Torino per il turista

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Torino e i suoi musei

Percorsi d’arte e di cultura – Oggi a Torino e nei suoi dintorni sono aperti al pubblico oltre cinquanta tra musei, beni culturali, castelli, residenze e spazi espositivi che, nel loro insieme, costituiscono un’offerta culturale di livello internazionale.

“Torino e i suoi musei” propone sette itinerari (arancione, rosso, lilla, blu, azzurro, verde e grigio). Parte di essi si sviluppano nel centro cittadino ed è possibile percorrerli a piedi. Le residenze reali, situate intorno alla città, e alcuni musei di recente apertura sono comunque raggiungibili con mezzi pubblici.

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Incontro con il “Fotocrate” Michele Smargiassi, di passaggio in città.

Pubblicato da alle 22:00 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Mostre, talenTO | 0 commenti

Incontro con il “Fotocrate” Michele Smargiassi, di passaggio in città.

Di passaggio a Torino per intervenire ad una conferenza da Camera, Centro Italiano per la Fotografia,  che ha da poco inaugurato una grande e sorprendente mostra di Erik Kessels, abbiamo intercettato Michele Smargiassi. Giornalista, scrittore, autore del seguitissimo blog Fotocrazia ospitato sul sito del quotidiano La Repubblica, dove con arguzia e sottile provocazione ferma in posa, il nostro tempo, abbastanza da leggerlo attraverso l’argomento della fotografia.   La fotografia è diventato improvvisamente un argomento ? La fotografia….non so se è diventato un argomento, sicuramente se lo è, è deprecatorio. Nel senso che si parla di molto delle fotografie propriamente digitali, ma di quelle che scambiamo, condivise, orrizzontali, e per di più se ne parla male, come un declino morale o psicologico. Tutti narcisisti, tutti bambini. Un giudizio sull’avvento della foto da tasca, che non condivido, lo ritengo sbagliato, è legato all’incapacità di capire cosa sta succedendo alla fotografia oggi. Sta attraversando una rivoluzione, diversa da come la si pensava anni fa, mi riferisco alle immagini smaterializzate, senza sostanza, tutti dicevano non c’è più il rapporto con la realtà. Balle… la foto ha continuato a funzionare esattamente come prima e nelle funzioni di prima. Il problema è che la fluidità digitale ha dato luogo a nuove funzioni che prima trovavano un limite fortissimo nella tecnica; non erano riproducibili, la stragrande maggioranza di foto che si facevano nel mondo, intendo quelle private, delle vacanze della morosa, erano stampate in unica copia, poi si perdeva il negativo ed era finita così. Erano foto uniche, dovevi rifotografarle se volevi una copia in più, visto che i negativi si perdevano spesso.La foto privata anche prima istituiva relazioni, però erano foto “in presenza”, affabulatorie, si mostravano agli amici, ci si parlava sopra. Dirette sempre a destinatari conosciuti, viso a viso. Mentre adesso grazie a questa fluidità possiamo condividerle, sono come palloncini in aria, dove cadono cadono non sappiamo nemmeno chi le guarderà e dove. Non possiamo più sapere dove una nostra foto sia andata a finire, in Asia, in Alaska. Quello che è davvero cambiato è questa simultaneità, diffusione universale, l’orizzontalità, con il suo carattere effimero. Diffuse così, vivono il momento della condivisione e poi difficilmente restano. Non vengano riguardate. Adesso ci sono le storie su istagram, su fb ect, posti e poi il giorno dopo spariscono, la fotografia ha guadagnato un altro  status.  In fondo cosa è rimasto del bacio dato ieri, dello scapaccione, della carezza, era importante? Certo che si ! Eppure quei momenti si sono dissolti. La foto ha raggiunto la fluidità dei linguaggi paraverbali, della prossemica: insomma tutte quel linguaggi che noi usavamo per relazionarci con gli altri, adesso abbiamo anche la foto. Parallelamente, però, sui media tradizionali c’è un recupero del tema, su Repubblica su cui scrivi, su Internazionale e altri ancora…Cosa che ieri non accadeva così spesso. Se sia merito di questa nuova attenzione alle immagini sarebbe tanto di guadagnato, non lo credo però, il fatto che ci sia più attenzione, una maggiore considerazione nel panorama culturale. Era considerata semplicemente uno strumento d’illustrazione. Anche se abbiano avuto stagioni in cui il fotoreportage era ben più visibile, rispetto a oggi. La foto su gli organi di stampa anche se sempre subordinata alla parola, era molto presente. C’è stato un momento in cui le foto erano un linguaggio colto, se adesso torna è anche perché il mercato...

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La Palazzina di Caccia di Stupinigi riapre l’Appartamento del Re: fulgente bellezza settecentesca.

Pubblicato da alle 12:53 in Economia, Eventi, galleria home page, Mostre | 0 commenti

La Palazzina di Caccia di Stupinigi riapre l’Appartamento del Re: fulgente bellezza settecentesca.

“Oggi la Fondazione CRT riconsegna alla fruizione di tutti la bellezza dell’Appartamento del Re della Palazzina di Caccia di Stupinigi –  afferma il Presidente della Fondazione CRT Giovanni Quaglia –. Questo nuovo traguardo, dopo il recente recupero dell’Appartamento della Regina, è l’ultimo tassello di un più ampio intervento avviato 30 anni fa dalla Cassa di Risparmio di Torino e portato avanti dalla Fondazione CRT, per salvare una Reggia Sabauda che è patrimonio dell’umanità. Abbiamo la responsabilità di tutelare l’eredità che viene dal passato, trasformandola in un bene contemporaneo e vivo”. Riapre al pubblico domani, dopo 13 anni, l’Appartamento del Re nella Palazzina di Caccia di Stupinigi, restituito al suo originario splendore grazie a 10.000 ore di lavoro. L’intervento è stato interamente finanziato dalla Fondazione CRT, storicamente il principale sostenitore privato del grande progetto di recupero e valorizzazione della Residenza Sabauda con un investimento complessivo di circa 20 milioni di euro, e realizzato in collaborazione con la Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino.   “L’intervento di restauro dell’Appartamento del Re nella Palazzina di Caccia di Stupinigi conclude il recupero di tutti gli ambienti del corpo centrale della residenza sabauda – dice Adriana Acutis Presidente di Consulta –. Un passo importante nel cammino di recupero della Palazzina reso possibile dalla collaborazione fra Imprese, Istituzioni e Soprintendenza, finanziato dalla Fondazione CRT, socio fondatore di Consulta. Consulta, incaricata della progettualità e della gestione dell’intervento, è lieta di questa collaborazione costante nel tempo finalizzata alla rinascita della residenza, Patrimonio Unesco dell’Umanità, consapevole delle grandi potenzialità ancora inespresse a favore del territorio di questo gioiello sabaudo”.     L’intervento sull’Appartamento del Re ha riguardato il restauro degli apparati decorativi fissi, in particolare dei dipinti murali delle volte e delle pareti, delle boiserie dipinte e dorate, della tappezzeria novecentesca, della carta da parati, dei serramenti, dei camini e della pavimentazione in seminato alla veneziana.   Il restauro sugli sguinci delle aperture dell’Anticamera ha riportato alla luce l’originaria decorazione settecentesca, di grande impatto formale e cromatico. Le indagini conoscitive eseguite sulle volte dell’Anticamera e della Camera da letto, dipinte dal 1737 al 1739 da Michele Antonio Milocco, il cui restauro è stato completato unitamente a quello sui cornicioni, hanno fornito interessanti informazioni sullo stato di conservazione e sulla tecnica esecutiva.    Riportata al suo splendore anche tutta la boiserie dell’Appartamento, in gran parte di fattura settecentesca, che presentava in particolare sulle porte gravi problemi conservativi con sollevamenti importanti. Si è proceduto alla pulitura e al consolidamento delle superfici in legno dipinto e dorato – che ha riportato cromie e dorature all’antico fulgore – e all’esecuzione di piccole stuccature e integrazioni cromatiche della foglia d’oro. Sono inoltre stati restaurati tutti i dipinti su tela delle sovrapporte: le opere di Domenico Olivero dell’Anticamera e quelle della Galleria e del Gabinetto da toeletta. “Con il restauro dell’Appartamento del Re si aggiunge un nuovo, essenziale tassello al lungo percorso di recupero e valorizzazione della Palazzina di Caccia di Stupinigi – dichiara Luisa Papotti, Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino –. Ci viene restituito nella sua interezza il fastoso corpo centrale, ideato da Juvarra per essere un ‘luogo magnifico’, una cornice di respiro teatrale adatta ad accogliere sia le feste ed i balli della corte, sia la vita segreta dei sovrani, in un’ariosa sequenza di sale e gabinetti via via più nascosti. Lo splendore delle sale restituite testimonia oggi non soltanto...

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Obbiettivo puntato su Piazza Gran Madre: nasce il Borgo Po Photo Festival.

Pubblicato da alle 11:03 in Eventi, Innovazione, Mostre, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Obbiettivo puntato su Piazza Gran Madre: nasce il Borgo Po Photo Festival.

Si apre a Torino la prima edizione del Borgo Po Photo Festival che inaugura domenica 18 giugno, ai piedi della collina in Piazza Gran Madre di Dio. A realizzarlo è la fotografa torinese Daniela Foresto, ritrattista, la cui galleria The Portrait è proprio in Piazza. Per questa prima edizione ha coinvolto 19 fotografi professionisti che esporranno un loro progetto.  Partecipano moltissimi nomi noti torinesi insieme a qualche forestiero, questi i nomi degli artisti: Franco Turcati, Enzo Isaia, Mauro Talamonti, Daniele Ratti, Elena Givone, Max Tomasinelli, Candido Baldacchino, Maurizio Galimberti, Simone Mussat Sartor, Enrico Magri, Claudio Cravero, Bruna Vangi, Pierfranco Fornasieri, Neige De Benedetti, Piero Mollica, Gabriele Corni, Giampiero Turcati, Riccardo Bandiera e Patrizia Mussa. In previsione anche un laboratorio sulle tecniche antiche della fotografia, quali la stampa in siderotipia e la ripresa al collodio umido, per produrre fotografie. Durante la giornata ci saranno due live musicali con Marco Nieloud Quartet e per fermare l’evento verrà realizzato un memories film a cura di Max Judica Cordiglia. GazzettaTorino ha incontrato Daniela Foresto per farci raccontare qualcosa su questa iniziativa: Com’è nata l’idea del progetto? Mi sono ispirata al Festival di Arles che a mio avviso è il miglior Festival fotografico annuale europeo. Ci sono già stati altri Festival di fotografia a Torino ma la differenza sostanziale è che io non ospito fotoamatori ma soltanto fotografi professionisti con percorsi ben chiari. Ho realizzato l’intero progetto in autonomia, selezionando i fotografi sulla base di una poetica ben chiara del progetto fotografico.  Ho deciso di non seguire un tema ben preciso in quanto saranno presenti fotografi professionisti che esporranno loro opere precedentemente realizzate. Qual è lo spazio che viene dato ai singoli artisti? Quante opere per ognuno? I quadri esposti saranno disponibili alla vendita? Ogni fotografo avrà un pannello di 3,5 mt di larghezza per 2 mt di altezza, ognuno di loro porterà dalle 4 all 8 foto in base alle grandezze dei quadri. La maggior parte degli artisti sarà presente e tratterà personalmente eventuali vendite, tuttavia tengo a precisare che non sia questo il fine del Festival. Qual è dunque lo scopo di questo progetto? Vorrei riuscire a portare l’arte e la cultura nel mio borgo. I laboratori di tecniche artistiche saranno tenuti da Lei o da qualche esterno? Quanto dureranno? In che cosa consisteranno? Un gruppo di fotografi di Milano esperti in tecniche antiche di ripresa e stampa si occuperà di guidare i laboratori, durante la giornata farà delle presentazioni di siderotipia, platino palladio, collodio umido e altre tecniche. Come mai ha deciso di unire il contemporaneo delle altre opere con un laboratorio di stampa usato in passato? Ritengo che sia sempre molto interessante poter conoscere come sia nata la fotografia e come si sia evoluta con il passare degli anni. Che cosa pensa del nuovo corso espositivo che ha preso Camera? E’ un posto bellissimo, forse con poche idee. Potrebbe essere sfruttato molto meglio, prendiamo esempio dal Forte di Bard che riesce a portare eventi fotografici bellissimi. Le piacerebbe puntare a un “Torino Photo Week” in futuro, come quella da poco realizzata a Milano? Certamente, questo vuol essere l’anno zero di un evento che se riusciremo faremo crescere.   Gaia della Donna – Marta Giacone...

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La Lirica occupa – simbolicamente – le Sovrintendenze. Ridiscutere la riforma è l’obiettivo.

Pubblicato da alle 12:01 in DOXA segnalazioni, Economia, Eventi, Musica, Prima pagina | 0 commenti

La Lirica occupa – simbolicamente – le Sovrintendenze. Ridiscutere la riforma è l’obiettivo.

Riceviamo e pubblichiamo da: le OO.SS. territoriali di Torino e le RSU del Teatro Regio di Torino Per rilanciare il ruolo della lirica, per tornare a essere un Paese che attrae le eccellenze e per bloccare l’attuale fuga degli artisti, il giorno la Sovrintendenza del Teatro Regio di Torino verrà occupata simbolicamente, contemporaneamente all’occupazione delle Sovrintendenze di tutte le 14 Fondazioni Lirico-Sinfoniche Italiane. In quella sede, i Segretari territoriali CGIL, CISL, UIL, FIALS e le RSU del Teatro Regio di Torino consegneranno un documento sindacale unitario nazionale al Sovrintendente Walter Vergnano. Inoltre, dalla Sovrintendenza del Teatro Regio di Torino, le segreterie OO.SS. e le RSU terranno una conferenza stampa per spiegare la grave situazione generata dall’articolo 24 della legge 160/2016 che intende declassare i teatri che non raggiungeranno il pareggio di bilancio. Le Fondazioni Liriche da tempo sono interessate da una crisi debitoria, principalmente dovuta alla progressiva riduzione delle risorse pubbliche.  I provvedimenti legislativi, emanati fino a oggi dal Governo Italiano, hanno indicato quale soluzione a questo problema il taglio del costo del lavoro. Questo intervento non ha ridotto i debiti ma ha comportato la perdita di posti di lavoro, la riduzione degli stipendi dei lavoratori e la chiusura dei corpi di ballo, oltre a esternalizzazione dei servizi, interruzioni di attività e aumento della precarietà. Noi chiediamo di discutere una vera riforma delle Fondazioni Liriche, che abbia come base la tutela dei dipendenti, la garanzia di contributi pluriennali basati su un forte coordinamento tra le risorse nazionali e quelle locali, la garanzia di una governance trasparente e un’attenta vigilanza da parte del Ministero. le OO.SS. territoriali di Torino  e le RSU del Teatro Regio di...

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Benvenuti nell’Antropocene. La nostra epoca la nostra estetica.

Pubblicato da alle 11:35 in .Arte, Mostre, Prima pagina | 0 commenti

Benvenuti nell’Antropocene. La nostra epoca la nostra estetica.

Tra gli artisti torinesi che possono vantare un’esperienza di grande respiro internazionale Piero Gilardi ne è sicuramente uno dei capi saldi. Nel corso della sua attività si è affermato come esponente di una pratica artistica innovativa e originale, capace di coinvolgere le nuove generazioni e attenta al progresso scientifico. Certo, avvicinarsi al pensiero di intellettuali come Michel Foucault e Gilles Deleuze ha aiutato: ha aperto una nuova prospettiva partecipativa nella pratica artistica.      Il PAV – Parco di Arte Vivente di Torino, inaugurato nel 2008 e rappresentato da Gaia Bindi – ha studiato e analizzato la figura dell’artista a 360°, la sua espressività, relazionale e condivisa a tutti i livelli e ha tentato di coniugare il suo lavoro artistico con l’estetica dell’Antropocene, ovvero l’era geologica attuale nella quale all’essere umano e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche. Ma la sua arte si è posta anche come prefigurazione immaginativa e simbolica di nuove pratiche etiche di vita individuale e collettiva, e in questo senso continua la narrazione del vivente e della sua bellezza, che risiede soprattutto nell’operatività generativa e cooperativa dei processi evolutivi della biosfera. Questa riflessione vuole avviare la mostra «Piero Gilardi. . Estetiche dell’Antropocene», in esposizione dal 7 luglio al 26 agosto 2017 presso l’Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti di Carrara a Palazzo Cybo Malaspina. Si propone un incontro con l’opera dell’artista Piero Gilardi nato a Torino nel 1942, in cui il rapporto uomo-natura, o più precisamente il rapporto natura-cultura nella sfera antropica, è il nucleo problematico delle elaborazioni teoriche e delle conseguenti espressioni artistiche dall’inizio degli anni Sessanta a oggi. Nove opere, di cui sette grandi Tappeti-Natura e due installazioni interattive, l’esposizione crea un paesaggio tra natura e artificio – voli di gabbiani e campi di cavoli innevati, vegetazione tropicale e spiagge sassose – che coinvolge lo spettatore portandolo ad essere maggiormente attento alle bellezze ambientali così come sensibile ai pericoli dell’industrializzazione e ai cambiamenti climatici dovuti all’inquinamento. Federico Biggio    ...

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La XIII Biennale Internazionale per l’Incisione di Acqui Terme trasforma in galleria tutta la città.

Pubblicato da alle 14:07 in .Arte, Eventi, galleria home page, Mostre | 0 commenti

La XIII Biennale Internazionale per l’Incisione di Acqui Terme trasforma in galleria tutta la città.

Proclamati i vincitori della XIII Biennale Internazionale per l’Incisione di Acqui Terme dove i portici di via XX Settembre si sono trasformati in una galleria en plein air con 114 opere inedite esposte. Al Premio hanno partecipato artisti di tutto il mondo. L’artista milanese Adriano Moneghetti ha vinto il Premio Acqui Incisione 2017, uno dei più importanti concorsi internazionali di questa antica forma d’arte visiva. Per la sezione Giovani Under 35 è stato premiato un altro italiano, Francesco Geronazzo, mentre il Premio Speciale del Consorzio Tutela Brachetto d’ Acqui è andato all’ olandese Peter Franssen. La cerimonia di proclamazione dei vincitori è avvenuta sabato 10 giugno nella Sala Belle Epoque dell’Hotel Nuove Terme. A Moneghetti vanno un assegno di 5 mila euro, la stampa dell’opera in 75 esemplari e l’invito a partecipare a diverse mostre. La tiratura in 75 esemplari delle opere è anche il premio per Franssen e Geronazzo. Dopo la consegna dei Premi, nella Sala Belle Epoque si è tenuta la conferenza del professor Paolo Bellini su “La figura del millantatore nelle stampe dal XVI al XVIII secolo”. Moneghetti, insegna Tecniche dell’incisione calcografica a Brera, è un artista già affermato a livello internazionale, ha vinto con l’opera “Voena de sura l’altra”, una acquaforte su zinco e xilografia. Gerozzano, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna e anch’egli incisore pluripremiato, ha invece partecipato con “Elementi per una corretta navigazione”, puntasecca e acquaforte. “Belgrade”, puntasecca, acquaforte, vernice molle, acquatinta e stencil graffiti, è il titolo dell’ opera di Franssen, insegnante alla Willem de Kooning Academy di Rotterdam e protagonista di mostre personali e collettive in Europa. Gli artisti finalisti del Premio Acqui erano, oltre a Moneghetti, Franssen e Geronazzo: Carlos Castañeda (Messico), Mauro Curlante (Italia), Mehdi Darvishi (Iran), Andrea De Simeis (Italia), Rita Demattio (Italia), Mina Fukuda (Giappone), Norma Gerevini (Italia), Masoud Ghafari (Iran), Calisto Gritti (Italia), Alicja Habisiak Matczak (Polonia), Evgeniya Hristova (Bulgaria), Constantin Jaxy (Germania), Jinan Kobayashi (Giappone), Pedro Luis Lava (Venezuela), Stefano Luciano (Italia), Zoran Mise (Bulgaria), Vicente Paz (Spagna).   La Biennale di Acqui è nata all’interno del Rotary locale, con l’allora Presidente Giuseppe Avignolo, sin dall’inizio – e fino ad oggi – responsabile della manifestazione finalizzata alla promozione del territorio attraverso una iniziativa culturale dedicata all’arte incisoria. La cerimonia della premiazione viene sempre è accompagnata da una lezione di storia dell’incisione, tenuta da Paolo Bellini .      ...

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Al Museo Ettore Fico la giovane arte italiana. Il Superpassato di Agostino Bergamaschi.

Pubblicato da alle 11:54 in .Arte, galleria home page, Mostre | 0 commenti

Al Museo Ettore Fico la giovane arte italiana. Il Superpassato di Agostino Bergamaschi.

  Linee sinuose ed equilibri plastici, mix di colore e materia caratterizzano l’opera di Agostino Bergamaschi, giovane e promettente artista di Milano, classe 1990, in mostra, fino all’11 giugno, nei suggestivi spazi post-industriali del Museo Ettore Fico di Torino. Si tratta di uno degli episodi di un interessante ciclo di proposte espositive che il MEF dedica alla ricerca ed alla promozione della giovane arte italiana.   In effetti per l’artista, seguito dalla Galleria Massimodeluca di Mestre e presentato per l’occasione da Marta Cereda, è la prima mostra personale in uno spazio museale. Per il MEF Bergamaschi ha pensato ad un progetto site-specific, che potesse interagire con lo spazio espositivo, a partire dalle intercapedini e dagli architravi della struttura nel mezzanino, per approdare in caffetteria ed uscire in terrazzo, in dialogo con la città. L’architettura del museo si coniuga con le suggestioni quotidiane dell’artista in un’installazione di ampio respiro, di grande raffinatezza e sapienza espressiva, che unisce la dimensione scultorea a quella fotografica, i materiali industriali alle tecniche artigiane.  Legni intarsiati di madreperla, tubi di gomma che si trasformano in vetro, stampe fotografiche da negativo analogico: si tratta di un passato che acquista i connotati di un presente per interpretare il futuro. Rivolgiamo ad Agostino alcune domande per meglio comprendere il processo creativo e i riferimenti estetici del suo Superpassato. Come hai concepito le opere che presenti in mostra al MEF di Torino? Quando ho visto per la prima volta lo spazio dove avrei dovuto esporre ho pensato immediatamente che fosse necessario produrre opere nuove e pensate appositamente per quel luogo. Innanzitutto mi è piaciuta la sua forma irregolare e queste due pareti che creavano un forte angolo, quasi un punto di fuga. La mia attenzione si è focalizzata subito su quel particolare e avevo già deciso che l’installazione, che ancora non avevo in mente, doveva prendere in considerazione questa sensazione. Un altro elemento che mi ha fatto subito pensare è stato l’architrave che passa in mezzo al soffitto. Al contrario dell’angolo ho avuto una sensazione di qualcosa di invadente che potesse disturbare il lavoro: dovevo per forza far in modo che diventasse parte integrante dell’installazione, in qualche modo doveva essermi utile così da non rimanere un semplice elemento architettonico. Ho avuto poi anche la possibilità di usare il terrazzo, che all’inizio non sapevo avrebbero dedicato alla mia mostra. Devo dire che sul momento non sapevo cosa avrei fatto: era uno spazio molto bello, ma allo stesso tempo più difficile da gestire del mezzanino perché completamente aperto, quasi da diventare dispersivo. Anche in questo caso ho impostato il lavoro cercando di lavorare sullo spazio, non quello propriamente architettonico, ma sfruttando l’apertura sulla città e creando qualcosa che quasi si mimetizzasse, che non balzasse immediatamente all’occhio. Qual è il processo costitutivo delle tue opere? Le mie opere nascono sempre da pensieri ancora irrisolti, o meglio ancora in sviluppo. Tra le opere esiste un filo conduttore che le unisce, pur essendo, in quanto a forma, l’una diversa dall’altra, continuano lo stesso discorso e approfondiscono di volta in volta quello che era rimasto in sospeso precedentemente. Possono essere costituite da una frase letta in un libro che mi colpisce particolarmente, come da un’immagine o un’esperienza che ricorre nella mia quotidianità. L’”immagine analogica” presentata a SUPERPASSATO ne è un esempio: lo scatto raffigura un muro cieco...

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Il virtuosismo del violinista Shlomo Mintz si accorda con i musicisti dell’Orchestra da Camera Polledro

Pubblicato da alle 10:59 in Musica, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Il virtuosismo del violinista Shlomo Mintz si accorda con i musicisti dell’Orchestra da Camera Polledro

Un sabato che riconcilia con la città e con l’arte. Sarà stata anche l’estate incipiente, ma a parte i demoralizzanti problemi di viabilità, l’offerta culturale, è stata di un certo spessore. La precedenza si dà a destra, ma molti giovani della movida in piazza Vittorio e dintorni, non l’anno capito, ma i turisti dopo un pomeriggio del genere non ci hanno fatto caso più di tanto. Non s’offendano gli amanti si storia sabauda, ma la precedenza culturale va data alla recensione del concerto del grande violinista russo Shlomo Mintz al Conservatorio con i i giovani musicisti dell’Orchestra da camera Polledro, diretti da Federico Bisio.  Poi,  in questa pagina, ci sarà spazio anche per l’aperitivo dietro la stazione Porta Nuova in occasione dei 150 anni delle nozze tra il principe Amedeo d’Aosta e la nobildonna Maria Dal Pozzo Della Cisterna con la presentazione del libro di Carla Casalegno “Maria Vittoria, il sogno di una principessa in un regno di fuoco”. Il protagonista il giorno del loro matrimonio fu il marito della contessa di Castiglione, la libertina risorgimentale, che a Maria Vittoria sta come il diavolo all’acqua santa. Durante quel matrimonio, morì finendo sotto la carrozza nunziale, dopo che il terno degli sposi aveva investito una capostazione e una dama d’onore si era suicidata. In seguito Amedeo e Maria Vittoria furono sovrani di Spagna per qualche anno come coronamento di una vita all’insegna dell’impegno politico nel primo Risorgimento.  Spostandosi in piazza Bodoni per il concerto, tra le strade brulicanti di turisti, la viabilità cittadina ci fa ancora bella figura con i civich che fanno strada a chi sull’auto non ha il navigatore. Un ottimo benvenuto al violinista russo che ha provato due giorni con i giovani della Polledro, complimentandosi mediaticamente con un’intervista al Tg3 Piemonte e in privato con i giovani concertisti della loro versatilità a seguirlo nei suoi virtuosismi estremi. Ad ascoltarli per l’ennesima volta sabato in sala c’era il fior fior della musica d’arte cittadina, i maestri Antonmario Semolini, Mario Callisi, Alberto Vindrola e il musicologo reduce, dagli studi tedeschi, Giangiorgo Satragni.  Tutti hanno ammirato il violinista russo impegnarsi nel capolavoro beethoveniano, il concerto per violino e orchestra opera 61, eseguito come se fosse stato in sala di registrazione con i Berliner Philarmonicher per un disco della Deutsche Grammophon. Dietro le quinte, c’erano l’esperto di spettacolo Giacomo Bottino e il cameramen Luca Gaddò per ottimizzare e dare eco all’esibizione.  Mintz ha dato di nuovo prova di essere uno dei massimi violinisti sulla scena mondiale ed ha anche concesso due bis: il primo sull’innovatore del violino contemporaneo, il belga Eugene Yesi, il secondo sul principe italiano dei violinisti, Nicolò Paganini.  Non meno virtuosa è stata l’orchestra Polledro, dopo l’intervallo quando il russo si era già congedato tra gli applausi, eseguendo alla perfezione, senza il violino solista, l’esuberante Sinfonia in fa maggiore di Beethoven. Il suo direttore stabile, Federico Bisio non ha voluto essere da meno di Mintz e ha dedicato il bis alla memoria del musicologo Alberto Zedda,  mancato due mesi fa nella città di Gioacchino Rossini. L’esecuzione non poteva essere che la vivacissima ouverture del Barbiere di Sivilgia del grande compositore pesarese. Amedeo...

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Peacekeeping operations: Lezioni di pace alla Scuola di Applicazione dell’Esercito  

Pubblicato da alle 16:40 in Eventi, Notizie, Prima pagina, Università | 0 commenti

Peacekeeping operations: Lezioni di pace alla Scuola di Applicazione dell’Esercito  

“Il nostro obiettivo è contribuire alla formazione di leader civili e militari in grado di utilizzare linguaggi e strumenti comuni, a beneficio della pace e della sicurezza in Italia e nel mondo”. Con queste parole il generale Claudio Berto, Comandante della Scuola di Applicazione dell’Esercito ha dato il via al 9° corso di orientamento alla stabilizzazione e ricostruzione dei territori compromessi dagli esiti di un conflitto armato, presso la Scuola di Applicazione dell’Esercito di Torino. L’organizzazione è stata curata dal Centro Studi sulle Operazioni di Post-Conflict, sezione dell’Esercito specializzata nell’analisi e nell’insegnamento delle discipline legate al tema della sicurezza. La 9° edizione del corso si rivolge a un gruppo selezionato di funzionari civili, ufficiali superiori delle Forze Armate e studenti universitari interessati ad acquisire le competenze per operare nelle aree destabilizzate da scontri armati e nelle quali la comunità internazionale ha il mandato di provare a ristabilire pace e sicurezza. “La sinergia con il mondo accademico, diplomatico e universitario è il principio a cui si ispira questa nuova proposta didattica” sostiene il generale Claudio Berto. Sarà di grande peso la partecipazione di studenti e osservatori stranieri provenienti da Camerun, Georgia, Macedonia (FYROM), Oman e Tunisia la cui presenza denoterà l’interesse suscitato dall’approccio italiano al delicato tema del “post-conflict” e l’elevata qualità degli insegnamenti impartiti a Torino, in lingua inglese, da insegnanti militari, docenti universitari e specialisti delle Nazioni Unite. In queste due settimane di studio saranno affrontati temi di grande rilevanza come il ruolo dell’ONU, dell’Europa e delle agenzie non governative, l’assistenza alle forze di sicurezza locali, il diritto umanitario internazionale, il problema dei “bambini – soldato”, l’impatto delle differenze etniche, religiose e culturali nei diversi contesti in cui è necessario ripristinare le fondamenta di una società dilaniata da un...

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Progetto SeVeC: un nuovo polo culturale per le arti applicate in Piemonte.

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Progetto SeVeC: un nuovo polo culturale per le arti applicate in Piemonte.

Incontriamo Andreina D’Agliano, Presidente della Fondazione Museo della Ceramica Vecchia Mondovì e promotrice del progetto SeVeC (dall’acronimo delle iniziali di Seta, Vetro e Ceramica), un nuovo unico polo culturale incentrato sulle arti applicate, nato con l’intento di coniugare l’essenza di tre musei, il Museo della Ceramica di Mondovì, il Museo dei Vetri e Cristalli di Chiusa di Pesio e il Filatoio di Caraglio,  per offrire un prodotto innovativo e contemporaneo, rivolto soprattutto alla formazione dei giovani.  Come è nata l’idea di un progetto che riunisca tre musei sul territorio e tre competenze in campo artistico? Il progetto è nato grazie ad una call indetta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, e specificatamente il bando Musei Aperti, finalizzato ad individuare e portare nuovo pubblico nei Musei del territorio. Bisognava comprendere in quale modo aprire i musei ad un pubblico nuovo, e in particolare i musei sulle arti applicate presenti nel cuneese:, la “fabbrica da seta” più antica d’Europa, caso unico nel contesto produttivo del Piemonte seicentesco. In qualità di storico dell’arte ho lavorato molto in archivio, conoscevo la storia e l’importanza di questi musei come espressione non solo dell’artigianato ma soprattutto della produzione di eccellenza del Piemonte tra Sei e Settecento e, per quanto riguarda la produzione di ceramiche nel monregalese, per tutto l’800 e parte del ‘900. Abbiamo quindi pensato di realizzare un Polo culturale che unisse concettualmente queste tre realtà, già prossime da un punto di vista geografico: questi musei sono tutti compresi in un raggio di 40 chilometri, e sono espressione dell’operatività e dell’artigianato di qualità piemontese che è stato esportato nel mondo di allora, quella che poteva essere la scena internazionale del ‘700.  Ad esempio l’organzino prodotto a Cuneo veniva esportato a Lione, qui lavorato e reimportato in Italia, e infine distribuito a livello internazionale. Il vetro realizzato a Chiusa di Pesio era quello della Regia Fabbrica di Vetri e Cristalli fondata sotto Carlo Emanuele III. Le relazioni tra la cultura internazionale dell’epoca e le importanti fabbriche di Mondovì si debbono all’arrivo di artigiani savonesi che a loro volta erano stati edotti nella tecnica sulla lavorazione della terraglia fine proveniente dall’Inghilterra. Un mondo che cambia: il Piemonte ha assorbito immediatamente i nuovi stimoli in campo artistico e artigianale provenienti dell’Europa dell’epoca e ha saputo riprodurli a livelli altissimi.  Abbiamo pensato quindi di fare tesoro di queste conoscenze radicate sul territorio studiando dei corsi specifici della durata di una settimana sulle diverse discipline, condotti da artisti e designer e rivolti ai ragazzi tra i 18 e i 30 anni. In questo modo gli studenti possono avvicinarsi ai manufatti artistici non solo per guardarli ma per comprenderli ed elaborarli sotto la guida di creativi: grazie alla loro mediazione e alla loro esperienza si possono rileggere le collezioni in modo assolutamente nuovo, creando un’occasione concreta di dibattito e interazione. Quali le altre finalità del SeVeC? Workshop formativi, laboratori produttivi attrezzati con tecnologie tradizionali e digitali, cicli di conferenze su temi innovativi sono tra le principali attività che hanno l’obiettivo di attrarre comunità professionali di artisti, artigiani, makers, designer e inventori, nonché studenti di settore e giovani alla ricerca di una professione, stimolandoli a sviluppare progetti individuali e comunitari legati al mondo della seta, del vetro e della ceramica. Il Museo diventa museo-laboratorio… Sì, un museo attivo: il museo della Ceramica di Mondovì, ente capofila del progetto, si era...

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A Torino 111 porte si aprono per 2 giorni con il progetto OpenHouse.

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A Torino 111 porte si aprono per 2 giorni con il progetto OpenHouse.

111 saranno gli spazi pubblici e privati che saranno aperti durante la prima edizione di Open House Torino, il 10 e 11 giugno. Open House è un progetto nato a Londra nel 1992, da un’idea di Victoria Thornton: appartamenti privati, uffici, edifici storici, generalmente chiusi aprono gratuitamente le loro porte al pubblico per un solo fine settimana all’anno, per farsi conoscere e per rivelare i diversi modi di vivere. Attualmente Open House London apre ben 700 spazi e conta su 300mila visitatori. Per questa sua prima edizione, Open House Torino aprirà appartamenti privati dal design originale in edifici storici come Palazzo Saluzzo di Paesana, alcuni villini liberty di Cit Turin e San Donato, gli edifici riqualificati e trasformati in centri culturali o terziario come l’ex INCET o il Lanificio di Torino, le case-studio dei professionisti come Zucca Architettura Factory e Studio Carlo Ratti Associati, hotel di design contemporaneo come l’NH Carlina, il Duparc Contemporary Suites, l’AC Hotel o Camplus Lingotto, gli edifici religiosi come la Sinagoga, Santa Pelagia o la chiesa del Sacro Volto. E poi il Palazzo della Luce, gioiello neobarocco nel cuore del Quadrilatero romano, ex sede Enel in cui sono stati realizzati moderni uffici e un pionieristico concept residenziale, con appartamenti che diventano ville urbane dotate tutte di ampi giardini privati; Palazzo Bricherasio rimasto chiuso per anni dopo la stagione d’oro come centro espositivo, Palazzo Birago e Palazzo Affari della Camera di Commercio di Torino, gli spazi educativi della Scuola Chagall, della ludoteca il Paguro e il laboratorio di lettura del villino Caprifoglio; i grandi edifici in cerca di nuova funzione come Palazzo del Lavoro, Torino Esposizioni e Motovelodromo, in un dialogo continuo tra storia e architettura, tra presente e passato, tra diversi modi di pensare, di vivere e di essere nella nostra città. Nella lista dei 111 spazi aperti ci sono Casa Hollywood, Verde 25, le Torri Pitagora, Sermig – ex Sellerie, Piazza dei Mestieri, Casa Jasmina, Bivacco Urbano, Galleria Franco Noero, Casa Pazza, Casa Okumé, Sala da ballo Le Roi, Casa Baloire, Spazio R3, Lombroso 16, Tre Colori, Domino, Casa Y, Casa Pomba, Archivio Tipografico, Casa Ozanam e Orto Alto, Gruppo Abele – ex Cimat, Luoghi Comuni – Porta Palazzo, Casa Bossi, Casa Oz, Casa nel Parco. Qui la lista completa delle architetture visitabili, con le schede di ognuna: http://openhousetorino.it/ edifici/. Open House Torino coinvolge tutti i quartieri della città, dal centro alla periferia alla collina e invita i visitatori a costruirsi i propri itinerari, seguendo i propri interessi: la Torino dall’alto offerta dal campanile di Faa’ di Bruno, dalle Torri Pitagora e dalla Fondazione Monaco; la Torino del liberty rivisitato dal design contemporaneo di Cit Turin e San Donato; la Torino degli edifici ex industriali reinterpretati dalla cultura contemporanea o ancora in cerca di destinazione come l’ex DAI di Mirafiori Sud. Ma anche la curiosità di scoprire la Torino contemporanea di The Number 6, la casa più bella del mondo, di Verde 25, con i suoi grandi alberi in facciata, dei cortili di ex CEAT ed ex Tobler, ripensati come ampi spazi verdi. Le visite sono gratuite, sono organizzate in modo diverso nei vari luoghi aperti, hanno in genere una cadenza regolare (ogni 20-30 minuti) e a volte sono condotte dagli stessi progettisti, così da soddisfare le eventuali curiosità dei visitatori. L’associazione appartiene al network internazionale...

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Da Torino a Venezia in dialogo tra antico e contemporaneo per la 57° Biennale a Cà Rezzonico.

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Da Torino a Venezia in dialogo tra antico e contemporaneo per la 57° Biennale a Cà Rezzonico.

  Sfida interessante e raffinata quella di Marzia Migliora, che nell’intento di svelare nessi e significati della cultura e della storia dei luoghi, in occasione della 57° Biennale di Venezia, nel suggestivo Palazzo Cà Rezzonico, presenta un progetto site-specific dal titolo VELME, a cura di Beatrice Merz. Il termine velma, in dialetto veneziano, indica una parte di fondale lagunare, poco profondo, che emerge solo con la bassa marea. Marzia Migliora invita lo spettatore a riflettere sui codici della natura e sulle continue violazioni commesse dall’uomo, nelle relazioni tra acqua e terra, emerso e sommerso, passato e presente. Attraverso la reinterpretazione contemporanea di elementi selezionati all’interno del Museo del Settecento Veneziano, l’artista pone l’attenzione su alcune tematiche, sempre urgenti e apparentemente nascoste che, come le velme, riaffiorano e coinvolgono la storia dell’umanità: lo sfruttamento delle risorse naturali, umane e lavorative. Nel Salone delle Feste, al primo piano del Palazzo, prende avvio il percorso di mostra: lo spettatore – con mappa alla mano, ideata e disegnata dall’artista – è guidato alla scoperta delle 5 installazioni che compongono il progetto espositivo e altresì nel processo costitutivo e relazionale ad esse sotteso. Dalle suggestioni del corpus scultoreo di Andrea Brustolon, Etiopi porta vaso (mori) e dell’affresco di Giandomenico Tiepolo, Il mondo nuovo (1791), prende vita l’omonima opera di Marzia Migliora. Nel consueto allestimento museale di Cà Rezzonico le sculture sono in linea con la parete e sono rivolte verso il visitatore. L’artista con il suo intervento le sposta di 180° e le allontana di circa un metro dal muro mediante un’asta metrica in uso nella pratica fotografica documentaria di reperti archeologici e sostituisce il vasellame cinese sorretto normalmente dalle statue con una porzione di salgemma. Nuova linfa viene data a queste opere che, non più considerate meri oggetti d’arredo, sembrano acquisire rinnovata forza espressiva. La prospettiva che l’artista suggerisce è quella di un mondo nuovo in cui vengano superate le pratiche di schiavitù contemporanea legate al lavoro clandestino e allo sfruttamento dei lavoratori. Proseguendo nella Sala degli Arazzi e, più avanti, nelle Sale del Lazzarini e del Tiepolo, si incontrano le installazioni Quis contra nos. L’opera prende spunto dallo stemma della Famiglia Rezzonico, che recita in caratteri oro: Si Deus pro nobis. Il motto è tratto da una frase di San Paolo (Lettera ai Romani, 8,31): “Si Deus pro nobis, quis contra nos”, e significa letteralmente, “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”. L’artista ha notato che nel corso della storia la frase, Se Dio è con noi, è stata pronunciata e utilizzata in diverse occasioni da grandi dittatori e uomini di potere per giustificare atti criminali, guerre e stermini di massa. Aggiungendo la seconda parte della citazione di San Paolo su alcuni specchi dislocati nello spazio museale, Migliora pone il fruitore a confronto con se stesso e con la storia dell’umanità di cui fa parte. Nella sala del portego 5 banchi da lavoro con utensili, prelevati da un laboratorio orafo in disuso, sono illuminati da luci al neon. Sul piano superiore di ogni banco è stato collocato un blocco di salgemma grezzo, proveniente dalla miniera Italkali a Realmonte (AG) e pronto per essere lavorato. Il sale, nella storia di Venezia è denominato anche “oro bianco” e l’installazione La fabbrica illuminata rimanda allo sfruttamento economico delle risorse naturali e alla forza...

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La grande casa, piena di musica, dell’ OFT. Nove stanze da abitare e 25 anni da celebrare.

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La grande casa, piena di musica, dell’ OFT. Nove stanze da abitare e 25 anni da celebrare.

  L’Orchestra Filarmonica di Torino festeggia 25 anni di attività e presenta una Stagione concertistica 2017- 2018 molto variopinta. Interamente firmata dalla nuova Direzione artistica di OFT, che vede Michele Mo, già Presidente dell’Orchestra, nel ruolo di Direttore artistico, Giampaolo Pretto come Direttore musicale e Gabriele Montanaro Assistente alla Direzione artistica, ruolo che affianca a quello di Coordinatore di Produzione. Nine Rooms sono le nove stanze arredate da OFT con musica scelta appositamente per evocare ed emozionare. Mantenendo la tradizione dei concerti a tema, che da anni caratterizza la programmazione dell’Orchestra e che costituisce una delle cifre stilistiche di OFT, la nuova Stagione è stata disegnata seguendo un fil rouge in grado di accompagnare gli spettatori mese dopo mese: ogni stanza è pensata per sostenere le altre, ma può essere apprezzata singolarmente. Dall’ingresso allo studio, dalla palestra alla stanza dell’amore, dal salotto alla sala da pranzo, dalla soffitta al giardino d’inverno fino alla stanza dei giochi, dietro ogni porta si cela un mondo intessuto di pensieri, sogni, magia. Aprirà la porta di ciascuna stanza una breve ed emozionante lettura, in collaborazione con l’associazione liberipensatori “Paul Valéry” e con la Scuola Teatro Sergio Tofano. Nove produzioni, da ottobre 2017 a giugno 2018, che spaziano dal barocco fino alla musica del presente, mixate in modo da coinvolgere sia gli appassionati che da sempre popolano (ogni anno più numerosi) le stagioni concertistiche di OFT, sia chi per la prima volta si affaccia alla scoperta della musica classica. Programmi originali, che tengono conto delle tempistiche e delle modalità di ascolto contemporanee e che hanno già suscitato la curiosità del pubblico più giovane. La formula di “Abbonamento al buio” – proposta agli under 35 nel mese di maggio – ha previsto la possibilità di abbonamento alla stagione 2017-2018 prima ancora che ne fossero noti interpreti, date e contenuti: l’ottimo successo che l’iniziativa ha ottenuto è segno della curiosità e della fiducia che il pubblico ripone nella proposta artistica dell’Orchestra. Si colloca anche in questo senso la novità della OFT Composition Competition, che l’Orchestra Filarmonica di Torino ha ideato per valorizzare la produzione dei giovani compositori europei: per questa prima edizione 2017-2018, il concorso sarà dedicato a compositori tedeschi under 40 ed il brano vincitore sarà eseguito, insieme ad altri, nel concerto di gennaio 2018. La Stagione 2017-2018 inaugura inoltre un’inedita collaborazione di OFT con il Circolo dei lettori, che ospiterà i cinque incontri di “Leggere la Classica”, durante i quali alcuni solisti e direttori racconteranno grandi autori della musica classica. L’Orchestra Filarmonica di Torino, come ormai da anni, continuerà a triplicare la propria proposta concertistica, aggiungendo al concerto del martedì sera in Conservatorio le prove generali della domenica pomeriggio al Teatro Vittoria e le prove di lavoro mattutine presso la sala multifunzionale di +SpazioQuattro, dando la possibilità al pubblico di seguire il lavoro dietro le quinte dal primo incontro con i direttori ed i solisti fino al concerto. A disegnare la nuova casa di OFT, ci sarà Giampaolo Pretto, che dal podio guiderà l’Orchestra nel ruolo di Direttore musicale: a lui è affidato il concerto di inaugurazione, in cui dirigerà l’intensa Scozzese di Mendelssohn insieme a due Ouverture, il concerto di febbraio 2018 con in programma la Sinfonia n. 1 di Čajkovskij, e quello di marzo 2018, in cui insieme ad altri diciassette musicisti...

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A Palazzo Madama il convegno Affidarte. Arte, mercato, finanza, collezionismo e nuovi servizi.

Pubblicato da alle 11:58 in Economia, Eventi, Innovazione, Prima pagina | 0 commenti

A Palazzo Madama il convegno Affidarte. Arte, mercato, finanza, collezionismo e nuovi servizi.

Presentato a Palazzo Madama un nuovo progetto che estrae valore finanziario dalle opere d’arte e offre servizi di avanguardia al collezionismo pubblico e privato.   Si è svolta nella prestigiosa Aula del Senato di Palazzo Madama di Torino il convegno su arte e mercato dal titolo Affidarte, un nuovo paradigma sul valore dell’arte.  Il convegno, svoltasi alla presenza di un folto pubblico di professionisti e collezionisti, è stato organizzato da Azimut Capital Management, società del Gruppo Azimut – la più grande realtà finanziaria indipendente nel mercato italiano quotata alla Borsa di Milano con un patrimonio di oltre 46 miliardi di euro – e  da Cofircont Compagnia Fiduciaria ed è stato coordinato da Michele Muscolo, amministratore delegato di e ha coinvolto un panel di autorevoli relatori formato da istituzioni ed esperti d’arte, di finanza, legali, fiscali, fiduciari e di servizi di casa d’asta e depositari di opere d’arte. La prima parte del convegno ha proposto uno stato dell’arte sui beni culturali in Italia, analizzando le diverse forme di collezionismo che hanno dato origine a musei e raccolte private e sul significato, anche filosofico, di possesso e di fruizione di un bene artistico da parte del singolo e delle comunità, concetto brillantemente espresso da Carolyn Christov-Bakargiev, Direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e Direttore di GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino.  Le opere d’arte sono state quindi analizzate nei passaggi ereditari come beni mobili, oggetti di passaggi di proprietà resi fluidi dalle aste e da movimenti di mercato, spesso limitati dai vincoli posti dalle Soprintendenze alla circolazione internazionale delle opere, rendendo di fatto molti beni vincolati, cioè soggetti a tutela per effetto di un formale provvedimento di dichiarazione di interesse culturale. Questi argomenti sono stati analizzati da un punto di vista giuridico ed economico da Giulio Biino, Presidente del Consiglio Notarile di Torino, e Luca Asvisio, Presidente dell’Ordine dei Commercialisti e degli Esperti Contabili di Torino e Provincia. Fulvia Tesio, Dottore Commercialista e Revisore Contabile ha invece ricordato i punti cardine dell’Art Bonus, provvedimento che consente un credito di imposta, pari al 65% dell’importo donato, a chi effettua erogazioni liberali a sostegno del patrimonio culturale pubblico italiano. Paolo Martini, Amministratore Delegato Azimut Capital Management e Co-Direttore Generale Azimut Holding ha quindi introdotto il tema dell’arte nei servizi di wealth planning, argomento che è stato al centro dei lavori pomeridiani e che ha svelato un progetto del tutto nuovo, presentato in anteprima sul territorio nazionale, relativo alla possibilità di utilizzare le proprie opere d’arte per ottenere liquidità senza ricorrere necessariamente alla loro vendita. Oggi in Italia l’opera d’arte non viene di fatto accettata a garanzia per ottenere finanziamenti e il possessore di un’opera che abbia necessità finanziarie anche di breve periodo spesso si trova costretto a “svenderla”, andando incontro ad altissimi costi e privandosi di un bene di affezione. Stefano Zorzi, esperto d’arte e collezionista, ha presentato Fidartis, progetto che si propone di “liberare valore” dalle opere d’arte attraverso un’assistenza (nell’ambito di un affidamento e una fiducia condivisa, come giustamente evoca il nome scelto) in tutto il processo di gestione finanziaria e di conservazione del bene, in modo da consentire al privato, ma anche al soggetto pubblico, di utilizzare le opere d’arte al pari di valori mobiliari. Il progetto si avvale di un network integrato di molteplici...

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La Galleria Rocca Tre si trasforma in una Maison Poétique e ritrova la Torino Sperimentale.

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La Galleria Rocca Tre si trasforma in una Maison Poétique e ritrova la Torino Sperimentale.

Collettiva ricercata e di ricerca quella messa in scena dalla Galleria Rocca Tre che con spirito di archeologia estetica ritrova un segmento prezioso e trascurato in cui si sono incrociate la storia dell’arte e della città.  La mostra intitolata “Intorno alla Maison Poétique” si sviluppa a partire da alcuni documenti (appunti, disegni), che riportano alla memoria un episodio della Torino Sperimentale negli anni 1966/67. Un progetto a più voci proposto dal poeta Adriano Spatola nei suoi soggiorni torinesi e a cui presero parte: Arrigo Lora Totino, Enore Zaffiri, Leonardo Mosso, Laura Castagno, Sandro De Alexandris. Maison Poétique era l’idea di uno spazio in cui i linguaggi delle arti (dalla poesia alla musica, dall’architettura alle arti plastiche, dal teatro alla danza) si sarebbero incontrati, e nei loro sconfinamenti avrebbero dato vita, in una continua trasformazione, a un’opera che sarebbe stata opera totale. Proprio da queste riflessioni, Adriano Spatola iniziò a sviluppare l’idea di “poesia totale”, analizzata e teorizzata nel suo fondamentale testo “Verso la poesia totale” (Rumma, Salerno 1969, Paravia, Torino 1978). La Galleria Rocca Tre propone una riflessione su questo momento dell’arte di ricerca, con alcune opere storiche dei protagonisti di quegli incontri (quelli torinesi e quelli avvenuti in seguito a Modena), a cui unisce, nello spirito di quei colloqui, che era spirito inclusivo, opere di artisti il cui lavoro rivela una sintonia con i temi proposti e affrontati allora. Questi gli artisti coinvolti ed esposti. Irma Blank – Angelo Candiano – Laura Castagno – Sandro De Alexandris – Giorgio De Silva – Giuliano Della Casa – Marco Gastini – Gino Gorza – Emilio Isgro’ – Jiří Kolář – Ugo La Pietra – Bice Lazzari – Arrigo Lora Totino – Leonardo Mosso – Claudio Parmiggiani – Piero Rambaudi – Claudio Rotta Loria – Marina Sasso – Adriano Spatola – Mario Surbone – William Xerra – Enore...

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Il Soprano Maria Mitsopoulou per il Concerto di Primavera a scopo benefico a Villa della Regina

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Il Soprano Maria Mitsopoulou per il Concerto di Primavera a scopo benefico a Villa della Regina

L’Associazione Amici di Villa della Regina ONLUS organizza sabato 27 maggio alle ore 17.00 con replica domenica 28 maggio alle ore 21.00 due concerti della soprano Maria Mitsopoulou, che intratterrà gli spettatori con arie operistiche che celebrano figure di regine, da Cleopatra a Maria Stuarda, in onore del luogo e della città. I concerti, a scopo benefico, sono destinati ad una raccolta di fondi che andrà a sostenere le attività dell’Associazione, in particolare l’acquisto delle panchine per i giardini della Villa. Amici Villa della Regina Onlus nasce come volontariato culturale destinato alla promozione della Villa della Regina, edificio storico inserito nel circuito Residenze Reali di Torino e del Piemonte, Patrimonio Unesco. L’iniziativa rientra nella progettualità di valorizzazione della Villa attraverso il connubio con la musica, restituendo al luogo quella dimensione di residenza di delizia che le appartiene per vocazione storica. La soprano Maria Mitsopoulou, solista all’Opera Nazionale Greca, è nata ad Atene e si è diplomata al pianoforte e canto lirico al Conservatorio Nazionale. Vincitrice della Borsa di studio della Fondazione Maria Callas, ha studiato all’Academia Musicale di Vienna e in Italia con Gabriella Ravazzi e Susanna Ghione. Ha vinto il 1° premio al Concorso Internazionale ”V.Bellini” e il ”Premio Speciale G.Verdi” nel 2001. Ha cantato a Londra, Nancy, Avignone, Lione, Amsterdam, Lima, Macerata, Bologna, Catania, Trieste, Genova, Torino, Vienna, partecipando come solista a produzioni di opera o in oratorio e concerti. Nel suo repertorio i ruoli più importanti sono Norina (Don Pasquale), Nanetta(Falstaff), Adele e Rosalinde (Il Pipistrello), Pamina (Flauto Magico), Romilda (Serse ), Zerlina (Don Giovanni), Susanna (Le nozze di Figaro), Frasquita e Micaela (Carmen), Alice (Le Conte Ory), Marfa (La fidanzata dello Zar), Sandrina (La finta giardiniera), Gilda (Rigoletto),Violetta (La Traviata). Ha registrato per la compagnia tedesca MDG l’opera Oreste interpretando Ermione. Maria Mitsopoulou, accompagnata al pianoforte dalla pianista Cristina Laganà, presenterà 4 brani tratti da 5 Gedichte der Königin Maria Stuart di Schumann, l’aria “Piangerò la sorte mia” di Cleopatra tratta dal Giulio Cesare di Händel, l’Aria di Ermione “Dite pace e fulminate” dall’Oreste di Händel e l’aria finale di Marfa da La fidanzata dello Zar di Rimskij-Korsakov. Abbiamo incontrato la Signora Mitsopoulou grazie a Paola Gribaudo, amica personale della soprano. Maria ha risposto con pronto entusiasmo all’invito di cantare per sostenere l’Associazione: Paola è membro del Consiglio direttivo, presieduto da Monica La Cava. Per questa occasione ha pensato ad un programma che omaggiasse la storia della Villa, evocando celebri regine, in primis la Cleopatra con un pensiero rivolto al Museo Egizio, altro simbolo di Torino, città che Maria conosce e ama da molto tempo. L’esibizione si preannuncia particolarmente suggestiva poiché la soprano accompagnerà le arie con oggetti evocativi per ogni singolo brano, da un esemplare di Fayum ad una rarissima icona bizantina che rappresenta la Vergine con San Nicola, a cui Maria è particolarmente devota, oggetti preziosissimi eccezionalmente esposti in questa occasione. La Villa, nata come vigna di corte collinare del cardinal Maurizio e della principessa Ludovica, fu residenza di duchesse, principesse e regine di Casa Savoia fino all’Ottocento e prese il nome di Villa della Regina nel 1714, a seguito dell’assunzione del titolo regio di Anna Maria d’Orléans e Vittorio Amedeo II. Per loro l’architetto di corte Filippo Juvarra aggiornò appartamenti e giardini. Riaperta al pubblico dopo un accurato restauro, Villa della Regina...

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Otto formazioni, sette grandi direttori e solisti d’eccezione per la nuova stagione del Lingotto.

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Otto formazioni, sette grandi direttori e solisti d’eccezione per la nuova stagione del Lingotto.

Presentata la stagione 2017-2018 di Lingotto Musica all’Hotel NH Lingotto Congress, a darne voce il Presidente Lodovico Passerin d’Entrèves e il Direttore Artistico Francesca Gentile Camerana.  Otto grandi formazioni, sette direttori di calibro internazionale e numerosi solisti d’eccezione per una nuova stagione di concerti che spazia da Bach a Ligeti, attraversando il classicismo viennese con una particolare attenzione al grande repertorio del Novecento sinfonico russo. Tra curiosità ed entusiasmo per le possibilità di ascolto della prossima stagione va ricordato che venerdì 26 si chiude il precedente programma con l’esecuzione della Quinta Sinfonia di Gustav Mahler. L’opera, dopo le esperienze della Seconda, della Terza e della Quarta Sinfonia che avevano visto l’impiego delle voci, torna a richiudersi in una dimensione puramente strumentale, traendo però linfa dal ciclo dei Kindertotenlieder, da cui sono tratti alcuni dei temi che popolano i cinque movimenti da cui è costituita. A condurre sarà il direttore musicale della San Francisco Symphony, fondatore e direttore artistico della New World Symphony, nonché direttore ospite principale della London Symphony Orchestra, Michael Tilson Thomas dopo 13 anni di assenza dal Lingotto insieme alla prestigiosa Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Torniamo ora alla nuova stagione dei Concerti del Lingotto, nove gli appuntamenti previsti presso l’Auditorium «Giovanni Agnelli» di Torino. Si inaugura lunedì 30 ottobre 2017 con Teodor Currentzis e la formazione da lui fondata MusicAeterna; si chiude mercoledì 30 maggio 2018 con l’atteso esordio nelle stagioni di Lingotto Musica di Riccardo Muti e dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini.  Tra i tratti distintivi della stagione spiccano i ritorni di Valery Gergiev con la Mariinskij Orchestra e un programma dedicato a Rachmaninov, Antonio Pappano con la Chamber Orchestra of Europe con musiche di Brahms e Vladimir Jurowski con la London Philharmonic Orchestra alle prese con Sibelius e Stravinskij. Tornano inoltre al Lingotto Pinchas Zukerman solista e direttore sul podio della Camerata Salzburg per una serata dedicata al classicismo viennese e la WDR Sinfonieorchester Köln guidata dal Jukka-Pekka Saraste, senza dimenticare il recital solistico, evento inusuale nelle stagioni di Lingotto Musica, del pianista norvegese Leif Ove Andsnes. Il cartellone si completa con l’Oratorio di Natale di Bach, in programma il 19 dicembre 2017, eseguito da Le Concert Lorrain diretto da Christoph Prégardien. Otto appuntamenti vedono inoltre la partecipazione di eccellenti solisti e cantanti del panorama internazionale: oltre ai già citati Pinchas Zukerkman e Leif Ove Adnsnes, sono ospiti per il violino Lisa Batiashvili, Ray Chen e Arabella Steinbacher, mentre il pianoforte è rappresentato da Alexander Melnikov e Varvara Nepomnyashchaya, senza dimenticare il cast vocale dell’Oratorio bachiano costituito da Joanne Lunn, Margot Oitzinger, Markus Schäfer e Peter Kooij. Come in passato la stagione vede inoltre Lingotto Musica impegnata sul fronte della formazione del pubblico e della divulgazione con 2 conferenze introduttive ai concerti tenute da Giorgio Pestelli e Paolo Gallarati, nonché un eccezionale incontro con Antonio Pappano e Susanna Franchi che insieme presenteranno il concerto del 18 maggio 2018.  Parallelamente a I Concerti del Lingotto prosegue Lingotto Giovani, la rassegna cameristica composta da sei concerti dedicati ai migliori talenti emersi negli ultimi anni nei concorsi internazionali più prestigiosi, all’interno della quale quest’anno svetta il recital del clavicembalista francese, già autore di incisioni per importanti etichette, Jean Rondeau, interprete delle Variazioni Goldberg di Bach. Il cartellone si completa con il Quatuor Akilone (Primo Premio nel 2016 all’«Concours International de Quatuor à Cordes de Bordeaux») e il Pacific Quartet Vienna (Primo Premio nel 2015 all’«Haydn» di Vienna) per due serate all’insegna del repertorio quartettistico, i pianisti Takuya Otaki (Primo Premio nel 2016 al Concorso d’Orléans) e Łukasz Krupiński (Primo Premio nel 2016 al Concorso di San Marino), e ancora il Notos Quartett (Primo Premio nel 2016 al Concorso «Alice and Eleonora Schoenfeld» di Harbin in Cina) insieme al contrabbassista Wies de Boevé (ARD-Wettbewerb di Monaco 2016) che eseguiranno La trota di Schubert. Per la prima volta Lingotto Musica intraprende un’iniziativa sperimentale finalizzata al coinvolgimento del pubblico di età compresa tra...

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Rinascimento ovidiano: un itinerario che dura da duemila anni.

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Rinascimento ovidiano: un itinerario che dura da duemila anni.

    Si potrebbe scrivere di tutto e di più sul grande poeta latino, Publio Ovidio Nasone, ma anche no.  Dipende dal punto di partenza. Se vogliamo solo omaggiarlo, visto che ricorre il bimillenario della sua morte, allora possiamo affiancarci a tutte le istituzioni che nel corso dell’anno lo commemoreranno. Se, invece, vogliamo cercare di riproporlo in chiave moderna  – o semplicemente ricordarlo per essere stato un grande  “affabulatore” – allora diventa, nell’immaginario collettivo un “poeta – simbolo” del nuovo millennio. Ovidio ha intrigato anche il grande Dante, che non tarda a posizionarlo nel Limbo (Inferno, IV 79 e ss)  insieme ai poeti Omero, Orazio e Lucano  e a tributargli gli onori che merita. Tra gli “spiriti magni”.  Tutta La Divina Commedia è piena di allusioni alle metamorfosi ovidiane e Ovidio, padre dei miti e mito egli stesso, diventa per Dante maestro di moltiplicazioni di senso e di contrapposizioni figurali, serbatoio di similitudini, immagini e riferimenti al mondo classico.  La sua abilità stilistica risulta contagiosa, soprattutto nelle “narrazioni delle trasformazioni” . Tutto muta in continuazione, anche lo stesso Dante – personaggio. E il problema dell’emulazione e dell’imitazione avviene sia a livello microtestuale che macrotestuale.  In un certo senso, le Metamorfosi di Ovidio suggeriscono l’impianto strutturale de La Divina Commedia e ne indicano la strategia narrativa dantesca di tutte e tre le cantiche. Dunque, non parliamo di aria fritta! L’importanza sostanziale del poeta latino nella letteratura è indiscussa. Esploratore dell’uomo e della storia, dell’amore e dell’eros, del fuoco passionale e della leggerezza quasi ancestrale della purezza. Con la sua potenza espressiva spiazza gli amanti del linguaggio forbito e i fautori dell’elegia e della scrittura. Ovidio sceglie uno stile espressivo “rilassato e aperto”, facile ma spesso contraddittorio.  Scrivere di lui e su di lui è quasi inutile, perché ognuno coglie l’aspetto che maggiormente lo seduce, interpretandolo e invertendolo.  Non si può fare a meno di “innamorarsi” della sua arte, audace ed acuta, simbolica e metaforica. La sua profonda conoscenza dei generi narrativi, suggerisce un percorso ricco e variegato di scrittura, che spazia dall’elegia all’epica, dalla precettistica alla fabula e al racconto. Le Metamorfosi e il trittico dedicato all’eros dell’Ars amatoria  sono – forse –  l’espressione più piena della inesauribile vitalità della sua arte.  Poeta alla moda dell’età augustea, contrastato o ben voluto, Ovidio sa che la sua fama andrà oltre il tempo “perque omnia saecula  (…) vivam” (Metamorfosi, XV, 878-879).  E’ quasi sicuro. Insolenza? No. Profezia che si auto-avvera. Perché parla e presenta il mito così com’è: umanizzandolo e divinizzandolo allo stesso tempo. Gli déi e gli eroi ovidiani sono lì per alimentare l’immaginazione del poeta, che li conduce verso la loro unica via d’uscita: il riscatto. Il verso diventa così espressione dello spirito, abile, incantevole, musicale.  Per questo tutte le sue opere sono proiettate verso un’epoca spaziale indistinta, senza confini fisici, geografici o politici. Ovidio è un  artista dinamico, versatile e soprattutto “moderno”. E’ un poeta contento di raccontare e trasmettere emozioni.  La sua costante gioia di scrivere, di raccontare in maniera morbida e sinuosa la “meraviglia delle mutazioni” si avverte in ogni parola, in ogni verso, in ogni forma, in ogni espressione sonora, in ogni enfasi.  Arte inimitabile la sua, ma anche flessibile, spontanea e accattivante. Ricordarlo è un dovere, perché ha arricchito e continua ad arricchire il nostro...

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Creazioni e ri-creazioni creative dell’inglese Chris Gilmour in galleria ad Alba.

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Creazioni e ri-creazioni creative dell’inglese Chris Gilmour in galleria ad Alba.

Nel 2006 il giovane artista inglese Chris Gilmour vinceva, a sorpresa, il prestigioso Premio Cairo, istituito nel 2000 per volontà dell’editore Urbano Cairo, presidente della Giorgio Mondadori, proponendo una scultura in scala 1:1 realizzata interamente con il cartone riciclato. Nato a a Stockport, vicino a Manchester, nel Regno Unito, nel 1973, Gilmour ha studiato scultura in Inghilterra. Nel 2001 ha esposto a Bergamo al Museo Archeologico, a Padova alla Galleria Perugi, alla Fondazione Stelline di Milano nel 2005, a New YorK al Museo Art e Design, alla Galleria Freight+Volume e in numerose fiere italiane e estere, costruendo intorno a se curiosità, interesse e l’assenso dei collezionisti.   Le sue raffinate e precisissime sculture saranno ospitate dal 20 maggio al 20 giugno nella Galleria DAVIDECOFFA artecontemporanea di Alba.  Un’accurata selezione di circa quindici opere, tra cui molti strumenti musicali: il famoso pianoforte a mezza coda, diverse chitarre elettriche, una batteria jazz, un mandolino napoletano, un basso; in esposizione anche una pendola, un telefono da tavolo, e la bellissima moka per il caffè.   Un universo oggettivo e concreto quello costruito da Chris Gilmour, egli ri-produce in scala reale e con una maniacale attenzione ad ogni particolare, oggetti di utilizzo quotidiano, li rinnova e gli conferisce un significato inatteso.   Gilmour traccia un viaggio trasversale tra materialità e ricostruzione fedele di qualcosa di apparentemente conosciuto, scontato, dotato ora di una nuova leggerezza; una levità solida data dalla tipicità del tipo di un materiale come il cartone, resistente e modellabile, pensato prevalentemente per l’imballaggio, per contenere qualcosa, trasformato dalla perizia dell’artista in un contenuto capace di evocare memorie, di ribadire i legami emotivi che legano le persone agli oggetti, che siano elettivi come un strumento musicale o un semplice telefono.   Sotto le diverse nuance di un medesimo colore scintilla il desiderio di un desiderio, infatti gli intenditori dei misteri estetici hanno immediatamente familiarizzato con queste sculture realizzate sempre con lo stesso materiale.  Ingegneria e genio sovrintendono all’epos del saper fare così determinante nel lavoro di Gilmour, accogliendo con favore la presenza nelle sue sculture dell’elemento ironico, giocoso e talvolta accarezzate da una malinconia di eguale...

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Uno e uno fa tre. Da Biella a Venezia verso il resto del mondo. In conversazione con Michelangelo Pistoletto.

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Uno e uno fa tre. Da Biella a Venezia verso il resto del mondo. In conversazione con Michelangelo Pistoletto.

  A Venezia, in occasione dell’apertura della 57° Biennale d’Arte, in collaborazione con Galleria Continua, si è appena inaugurata nell’Abbazia di San Giorgio Maggiore la mostra personale di Michelangelo Pistoletto, One and one makes three (uno e uno fa tre), che offre una sintesi del percorso dell’artista dai primi Quadri Specchianti (1960) all’attività più recente dedicata al mito del Terzo Paradiso. Nella suggestiva cornice dell’isola di San Giorgio incontriamo Michelangelo Pistoletto, uomo raffinato, modi gentili e grande disponibilità al dialogo. Artista di fama internazionale e protagonista dell’Arte Povera, Pistoletto è oggi figura di riferimento nel processo di rinascita socio-culturale operato dall’arte. A lui abbiamo rivolto alcune domande. One and One makes three è il titolo del suo nuovo progetto espositivo pensato per l’Abbazia di San Giorgio Maggiore. Ci può spiegare il motivo per il quale è stata scelta questa location? E’ stato il curatore della mostra, Lorenzo Fiaschi, uno dei tre soci fondatori di Galleria Continua, a selezionare questa location. Insieme abbiamo poi immaginato di installare all’inizio del percorso espositivo, al centro della Basilica di San Giorgio Maggiore, in corrispondenza della cupola, Suspended Perimeter – Love Difference (1975 – 2017), un’installazione costituita da 18 specchi sollevati da terra, che formano un infinito circolare. L’opera esorta, in lingue diverse, ad amare le differenze e si carica, qui, di una forza rinnovata. Lorenzo ha poi pensato di ampliare il progetto espositivo includendo altri spazi adiacenti la Basilica, come la Sacrestia, il Coro Maggiore, la Sala del Capitolo e l’Officina dell’Arte Spirituale, in un excursus che a partire dai lavori più recenti ripercorresse la mia ricerca artistica fino ai lavori storici poco conosciuti o magari dimenticati. Così, si è tentato di interagire non solo con la presenza architettonica, ma anche con lo spirito del luogo. Si consideri che la mostra è ospitata in un edificio religioso abitato dai monaci benedettini e frequentato dai fedeli! Inizialmente, in effetti, sono stato molto titubante rispetto alla presentazione della mostra negli spazi dell’Abbazia perché non avrei mai voluto si potesse incorrere in fraintendimenti o errate interpretazioni. L’abate si è invece dimostrato un uomo di grande apertura, comprensivo e partecipe dell’intero progetto. Innanzitutto ha approvato l’installazione de Il Tempo del Giudizio (2009 – 2017), nella Sala del Capitolo, luogo in cui i monaci si incontrano per discutere e confrontarsi. L’opera si compone di oggetti-simbolo delle quattro religioni più diffuse nel mondo – Ebraismo, Cattolicesimo, Islamismo e Buddismo – che si riflettono in grandi specchi a formare una sorta di tempio. Il lavoro prevede di porre le religioni e gli uomini di fronte a se stessi per una consapevole riflessione sul proprio ruolo e impegno sociale. Inoltre l’abate ha manifestato molto interesse per l’opera Con-tatto (2007), serigrafia su acciaio specchiante, di piccole dimensioni che rappresenta il contatto del dito di una mano umana con un altro, virtuale, prodotto dal riflesso nello specchio. Il lavoro, che evoca la Creazione di Adamo della Cappella Sistina, è stata collocata nel Coro Maggiore della Basilica: qui esprime il senso di una Creazione inedita, l’essenza della mia ricerca artistica. Questo significato ha trovato espressione piena nel desiderio dell’abate di essere fotografato insieme a me, davanti all’opera, nell’atto di compiere il medesimo gesto di contatto. La nostra unione  – di consacrazione e originale missione dell’arte – ha dato vita ad una situazione nuova che rende...

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