Torino per il turista

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Torino e i suoi musei

Percorsi d’arte e di cultura – Oggi a Torino e nei suoi dintorni sono aperti al pubblico oltre cinquanta tra musei, beni culturali, castelli, residenze e spazi espositivi che, nel loro insieme, costituiscono un’offerta culturale di livello internazionale.

“Torino e i suoi musei” propone sette itinerari (arancione, rosso, lilla, blu, azzurro, verde e grigio). Parte di essi si sviluppano nel centro cittadino ed è possibile percorrerli a piedi. Le residenze reali, situate intorno alla città, e alcuni musei di recente apertura sono comunque raggiungibili con mezzi pubblici.

Informazioni turistiche
Le informazioni di interesse per i turisti che vogliono visitare la città: come arrivare, dove alloggiare, cosa vedere e altri utili suggerimenti. Il sito è consultabile in otto lingue

In Piemonte, In Torino

Il portale degli eventi culturali in Piemonte e a Torino: mostre, musica, cinema, teatro, danza, eventi speciali: tutti gli appuntamenti del territorio in cinque lingue per programmare la vostra visita.

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Una mostra della Fondazione Veronesi dedicata alla sensibilizzazione sui vaccini.

Pubblicato da alle 13:17 in galleria home page, Medicina, Mostre | 0 commenti

Una mostra della Fondazione Veronesi dedicata alla sensibilizzazione sui vaccini.

“Sui vaccini si è parlato molto, ma non sempre in maniera efficace e autorevole al fine di una corretta divulgazione scientifica. Fondazione ritiene sia importante ricostruire un dialogo sereno, che non punti a giudicare ma a fare chiarezza, e che includa una parte importante della nostra società che forse non viene coinvolta abbastanza su questo tema: gli studenti” – afferma Agnese Collino, Supervisore Scientifico di Fondazione Umberto Veronesi. Questo uno dei motivi per cui da lunedì 25 marzo a venerdì 5 aprile 2019, Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione CRT, con la collaborazione del Comune di Torino, porteranno la mostra ideata per le scuole “Io Vivo Sano – prevenzione e vaccini” presso il Museo Diocesano (piazza San Giovanni,4). La mostra sarà visitata da circa 1.400 studenti e docenti delle scuole primarie e secondarie di I grado. “Il progetto Diderot della Fondazione CRT ‘accompagna’ le scuole piemontesi e valdostane, offrendo un programma collaterale rispetto al percorso tradizionale didattico – afferma il Presidente della Fondazione CRT Giovanni Quaglia –. Grazie alla sinergia con le scuole e con partner consolidati, la Fondazione mette a disposizione degli studenti ulteriori e nuove opportunità di apprendimento, formazione e crescita, non solo individuale ma collettiva, su tematiche particolarmente attuali e innovative”. “Io Vivo Sano – prevenzione e vaccini” è un progetto ideato da Fondazione Umberto Veronesi e da Fondazione CRT nell’ambito del Progetto Diderot per fornire corrette informazioni scientifiche in tema di prevenzione e vaccini. I divulgatori scientifici che condurranno l’attività spiegheranno agli studenti cosa succede nell’organismo durante l’attacco di un virus o di un batterio, come si attiva il sistema immunitario e il principio di azione dei vaccini. Si approfondirà la storia delle vaccinazioni, con alcuni esempi di eradicazione di malattie infettive grazie alla vaccinazione su larga scala, dal primo esempio del vaiolo a livello mondiale, ai più recenti come la scomparsa dei ceppi oncogeni circolanti di HPV in Australia. Si analizzerà, inoltre, il concetto di immunità di gruppo e di soglia di sicurezza di popolazione vaccinata per contenere lo scoppio di epidemie infettive e tutelare i soggetti vulnerabili, che non possono vaccinarsi per seri motivi di salute. È inoltre previsto un incontro di approfondimento per i docenti, le famiglie e la società civile, che si terrà martedì 26 marzo dalle 18.00 alle 19.30 presso il Museo Diocesano di Torino. Alessandro Vitale – Supervisore Scientifico di Fondazione Umberto Veronesi e Donatella Barus – Direttore Magazine fondazioneveronesi.it, affronteranno l’argomento della prevenzione e vaccini alla luce di quanto condiviso oggi dalla comunità scientifica internazionale. L’incontro è gratuito e aperto a tutti previa registrazione su https://ivsvaccininovara.eventbrite.it Dopo Torino, la mostra sarà ospitata all’Uni-Astiss Polo Universitario Asti Studi Superiori “Rita Levi Montalcini” dall’8 al 12 aprile, per un coinvolgimento totale dei tre appuntamenti piemontesi (Novara, Torino ed Asti) di circa 3.000 studenti. Si consolida e rafforza la collaborazione tra Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione CRT, con l’obiettivo di educare le nuove generazioni all’importanza del progresso scientifico nel campo della salute e della prevenzione, ponendo al centro del processo di apprendimento un approccio interattivo. Il Progetto Diderot della Fondazione CRT ha coinvolto finora 880.000 studenti tra i 6 e i 20 anni, oltre 43.000 classi e più di 58.000 insegnanti, per un impegno complessivo di oltre 19 milioni di euro della Fondazione. Il Diderot offre gratuitamente una duplice opportunità a bambini...

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L’avventurosa storia del Forte di Bard fatta di roccia, architettura, rigore, natura e adesso immagini.

Pubblicato da alle 19:44 in .Arte, Mostre, Prima pagina | 0 commenti

L’avventurosa storia del Forte di Bard fatta di roccia, architettura, rigore, natura e adesso immagini.

Che avesse tutte le caratteristiche di una grande avventura lo si poteva immaginare, dare per scontato, anche solo per il fatto che si muoveva in un ambito titanico. Il tempo per i lavori. Vent’anni. La struttura interessata. Una fortezza. Un forte del primo ottocento arrampicato sul dorso scosceso di una montagna  alle cui pendici scivola via freddissima e veloce la Dora Baltea.  Il forte ri-nacque sulle macerie di una Rocca che si rese memorabile per la resistenza opposta dall’esercito di Vittorio Amedeo II di Savoia alle truppe francesi nel 1704, nel corso della guerra di successione spagnola e in seguito all’Armée de réserve di Napoleone che nel 1800 l’assediarono. La rabbia di Napoleone per il forte lo indusse a distruggerlo. Fu Carlo Felice, timoroso di una nuova aggressione francese, a promuovere il rifacimento del Forte nel 1827, affidando il progetto all’ingegnere militare Francesco Antonio Olivero, ufficiale del Corpo Reale del Genio. I lavori si protrassero dal 1830 al ’38. Oggi una mostra fotografica celebra i vent’anni dell’avvio del recupero del Forte di Bard. Attraverso una selezione di oltre sessanta immagini del fotografo torinese Gianfranco Roselli.  Con il titolo Storia di un’avventura – Forte di Bard 1999-2019, il percorso fotografico documenta il lungo e complesso restauro architettonico che ha riconsegnato alla collettività la fortezza, facendone un importante polo culturale e turistico. Scrive, Gianfranco Roselli, con particolare sagacia e coinvolgimento descrivendo il significato e la suggestioni del proprio lavoro. “Durante l’intera fase di ristrutturazione del Forte di Bard, alla principale attività di documentazione fotografica canalizzata a monitorare puntualmente gli aspetti tecnici e costruttivi del cantiere, ho a ancorato una mia personale visione dello stesso luogo attraverso un percorso parallelo. Questo lavoro ha preso forma con il progetto editoriale “Storia di un’avventura”.  Ho avuto il privilegio di essere testimone di una fase in cui il Forte riprendeva vita, come un organismo in movimento che respira e si trasforma. L’idea di posare il mio sguardo su quei luoghi, attraverso il gesto fotografico, si tramutava in una forma di conoscenza, un approccio alla realtà più meditativo, un’osservazione più riflessiva sul mondo.  Allo stesso tempo l’osservazione insistente e il continuo ritorno negli stessi ambienti ha generato un rapporto di confidenza e di affetto verso le stanze, gli spazi, le pietre, le scale, i corridoi, le rocce…  Ero attratto da un doppia forza, quella dell’ambiente montano, della materia nella sua forma libera, e quella dell’uomo, dell’artificio e della costruzione del suo universo; affascinato dai due rapporti di scala con la possibilità molte volte di invertire i due poli. Un processo di ibridazione tra natura e ordine, rigore del disegno architettonico, che rende possibile pensare a un luogo unico, intrecciato, con la capacità di dialogo.  A volte mi chiedevo se stavo facendo delle foto di architettura o dei ritratti, in cui facevo parlare le pietre, i mattoni, i muri, gli spazi luminosi o bui, e questa seconda ipotesi mi convinceva di più, anche perché dietro quei manufatti ci vedevo sempre la dignità dell’uomo stesso e del suo lavoro.  Le mie immagini – come il mio sguardo – cercano di essere sempre interrogative, mai affermative, volutamente semplici, facili, e preferibilmente gradevoli dal punto di vista estetico. Le inquadrature sul vetro smerigliato erano un continuo andare e venire tra gli spazi, i luoghi vuoti, metafisici, geometrici e il paesaggio circostante. Tra...

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Il sound elegante e sottile degli Ylamar viene a incantare la città.

Pubblicato da alle 12:37 in galleria home page, Musica, Spettacoli, talenTO | 0 commenti

Il sound elegante e sottile degli Ylamar viene a incantare la città.

Astonished. Stupito.  E’ il genere di risposta, che risale dal grumo di sensi che si aprono a concessione, per ascoltare un brano musicale. E si finisce astonished, quando ci si trova avvolti dalla voce e dal sound di una esile, solo nel numero, band in arrivo con un concerto live in città. Il fondo tre è il numero perfetto. Gli Ylamar sono un trio nato nella provincia di Cuneo, in quel di Savigliano nel febbraio del 2013. Da 6 anni propongono un loro repertorio musicale con chitarra, due voci, tastiere e il beatbox. Sarà il Centro Cultura Contemporanea di Torino, ex Birrificio Metzger ad ospitare il progetto Songwriters Palco d’Autore, il luogo dove suoneranno gli Ylamar, trio composto da Ilaria Lorefice, vocals and acoustic guitar, Marco Forgione vocalist and beatboxer e Fabio Donatelli keyboarder. A introdurre il concerto ci penserà la chitarra e la voce del giovane e capace cantautore torinese Pietro Giay. Ondate di suono, tenerezze incredibili, armonie sostenute tra eleganza e una gioia sottile, quasi sommessa, un gusto finissimo senza romanticismo fatto di colori bruni e lunghi respiri d’oltremanica sono la cifra stilistica con cui si sono fatti apprezzare in Italia e all’estero questo singolare gruppo .  Danzano fra fraseggi leggeri le composizioni che si appoggiano come arcate alle sponde della lingua inglese e italiana. Quando gli si chiede come nascano i loro brani rispondono che gestiscono la loro fase creativa soprattutto in sala prove, vista la particolarità della nostra formazione. “È sicuramente un processo che richiede tempo e maturazione. Partiamo quasi sempre da un’idea del brano che è già stata concepita chitarra-voce da Ilaria e poi iniziamo a improvvisare sia su aspetti ritmici che armonico-sonori. Teniamo bene a mente il “limite” della strumentazione che abbiamo a disposizione e lo utilizziamo come opportunità per costruire un nuovo tipo di arrangiamento: lavorare con il beatbox non è da interpretare come sostituto del batterista. Le percussioni fatte con la voce creano nuovi percorsi percussivi su cui appoggiarsi, e noi ci sperimentiamo sopra, a volte anche avvalendoci della tecnologia (come la possibilità di looppare le voci e il beatbox di modo che Marco possa anche cantare parti solista). Ci lasciamo trasportare dal flusso creativo e arriviamo a definire le soluzioni che ci hanno convinto di più. Il live è il momento in cui capiamo se il pezzo ci convince fino fondo, proprio perchè fino ad oggi abbiamo fatto scelte di arrangiamento che fossero interamente performabili dal vivo, senza l’aggiunta di drum machine o basi, salvo l’inserimento della loop-station appunto, in cui campioniamo però dal vivo le eventuali parti di beatbox/voce. In questi anni la performance live è stato il modo per sperimentare il nostro sound e conoscerlo al meglio”. Il 17 settembre 2018 è stato pubblicato il loro nuovo album dal titolo “Signs”. Contiene gran parte del repertorio suonato nei concerti durante questi anni d’attività, tra cui molti brani inediti che trovano una versione ricercata e definitiva. Il concerto sarà l’occasione per sentire dal vivo i nuovi pezzi e capire perché Red Ronnie li sostiene così apertamente. Pier...

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Ci sono notizie che in Italia non arrivano. Per esempio su Trump e i gay.

Pubblicato da alle 18:07 in Economia, Eventi, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Ci sono notizie che in Italia non arrivano. Per esempio su Trump e i gay.

Trump paladino dei gay — Ci sono notizie americane—anche di peso—che non possono essere riprese in Italia. In parte, può essere che i corrispondenti dagli Usa non abbiano voglia di scriverle. Ma anche quando giungono in redazione, se non rientrano nella “narrativa” precostituita è difficile trattarle. Richiedono tempo e spazi extra che forse non ci sono per spiegarle correttamente ai lettori. Altrimenti potrebbero farsene un’idea sbagliata… Il 19 febbraio, quando l’amministrazione Trump ha annunciato un’iniziativa globale per sconfiggere—sì—la criminalizzazione dell’omosessualità, i giornali italiani hanno ritenuto di non riferire della novità. Erano appena stati arrestati i genitori di Renzi e il Movimento 5 Stelle era sembrato spaccarsi per risparmiare un processo a Salvini. Poteva anche bastare così. Il giorno dopo poi, beh, era già una notizia “vecchia”. Del resto, anche la copertura Usa è stata scarsa, forse per la sorpresa. La NBC News—uno dei principali TG serali—ha titolato: “Amministrazione Trump lancia iniziativa globale per fermare la criminalizzazione dell’omosessualità” e il Washington Post ha offerto a denti stretti: “L’amministrazione Trump vuole aiutare la popolazione LGBTQ all’estero”, impiegando una sigla che cresce di una lettera ogni volta che si aggiunge una variante sessuale. Per ora sono: “Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender e Queer”. L’iniziativa sarà guidata da un diplomatico, l’Ambasciatore americano in Germania, Richard Grenell, un omosessuale conservatore in auge nell’amministrazione. Ha subito convocato a Berlino attivisti gay—et al.—da tutta l’Europa per “strategizzare” insieme. Nell’annunciare l’incontro, Grenell ha citato l’impiccagione a gennaio nell’Iran di un uomo accusato di avere violato le leggi del Paese che vietano la sodomia. “Esecuzioni pubbliche barbare sono fin troppo comuni nel Paese, dove i rapporti omosessuali consensuali sono criminalizzati e punibili con la fustigazione e la morte”, ha detto Grenell, aggiungendo che, “i politici, l’ONU, i governi democratici, la diplomazia e la brava gente ovunque dovrebbero farsi sentire, e a voce alta”. La strategia per promuovere la depenalizzazione è ancora incerta, ma si fa sapere che, oltre all’Onu, coinvolgerebbe i paesi membri dell’Ocse in Europa, come anche altri stati che hanno già concesso i diritti ai gay—diritti ancora negati in 72 paesi attorno al globo. Citando l’Iran, Grenell ha dato una mano alla stampa liberale americana, fornendo una potenziale motivazione negativa per la mossa. Per la NBC, “è possibile che l’amministrazione possa vedere l’enfasi sul trattamento degli omosessuali come una leva per persuadere l’Europa ad appoggiare lo sforzo per il contenimento dell’Iran”, una motivazione che la stessa testata concede: “metterebbe però sotto stress i rapporti con gli alleati arabi che Trump vorrebbe invece con se”. Trump è uno svitato, ma quando si tratta di togliere l’erba da sotto i piedi dell’opposizione si rivela un genio. Gli oppositori stanno ancora annaspando, ridotti a sbraitare, come si legge in un titolo della rivista gay Out, che: “Il piano di Trump per legalizzare l’omosessualità è un vecchio trucco razzista”. Secondo la rivista, “l’atteggiamento iraniano contro i gay si è comunque ammorbidito negli ultimi tempi”. Non citano la recente impiccagione. Courtesy James...

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Le foto della Robert Mapplethorpe Foundation per impersonare un senso estremo di libertà

Pubblicato da alle 13:24 in .Arte, Fashion, Mostre, Prima pagina | 0 commenti

Le foto della Robert Mapplethorpe Foundation per impersonare un senso estremo di libertà

Solo due. Quindi inusuali, quanto rare fotografie a colori, sono presenti ed esposte alla terza mostra, una personale, allestita in questi giorni presso la Galleria Franco Noero di Via Mottalciata /b a Torino, per celebrare il trentennale della sua prematura dipartita; a conferma che l’utilizzo esclusivo del “bianco e nero”, per Robert Mapplethorpe, eccentrico fotografo statunitense, (New York, 4 novembre 1946 – Boston, 9 marzo 1989) non è mai stato frutto di un equivoco, ma di una scelta ben precisa. Dal 26 febbraio al 20 aprile 2019,  una settantina di foto scattate nell’intervallo tra gli anni settanta e novanta, ci trasporteranno nel suo universo immaginifico e fatto d’immagini, viventi, quello in cui l’assenza di colore non riduce, bensì ne amplifica l’interpretazione evocativa, l’intenzione e l’anima. Il contrasto caravaggesco, tra luce-ombra, rivela tutta la sua antitetica potenza, nella ricerca tracciabile di una precisa definizione linea dei soggetti fotografati, eguagliabile solo alla ricerca ossessiva della bellezza riposta nei corpi nudi e scultorei, quelli che nulla hanno da invidiare, rimandando alla plasticità ispiratrice delle statue greche, così all’espressività’ riposta nei volti e nei gesti di quegli uomini, nudi, che rappresentano da sempre soggetto e tema omoerotico prediletto dall’artista, dichiaratamente omosessuale o pansessuale, che se ne dica. Nota la sua relazione con la cantante Patty Smith, sua unica amante ed eterna amica. Bisognerà, in ogni caso, allontanarsi da una curiosa e certa qual “pruderie”, nell’accostarsi e nello scrutare le sue foto, da vicino, senza limitarsi a indagare visibilmente la dimensione dei sessi esplicitamente esposti, tracciando uno o il confine della legittimità, nell’attribuzione di significato, di senso estetico: pornografia o erotismo? A fugare ogni dubbio artistico, la medesima, il modo con cui Mapplethorpe riesce a fotografare i fiori, i petali sottili, la verginità delle calle bianche, simbolismo evocativo di un erotismo delicato, tra i pistilli e nelle cavità senza fondo, per poi giungere alla rappresentazione fotografica, quasi teatrale, delle scene più esplicite, per taluni, ipoteticamente, le più abominevoli: dalle pratiche di feticismo e di bondage, alle scene sado-maso. Una raffinatezza unica, e mai volgare, lo contraddistingue e lo eleva, nel vasto panorama fotografico della sua epoca, ma non solo, pressoché o sempre identico. Spesso definito come il fotografo della contro-cultura, inseguendo la sua finalità: l’esser dentro e far parte, vivere intensamente la fotografia come protagonista, sentirla “ a pelle” e non come distante, asettico e inemozionale osservatore, Mapplethorpe trasporrà sempre, esperienzialmente, sino a far coincidere un autentico e turbolento vissuto personale con la sua arte. L’opera di questo grande artista, in cui la trasgressione si trasforma e finisce per  coincidere  con una raffinatezza del gusto, ha travalicato e modernizzato l’estetica del suo tempo fino a combaciare con il nostro. Eva Gili...

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Dall’emergenza allo scopo. Il Comitato Emergenza Cultura diventa soggetto giuridico.

Pubblicato da alle 18:20 in galleria home page, Innovazione, Spettacoli | 0 commenti

Dall’emergenza allo scopo. Il Comitato Emergenza Cultura diventa soggetto giuridico.

Dopo nove anni di attività, venerdì 8 marzo 2019 il Comitato Emergenza Cultura Piemonte, movimento spontaneo di operatori dei diversi settori del comparto culturale piemontese, si è dato una nuova forma giuridica costituendosi in Comitato di scopo. L’obiettivo del Comitato Emergenza Cultura Piemonte è quello di favorire la cooperazione fra gli operatori culturali piemontesi e di garantire che le istanze espresse dalle componenti del settore – istituti, associazioni, musei, archivi e biblioteche, organizzazioni che operano nello spettacolo dal vivo, nel cinema e nelle arti visive – possano essere discusse ai tavoli di progettazione delle pubbliche amministrazioni e delle fondazioni bancarie, per contribuire alla definizione dei programmi d’intervento regionali e al dibattito sulla destinazione delle risorse in ambito socio-culturale. Fra le molte iniziative promosse dal Comitato si annovera la richiesta di convocazione, da parte della Regione Piemonte, degli Stati Generali della Cultura nel 2016, cui ha fatto seguito l’approvazione della Legge regionale n.11 del 01.08.2018, “Disposizioni coordinate in materia di cultura”. Il Comitato ha inoltre ottenuto che nella suddetta legge fossero previsti i Tavoli della Cultura, occasione di consultazione e confronto fra la Regione Piemonte e le rappresentanze dei soggetti riconosciuti che operano nel comparto culturale regionale, per impostare le linee di indirizzo e i criteri per la redazione del programma triennale della cultura. Il Comitato Emergenza Cultura Piemonte si fa promotore di un appello in materia di impiego delle risorse regionali piemontesi. Fino al 2010 la Regione Piemonte ha investito circa lo 0,9% del suo bilancio in attività culturali, poi ridotto di due terzi. Il Comitato chiede che la Regione Piemonte si impegni a investire in cultura l’1% del proprio bilancio come in media accade negli altri Paesi europei. In attesa delle prossime elezioni regionali, il Comitato si propone di organizzare un’occasione pubblica di confronto con i diversi candidati alla Presidenza della Giunta regionale al fine di discutere delle politiche culturali che intendono mettere in atto, sulla base di quesiti formulati dai soci del Comitato e dai cittadini interessati. Gli operatori culturali e i cittadini che intendano contribuire alle attività del Comitato e a formulare le domande da porre ai candidati sono invitati alle riunioni aperte del Direttivo, che si riunisce, abitualmente, ogni settimana all’Istituto Salvemini di via del Carmine 14 a Torino. Irene Pittatore per Comitato Emergenza Cultura Per informazioni e partecipare...

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I Gypsy Musical Academy in finale a Italia’s Got Talent.

Pubblicato da alle 17:34 in Fashion, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

I Gypsy Musical Academy in finale a Italia’s Got Talent.

I ragazzi della Gypsy Musical Academy di Torino in finale con il golden buzzer di Claudio Bisio a Italia’s Got Talent. Ilaria e Arianna e gli altri 60 allievi che uno dopo l’altro hanno invaso il palco di “Italia’s Got Talent”, sulle note del brano “This is me” del musical “The Greatest Showman”, hanno conquistato la giuria del talent e soprattutto Claudio Bisio il quale ha fatto volare i ragazzi della Gypsy Musical Academy di Torino direttamente in finale con il golden buzzer. Il pezzo che ha commosso pubblico e giuria parla dell’essere se stessi, autentici e fieri delle proprie diversità. Una tematica molto sentita da chi ha scelto l’arte come ragione di vita. Come gli allievi della Gypsy Musical Academy, ragazzi giovanissimi che arrivano da ogni parte d’Italia per far parte di una delle accademie più quotate d’Italia, unica nel suo genere, una vera e propria università dello spettacolo in grado di impegnare gli studenti dal mattino al tardo pomeriggio con più di 27 discipline. L’obiettivo è quello di creare dei veri professionisti del musical. L’accademia ha vari dipartimenti e la possibilità di creare diverse programmazioni e percorsi specifici per ogni esigenza di formazione (non solo per professionisti quindi ma anche per giovanissimi o amatori negli ambiti canto, danza e recitazione teatrale e cinematografica). Tra i docenti e i Visiting Professor spiccano nomi quali Claudio Insegno, Matteo Setti, Valentina Gullace, Cheryl Porter, Alex Mastromarino, Riccardo Maccaferri, Margherita Fumero e tanti altri. “Siamo molto orgogliosi di partecipare a questa finale – spiegano dalla Gypsy – non ce l’aspettavamo ma i ragazzi se lo meritano, studiano tantissimo, sono ragazzi in gamba”. Ci teniamo a vostra disposizione per ogni eventuale ragguaglio al numero 011.0968343 oppure 347.4233248. Gypsy Musical Academy Via Pagliani, 25 – Torino 011.0968343 – 011.0968344 info@gypsymusical.com www.gypsymusical.com Pagine Facebook: Gypsy Musical Academy Gypsy Eventi Canale youtube:...

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Torino sapiens sapiens. Il Salone del Libro e Biennale Democrazia stelle della cultura.

Pubblicato da alle 14:04 in Eventi, galleria home page, talenTO | 0 commenti

Torino sapiens sapiens. Il Salone del Libro e Biennale Democrazia stelle della cultura.

“Senza l’Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa cosa. Ma senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa”. Difficile trovare una definizione più azzeccata di quella che scrisse Umberto Eco su questa città. Sulla sua insularità sociale, la sua brexit patologica rispetto al resto d’Italia, sulla sua incompatibilità e scarsa conciliabilità con la penisola si è formato il suo scheletro erectus, il suo istinto a distinguersi e il suo divenire a forza di volontà: sapiens sapiens. Due volte sapiens come due sono gli eventi che presentati a distanza di un giorno la portano altrove, forse citando il sommo Machiavelli, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui.  Quel cibo di cui parla Machiavelli è la cultura e, solo qui ci si pasce davvero di quel raro cibo che tanta cura richiede cucinarlo, saperlo impiattare e poi servire. Il Salone del Libro e Biennale Democrazia sono i cibi raffinatissimi, più stellati di una costellazione, e il loro incalcolabile cammino  –che – ci fa credere che disegnino la traccia del destino, sono in assoluto tra le migliori idee nate in terra sabauda e forse davvero hanno tracciato e continuano ad indicare il destino di questa riottosa ed ermetica ex capitale. Biennale Democrazia e il Salone del Libro hanno scelto per il debutto informativo, ossia le conferenze happening, tipiche degli eventi molto attesi in due luoghi altrettanto simbolici. Il foyer in velluto rosso del Teatro Regio e l’underground cult a bordo fiume dello Student Zone dei Murazzi.    Il Salone del Libro come un vecchio salmone che conosce la strada ha capito come  saltare nel fiume degli eventi e delle difficoltà ha iniziato la risalita verso i meriti che gli spettano e le attese del pubblico. Dopo traversie a metà tra il grottesco e per forza di cose il romanzesco, la prossima edizione, la 32esima, si rinnova e si estende e va ad allogggiare all’Oval, uno degli spazi fieristici più belli e accoglienti dell’intero paese.  Sceglie, quest’anno una lingua, in luogo di un paese, lo spagnolo. La lingua dell’inquisizione, delle tensioni politiche odierne come il Messico e la catalogna, della maestosa poesia sudamericana, di Cervantes, e della finezza diplomatica. La quarta lingua più parlata al mondo che è anche quella, gesuitica nel pensiero e, compassionevole del Papa venuto dalla fine del mondo. Due occasioni in cui la cultura è alla portata di tutti, cinque giorni per Biennale da mercoledì 27 al 31 marzo e altrettanti cinque per il Salone, dal 9 al 13 maggio. Non si può dire che dietro ai numeri e alla capacità d’inventiva non vi sia una logica e un pizzico di follia. Infatti così Italo Calvino, in linea con Eco diceva:  “Torino è una città che invita al rigore, alla linearità, allo stile. Invita alla logica, e attraverso la logica apre alla follia”. Ps. Riguardo alla follia, la scelta della camicia di Nicola Lagioia, scrittore e direttore del Salone, indossata per la presentazione, propende nettamente per...

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Fra pittura e poesia. David Ruff e le opere degli anni Settanta.

Pubblicato da alle 11:41 in .Arte, galleria home page, Mostre | 0 commenti

Fra pittura e poesia. David Ruff e le opere degli anni Settanta.

Da venerdì 8 marzo a giovedì 18 aprile 2019, lo Spazio Don Chisciotte della Fondazione Bottari Lattes (via della Rocca 37B, Torino) ospiterà un gruppo di opere di David Ruff (New York, 1925 – Torino, 2007) riunite nella mostra dal titolo “Seeming Confines”.  Sottotitolata “Dal Bronx fino al Piemonte: l’impatto dell’artista con l’Europa”, l’esposizione è curata da Valentina Roselli e dal David Ruff Archive, presieduto dalla moglie Susan Finnel.  Una mostra antologica di questo artista statunitense che ha scelto di vivere in Europa, di preferenza in campagna, immerso nella natura, si è svolta a Torino nel 2008 presso la Sala Bolaffi. In seguito  vi sono state altre occasioni espositive, nelle quali si è inteso approfondire i diversi aspetti della sua produzione, oltre che pittorica, grafica ed editoriale. L’attuale mostra presenta lavori realizzati negli anni Settanta, inchiostri, gouaches, dipinti ad olio, cui si aggiungono diari, appunti manoscritti, fotografie.  Fra i materiali documentari ve ne sono due su cui vorrei soffermarmi: una fotografia della metà degli anni Sessanta e un foglio di taccuino della fine degli anni Settanta.  A metà degli anni Sessanta, Ruff ha quarant’anni. A venti si era allontanato dal Bronx per studiare pittura alla Art Students’ League  e vivere al Greenwich Village e a venticinque, a San Francisco, aveva dato vita ad un proprio atelier grafico, The Print Workshop. Tornato nel 1955 alla costa orientale e alla pittura s’impegna nella lotta per i diritti civili degli afroamericani.   Nella fotografia, un’istantanea, si vede un giovanile Ruff, con jeans abbondanti e camicia chiara a mezze maniche, in compagnia di un ragazzino in maglietta amaranto: giocano a dama, ciascuno dei due appoggiato al piano di una scrivania di legno. Quella del piccolo, su cui è posata la macchina da scrivere, è meno malandata dell’altra. Le liste in legno della parete di fondo sono dipinte di bianco e le due finestre che vi si aprono hanno delle curiose tendine, arrangiate per la metà superiore in tessuto sintetico semitrasparente, per quella inferiore in cotone celeste. L’atmosfera che si respira è familiare e distesa. Si tratta di un’immagine preziosa, in quanto documenta un momento che si rivelò cruciale nella storia del movimento per i diritti civili. Ruff, che era tra i fondatori del CORE (acronimo di Congress of Racial Equality) nella zona di Woodstock (New York), durante la primavera del 1965 aveva partecipato alla marcia di protesta da Selma a Montgomery (Alabama). Poi nei mesi estivi si era impegnato come volontario del Mississippi Freedom Summer.  L’ edificio che vediamo nella foto era la Freedom School di White’s Station, frazione di West Point  (Mississippi), stato in cui vigeva la segregazione nelle scuole.  Si stima che negli anni Sessanta, furono più di 3500 studenti, dai bambini sino agli anziani, a frequentare queste scuole estive. Uno di loro fu Sonny Boy, il ragazzino della fotografia che sta per avere la meglio sull’avversario. Lo capiamo, ancor prima che dalla disposizione delle pedine sulla scacchiera, dal suo sorriso. E ora il taccuino. Contiene studi di opere a penna e pastello, schizzi a sola penna, annotazioni e brani manoscritti, fra cui il seguente che riporto avvalendomi della traduzione in italiano di Nadia Fusini (John Keats, Lettere sulla poesia, a cura di Nadia Fusini, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1984, pp. 127-128). “Nutro l’ambizione di fare del bene al mondo: se...

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Juventus e Torino, storia calcistica e rivalità all’ombra della Mole.

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Juventus e Torino, storia calcistica e rivalità all’ombra della Mole.

Juventus e Torino, storia calcistica e rivalità all’ombra della Mole Anche quest’anno il campionato di serie A sembra aver decretato con largo anticipo, dopo 7 scudetti consecutivi, il dominio Juve, mentre sull’altra sponda calcistica della città il Torino continua a inseguire con qualche affanno un piazzamento per le coppe europee. Una storia che si ripete, evidenziata dall’enorme differenza di punti in classifica, ma che non spegne una rivalità lunga decenni. Tifosi bianconeri e granata continuano infatti a “punzecchiarsi” – per dirla in maniera politicamente corretta – spingendo sulle tematiche più calde: i primi, ovviamente, esaltano il merito di una rosa composta da grandi campioni, mentre gli altri non perdono occasione per guardare ai presunti favori arbitrali e non abbandonano l’idea che, in fondo, sia proprio il Toro la vera squadra del capoluogo piemontese. Juventus, ancora un torneo al vertice ma con l’obiettivo Champions Al di là di ciò che la storia racconta, però, è sempre importante confrontarsi con il presente e guardare a obiettivi e risultati attuali. Gli ultimi anni parlano chiaro: i bianconeri risultano essere la migliore formazione italiana, grazie a una rosa completa e ricca di campioni tra i quali spicca il colpo di mercato dell’ultima estate, ossia il cinque volte pallone d’oro Cristiano Ronaldo. A mancare in casa Juve però è un’importante affermazione a livello europeo, quel successo che, con uno scudetto ormai quasi certo, rappresenta il vero e proprio obiettivo stagionale: ecco allora l’undici di Allegri concentrarsi sulla Champions League, con l’intento e il desiderio di ribaltare i pronostici e le previsioni che vedono come favorite le solite Barcellona e Real Madrid, ma anche PSG e Manchester City. È proprio tra queste che cerca di collocarsi la Juventus, a cui ancora brucia il pesante 1-4 subito proprio dai madrileni nella finale dell’edizione 2016-17. Il campionato di serie A, in effetti, sembra aver ancora poco da dire per la Juventus: 11 punti di vantaggio sulla seconda – il Napoli – con 23 giornate già disputate rappresentano un vantaggio più che sufficiente per dormire sonni tranquilli. È pur vero che i partenopei sono sempre in grado di dare filo da torcere, ma il recupero di un distacco così ampio appare piuttosto difficile, a meno che i bianconeri non perdano la testa in questa parte finale del torneo. Insomma, con un Cristiano Ronaldo sempre puntuale nell’appuntamento con il gol e una formazione che può vantare nomi di spicco tanto in campo quanto in panchina, lo scudetto sembra essere già in tasca. Unica pecca della stagione, finora, rimane il netto 3-0 subito a Bergamo nei quarti di Coppa Italia, che impedisce ai bianconeri di puntare al “triplete”. Sempre a caccia di certezze, i granata rincorrono l’Europa Dalla parte opposta della Mole, in casa Toro si guarda alla classifica attuale con un certo ottimismo. L’ottavo posto finora maturato non può certo essere considerato il miglior risultato possibile, considerando il desiderio di compiere finalmente un salto di qualità dopo anni di purgatorio, ma rimane pur sempre il frutto di un record di punti da quando il campionato prevede i 3 punti a vittoria. 34 punti in 23 giornate rappresentano finora il risultato migliore mai raggiunto dai granata negli ultimi 25 anni, che lascia aperta la porta a una possibile qualificazione in Europa League, eppure i risultati non sempre soddisfano la tifoseria. Qualche pareggio di troppo (ben 10...

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Una Wunderkammer per Ando Gilardi. Le foto dal ’50 al ’62 alla Galleria d’Arte Moderna.

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Una Wunderkammer per Ando Gilardi. Le foto dal ’50 al ’62 alla Galleria d’Arte Moderna.

Era solito ripetere: “chi fotografa si illude di produrre una immagine quando invece la consuma”, oppure “le fotografie non si fanno ma si prendono”.  E ancora, toccando un nervo scoperto: Non fotografare gli straccioni, i senza lavoro, gli affamati. Non fotografare le prostitute, i mendicanti sui gradini delle chiese, i pensionati sulle panchine solitarie che aspettano la morte come un treno nella notte. I bambini idioti che giocano alla guerra. […]. La società gli ha già preso tutto, non prendergli anche la fotografia”. Chi era quest’uomo che di fotografia ha vissuto, facendola, archiviandola, scrivendone e pensandola senza farle sconti e riuscendo ad amarla, quasi sempre. Una biografia complessa la sua, fotografo, giornalista, storico e critico della fotografia profuse grandi energie e risorse intellettuali nella sua opera divulgativa dedicata alla fotografia dal punto di vista iconico, tecnico e tecnologico. Noto per le riflessioni e i dibattiti rivolti a temi quali semantica, valenza e potere del documento fotografico. Tra le molte pubblicazioni, dirigere o fondare riviste, si dedicò altresì  alla didattica con una spinta appassionata e a detta di molti appassionante. Con un titolo divenuto celebre, “Meglio ladro che fotografo” Ando Gilardi (1921 – 2012), ha intessuto di ironia e scomode verità il mondo delle immagini. Per conoscerlo meglio la Galleria d’Arte Moderna di Torino dal 15 marzo al 16 giugno, presenta negli spazi della Wunderkammer la mostra dedicata ad Ando Gilardi Reporter attraverso una selezione di scatti eseguiti tra il 1950 e il 1962. Il progetto espositivo, curato da Daniela Giordi è stato realizzato in collaborazione con la Fototeca Gilardi. L’esposizione rappresenta a tutti gli effetti una novità rispetto alle mostre fotografiche dei circuiti principali ed è anche l’occasione per valorizzare il recupero e la digitalizzazione dell’importante collezione di negativi del fondo Ando Gilardi Reporter, portato a termine nel 2017 da ABF – Atelier per i Beni Fotografici di Torino. La mostra si compone di 55 fotografie, restituzioni contemporanee che pongono l’accento sui temi maggiormente ricorrenti: l’infanzia, il lavoro, l’emancipazione femminile, l’identità degli italiani, il costume, le attività sindacali, eventi di cronaca. In questa narrazione s’intersecano contenuti di natura formale conseguenti al linguaggio fotografico di quegli anni, di gusto post neorealista, supportato da una cultura visiva di taglio giornalistico, con un occhio di riguardo alle immagini della Grande Depressione americana, ovvero alle campagne fotografiche promosse dalla Farm Security Administration nell’ambito del New Deal, e della straight e della streat photography. Scrive la curatrice,”nella mia esperienza la preparazione di una mostra è sempre una pesca miracolosa durante la quale si tirano su con ordine cronologico e stratigrafico i soggetti e i temi; dalla molteplicità di contenuti narrativi, le immagini inanellandosi costruiscono percorsi e un racconto, con capitoli, periodi, incisi da cui partire per estrapolarne delle fotografie, che non potranno necessariamente essere le più belle ma le più equilibrate e utili al discorso, come parole che non dovranno costruire un indice di contenuti del fondo in oggetto, ma preferibilmente un racconto breve che sappia farne emergere come cartina di tornasole il vero taglio e spessore culturale”. L’esposizione è arricchita da documenti e rotocalchi originali per sottolineare l’importanza che Ando Gilardi attribuiva alla fotomeccanica e alla diffusione della fotografia a mezzo stampa, ci sono le pagine di alcuni fotoservizi come ad esempio le inchieste Magia e Maciari svolte in Lucania al seguito di...

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Al Cinema Massimo un “Viaggio senza ritorno”. Domenico Quirico ne è il protagonista.

Pubblicato da alle 12:37 in Eventi, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Al Cinema Massimo un “Viaggio senza ritorno”. Domenico Quirico ne è il protagonista.

Il racconto dell’uomo si intreccia a quello della sua professione: l’inviato, il giornalista. Un viaggio che apre una riflessione più ampia sull’uomo e sulla narrazione. Cosa spinge ad addentrarsi nel cuore di tenebra di luoghi che meritano di essere descritti, a intraprendere viaggi che potrebbero essere senza ritorno? Conoscere e narrare come nucleo stesso dell’eredità dell’Occidente. Questo il tema che il documentario “Viaggio senza ritorno” in programmazione al Cinema Massimo stasera alle opre 21 in cui la vita e il lavoro di Domenico Quirico è l’escamotage per condurre lo spettatore dentro al cuore vivo della realtà.  “Come regista non mi interessava fare un documentario “su” Domenico Quirico. Mi interessava piuttosto mettere lo spettatore nella condizione di essere colpito dalle sue parole e penetrato dal suo sguardo, obbligarlo ad “affrontare” Quirico e magari spingersi a immaginare il proprio personale viaggio senza ritorno.”  Con queste parole il regista e filmaker Paolo Gonella, presenta il documentario “Domenico Quirico.Viaggio senza Ritorno” che con grande coraggio ha esplorato un tema e un personaggio tanto intrigante quanto complesso.  “Ho incontrato Domenico Quirico la prima volta nel 2014, all inaugurazione del festival A Sud di Nessun di Nord, quando ho avuto la fortuna di filmare il suo intervento che apriva la manifestazione. Fui travolto dalla potenza delle parole di quell’uomo minuto dal volto scavato,  mi sembrava di non aver mai assistito ad una “performance” del genere: ero di fronte ad uomo venuto da un’altra epoca, un esploratore del mondo e dell’animo umano uscito da un romanzo ottocentesco, o da un film di Herzog. Parlava del viaggio Quirico, e della possibilità di un viaggio senza ritorno. Non era “solo” un reporter di guerra, non quello che mi aspettavo. Era un appassionato, sopraffino pensatore che si era spinto oltre confini da cui non è facile tornare. Dovevo approfondire, e lo dovevo fare permettendo a Domenico di raccontarsi più a fondo e ben oltre quel rapimento per cui – almeno per me – era famoso. Scrivo apposta “raccontarsi” e non “essere raccontato” perché non è  l’esperienza professionale in sé di Domenico a renderlo un personaggio fuori dal comune ma la sua capacità unica di restituire con la forza delle parole esperienze estremamente difficili da raccontare. Ogni parola di Domenico infatti ha un peso specifico, ha senso di per sé, e anche quando sembra perdersi con il discorso lo fa solo per condurti in luoghi inaspettati. Ogni suo sguardo è un invito all’onestà prima di tutto verso se stessi.  Ho cercato di tenere Domenico il più possibile sullo schermo, in alcuni momenti di stringere l’inquadratura così stretta sul volto per dare la sensazione di averlo lì, a pochi centimetri di distanza. Musiche e altre immagini intervengono solo quando strettamente necessario, ovvero quando Domenico svanisce e lascia spazio solo alle sue parole, scritte o pronunciate come da un luogo lontano”. La proiezione organizzata da ArtPhotò risulta di notevole attualità. In un periodo in cui l’informazione vive un ribaltamento delle proprie caratteristiche primarie, ossia la presenza nei luoghi dove le cose accadono, di professionisti che lucidamente sappiano riportare ai lettori la storia mentre si fa, è un’occasione rara e riguarda tutti. La crisi dei giornali ha travolto la figura dell’inviato privandoci di quei reportage in grado di far comprendere il mondo, di avvicinarlo e di renderlo presente. Motivo che investe il documentario di un senso...

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Educare lo spirito del tempo. Ci ha provato il Progressive Rock.

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Educare lo spirito del tempo. Ci ha provato il Progressive Rock.

Si trattava di uscire dal guado senza ideologia, ma con un vago orizzonte ritmico e melodico. A fine Novecento, dunque,  non c’era una gran fede nel progresso del sound angloamericano e della storia, in generale. Lo spiega bene lo studioso di storia orale, Alessandro Portelli, nel suo breve saggio “Bob Dylan, pioggia e veleno”, appena uscito da Donzelli.   E gli fa eco, ora, il giovane studioso monregalese, docente al Dams di Torino in Popular music, Jacopo Tomatis, nella sapiente postfazione al saggio “Progressive rock” del giornalista statunitense David Weigel, edito dalla sonoramente attenta casa editrice torinese EDT, definendo “artistico e culturale” il periodo segnato dai King Crimson, dai loro rivali Yes, dai Rush, dai  Jetrho Tull e dagli Emerson, Lake  & Palmer. L’obiettivo comune era rivitalizzare il rock per fargli varcare i confini dell’Occidente. Perché come arte, secondo l’insegnamento junghiano, continuasse a educare lo spirito del tempo, inventando le forme di cui il presente più mancava. Rappresentato nella sua purezza linguistica in Italia dai New Trolls, questa cultura musicale nasce Oltremanica al tramonto della musica psichedelica e si snoda tra storiche band e grandi individualità verso nuovi significati ritmici e melodici, che non disdegnavano i videoclip trasmessi dalla storica MTV. Tra tutti il chitarrista Robert Fripp, il cantante Peter Gabriel, il bassista Greg Lake e il tastierista Phil Collins. Attraverso le preziose dichiarazioni di questi mostri sacri del rock a note riviste musicali, il giornalista del “Washington Post” ricostruisce le vicende musicali di un sound che non voleva ancora dirsi “post”, nel senso di successivo e decadente. E bensì intendeva collocarsi nel solco principale del rock dei Beatles, dei Pink Floyd e dei Police, i loro maestri, introducendo in sala di registrazione l’organo hammond e gli archi. Altrimenti l’avrebbero vinta il Punk e l’Heavy Metal con il loro nichilistico “no future”. Sostenuti da un’industria musicale in espansione, riuscirono uniti nella ventennale impresa, facendo scuola per discepoli e imitatori come i Marillon, gli Asia e i Porcupine Tree a cui gli Yes lasciarono il testimone di un rock melodico che sapeva di John Lennon, riempiendo gli stadi ai loro concerti di un pubblico che rispondeva con boati di consenso e furono ben accolti da pressoché tutta le etichette major. Basti pensare ai redivivi Jethro Tull. Ma come ogni saggio che si rispetti quello del promettente americano David Weigel, soltanto tre anni più anziano del piemontese Jacopo Tomatis, scava nelle personalità dei protagonisti di questa stagione del prog rock per spiegarne lo spessore e il significato musicale. Così si viene coinvolti nelle vicende ventennali dei King Crimson, gli iniziatori del progressive, e del loro teorico Robert Fripp che diede loro l’abbrivio, accorgendosi di aver inventato un genere nuovo e riunendoli di tanto in tanto come fondatori di una musica nuova.  Come in un romanzo, si intrecciano con tutto questo mondo musicale le vicende degli Emerson, Lake & Palmer, fino al suicidio tre anni fa del tastierista Keith Emerson, innovatore  della musica con il sintetizzatore, quanto il suo sodale Greg Lake, voce e portavoce di quel gruppo immortale. O quella dei Genesis, prima con la voce del grande  Peter Gabriel e poi con quella di Phil Collins. Entrambi furono cantanti che, una volta lasciato lo storico complesso, come solisti  si stagliano con assoluto rilievo in quel genere che, ormai, non si...

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Torino al suo meglio in un film di Edward Berger alla Berlinae.

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Torino al suo meglio in un film di Edward Berger alla Berlinae.

Un gruppo di famiglia; un po’ all’interno e un po’ all’esterno. La notizia è che l’esterno, cioè la vacanza, in questa pellicola tedesca presentata nella sezione Panorama della Berlinale 2019, non è al sole delle Baleari, o di qualche luogo esotico: la vacanza è a Torino! Sì, proprio nella amata Torino, con via Po e la Galleria Subalpina, Porta Palazzo e piazza Maria Teresa, come in “Amore e ginnastica”,  e che con emozione si sul grande schermo nella supercomoda sala del nuovo cinema Zoo Palast. “Torino, wow! magnifico” esclama Julia e via, in giro per la città sabauda, con soggiorno nel palazzo di piazza Carlina dove abitò  Antonio Gramsci, ora diventato un hotel di lusso. E così Torino passa alla Berlinale in questa commedia agrodolce, guardabile anche se non straordinaria. La famiglia Hoffmann, appunto, con due fratelli e una sorella già sulla quarantina e accasati, e gli anziani genitori, bizzarri e un po’ storditi, che hanno bisogno di essere accuditi come bambini. I fratelli e la sorella sono uniti, si parlano e si scambiano parerei, si telefonano e litigano, ognuno con i problemi che la vita comporta a quell’età. Stefan (Lars Eidinger), è pilota di aerei, piacione e sciupafemmine, divorziato e con una figlia adolescente della quale va fiero. Ma le sue certezze vacillano quando gli viene diagnosticata una malattia cardiaca.  Julia (Nele Mueller-Stöfen) è sposata ma inconsolabile per la morte, alcuni anni prima, del figlio dodicenne. Il marito fa di tutto per farla felice, compreso portarla in vacanza a Torino, dove lei si innamora di un tenerissimo cane randagio ferito, quasi simbolo del bambino perduto. Tobias (Hans Löw) ha tre figli e una moglie in carriera; siccome è l’unico dei tre che non abbia ancora finito gli studi e non lavori, oltre che dei suoi bambini gli tocca di occuparsi anche dei suoi vecchi. In questa famiglia non accade nulla che non sia abbastanza normale, ma tutto vien visto, inclusi gioie e lutti, con quel giusto e serio distacco del non prendersi troppo sul serio. “Lavorare a Torno è stato magnifico, ci vorrei tornare sempre!”, mi confessa Nele Mueller-Stöfen al termine della proiezione: non potrei essere più felice! Nei cinque giorni di riprese in Città, sono stati ripresi l’Ospedale San Giovanni Bosco, l’NH Carlina, il Turin Palace Hotel, il caffè Mulassano, oltre agli esterni in alcuni tra i più caratteristici scorci del centro, Giardini Cavour, Galleria Umberto I, Piazza della Repubblica. Paola...

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Le Porcellane di Vinovo. Rinomate, preziose, rare, costose e terribilmente belle.

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Le Porcellane di Vinovo. Rinomate, preziose, rare, costose e terribilmente belle.

Due farabutti fatti e finiti. Con loro, il Re di Sardegna e Duca di Savoia, Vittorio Amedeo III, noto per aver dato l’illuminazione a Torino ma spento l’esercito, perduto sia Nizza che la Savoia e lasciato le casse dell’erario in condizioni spaventose. I due mascalzoni erano il sindaco dei sensali torinesi, Giovanni Vittorio Brodel, di cui un socio scrisse nel 1767 “honest’uomo sì, ma il più birbante di tutti “. Non da meno il suo compare, un furfante di stampo mozartiano, Pierre-Antoine Hannong, discendente di una celebre famiglia di ceramisti strasburghesi. Un passato tumultuoso da far dimenticare l’Hannong era fuggito da Strasburgo a Parigi, dove aveva tentato di vendere un segreto commerciale molto prezioso alla manifattura di Sèvres. L’arcanum. La formula segreta per ottenere la porcellana dura. Fondò e abbandonò con un ritmo forsennato le fabbriche di Vincennes, di Vaux-sur-Seine e infine quella di Faubourg St. Denis. A Vinovo arrivò chiamato dal Brodel nell’estate del 1776. E’ così, con questo tipo d’uomini, che comincia la storia delle porcellane di Vinovo. Rinomate, preziose, rare, costose e terribilmente belle. Nelle porcellane c’è sempre qualcosa di aurorale, il nitore bianco di una perpetua giovinezza, la felicità delle cose sorprese e accarezzate dal primo raggio di luce. L’insieme di un mondo operoso e magico, asserragliato nelle stanze immense, decorate da stucchi e affreschi alle porte di Torino nel Castello della Rovere, dato da Carlo Emanuele III all’Ordine cavalleresco dei S.S. Maurizio e Lazzaro in gestione, potrà approdare alla produzione intorno al 1777-78 di porcellane di altissima qualità. Molto giocò  l’insipienza di Brodel e la malaccorta gestione di Hannong, dopo appena quattro anni la loro impresa fallì, malgrado si fosse mostrata in grado di produrre in buona quantità pezzi di porcellana di buon valore artistico. Nel gennaio 1780 la fabbrica di Vinovo fu posta sotto sequestro. A questo punto fu il “Cittadino Medico Collegiato V. Amedeo Gioanetti” a prendere in mano la manifattura. Le sue doti di scienziato e di chimico e l’uso di nuove materie prime, di nuove paste e di altri miglioramenti tecnici portò la porcellana vinovese a reggere senza difficoltà il confronto con la più acclamata produzione europea. Ora tutta quella storia fatta di arcanisti, artisti, leggende alchemiche e prodotti di indubitabile bellezza ritorna, come se il tempo girasse la testa e fissasse lo sguardo ai secoli passati, in una sontuosa esposizione esattamente dove le opere di porcellana nacquero. A decidere di riportare in luce quel periodo è l’iniziativa encomiabile del Comune di Vinovo, dove la Reale Manifattura ritrova la propria casa nel Castello Della Rovere.                                                                                                                                       Oltre 200 opere di porcellana provenienti dalle raccolte di Palazzo Madama-Museo Civico d’Arte Antica, dal Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, dall’Archivio di Stato di Torino, dall’Archivio Storico Città di Torino e dalla Curia Vescovile di Torino – Parrocchia di Vinovo e, tra queste, molti inediti provenienti di collezioni private mai esposte prima. Un percorso costruito con sapienza dal curatore Massimiliano...

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La dietista e lo chef. Una cucina salubre, bilanciata e attenta alla bilancia.

Pubblicato da alle 17:36 in EATpiemonte, Medicina, Prima pagina | 0 commenti

La dietista e lo chef. Una cucina salubre, bilanciata e attenta alla bilancia.

Quando l’arte incontra la scienza, la cucina prende una forma più avvincente e coinvolgente. Al Giampy di Via Nizza a Torino la buona cucina va di pari passo con una nutrizione equilibrata: ecco perchè questa sembra essere la novità 2019 per la ristorazione torinese. Pioniere è stata la metropoli milanese mentre a Torino si lancia per primo uno dei marchi del Gruppo Maglione. Una nuova carta integrata con i consigli della dietista la dott.ssa Teresa Mannarino che inizierà a collaborare con gli chef del Giampy e del Gramsci. Quella che gli americani chiamano “cucina salubre” da noi si trasforma in attenzione verso un’alimentazione sana a 360°. L’inconfondibile charme che gli chef italiani mettono nei piatti al Giampy sarà unita alla consulenza didattica della dott.ssa Teresa Mannarino che giocherà con una storia culinaria solida e ricca di tradizioni come quella che noi da sempre offriamo nei nostri ristoranti. La dieta mediterranea è l’unica a essere equilibrata e bilanciata nei vari nutrienti quali proteine, grassi, carboidrati, vitamine e sali minerali. “Un semplice piatto di “ pasta integrale con broccoli e curcuma “, con il supporto di uno specialista si traduce in un piatto di “ pasta di semola di grano duro integrale al 100% con il sulforafano e l’indolo 3 carbinolo dei broccoli e la curcumina della curcuma ”….semplicemente delle sostanze ad azione antitumorale”  è il pensiero della dott.ssa Teresa Mannarino, dietista. “Bisogna nutrirsi con la testa. Parlo della puntigliosa scelta della qualità di un ingrediente piuttosto che di un altro. Sono favorevole alla scienza e alla tecnologia, ma con intelligenza.”  dice Salvatore Catania, Chef del Giampy  Anche il conosciutissimo zafferano, non solo accostato al classico risotto, ma aggiunto a pesci, carni, ortaggi o a una calda tisana, grazie all’abilità dello chef si trasforma in una spezia dalle mille proprietà benefiche per l’organismo: da quella antiossidante contro l’invecchiamento cellulare a quella contro i dolori mestruali passando per l’azione antinfiammatoria. L’educazione al mangiare sano è fondamentale per le nuove giovani generazioni, soprattutto per i bambini che formano il palato e il loro dna alimentare fin da piccoli. Ecco perché il progetto ha scelto un partner profondamente coinvolto in tutto questo discorso e che beneficerà di 1€ al giorno per 6 mesi a partire dal 13 febbraio 2019. “Siamo molto lieti di essere partner di un’ iniziativa come quella del Giampy, che ha come fine ultimo la salute anche a tavola. ‘Per stare bene’ si legge sul menù di questa lodevole iniziativa: ed è lo stesso obiettivo che Fondazione Forma ha in mente nel suo lavoro quotidiano nel dedicarsi ai bambini del Regina Margherita.”  Nino Aidala, Presidente Fondazione Forma....

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Lo Spazio Lancia ospita la mostra Van Gogh, Multimedia & Friends. Il non detto del virtuale.

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Lo Spazio Lancia ospita la mostra Van Gogh, Multimedia & Friends. Il non detto del virtuale.

Spazio Lancia Duemilacinquecento immagini delle opere originali del grande pittore olandese, custodite in diversi musei del mondo. Un percorso quanto mai suggestivo, completamente originale. Il visitatore non osserverà direttamente i capolavori del grande artista, ma s’immergerà nella storia, nei colori e nelle dimensioni dei suoi principali dipinti, lungo un percorso virtuale definito e attraverso il periodo maggiormente proficuo del grande artista: tra il 1880 e il 1890. Sono questi gli anni di maggiore ispirazione, gli anni trascorsi tra Arles, Saint Rémy, Auvers-sur-Oise, Paris durante i quali Vincent Van Gogh dipingerà quei capolavori che diverranno immortali.     Interessante la location, ben organizzata, avvincenti tutte le sezioni della mostra, anche quella organizzata dell’Art designer Gisella Scibona, La moda incontra Van Gogh. Ma la parte che sicuramente rende unica l’iniziativa è quella dedicata alla tridimensionalità: gli Oculus Samsung Gear VR consentiranno di entrare all’interno delle opere di Van Gogh, percependo ogni dettaglio figurativo e cromatico dei suoi dipinti.  Ancor più interessante è la Stanza dei segreti: uno spazio a cura di Alberto D’Atanasio in cui sono esposte opere originali ed inedite di Edgar Degas, Pierre-Auguste Renoir e Claude Monet, intimi amici di Van Gogh e principali interpreti del panorama artistico di fine Ottocento. Presenti anche 10 disegni del Maestro, di opere che non vengono esposte al pubblico dal lontano 1987. L’emozione c’è, anche la passione. Si evince la forte dedizione di Van Gogh per la pittura, si percepiscono le emozioni che avrà provato, ma i quadri osservati e analizzati de visu, sicuramente sanno trasmettere il dialogo infinito tra l’artista e i suoi pennelli, tra l’artista e la sua tavolozza. La mostra multimediale è un’opportunità per avvicinarsi al pittore e alla pittura, per osservare in un  ambiente guidato i suoi capolavori, per conoscere in un modo nuovo – e sicuramente più economico – il suo percorso pittorico. Ma in un ambiente virtuale difficilmente si riescono a cogliere tutte le sfumature della tela, la passione interiore nei dettagli cromatici, il dialogo tra l’artista e la natura, l’anima dei suoi colori, delle luci e delle ombre. I suoi silenzi e le sue assenze. La derisione che ha dovuto sopportare e la luminosità della luce che ha voluto trasmettere.  Ma questo è il bello della diretta… Maria Giovanna...

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Il business match si contende sui tavoli dei Ronchiverdi.

Pubblicato da alle 16:37 in Economia, Fashion, Innovazione, Prima pagina | 0 commenti

Il business match si contende sui tavoli dei Ronchiverdi.

Tutti a tavola. Ma l’incontro, per il momento, non prevede cibo alcuno. Commensali solo per dieci minuti poi il suono di un gong a separare. Discorsi fitti e rapidi, dove si parte dandosi del lei e si finisce salutandosi con un amichevole tu. La sede è un noto club filo fiume dove lo sport può coniugarsi bene con il business e non si deve far finta che non sia così, suggerisce Massimo Di Conza, responsabile marketing della struttura. Siamo alla prima edizione del Business Match e a organizzarlo è il club Ronchiverdi. L’idea, ci dice, è di far incontrare in modo informale ma utile i manager di importanti imprese cittadine. Seduti uno di fronte all’altro, appena divisi da un piccola rete da tennis, sapranno o riusciranno a trovare punti di contatto? Da buoni piemontesi non si sbilanciano anche se, ascoltandoli, apprezzano l’iniziativa, il lato giocoso come quello di possibili opportunità. I convocati erano venticinque, tra questi  Gobino, Torino Fc, Jmedical, Fiat Auxilium, Sparea, Raspini, Leone Pignatelli, Vergnano, solo per citarne alcuni. Va detto che tutto il personale del club sfoggia un invidiabile vestito di Pignatelli e il caffè Vergnano ha la propria postazione all’interno della zona relax. Madrina della manifestazione la grande coppa della Champions League, copia certificata di quella di Barcellona 2015, portata dall’ex calciatore della Juventus e della Nazionale Ciro Ferrara, testimonial d’eccezione del match. La pausa pranzo è consegnata nelle mani a stella dello chef Marcello Trentin, titolare del ristorante Magorabin, che contribuisce alla buona riuscita per via di gusto, inchiodando i palati alla meraviglia di un risotto su cui troneggia una pagoda di tartufo nero. I Rochiverdi si preparano a trasformarsi in un luogo d’incontro dal concept rinnovato, sport, bien vivre, un lusso non troppo ostentato e da febbraio i quattro cerchi dell’Audi sono il nuovo sponsor mentre si pensa di far diventare il business match un evento a cadenza...

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Il Santuario della Consolata ha un “cuore” romanico.

Pubblicato da alle 12:16 in .Arte, Eventi, Prima pagina | 0 commenti

Il Santuario della Consolata ha un “cuore” romanico.

È stato svelato il “cuore” romanico del Santuario della Consolata di Torino. Dopo 240 giorni di cantiere, grazie al sostegno della Fondazione CRT che ha raddoppiato le donazioni dei cittadini, sono tornati alla luce gli affreschi delle prime campate della storica Chiesa di Sant’Andrea, costruita nell’XI secolo, su cui venne eretto nel 1675 l’attuale tempio Guariniano.    I lavori di recupero, condotti dal Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, hanno interessato le murature dell’antica chiesa ancora conservate nella cosiddetta Cappella del Convitto. Sono stati rimossi gli intonaci e le coloriture moderne, facendo riemergere alcuni “gioielli” nascosti, risalenti all’epoca romanica, restaurati anche con l’ausilio del laser. Sulla parete Sud è apparsa una grande figura dalla veste colorata, nell’atto di protendere una mano verso l’alto e reggere con l’altra un cartiglio. Le parole scritte rivelano la possibile identità del personaggio: il patriarca Abramo. Sulla parete Nord sono comparse due grandi figure inquadrate da elementi architettonici, che recano in mano dei cartigli. Alla sommità delle pareti, nelle fasce decorate, si riconoscono due volti: uno maschile con grandi occhi, naso affilato e barba, il cui copricapo ci dice che potrebbe trattarsi di un monaco, probabilmente San Benedetto, come suggeriscono alcune lettere rinvenute ai lati (i primi monaci della chiesa di Sant’Andrea erano proprio benedettini); l’altro volto, femminile, col capo velato, è caratterizzato da uno sguardo intenso. Non si è lavorato però solo al romanico. Nel catino absidale, di probabile costruzione seicentesca, è stata riportata alla luce una decorazione floreale, a ghirlande e motivi vegetali, nascosta dalle più recenti ridipinture, le cui tracce erano state rilevate già con le prime indagini. Questo importante svelamento è il traguardo di un percorso avviato nel 2009 dal Santuario, in collaborazione con le Soprintendenze del Piemonte, con il primo cantiere di indagini che ha portato alla luce significativi elementi dell’architettura e della decorazione della prima chiesa, un unicum nel panorama torinese. La Fondazione CRT, principale sostenitore delle opere di restauro del Santuario e del Convitto della Consolata, nel 2016 dà seguito a prime ricognizioni stratigrafiche e archeologiche e ai primi studi, sostenendo la prosecuzione dell’opera di svelamento del cuore romanico, attraverso una modalità innovativa di raccolta fondi, con il raddoppio delle donazioni da parte della Fondazione CRT. La Fondazione avvia così una campagna di fundraising, mettendo a disposizione del Santuario della Consolata una giovane risorsa formata nell’ambito del proprio progetto Talenti per il Fundraising. La volontà di collaborare al cantiere romanico, mettendo assieme forze e competenze, viene quindi formalizzata: la Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Torino redige nel 2018 un protocollo d’intesa che viene congiuntamente firmato dalla Soprintendenza stessa, dal Santuario della Consolata, dalla Curia Arcivescovile, dall’Università di Torino, dal Politecnico di Torino, dal Centro Conservazione Restauro “La Venaria Reale” e dalla Fondazione CRT. Viene istituito un gruppo di lavoro composto da funzionari, docenti, tecnici e da liberi professionisti per valutare procedure e metodologie di intervento in vista della definizione di un piano di restauri complessivo, da cui prende avvio la fase più operativa del cantiere romanico. “Fondazione CRT, da sempre il principale sostenitore privato del Santuario della Consolata cui ha storicamente destinato 4 milioni di euro, continua a mettere a disposizione risorse economiche, competenze e idee progettuali per la valorizzazione e la salvaguardia di questo meraviglioso ‘gioiello’, confermando il proprio impegno per...

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I canti eterni di Ute Lemper hanno incantato il conservatorio torinese.

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I canti eterni di Ute Lemper hanno incantato il conservatorio torinese.

Ute Lemper ha incantato con la sua voce il suo stile inconfondibile e leggiadro il conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino con una performance davvero indimenticabile.  Il concerto – evento “Songs of Eternity”, canzoni sulle vittime dell’Olocausto composte nei lager tra il 1941 e il 1944, ha visto protagonista la cantante tedesca con marito ebreo, sensibile interprete delle canzoni nate nei ghetti e nei campi di concentramento da musicisti ebrei deportati, più volte paragonata a una delle dive più amate della prima parte del ‘900. Un concerto, nato nell’ambito delle iniziative per il giorno della Memoria, organizzato dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte e dal Polo del ‘900, con il sostegno della Compagnia di San Paolo e della Fondazione CRT, in collaborazione con il Goethe-Institut Turin e con il patrocinio della Città di Torino e della Comunità Ebraica di Torino. “Stasera compiamo un viaggio, doloroso e difficile, ma necessario, rievochiamo con le note la tragedia di tanti deportati, per non dimenticare”, ha commentato durante il concerto Ute Lemper. Sul palco la versatile artista è stata accompagnata da quattro straordinari musicisti: Vana Gierig pianoforte, Daniel Hoffman violino, Gilad arel clarinetto, Romain  Lecuyer contrabbasso. Il suggestivo percorso ha evocato in musica tante microstorie, fra dolore e speranza, paura e coraggio, attraverso una varietà di generi musicali, dal tango al klezmer alle sonorità jazzistiche. In mattinata  Ute Lemper ha incontrato al Polo del ‘900 gli studenti di alcune scuole di Torino raccontando il suo percorso di artista che si è sempre impegnata sul fronte della memoria e del ricordo dell’Olocausto e per la denuncia di ogni rigurgito antisemita e nazifascista. Ute Lemper prosegue il suo tour in Italia con una replica al Toselli di Cuneo questa sera di “Songs for Eternity”, mentre domenica 3 febbraio al Teatro Bonci di Cesena e lunedì 4 febbraio alla Sala Santa Cecilia del Parco della Musica porta invece “Rendez-vous with marlene”, omaggio a Marlene Dietrich, l’attrice tedesca che furoreggiò in film come “L’angelo azzurro” simbolo di Berlino e della Repubblica di Weimar. Nel 1930 partì per gli Stati Uniti e  durante la seconda guerra mondiale, si proclamò apertamente contro Hitler e andò a tenere spettacoli per le forze alleate contro la sua ex patria.  La Lemper ha scelto il titolo “Rendez-vous with Marlene” riferendosi a “una lunga telefonata deel 1988 tra la grande attrice e la giovanissima Ute a Parigi”, dove Marlene Dietrich viveva da reclusa dal 1979 e dove morì nel 1992. Luca...

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