Torino per il turista

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Torino e i suoi musei

Percorsi d’arte e di cultura – Oggi a Torino e nei suoi dintorni sono aperti al pubblico oltre cinquanta tra musei, beni culturali, castelli, residenze e spazi espositivi che, nel loro insieme, costituiscono un’offerta culturale di livello internazionale.

“Torino e i suoi musei” propone sette itinerari (arancione, rosso, lilla, blu, azzurro, verde e grigio). Parte di essi si sviluppano nel centro cittadino ed è possibile percorrerli a piedi. Le residenze reali, situate intorno alla città, e alcuni musei di recente apertura sono comunque raggiungibili con mezzi pubblici.

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Le informazioni di interesse per i turisti che vogliono visitare la città: come arrivare, dove alloggiare, cosa vedere e altri utili suggerimenti. Il sito è consultabile in otto lingue

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Moncalieri sotto le stelle del jazz. Il Jazz Festival ritorna a suonare, a danzare e di nascosto a..

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Moncalieri sotto le stelle del jazz. Il Jazz Festival ritorna a suonare, a danzare e di nascosto a..

Moncalieri Jazz Festival 2017:  XX Edizione Dal 28 ottobre al 19 novembre Moncalieri accoglierà la grande kermesse musicale del Jazz Festival. Come ogni anno numerosi artisti nazionali ed internazionali si esibiranno davanti a circa 35 mila spettatori provenienti da tutto il mondo. Traguardo considerevole quello di quest’anno, che coincide con quattro importanti centenari: la nascita del grande trombettista  Dizzy Gillispie, del pianista e compositore statunitense Thelonius Monk, di Ella Fitzgerald, la “First Lady of song” e del nostro pianista, compositore e direttore di orchestra Armando Trovajoli. Uno spettacolo quello del Jazz Festival di Moncalieri, che sa coniugare tradizione e innovazione, all’insegna della buona musica e della stretta collaborazione con artisti e territorio. I  protagonisti del Moncalieri Jazz Festival che si presenteranno nel corso delle venti serate sono di fama internazionale, quali, per esempio, la cantante italo-americana Simona De Rosa, con la sua Jazz Band, la cantante cubana Dayme Arocena con il suo quartetto latin jazz promosso dalla Havana Culture. La straordinaria vena creativa della direzione artistica ha previsto anche giovani emergenti, vere promesse della grande tradizione musicale, quali Fulvio Chiara, Fabio Giachino, Fabrizio Bosso, Flavio Boltro, Dado Moroni. Si esibiranno, inoltre, Fumk Off, Kenny Barron, Cyrus Chestnut, Danny Brisset.  Saranno coinvolte due grandi orchestre: l’Orchestra Filarmonica di Torino e  l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, che chiuderà la manifestazione all’Auditorium “Giovanni Agnelli” del Centro Congressi Lingotto di Torino.  L’orchestra sinfonica per l’occasione sarà diretta dal giovane direttore torinese Andrea Ravizza. Il Moncalieri Jazz Festival ha, inoltre, ottenuto il patrocinio delle Nazioni Unite con l’UNRIC (United Nations Regional Information Centre for Western Europe) per voler veicolare attraverso la musica i principali obiettivi delle Nazioni Unite (ONU) stabiliti fino al 2030 sui temi dello sviluppo sostenibile. Nel corso della manifestazione sono previste inoltre mostre, tavole rotonde, lezioni – concerto per le scuole di ogni ordine e grado, con gemellaggi musicali. Un’altra importante innovazione per questo ventennale del Moncalieri Jazz Festival sarà la particolare attenzione alle fasce deboli della società. Sono previsti due concerti: uno presso una casa di riposo per anziani e l’altro presso una comunità terapeutica. Un altro appuntamento “insolito” sarà il concerto gastronomico “Le Pentole Narranti” ideato e condotto dal musiCuoco Alfredo Laviano. Le serate Omaggio ai Centenari avranno una doppia valenza artistica. Non si ricorderanno solo i grandi protagonisti della storia della musica jazz, ma si darà anche rilievo ai singoli ospiti delle serate, che sapranno, sicuramente, con passione e professionalità richiamare l’universalità del linguaggio musicale e l’importanza dell’interazione della cultura. Maria Giovanna Iannizzi...

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Prima a parole, al Circolo dei Lettori, poi dal palco del Conservatorio Verdi di Torino: la musica sinfonica si schiude.

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Prima a parole, al Circolo dei Lettori, poi dal palco del Conservatorio Verdi di Torino: la musica sinfonica si schiude.

Leggere la Classica è un ciclo di conferenze che l’Orchestra Filarmonica di Torino ha saggiamente organizzato nella sede del Circolo dei Lettori per invogliare e coinvolgere il pubblico nel fascino del suono, della musica e nella vita dei  suoi protagonisti. Ad aprire le danze, giovedi 20 ottobre alle 18 e 30, sarà il Direttore Giampaolo Pretto, con una chiacchierata libera e aperta a tutti. Una specie di ouverture vocale, un hors-d’oeuvre, prima del concerto di martedì 24 al Conservatorio Giuseppe verdi, dedicato appunto alle ouverture di Franz Schubert, e Felix Mendelssohn Bartholdy. Il primo con l’Ouverture D591 In stile italiano, e l’Ouverture Le Ebridi o La Grotta di Fingal per il secondo compositore. L’Ouverture D591 venne composta da Franz Schubert nel 1817: ad ispirare il compositore austriaco fu la musica di Gioacchino Rossini, che in quegli anni imperversava nelle sale da teatro viennesi. Affascinato dal linguaggio musicale rossiniano, coinvolgente e brillante, Schubert compose due Ouverture – la D590 e la D591 – che vennero entrambe indicate come “In stile italiano”. La D591 verrà eseguita nel concerto inaugurale dell’Orchestra Filarmonica di Torino, mentre l’Ouverture D590 – in una ideale ciclicità – sarà uno dei brani in programma di “La Stanza dei Giochi”, ultimo concerto di stagione, nel mese di giugno 2018. E’ di pochi anni successiva, l’Ouverture op. 26 – conosciuta con il doppio nome di Le Ebridi o La Grotta di Fingal – che Felix Mendelssohn scrisse giovanissimo, al termine del viaggio attraverso l’Europa che l’aveva visto approdare anche sulle famose isole scozzesi. Alle Ebridi, Mendelssohn visitò la grotta di Fingal, luogo che, per gli strani echi, la potenza selvaggia della natura e le leggende gaeliche, gli ispirò la nota Ouverture accolta con entusiasmo all’epoca (ed altrettanto amata dal pubblico dei decenni successivi). Un viaggio, quello in Scozia, che ispirò Mendelssohn anche nella scrittura della celeberrima Sinfonia n. 3 in la minore op. 56, nota come Scozzese. Il compositore fu molto colpito dalla visita ad Edimburgo dell’Holyrood Palace e dei luoghi storici legati alla regina Maria Stuarda. Impressioni che conservò nella mente e nel cuore per più di dieci anni prima di arrivare a comporre la Sinfonia, eseguita per la prima volta in pubblico nel 1842 alla Società Filarmonica di Londra. Il concerto di ottobre, così come ogni concerto di stagione, verrà aperto dalla lettura, a cura dell’associazione liberipensatori “Paul Valéry” e della Scuola Teatro Sergio Tofano, di un breve testo scritto per l’occasione dal giornalista Lorenzo Montanaro. L’Orchestra Filarmonica di Torino, come ormai da anni, continuerà anche per questa stagione a triplicare la propria proposta concertistica, aggiungendo al concerto del martedì sera in Conservatorio la prova generale della domenica pomeriggio al Teatro Vittoria e la prova di lavoro del sabato mattina presso la sala multifunzionale di +SpazioQuattro, dando la possibilità al pubblico di seguire il lavoro dietro le quinte dal primo incontro con i direttori ed i solisti fino al concerto.  ...

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La Scuola di Applicazione dell’Esercito analizza la battaglia di Caporetto. Sconfitta o disfatta ?

Pubblicato da alle 12:43 in Eventi, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

La Scuola di Applicazione dell’Esercito analizza la battaglia di Caporetto. Sconfitta o disfatta ?

La battaglia di Caporetto fu una dolorosa sconfitta o una disastrosa disfatta? In concomitanza con i cento anni dalla “dodicesima battaglia dell’Isonzo” la Scuola di Applicazione dell’Esercito ha dedicato a questo evento l’appuntamento culturale di ottobre, con l’intento di indagare una delle pagine più dibattute della nostra storia. Protagonisti il prof. Alessandro Barbero, ordinario di Storia medievale all’Università del Piemonte Orientale, il prof. Marco Di Giovanni docente di Storia contemporanea all’Università di Torino e il prof. Giovanni Cerino Badone aggiunto di Storia moderna all’Università del Piemonte Orientale. Il generale di corpo d’armata Claudio Berto, Comandante per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito ha introdotto i relatori ricordando come “la conoscenza della storia militare rappresenti un elemento irrinunciabile per il bagaglio culturale di ciascun soldato”. Nel corso del dibattito sono emerse interessanti riflessioni sulle premesse, sulla condotta e sulle conseguenze di una battaglia che più di altre ha segnato una svolta nella contrapposizione fra il Regio Esercito, le forze austro-ungariche e tedesche. Nel suo intervento il prof. Barbero ha affermato che “nonostante il drammatico esito dello scontro, perdere una battaglia è cosa ben diversa dal perdere una guerra”.   Il prof. Di Giovanni ha precisato come “sull’esito di Caporetto abbia influito il logoramento della società italiana, stremata dalla inaspettata lunghezza del conflitto”. Una visione condivisa dal prof. Cerino Badone il quale ha ricordato “l’eccellenza culturale austro-tedesca in campo tecnico”. Dalle considerazioni dei relatori è emerso un quadro complesso e avvincente, dal quale scaturiscono innumerevoli lettura di una vicenda, quella di Caporetto, nella quale le analisi di natura squisitamente tattica o strategica si affiancano a non meno importanti considerazioni di natura sociale, politica ed economica. Se vi furono errori di valutazione, non mancarono iniziative innovative quali ad esempio la creazione degli Arditi. I relatori hanno convenuto che anche a distanza di un secolo sarebbe velleitario emettere un giudizio univoco e storicamente inconfutabile, anche alla luce della frequente contraddittorietà delle fonti. Se Caporetto fu una cocente sconfitta dal punto di vista militare, fu probabilmente una disfatta in termini di immagine, alimentata dalla sfiducia di alcune componenti di un Paese che vedeva disgregarsi un pezzo della propria storia.   All’incontro, al quale hanno assistito i frequentatori dei corsi di formazione di base e avanzata dell’Istituto di studi militari e un folto pubblico di appassionati, ha presenziato il Comandante per la Formazione, Specializzazione e Dottrina dell’Esercito generale di corpo d’armata Pietro Serino. L’alto ufficiale ha espresso ai presenti il proprio plauso per “una iniziativa coinvolgente e in linea con le prestigiose tradizioni culturali di Palazzo...

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Visto due volte. L’opera di Giulio Squillacciotti per l’Arte Irregolare torinese.

Pubblicato da alle 12:20 in .Arte, galleria home page, Mostre, Università | 0 commenti

Visto due volte. L’opera di Giulio Squillacciotti per l’Arte Irregolare torinese.

Quando l’ordinario diventa straordinario Visto due volte è il progetto espositivo di Giulio Squillacciotti, artista visivo romano, classe 1982, che utilizzando il mezzo audio-video in chiave documentaristica e performativa, indaga storie universali e narrazioni particolari dai profondi esiti socio-antropologici. Si tratta di un processo di analisi e interpretazione di esperienze di vita, credenze religiose e cultura popolare volto alla creazione di nuovi racconti possibili. La mostra, terminata da qualche giorno e allestita presso la sede dell’Associazione Barriera, è stata curata da Annalisa Pellino e Beatrice Zanelli di Arteco – associazione torinese che si dedica a progetti di valorizzazione del patrimonio storico-artistico, di promozione di giovani artisti e di educazione –  che hanno invitato l’artista in residenza a Torino, nel marzo scorso, a riflettere, attraverso il processo costitutivo del suo fare arte, sulla pratica di archiviazione dell’Arte Irregolare, storicamente definita come art brut o outsider art. Il lavoro in mostra verte sulle riflessioni di Squillacciotti rispetto a tre archivi torinesi di Arte Irregolare, luoghi distinti, ma accomunati dalla stessa storia fatta di soggetti autodidatti, eccentrici, visionari che hanno operato attraverso forme creative singolari, fuori dal circuito dell’arte mainstream: il MAET – Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università degli Studi di Torino , quello di opere realizzate nell’ex Ospedale Psichiatrico di Collegno e l’Archivio Mai Visti e altre storie della Città di Torino. Una sorta di scenografia teatrale – Scenografia, per monologo, 2017 – fatta di opere scultoree di tempera, tele e telai in legno, illuminate da fasci di luce puntata, invitava lo spettatore ad accedere ad una realtà irregolare, in cui l’ordinario diventa straordinario: i disegni in superficie sono liberamente tratti da un quaderno dell’autore Luigi Sapetti, conservato al MAET. Si proseguiva poi con tre grandi schermi disposti in successione che presentano l’opera video La Storia, in generale (2017) in cui in maniera parallela è posto in evidenza, con intima cura, il lavoro nascosto, ma concreto di conservazione e catalogazione svolto dai tre responsabili dei tre archivi sopracitati: Gianluigi Mangiapane, Calogero Baglio e Tea Taramino. Lo spazio dell’archivio è finalmente svelato e valorizzato nella sua essenza attraverso le azioni e i gesti di chi per primo crede alle sue finalità mnestiche. Il percorso si concludeva con il film che dà il titolo al progetto espositivo, Visto due volte, in cui gli spazi apparentemente musealizzati della Certosa di Collegno, sede dell’ex-Ospedale Psichiatrico fanno da sfondo ad una visita guidata realizzata dagli studenti del Liceo Artistico Renato Cottini, coinvolti nelle riprese. Il “visionario” testo vocale dell’audioguida cita le parole tratte da un lavoro di Gaetano Carusotto, artista irregolare dell’Archivio Mai Visti, riadattato per l’occasione: si tratta di un nuovo modo di “vedere” e rielaborare le storie, attivando anche nuovi percorsi espressivi. Come commenta Annalisa Pellino nel suo testo: “Ad andare in scena è una sorta di rituale re-enacted da non-attori che recitano se stessi e ci mostrano immagini già viste, luoghi già visitati, parole già scritte”. Mediante il lavoro di Giulio Squillacciotti alcune opere di Arte Irregolare sono esposte e considerate quindi nella loro essenza creativa; come sostiene Beatrice Zanelli – “attraverso un semplice filtro, l’artista le declina, aumentandone la portata e contravvenendo a quel trend che ha portato finora il contemporaneo a emarginare l’outsider art. In questo senso la ricerca artistica di Squillacciotti ha interessato anche la nuova direttrice di Artissima...

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“Tutto muta, nulla perisce”. Sotto il segno di Ovidio dimorano le opere di Enrico Carpegna.

Pubblicato da alle 19:39 in .Arte, Mostre, Prima pagina | 0 commenti

“Tutto muta, nulla perisce”. Sotto il segno di Ovidio dimorano le opere di Enrico Carpegna.

E’ imminente l’inaugurazione della mostra Metamorphoseon (Aurum et Argentum) dell’artista Enrico Carpegna che verrà ospitata nella Galleria Unique di Torino di Via F.lli Calandra, 8/E. Il periodo espositivo andrà dal dal 26 ottobre al 23 novembre, per l’occasione GazzettaTorino ospita il testo elaborato dal curatore Roberto Perugini, che subito ci riporta alla forza e alla saggezza della cultura classica con una citazione del poeta romano Ovidio tratta dalle Metamorfosi; tratto tipico del poeta è l’utilizzo del racconto all’interno di un racconto, colui di cui si parla diviene a sua volta colui che racconta, sofisticata formula retorica che ritroviamo frequentemente nelle opere artistiche.   “omnia mutantur, nihil interit”  (Ovidio, Metamorfosi, XV Libro, verso n165).         Il lavoro di Enrico Carpegna si snoda su direttrici diverse, con dissimilitudini a volte marcate, per abbracciare temi come la memoria storica,  la natura nelle sue componenti zoologiche e vegetali, la figura umana nel suo continuo rappresentare la vita, l’acqua, mutabile per definizione, per non citarne che alcuni, e mi sono spesso chiesto incontrandolo, ma, soprattutto, confrontandomi con le sue opere, quale sia il motivo conduttore della sua visione del mondo, della sua visione della fotografia stessa e, conseguentemente,  del suo fare fotografia. Non è facile dare una risposta univoca. Probabilmente non c’è una risposta univoca. E una risposta univoca sicuramente non c’è mai,  segnatamente per chi la vita la vede scorrere ed articolarsi in un continuum su piani e prospettive diverse che si avvicinano, si intersecano, si allontanano e forse danno una percezione di realtà  a cose, immagini, situazioni. Di qui l’esigenza di trovare un senso a tutto ciò, di offrire delle chiavi di lettura attraverso un medium, la fotografia, che nel caso di Enrico è sostenuta da una lunga e solida pratica professionale.  Una ricerca rigorosa, a volte estenuante. Stabilire quale sia lo scatto definitivo o lo stato definitivo di un’immagine è per lui  spesso motivo di apprensione, non tanto perché l’approccio al mezzo con la raffinatezza che gli è propria, gli crei problemi tecnici od espressivi, ma perché, usando un bisticcio di parole, nello scatto o nello stato successivo c’è una verità più vera, una definizione più definita. Un perfezionismo quindi non fine a sé stesso, ma finalizzato al conseguimento di significati più reconditi, allo svelamento di ciò che non appare ai più od appare sotto la coltre dell’ovvio e del banale od appare anche e attraverso o grazie al’occhio fotografico, con i suoi codici, settaggi e convenzioni, qui volti e spesso felicemente piegati al conseguimento dello scopo. Ricerca, quindi, continua. Un occhio indagatore incessantemente aperto sulla realtà con un approccio naturalistico volto a registrare mutamenti, metamorfosi, variazioni di stato, cambiamenti di luce, di posizionamento, di orientamento, di apprezzamento. Solo così si spiegano immagini, come quelle proposte qui in mostra, di banali tuberi sottratti al mondo vegetale, lasciati al loro divenire e colti infine dal fotografo in uno stato che li fa assomigliare a pepite preziose, trasfigurandone senso e significato pur lasciandoli integri nella loro essenza. L’oro, l’argento e la preziosità intorno a noi che non tutti eravamo in grado di  vedere! E la stessa cosa si può dire di arbusti, foglie, ortaggi, rami colti in prospettive di luce od avulsi da un particolare contesto per farne sculture o disegni che sanno di un elegante minimalismo zen o talora si trasformano in preziosi...

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A Torino il primo Workshop Nazionale sulle Gestione delle Emergenze.

Pubblicato da alle 11:57 in DOXA segnalazioni, Eventi, galleria home page, Innovazione, talenTO, Università | 0 commenti

A Torino il primo Workshop Nazionale sulle Gestione delle Emergenze.

  L’Associazione Italiana Cultura Qualità con Thales Alenia Space ( J.V. tra Thales e Leonardo) ha organizzato il primo Workshop Nazionale sulle Gestione delle Emergenze.  Il convegno si aprirà con i saluti della Sindaca Chiara Appendino , del Vice Presidente del Consiglio Regionale Nino Boetti, della  Presidente AICQ Giorgia Garola e del Vicepresidente di Thales Alenia Space Walter Cugno. Il chairman del Convegno è Mario Ferrante Thales Alenia Space e Vicepresidente AICQ. Il convegno farà il punto  sullo stato dell’arte nella Gestione e Prevenzione delle Emergenze, crea un forum periodico su questo tema, promuovere il trasferimento di metodologie ed esperienze da un settore all’ altro, rafforza la consapevolezza che le tecnologie spaziali e moderne contribuiscono a migliorare la gestione delle emergenze per condividere l’esperienza delle industrie, agenzie spaziali, associazioni internazionali, università e servizi. L’ AICQ ha sempre avuto un’attenzione particolare non solo ai temi classici della Qualità, ma anche a temi che riguardano la Qualità della Vita del cittadino. L’AICQ e Thales Alenia Space hanno organizzato un evento di notevole interesse. Nel 2016 si mise in opera il primo Workshop Nazionale sulla “Gestione dell’errore Umano” con interventi nel settore Spaziale, Accademico e Sanitario e nel 2017 su questo nuovo tema anch’esso trasversale  sulla “Gestione delle Emergenze”. La Qualità migliora sicuramente nel confronto e nella condivisione. Dai tempi antichi ai giorni nostri l’emergenza è un aspetto che ha coinvolto tutto il nostro Pianeta  Esempi ci sono dati dalle api che in mancanza di fiori producono il miele, utilizzando le secrezioni di altri insetti, oppure dalle formiche che in caso di alluvioni, per proteggere la regina, costruiscono con i loro corpi una zattera.  Anche nelle antiche civiltà precolombiane c’era una particolare attenzione alla prevenzione, basti osservare la tecnica di costruzione degli edifici per ridurre il rischio di collasso in caso di terremoti (Peru – Ollantaytambo). Per Thales Alenia Space, che ha come vision “Lo Spazio come orizzonte dell’Umanità per costruire sulla Terra una vita migliore e sostenibile”,  il contributo all’ organizzazione di questo convegno rappresenta sicuramente un fatto positivo. I satelliti forniscono un notevole supporto alla gestione delle Emergenze come nel caso di COSMO-SkyMed  sistema duale  dell’ ASI e del Ministero della Difesa e Sentinel dell’ESA. Da non dimenticare anche la prevenzione delle Emergenze nello Spazio ed in particolare sulla Stazione Spaziale dove l’Azienda ha realizzato il 50% del Volume Abitabile negli stabilimenti di Torino. L’obiettivo di questo convegno non è alimentare allarmismi, ma far conoscere la straordinaria competenza ed eccellenza su questo tema ed evidenziare nei diversi domini, da quelli ad alta tecnologia come lo Spazio, ai Servizi, alla Sanità, alle Industrie, lo stato dell’arte dell’Emergenza in termini di Prevenzione e Gestione. L’ importanza della partecipazione a questo evento è dettata dall’attualità dell’argomento affrontato con relazioni da parte di esperti, anche di fama internazionale, che spaziano in tutti i campi. Valorizzare e promuovere i risultati raggiunti  Il convegno, grazie al contributo di Intesa San Paolo nonché di altri importanti sponsor, si terrà in un luogo molto suggestivo: il Grattacielo Intesa San Paolo di Torino. Le istituzione hanno dato il massimo supporto a questo evento insieme agli Ordini professionali e ai vari Sponsor che hanno riconosciuto e sostenuto l’importanza di questo tema . Il Workshop è indirizzato sia al grande pubblico che alla Comunità Industriale, Scientifica, Sanitaria, Universitaria , Servizi, Professionisti e Istituti di ricerca....

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Festeggiare Halloween oltre le aspettative. Con Halloweentorino 5 feste in luoghi da paura

Pubblicato da alle 11:03 in I nuovi Shop, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Festeggiare Halloween oltre le aspettative. Con Halloweentorino 5 feste in luoghi da paura

  Cinque location diverse dal centro di Torino al Canavese per vivere una festa di Halloween a base di divertimento, suggestioni, cocktail e dj set.. Nasce www.halloweentorino.it, una festa diffusa organizzata per tutti, dai giovani alle famiglie,  alla quale è possibile iscriversi esclusivamente attraverso il portale. Si tratta di un evento unico nel panorama torinese che con questa prima edizione andrà certamente a inaugurare un nuovo modo di vivere Halloween. Anzi Halloweentorino,  sul web la festa è già iniziata. Il portale infatti, è il punto di riferimento per conoscere nel dettaglio tutte le informazioni degli eventi come luoghi, pacchetti experience e prezzi. La speciale collaborazione tra gli organizzatori di  Halloweentorino con le affascinanti location daranno forma ad experience party mai visti prima. I party di Halloweentorino metteranno in scena affascinanti leggende che culmineranno in uno spettacolo a tema. La serata inizierà all’ora di cena (20.30) con il ricco buffet in maschera e musica dal vivo,  per poi proseguire con la vera e propria festa a base di Dj-set Dance/House/Commerciale, a partire dalle 23.30, il tutto accompagnato da un eccellente servizio bar. Cinque feste esclusive, in cinque luoghi diversi, tutte incentrate sulla fatidica notte dei “morti”, dedicate al pubblico giovane under 35. Si parte da Torino, dal Golden Palace che per l’occasione si trasformerà nel Palazzo del Male. La Tenuta ValMinier a Villanova d’Asti sarà la Tenuta di Annabelle; la Tenuta Villa Rosa a Crescentino sarà la Villa sul Lago; il Quality Hotel Atlantic & Spa di Borgaro sarà il Cannibal Hostes, e il Castello di San Giorgio vivrà un vero e proprio Incubo al Castello. Finita la serata, chi ha scelto i pacchetti deluxe di www.halloweentorino.it potrà soggiornare negli hotel vicini alle location o utilizzare le navette per il rientro in città. Gli eventi di www.HalloweenTorino.it Incubo Al Castello (presso Castello di San Giorgio Canavese) Cannibal Hostel   (presso Quality Hotel Atlantic & Spa) La Villa su Lago (presso Tenuta Villa Rosa) La Tenuta di Annabelle (presso Tenuta ValMinier) Il Palazzo del Male (presso Hotel AllegroItalia Golden Palace) Prezzi e Pacchetti Enter da 20 a 25 euro (Festa + Open Bar) Silver 39 euro (Apericena in maschera + Festa + Open Bar) Gold da 59 euro ( Festa + Open Bar + Pernottamento) Platinum  da 79 euro (Apericena in maschera + Festa + Open Bar + Pernottamento) INFO www.halloweentorino.it email: info@halloweentorino.it tel....

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Il meglio del Fashion veste il b/n di Peter Lindbergh. La Reggia di Venaria per un re della fotografia.

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Il meglio del Fashion veste il b/n di Peter Lindbergh. La Reggia di Venaria per un re della fotografia.

Finalmente approda alla Reggia di Venaria Reale una mostra fotografica davvero degna di questo nome. Ci volevano la figura e le opere di uno dei più importanti artefici dell’immaginario editoriale del Novecento: Peter Lindbergh. Difficile trovare nella moda e nelle riviste di settore valori iconici elevati. I nomi dei pochi fotografi capaci di smarcarsi da un’iconografia banale e ripetitiva sono davvero pochi: Richard Avedon su tutti in assoluto, poi Irving Penn, a suo modo anche Helmut Newton e pure Steven Meisel, tra i più recenti. Sì, qualcuno c’è anche in Italia, ma bisogna ben isolare le pagliacciate “da guru” che tanto van di moda qui, pur di far parlare di sè a tutti i costi, dal lavoro vero e proprio. Allora si vede bene la differenza tra il professionismo del bravo artigiano, anche virtuoso, da quel qualcosa in più che solo le personalità migliori riescono a tirare fuori. Lindbergh appartiene ai pochissimi che pur facendo del lavoro commerciale e soddisfacendo le commissioni, riescono a dare forma ad una visione, che rimane forte e costante nel tempo, anche declinandola in mille modi e situazioni. Lindbergh inventa una donna, una visione della donna, del tutto nuova e ancora oggi fondamentale: una femminilità indipendente, forte, senza per questo degenerare mai nella caricatura del maschile. Le scelte tecniche, le procedure operative, ogni singolo tassello messo in azione da Lindbergh esprime il concetto della vitalità, dell’energia, della seduzione, ma sempre come libera volontà, nel pieno controllo del soggetto, senza sottomissioni di sorta a nessuna dipendenza, nemmeno quella dalla propria bellezza fisica.   Il rifiuto del fotoritocco ricostruttivo, l’uso del mosso e delle pellicole ad alta sensibilità, quasi di sapore reportagistico, la ricerca del movimento, non a caso la danza è terreno fertile per le sue icone, sono tutte scelte che generano un immaginario più vero del vero. La forza di Lindbergh sta proprio nella sua capacità di dominare soggetti che già di per se stessi sembrerebbero indomabili. Li porta sul suo terreno. Una cultura la sua, di radice nordorientale europea, che vive di richiami antichi dove l’umanità si divide in generi, ma non per questo in gerarchie sociali. L’allestimento della mostra, le immagini scelte, tutto converge a dare la migliore presentazione possibile di un autore a tutto tondo. Mostra da vedere senz’altro. Anzi, andrebbero obbligati a vederla tutto coloro che apprezzarono quella di Steve McCurry. Una pena etica, giusto per dar loro modo di poter comprendere la differenza di valore tra chi il pubblico lo compiace e chi lo sfida a cambiare il modo di pensare.  Fulvio...

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Una mostra “distillata” per celebrare i 260 anni di storia del marchio Cinzano.

Pubblicato da alle 10:17 in Economia, Eventi, Mostre, Prima pagina, talenTO | 0 commenti

Una mostra “distillata” per celebrare i 260 anni di storia del marchio Cinzano.

Una mostra “distillata” per celebrare i 260 anni di storia e di eccellenza del marchio Cinzano al Museo Nazionale del Risorgimento Italiano. Una donna dai folti capelli scuri, avvolta da un candido vestito bianco e cinta da nastri dorati, si staglia su uno sfondo nero illuminato dal drappo giallo che la circonda. Adagiata su due grappoli d’uva, l’eterea figura femminile, a metà tra l’umano e il divino, è intenta a offrire una bottiglia di vino spumante all’osservatore. È con questa stampa litografica di Leonetto Cappiello che si è inaugurata oggi la mostra “Cinzano: da Torino al mondo. Viaggio alla scoperta di un’icona italiana”, volta a tutelare e a valorizzare l’eredità del brand ed elaborata con il contributo di un comitato scientifico di spicco, coordinato da Paolo Cavallo, che ha curato il riordino dell’archivio storico. Il manifesto, immagine guida non solo dell’esposizione, ma anche delle celebrazioni per i 260 anni del marchio, è uno dei pezzi più iconici di quest’ultimo: l’uva, infatti, materia prima della produzione di vermouth e di vini spumanti, diventa qui protagonista insieme alla donna-ambasciatrice del brand. Le sezioni tematiche della mostra sono tre: la prima è dedicata alla comunicazione pubblicitaria, con l’eccezionale produzione artistica che Cinzano ha promosso avvalendosi della collaborazione dei più importanti illustratori e grafici pubblicitari del Novecento: sono, infatti, 26 i manifesti d’epoca visibili e restaurati recentemente per l’occasione; la seconda traccia una storia complessiva del marchio, dalle origini sabaude al consolidamento internazionale, attraverso una linea del tempo che illustra le tappe principali della storia della famiglia e dell’azienda; la terza, infine, mette in scena le collezioni di oggetti storici del brand, quali targhe promozionali, vassoi, bicchieri, shaker e antiche bottiglie risalenti all’Ottocento.     La storia di Cinzano inizia a Torino a metà del XVIII secolo. È qui che, nel 1757, il confettiere Carlo Stefano Cinzano impianta la sua attività, in via Dora Grossa (l’attuale via Garibaldi), raggiungendo le vette più alte della sua arte e divenendo anche fornitore della Casa Reale. Ma è a inizio Ottocento che Francesco Cinzano trasforma un’attività artigianale a conduzione familiare in una grande impresa industriale, legando indissolubilmente il proprio cognome con l’arte della produzione di vermouth, liquori e vini. Infatti, grazie a un’astuta strategia pubblicitaria e al lavoro di infaticabili viaggiatori di commercio – quali Giuseppe Lampiano e i fratelli Carpaneto – già a inizio Novecento il marchio conquista in poco tempo i più importanti mercati nazionali e internazionali, apparendo sui cartelloni, nei negozi e nei locali pubblici di ogni paese. Tra le opere esposte, che hanno caratterizzato la storia e l’ascesa di Cinzano, si ricordano, in particolare: “Il dio Pan”, il primo manifesto dell’azienda, realizzato nel 1898 da Adolf Hohenstein, il quale ritrae il dio Pan intento a suonare lo zufolo e sullo sfondo una ninfa che spreme un grappolo d’uva in una coppa di alabastro: le divinità, entrambe legate alla terra e alla fertilità dei campi, sottolineano l’importanza dell’uva quale principale materia prima per la realizzazione dei prodotti; “La zebra” – uno dei simboli emblematici del brand – compiuta nel 1910 da Leonetto Cappiello e raffigurante un uomo, probabilmente Zeus, nel ruolo di ambasciatore, a cavallo di una zebra di un rosso brillante, nell’atto di offrire il suo bene più prezioso, il vermouth; e, ancora, “Bottiglia con bandiere”, sempre di Cappiello, al cui centro...

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Baricco legge i “Frutti dell’ira”. Il Furore di John Steinbeck tra teatro e diretta tivù.

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Baricco legge i “Frutti dell’ira”. Il Furore di John Steinbeck tra teatro e diretta tivù.

Spazio MRF: Baricco legge Steinbeck 1939:viene pubblicato il romanzo più famoso di John Steinbeck The Grapes of Wrath (I frutti dell’ira). In Italia è tradotto col titolo Furore da Carlo Coardi per Bompiani. 1940: Steinbeck vince in Premio Pulitzer per The Grapes of Wrath. 1968: lo scrittore americano riceve il Premio Nobel. Qualche data, giusto per identificare l’uomo e lo scrittore. John Steinbeck è considerato un autore scomodo per molte ragioni. La prima – e sicuramente la più importante – è la continua denuncia sociale, che abbraccia quasi tutte le sue opere. Un’altra, perché ha successo: piace al pubblico e alla critica. In occasione della seconda Giornata della Memoria e dell’Accoglienza (che cade il 3 ottobre) voluta per commemorare non solo le vittime del naufragio del 2013 nel Mediterraneo, ma anche tutti i rifugiati e migranti che continuano a morire, non poteva mancare un momento di riflessione. Alessandro Baricco dalle Officine di Mirafiori di Torino porta in scena la triste saga della famiglia Joad di Steinbeck, che dall’Oklaoma tenta di raggiungere quella che viene vista come la Terra Promessa: la California. Questa rilettura, a tratti commoventi e profonda di alcuni passaggi fondamentali del libro Furore del grande scrittore americano, accompagnata dalle musiche di Francesco Bianconi dei Baustelle è una storia attuale, quella di ogni migrante, di ogni uomo o donna che conosce la fame e gli stenti, che sopporta i soprusi e le corruzioni, che vuole continuare a vivere e vivere degnamente. Un romanzo scritto in cinque mesi che da subito diventa il più grande romanzo sociale del periodo della Depressione degli anni Trenta e di propaganda dello spirito del New Deal del Presidente Roosevelt. Ma l’autore non vuole fare politica. La sua denuncia è una spietata analisi della realtà, e i suoi personaggi non sono tanto lontani da noi. Così realisti da essere veri. Il lettore riesce a conoscere i loro pensieri più intimi, le loro grandi paure, le loro pesanti angosce, la loro forte rabbia, ma anche il loro coraggio, la loro audacia che mai manca ai migranti di tutti i tempi. Basti pensare alla mamma, forse il vero protagonista del libro di Steinbeck. Non si lascia mai prendere dal panico, riesce a trovare sempre una via di fuga e alla fine aggiusta tutte le situazioni più disperate. Un bel personaggio che non solo commuove, ma anche insegna e forse era proprio questo il principale intento dello scrittore: lasciare un messaggio di speranza a chi va e viene, a chi vuole provocare il cambiamento, a chi ha un grande obiettivo da raggiungere: la sopravvivenza, la rinascita, la vita.  Ascoltare Baricco nella lettura del libro di Steinbeck è stato interessante e persino utile per ricordare la triste situazione degli emarginati, degli sfruttati, dei poveri, che formano con ogni uomo una sola grande anima, come dirà un suo personaggio, ex predicatore Casy. Maria Giovanna...

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I “FILL” good. Nasce il primo Festival Italiano di Letteratura a Londra.

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I “FILL” good. Nasce il primo Festival Italiano di Letteratura a Londra.

  Il 21 e il 22 ottobre a Londra è prevista pioggia, vento e il solito, opprimente grigio fumo. Viste le previsioni, occorre difendersi; il consiglio è quello di recarsi nel quartiere di Nottin Hill, celebrato in un film dove un umile libraio finisce tra le braccia di Julia Roberts, simpatica commedia al miele tanto riuscita quanto tristemente irrealistica. Girovagando in cerca della Roberts, varcare l’entrata dello storico teatro d’epoca vittoriana Coronet, trovare posto e lasciarsi sorprendere da Fill. Il primo Festival Italiano di Letteratura a Londra, Festival of Italian Literature in London; ad assistervi vi si aprirà un sorriso degno della diva Julia.  I temi affrontati saranno letteratura, politica, migrazioni, genere, Italia, il presente e il futuro di Londra, il modo in cui la Brexit sta già cambiando l’Europa e di conseguenza il romanzo. Il festival nasce dalla vasta comunità letteraria italo-londinese, ed è organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Londra, dalla scrittrice Claudia Durastanti, da Marco Manassola, Stefano Jossa e molti altri, tra questi i non trascurabili  Salone del Libro di Torino e la Scuola Holden. Il programma, piuttosto curioso, include il Premio Strega Melania Mazzucco e l’autrice franco-americana Lauren Elkin. Il medico di Lampedusa Pietro Bartolo, Lidia Tilotta e Clare Longrigg del Guardian; Iain Sinclair, presenterà il suo nuovo “The last London” e discuterà con Olivia Laing e il curatore della Tate Modern Andrea Lissoni; Christian Raimo e il politologo Jonathan Hopkin della London School of Economics, incalzati da Caterina Soffci, discuteranno di “Italian Politics for Dummies”; un dibattito su industria culturale, poi Sara Taylor e l’editor di Granta Ka Bradley. Vi troverà spazio la letteratura italiana tradotta nel mercato anglosassone; Giancarlo De Cataldo parlerà di romanzo e serialità per celebrare il lancio mondiale su Netfix della serie “Suburra” e per finire Zerocalcare incontrerà per la prima volta il pubblico londinese. Il programma completo lo trovate a questo link: www.fll.org.uk. Per saperne di più abbiamo intervistato uno degli organizzatori, che guarda caso non poteva che essere torinese: Gianuca Didino. Come, e dove è nata l’idea del Festival, chiacchierando in un pub, per intuizione, per risposta alle vicende politiche? Diciamo una confluenza di cose. Il progetto del FILL è nato da Marco Mancassola e Stefano Jossa come tentativo di catalizzare le energie intellettuali degli espatriati italiani Londra, in parte come prolungamento delle attività dell’Istituto di Cultura. Ma certamente le vicende politiche, Brexit in testa, hanno giocato un ruolo fondamentale nel trasformare queste intenzioni in realtà. Dopo il referendum del 2016 come cittadini europei residenti a Londra ci è sembrato giusto fare qualcosa di concreto, scendere in qualche modo in campo e alimentare un dibattito. Le persone con cui lavori le conoscevi già o ti hanno coinvolto e chiesto di partecipare.. Conoscevo bene alcuni di loro, come ad esempio Claudia Durastanti, con altri è capitato di scriverci nel corso degli anni, altri li conoscevo per via del loro lavoro ma non c’erano mai stati contatti diretti, altri ancora erano completi sconosciuti. Da questo punto di vista il FILL è già stato un successo, nel senso che ha messo in moto sinergie nuove, creato o reso più solida una rete di relazioni, esperienze e talenti. Personalmente sono rimasto molto colpito nel constatare il potenziale di questa rete. Già a questo stadio il FILL è stata una maniera di farci entrare in...

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La manualità femminile non è affatto passata di moda. Al Lingotto senza Irina Palm.

Pubblicato da alle 12:47 in Economia, Notizie, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

La manualità femminile non è affatto passata di moda. Al Lingotto senza Irina Palm.

E’ ritornata a Torino “Manualmente”, la kermesse totalmente dedicata a tutte le tecniche del “fai da te”, tradizionalmente femminili. Molti gli stand che hanno riempito il padiglione 1 di Lingotto fiere, giungendo da tutta Italia ed Europa, per questo secondo appuntamento del 2017.     Questa edizione è stata infatti quella autunnale, che fa seguito a quella primaverile, svoltasi ad aprile e ha contato oltre 10.000 visitatori. Quasi raddoppiato invece il numero in questi giorni: la fiera ha infatti chiuso con 17.500 ingressi.  L’allestimento di settembre da sempre è stato dedicato ai temi invernali, dove a farla da padrone sono tutte le idee e i piccoli oggetti legati al Natale e agli addobbi. Ma questo è solo una piccola parte di quello che abbiamo potuto vedere scorrendo i vari stand, che presentavano tutto l’occorrente per il cucito creativo, per lo scrapbooking (creazione di biglietti, inviti, album), per il cake food and design tanto di moda oggi, oltre al classico ricamo, uncinetto e bijoux.  Inoltre, ampio spazio è dedicato alla decorazione della casa e a tutte quelle altre piccole arti in cui bisogna avere una buona manualità e pazienza. La quantità di pubblico che ruota intorno a queste tecniche è davvero incredibile. L’uncinetto, il punto croce e questi passatempi che credevamo fossero retaggio delle nostre nonne e degli anni ’60, tornano sempre più in auge, anche fra le giovanissime. Sembra incredibile che nell’era del digitale, della realtà virtuale, del tutto e subito, siano di nuovo alla ribalta questo tipo di arti che richiedono l’abilità manuale, la pazienza e, soprattutto, il tempo. Ma forse è proprio il nostro correre nella vita quotidiana che ci ha stufato, facendoci riscoprire noi stessi e la necessità di “muovere le mani” per creare qualcosa di completamente nostro e concreto. L’agenda degli appuntamenti è stata fittissima: oltre 200 in programma, fra corsi, dimostrazioni e workshop, tutti rigorosamente divisi a seconda dei diversi temi. Grande importanza è stata data anche al mondo della “prima infanzia”, in cui si potevano trovare tante creazioni fatte a maglia, uncinetto e punto croce per i bimbi. Interessante anche la novità della Vetrina delle Creatività, uno spazio ampio dedicato alle creazioni realizzate con queste varie tecniche manuali dai partecipanti. Presenti anche alcuni stilisti che nella sezione dedicata alla moda, presentavano capi interamente creati a mano. Patrizia Costelli...

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Lavorare… ad Arte: il mondo del lavoro e la cultura contemporanea s’incontrano al Polo del 900.

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Lavorare… ad Arte: il mondo del lavoro e la cultura contemporanea s’incontrano al Polo del 900.

Il 13 settembre scorso è stato inaugurato il ciclo di incontri Lavorare… ad Arte, che fino al 5 ottobre darà l’opportunità ai partecipanti di avvicinarsi e riflettere sul mondo del lavoro attraverso la lente dell’arte e della cultura contemporanea. Si tratta di un’occasione interessante di confronto nata grazie alla collaborazione tra ISMEL, l’Istituto per la Memoria e la Cultura del Lavoro, dell’Impresa e dei Diritti Sociali e il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e ZonArte, con la finalità di ri-considerare l’attività artistica come progetto sociale e politico condiviso. ISMEL, centro archivistico-bibliotecario, di documentazione e ricerca, si configura come realtà istituzionale nel 2011 annoverando all’interno del proprio nucleo costitutivo la Città di Torino, la Fondazione Antonio Gramsci, l’Istituto Gaetano Salvemini e la Fondazione Vera Nocentini e includendo nel tempo, tra gli altri l’Unione Industriale di Torino, le organizzazioni sindacali confederali Cgil, Cisl e Uil di Torino e Piemonte, il Centro Storico Fiat, l’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa e Stalker Teatro. La mission di ISMEL, progetto originale di partecipazione privata e pubblica, è conservare, valorizzare, attualizzare e rendere vivo e fruibile il grande patrimonio socio-industriale di Torino e del Piemonte. Ed è proprio seguendo questo intento che Giovanni Ferrero, Presidente di ISMEL e Anna Pironti, Responsabile del Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea hanno ideato e concretamente realizzato – attraverso una sinergia efficace e senza fondi ad esso destinati – un programma d’incontri che affrontasse il tema del lavoro seguendo “la pratica dell’economia della conoscenza” – come afferma Giovanni Ferrero – “puntando l’attenzione sulle nuove e numerose professionalità che operano nel contesto dell’arte e della cultura”.   Nell’iniziativa sono stati coinvolti artisti, come Gilberto Zorio, Michelangelo Pistoletto, Piero Gilardi, alcuni tra gli esponenti dell’Arte Povera che nell’ambito artistico e culturale torinese ha segnato un momento storico-critico d’eccellenza – iniziando a riconsiderare materiali e concetti del lavoro manuale come punto di partenza nel processo costitutivo dell’opera d’arte – storici dell’arte, curatori, direttori di musei (Pier Giovanni Castagnoli, Marcella Beccaria, Nicola Ricciardi, Elena Volpato, Beatrice Merz), operatori del welfare culturale, dell’innovazione sociale e dell’educazione accessibile e condivisa (Catterina Seia, Luca Del Pozzolo, Collettivo Progettuale ZonArte), esperti di intelligenza artificiale ed editoria (Luigi Terna, Nicola Lagioia). Ciascun relatore ha trasferito e trasferirà al pubblico la propria esperienza in un alternarsi di conversazioni dai temi più diversi ma accomunati dalla finalità di sensibilizzare e rendere protagonista il fruitore. La Biopolitica di Piero Gilardi, l’arte processuale e operaia d’inesauribile energia fisica e mentale di Gilberto Zorio, la Demopraxia di Michelangelo Pistoletto, la “ricerca-azione” di Catterina Seia, il Salone del Libro di Nicola Lagioia sono testimonianze del fermento creativo e sociale della città di Torino, in continua trasformazione, riqualificazione e crescita. “Questo è il progetto-pilota” – afferma Giovanni Ferrero – “a cui vorremmo far seguire nuovi appuntamenti con un focus sulla realtà lavorativa in ambito culturale per le giovani generazioni, attivando progettualità di alternanza scuola-lavoro e analizzando il tema della disoccupazione giovanile”. E continua: “Abbiamo invitato e continueremo ad invitare i protagonisti dell’arte e della cultura contemporanea per comprendere come l’arte possa contribuire a definire un punto di vista originale sul lavoro”. “Lavorare…ad arte – aggiunge Anna Pironti – è un progetto di politica culturale, non è solo un ciclo di incontri, ma è un work in progress che continuerà a...

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“L’infinita curiosità. Un viaggio nell’universo in compagnia di Tullio Regge”

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“L’infinita curiosità. Un viaggio nell’universo in compagnia di Tullio Regge”

Dall’immensamente grande all’estremamente piccolo con la mostra “L’infinita curiosità. Un viaggio nell’universo in compagnia di Tullio Regge” Nella cornice di un’Accademia delle Scienze recentemente ristrutturata e riconsegnata alla cittadinanza, si è inaugurata la mostra “L’infinita curiosità. Un viaggio nell’universo in compagnia di Tullio Regge”. Il progetto è realizzato nell’ambito delle attività del Sistema Scienza Piemonte, un accordo promosso dalla Compagnia San Paolo e sottoscritto dai principali enti torinesi che si occupano di diffusione della cultura scientifica. Invitati permanenti ai tavoli di lavoro anche la Regione Piemonte, la Città di Torino e la Città metropolitana di Torino. “La ristrutturazione degli spazi adibiti alla mostra”, ha spiegato Alberto Piazza, il presidente dell’Accademia delle Scienze, “ha avuto inizio nel 2016, grazie all’importante sostegno della Compagnia San Paolo, ed è terminata nel gennaio 2017, interessando gli spazi che, nell’edificio originario dell’Accademia – risalente al 1687 – ne costituivano la cappella. Senza il contributo della Compagnia San Paolo oggi non saremmo qui a celebrarne la realizzazione, e vorrei, a questo proposito, sottolineare che il finanziamento di quest’ultima ha sempre obbedito a un disegno preciso e lungimirante di riqualificazione sia culturale sia edilizia del tessuto cittadino: infatti, dal 2005 a oggi, la Compagnia San Paolo ha investito oltre 9 milioni di euro per la cura del palazzo dell’Accademia. Grande, quindi, è il nostro senso di gratitudine nei suoi confronti, e con questa mostra, dal tema quanto mai attuale, ospitata in tali locali rinati a nuova vita, vorrei sottolineare l’impegno di tutti coloro che hanno partecipato alla sua riuscita, per promuovere l’innovazione e la propagazione di progetti di ricerca e della conoscenza, favorendo il nostro spirito critico e un dialogo tra scienza e società”. La mostra, suddivisa in sei sezioni, ha lo scopo di esplorare i temi più affascinanti della fisica contemporanea, dalle onde gravitazionali ai buchi neri, dalla relatività ai quanti, dalle particelle elementari ai macrosistemi: un viaggio immaginario nell’universo, dall’immensamente grande all’estremamente piccolo, attraverso lo spazio, il tempo e la materia. Guida ideale di quest’ultimo sarà Tullio Regge, uno dei più celebri scienziati della seconda metà del Novecento, autore di importanti scoperte scientifiche nel campo della fisica e appassionato divulgatore scientifico. Ed è proprio la sua curiosità, che dà il titolo all’esposizione – accostata all’aggettivo infinita perché “Regge”, come ha specificato Alberto Piazza, “non si è dedicato solo a temi propriamente scientifici, ma anche alla politica, agli organismi geneticamente modificati, al disegno e non solo” – a rappresentare il filo conduttore dell’intero percorso. Questo “si snoda attraverso le due grandi teorie che consentono di interpretare l’universo”, ha affermato Piero Bianucci, curatore della mostra insieme a Vincenzo Barone, “ossia la relatività generale di Einstein e la fisica quantistica, con un passaggio nel “mondo di mezzo” che riguarda molecole, particelle e simili”. “Ci sono, inoltre, due registri, all’interno della rassegna: uno pop, con installazioni, ambienti immersivi, video, exhibit interattivi, che forniscono delle intuizioni e suscitano emozioni, e uno più raffinato, costituito dai testi e dalle bacheche in cui sono esposti i documenti storici che presentano gli studi fondamentali circa questa materia”. “Regge”, infine, “ne è la guida ideale perché, nel corso della sua vita, ha toccato e studiato tutti i temi qui affrontati”. La rassegna sarà, inoltre, accostata a un ricco programma di eventi collaterali che prevedono incontri con grandi scienziati e divulgatori, incroci e contaminazioni...

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Pietre Preziose ai Giardini Reali, la nuova installazione di Giulio Paolini, grazie alla Consulta e Reale Mutua

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Pietre Preziose ai Giardini Reali, la nuova installazione di Giulio Paolini, grazie alla Consulta e Reale Mutua

  “Le ferite possono diventare feritoie, squarci di luce. Uno sguardo positivo sul futuro, a partire da una ferita alla nostra città come l’incendio dalla Cupola del Guarini del 1997. Un modo per ricordare, e per apprezzare il valore dell’arte e della Bellezza. L’opera del Maestro Paolini è un dono fatto da aziende che amano lavorare ad arte, aziende che sono consapevoli della forza rivitalizzante della Bellezza, dell’Arte e della cultura sul territorio.” Con queste parole la Dottoressa Acutis, presidente della Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino, ha introdotto la nuova installazione Pietre Preziose dell’artista Giulio Paolini, commissionata dalla Consulta e dal socio Reale Mutua per festeggiare i trent’anni dell’Associazione. L’opera verrà donata alla città di Torino e collocata a fine ottobre nei Giardini Reali, al centro del “Boschetto” firmato dall’architetto Paolo Pejrone e realizzato anch’esso grazie alla Consulta e ai suoi 32 soci. Pietre Preziose è un’installazione che recupera alcuni frammenti lapidei originali della Cappella della Santa Sindone, il capolavoro di Guarino Guarini, disposti da Paolini su una sorta di pianta che evoca quella guariniana, composta da intarsi in granito e pietra lavica. Al centro la figura di un architetto in abiti settecenteschi che rimira la Cupola, a evocare il Guarini ma anche, ambiguamente, l’artista. Il «work-in-progress» è stato presentato a Moncalieri, nell’atelier dei fratelli Catella, già fornitori di Casa Savoia, che in passato hanno già avuto modo di collaborare con il Maestro Paolini per la realizzazione dell’opera pavimentale Anni-luce, acquisita nel 2001 dalla Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. L’architetto Mario Verdun, da sempre “anima” della Consulta con la Dottoressa Griseri, ha avuto l’idea osservando quanto materiale della Cappella fosse andato perduto perché non più recuperabile a seguito dell’incendio: “Quando ho visto queste meravigliosa pietre abbandonate ho pensato a Giulio Paolini che lavora da sempre sulla memoria e sul frammento;  il suo lavoro interpreta perfettamente questo tema e anche in forza alla nostra lunga amicizia ho voluto proporgli di pensare ad un’opera che partisse da questi resti” “La proposta mi ha subito emozionato” afferma Paolini “perché è la committenza è particolare, non interessata al possesso dell’opera ma è finalizzata ad una fruizione pubblica; mi sono adoperato che il progetto fosse adeguato e l’accoglienza è stata ottima, è stato un procedimento fluido, mi hanno fornito gli elementi intenzionali sui quali io ho elaborato questa proposta. Il titolo è Pietre Preziose, un titolo “spinto” perché paradossale: in realtà queste pietre non sono preziose, prezioso è l’intento che le aveva prodotte e collocate e anche, se posso dire, la configurazione che oggi gli viene restituita. Non sono solo resti ma sono parti di quella architettura originale: il recupero e la disposizione “ad arte” vuole celebrarne l’immortalità. La figura al centro è una testimonianza volutamente ambigua, un architetto, il disegno è l’amplificazione di una mia piccola composizione, che può evocare il disegno generale della cappella, ma non ha un valore filologico, solo evocativo. La presentazione dell’opera è stata accompagnata da un breve ma significativo testo dell’artista: “Qualcuno (l’autore) si trova qui, a constatare un’architettura in rovina, frammenti caduti e distolti dalla loro collocazione originaria. Noi (spettatori) assistiamo così alla “natura morta” costituita dai resti marmorei della cupola gravemente danneggiata dall’incendio del 1997. È da allora che il cielo ci guarda dall’alto, attraverso il vuoto di quella voragine ora...

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L’Orfeo di Monteverdi: dove le parole finiscono, inizia la musica (Heinrich Heine).

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L’Orfeo di Monteverdi: dove le parole finiscono, inizia la musica (Heinrich Heine).

A MITO Settembre Musica si celebra un mito. Rappresentata per la prima volta dall’Accademia degli Invaghiti il 24 febbraio 1607 nell’appartamento della duchessa Margherita Gonzaga, vedova di Alfonso D’Este a Mantova, la favola in musica di Claudio Monteverdi ancora oggi è uno dei più antichi drammi per musica presentato ed eseguito con successo.  Per celebrare i 450 anni della nascita del grande musicista barocco, Mito – Settembre Musica l’ha riproposto alla Casa Teatro Ragazzi e Giovani di Torino e, grazie a Dario Moretti, che ha curato testo, regia, pittura dal vivo ed effetti visivi, L’Orfeo di Monteverdi ha conquistato il giovane pubblico. La partitura monteverdiana prevede un prologo, cinque atti intervallati da un coro e un orchestra varia che spazia dai clavicembali alle viole, dai chitarroni ai flauti. La versione ridotta per il giovane pubblico, in un continuum senza intervalli o calate di sipari, non ha sminuito il suo incredibile fascino. Anzi: la precisione drammaturgica è tale da realizzare in musica la grazia della prosodia mitologica. Tratto dalle Metamorfosi di Ovidio e dalle Georgiche di Virgilio, con riferimenti alle scene infernali de La Divina Commedia di Dante Alighieri, L’Orfeo di Monteverdi è un dramma che nasce dall’incontro tra musica e poesia, tra canto e orchestrazione, parole e versi.  Il librettista di Monteverdi è il funzionario di corte Alessandro Striggio, membro dell’Accademia degli Invaghiti. Il suo testo poetico pone al centro Orfeo, simbolo dell’arte e della musica, della bellezza e dell’amore. Nel libretto spicca l’elemento musicale melodico monteverdiano e non passa inosservato il mitico cantore, che ha ispirato poeti, scrittori e musici di tutti i tempi. Figlio di Apollo e della musa Calliope, Orfeo incarna l’eterno mito della poesia e della musica, dell’innamorato cantore e dell’uomo disilluso. Chi appare nel melodramma monteverdiano è l’uomo – Orfeo e non il dio-Orfeo. L’uomo che si innamora della ninfa Euridice, l’uomo che soffre per la sua morte, che sfida il destino e scende nell’Ade pur di riavere la sua amata.  Tutti partecipano del suo dramma: dai  pastori alle ninfe. Persino gli dèi si impietosiscono di fronte alla storia di amore e di dolore di Orfeo. E Orfeo canta e commuove, perché ha un solo obiettivo: far rivivere l’amata. Grazie a Plutone, che governa il regno dei morti, riesce a riavere Euridice, a patto che non si volti mai a guardarla. Ma non riesce. Infrange questo divieto e perde per sempre Euridice. Ne provoca una seconda morte. E anche forse la sua. Perché il suo è un amore vero! Nel melodramma monteverdiano non si parla della sua fine atroce e forse è anche un bene, considerato il pubblico di giovanissimi. Monteverdi si riserva di annoverarlo tra gli immortali, perché il suo amore è tale, come la sua musica.  Molti studiosi e autori hanno analizzato il mito e definito la storia: da Eschilo a Virgilio, da Poliziano a Rilke. Persino Cesare  Pavese nei Dialoghi con Leucò si è cimentato a fornirne una versione. Ma come tutti i miti, anche quello di Orfeo incuriosisce e insegna, indipendentemente dalla lettura lecita e personale di ognuno. Il mito di Orfeo resta comunque un libro aperto, dove ognuno può regalarsi un finale a piacere. Maria Giovanna...

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Lamborghini fa inchinare il toro al maestro Le Corbusier. Concorso d’eleganza nella sua città natale.

Pubblicato da alle 09:38 in Eventi, galleria home page, Mostre, MotorInsider, Spettacoli | 0 commenti

Lamborghini fa inchinare il toro al maestro Le Corbusier. Concorso d’eleganza nella sua città natale.

  Un concorso di eleganza per automobili, è già di per sé un evento che esula dai classici – e un po’ triti – raduni statici e, nella maggior parte dei casi, al massimo mangerecci: spicca infatti per il valore culturale che veicola, per essere in grado di intersecarsi anche con altri ambiti che non siano quelli prettamente tecnici dell’automobilismo: il design in  primis, ma anche l’arte e la valorizzazione di un territorio. Se questa kermesse poi, è interamente dedicata a un solo, seppur glorioso, marchio automobilistico come Lamborghini, l’argomento si fa più interessante. Ma qui c’è di più: la prestigiosa casa di Sant’Agata Bolognese infatti, avrebbe potuto scegliere una bella piazza rinascimentale della sua zona, qualche strada appenninica di quella che per tutti è la Terra dei Motori. Invece “armi e burattini” si è trasferita sul placido ed elegantissimo scenario della lago di Neuchâtel, in Svizzera occidentale, pochi passi dal confine francese.   Perché qui? Ce lo spiega Antonio Ghini, prima geniale direttore della comunicazione Ferrari e ora responsabile del Polo Storico Lamborghini, neonato reparto per la documentazione e il restauro dei “tori” d’epoca: “Per il nostro primo concorso, volevamo iniziare in grande stile legando il nostro nome a quello di un grande architetto , omaggiandolo. Abbiamo quindi scelto il Cantone di Neuchâtel perché qui, nella cittadina di La Chaux-De-Fonds, è nato il padre del Movimento Moderno, Le Corbusier”.  Attratti da queste premesse, dal 15 al 17 settembre, ci siamo lasciati coinvolgere in una delle più eclettiche e raffinate manifestazioni alle quali abbiamo potuto partecipare negli ultimi anni (e pensare che era la prima!), dove abbiamo potuto godere “a tutto tondo” del territorio, delle sue meraviglie e, ovviamente, dello splendore di auto da sogno. Cinquanta Lamborghini di tutti i tipi e le epoche, provenienti dall’Italia soprattutto, ma anche da Svizzera, Francia, Germania, Olanda, Regno Unito, perfino dal Giappone. Un museo viaggiante –quasi ricco come quello statico di Sant’Agata Bolognese – che è una vera e propria esperienza sensoriale per l’estetica, il sound, gli odori che queste vetture emanano emozionando, oggi come allora. E quattro di questi gioielli, abbiamo potuto anche guidarli: tre magnifiche storiche provenienti dalla collezione del Museo, tutte fresche di restauro e una moderna Huracan, l’ultima creatura firmata “Lambo”. Abbiamo tutto il sabato a disposizione per scaricare sull’asfalto un totale di 1685 CV. Iniziamo col botto: ci viene infatti assegnata la probabilmente più sfacciata e politicamente scorretta delle Lambo (non che le altre siano delle campionesse di ecologia e razionalità…), il “gippone” (non riusciamo a trovare altri termini per definirlo) LM002, un’auto esagerata su tutta la linea. Innanzitutto nell’aspetto, una via di mezzo tra un lince militare e un pick-up , nato dalle ceneri di embrionali progetti condivisi tra l’esercito americano e Lamborghini e prodotto tra il 1986 e il 1993 in sole 300 unità; Poi nella meccanica, con sotto il cofano il V12 da 450 CV della supercar Countach e una trazione integrale da fuoristrada rude;  infine n egli interni, dove dominano radica e pelle pregiata, elementi che la indentifica come la prima SUV al mondo. Scendiamo da un orco e saliamo anzi, scendiamo anche qui, dato che siamo seduti a pochi millimetri dall’asfaltosulla regina, sua maestà Miura. Definitiva a buon grado da molti l’auto più seducente del mondo, è sicuramente la Lambo più iconica,...

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Gianfranco Ferré a Palazzo Madama «Nel gioiello, un mondo. O meglio il mondo».

Pubblicato da alle 11:05 in .Arte, galleria home page, Mostre | 0 commenti

Gianfranco Ferré a Palazzo Madama «Nel gioiello, un mondo. O meglio il mondo».

È stata presentata alla stampa presso la sede della Fondazione Gianfranco Ferré, in via Tortona a Milano, luogo affascinante e ordinatissimo che racchiude il grande archivio dello stilista scomparso dieci anni fa, la mostra “Sotto un’altra luce. Gioielli e Ornamenti”, che inaugurerà nel Salone del Senato di Palazzo Madama il prossimo 12 ottobre, sino al 19 febbraio 2018. L’esposizione – prodotta dalla Fondazione Gianfranco Ferré e Fondazione Torino Musei – presenta in anteprima mondiale 150 oggetti-gioiello pensati e realizzati come pezzi unici per le sfilate dal 1980 al 2007 (e quindi mai entrati in produzione, se non in versione rielaborata e ridotta per il mercato), che ripercorrono alcune delle scelte stilistiche del grande stilista in termini di ornamento. Per Ferré quest’ultimo è stato sempre oggetto di uno studio particolare e di un’autentica passione, a cui non ha mai relegato un ruolo secondario ma piuttosto complementare all’abito. Un ambito di interesse legato alla sua attenzione rigorosa per i materiali, specialmente quelli “alternativi”, come parte essenziale della sua ricerca, e alla sua attitudine al viaggio e alla capacità di assimilazione e rielaborazione degli ornamenti di altre culture. «Il gioiello ha avuto in passato straordinarie valenze rappresentative come simbolo di potere, prestigio, autorità; ora è soprattutto manifestazione di personalità, un mezzo per la rappresentazione di sé. Come l’abito e forse più dell’abito». Così scriveva Ferrè negli appunti per le sue lezioni, dove aggiungeva «Nel gioiello, un mondo. O meglio il mondo». Pietre lucenti, metalli, conchiglie, legni, vetri, ceramiche, ma anche cuoio ferro, rame e bronzo, danno vita a monili ricchi di citazioni precise, riferimenti, esotismi, eppure immaginifici e frutto di una fantasia gioiosa e incontenibile, dove il macro è esaltazione della materia costitutiva ma è anche funzionale alla sfilata, poiché gli oggetti dovevano essere visti da due – tre metri dalla passerella, come racconta Rita Airaghi, direttrice della Fondazione. La Signora Rita Airaghi spiega anche le ragioni di una mostra che intende dimostrare come anche nella progettazione dell’ornamento Ferré si attenga con coerenza agli elementi principali del suo stile e della sua formazione, legata all’architettura e al design. Interessante e curioso un aspetto legato alla vicenda personale e altrettanto importante: i gioielli furono il primo campo di sperimentazione da stilista poco più di ventenne. «Ne realizzò alcuni all’università», ricorda Airaghi “bracciali e collane in cuoio, molle industriali, minuterie metalliche; troppo all’avanguardia per l’epoca in cui il bijou, al massimo, era il falso oro”. Oggetti che oggi avrebbero senz’altro un grande successo, tanto è vero saranno posti in vendita al bookshop di Palazzo Madama due bracciali di Ferré realizzati in stampa 3D, di cui uno è stato presentato in anteprima in conferenza stampa. Anche l’aspetto installativo ha una grande importanza nell’economia della mostra: Franco Raggi, ideatore dell’allestimento e collaboratore storico del Maestro, ha pensato ad un allestimento che esaltasse la bellezza degli oggetti e allo stesso tempo li contenesse nel rutilante e altissimo spazio del Salone del Senato di Palazzo Madama: i gioielli si librano nella penombra come oggetti di sogno, seppur racchiusi in sei grandi  gabbie metalliche, minimaliste ed essenziali, in ferro arrugginito. Saranno esposti anche otto capi di alta moda dove si dimostra come persino l’intera struttura dell’abito possa essere “inventata” e costruita a partire dalla materia – gioiello. Cura la mostra Francesca Alfano Miglietti che ricorda un Ferré grande e generoso...

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Stregati dall’incanto inesplicabile dell’arte Africana. Il M.A.C.I.S.T. di Biella sotto l’influsso del mistero.

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Stregati dall’incanto inesplicabile dell’arte Africana. Il M.A.C.I.S.T. di Biella sotto l’influsso del mistero.

Chi possiede orecchi metafisici e padiglioni antropologici dovrebbe riuscire a sentire il dialogo fra le enigmatiche sculture lignee dell’arte africana tradizionale, a cavallo tra ottocento e novecento e le opere pittoriche e scultoree dei maggiori artisti africani contemporanei che sono il cuore dell’esposizione organizzata dal MACIST di Biella e curata da Anna Alberghina e Bruno Albertino, il vernissage è previsto sabato 16 settembre intorno ale 17. Una quarantina di sculture e una quindicina di pitture su tela, eleganti maschere in legno, statue di eroi e divinità, affascinanti feticci e pregevoli acrilici su tela sono il prezioso tesoro di “Arte Africana”, un mostra dove verranno illustrati i grandi temi dell’arte africana tradizionale, in un sottile equilibrio tra aspetto etnografico e componente estetico – formale. Le sculture di arte africana tradizionale presenti fanno parte della ricca collezione dei curatori della mostra: Anna Alberghina e Bruno Albertino, medici torinesi, infaticabili viaggiatori, noti studiosi e collezionisti d’arte africana. Gli artisti africani contemporanei provengono dall’Africa Orientale, in particolare da Tanzania e Kenya: George Lilanga, Omari Saidi Adam, Mustafa Yusufu, Issa Saidi Mitole, Maurus Michael Malikita, Rubuni Rashidi, Hasani Thabiti Mchisa, Mohamed Charinda, Cartoon Joseph. Una piccola ma interessante selezione di un vivace movimento artistico in continua espansione.  L’arte africana, proprio nell’accordo profondo tra percezione universale e realizzazione particolare, ha trovato la sua sublimazione in una visione non solo etnografica ma soprattutto estetico – formale. L’ingresso al Metropolitan Museum of Modern Art di New York e al Pavillon des Sessions del Louvre di Parigi nel 2000, ha segnato la definitiva consacrazione dell’arte africana nel mondo occidentale. Essa è caratterizzata da visione plastica e percezione immediata dello spazio. In particolare, la maschera è l’estasi immobile del volto, una fissità che esprime un’estrema e pura espressione liberata da ogni contestualizzazione e condizionamento.  Il “Museo d’Arte Contemporanea Internazionale Senza Tendenze”, nasce da un’idea del maestro Omar Ronda, dalla sensibilità di alcuni collezionisti e molti artisti di fama internazionale che hanno deciso di donare e di mettere a disposizione le proprie opere con il fine di sostenere le attività di prevenzione, cura e ricerca della Fondazione Edo ed Elvo Tempia, da ben 36 anni impegnata nella lotta contro i tumori.  M.A.C.I.S.T. via Costa di Riva, 11 – 13900 Biella (Italy)....

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Studio Visit, il singolare punto di vista di Paolo Inverni.

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Studio Visit, il singolare punto di vista di Paolo Inverni.

Paolo Inverni torna a riproporre un’installazione di studio visit e ad analizzare il concetto di «punto di vista» in modo originale e provocatorio: ad essere portati in scena non sono i suoi lavori ma un insieme di testi e paratesti che compongono l’enciclopedia personale dell’artista e scompongono, in un certo senso, il suo punto di vista.  Dal 7 al 9 settembre, a Barriera, il nuovo spazio polifunzionale di via Crescentino 25 a Torino, ha ospitato «Сan I see your work? Just a shadow of a shadow», lo storytelling per immagini, sculture, proiezioni, arredamenti e materiali che hanno trovato o devono ancora trovare realizzazione nelle opere dell’artista. Vediamo uno schermo che proietta una serie di riferimenti letterari e cinematografici, da Calvino a Lar Von Trier, da Artaud a Kandinskij passando per Micheal Moore. Vediamo una serie di fotografie scattate con lo smartphone e postate sui social network dall’artista, e uno schermo che restituisce incessantemente l’avviso «No signal». Vediamo poi, al centro della stanza, un’opera di Wolfang Laib, uno dei suoi ziggurat realizzati in cera d’api, con appoggiate al suo fianco alcune ciotoline contenenti spezie di diverso tipo che attendono di essere utilizzate dall’artista. Vediamo, ancora, una scala cromatica realizzata con le salviette acchiappa-colore, usate dall’artista per il bucato, e una luce che, direzionata su uno schermo, proietta l’ombra di una pianta. L’ombra della creazione, piuttosto che la creazione stessa, è al centro della ricerca in questa installazione. Attraversare la stanza allestita da Paolo Inverni è un enigma che non si scioglie mai fino in fondo – sempre che possa sciogliersi – ma che assume le sembianze di un gioco fra spettatore e artista, un gioco fatto di rimandi e indizi da rintracciare non solo all’interno dei testi presenti nella stanza ma come modello di riferimento del personalissimo percorso di costruzione di un bagaglio culturale – che poi è il proprio gusto.  È possibile infatti ritrovare della sorta di isotopie nei diversi testi descritti: quella del punto di vista è certamente centrale. Ma è il desiderio di innescare un dialogo (con lo spettatore, con i testi ‘ispiranti’, con la galleria) a fare di «Сan I see your work? Just a shadow of a shadow» un lavoro sincretico deciso ad attraversare la barriera del personale al fine di aprirsi allo spettatore come un percorso, piuttosto che un elemento finito, in continuo divenire, in cui è possibile camminare, giocare, scoprire e scoprirsi. Ancora una volta, è la rete che tiene unito l’artista e il suo spettatore ad essere eletto come strumento preferenziale per la costruzione partecipata di senso. Federico...

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