Torino per il turista

LINK UTILI

Torino e i suoi musei

Percorsi d’arte e di cultura – Oggi a Torino e nei suoi dintorni sono aperti al pubblico oltre cinquanta tra musei, beni culturali, castelli, residenze e spazi espositivi che, nel loro insieme, costituiscono un’offerta culturale di livello internazionale.

“Torino e i suoi musei” propone sette itinerari (arancione, rosso, lilla, blu, azzurro, verde e grigio). Parte di essi si sviluppano nel centro cittadino ed è possibile percorrerli a piedi. Le residenze reali, situate intorno alla città, e alcuni musei di recente apertura sono comunque raggiungibili con mezzi pubblici.

Informazioni turistiche
Le informazioni di interesse per i turisti che vogliono visitare la città: come arrivare, dove alloggiare, cosa vedere e altri utili suggerimenti. Il sito è consultabile in otto lingue

In Piemonte, In Torino

Il portale degli eventi culturali in Piemonte e a Torino: mostre, musica, cinema, teatro, danza, eventi speciali: tutti gli appuntamenti del territorio in cinque lingue per programmare la vostra visita.

Webcam della Città di Torino

 

Le Direzioni di Franco Fasulo. Mostra personale negli uffici Azimut Wealth Management.

Pubblicato da alle 10:57 in .Arte, I nuovi Shop, Mostre, Prima pagina | 0 commenti

Le Direzioni di Franco Fasulo. Mostra personale negli uffici Azimut Wealth Management.

Incontriamo l’artista Franco Fasulo (Agrigento, 1963) in occasione della sua mostra personale Direzioni presso l’ufficio Azimut Wealth Management di Via Barbaroux 1 a Torino, visitabile sino al 12 febbraio. Lo spazio, diretto da Vincenza Belfiore e Cristiano Gentile, sceglie nuovamente, dopo la personale di Enrico T.De Paris nel 2016, di iniziare un nuovo anno all’insegna dell’arte, allestendo una mostra site specific che accolga il visitatore in un ideale racconto per immagini, nel comune sentire di una costante ricerca di armonie e bellezza come parte del vivere quotidiano. Fasulo è un artista siciliano che inizia il suo percorso in veste di illustratore, partecipando all’allestimento di mostre nel settore archeologico. I successivi viaggi sulle sponde del Mediterraneo e dell’Atlantico hanno dato origine ad una ricerca pittorica ispirata al mondo della navigazione. Nel 2002, in occasione del concorso nazionale Premio Arte Mondadori, ottiene il secondo posto con l’opera “Esistenza Nomade”. Del 2017 la mostra Conradiana-tra narrativa poesia pittura al Centro Comunale di Cultura di Valenza. Bella la presentazione dello stesso artista nello stampato che accompagna la mostra: […] Navigare è, dunque, necessario, così come creare. Due assiomi secolari che hanno orientato la civiltà umana, eleggendo l’esplorazione del mondo e del Sé a valore universale. Navigare e creare, seguendo però le As-Sumut, le “giuste direzioni”.  Ci racconti come nasce la tua ricerca poetica e perché hai scelto proprio la navigazione come tema ricorrente? Come artista, e come siciliano, ho sempre avuto un interesse specifico nel “mare”, che ho reso elemento centrale della mia ricerca espressiva e della mia poetica. In particolare sono attratto dalle fiancate ossidate delle grandi navi: cerco nei singoli dettagli un segno, un elemento che possa restituire il senso della fatica del navigare, e per traslato, dello stesso vivere. La parola stessa, “navigazione”, ha una forza semantica fortissima, usata in senso esteso in molti ambiti. È anche questo il motivo per cui il mio lavoro è parso particolarmente coerente nel contesto in cui è ospitata la mia personale: una realtà quella di Azimut Wealth Management, che fa parte del Gruppo Azimut, il cui simbolo è un sestante per orientarsi con precisione anche nella gestione delle risorse economiche. Ci parli delle opere in mostra? Nasco come disegnatore tecnico per la Soprintendenza di Agrigento, ma le mie opere compiono una netta sterzata verso l’astratto, realizzate olio su tela, materiale che prediligo; sono attratto anche dal pastello, che restituisce una sua matericità specifica e che ho utilizzato per opere di più piccole dimensioni, spesso monocromi con piccoli squarci di colore. Come studioso dell’antichità ho sempre nutrito particolare interesse nella circolazione delle navi mercantili tra le isole dell’Egeo e la Sicilia, anche per questo il mare e la navigazione sono entrati prepotentemente tra i soggetti dei miei lavori. La mostra allestita per questi spazi può essere letta come un viaggio, una navigazione: si parte dalla primigenia necessità dell’uomo di confrontarsi con le acque. Ispirandomi agli egiziani ho dedicato un dipinto all’antica imbarcazione del Nilo, realizzata con il legno di cedro del Libano: un’opera che racconta, grazie ad uno stile informale e astratto e alle grandi campiture di colore, il deserto e le pianure fertili dell’Egitto. Mi piace che i miei lavori, proprio in forza dello stile informale che prediligo, possano avere diversi livelli di lettura, non ultimo proprio quello naturalistico.   Molte opere dimostrano una...

Continua

Ogr. L’astronave per la cultura decolla da Torino.

Pubblicato da alle 14:28 in DOXA segnalazioni, Eventi, galleria home page, Innovazione, Spettacoli | 0 commenti

Ogr. L’astronave per la cultura decolla da Torino.

Ogr. Officina Grandi Riparazioni. Ormeggiata in città c’è un’astronave con un programma di viaggi nello spazio dell’arte contemporanea, della musica, delle occasioni di incontri e conoscenze che oltre ad essere low cost è la miglior occasione per partire, senza dover stipare in un piccolo trolley tutto il necessaire insieme al bilama e al piegaciglia. L’astronave che arriva, quella delle Ogr, estrinseca la realtà in nuove forme, giusto per citare un verso di Sergio Caputo, ed è pronta a portare il pubblico laddove c’è qualcosa che merita di essere conosciuto. Biglietto pagato e imbarcati le occasioni che si dispiegano sono come un toccata e fuga al PS 1, la sede distaccata nel Queens del Moma di New York, o in qualche Club di Londra a ballare l’avant pop più modaiolo, al Manchester International Festival, o ad Amsterdam per delle lezioni di piano con musicisti blasonati.Insieme a teatro, cinema, una newsroom, qualcosa di dedicato apposta per chi ha vent’anni e per chi ne ha solo 6. Le occasioni di questi viaggi sono state presentate ieri alle Ogr dal palco illuminato, mentre nel buio fitto la stampa sfilacciava come una Penelope l’involucro chiuso con filo in tinta della cartella stampa e sobbalzava, all’arrivo del suono di una tromba che s’imbastardiva con il sound artificiale dei campionatori. Questo per sottolineare che il Torino Jazz Festival è tornato e qui avrà casa. Un programma monstre quello per il 2018, sontuoso e accurato, coraggioso e raffinato, declinato nelle moltissime sfaccettature del dionisiaco della cultura, un paganesimo gioioso che saprà rapire gli entusiasmi e farli danzare sulle vette di un Parnaso contemporaneo. Una risposta secca e sans merci a quella specie di “Crepuscolo degli dei” che la città sta percependo. Fedele al proprio nome, Officine Grandi Riparazioni, la Fondazione CRT che le guida, sta provando a riparare un guasto, una crepa presente nelle occasioni di svago e  formazione culturale della città. Le ripara progettando, investendo, osando senza zavorre di pacchiane larghe intese. Progetta avvalendosi di uomini esperti che conoscono il propio ambito, coinvolge associazioni culturali e fiere di livello. Per molti aspetti diverrà un caso studio, un tema da tesi di laurea o da pamplhet sociologico. Qui si accesa una lampada, l’anello di luce che ne delinea il profilo, che le cade intorno al momento possiede qualcosa di magico. Sotto quell’anello di luce vi saranno delle occasioni e bisogna fare attenzione a non dormire mentre passa l’astronave… Meglio salire a bordo. Qui in dettaglio il ricchissimo programma. http://www.ogrtorino.it    ...

Continua

Natalie Portman & Co: L’ultima Crociata del femminismo ai Golden Globe

Pubblicato da alle 16:01 in DOXA segnalazioni, Notizie, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Natalie Portman & Co: L’ultima Crociata del femminismo ai Golden Globe

Femminismo ai Golden Globe Award. Siamo alle solite. La storia è  – più o meno – sempre la stessa ormai da 40 anni, trita e ritrita, cambiano solo i personaggi. Perché si sa, del femminismo si può dire tutto, l’importante è non discostarsi mai dalla visione comunemente accettata e politicamente corretta somministrataci da anni fino alla nausea, lasciandoci andare ai più veementi e, spesso, ipocriti dibattiti da salotto in difesa dei più indiscutibili ideali. Altrimenti è meglio rimanere a casa, dove gli unici che possono assistere ai vostri discorsi anticonformisti e scandalosi sono i vostri familiari che vi conoscono e chiudono un occhio. Con questo si è ben lungi dal criticare il femminismo in sé, ovviamente. Mettere in discussione il valore inestimabile delle instancabili lotte per la parità dei sessi portate avanti negli anni da donne coraggiose assetate di libertà sarebbe oltraggioso, nonché profondamente ingiusto. L’importante è avere la capacità di riconoscere il limite oltre il quale una legittima battaglia diventa mera ossessione ideologica, una presa di posizione radicale priva di qualunque fondamento razionale. Stavolta il teatrino ha avuto luogo alla serata dei Golden Globe Awards dello scorso 7 gennaio, alla quale molte attrici si sono presentate in abito nero e sguardo serioso in segno di rispetto verso tutte le donne vittime di molestie sessuali. Gesto di lodevole e sincera vicinanza emotiva o puro stratagemma pubblicitario di poco conto. Le luci della ribalta sono accese e tutti applaudono al sentito tributo. Il tema della serata diventa chiaro quando alcune delle attrici più popolari del momento danno inizio a una carrellata di appassionati e accorati discorsi contro ogni genere di violenza e in sostegno al women power, tra i quali spiccano quelli della regina dell’entertainment americano, Oprah Winfrey (che ancora una volta  conferma il suo status di più grande ammaliatrice di folle degli Stati Uniti) e della fidanzatina d’America Reese Witherspoon, tra l’altro candidata come migliore attrice per il ruolo di Madeline nella miniserie Big Little Lies, aperta denuncia alla violenza contro le donne. La cerimonia fila liscia tra i convenzionali ringraziamenti dei premiati e il continuo scroscio degli applausi. Tutto cambia, però, quando a salire sul palco è la bella Natalie Portman, chiamata a presentare i candidati alla miglior regia. Sull’onda femminista della serata, la star de Il Cigno Nero esordisce con un caustico “ed ecco le nomination interamente maschili” e scoppia la polemica. In sala, registi di tutto rispetto come Steven Spielberg e Guillermo del Toro sembrano alzare gli occhi al cielo (per poi correggere il tiro durante le interviste di rito, appoggiando apertamente la causa dell’attrice; mica scemi) e in rete si scatena la bufera: chi sostiene strenuamente la Portman e chi ne critica l’eccessiva impudenza. D’altronde si sa, il confine tra ciò è giusto e sbagliato è di rado ben definito. Occorrono notevole equilibrio e capacità analitica per non cadere nella facile trappola della protesta fine a se stessa. E molte donne queste capacità ce l’hanno, eccome. Una tra tutte la meravigliosa Catherine Deneuve, firmataria, insieme a un altro centinaio di attrici francesi, di una lettera indirizzata al quotidiano Le Monde contro la “caccia alle streghe” iniziata a seguito del caso Weinstein. Ancora una volta l’icona francese da prova della sua saggezza affermando che “lo stupro è un crimine, ma tentare di sedurre qualcuno in maniera insistente o maldestra...

Continua

“Lillusion Comique” di Corneille in debutto nazionale al Teatro Gobetti. Una produzione Teatro Stabile di Torino.

Pubblicato da alle 15:57 in Notizie, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

“Lillusion Comique” di Corneille in debutto nazionale al Teatro Gobetti. Una produzione Teatro Stabile di Torino.

Il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale presenta al Teatro Gobetti, martedì 16 gennaio 2018, alle ore 19.30, in prima nazionale L’Illusion Comique di Pierre Corneille, per la regia di Fabrizio Falco.   Commedia, pastorale e tragedia allo stesso tempo, L’Illusion Comique di Pierre Corneille è un capolavoro del teatro barocco. Fabrizio Falco dirige e interpreta (nel ruolo di Clindoro) questa spettacolare condensa di generi teatrali. Un atto d’amore per la scena con una trama che gioca tra magia e spettacolo, legati dalla stessa natura: dare l’apparenza del reale. Commedia in cinque atti di Pierre Corneille, rappresentata al Théàtre du Marais di Parigi tra il novembre 1635 e la Pasqua del 1636, L’Illusion Comique racconta la storia di un padre (Pridamante) alla ricerca del proprio figlio (Clindoro), dei suoi rimorsi per essere stato duro con lui e dei tentativi per sapere se è ancora vivo; e racconta anche le peripezie amorose del giovane che lo conducono in prigione, e della sua fuga con la ragazza che ama (Isabella). Dice Fabrizio Falco parlando dello spettacolo. «Parlare de L’Illuision Comique non è impresa facile. Corneille lo definisce uno “strano mostro” per la condensa di generi teatrali in esso contenuti e per la capicità che ha l’opera di sovvertire tutti gli schemi. La cosa che da sempre mi ha affascinato de L’Illusion è il rapporto tra il suo bizzarro rigore formale e la libertà di invenzione che è nascosta tra le sue maglie. Pridamante alla disperata ricerca del figlio, si imbatte nel mago Alcandro che gli mostra, grazie all’apparizione di “fantasmi parlanti”, le scene della vita di Clindoro dalla sua fuga fino ad oggi. Per me il nucleo centrale di questo testo, si trova proprio nel rapporto padre-figlio, vissuto attraverso il filtro del teatro. Il padre a sua insaputa assiste ad una rappresentazione (forse menzognera?) della vita di Clindoro. Vita e teatro, così si impastano, rendendo labili i confini tra verità e menzogna. Pridamante attraverso quello che vede, riflette su di sé, scatenando una catarsi di dickensiana memoria, diventa primo spettatore di una comunità più vasta (quella che assisterà al nostro spettacolo) che seguendo le gesta di Clindoro e compagnia si porterà a casa pezzetti di vita che la riguardano, si spera, da vicino. Il teatro inteso, quindi, come potente forma di comunicazione umana (uno degli ultimi baluardi), capace di coinvolgere e di far riflettere sulla sua stessa utilità. Partendo da questo triangolo tra la vicenda, il padre e il pubblico, mi è sembrato interessante cercare le tracce di un racconto metateatrale su la compagnia di cui fa parte Clindoro. Se il figlio di Pridamante e i suoi amici sono degli attori, qualche elemento doveva pur essere disseminato nel testo: i rapporti tra gli attori, le sfide a colpi di versi, attori vecchi e attori nuovi, una possibile scalata dal genere della commedia alla tragedia (come quella che farà Corneille dopo aver partorito L’Illusion Comique). Così come un ricercatore di metalli preziosi, ho setacciato il testo alla scoperta di indizi. Credo di averne trovati a sufficienza da rendere plausibile e non arbitraria questa mia lettura. Buon viaggio allora e “qualunque cosa appaia non abbiate spavento“».   Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti in sala   INFO BIGLIETTERIA:  Tel. 011 5169555 – Numero verde 800235333 – info@teatrostabiletorino.it Orari degli spettacoli: martedì, giovedì e...

Continua

Il Pacific Quartet Vienna al Lingotto Giovani. Sensibilità, temperamento e molti premi conseguiti.

Pubblicato da alle 12:15 in galleria home page, Musica, Spettacoli, Università | 0 commenti

Il Pacific Quartet Vienna al Lingotto Giovani. Sensibilità, temperamento e molti premi conseguiti.

Lingotto Giovani. Bisognerà aspettare martedì 16 gennaio, far arrivare il buio e le ore 20.30 e, finalmente sedersi nella Sala Cinquecento di via Nizza 280, a Torino per ascoltare il Pacific Quartet Vienna, con i suoi musicisti provenienti da Ungheria, Taiwan, Giappone e Svizzera. Il Pacific Quartet Vienna rappresenta differenze di suoni e di culture e provenienze geografiche dai quattro angoli del mondo. Uniti in una compagine che sta raccogliendo entusiastici consensi non solo in Europa ma anche in Asia il Quartetto ha dimostrato sensibilità, temperamento e una forte dedizione che ha fatto confluire diversi percorsi formativi e diversi approcci alla musica in un amalgama unico per calore e omogeneità di suono. Eszter Major, Chin-Ting Huang ai violini, Yuta Takase alla viola e Sarah Weilenmann al violoncello, sono stati invitati da importanti Istituzioni Internazionali quali il Festival di Lucerna, di Kalkalpen, di Niksic, dal Musikverein di Vienna, dalla Wigmore Hall di Londra, il Quartetto ha conseguito il Primo Premio nel 2015 al Concorso Haydn di Vienna, meritando altresì il premio come miglior interprete delle musiche di Haydn. Nel corso del 2016 la formazione ha sottoscritto un contratto con la casa discografica austriaca Gramola per la quale è uscito il loro primo cd, grazie anche al supporto della Radio Svizzera. Una particolare attenzione è posta dal Pacific Quartet Vienna al rapporto fra i giovani ascoltatori e la musica da camera, attraverso concerti e incontri nelle scuole, nel corso dei quali vengono presentati anche ritratti di compositori contemporanei, accostando così il nuovo all’antico. Il concerto si avvarrà di una guida all’ascolto a cura dello studente DAMS Elio Sacchi In collaborazione con l’Università di Torino. Il concerto presenterà il Quartetto n. 8 in do minore op. 110 di Dmitrij Šostakoviè: conosciuto come “Quartetto di Dresda”, la storia vuole che sia stato scritto nel luglio del 1960, sotto la forte impressione suscitata nell’autore dalla visita alla città ancora martoriata dalla Seconda Guerra Mondiale. A seguire il Quartetto n. 13 in la minore op. 29 D. 804 “Rosamunde” di Franz Schubert, opera della maturità del compositore, che deve il suo appellativo al tema dell’Andante tratto dalle musiche di scena composte nel 1823 per il dramma Rosamunda, principessa di Cipro di Helmina von Chézy.                         Poltrone numerate da 5 a 10 euro. Informazioni: 011.63.13.721 oppure www.lingottomusica.it via Nizza 262/73, 10126 Torino, +39 011 66 77 415, www.lingottomusica.it, ufficiostampa@lingottomusica.it...

Continua

Allergologi e pneumologi in un convegno internazionale sulle patologie asmatiche.

Pubblicato da alle 10:43 in Eventi, galleria home page, Medicina, Notizie, Università | 0 commenti

Allergologi e pneumologi in un convegno internazionale sulle patologie asmatiche.

Patrocinato dalla Scuola di Medicina dell’Università di Torino Al Centro Congressi Torino Incontra si svolgerà il Convegno Internazionale “Meet the Experts in Severe Asthma”, venerdì 12 e sabato 13 gennaio 2017, al che porta nel capoluogo piemontese i nomi più prestigiosi della pneumologia a livello internazionale.  Il percorso di questo Congresso Internazionale, organizzato con il patrocinio della Scuola di Medicina dell’Università di Torino, partirà dalla definizione di asma grave per poi affrontare le variabili nella fenotipizzazione del paziente, la sua gestione clinica, le terapie presenti e le prospettive terapeutiche future. Una intensa due giorni che ha come obiettivo quello di far crescere tra gli specialisti allergologi e pneumologi la capacità di identificazione del paziente asmatico grave, per poter successivamente indirizzarlo alla più appropriata terapia personalizzata.   Sulla base di questa condizione patologica, la parola chiave nella valutazione clinica è appunto fenotipizzazione, dove per fenotipo si intendono le caratteristiche osservabili di un organismo dovute all’interazione tra patrimonio genetico e fattori ambientali che sono relativamente stabili nel tempo. I Fenotipi sono definibili sulla base di fattori clinici come abitudini di vita (ad es. gli asmatici fumatori) o comorbilità (obesità, rinosinusite, reflusso gastroesofageo), della valutazione funzionale (come l’asma con ostruzione delle vie aeree non più reversibile) e del tipo di infiammazione misurabile con metodi non-invasivi e invasivi. Prima di definire un paziente affetto da asma grave è necessaria quindi una valutazione più approfondita per escludere diagnosi alternative all’asma e per eventualmente riconoscere altre forme di asma non-grave prendendo in considerazione fattori di aggravamento, comorbilità, aderenza alla terapia, controllo della malattia nel tempo. «Qualcuno, forse provocatoriamente, – spiega il prof. Fabio Ricciardolo, docente di Malattie dell’Apparato Respiratorio presso il Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologichedell’Università di Torino e responsabile scientifico del convegno – sostiene che i pazienti con asma grave siano quelli non trattati. Di sicuro però, esiste circa un 10% di pazienti asmatici che non sono omologabili alla rimanente parte in cui l’asma può essere trattata appropriatamente e con una buona compliance del paziente. Per loro il controllo dell’asma è ottenibile solo con alte dosi di terapia farmacologica o, più frequentemente, non è raggiungibile per la gravità della malattia o per la presenza di comorbilità. Loro forse non la chiamano per nome, ma ciascuno conosce bene come si manifesta la propria particolare forma d’asma e l’affronta ogni giorno e ogni notte; si potrebbe dire ogni volta che respira. L’asma grave è una patologia molto invalidante e ancora sottovalutata. Noi siamo qui per loro. Anzi, noi siamo qui per ognuno di loro. Lev Tolstoj, in “Anna Karenina”, scriveva: “Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Ecco, lo stesso vale per gli asmatici gravi»....

Continua

Katia e Marielle Labèque scelgono Torino per iniziare il loro tour.

Pubblicato da alle 12:16 in Musica, Prima pagina, Spettacoli, talenTO | 0 commenti

Katia e Marielle Labèque scelgono Torino per iniziare il loro tour.

Parte da Torino mercoledì 17 gennaio 2018, Conservatorio Giuseppe Verdi – ore 21,  il tour italiano 2018 delle sorelle Katia e Marielle Labèque che passerà successivamente da Mantova, Firenze e Bologna. Il duo pianistico più affiatato della scena internazionale sarà affiancato per l’occasione da due giovani percussionisti di rango come Simone Rubino e Andrea Bindi. «Abbiamo sentito tante cose belle sul loro conto […] – ha dichiarato Katia Labèque in una recente intervista rilasciata in esclusiva all’Unione Musicale – Avevamo proprio voglia di far conoscere al pubblico due artisti giovani e bravi come Simone Rubino e Andrea Bindi!»   I quattro interpreti eseguiranno insieme la Sonata per 2 pianoforti e percussioni di Bartók, pagina in cui le sonorità della musica del folklore ungherese vengono assorbite dalla forma tradizionale della sonata in tre tempi. Nella Sonata i due pianoforti si integrano con una vasta serie di percussioni, amalgamate con varietà e potenza quasi orchestrale. È lo stesso Bartók a ricordare che «le due parti di percussioni sono del tutto uguali come importanza a ciascuna delle parti pianistiche. Il timbro degli strumenti a percussione ha varie funzioni: in molti casi dona solamente colore al suono del pianoforte, in altri sottolinea i più importanti accenti; occasionalmente gli strumenti a percussione introducono motivi contrappuntistici contrapponendosi alle parti pianistiche, e i timpani e lo xilofono suonano alcuni temi, anche come solisti: gli stessi temi sono di carattere percussivo, al punto da determinare una struttura ritmicamente contrappuntistica». Sempre di Bartók si ascolteranno anche 5 studi per 2 pianoforti ricavati dal gruppo dei 153 che formano l’opera Mikrokosmos per pianoforte solo. Mikrokosmos può essere definito un lavoro di etnomusicologia ante litteram, una pietra miliare nello studio dei rapporti tra stile colto e popolare. Insieme alle atmosfere rassicuranti delle Danze ungheresi di Brahms sono in programma anche due novità, a testimonianza del legame che Katia e Marielle amano intrattenere con gli autori di oggi. Thirteen Drums del giapponese Maki Ishii vedrà Simone Rubino impegnato con 13 membranofoni (bongos, congas…) in un pezzo di bravura in cui strutture ritmiche determinate e indeterminate creano differenti percezioni del tempo musicale. Conferma l’attenzione delle sorelle Labèque per la musica contemporanea la scelta di eseguire in prima italiana il brano El Chan del quarantenne compositore americano BryceDessner, pagina ispirata alla natura selvaggia e misteriosa del Messico. Nato per quartetto con pianoforte (2016), il pezzo è stato poi trascritto per due pianoforti proprio per le sorelle Labèque, che collaborano regolarmente con Bryce Dessner e sono le dedicatarie anche del suo Concerto per 2 pianoforti. Simone Rubino è uno dei talenti più splendenti cresciuti all’ombra della Mole Antonelliana. Diplomato al Conservatorio di Torino, si perfeziona con Peter Sadlo a Monaco di Baviera. A dispetto dei suoi 24 anni, Rubino ha già avviato una brillantissima carriera, anche grazie alla vittoria del primo premio al prestigiosissimo Concorso ARD di Monaco di Baviera (2014) e del Foerderpreis della Radio Tedesca (2015). Si è esibito con i Wiener Philharmoniker, con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai ed è stato ospite della Carnegie Hall a New York e del Palais des Beux Arts di Bruxelles. Divenuto a soli 27 anni primo timpano dell’Orchestra del Teatro alla Scala, Andrea Bindi può vantare numerose collaborazioni con rilevanti formazioni italiane e straniere: l’Orchestra del Teatro Regio di Torino, l’Orchestra Regionale della Toscana, l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, l’Orchestra Haydn di Trento e Bolzano, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la City of Birmingham Symphony Orchestra.  ...

Continua

Al Teatro Regio Pinchas Steinberg propone Bernstein e Dvořák.

Pubblicato da alle 12:44 in galleria home page, Musica, Spettacoli | 0 commenti

Al Teatro Regio Pinchas Steinberg propone Bernstein e Dvořák.

Il Teatro Regio di Torino, venerdì 22 dicembre alle ore 20.30 vedrà salire sul podio dell’Orchestra, uno dei direttori più amati da pubblico e critica: Pinchas Steinberg. Il programma del quinto concerto della Stagione sinfonica del Teatro è dedicato a Leonard Bernstein e Antonín Dvořák, due compositori che hanno contribuito alla storia della musica americana.    Pinchas Steinberg, nato nel 1945 in Israele è un direttore d’orchestra dalla prestigiosa e pluridecennale carriera internazionale – attualmente Direttore principale della Budapest Philharmonic Orchestra – ha diretto tutte le principali orchestre internazionali tra le quali: Berliner Philharmoniker, Orchestre de Paris, Münchner Philharmoniker, Boston Symphony Orchestra e molte altre. Steinberg vanta con il Regio un proficuo e duraturo rapporto artistico che, nella Stagione de “I Concerti” 2017-2018, si intensifica con questo appuntamento e con il concerto del 20 maggio. Leonard Bernstein, celebre direttore d’orchestra e compositore, scrisse l’operetta Candide nel 1956, lavoro che andò in scena, per la prima volta a Broadway, riscuotendo un enorme successo. Della partitura viene eseguita una delle sue pagine più celebri, l’Ouverture, musica scoppiettante, fresca e di gran virtuosismo, che ammicca a Rossini e guarda al jazz. Seguono gli intensi Chichester Psalms, composti da Bernstein nel 1965, per voce, coro e orchestra; il titolo rende omaggio alla cattedrale di Chichester, nel Sussex, consacrata nel secolo XI. Questi Psalms emergono per la loro ricchezza e sono noti per la difficoltà che richiedono al coro; protagonista del brano è  il Coro del Teatro Regio istruito da Andrea Secchi, voce bianca solista, Anita Maiocco. La significativa presenza di Bernstein in questa Stagione de I Concerti, apre le celebrazioni per il centenario della nascita del grande compositore-direttore, nato a Lawrence nel 1918. Conclude il concerto la Sinfonia n. 9 “Dal Nuovo Mondo” di Dvořák, tra le partiture più celebri e celebrate del compositore ceco, scritta nel 1893 quando era Direttore del Conservatorio Nazionale di New York. Una magnifica pagina orchestrale nella quale la cultura musicale americana si fonde con la tradizione sinfonica europea; una sinfonia di matrice classica ma contaminata da spirituals e canti tradizionali dell’America del Nord. http://www.teatroregio.torino.it/node/6897...

Continua

Il “Paesaggio Costruito” di Guido Bagini e Diego Pomarico alla galleria Panta Rei estende nuovi panorami.

Pubblicato da alle 19:05 in .Arte, Eventi, galleria home page, Mostre | 0 commenti

Il “Paesaggio Costruito” di Guido Bagini e Diego Pomarico alla galleria Panta Rei estende nuovi panorami.

Paesaggio Costruito. Nuove figurazioni tra paesaggio e architettura Tra le tematiche più scottanti e ritornate con pre-potenza al cospetto del presente è certamente il significato di paesaggio; di come l’uomo lo pensa, lo edifica, lo piega al suo desiderio e da quanto ne rimane soggiogato o asservito alla sua silenziosa ieraticità millenaria.   Capire cosa cerca l’uomo del secondo millennio quando allunga lo sguardo sul presente, sulle cose, percorrendo il profilo di quando ha intorno a sé, provare a individuare quali sensazioni ne riceva questo è il grumo di domande a cui ogni epoca prova a intessere un possibile responso: nelle scienze come nelle arti. Chissà se il protagonista del presente si sente collocato nel punto giusto, allo zenit di un possibile giudizio su quanto lo circonda o piuttosto sperduto in un punto imprecisato, in cammino su un sentiero che non prospetta la meta, che non chiarisce il percorso e disarma cognizioni e certezze. Il segreto di questo impasse è tra i punti chiave della mostra che due artisti torinesi sono stati chiamati a esplorare con le loro opere. “Paesaggio Costruito” è il titolo finestra che si apre su di un panorama che riassume una possibile realtà fatta di elementi naturali, geometrici, poeticamente possibili e impossibili. Le opere emergono e si impongono per forza di colore e di grande dimensione; l’intrinseca, inattesa bellezza che le definisce si strofina sul visitatore, sul suo guardare sospeso, invitandolo ad un viaggio verso cose mai viste e palesemente famigliari.  Con la mostra  “Paesaggio costruito” a mia cura, si vedranno infatti, in quell’hortus conclusus dettato dal perimetro delle tele così simili ai giardini medievali di monasteri e conventi, il pensiero del e sul paesaggio che trova forma, prospettiva e categoria contemporanea nell’ambito pittorico.  Le opere, che convergono sull’idea di paesaggio, della sua fragilità, della sua forza, del suo divenire, presentano ciò che l’uomo ha costruito, immaginato o in cui si proietta dentro ad un orizzonte che sfuma verso un’indefinita lontananza, trattato dai due artisti coinvolti con diversa temperatura e climax. Sicuramente pesano le urgenze ecologiche e gli abbandoni, a metà tra rovine e resti, che segnano un momento di indeterminatezza storica dove il passato è presente ma difficile da precisare, danno carattere e vivido colore ai lavori di Diego Pomarico. In contrappeso Guido Bagini predilige una lucidità formale, grafica e prospettica intrisa di una metafisica che sa distendere spazio e immaginazione, indicando un confine o un limite che protegge dall’illimitato mentre lo evoca.  Come antropologi della contemporaneità artistica Pomarico e Bagini entrambi torinesi, ben si inseriscono nel flusso cosmopolito suggerito dall’Eracliteo tutto scorre, una temperie dettata dal nome scelto dalla galleria per seguire i tempi e accompagnarsi a loro. In galleria, oltre 20 opere, alcune di grandissimo formato, costruiscono un canto a due voci diversissimo per impatto e sonorità visiva, appoggiato ad un basso continuo comune che è quello delineato dalla domanda estetica di riuscire a rappresentare un tema che sempre desta vivo interesse. Il luogo fisico in cui edifichiamo, tra pensiero, architettura, presenza e mutamento il nostro passaggio temporale. https://www.pantareiarte.com   ...

Continua

Al Castello di Rivoli la poesia e l’energia dell’ “arte outsider” di Anna Boghiguian.

Pubblicato da alle 12:09 in .Arte, galleria home page, Mostre, Notizie | 0 commenti

Al Castello di Rivoli la poesia e l’energia dell’ “arte outsider” di Anna Boghiguian.

Castello di Rivoli Museo d’arte Contemporanea castello di rivoli, castello di rivoli, castello di rivoli, Castello di Rivoli Museo d’arte Contemporanea Anna Boghiguian al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea   La prima retrospettiva dell’artista visitabile fino al 7 gennaio 2018. “La mostra di Anna Boghiguian riconferma la vocazione del nostro museo di approfondire il dialogo culturale nel mondo attuale attraversato da migrazioni, guerre e crisi, e ad anticipare sviluppi artistici contemporanei. A partire dal libro d’artista fatto a mano nei primi Anni Ottanta e fino alle grandi installazioni recenti, Anna Boghiguian srotola e apre un tempo-spazio ripiegato su se stesso, giungendo ad un linguaggio sperimentale dell’abbondanza e dell’inclusione capace di esprimere empatia e coinvolgere il pubblico” – afferma Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e co-curatrice della mostra con Marianna Vecellio. In effetti ad accogliere il visitatore in Manica Lunga, è il mondo privato di Anna Boghiguian, artista egiziano-canadese di origine armena, nata a Il Cairo nel 1946 e cittadina del mondo, con la serie di taccuini ZYX-XYZ (1981-1986), che nella sua complessità di tecnica esecutiva e pregnanza di significati costituisce un vero e proprio libro d’artista. Qui confluiscono le riflessioni dell’artista sul viaggio esistenziale dell’essere umano e sull’eterna ripetizione della vita e della morte. Le pagine si susseguono con interventi a gouache, acquerello, pastello e collage in un alternarsi di pittura e scrittura a mano libera. L’opera si riferisce al viaggio immaginario di un alchimista, rappresentato simbolicamente da un cervello, che l’artista stampa con un timbro vintage recuperato in una bottega di Amsterdam alla fine degli Anni Settanta. Un elogio alla fluidità materica e corporea della vita, piuttosto distante dalle dinamiche dell’era digitale. In mostra, in posizione dialogica rispetto a ZYX-XYZ ci sono le opere su carta dal titolo An Incident in the Life of a Philosopher (Un episodio nella vita di un filosofo), 2017, realizzate dall’artista in ambito torinese, nate dal confronto con la cultura del territorio e ispirate al periodo trascorso dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844–1900) a Torino tra il 1888 e il 1889, che qui concepì l’opera filosofica autobiografica Ecce homo. Boghiguian prende spunto dall’episodio secondo il quale il celebre filosofo, abbracciò un cavallo all’uscita del Teatro Carignano di Torino per difenderlo dai colpi di frusta inferti dal suo custode e poi scoppiò a piangere gettandosi a terra in preda a spasmi di dolore: questa storia diventa per l’artista esemplificativa del processo creativo connotato da accenti dionisiaci. Si entra così in medias res nel mondo immaginifico di Anna Boghiguian, spirito nomade, sempre in viaggio per l’urgenza di confronto culturale che il suo sentire cosmopolita le impone. Interessata alla letteratura, alla filosofia, alla politica, l’artista fa confluire le sue passioni nei disegni e nei quadri, eseguiti spesso a encausto, in cui spiccano iltratto spontaneo e i colori saturi. Le sue opere uniscono la figurazione al testo scritto, trasmettendo un’energia empatica che coinvolge il fruitore a livello sinestetico. Il linguaggio espressivo di Boghiguian è poliedrico: intervengono nella sua pratica artistica la pittura, la scultura, la fotografia, la scrittura, il collage, l’installazione sonora; motivi creativi così ben declinati nelle sue opere, che gli valgono nel 2015 l’assegnazione del Leone d’Oro per il miglior padiglione (Armenia) alla 56° Biennale di Venezia. Figlia di una famiglia armena, che ha conosciuto e sofferto gli esiti...

Continua

Conversazione con Cesare Verona: l’Officina della Scrittura, un sogno realizzato, nel segno di Aurora.

Pubblicato da alle 10:01 in .Arte, Economia, Mostre, Prima pagina | 0 commenti

Conversazione con Cesare Verona: l’Officina della Scrittura, un sogno realizzato, nel segno di Aurora.

Al n° 6 di Piazza Egidi, ideale proseguimento di Via della Basilica, nel cuore medioevale di Torino, c’è la casa in cui Torquato Tasso, gigante della letteratura italiana e mondiale, dimorò per qualche tempo nel 1578, come ricorda una targa sulla facciata. Coincidenza curiosa e significativa, proprio in questa stessa palazzina, quattro secoli dopo, – esattamente nel 1919 – venne fondata l’Aurora, azienda italiana di eccellenza nell’ambito degli strumenti di scrittura, ad oggi una importante realtà produttiva del nostro Paese: 50 dipendenti e un fatturato che per oltre il 65% è realizzato all’estero, in oltre 50 paesi. Sempre nella stessa casa il grande critico francese Michel Tapié, nel 1960, apriva l’ICAR, l’International Center of Aesthetic Research, galleria sperimentale che segnò per un ventennio il panorama culturale internazionale facendo conoscere al grande pubblico i Gutai, Jackson Pollock e l’Arte Informale. Non poteva che essere uno dei più grandi scrittori nazionali e una grande vocazione alla creatività il genius loci di una realtà imprenditoriale che ha fatto scrivere intere generazioni di Italiani e che tuttora è uno dei leader mondiali in questo settore. Dietro a questo percorso una famiglia di imprenditori appassionati, a partire da Cesare Verona Sr, che per primo importò in Italia la macchina da scrivere, una Remington, di cui rimase licenziatario in esclusiva per l’Italia; a questa fece seguire, intelligentemente, i primi corsi di dattilografia. Grazie alla sua attività intensa e fruttuosa, la famiglia Verona fu investita ufficialmente dall’ex Re d’Italia come fornitore ufficiale. Oggi, sotto la guida di Cesare Verona jr, che rappresenta la quarta generazione, Aurora è diventata un marchio globale, costantemente alla ricerca delle soluzioni più innovative che coniughino tecnologia e tradizione manifatturiera. Il cuore di questa tradizione, orgogliosamente e tenacemente difesa dalle più facili soluzioni di delocalizzazione all’estero o all’esternalizzazione di alcune parti, fa sì che Aurora sia l’unica azienda italiana ed una delle poche al mondo che realizza al suo interno l’intera produzione, incluso il pennino: quest’ultimo si fregia del punzone 5 TO, uno dei primissimi punzoni orafi rilasciati a Torino e il più antico in attività continuativa. Nella storia dell’Aurora, nome beneaugurante scelto come inizio di un nuovo cammino, di nuovi inizi in realtà ce ne sono stati più di uno: certamente il più drammatico fu quello che seguì il bombardamento della fabbrica nel 1943, obbiettivo sensibile poiché si lavorava il metallo.  Nel 1944 la produzione si spostò in una ex filanda adiacente al complesso dell’Abbazia benedettina di San Giacomo di Stura, nella periferia torinese adiacente San Mauro: qui, nell’ottobre 2016, grazie a un grande progetto di recupero e adattamento architettonico a cura dell’architetto Carlo Alberto Rigoletto, ha trovato sede una nuova realtà che affianca l’azienda, l’Officina della Scrittura. Oltre 2.500 metri quadri di sale e spazi diversi suddivisi in aree distinte profondamente interconnesse, per un racconto che si dipana delle origini del segno sino ai giorni nostri, con spazi per laboratori e mostre temporanee. Un sogno avverato per Cesare Verona, da sei anni Presidente di Aurora Penne, collezionista egli stesso di strumenti di scrittura, che questo progetto lo ha ideato ben 12 anni prima e lo ha fortemente voluto. A questo fine ha creato l’Associazione Aurea Signa per gestire il museo, costato 8 milioni di euro e finanziato con fondi della famiglia, dell’Unione Europea e di sponsor privati che hanno creduto...

Continua

Ninja e Samurai. Il mistero, la leggenda, il mito al Museo d’Arte Orientale.

Pubblicato da alle 12:56 in Eventi, galleria home page, Mostre, Notizie, Spettacoli | 0 commenti

Ninja e Samurai. Il mistero, la leggenda, il mito al Museo d’Arte Orientale.

Il Giappone a Torino. Al via la mostra su ninja e samurai.  Il Giappone non è solo sushi e a ricordarcelo è il MAO di Torino che dall’8 dicembre al 2 aprile ospiterà la mostra dal titolo “NINJA E SAMURAI. Magia ed estetica – BUSHI parte seconda”. L’impegno dell’associazione culturale Yoshin Ryu e la collaborazione del MAO di Venezia hanno permesso la realizzazione di una mostra che vanta la presentazione di oggetti esposti per la prima volta in Europa. Armi ed equipaggiamenti da combattimento, insieme ad altre opere d’arte come documenti strategici, opere calligrafiche e maschere teatrali, contribuiscono a calare lo spettatore nella magia e nell’estetica del Giappone. Una cultura nipponica che tanto continua ad affascinare il mondo occidentale tramite le diverse forme d’arte che veicolano valori, leggende, storie che non smettono di stupire e meravigliare.  La mostra riprende e continua quello sguardo d’attenzione sul Giappone che era stato organizzato l’anno scorso al MAO da aprile a maggio. La volontà di approfondire e divulgare la cultura e i costumi giapponesi, grazie anche al sostegno della Regione Piemonte, Comune di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT, hanno portato alla realizzazione di questa seconda parte della mostra bushi ancora più ricca della prima. La mostra ha come obiettivo non solo quello di presentare oggetti ma soprattutto le storie che quegli oggetti possiedono e raccontano. Circa 200 opere databili tra il XVI e il XX secolo accompagnano il visitatore alla scoperta dei bushi (i guerrieri giapponesi), insieme agli storici samurai e ai leggendari ninja. Proprio laddove la storia finisce di raccontare e testimoniare, inizia il mistero, la leggenda, il mito. La nostra parte più emozionale si lascia trasportare dalla suggestiva figura dei famosi guerrieri-ombra e dall’estetica dei samurai che hanno influenzato gran parte della cultura pop occidentale. Lo spirito del bushido, una visione del mondo imperniato sull’arte della guerra, è quello che l’esposizione cerca di rievocare, raccontando la funzione, oltre che l’estetica, di quegli oggetti che tanta fascinazione suscitano all’occhio occidentale: lame a stella, katane, coltelli, costumi, maschere, sono solo alcuni esempi della preziosa collezione. La presenza di un video-documentario, all’inizio della mostra, è d’aiuto per addentrarsi nel mood e nell’atmosfera ricreata dai curatori, mentre a chiudere il percorso è l’esposizione dei torimono, i primi corpi di polizia feudale. Si passa così dai guerrieri alla polizia; dall’arte del combattere per uccidere, all’arte del catturare per ristabilire l’ordine. Attraversare le stanze della mostra ci porta, parallelamente, ad osservare il mutamento dei valori, dei costumi, delle filosofia del Giappone. Il MAO di Torino ospita infine un ciclo di conferenze dal 16 dicembre al 4 marzo per approfondimenti sui temi della mostra come ad esempio la classe bushi, l’arte di pulitura della katana, le donne guerriere in Giappone, per citare solo alcuni esempi. Inoltre tutti i sabati e le domeniche (tranne il 24 e il 31 dicembre) vengono effettuate letture di racconti in abiti della tradizione guerriera giapponese. Non mancano attività per le famiglie e workshop con maestri di arti marziali (questi ultimi disponibili solo al Centro Giappone Yoshin Ryu). Emanuele Oliva Orari: da martedì a venerdì 10-18; sabato e domenica 11-19  www.maotorino.it...

Continua

Conservare e divulgare le testimonianze dell’arte contemporanea: il caso della Galleria Martano al CCR di Venaria.

Pubblicato da alle 16:51 in .Arte, galleria home page, Mostre, Pagine svelate | 0 commenti

Conservare e divulgare le testimonianze dell’arte contemporanea: il caso della Galleria Martano al CCR di Venaria.

Carte in tavola. Per un archivio della Galleria Martano è il progetto espositivo, esito del prezioso lavoro di catalogazione e archiviazione condotto dal CCR – Centro Conservazione Restauro di Venaria, sui materiali d’archivio della Galleria Martano di Torino, visitabile presso il CCR stesso fino a fine dicembre 2017. Tale progettualità si colloca nell’ambito di TRACES. Il patrimonio documentale nell’arte contemporanea piemontese, iniziativa ideata e sostenuta dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo – Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Torino. Grazie a questa opportunità il Centro Conservazione Restauro ha contribuito alla ricerca ed all’approfondimento della documentazione dell’arte contemporanea, indispensabili strumenti a corredo delle attività laboratoriali di conservazione e restauro operate dal CCR per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio contemporaneo. Il titolo della mostra, a cura di Maria Teresa Roberto, prende spunto dal ciclo di incontri Cambiare le arti in tavola, organizzato dalla Galleria Martano fra il 1972 e il 1973 in collaborazione con critici, storici dell’arte, artisti e operatori del settore, evidenziando la vocazione di sperimentazione e di apertura ai nuovi linguaggi visivi ed espressivi che si stavano delineando in quegli anni nel contesto storico artistico internazionale. Il percorso espositivo propone una selezione di documenti, fotografie e pubblicazioni raccolti e conservati da Liliana Dematteis nell’archivio della galleria, fonte imprescindibile per comprenderne la progettualità d’assoluta avanguardia sul territorio torinese. Si tratta di un excursus che pone in evidenza i principali punti di interesse della galleria in sei sezioni principali spaziando dalle avanguardie storiche, con particolare attenzione al Futurismo e agli Astrattismi, agli sviluppi della Nuova Pittura e della Nuova Scultura, al Concettuale Italiano, alla fotografia e alle diverse declinazioni della dimensione performativa, sempre accompagnate dell’attività editoriale della Casa Editrice Martano.   La storia espositiva della Galleria Martano, fondata nel 1965 da Liliana Dematteis e Giuliano Martano, prende avvio nel 1967, in Via Cesare Battisti 3, con una mostra dedicata ad Enrico Prampolini, uno dei più noti rappresentanti del Futurismo, definendo così l’intento di rivalutazione delle avanguardie storiche nelle scelte della galleria. In occasione di questa esposizione esce il primo numero dei Documenti Martano, cataloghi di piccolo formato che corredavano ogni progetto espositivo, che insieme alla collana Nadar, nata nel 1970 in seguito ad un incontro con Man Ray, significano l’importanza della ricerca, della documentazione e dell’archivio nelle linee programmatiche d’intervento della galleria. Nel saggio di presentazione alla mostra Carte in tavola, la stessa Liliana Dematteis afferma: “Convinta da sempre che l’arte contemporanea si ponga in stretta relazione con la sua storia in una sorta di rivisitazione/ripensamento spesso inconscio, ho messo la parola archivio fra le mie predilette nel momento stesso in cui mi sono accostata all’arte in modo professionale e in particolare con la visita alla Biennale veneziana del 1966. Quell’anno fu allestita una memorabile mostra dedicata all’astrattismo italiano fra le due guerre di cui così poco si sapeva, e con quasi tutti i protagonisti ancora viventi: li conobbi personalmente, me ne innamorai e cominciai a studiare tutto su di loro e sulla loro storia raccogliendo ogni documento, catalogo, fotografia, informazione. Fu l’inizio del mio archivio, presto utilizzato per la stesura dei cataloghi delle mostre che avrei dedicato nel corso degli anni successivi a questi artisti”. Non bisogna dimenticare poi, che la galleria curò, tra le altre, la prima...

Continua

Piemontesi alla ribalta, molti i premiati a Cavalieri del Lavoro.

Pubblicato da alle 12:23 in Economia, Elezioni, Eventi, galleria home page | 0 commenti

Piemontesi alla ribalta, molti i premiati a Cavalieri del Lavoro.

Si devono al Piemonte due dei quattro Cavalieri del Lavoro donne, che, ieri, hanno ricevuto la prestigiosa onorificenza dal Presidente del Repubblica, Sergio Mattarella.   Ben nota è Licia Mattioli, torinesissima, anche se nata a Napoli, amministratore delegato dell’omonima impresa di gioielli, vice presidente di Confindustria, dopo essere stata al vertice dell’Unione Industriale di Torino. E’, fra l’altro, vice presidente della Compagnia di San Paolo e consigliere di amministrazione di alcune società, fra le quali le quotate Pininfarina e Sias (gruppo Gavio). Sposata, due figli, iscritta all’Ordine degli avvocati, numerosi premi e riconoscimenti, Licia Mattioli è definita la regina del gioiello italiano.   Catia Bastioli, novarese ad honorem, è l’amministratore delegato di Novamont, leader mondiale nello sviluppo e nella produzione di bioplastiche e biochemicals (600 dipendenti, fatturato annuo di 170 milioni, portafoglio di un migliaio di brevetti, alcuni stabilimenti in Italia e sedi anche in varie parti del mondo). Ma, dal 2014, è anche presidente di Terna, uno dei maggiori gestori europei di reti per la trasmissione dell’energia elettrica.  Primo inventore di circa 80 famiglie di brevetto nel settore dei biopolimeri e dei processi di trasformazione di materie prime rinnovabili, Bastioli può vantare anche premi quali l’European Inventor of the year 2007 ricevuto dall’European Patent Office (Epo), l’Eureka per l’innovazione tecnologica, il Premio Energia Sostenibile, il Giulio Natta per la chimica e persino il Panda d’Oro assegnatole dal Wwf nel 2016. Laureata in Chimica pura , ha poi frequentato la Scuola di business administration “Alti Potenziali Montedison” della Bocconi. Inseguito, l’Università di Genova le ha conferito la laurea honoris causa in chimica industriale e quella di Palermo in Ingegneria dei materiali. GLI ALTRI CAVALIERI DEL NORD OVEST A ricevere l’ambita croce di Cavaliere del Lavoro 2017 sono stati anche Urbano Cairo, Massimo Perotti e Giuseppe Recchi. Di Urbano Cairo, fra l’altro patron del Torino Calcio, si sa molto. E’ a capo di un gruppo che conta oltre 4.500 dipendenti e che comprende, oltre alla Cairo Comunication, la Rcs MediaGroup: società entrambe quotate a Piazza Affari, controllate, presiedute e guidate personalmente. Massimo Perotti, nato nel 1960 a Torino, dove si è laureato in Economia e commercio, è presidente e amministratore delegato, oltre che azionista di controllo, della Sanlorenzo, azienda leader, a livello internazionale, nella cantieristica da diporto. Ha cantieri ad Ameglia, Viareggio e La Spezia. Conta oltre 300 dipendenti diretti e più di mille indiretti. Nel 2016 ha fatturato 314 milioni di euro. Giuseppe Recchi, laurea in Ingegneria civile al Politecnico di Torino, ha iniziato la sua attività nell’impresa subalpina di famiglia, operante nel settore delle grandi opere edili. Dal settembre scorso è vice presidente operativo della Telecom Italia (66.000 dipendenti, fatturato di 19 miliardi di euro nel 2016) dopo esserne stato presidente dal 2014. Prima, dal 2011, è stato presidente dell’Eni. Al vertice del colosso petrolifero era giunto dalla General Electric, nel quale era entrato nel 1999.    A Giovanni Quaglia un doppio riconoscimento. Cavaliere di Gran Croce all’Ordine di San Gregorio Magno: ad assegnare questo titolo a Giovanni Quaglia è stato Papa Francesco, che ha poi delegato il cardinale emerito Severino Poletto alla consegna. L’onorificenza vaticana, massima per un laico, precede di poco quella di cittadino onorario del Comune di Cherasco, che gli riconosce la grande attenzione e il sostegno dedicati alla comunità locale. La nuova cittadinanza onoraria si aggiunge...

Continua

La migliore offerta per il MAU. Predisposta un’asta pubblica per sostenere il Museo d’Arte Urbana

Pubblicato da alle 13:23 in .Arte, Economia, Eventi, I nuovi Shop, Prima pagina | 0 commenti

La migliore offerta per il MAU. Predisposta un’asta pubblica per sostenere il Museo d’Arte Urbana

Maglietto pronto in mano al battitore per l’asta in programma sabato 2 dicembre dalle 18.30 alle 21.30 alla Galleria del MAU via Rocciamelone 7: “L’Arte per il Museo d’Arte Urbana” . Sono stati coinvolti molti artisti contemporanei di varie generazioni, i quali offriranno un’opera per un’asta, condotta da Edoardo Di Mauro e Domenico Graglia, con quotazioni contenute, di lavori medio-piccoli il cui ricavato, sotto forma di donazione liberale, sarà impiegato unicamente a sostegno del mantenimento della sede del MAU. Ingresso libero e rinfresco offerto ai presenti. Sarà possibile aderire anche acquistando, al costo di 20 euro, una OpenSourceCard del MAU, prodotta dal media partner Officine Brand, che da diritto a sconti presso istituzioni culturali, musei, negozi, ristoranti le opere in asta sono di Gec, Ernesto Jannini, Angelo Barile, Corn79, Spider, Roberta Fanti, Marco Abrate REBOR, 3Vetro, Santo Leonardo, Roberta Toscano, Daniele D’Antonio, Leonardo Santoli, Theo Gallino, Giuliana Milia, Mono Carrasco, Gabriele Bosco, Ugo Venturini, Nk, Viola Gesmundo, Ion Koman, Gianni Cella, Massimo Romani, Davide Ferro, Alberto Bongini. www.museoarteurbana.it   Nella stessa giornata sono previste altre iniziative: Alle ore 15.30 : partenza dal sagrato della Chiesa di San Alfonso, corso Tassoni ang. via Cibrario, visita guidata gratuita alle opere del Museo d’Arte Urbana ed al Borgo Campidoglio con il Direttore Artistico Edoardo Di Mauro, in collaborazione con Abbonamento Musei Torino Piemonte Ore 17.00 : discesa dalla torretta di Piazza Risorgimento lato via Rosta, visita con guida al Rifugio Antiaereo, in collaborazione con il Museo Diffuso della Resistenza. Ingresso euro 4,00. Prenotazioni Numero Verde 800 329...

Continua

L’odiosamata Torino rende omaggio al suo “Guido”. Il poeta Guido Ceronetti compie novant’anni.

Pubblicato da alle 12:54 in DOXA segnalazioni, Eventi, galleria home page, Pagine svelate | 0 commenti

L’odiosamata Torino rende omaggio al suo “Guido”. Il poeta Guido Ceronetti compie novant’anni.

Il 15 novembre, nel palazzo Dal Pozzo della Cisterna di Torino, ha avuto luogo il Convegno “Guido Ceronetti, torinese fuori ordinanza, poeta contro il conformismo e il consumismo”, col quale il Centro Pannunzio, con il patrocinio della Città metropolitana di Torino,  ha voluto rendere omaggio all’intellettuale torinese in occasione del recente compimento del novantesimo anno d’età, indagando i vari aspetti del suo genio poliedrico: la poesia, il giornalismo, le straordinarie traduzioni dei poeti latini- in particolare di Catullo-  le traduzioni dall’ebraico antico dei testi biblici, il Teatro dei Sensibili, nonchè la sua convinta scelta vegetariana, “un’incrinatura sensibile all’uniformità sociale”, dettata da un così alto rispetto per gli animali da potersi considerare essa stessa una nobile manifestazione di pensiero. I temi sono stati sviluppati da Valter Vecellio, vicecaporedattore di Rai 2 e direttore di Notizie Radicali, Sarah Kaminski, traduttrice e docente di ebraico all’Ateneo di Torino,  Carmen Nicchi Somaschi, Presidente dell’Associazione Vegetariana Italiana; Giovanni Ramella, critico letterario e indimenticato preside dello storico Liceo Classico D’Azeglio di Torino, e da Gilberto Giuseppe Biondi, docente di letteratura latina all’Università di Parma e direttore del Centro Studi Catulliani, che, commentando appassionatamente la sua preziosa edizione Millenni dell’Einaudi,  ha saputo coinvolgere il folto pubblico in tutto l’incanto e il tormento degli splendidi frammenti dedicati a Lesbia nella versione ceronettiana. Che Torino dedichi  un omaggio a Guido Ceronetti può apparire quasi paradossale, dati i sentimenti controversi che l’anomalo intellettuale nutre per la sua città, dalla quale si è allontanato nel 2009, preferendole il refugium di Cetona, borgo medievale fra le colline senesi, dove vive da moderno anacoreta, lontano dai siparietti chiassosi della mondanità e dei luoghi comuni. Cosi simile, in questo suo atteggiamento, a un altro grande torinese sui generis, il conoscitore di segreti Elémire Zolla, che detestava la sua città natale, e che proprio all’amico Ceronetti- come lui emarginato dall’intellighenzia allineata, e come lui ritiratosi in aristocratico esilio in Toscana- dedicò alcune pagine evocatrici della sua infanzia in una Torino oppressa dal grigiore post- industriale, dove il geniale bambino Zolla si aggirava smarrito, cercando invano, in qualche suo scorcio, un frammento di bellezza. Dalla fine degli anni Sessanta, quando lo stesso Zolla pubblicò sulla rivista Conoscenza religiosa un saggio ceronettiano in difesa della luna, nel quale l’autore esprimeva tutto il suo sdegno nei confronti dell’allunaggio, da lui considerato uno stupro e un’esplosione di stupidità umana (“Giù le mani dalla luna!” , gridava agli astronauti), il Filosofo Ignoto ha percorso il suo sentiero solitario di gnostico non irretito da facili ottimismi, di profeta di catastrofi e sventura, persuaso dell’inestirpabilità del male nel mondo e dell’esistenza di una pianificazione nella stupidità umana contemporanea. Bersagliato da polemiche, definito antimodernista a reazionario dalla cultura omologata per i suoi sfottò alla New Age, per le sue ferme prese di posizione contro i trapianti d’organo, contro lo strapotere dello Stato del Vaticano sull’Italia- da lui avvicinato a quello della Cina sul Tibet-, contro l’ ondata migratoria, a suo parere inevitabile premessa di guerre sociali e religiose, Ceronetti, come un chirurgo impietoso, cauterizza con la parola, affidando le sue opinioni scomode a una prosa ribollente di indignazione e folgorante nelle metafore, nella quale perfino i suoi più meticolosi detrattori sono costretti a riconoscere i toni di una remota verità. Quando Pier Franco Quaglieni, Direttore del Centro Pannunzio, consapevole della mia ammirazione ...

Continua

La Bellezza del Frammento. Bouke de Vries al Museo della Ceramica di Mondovì

Pubblicato da alle 10:50 in .Arte, Mostre, Prima pagina | 0 commenti

La Bellezza del Frammento. Bouke de Vries al Museo della Ceramica di Mondovì

Un oggetto rotto può essere altrettanto bello quanto un oggetto perfetto. È questo l’assunto da cui parte la ricerca dell’artista Bouke de Vries (Utrecht, 1960) le cui opere, molte note sul panorama internazionale, sono oggi esposte per la prima volta in museo italiano. Un-damaged. Memorie dal contemporaneo, un progetto a cura di Alessandro Turci con la direzione scientifica di Christiana Fissore, è al Museo della Ceramica di Mondovì sino al prossimo 7 gennaio. Sulle ragioni di tale collaborazione tra il Museo e l’artista anglo-olandese interviene la Direttrice del Museo, Christiana Fissore: “La poetica di Bouke de Vries ha incontrato felicemente la storia del Museo della Ceramica, nato per custodire e conservare la memoria di una tradizione plurisecolare legata alla ceramica, la cui produzione, qui a Mondovì, si è interrotta intorno agli anni ‘70 del ‘900. Come progetto site-specific per il nostro museo l’artista ha lavorato su frammenti originali di antica e preziosa fattura scartati e dimenticati, in parte messi a disposizione dal nostro territorio, che sono diventate ora nuove opere d’arte, ricomponendone frammenti e storie: una memoria che continua a rinnovarsi e generare nuova bellezza. Il curatore Alessandro Turci ricorda l’esperienza nella moda di De Vries, che emerge nel gusto squisito degli accostamenti, nella sapienza estetica delle sue composizioni, vere e proprie nature morte spesso realizzate con l’ausilio di fiori, animali impagliati, frutti in cera. A questa sua sensibilità ben si affianca la professione di restauratore di ceramiche antiche: “… L’artista ricompone ceramiche rotte, alcune di queste molto preziose, che hanno perso la loro dignità di oggetto. Per la nostra sensibilità occidentale una frattura danneggia gravemente, se non irrimediabilmente, il valore di un’opera, per cui si cerca, ove possibile, di nasconderla con un buon restauro, altrimenti ci si disfa dell’oggetto stesso; in Oriente, al contrario, la rottura viene celebrata come parte della storia dell’opera, persino evidenziata, donando nuova armonia”…” Gli opposti (damaged-undamaged) si incontrano in un comune senso ritrovato che genera bellezza per ricomporre, recuperare, capire il giusto valore delle cose, del tempo, della memoria”. In mostra sette opere: la giara a bozzolo è riparata con la tecnica Kintsugi, una lacca d’oro che esalta il danno dell’oggetto diventando parte della sua nuova identità; l’artista ne ha fotografato anche ogni frammento per mostrare la bellezza e la struttura del singolo elemento, che va a ricomporre armonicamente il tutto. Un altro vaso, Resurrection Jar, è come cristallizzato nel momento dell’esplosione o, viceversa, della sua ricomposizione: intorno ad esse si librano farfalle, che nell’iconografia nordica simboleggiano la resurrezione di Cristo, proprio come il vaso che risorge a nuova forma. Indubbio qui, come nel vaso con frutti e il martin pescatore, il riferimento alle nature morte, proprie della cultura nordica e in special modo olandese, a cui afferisce de Vries. Al centro della sala l’Imperatrice Cyber, una delicata bambola / statua in cui sono presenti, rivisitati, elementi tradizionali della cultura Cinese quali l’abito e i ricami, riferibili alla cerimonia funebre della dinastia Han; l’artista crea un collegamento con la Cina contemporanea attraverso l’uso di micro chip, verdi come la giada che anticamente si applicava.   Sulle pareti, in muto dialogo, si contrappongono le mappe della Cina e dell’Italia: come ricorda l’artista, la prima mappa composta con frammenti di ceramica fu quella del suo paese di origine, l’Olanda, ottenuta combinando frammenti archeologici della Ceramica di...

Continua

Le Sabbie Bianche di Geoff Dyer arrivano a Torino. Conversatore sottile e sciccoso, perfetto per un’intervista.

Pubblicato da alle 10:21 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Pagine svelate, Spettacoli | 0 commenti

Le Sabbie Bianche di Geoff Dyer arrivano a Torino. Conversatore sottile e sciccoso, perfetto per un’intervista.

Dopo aver fatto tappa a Cuneo per Scrittori in Città, il noto scrittore britannico Geoff Dyer, si concede una serata torinese al Circolo dei Lettori per la rassegna ideata dal Salone del Libro Giorni Selvaggi. L’occasione è legata alla presentazione del libro Sabbie bianche, uscito per i tipi del Saggiatore. Se c’è qualcuno che sa essere curioso, entusiasta e folle quanto basta per far delle proprie curiosità un mestiere sicuramente quello è Geoff Dyer. Non solo si è conquistato la devozione dei lettori, è riuscito a passare con la stessa lingua elegante e colta attraverso fotografia, scultura, cinema, letteratura, e scritti di natura vagamente autobiografica. Come questo Sabbie Bianche, resoconto di un tour nei luoghi che letture e letteratura hanno spinto Dyer ad andare a vedere di persona e, a restituircene un resoconto mai scontato. Bisogna dirlo. Il libro è lontanissimo da qualsivoglia letteratura di viaggi o reportage. E’ tutt’altro. Meritava andare a scambiarci qualche parola. Scriveva Baudrillard: “Uno dei piaceri del viaggio è immergersi dove gli altri sono destinati a risiedere e uscire intatti.” Ritiene di assecondare questa sensazione quando racconta dei posti che visita e di cui racconta? Beh, dipende. Certo, può capitare che si riparta da alcuni luoghi che abbiamo visitato con un senso di sollievo, ma per rispondere alla domanda preferisco pensare a un’altra citazione, questa volta di Roland Barthes. Guardando la fotografia di una casa in Alhambra [di Charles Clifford, N.d.T.] esclama: “Vorrei vivere lì”. Spesso, quindi, si lascia alle spalle un posto senza quella malvagia soddisfazione che non tu, bensì altre persone sono condannate a viverci. Si tratta di un sentimento che si potrebbe definire “elegiaco” proprio perché non ti è dato di vivere in quel luogo – e non intendo per il resto dei tuoi giorni, ma talvolta neppure per un breve lasso di tempo. Questo per dire che la risposta alla sua domanda non può che essere, purtroppo, la risposta più noiosa al mondo: dipende. Ritiene che la letteratura, tanto quanto la fotografia, sia in grado di mostrarci luoghi e paesaggi diversi? Possiamo considerare Sabbie bianche una sorta di fotografia letteraria del paesaggio odierno? Indubbiamente, sebbene letteratura e fotografia abbiano per così dire due “poteri” diversi. La fotografia ha una forza documentaristica, è una citazione del luogo, mentre ciò che mi interessa della letteratura – e con questo non intendo la letteratura di viaggio, le guide – è il suo enorme potenziale di sollecitare una risposta soggettiva e non solo un’interpretazione della geografia. Mi pare, cioè, che quel luogo lo si possa persino trasformare mentre lo si descrive. Un esempio che mi viene in mente è dato da uno scrittore che ammiro molto, D.H. Lawrence: quando si reca in un posto, spinto talvolta da una grande sensibilità, ti permette di provare una sorta di vibrazione. Pensiamo, per esempio, a “Lettera dalla Germania” che ha scritto nel 1924 – e, ripeto, nel 1924 e non nel 1934! – in cui evoca la ferocia che si sprigiona dagli alberi e si diffonde con il vento. Altre volte ci descrive luoghi che definisce “orribili” e “disgustosi”, ma noi sappiamo che si tratta solo della proiezione dei suoi sentimenti più intimi. Possiamo dire, allora, che la fotografia tende a essere più una finestra, mentre la letteratura funge da specchio. Eppure, se c’è qualcosa di davvero interessante, è osservare le...

Continua

La melodia della memoria di Clémence de La Tour du Pin nelle gallerie del PASTISS

Pubblicato da alle 09:43 in .Arte, galleria home page, Mostre | 0 commenti

La melodia della memoria di Clémence de La Tour du Pin nelle gallerie del PASTISS

La nuova “esperienza espositiva” a cura di Treti Galaxie. “Esiste una consacrazione temporanea per le giovani donne o ragazze che soffrono dell’attacco di vapori isterici (…). Si crede che queste ragazze siano state toccate da un serpente che, avendo concepito una propensione per loro, ha ispirato questa sorta di furore” (Charles de Brosses, “On the Worship of Fetish Gods”, da “The Returns of Fetichism: Charles de Brosses and the Afterlives of an Idea”, University of Chicago, 2017).       Questa citazione di Charles de Brosses (Digione, 1709 – Parigi, 1777) filosofo, politico e linguista francese, che coniò il termine “feticismo” accoglie il lettore nell’atmosfera trasognata del progetto espositivo sept préludes di Clémence de la Tour du Pin. Si tratta di un viaggio onirico e immaginifico, quello che l’artista francese Clémence de La Tour du Pin (Roanne, 1986), per la prima volta in Italia, e Treti Galaxie – in collaborazione con il Museo Pietro Micca e l’Associazione Amici del Museo Pietro Micca – invitano a compiere, a 13 metri di profondità, all’interno dei suggestivi cunicoli del PASTISS torinese, fortezza sotterranea, costruita nel XVI Secolo per volontà del Duca Emanuele Filiberto di Savoia e da allora mai più concessa al pubblico.   Utilizzato nel secondo dopo guerra come rifugio antiaereo, il luogo racchiude segreti e stratificazioni di storie e memorie che sembrano materializzarsi nella mente del fruitore, rievocate dalla voce del curatore Matteo Mottin, instancabile guida della spedizione sotterranea. L’artista, da sempre affascinata dall’idea e dal significato di labirinto come luogo caratterizzato da un involuto percorso senza via d’uscita, facilmente assimilabile ai dedali cerebrali o alle architetture intrauterine, propone qui un iter sinestetico d’eccezionale seduzione. La prima delle due installazioni di Clémence è collocata in un’ansa del muro e rappresenta un castello stilizzato, sospeso come le stalattiti che sporgono dal soffitto ribassato del passaggio sotterraneo, buio e soggetto a ignote presenze notturne. Si tratta della metafora della mente dell’artista: un mix di immaginazione e ricordi di bambina vengono presentati ai visitatori in un gioco di sorpresa e immedesimazione. Ed è proprio con l’intento di ripercorrere gli ambienti e le gallerie già esplorate nel 1740 dal prozio Charles de Brosses, Clémence installa, negli spazi più profondi della fortezza, la seconda opera, composta da alambicchi e sistemi filtranti per catturare campioni di ombre, impurità, odori conservati nell’atmosfera del luogo: un’avventura mnestica, evocata da una struttura metallica con sette ampolle, come note su un pentagramma (sept préludes) che alludono alla melodia della memoria. Sept préludes è il nuovo evento espositivo ad opera di Treti Galaxie, il progetto artistico e curatoriale fondato a Torino nel 2016 da Matteo Mottin, Ramona Ponzini e Sandro Mori. Si tratta di un trio composto da figure molto diverse tra loro – Ramona è esperta di giapponese e musica noise, Matteo è specializzato in ingegneria meccanica, Sandro è responsabile dell’aspetto finanziario ed economico della società – accomunate, però, dalla passione per l’arte, che – come affermano – “ha il potere di migliorare la vita di chi ne fa esperienza”. Treti Galaxie, attraverso un sapiente lavoro di ricerca e di dialogo con gli artisti e nell’intento di scoprire luoghi inaccessibili e darne nuova visibilità, sorprende lo spettatore e lo invita ad esplorare la “terza galassia” dell’arte contemporanea. La mostra sarà visitabile, su appuntamento, fino a mercoledì 29 novembre!...

Continua

Il Re bianco e la Regina nera si incontravano di sera fuori dalla scacchiera. Paolo Fresu pittore.

Pubblicato da alle 10:27 in .Arte, galleria home page, Mostre | 0 commenti

Il Re bianco e la Regina nera si incontravano di sera fuori dalla scacchiera. Paolo Fresu pittore.

Torna dopo quasi dieci anni a teatralizzare le pareti della Galleria Grafica Manzoni l’artista Paolo Fresu. E per non suscitare confusioni o scambi di persona occorre avvisare subito che non è il noto e bravissimo trombettista e filicornista  omonimo.  I “nostro”  Fresu è amante della musica ma il legame che lo caratterizza è il vincolo quasi ossessivo ed ad un tempo, immaginario e antistorico, intriso di figure simboliche e fiabesche, che espone negli ultimi lavori inediti in questa mostra personale dal titolo Non c’era una volta.   Classe 1950, Fresu, astigiano d’origine è stato studente dell’Accademia Albertina di Torino. Dedito inizialmente alla scenografia teatrale, cinematografica e televisiva, ritrova il gusto del cavalletto e della pittura utilizzando chine e pastelli, fino a giungere ad un lavoro di raffinato collages dove assembla elementi polimaterici ottenendo effetti di complessa giocosità.   Le opere in mostra propongono uno strano ”reame” fatto di figure simboliche, derivate dalla tradizione medievale a stretto contatto con la storia della commedia dell’arte.    Torino è omaggiata con un ironico Conte Verde che nelle mani regge lo scudo Sabaudo, un Castello, una spada mentre ai suoi piedi fa capolino un cavallino a dondolo, ricordo d’infanzia ma anche delle debolezze reali del Conte divenuto noto per il vestirsi di verde e soprattutto per la fama di dongiovanni.   Il folto nucleo di opere, circa 50, pur diverse tra loro sono accomunate da una presenza dominante. Infatti, a dominare è soprattutto il gusto per il teatro. Tutto nelle sue opere profuma di teatro, di palcoscenico, di quinte oscure da cui Fresu estrae, come possedesse un cilindro magico i suoi coloratissimi personaggi. Inconfondibili e caricaturali, i soggetti esposti si appropiano di una vita surreale e ludica in grado di sgranare un orizzonte improbabile e rarefattto lontano da ogni convenzione.   Papi, re e regine, poi generali e mercanti d’arte, il Conte Rosso  e la domatrice dei cavalli a dondolo, smascherate maschere dietro a cui si cela un mondo fatto di apparenze, scenari inscritti tra il fiabesco e il tragico nascondimento delle personalità.  Su tutto il lavoro di Fresu incombe una nuvola di ironia infantile, il dono di vedere nudi i re e di riproporli vestiti per il teatro della vita; ammantati dal proprio ruolo, lieti e dimentichi di se, paghi della propria inconsistente aura...

Continua