, e alcune, delle azioni realizzate e in programma facenti parte di un più ampio progetto di promozione internazionale ideato dalle ATL Turismo Torino e Provincia e Langhe e Roero – con il contributo di Fondazione CRT, Città di Torino, Sagat, Città di Alba e Bra – che vede Torino e il territorio di Langa e Roero insieme sotto il claim “Langhe Roero and Turismo Torino Together”. Il progetto nasce a seguito del protocollo d’intesa siglato lo scorso aprile tra le città di Torino, Alba e Bra, le ATL Turismo Torino e Provincia e Langhe e Roero e la Regione Piemonte. L’obiettivo sarà presentare i due territori come un’unica opportunità di viaggio sui mercati internazionali – promuovendo il brand turistico Torino e le Langhe – al fine di incrementare i flussi turistici. Torino e le Langhe e Roero non sono quindi mai state così vicine e unite. Torino capitale sabauda, con le sue splendide residenze reali, città dell’innovazione tecnologica e del design e le Langhe e il Roero, ai quali l’UNESCO ha riconosciuto l’ambito traguardo di paesaggio culturale, sono costellati di castelli e incantevoli borghi medievali da vivere e ammirare.   E poi l’art de vivre che si respira a Torino è pari alle sensazioni che si provano nei luoghi del vino delle Langhe e del Roero come fare shopping per le vie del centro di Torino è altrettanto emozionante che perdersi tra le sale del WIMU (Wine Museum) di Barolo mentre la natura e il verde delle vallate alpine che circondano Torino sono eccitanti come le attività outdoor da praticare tra le colline di Langhe e Roero. Ed infine, ma non per importanza, è facile farsi conquistare dalle due capitali del gusto al ritmo di tartufo e cioccolato, tajarin e formaggii d’alpeggio, con un bonèt e un bicerin. Ecco quindi che i due cuori si uniscono per partire in un road show alla volta di mercati strategici collegati direttamente con l’aereo o il treno, con una serie di azioni mirate, al fine di stimolare l’attenzione di operatori turistici del settore, media e opinion leader. La prima fase del road show si è svolta nel novembre 2017 in occasione del World Travel Market di Londra, il più importante evento B2B dedica- to all’industria turistica globale, svoltosi dal 6 all’8 novembre e in occasione della Cena di Gala (20 novembre) dedicata alla cucina piemontese all’interno dell’evento Italian festival Weeks – Food, la settimana dedicata alla cucina italiana a Dubai. Stoccolma è la tappa prevista nel mese di maggio 2018, grazie al nuovo collegamento aereo di Blue Air in occasione dell’iniziativa “La settimana piemonte- se” organizzata nella nuova sede di Eataly che ha trovato casa nell’ex cinema Roda Kvarn sulla via dello shopping Biblioteksgatan....

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Al vincitore del Premio Strega Europeo un premio piccino picciò. Cinque i candidati.

Pubblicato da alle 13:12 in Pagine svelate, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Al vincitore del Premio Strega Europeo un premio piccino picciò. Cinque i candidati.

Le librerie più attente della città e forse preoccupate delle sorti del Salone Internazionale del Libro di Torino stanno rivoluzionando le vetrine. Cinque libri si stanno conquistando il posto di maggiore visibilità: sono gli autori internazionali finalisti alla quinta edizione del Premio Strega Europeo 2018. I loro nomi sono stati annunciati lunedì 9 aprile alla Common Room nella nuova sede del Collegio Carlo Alberto di Torino. I cinque autori interverranno al Salone Internazionale del Libro di Torino, dove presenteranno i loro rispettivi libri, ciascuno in un incontro individuale, tra sabato 12 e domenica 13 maggio, e dove verrà decretato il vincitore. La cerimonia di premiazione avrà luogo domenica 13 maggio alle ore 18.30. Ad annunciare i loro nomi sono stati Nicola Lagioia, direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino e Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci. L’incontro, inaugurato dal saluto istituzionale di Massimo Gaudina, Capo della Rappresentanza regionale della Commissione europea, ha visto alternarsi gli interventi degli scrittori Giuseppe Culicchia, Fabio Geda, Martino Gozzi, Giusi Marchetta ed Elena Varvello, ciascuno dei quali ha presentato uno dei cinque libri finalisti, che sono: Fernando Aramburu, Patria (Guanda), tradotto da Bruno Arpaia, Premio Nacional de Narrativa 2017, Spagna Olivier Guez, La scomparsa di Josef Mengele (Neri Pozza), tradotto da Margherita Botto, Prix Renaudot 2017, Francia Lisa McInerney, Peccati gloriosi (Bompiani), tradotto da Marco Drago, Baileys Women’s Prize 2016, Irlanda Auður Ava Ólafsdóttir, Hotel Silence (Einaudi), tradotto da Stefano Rosatti, Icelandic Literature Prize 2016, Islanda Lize Spit, Si scioglie (E/O), tradotto da David Santoro, Nederlandse Boekhandelsprijs 2017, Belgio   Il Premio Strega Europeo, nato nel 2014 in occasione del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea per diffondere la conoscenza di alcune tra le voci più originali e profonde della narrativa contemporanea, è promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea, dall’azienda Strega Alberti Benevento, dalla Casa delle Letterature, e dal Festival Internazionale Letterature di Roma. Concorrono a ottenere il riconoscimento, del valore di 3.000 euro, cinque romanzi recentemente tradotti in Italia, provenienti da aree linguistiche e culturali diverse, che hanno vinto nei Paesi europei in cui sono stati pubblicati un importante premio nazionale. Dallo scorso anno è previsto inoltre un riconoscimento di 1.500 Euro al traduttore del libro premiato, offerto dalla Fuis (Federazione Unitaria Italiana Scrittori). Il riconoscimento sarà assegnato da una giuria composta da oltre venti scrittori vincitori e finalisti del Premio Strega. Pierpaolo Sorel...

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Oltre cinquemila persone senza paura. Si è chiusa la IV edizione del Festival di Psicologia.

Pubblicato da alle 12:55 in DOXA segnalazioni, Eventi, galleria home page, Medicina, Spettacoli | 0 commenti

Oltre cinquemila persone senza paura. Si è chiusa la IV edizione del Festival di Psicologia.

  Niente paura al Festival di Psicologia. Niente paura, niente paura Niente paura, ci pensa la vita, mi han detto così Niente paura, niente paura Niente paura, si vede la luna perfino da qui Così cantava Ligabue qualche anno fa e, forse a questo appello o esortazione si è ispirato il Festival della Psicologia che si è concluso ieri a Torino con oltre cinquemila presenze dal titolo: Io non ho paura, con la direzione di Massimo Recalcati. Io non ho paura, era anche il titolo di un bellissimo film di Salvatores e probabilmente per psicologi, psicoanalisti, scrittori, giornalisti e filosofi l’interrogarsi sul tema della paura era captare qualcosa di importante legato all’attualità.   Nei 12 incontri in calendario, completamente gratuiti, alla Cavallerizza Reale si è radunato un pubblico numeroso, attento e interessato ad approfondire problematiche di grande attualità come paura, violenza e terrorismo, fenomeni ormai parte integrante della nostra vita che oggi è necessario comprendere per non rimanerne schiacciati.  In programma momenti di riflessione: 3 lectio magistralis che hanno affrontato Chi sono e cosa vogliono i terroristi, Violenza e terrore e Donne Islam e violenza; 2 conversazioni a tre voci che hanno esaminato il rapporto tra trauma e perdono e la possibilità di prevenire la violenza; 6 dialoghi che hanno visto confrontarsi diversi saperi, mondi e religioni e lo spettacolo teatrale Edipo Re. Grande successo dell’edizione 2018 del Festival della Psicologia anche nell’universo social: oltre 9.000 follower su Facebook e un seguito su LinkedIn più che raddoppiato nei giorni del festival. Gli organizzatori si sono dichiarati molto soddisfatti per l’ottima riuscita della manifestazione e per il largo consenso di pubblico intorno a temi di cruciale attualità. «L’ambizione del festival» spiega Alessandro Lombardo, presidente dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte e direttore organizzativo della manifestazione «è di portare la psicologia, gli psicologi sempre più vicino alla vita delle persone, trovando una strada che ci permetta di affrontare le paure che il vivere può metterci di...

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Al Teatro Regio il violino di Sergey Galaktionov gioca con Mahler e Schubert.

Pubblicato da alle 11:44 in galleria home page, Musica, Spettacoli | 0 commenti

Al Teatro Regio il violino di Sergey Galaktionov gioca con Mahler e Schubert.

L’Orchestra del Teatro Regio di Torino questa sera alle ore 20.30, avrà Sergey Galaktionov, come maestro concertatore e violino solista, in piedi, sul podio, presenterà un interessante programma che vedrà protagonista la famiglia degli archi. Galaktionov, violinista russo, classe 1970, già vincitore del prestigioso Concorso Viotti nel 2000, ha collaborato al fianco di musicisti di prima grandezza quali Claudio Abbado, Michail Pletnev, Vladimir Jurowsky. Dal 2004 ricopre il ruolo di Primo Violino dell’Orchestra del Teatro Regio, con la quale ha eseguito, in veste di solista e concertatore, numerosi concerti.  Di Bruno Bettinelli vengono eseguite Due invenzioni per archi del 1939. Il programma prosegue con pagine del più “classico” tra i compositori romantici: Felix Mendelssohn-Bartholdy, con il Concerto in re minore per violino e archi, scritto nel 1822, da un ragazzino appena tredicenne ma geniale quanto Mozart. Questo Concerto – da non confondere con il più celebre in mi minore op. 64 dello stesso autore – venne alla luce soltanto nel 1952, per opera del grande Yehudi Menuhin, che ricevette il manoscritto da un discendente di Mendelssohn. La partitura è ricca di invenzioni tematiche e passaggi virtuosistici tuttavia, più che tensioni e scontri, gioca su morbide transizioni e tenui accostamenti tra una sezione e l’altra, quasi un omaggio alla poetica di Schubert. Conclude il concerto il Quartetto n. 14 proprio di Franz Schubert (La morte e la fanciulla) nella trascrizione per orchestra d’archi effettuata da Gustav Mahler. Schubert adattò la melodia di un suo precedente Lied, La morte e la fanciulla, come movimento lento del suo quattordicesimo quartetto. Decenni dopo, affascinato dalla purezza melodica e dall’abilità compositiva, Mahler lavorò su quello stesso quartetto approntando una versione per orchestra d’archi, volta a comprendere e introiettare la purezza del linguaggio schubertiano. Mahler rispettò e lasciò intatta la felicità melodica e l’aura venata di malinconia del capolavoro di Schubert, investendo però il brano di un nuovo peso drammatico, profondamente contemporaneo. Il concerto rientra all’interno dei progetti Schubert e Mahler. Per gli under 18 è possibile acquistare i biglietti, in ogni settore, a € 10, un vero e proprio invito al concerto per avvicinare i più giovani al grande patrimonio...

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Il Torino Jazz Festival suonerà al coperto. 19 sedi per 60 concerti.

Pubblicato da alle 12:53 in Eventi, galleria home page, Musica, Spettacoli | 0 commenti

Il Torino Jazz Festival suonerà al coperto. 19 sedi per 60 concerti.

La sesta edizione del Torino Jazz Festival si accomoda sull’ultima settimana di aprile, dal 23 al 30, otto giorni di musica e manifestazioni per ridare fiato nella tromba di un genere, il jazz, che in città ha sempre trovato ascoltatori attenti e musicisti di vaglia.  Malgrado il logo scelto sia una scopiazzatura di quello juventino, giocato sul black and white, come fosse un whisky, il festival dovrebbe portare i molteplici colori della musica e l’euforia di un liquore forte. Purtroppo non si potrà sentire la tromba del grande Chet Baker, scomparso guarda caso a fine aprile del 1988, il cui ultimo concerto fu proprio a Torino, al Teatro Carignano; non lo si sentirà si diceva, ma lo rivedremo grazie ad una mostra fotografica a lui dedicata curata da Luciano Viotto che è anche colui che ha scattato le foto. La sede della mostra sarà il Jazz Club di piazzale Valdo Fusi.   Il Festival porterà numerosi artisti a esibirsi sul palco delle OGR, nei circoli jazz centrali e periferici e in diversi teatri e musei dal Piccolo Regio al Conservatorio Giuseppe Verdi a prezzi popolari. Il programma prevede circa sessanta concerti, di cui oltre dieci produzioni originali – tra queste il concerto di Fabrizio Bosso con Banda Osiris e quelli di Carla Bley e Steve Swallow con Torino Jazz Orchestra, Frankie hi–nrg mc con Al Jazzeera e Federico Marchesano Trio con Louis Sclavis – la prima italiana di un’artista iconica, Melanie De Blasio, numerosi spettacoli pomeridiani, aperitivi in musica ed esibizioni serali. Il Festival è un progetto della Città di Torino realizzato dalla Fondazione per la Cultura Torino, in collaborazione con Fondazione Crt e Ogr,  main partner Intesa Sanpaolo e Iren. Sponsor Toyota e Poste Italiane, main media partner Rai, media partner Rai Radio tre e Rai Cultura. Il TJF vedrà la presenza di musicisti italiani e torinesi con produzioni originali create per il festival insieme a star del jazz internazionale e artisti provenienti da altri mondi musicali. Oltre che dall’Italia, i jazzisti provengono da Austria, Belgio, Bulgaria, Francia, Gran Bretagna, Israele, Norvegia, Stati Uniti e Svizzera. Il cartellone sarà interpretato da grandi “vecchi” del jazz statunitense e da artisti che rappresentano l’evoluzione attuale del jazz nel rock, nella musica elettronica e nei nuovi linguaggi improvvisativi che oggi contengono una forte identità extra-americana. Memori della pioggia immancabile quando il Festival era all’aperto molti concerti saranno sotto le arcate industriali delle nuove OGR, Gli spettacoli pomeridiani (ore 17.30) si svolgeranno al Conservatorio Giuseppe Verdi (26, 28 e 29 aprile) e al Piccolo Regio Giacomo Puccini (27 e 30 aprile). Il concerto di apertura è previsto per lunedì 23 aprile alle 20.30, al Museo del Cinema (Mole Antonelliana), e sarà affidato ai viennesi Radian. Nella giornata della Festa della Repubblica, mercoledì 25 aprile, il TJF aprirà una finestra dedicata al sociale con due concerti che si svolgeranno nella sede di Piazza dei Mestieri. Alle 17.30 il CLGEensemble ospiterà uno tra i più influenti chitarristi del jazz d’avanguardia, Christy Doran; alle 21 sarà la volta della fuoriclasse del violino jazz Eva Slongo. Al Conservatorio Giuseppe Verdi si esibirà il 26 aprile alle 17.30 l’Orchestravagante degli allievi del Centro di formazione musicale della Città di Torino diretta dal maestro Antonino Salerno. A seguire si potranno ascoltare i brani del The Creative Jazz Workshop degli allievi del dipartimento Jazz del Conservatorio Giuseppe Verdi...

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Frank Lloyd Wright alla Pinacoteca Agnelli. Disegni, edifici, progetti del grande architetto.

Pubblicato da alle 13:55 in galleria home page, Mostre, Università | 0 commenti

Frank Lloyd Wright alla Pinacoteca Agnelli. Disegni, edifici, progetti del grande architetto.

  Se c’è qualcuno che sa viaggiare in solitaria, fuori dalle rotte già battute e osa proposte di pregio senza curarsi, giustamente, di quanti biglietti si staccano, questa è la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli. Questa volta fa approdare da oltreoceano una deliziosa mostra dal titolo “Frank Lloyd Wright tra America e Italia, a cura di Jennifer Gray. Frank Lloyd Wright, Richland Center, 8 giugno 1867 – Phoenix, 9 aprile 1959, è stato tra i più influenti architetti del XX secolo. Nel 1939 espresse il suo pensiero nel libro Architettura organica, un testo determinante, dove l’armonia tra uomo e ambiente, natura trovava un equilibrio inedito interconnesso e finito appunto organico.  “Per Architettura Organica io intendo un’architettura che si sviluppi dall’interno all’esterno, in armonia con le condizioni del suo essere, distinta da un’architettura che venga applicata dall’esterno” Attraverso fotografie, oggetti, cataloghi, litografie e disegni originali, la mostra esplora il pensiero di Wright in merito all’architettura organica a partire dal suo primo soggiorno in Italia nel 1910 fino alla sua ultima visita nel 1951, portando l’accento sul suo coinvolgimento nel dibattito architettonico, urbanistico e paesaggistico italiano. Il percorso si sviluppa attraverso alcune sezioni che esplorano le differenti tipologie di edificio – case, musei, uffici e grattacieli – dove opere iconiche come Fallingwater e il Guggenheim Museum di New York sono presentate insieme a progetti meno noti. Durante un lungo viaggio in Europa, nel 1910 Wright trascorse sei mesi a Fiesole, vicino a Firenze, dove elaborò i temi trattati nel suo saggio “The Sovereignty of the Individual in the Cause of Architecture”, introduzione a Ausgeführte Bauten und Entwürfe von Frank Lloyd Wright, una pubblicazione artistica di litografie che illustravano i suoi principali progetti architettonici realizzati fino ad allora. Wright scrisse che in Italia non vi è prova più grande di un felice abitare. I palazzi, i dipinti e le sculture sembrano “nascere come fiori al lato della strada e cantare la loro esistenza”. I temi di architettura, democrazia e natura illustrati in questo saggio sarebbero diventati un interesse costante per Wright, lo avrebbero accompagnato per tutta la vita e avrebbero costituito un elemento di coesione per molti architetti italiani nei decenni che precedettero e che seguirono alla Seconda guerra mondiale. Proprio a Torino, il 21 gennaio 1935, Edoardo Persico  – il direttore antifascista di Casabella – tenne una lezione in cui Wright fu assunto ad arbitro della libertà, dell’individualismo e della diversità, segnando l’avvio di un impegno decennale a sostegno della teoria dell’ architettura organica di  Wright e l’inizio della sua risonanza nella cultura italiana. All’indomani della guerra, Bruno Zevi pubblicò il suo fondamentale testo Verso Un’Architettura Organica (1945), il quale – a causa della carenza di carta – includeva una sola immagine di copertina: Fallingwater, la rivoluzionaria casa di Wright sospesa su una cascata a Bear Run in Pennsylvania. Nello stesso anno fu fondata l’Associazione per l’Architettura Organica (APAO), che vide Zevi protagonista e che servì da manifestazione formale dell’esistenza di una scuola di architettura wrightiana in Italia. Questa costellazione di eventi suggerisce che nell’Italia del Dopoguerra l’architettura organica di Wright abbia rappresentato quell’ideale di libertà e democrazia che architetti e critici italiani auspicavano di perseguire nella ricostruzione del Paese. Nel 1951, quando Frank Lloyd Wright ritornò in Italia per accompagnare la sua mostra itinerante Sixty Years of Living Architecture fu celebrato come visionario dell’architettura moderna...

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Gli studenti del Galfer sono i migliori nel concorso europeo “I giovani e le scienze”

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Gli studenti del Galfer sono i migliori nel concorso europeo “I giovani e le scienze”

Commissione Europea. Con il loro progetto  “(R)Evolution Simulator” gli studenti  Federico Malnati (2000), Matteo Palmieri (2000), Alessandro Sosso (2000), del Liceo Scientifico Galileo Ferraris di Torino, per tutti Galfer, sono stati selezionati come i migliori  della selezione italiana del concorso europeo “I giovani e le scienze”  e parteciperanno alla selezione europea prevista a Dublino dal 14 al 19 settembre assieme agli inventori del progetto “Techno-B Brace (Techno-Back Brace)” Nicolò Vallana (2000), Luca Fermi (2000), Edoardo Puce (2000), dell’ITTS Da Vinci – O. Belluzzi di Rimini. “La scienza e la ricerca sono fondamentali per il futuro dell’Europa,” dice il dott. Massimo Gaudina, Capo Rappresentanza a Milano, Commissione europea,” Investire sui giovani talenti non è un lusso ma un bisogno essenziale per assicurare il progresso  e la crescita economica delle nostre società. Per questo motivo la Commissione europea continua a investire in programmi di ricerca, come Horizon 2020, per valorizzare le eccellenze e preparare il nostro futuro e la Direzione Generale Ricerca realizza ogni anno il concorso europeo I GIOVANI E LE SCIENZE”.  A Milano  ieri 25 marzo e oggi, lunedì 26 marzo si svolge aperta al pubblico la mostra delle invenzioni e dei progetti di ragazzi e ragazze di età compresa tra i 14 e i 21 provenienti da tutta Italia che partecipano  della Selezione Italiana del concorso europeo “I giovani e le scienze” della Direzione Generale della Commissione europea EUCYS e il 26 mattina n ple Morandi 2 la cerimonia di premiazione alla presenza delle massime autorità.   Con l’edizione 2018 ‘I giovani e le scienze’, che è l’evento più prestigioso a livello europeo in quanto voluto sia dal Parlamento che dalla Commissione e dal Consiglio, il concorso, giunto alla sua trentesima edizione, raggiunge in totale ben 2401 progetti presentati da 5412 ragazze e ragazzi. Sono 867 i lavori selezionati per le finali, realizzati da 1827 studenti. Si tratta dell’Italia che cresce, rappresentano i veri talenti e molti di loro negli anni hanno anche brevettato le loro invenzioni e avviato delle start up estremamente innovative. Il dott. Alberto Pieri, segretario generale della FAST-Federazione delle Associazioni Scientifiche e Tecniche, che organizza per la DG Ricerca  della Commissione europea ogni anno, tale finale nazionale spiega:” alla finale europea prevista quest’anno a Dublino dal 14 al 19 settembre  i neoArchimede vincono sino a settemila euro per le loro invenzioni e prototipi;  a Milano il 26 marzo alla finale italiana vengono elargite borse di studio, viaggi, attestati di prestigiose realtà europee ed internazionali.   Ci sono ben 26 stand e invenzioni in mostra, allestiti da ragazze e ragazzi di tutta Italia con scoperte curiose ed utili”. Sono 61 gli studenti finalisti. Arricchiscono la rassegna anche 16 finalisti provenienti da altri Stati. I progetti riguardano tutte le materie: da quelle umanistiche a quelle scientifiche e tecniche;  anche quest’anno sono estremamente interessanti. Molte sono legate al desiderio da parte dei giovani di trovare soluzioni pratiche a problemi reali, come in questi progetti ad esempio: una innovativa applicazione per poter prenotare il pranzo al bar della scuola riducendo le attese e lo spreco alimentare; oppure  un particolare alimentatore mobile per innovare le aule di informatica; uno studio su uno stent pericardico auto-espandibile; un nuovo programma open-source di grafica 3D, che permette di costruire ed eseguire flow chart; ma anche un nuovo modello sperimentale per monitorare nel tempo lo stato di conservazione dell’olio di oliva; ed un ...

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Dica 33. La Tomba del Rock al Mausoleo della Bela Rosin.

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Dica 33. La Tomba del Rock al Mausoleo della Bela Rosin.

C’era un tempo – non così lontano – in cui la musica era così tosta da meritare la M maiuscola, capace di scuotere i corpi quanto le menti, un’epoca d’oro di militanza musicale in cui non erano personaggi perlopiù mediatici come Fedez o Alessandra Amoroso a riempire gli stadi ma dei in forma umana dai nomi altisonanti e maestosi, come i Led Zeppelin e i Rolling Stones.  La mostra “Un mausoleo a 33 giri”, dedicata al mondo della musica su vinile allestita da Paolo Sicco e Angelo Prestini, con il supporto della Compagnia di San Paolo e aperta al pubblico dal 22 marzo al 22 aprile, nasce con lo scopo di celebrare il rock immortale, irriverente incantatore di milioni di persone nel mondo, con una selezione di 500 copertine di quelli che una volta si chiamavano LP nell’austera cornice del Mausoleo della Bela Rosin non a caso a pianta circolare come un disco in strada Castello di Mirafiori. L’idea funziona, è accattivante; gli eterni nostalgici si entusiasmano, i malati (terminali) della musica di qualità applaudono al lodevole tributo. Colmi di eccitazione attendono con ansia il giorno di apertura e il 22 marzo si precipitano sul posto pronti a rivivere i sogni e le emozioni di una gioventù tristemente lontana e incautamente idealizzata; e ciò che vedono li disorienta e li indigna. Alla magnificenza del Mausoleo, piccola oasi di bellezza nella desolata periferia di Torino, si contrappone una mostra scialba quanto insipida, che non solo fallisce miseramente nel celebrare l’intramontabile rock ma ne vitupera il ricordo, lo ridicolizza e lo offende.  Le 500 copertine, esposte piattamente una affianco all’altra e incellophanate – l’imbalsamazione della Musica immortale, quale oltraggio – sono prive di qualsiasi riferimento storico/artistico, dimenticanza imperdonabile che rende l’esposizione più simile a una raccolta da cameretta (non poi tanto fornita) di un ragazzo degli anni 70. Pare quasi di entrare in chiesa: il silenzio ovattato e la fredda schiera di copertine danno l’impressione di trovarsi in un sepolcro. E come dare torto, poi, a chi dice che il rock è morto. Colpo di grazia: gli orridi manichini con indosso terrificanti magliette a tema che neanche l’ultimo dei negozietti cheap e una tristissima lista all’entrata a raccogliere i nomi di tutti i visitatori desiderosi di ascoltare i loro pezzi preferiti, ai quali si richiede una seconda visita per qualche minuto di ascolto gratuito, ovviamente in separata sede.  Niente musica da ascoltare sul posto, né dettagli sulle cover e chi le ha realizzate; solo un piccolo buffet di benvenuto che pare più un maldestro tentativo di ingraziarsi i giornalisti più indulgenti.  Un tranello ben riuscito senza dubbio, che promette di mietere molte vittime nel prossimo mese. Un consiglio: tenere fuori dalla portata dei rocker più sfrenati. Ilaria...

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Alighiero & Boetti ospiti di Palazzo Mazzetti in quel di Asti. Perfiloepersegno.

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Alighiero & Boetti ospiti di Palazzo Mazzetti in quel di Asti. Perfiloepersegno.

Sarebbe bello si fossero incontrati il Barone e l’artista, avessero chiacchierato in qualche ristorante e magari avessero scritto con una biro i reciproci indirizzo su qualche foglio volante. Il Barone di origine torinese Marcel Bich e l’artista Alighiero Boetti, torinese anch’egli; il primo nato nel 1914, fondò nel 1945 a Clichy in Francia l’azienda che produsse la penna a sfera più famosa del mondo: la mitica Bic, che per marketing cedette l’h del cognome. Boetti nacque nel 1940 e quella penna la usò e la fece usare parecchio, al punto che molte sue opere sono sature di quel particolare e uniforme tono di blu. In fondo sarebbe potuto anche accadere, entrambi morirono nelle stesso fatidico anno, il 1994. L’appuntamento, postumo, lo ritroviamo oggi nella città di Asti, nelle sale fastose di Palazzo Mazzetti. Qui La Fondazione Palazzo Mazzetti e la Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, promuovono una mostra personale di Alighiero Boetti, dal titolo suggestivo PERFILOEPERSEGNO, con la cura di Laura Cherubini e Maria Federica Chiola. Tema del percorso espositivo è una frase dello storico dell’arte Jean Christophe Amman , “Quel che la biro rappresenta per un occidentale, per un Afgano è il ricamo, che come una memoria sovra individuale reca in sé parti della biografia collettiva”, in ambizioso obiettivo di indagare il rapporto tra Oriente ed Occidente attraverso le opere a Biro ed i Ricami. Boetti pensava che la cosa più importante che aveva fatto nell’arte era scardinare il meccanismo opera unica/multiplo (uno dei meccanismi alla base del sistema del mercato dell’arte). Un arazzetto è un multiplo perché può ripetere sempre uguale la frase “quadrata” scelta dall’artista ma è anche un’opera unica, perché è eseguita da mani differenti, con fili differenti e colori differenti. In Boetti c’è una forte critica al concetto di autorialità in contrapposizione ad un forte desiderio di coralità. La biro è lo strumento più anonimo in Occidente. Il ricamo è pratica diffusa e anonima in Oriente, non per nulla delegava l’esecuzione ad altre mani, si per la parte con le biro sia per la filatura. Il percorso espositivo consta  di 65 opere che comprendono arazzi, mappe, arazzetti, ricami e cartoncini a biro. Riscoprire la lunga indagine che ha condotto l’artista ad analizzare l’eterno e conflittuale rapporto tra la cultura occidentale e quella orientale. L’esposizione pone in dialogo quindi le opere a penna biro – cartoncini realizzati in Italia sotto precise indicazioni dell’artista con l’utilizzo di penne colorate – e i ricami, una raccolta di frasi e pensieri riferite al tempo, ricamati all’interno di quadrati come formule matematiche in Afghanistan. Asti vanta un immenso patrimonio legato alla tradizione dell’Arazzeria Scassa, fondata nel 1957 da Ugo Scassa, maestro della lavorazione e produzione di arazzi e, in particolare, all’usanza di tradurre in tessuto le opere di famosi pittori del ‘900 come Capogrossi, Corpora e Santomaso” Alighiero Boetti, che ha esordito nell’Arte Povera nel 1967, è stato presente più volte alla Biennale di Venezia, nella cui edizione del 1990 ha ottenuto la menzione d’onore della giuria. PERFILOEPERSEGNO sarà visitabile fino a domenica 15 luglio.   https://www.palazzomazzetti.eu  ...

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A Barriera di Milano l’Opera Viva approda sulle “Rive di un altro mare”. Una call per artisti.

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A Barriera di Milano l’Opera Viva approda sulle “Rive di un altro mare”. Una call per artisti.

  Come si può fare a creare un legame ancora più stretto tra artista e spettatore ? Magari lanciando una call, un richiamo ma soprattutto un invito agli artisti, chiamati a proporre una loro opera ispirata all’argomento della IV edizione di Opera Viva Barriera di Milano, un progetto ideato da Alessandro Bulgini, curato da Christian Caliandro e sostenuto da Flashback, seguitissima e apprezzata fiera d’arte.  La scommessa è quella di portare l’arte in un luogo non deputato, di coinvolgere persone non necessariamente interessate alla scena artistica. I temi sui quali gli artisti, che si sono succeduti in questi anni, hanno riflettuto attraverso i loro manifesti sono argomenti che hanno una stretta relazione con il luogo in cui vengono installati: si è parlato quindi di identità, di inclusione ed esclusione e di futuro e si è riflettuto sul significato e sulla reale funzione dell’arte. Un gigantesco cartellone di sei metri per tre collocato in Piazza Bottesini, sarà la galleria, il wall deputato ad accogliere non la solita pubblicità ma un manifesto artistico. Il tema prescelto prenderà spunto dal libro di fantascienza dello scrittore e antropologo di Cincinnati Chad Oliver: “Le rive di un altro mare”, scritto nel 1972.  Così la quarta di copertina presentava il libro: E se per caso approderete alle rive di un altro mare, in un paese remoto abitato da selvaggi e da barbari, tenete bene a mente che il più grande pericolo e la più sicura speranza stanno nell’incontro tra i diversi cuori degli uomini, e non nel confronto tra le loro frecce e il vostro fuoco. ” Così dice il libro di “Consigli ai Naviganti” del 1674, da cui è preso il titolo di questo romanzo. Ma se “l’altro mare” è nel centro di un moderno stato africano, e se quelli a cui ci troviamo di fronte sembrano essere dei comuni babuini, che conto dovremo tenere dell’antico consiglio? Chi sono i “selvaggi”? Dove sono i “barbari”? E che cosa significano quelle impronte profonde, perfettamente circolari, che dei comuni babuini non possono certo aver lasciato?     Le rive di un altro mare è la storia di un primo contatto: con mano sicura e passo graduale, l’autore costruisce una situazione in cui i rapporti tra diverse entità sono in continua ridefinizione, secondo i diversi valori di queste comunità. Chad Oliver porta la storia verso un dialogo tra diverse forme di civiltà, tra diversi mondi, tra diverse specie, un dialogo fatto di azioni significative e di pericoloso sacrificio, non di astratte parole. Alla fine non ci sarà stato nemmeno un faccia a faccia, ma si sarà stabilito rispetto reciproco. Le rive di un altro mare è un inno alla necessità di comprensione, un inno alla mixité, a un nuovo modo di vivere le città ispirato alla mescolanza, dove la relazione tra vita sociale, lavorativa e privata è indipendente dal luogo e in contrasto con il concetto della segregazione, una spinta al dialogo per  ristabilire il rispetto dell’altro da sé: uomo, natura, territorio e patrimonio culturale.   Qui il bando per partecipare. http://www.flashback.to.it/wp-content/uploads/2018/03/open-call-_-opera-viva.pdf?utm_source=phplist49&utm_medium=email&utm_content=HTML&utm_campaign=Bando+per+artisti+visivi%2C+Opera+Viva+Barriera+di+Milano+2018      ...

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Le Giornate del FAI aprono le porte alla meraviglia. Primavera lei entra sicura . . .

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Le Giornate del FAI aprono le porte alla meraviglia. Primavera lei entra sicura . . .

Sabato 24 e domenica 25 marzo 2018 torna l’appuntamento delle “Giornate FAI di Primavera”, giunto alla sua 26° edizione. Un grande evento collettivo che coinvolge tutta la penisola alla scoperta di oltre 1000 luoghi aperti al pubblico. A fronte di un piccolo contributo è offerta l’occasione di partecipare a visite guidate in location normalmente non accessibili al pubblico. A Torino i beni aperti, dalle 10 alle 18 di entrambe le giornate, sono: Prefettura*, Palazzo Vallesa di Martiniana, Archivio Storico dell’Ordine Mauriziano – Ospedale Umberto I, Palazzo dell’Università – Collegio Carlo Alberto*, Basilica dei Santi Maurizio e Lazzaro* (domenica solo al pomeriggio). Le visite guidate sono a cura dei Volontari della delegazione e degli Apprendisti Ciceroni, studenti di diverse Scuole di Torino e Provincia. Inoltre, con la collaborazione dell’Opera Munifica Istruzione sono previsti momenti musicali. Per agevolare gli spostamenti tra i vari beni è previsto un itinerario con il tram Storico. Per maggiori dettagli sulle aperture a Torino e dintorni si rimanda al sito http://www.giornatefai.it e all’evento Facebook organizzato da FAI-Delegazione di Torino e FAI Giovani Torino. Come sempre durante le giornate è possibile iscriversi alla Fondazione con tariffe agevolate per godere di sconti, omaggi, corsie preferenziali per le visite ed eventi esclusivi. A tal proposito si segnala che Palazzo Vallesa di Martiniana sarà dedicato ai soli iscritti FAI, con possibilità di iscriversi in loco. L’asterisco indica i beni fruibili anche da persone con disabilità fisiche....

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Daniele Groff dal Conservatorio all’ARTeficIO

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Daniele Groff dal Conservatorio all’ARTeficIO

Nella sua giacca di pelle, con la chitarra e Beethoven sempre in testa, Daniele Groff da più di vent’anni coniuga l’educazione da classicista con la passione per la musica britannica. Liceo musicale sperimentale, Conservatorio Statale di Musica di Trento, specializzazioni in pianoforte, oboe e violoncello: questo il curriculum di Daniele Groff, vincitore del Premio Lioness per la Musica all’età di soli quattordici anni. Il musicista trentino cresce tra gli spartiti e perfeziona la propria tecnica in diverse masterclass sotto la guida di docenti del Mozarteum di Salisburgo e della University of Miami, costruendo solide basi di musica classica. Durante un viaggio in moto in Inghilterra, tuttavia, le sonorità pop lo conquistano e Daniele Groff si lascia incantare dagli artisti d’oltremanica, primi fra tutti gli Oasis, che contaminano la sua cultura musicale con ritmi nuovi e inediti. Nasce così, nel 1998, Variatio 22, album d’esordio prodotto tra Roma e Londra che gli apre la strada verso importanti rassegne della musica leggera italiana, da Sanremo al Festivalbar. Seguono altri 2 album e 14 singoli, fino all’ultima produzione Bellissima verità. La storia e l’esperienza musicale di Daniele Groff sono protagoniste dello showcase in solo acustico all’ARTeficIO di via Bligny 18/L sabato 17 marzo alle 21 per la rassegna “Gli unplugged dell’ARTeficIO”, salotto musicale ideato da Soluzioni Artistiche, l’associazione torinese che promuove lo sviluppo e la produzione di musica, teatro, editoria e arti visive. Appartenente al circuito AICS, questo nuovo spazio cura e organizza attività e iniziative sociali e culturali, volte a sensibilizzare l’opinione del pubblico come a sostenere e incoraggiare talenti artistici appartenenti a ogni campo. L’ARTeficIO, gestito da un gruppo di professionisti dell’ambito dell’audiovisivo e della comunicazione attivi da più di vent’anni, nasce come luogo di aggregazione, spazio espositivo e ricreativo, incubatore di idee e progetti nella zona del Quadrilatero Romano. In tale atmosfera, Daniele Groff condividerà una serata di racconti, riflessioni e musica con il pubblico e gli amici artisti che saranno con lui sabato sera e con i quali ripercorrerà gli anni della carriera, le passioni e gli insegnamenti di altri autori e musicisti italiani e stranieri. Tutto al ritmo del suo brillante brit pop...

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Progetto Pilun. Riscoprire i piloni votivi. Un bel progetto di Arte Sacra Contemporanea.

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Progetto Pilun. Riscoprire i piloni votivi. Un bel progetto di Arte Sacra Contemporanea.

E’ con il nobile intento di ridare visibilità ai piloni votivi, che, all’inizio di dicembre, il pittore Angelo Barile e il giornalista e musicista Luigi Bairo hanno dato vita a Pilun – progetto di Arte Sacra Contemporanea. Un’iniziativa che ha riscosso un immediato e inatteso successo: più di 850 iscritti nei primi mesi, oltre mille fotografie, centinaia di piloni individuati, fotografati e spesso geolocalizzati dagli iscritti al gruppo; tante le storie, i volti misteriosi incontrati in questa “caccia al pilone”, che sta appassionando sempre più persone.   Sono presenti un po’ ovunque nel territorio, nei centri urbani, ma soprattutto in campagna. Eretti per ricordare eventi miracolosi di cui spesso si è persa la memoria, oppure come ex voto. Nei boschi proteggevano il cammino dei viandanti in corrispondenza dei trivii, incroci di tre sentieri, che erano considerati fulcro di energie negative, dove poteva manifestarsi il potere infausto delle streghe, che in Piemonte si chiamavano Masche,  e del demonio.   Non sono stati dipinti da artisti famosi, ma da sconosciuti pittori locali itineranti. Ma pur non essendo considerati opere d’arte, conservano un fascino straordinario. Alcuni versano in condizioni di totale degrado, altri sono stati oggetto di restauri discutibili. Un mondo dimenticato, ma straordinario, denso di storia e di mistero si cela in queste semplici costruzioni, frutto della più semplice e genuina spiritualità popolare. Ci sono cose che vedono solo gli artisti, i sensibili, gli accorti. Oltre a vedere talvolta decidono di agire, di restituire agli sguardi qualcosa che era lì, “nascosto in bella vista”. https://www.facebook.com/groups/240120996525435/  Collaborare al progetto Pilun? Pilun è un progetto aperto. Ogni forma di collaborazione è ben accetta. – CENSIMENTO DEI PILONI . E’ possibile contribuire individuando e documentando le edicole votive presenti nel territorio, scattando una o più fotografie e indicandone l’esatta collocazione (se possibile anche segnalando le coordinate geografiche che possono essere individuate con GOOGLE MAPS). Le informazioni andranno pubblicate con un post sul gruppo facebook PILUN – PROGETTO DI ARTE SACRA CONTEMPORANEA. Gli amministratori del gruppo procederanno alla realizzazione di una mappa interattiva su Google. – Proporre sulla stessa pagina facebook suggerimenti, commenti, collaborazioni, notizie che possano aiutare a recuperare la storia delle edicole del...

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Dondolare tra Haydn e Bartok condotti da Xavier Roth e la Mahler Chamber Orchestra

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Dondolare tra Haydn e Bartok condotti da Xavier Roth e la Mahler Chamber Orchestra

Lingotto Musica. Già direttore dal 2015 dell’Oper Köln e della Gürzenic Orchestra, fondatore dell’ensemble Les Siècles e da quest’anno direttore ospite principale della London Symphony Orchestra, François-Xavier Roth è nato a Parigi nel 1971 e venerdì 16 marzo alle 20.30 esordisce sul podio dell’Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto alla guida della Mahler Chamber Orchestra, formazione fondata da Claudio Abbado nel 1997 e da allora ospite ricorrente della rassegna dei Concerti del Lingotto. Il programma della serata oscilla sull’asse Austria-Ungheria tra Sette e Novecento, proponendo pagine di Béla Bartók e Franz Joseph Haydn. Il concerto sostituisce l’appuntamento originariamente previsto per il 23 aprile 2018 con la WDR Sinfonieorchester di Colonia diretta da Jukka Pekka Saraste, cancellato da Lingotto Musica a causa dell’annullamento della tournée europea della formazione tedesca. In apertura le Danze popolari rumene Sz. 68 di Bartók, nella versione per soli archi: scritte nel 1915 dal compositore magiaro, appartengono a quella fase di scoperta e rivisitazione del patrimonio folclorico dell’est Europa, che tanto aveva impegnato e interessato Bartók a partire dal 1906, anno di pubblicazione della raccolta di Canti popolari ungheresi. A seguire il Secondo Concerto per violoncello e orchestra in re maggiore Hob. VIIb:2 di Haydn, opera risalente al 1783 e composta per il violoncellista boemo Anton Kraft – dal 1778 al 1790 primo violoncello dell’orchestra del principe Nikolaus Esterhàzy – a cui l’opera fu attribuita fino al 1951 quando fu rinvenuta la partitura autografa di Haydn. Interprete ne è Jean-Guihen Queyras, strumentista di fama internazionale che a questo Concerto aveva già dedicato un’apprezzata incisione con la Freiburger Barockorchester per l’etichetta Harmonia Mundi. Bartók inaugura la seconda parte della serata, con il Divertimento per archi Sz. 113: datato 1939, appartiene al periodo della piena maturità dell’opera di Bartók e fu commissionato dal direttore d’orchestra e mecenate svizzero Paul Sacher; nell’opera il richiamo al genere settecentesco del divertimento e vari elementi classicizzanti che ne determinano la struttura si coniuga, nuovamente, con il ricorrente ricorso a materiali tematici desunti dal patrimonio popolare ungherese. Chiude il concerto la Sinfonia n. 96 in re maggiore Hob. I:96 «The Miracle», appartenente al corpus delle Sinfonie Londinesi scritte nel corso dei due viaggi che Haydn compì tra il 1791 e il 1795 nella capitale britannica. Il “Miracolo” a cui allude il titolo è posteriore alla nascita della composizione e si riferisce alla caduta di un lampadario senza gravi conseguenze durante la sua esecuzione.   Mahler Chamber Orchestra – François-Xavier Roth direttore Jean-Guihen Queyras violoncello Béla Bartók (1881 – 1945) Danze popolari rumene Sz. 68 Franz Joseph Haydn (1732 – 1809) Concerto n. 2 in re maggiore per violoncello e orchestra Hob. VIIb:2 Béla Bartók (1881 – 1945) Divertimento per archi Sz. 113 Franz Joseph Haydn (1732 – 1809) Sinfonia n. 96 in re maggiore Hob. I:96 «The Miracle» VIA NIZZA 262/73, 10126 TORINO, +39 011 66 77 415, http://www.lingottomusica.it...

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Anche le Statue Muoiono: Distruzione e Bellezza nell’Arte.

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Anche le Statue Muoiono: Distruzione e Bellezza nell’Arte.

I musei preservano le opere d’arte o le privano del loro valore? Le difendono dal deterioramento del tempo o semplicemente le sottraggono all’ambiente a cui appartengono e in cui dovrebbero restare?  Questi sono gli interrogativi  – a cui è difficile trovare risposta – su cui la mostra “Anche le Statue Muoiono: Conflitto e Patrimonio tra Antico e Contemporaneo”, nata dalla collaborazione tra quattro dei musei più importanti di Torino – il Museo Egizio, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, i Musei Reali e il Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino – intende riflettere, dando vita a un sorprendente incontro tra opere d’arte e oggetti di artigianato provenienti da luoghi ed epoche diverse eppure unite nell’amore e nel bisogno dell’arte come mezzo per esprimere le inquietudini e i turbamenti propri dell’essere umano, non solo attraverso la creazione ma anche la distruzione.   Un’occasione per meditare sul reale valore dell’arte che, seppur logorata e mutilata dal tempo, non perde il suo fascino, anzi, lo accresce. Il progetto mantiene uno sguardo critico sui recenti avvenimenti nel Medio Oriente, che hanno causato la distruzione di patrimoni storico-artistici di incommensurabile valore e che confermano il ruolo vitale e irrinunciabile dei musei nella custodia della bellezza attraverso le ere.   La mostra, che il Museo Egizio ha scelto di ospitare al piano interrato, quasi a voler dare l’impressione al visitatore di entrare egli stesso all’interno di uno scavo archeologico, è impreziosita da fotografie e documenti che testimoniano lo sforzo costante degli archeologi di scovare e conservare beni culturali d’inestimabile importanza e renderli godibili a un più vasto pubblico. “Mi piace trasmettere il messaggio che dobbiamo studiare quello che il passato ci ha tramandato”, afferma il direttore del Museo Egizio Christian Greco, “ricordando che la tutela passa anche attraverso il dialogo e la conoscenza“. Ma la genialità della mostra risiede nella presenza di opere appartenenti all’arte contemporanea: nove artisti hanno infatti cercato di dialogare con i reperti millenari in esposizione attraverso installazioni, video e fotografie in grado di esaltare la bellezza degli oggetti esposti e di confermare che la distruzione nell’arte è sempre esistita e sempre esisterà; splendida è la serie dei nove volti fotografati da Mimmo Jodice e quelli spezzati dei governatori di Qau el-Kebir. Un incontro tra passato e futuro che si può dire incisivo ed efficace, in cui gli elementi d’arte contemporanea riescono nel difficile compito di non oscurare le opere antiche, evidenziandone invece l’unicità e il valore. Unica nota dolente: le opere dell’artista statunitense Liz Glynn, classe 1981. Notevoli nella composizione ma alquanto piatte e monotone. L’opera migliore? Il frammento del volto di Akhenaton, faraone egizio della XVIII dinastia, parte di un’antica statua riscolpita (probabilmente per ripugnanti fini commerciali) in epoca moderna: pochi centimetri di eternità a racchiudere tutto il senso della mostra. Ilaria Losapio...

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La Grandeur del Piano 35. Il ristorante celebra la cucina francese.

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La Grandeur del Piano 35. Il ristorante celebra la cucina francese.

Saranno i quindicimila metri cubi di serra climatica posti a centocinquanta metri d’altezza che incastonano la sala da pranzo del Piano 35, a fare da cornice vegetale nelle tre serate dedicate a rendere omaggio a Paul Bocuse. Il ristorante più alto d’Italia, in cima al grattacielo progettato da Renzo Piano, e abituato a guardare le stelle da vicino, infatti parteciperà, con un proprio progetto, al Bocuse d’Or Europe 2018. L’anticipazione preparata per il 19, 20 e 21 marzo, sarà un modo di preparare il palato per quando a giugno a Torino arriverà la manifestazione del Bocuse d’Or, il più importante concorso gastronomico internazionale. La Francia, la grande cucina, il plaisir de vivre verranno omaggiate con  tre concetti chiave: “accoglienza, edonismo e celebrazione”. In quest’ottica un raffinato menù a quattro mani verrà proposto il 19, ai commensali preparato da Eric Sapet, chef stella Michelin de La Petit Maison de Cucuron, e Fabio Macrì, l’apprezzato chef del Piano 35 nato a Roma ma ornai torinese a tutti gli effetti. Il piccolo borgo di Cucuron che si trova nella regione del Luberon, qualcuno, soprattutto i cinefili, lo ricorderanno nel film di Ridley Scott “Un’ottima annata”. Ebbene se i protagonisti sono i sapori d’Oltralpe tutta italiana sarà la sfida che il Ristorante 35 affronterà partecipando alla quarta edizione del Gôut de France, forse il più grande evento dedicata alla cucina francese. Dalle enormi vetrate del Piano 35 si scorgono, nelle giornate limpide, il profilo delle Alpi e, dietro ad esse gli amati e odiati cugini francesi. Il rendere merito, con  gusto e humor tutto italiano a una grande cucina sarà un’occasione di incontro, di competizione e d’inventiva. Superare le montagne a forza di ottima gastronomia, questa sì la vera grandeur.  http://www.grattacielointesasanpaolo.com/ristorante/   Classe 1986, Fabio Macrì è alla guida di Piano35 Ristorante da maggio 2017. Chef dalle significative esperienze all’estero, Macrì ha portato nel ristorante più “alto” d’Italia una ventata di originalità, grazie ai suoi piatti in perfetto equilibrio tra creatività e tradizione, dove la cucina popolare incontra la sofisticata autorevolezza dei ricettari più nobili, come nelle proposte del Vialardi, cuoco di corte. Scuole del Gambero Rosso, dove frequenta il corso Professione Cuoco (2007), per continuare all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, dove si laurea con 110 e lode (2014). Macrì vanta però già una laurea in Storia dell’Alimentazione e dell’Agricoltura conseguita nel 2012 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma Tre. Professionalmente inizia l’attività nel 2006, quando si trova a ricoprire il ruolo di sous-chef della vineria con cucina Passaguai di Roma. L’anno dopo, sempre a Roma, al ristorante stellato Il Convivio Troiani riveste l’incarico di chef de partie. Le esperienze che però hanno segnato maggiormente la sua strada sono quelle presso l’Experimental Kitchen di The Fat Duck – tre stelle Michelin – nel 2014 e alla Fondazione Alìcia di Ferran Adrià nel 2015.    ...

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