Torino per il turista

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Torino e i suoi musei

Percorsi d’arte e di cultura – Oggi a Torino e nei suoi dintorni sono aperti al pubblico oltre cinquanta tra musei, beni culturali, castelli, residenze e spazi espositivi che, nel loro insieme, costituiscono un’offerta culturale di livello internazionale.

“Torino e i suoi musei” propone sette itinerari (arancione, rosso, lilla, blu, azzurro, verde e grigio). Parte di essi si sviluppano nel centro cittadino ed è possibile percorrerli a piedi. Le residenze reali, situate intorno alla città, e alcuni musei di recente apertura sono comunque raggiungibili con mezzi pubblici.

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Eccentric Spaces: 5 artiste ragionano sullo Spazio da Riccardo Costantini Contemporary

Pubblicato da alle 11:09 in .Arte, galleria home page, Mostre, Notizie | 0 commenti

Eccentric Spaces: 5 artiste ragionano sullo Spazio da Riccardo Costantini Contemporary

Da Riccardo Costantini Contemporary cinque artiste di diverse nazionalità, Caroline Corbasson, Debbie Lawson, Dana Levy, Noa Pane, Anila Rubiku, provenienti da esperienze formative differenti e con capacità espressive eterogenee, interpretano il concetto di spazio inteso come una delle categorie essenziali per la percezione del mondo. Eccentric Spaces, un progetto ideato e curato da EIena Inchingolo e Paola Stroppiana, sarà visitabile sino al 1 aprile. L’idea progettuale prende avvio da una riflessione sul testo La prospettiva come forma simbolica (1927) di Erwin Panofsky, che dimostra come ogni epoca culturale abbia sviluppato un proprio modo di rappresentare lo spazio, inteso come la ‘forma simbolica’ visibile, propria di quella cultura. Volutamente le opere in mostra afferiscono a media diversi, installazioni video, sculture, disegni, che pongono numerose riflessioni sulla realtà partendo dalla loro specificità: l’interrogazione sulla natura delle cose, la classificazione scientifica dello spazio e dei suoi oggetti, il mondo dell’osservazione in continuo movimento con sempre nuovi obiettivi di conoscenza e di confronto. Caroline Corbasson (Saint-Etienne, 1989) trae ispirazione, per la sua ricerca, dalla scienza, dall’astronomia, dai fenomeni naturali e dalla vastità dei paesaggi: in mostra l’opera Anomalia, 2013 un’installazione di 10 pagine dell’Atlas Eclipticalis, (atlante celeste che risale al 1950) su cui l’artista interviene con sfere nere disegnate a carbone ad alludere ai buchi neri presenti nella galassia, spazi sconosciuti nell’universo attrattivi nella loro estetica ancora da definire, aperta a infinite possibilità. Dana Levy (Tel Aviv), video artista di origine israeliana di base a New York, focalizza l’attenzione sull’interdipendenza tra storia naturale e umana, tematiche ambientaliste e politica. Dopo aver vissuto in prima persona gli effetti dell’uragano Sandy nel 2012, ha realizzato l’installazione Literature of Storms (in mostra Chapter 2 e Chapter 3, 2015): le tempeste hanno una ‘letteratura’ che dovremmo rileggere al fine di riconsiderare lo spazio dell’essere umano nella storia come imprescindibile da quello della natura. Debbie Lawson (Dundee) reinterpreta interni domestici interconnessi con elementi naturali. Le sue opere sono nuovi ibridi in cui differenti codici visivi coincidono: alla mimesis della natura si sovrappone una « filosofia dell’arredamento » eclettica, inedita, dagli esiti inaspettati. Le sculture-installazioni di Noa Pane (Roma, 1983) esplorano le possibilità di espansione e costrizione della gomma e dell’aria in strutture predeterminate o in spazi naturali e architettonici, con cui entrano in un dialogo straniante. L’indagine sui limiti dei materiali e l’attenzione all’aspetto formale conduce l’artista ad una continua ricerca dell’essenziale, in cui l’aria, materiale non materiale, diventa un elemento tanto impalpabile quanto vitale. La ricerca di Anila Rubiku (Durazzo) si fonda su un’approfondita analisi dello spazio come luogo relazionale e sociale. L’artista affronta la dimensione interiore dell’individuo ed in particolare la condizione della donna, il concetto di spazio domestico e l’idea del viaggio concepito come mezzo di confronto e possibilità di conoscenza. Abbiamo rivolto alcune domande alle due curatrici per meglio raccontare il senso di questo progetto espositivo. Qual é il fil rouge che lega le cinque artiste in mostra? (Elena Inchingolo) Il filo rosso che unisce  il lavoro delle 5 artiste in mostra è la sensibilità con cui si sono relazionate all’ idea di spazio ed alla sua carica semantica. Spazio astronomico per Caroline Corbasson, prossemico e interpersonale per Anila Rubiku, immaginifico per Debbie Lawson, bio-dinamico per Noa Pane, iper-realistico ed evocativo per Dana Levy. Perché la scelta di 5 artiste?  (Elena Inchingolo) Non è stata una scelta...

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A Miradolo un Castello sotto l’incanto dell’arte. Lo svela Paola Eynard mentre aspettiamo Tiepolo.

Pubblicato da alle 19:05 in .Arte, DOXA segnalazioni, galleria home page, Mostre, talenTO | 0 commenti

A Miradolo un Castello sotto l’incanto dell’arte. Lo svela Paola Eynard mentre aspettiamo Tiepolo.

Ho incontrato Paola Eynard, Vice Presidente della Fondazione Cosso, al Castello di Miradolo a San Secondo di Pinerolo. Se a qualcuno fosse sfuggito il Castello di Miradolo è la sede dove la Fondazione organizza principalmente mostre d’arte. Da qui son passate le tele di Caravaggio, di Mattia Preti, di Guido Reni senza dimenticare Tiziano e Lorenzo Lotto ed altri importanti nomi. Da quella che doveva essere un’intervista sull’imminente arrivo dell’esposizione dedicata a Tiepolo e al ‘700 veneto, mi sono ritrovato ad ascoltare una storia, densa di passione, di come questo luogo incastonato al centro di un parco meraviglioso, sia divenuto in pochi anni una sede privilegiata per osservare capolavori della pittura italiana. Nelle parole Paola Eynard emerge il desiderio di lavorare per un pubblico vasto, anche se non si è studiata storia dell’arte, non significa che non si possa entrare in una mostra con curiosità, piacere. Idea che condivide con la madre, la Presidente Maria Luisa Cosso.   Diceva un poeta riguardo alle mostre d’arte che si “finisce per languire all’ombra del monumentale”, ma in questo caso credo che le cose siano fatte per sortire tutt’altro effetto. Mi dice che entrambe non provenendo dal mondo dell’arte, ma da quello dell’industria, hanno sviluppato un approccio molto vicino all’occhio del visitatore, bisogna capire cosa si legge, mia mamma che è un meraviglioso imprenditore, è una maestra ma ha dovuto smettere per vicissitudini famigliari, lei passa in rassega tutti i testi dei curatori, le infografiche, e ribadisco che lavora ancora in azienda tutt’oggi, ma visto che questa cosa l’abbiamo creata insieme e la sua esperienza e preziosa per moltissime cose, prima che i testi vengano stampati e diffusi li rileggiamo insieme, con il suo fare garbato, li vira in una lingua meno specialistica, più comprensibile, assimilabile, chiara. Una mostra che racconta molte cose diverse, deve essere supportata da un linguaggio che non sia astruso, questa è una cosa forse piccola ma che rende l’idea dell’accuratezza con cui seguiamo tutto. Resta fondamentale che il visitatore si porti a casa qualcosa, senza sentirsi sminuito o estraneo. Non facciamo mostre facili, per esempio se proponessimo Mirò non aggiungeremmo nulla di più, mentre questa scelta di cercare delle mostre di ricerca, o portare sul territorio qualcosa che non c’è mai stato, o stanare un tema un artista poco conosciuto.  Il caso emblematico fu la prima ed unica mostra mai realizzata dedicata a Orsola Maddalena Caccia, contemporanea di Artemisia. Figlia del pittore Guglielmo Caccia e badessa del monastero di Moncalvo, piccola città del Monferrato, Orsola fu autrice di uno straordinario numero di opere a carattere religioso e significative nature morte, che di fatto inaugurano il genere in Piemonte. Chiusa tutta la vita in un convento, scoperta grazie ad una storica dell’arte, abbiamo fatto il primo catalogo su di lei, che ha avuto anche successo editoriale. Se qualcuno domani vorrà studiarla potrà partire da qui. E’ con questo spirito che ci muoviamo. Come nel caso delle donne del Risorgimento, un’idea di mia mamma, ed così che con una ricerca approfondita abbiamo raccontato le eroine di quella stagione storica. Un modo per partecipare alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia con una mostra ideata per ripensare al ruolo e alla presenza delle donne piemontesi nel percorso storico che ha portato all’unificazione. La mostra  ricostruiva e sintetizzava l’attività di donne protagoniste...

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Il motorismo d’epoca a Parigi per Rétromobile. Fiera da cui imparare e prendere spunto.

Pubblicato da alle 17:28 in Eventi, Mostre, MotorInsider, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Il motorismo d’epoca a Parigi per Rétromobile. Fiera da cui imparare e prendere spunto.

  Organizzare un salone dedicato al motorismo d’epoca, o per dirla alla francese, che, evocando i mirabolanti eventi dei primi del ‘900, rende più l’idea, un’exposition, significa prima di tutto studiare, curare e approntare ogni minimo dettaglio affinché il visitatore prima di tutto, viva un esperienza che lo coinvolga e lo proietti al centro di un mondo difficilmente visibile fuori dalle pareti di una fiera. Al bando dunque le solite accozzaglie di auto straviste, al limite della pedanteria, gli allestimenti “alla buona” (anzi, in pieno stile maccheronico, tra fiaschi di vino, improbabili salami che spuntano fuori da carte bisunte e disordine imperante), ricambi ridotti a relitti sbattuti alla rinfusa su un lenzuolo steso a terra e intromissioni di dubbio gusto, che poco hanno a che fare coi motori. Ben vengano invece la spettacolarità, la ricerca della bellezza, l’arte e il prestigio: tutti aggettivi che, a passeggiare fra i padiglioni “trionfali” di Rétromobile, la più importante fiera francese di auto e moto d’epoca che si tiene naturalmente a Parigi, nell’elegante ed efficientissima struttura di Porte de Versailles, a pochi minuti di metro dalla Tour Eiffel e Place de la Concorde.  Quello che stupisce, lo sottolineiamo al costo di essere ripetitivi, è l’ordine, la pulizia e l’efficacia con cui i veri – e spesso rarissimi – gioielli esposti si susseguono negli occhi degli avventori che, grazie all’ampiezza e al respiro, possono passeggiare tranquilli e vedere tutto anche nei momenti di maggiore affluenza. Abbiamo detto il visitatore al centro dell’esposizione ma sarebbe da orbi non notare un altro elemento fondamentale, la presenza ufficiale delle case ma non così, tanto per dire di esserci, in maniera massiccia, puntando sullo stupore e sulla sorpresa, con stand che sono dei veri è propri scrigni di meraviglie, forse perfino di più di quelli messi in piedi a saloni di vetture moderne, come “un Ginevra”, o “un Francoforte”. Inutile dire che, questo è frutto di un do ut des fra organizzatori ed espositori costante, un valzer di visibilità reciproca: io ti do lo spazio giusto e ti invito a far parte di un’esperienza esclusiva e tu Casa, con i club, i simpatizzanti ma soprattutto ufficialmente con i settori heritage (sempre più attivi) mi dai fiducia. Un concetto veramente così difficile da “far passare” in Italia?   Anche se piacerebbe approfondire, accantoniamo le polemiche e vediamo allora in che cosa consisteva tutta questa magnificenza. A farla da padrone, ovviamente, le Case indigene. Lo stand più stupefacente è quello di Renault, che ha letteralmente svuotato il Museo per portare a Parigi rarità come la grossa 40 CV Type JV del 1922, un berlinone con motore di più di 9 litri e 6 cilindri in linea (che all’epoca le permetteva una velocità di punta di 135 km/h), caratterizzata da una insolita linea aerodinamica; l’impressionante – per imponenza e lusso – Reinastella del 1932: motore 8 cilindri in linea di 7 litri da 110 CV, aveva poco da invidiare a mostri sacri come Isotta Fraschini o Rolls Royce. L’esemplare esposto è il telaio n 42 dei soli 50 prodotti del tipo RM2, completamente in alluminio; incredibile poi il prototipo Initiale del 1995 che reinventava il concetto di vettura di lusso trasformandola praticamente in una suite viaggiante: linea di cintura molto bassa, ampia vetratura, interni rilassanti e raccordati in un unico ambiente...

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“Con usura nessuno ha una solida casa”. Un manuale online per conoscere e difendersi.

Pubblicato da alle 13:01 in DOXA segnalazioni, Economia, Eventi, Innovazione, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

“Con usura nessuno ha una solida casa”. Un manuale online per conoscere e difendersi.

Il nuovo Presidente della Fondazione CRT Giovanni Quaglia, il Presidente de La Scialuppa CRT Onlus Ernesto Ramojno e il Sindaco di Torino Chiara Appendino hanno aperto il convegno della Fondazione CRT  “Sovraindebitamento e usura: responsabilità e prevenzione”. L’occasione è stata propizia per la presentazione del volume “Per un uso responsabile del denaro”,  liberamente consultabile on line sul sito www.lascialuppacrtonlus.org: un Manuale anti usura, curato da Rodolfo Bosio ed edito da La Scialuppa CRT Onlus – Fondazione Anti Usura, che sarà distribuito anche durante gli incontri con gli studenti da parte dei volontari de La Scialuppa CRT Onlus. Il volume, pensato per una gestione più consapevole delle risorse finanziarie ha l’obiettivo di contrastare il fenomeno del sovraindebitamento e dell’usura – un business da oltre 80 miliardi di euro l’anno, secondo i dati Eurispes. La giornata sembra l’occasione giusta per ricordare il poeta statunitense Ezra Pound che scrisse sull’usura; all’argomento dedicò, oltre al Canto XLV dei suoi Cantos, due libri: Abc dell’Economia e Lavoro e Usura.  Con usura nessuno ha una solida casa di pietra squadrata e liscia per istoriarne la facciata, con usura non v’è chiesa con affreschi di paradiso harpes et luz e l’Annunciazione dell’Angelo con le aureole sbalzate, con usura nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine non si dipinge per tenersi arte in casa ma per vendere e vendere presto e con profitto, peccato contro natura, il tuo pane sarà staccio vieto arido come carta, senza segala né farina di grano duro, usura appesantisce il tratto, falsa i confini, con usura nessuno trova residenza amena. Si priva lo scalpellino della pietra, il tessitore del telaio Nell’ultimo anno La Scialuppa CRT ha gestito 793 richieste d’aiuto, di cui l’80% provenienti da persone (637) e il 20% da imprese (156), in Piemonte e Valle d’Aosta. Il 61% delle persone in difficoltà ha tra i 36 e i 55 anni, il 29% oltre i 56 anni, e solo il 10% fino a 35 anni.  Crescono i finanziamenti bancari alle famiglie, cresce il credito al consumo, ma cresce anche il sovraindebitamento, spesso anticamera dell’usura. Troppi debiti, accumulati anche a causa di imprevisti, e l’impossibilità di far fronte a tutti gli impegni finanziari, comportano molti rischi: il blocco dell’accesso a nuovi crediti, pignoramenti, sequestri, tagli di luce e gas, chiusura del riscaldamento, perdita della casa, ecc. Costituita quasi vent’anni fa (nel 1998) dalla Fondazione CRT che la sostiene, finora La Scialuppa CRT ha fornito gratuitamente consulenza e assistenza a quasi 13.000 famiglie e stanziato 34 milioni di euro a garanzia di circa 2.000 finanziamenti bancari a soggetti che, altrimenti, avrebbero rischiato di cadere vittime di usura. “La Fondazione CRT ha costituito la Fondazione Antiusura La Scialuppa CRT, in linea con il proprio impegno a favore delle persone economicamente e socialmente più fragili – ha detto il Presidente della Fondazione CRT Giovanni Quaglia in apertura del convegno –. Accanto a interventi concreti di contrasto e aiuto per far fronte alla piaga sociale dell’usura, abbiamo messo in campo strumenti per diffondere una cultura della prevenzione e una maggiore consapevolezza economico-finanziaria tra i cittadini, in sinergia con le istituzioni del territorio”. Al convegno sono intervenuti: Gabriele Molinari, co-presidente dell’Osservatorio regionale sul fenomeno dell’usura; Daniele Ciravegna, professore emerito di Economia politica all’Università di Torino; Massimo Terzi, presidente del Tribunale di Torino; Luciana Malatesta, Consigliere delegato de La Scialuppa CRT Onlus; Giovanni Godino, socio AIDP Gruppo Regionale Piemonte – Associazione italiana per la direzione del personale.  ...

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Al Gobetti il Tony Pagoda di Iaia Forte ritorna in Italia.

Pubblicato da alle 12:43 in Notizie, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Al Gobetti il Tony Pagoda di Iaia Forte ritorna in Italia.

Debutterà TONY PAGODA – RITORNO IN ITALIA di Paolo Sorrentino, tratto dal romanzo Hanno tutti ragione, diretto e interpretato da Iaia Forte, martedì 21 febbraio 2017, alle ore 19.30, al Gobetti. In scena con lei, Francesca Montanino. Le scene e le luci sono di Nicolas Bovey e le coreografie di Anna Redi. Lo spettacolo è prodotto dalla Compagnia Lombardi Tiezzi in collaborazione con Pierfrancesco Pisani e OffRome. “Alter ego di Iaia Forte, maschiaccio napoletano, cantante fanfarone, nato dalla penna di Paolo Sorrentino, Tony si è esibito davanti a Frank Sinatra e ora lo ritroviamo ad Ascoli Piceno in una debordante autocelebrazione canora”. Tony Pagoda: camicia rossa e completo bianco, a metà tra Califano o Bongusto, improbabili capelli rossi alla Silvan, scarpe con rialzo, moglie obesa a casa, una discreta predilezione per alcool e cocaina, insomma un Cetto La Qualunque cantante. L’ultima sua esibizione a New York si era conclusa tra le braccia di due prostitute che lo hanno rapinato e adesso Tony ricomincia il suo stralunato storytelling: passata la mezzanotte, si ritrova in un sordido ristorante ad Ascoli Piceno con la sua corista, ad impartire lezioni di seduzione, compito che si fa più complesso e delicato quando “non si è belli”. Del resto una sola, semplice verità gli è chiara: per affascinare le donne bisogna padroneggiare le parole, a costo di stordire l’uditorio. Tra fiumi di champagne, delusioni amorose, battute fulminanti e riflessioni malinconiche, l’ironia e la complessità di questo personaggio si delineano con ulteriori sfaccettature, regalandoci “perle di saggezza” e una disperata, calda vitalità in un’Italia senza stelle in...

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Le tangibili tonalità fotografiche del pittorialismo italiano in una grande mostra alla Mole.

Pubblicato da alle 10:41 in galleria home page, Mostre, Notizie, Spettacoli | 0 commenti

Le tangibili tonalità fotografiche del pittorialismo italiano in una grande mostra alla Mole.

Al Museo Nazionale del Cinema di Torino è aperta la mostra fotografica “Tonalità tangibili. Peretti Griva e il pittorialismo italiano. Dalle collezioni del Museo Nazionale del Cinema”. La cura dell’esposizione è condivisa tra Marco Antonetto e Dario Reteuna, mentre la cura della sezione “D.R. Peretti Griva” è di Giovanna Galante Garrone. Le stampe fotografiche sono ben 250, tutte originali vintage, purtroppo come al solito messe sotto vetro con quello che ciò significa in termini di riflessi. Le sezioni sono tre. La prima, dedicata a Peretti Griva, è posta in un allestimento separato nella sala principale del Museo ed è accompagnata da un breve video in cui Italo Zannier fornisce qualche indicazione critica. La seconda sezione si snoda sulla Rampa Elicoidale che sale intorno alle volte e certamente lo spettacolare colpo d’occhio sull’insieme contribuisce a rendere particolarmente gradevole questa parte della visita. Lungo il percorso, che si conclude negli anni Trenta alle soglie del tardivo trionfo del Modernismo persino nel piccolo mondo antico del fotoamatorialismo italico, si incontrano apparecchi fotografici dell’epoca (tra fine Ottocento e anni Venti), attrezzature e materiali per le varie tecniche pittorialiste, un breve video di spiegazione di alcune di esse e infine la cosa più curiosa: alcune immagini di fotografi e artisti contemporanei italiani che secondo i curatori sarebbero in qualche modo dei discendenti diretti o indiretti del Pittorialismo storico: Gruppo Rodolfo Namias, Silvia Camporesi, Carla Iacono, Carlo Milani, Paolo Ventura. La terza sezione infine è ospitata nella sede staccata della Bibliomediateca Mario Gromo, un fiore archivistico di valore internazionale, non solo per gli studiosi di cinema, perso però nel deserto mal raggiungibile del quartiere periferico di Pozzo Strada. Qui sono esposte una trentina di stampe di Peretti Griva su una parete di recente allestita  per piccole esposizioni temporanee. Nel suo insieme la mostra è decisamente interessante e ben allestita. Raggiunge in pieno il meritorio proposito di mettere in valore ed iniziare ad esibire la preziosa collezione fotografica del Museo, che conta oltre un milione di immagini, di cui 132.000 appartenenti alla fotografia storica. A suscitare le mie perplessità è invece la scelta curatoriale di rivedere, oserei dire “revisionare”, il valore storico e artistico del fenomeno pittorialista isolandone i valori tecnici e le scelte iconografiche dal contesto epocale. Sarebbe un po’ come, mutatis mutandis, cercare di rivalutare il Realismo Socialista russo omettendo di citare il precedente periodo Costruttivista e Futurista. Certo, se al mondo non fosse mai esistito Alfred Stieglitz (che qui compare brevemente in un video nel quale non si fa il minimo cenno al significato storico della sua grandiosa azione culturale ed artistica), per non parlare poi delle Avanguardie storiche o di Marcel Duchamp, potremmo forse compiacerci serenamente di pecorelle, vallate alpine, bellezze in fiore, vecchietti rugosi, edifici consumati dal tempo e via dicendo. Il tutto poi reso con visivi chimicamente più o meno complessi ma tutti tesi, salvo un certo tipo di stampa al platino o al carbone, a trasferire le immagini in epoche pre-fotografiche, quando era la mano umana a tracciare le immagini e non una volgare macchina a base ottica. A nulla vale, secondo me, cercare poi degli epigoni tra i contemporanei.   Qualsiasi artista contemporaneo, un minimo riconosciuto fuori dalla cerchia familiare e amicale, che decida di adoperare una fotocamera, foss’anche per i suoi privatissimi teatrini, sposta l’accento dal formalismo...

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Cosimo Veneziano alla galleria Peola e al MEF: due sedi prestigiose per un unico progetto.

Pubblicato da alle 10:22 in .Arte, galleria home page, Mostre | 0 commenti

Cosimo Veneziano alla galleria Peola e al MEF: due sedi prestigiose per un unico progetto.

Doppia importante presenza in città per l’artista Cosimo Veneziano con due mostre per un unico progetto dal titolo Petrolio/Appunti, presso la Galleria Alberto Peola fino al 1 aprile e al Museo Ettore Fico fino al 16 aprile. Per Veneziano il progetto è preziosa occasione per affrontare alcuni dei temi nodali della sua ricerca artistica, lo studio sul ruolo dei monumenti e della scultura nello spazio pubblico e il valore delle immagini come iconografia della propaganda politica in rapporto alla comunità. Nato a Moncalieri nel 1983, ha studiato montaggio video e tecniche di animazione prima di diplomarsi all’Accademia Albertina di Belle Arti in scenografia; oggi, dopo prestigiose esperienze di residenze d’artista in Italia e all’estero, vive e lavora Leeds. Particolarmente talentuoso nel disegno, ama confrontarsi con tecniche diverse come la ceramica o la gomma, in un processo di totale coinvolgimento con il fare artistico. In Petrolio sviluppa alcuni riflessioni sull’attitudine a nascondere, cancellare, delegittimare immagini riconosciute come patrimonio collettivo, si vedano ad esempio i disegni della scultura di un toro e di una scultura religiosa di epoca assiro-babilonese parzialmente coperti e quasi nascoste alla vista da panni di feltro; sul nucleo delle sculture in ceramica dal titolo Membrana, interviene su parti di statue greche e romane con un processo di stratificazione che ne altera i tratti, perdita di un’identità culturale avvenuta nel tempo. Giorni di un futuro passato è invece un’installazione composta da quattro grandi disegni su tela con figure umane armate di martello nell’atto di distruggere dei simboli, immagini della propaganda rivoluzionaria entrate nell’immaginario collettivo che enfatizzano il cambiamento con atti di distruzione. Petrolio continua al MEF con un corpus di disegni inediti, appositamente studiati per gli spazi museali, che prevedono la copertura parziale dell’immagine di monumenti, e un nuovo allestimento di Crash, il cui soggetto è il palazzo della Banca d’Italia a Massa – un tempo vero e proprio segno visivo della città e del suo potere economico – oggi struttura abbandonata.  Abbiamo rivolto a Cosimo alcune domande: Puoi spiegarci il titolo che hai scelto per la tua personale? Petrolio nasce da una ricerca che sto portando avanti sul tema dell’iconografia monumentale negli spazi pubblici e quale è il suo ruolo. La mi ricerca sul monumento continua anche fuori dai mezzi plastici, dove operare su un aspetto bidimensionale mi permette di ragionare sull’occultamento del simbolo che ogni monumento porta con sé, soprattutto riguardo il progetto Petrolio. Ho cercato di trasferire l’aspetto materico dei monumenti, lavorando sia sul materiale dell’occultamento, il feltro, sia sulla cornice del lavoro che in alcuni è in ferro in altri casi in legno. Il titolo della mostra si riferisce a quella ricerca che nasce anche in parte dalla lettura del libro di Pasolini. Ho notato che ami misurarti con più tecniche e materiali mettendoti in gioco. Quanto è importante è per te la produzione artistica manuale? La riproduzione artistica manuale per me è fondamentale perché alla fine quello che si veicola nella maggioranza dei casi è un manufatto. Come hai posto in relazione le due mostre da Peola e il MEF, come è stato relazionarti con due spazi pubblici di fruizione pubblica eppure diversi nell’approccio al pubblico? Ho pensato la mostra come un unico progetto, inserendo degli inserti che rimandano alla mostra nell’altro spazio: per me si tratta di un corpo unico....

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Riformare l’Unione Europea. Un appello e una marcia per l’Europa a 60 anni dai Trattati che la costituirono.

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Riformare l’Unione Europea. Un appello e una marcia per l’Europa a 60 anni dai Trattati che la costituirono.

“Ogni appello è una poesia ed ogni poesia è un appello”, la frase appartiene ad un scena del film The Dreamers di Bernardo Bertolucci costruito sulla vicenda di tre protagonisti all’interno di un appartamento parigino, mentre fuori, nelle strade si accendono le proteste del maggio 1968. Può darsi che non risenta di intenzioni poetiche ma un importante appello, che ad oggi ha già raccolto le firme di oltre trecento personalità e intellettuali europei è stato redatto per una mobilitazione collettiva. L’appello si rivolge alle istituzioni europee e agli Stati membri. Nel testo si chiede di rilanciare l’integrazione europea su basi più democratiche e con un governo comunitario capace di affrontare il difficile momento storico. La parte pratica è costituita da un invito a tutti i cittadini ad aderire alla marcia per l’Europa che si terrà a Roma il 25 marzo, in occasione della celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma. Il 14 febbraio 1984 il Parlamento Europeo adottò il Progetto di Trattato che istituisce l’Unione Europea, il cosiddetto progetto Spinelli.     Il testo completo dell’appello:   Una vera Unione Europea per garantire il benessere, la sicurezza e la democrazia Noi cittadini europei siamo preoccupati e spaventati. La crisi economica e finanziaria ha impoverito la maggior parte di noi. La disoccupazione giovanile rischia di creare una generazione perduta. La disuguaglianza cresce e la coesione sociale è in pericolo. L’UE è circondata da conflitti e instabilità, dall’Ucraina alla Turchia, dal Medio Oriente al Nord Africa. Il flusso di rifugiati e migranti è diventato una questione strutturale che dobbiamo affrontare insieme, in modo umano e lungimirante. In molti Stati membri si manifestano tendenze autoritarie e l’ascesa di forze nazionaliste e xenofobe. La democrazia e i valori fondanti della civiltà europea moderna sono sotto attacco. La stessa Unione Europea è messa in discussione, sebbene abbia garantito pace, democrazia e benessere per decenni. Noi cittadini europei non vogliamo che i politici nazionali si preoccupino solo delle successive elezioni nazionali o locali. Chiedono soluzioni europee a problemi europei, ma poi agiscono per rendere tali soluzioni impossibili o inefficaci. Ignorano le proposte della Commissione e non applicano le decisioni già prese, incluse quelle approvate all’unanimità. Chiediamo ai politici e ai media nazionali di smettere di presentare l’integrazione come un gioco a somma zero, mettendo così le nazioni l’una contro l’altra. In un mondo interdipendente nessuna nazione da sola può garantire le necessità basilari dei suoi cittadini e la giustizia sociale. In questo contesto l’integrazione e un governo sovranazionale europeo sono un gioco a somma positiva. Il nostro modello sociale europeo fondato sulla democrazia liberale e sull’economia sociale di mercato può sopravvivere solo in un quadro di governo multi-livello, sulla base del principio di sussidiarietà. Noi cittadini europei siamo consapevoli che la globalizzazione sta trasformando il mondo. Abbiamo bisogno di un governo europeo per promuovere i nostri valori e contribuire alla soluzione dei problemi globali che minacciano l’umanità. Il mondo ha bisogno di un’Europa cosmopolita e rivolta a contribuire alla costruzione di una governance globale più democratica ed efficiente, per affrontare le sfide più impellenti, dal cambiamento climatico, alla pace, dalla povertà globale, alla transizione verso un’economia sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale. Noi cittadini europei riconosciamo l’UE come una incompleta Res Publica. Ha un budget ridicolo (0,9% del PIL) e nessuna autonomia finanziaria, mentre le sue competenze e poteri sono...

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Nella sede della Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura. Un ex educatorio divenuto cittadella culturale.

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Nella sede della Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura. Un ex educatorio divenuto cittadella culturale.

In Piazza Bernini 5 a Torino una vera e propria Cittadella della Cultura: alla scoperta della Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo [ Prima parte ] L’imponente edificio che chiude diagonalmente il lato sud di Piazza Bernini con due corpi laterali che si estendono verso via Duchessa Jolanda e Corso Ferrucci, già Educatorio Duchessa Isabella e oggetto in anni recenti di una considerevole riqualificazione, è dal 2015 sede della Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo; nell’ampio comprensorio trovano spazio uffici amministrativi e altri enti strumentali della Compagnia (ossia enti autonomi operativi su aree specifiche), come la Fondazione per la Scuola, l’Ufficio Pio e il centro amministrativo del Gruppo. La Fondazione gestisce l’Archivio Storico della Compagnia di San Paolo, vero e proprio patrimonio documentario che copre un periodo amplissimo, dal XVI al XX secolo, testimonianza della storia plurisecolare della Compagnia. I documenti derivano dall’Antica Compagnia e dal Monte di Pietà, dalle Opere Pie di San Paolo e dall’Istituto Bancario San Paolo di Torino: il patrimonio dell’Archivio – oltre due chilometri lineari – è una fonte di ricerca importante per la storia piemontese e nazionale, a disposizione di studiosi e cittadini che possono fare richiesta per usufruire della sala di consultazione. Incontriamo in questa sede, e in particolare negli uffici dove un tempo c’era la grande cappella rettangolare che occupava tutto il primo piano di cui rimane lo splendido soffitto a cassettoni, Anna Cantaluppi, direttrice, Elisabetta Ballaira, responsabile culturale e Ilaria Bibollet, responsabile dell’Archivio, per farci raccontare le attività della Fondazione 1563.   Dalle loro parole emergono con competenza ed entusiasmo le molte attività promosse, i progetti seguiti, le attività di conservazione e ricerca in ambito archivistico, storico, e storico artistico. La Fondazione ha come altro filone di attività fondamentale un articolato programma di studi sull’età e la cultura del barocco. L’impressione è che dietro alla sobria e severa facciata chiara di piazza Bernini ci sia oggi una vera e propria cittadella della cultura, operativa e vitale, che molti cittadini non hanno ancora scoperto nella sua ricchezza, specificità, multidisciplinarietà.  Una centrale operativa con un atteggiamento di grande apertura verso l’esterno che vale la pena di svelare e scoprire con attenzione, a partire dall’edificio. Ci facciamo accompagnare in un percorso di scoperta articolato e affascinante, che, data la vastità degli argomenti trattati, in questo primo incontro si focalizza sulla storia della Compagnia, sull’edificio e sulla preziosa quadreria. In un secondo momento analizzeremo gli archivi e i progetti di ricerca. Dottoressa Cantaluppi, ci racconta brevemente la storia della Compagnia?  La Compagnia nasce nel 1563 per iniziativa di 7 cittadini torinesi riunitisi per aiutare la gente povera nel solco della Controriforma. La novità è che non sono sette nobili ma sono esponenti delle nuove classi emergenti, borghesi, categoria sulla quale fa affidamento Emanuele Filiberto per fondare lo stato moderno del ducato sabaudo, infatti sin da subito sono registrati molti rapporti con la corte, con i diversi ordini sociali e anche con i gesuiti, che saranno punto di riferimento religioso per la Compagnia. È da ricordare anche la riapertura ad opera della Compagnia del Monte di Pietà cittadino per elargire prestiti che debellassero in qualche modo la piaga dell’usura: per farlo i confratelli (dal più ricco a quello che nei documenti viene definito “povero)” si autotassarono per...

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Vous aime Pierre Boulez ? Forse se ascoltaste Le marteau sans maître…

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Vous aime Pierre Boulez ? Forse se ascoltaste Le marteau sans maître…

Il compositore e direttore d’orchestra francese Pierre Boulez ci ha lasciato il 5 gennaio scorso, era nato 90 anni prima nella Loira il 26 marzo del 1925. Fu uno dei protagonisti dell’avanguardia musicale dagli anni cinquanta, direttore artistico della New York Philharmonic e fondatore dell’Ensemble InterContemporain di Parigi. Acceso polemista, auspicò il “brûler les maisons d’opéra“. Fortunatamente non accadde, ma questo non significa che su altri temi non fosse ascoltato.    Martedì 14 febbraio al Teatro Vittoria, alle ore 20, l’Unione Musicale gli rende omaggio, a circa anno dalla sua scomparsa, per onorare e ricordare lo straordinario apporto di innovazione e ricerca lasciato dal grande compositore e direttore d’orchestra francese alla musica del Novecento. La serata fa parte degli appuntamenti denominati Parigi dedicati all’esplorazione dell’affascinante repertorio musicale nato nella capitale francese tra Ottocento e Novecento.   Cuore della serata l’esecuzione di una delle opere più significative di Boulez, Le marteau sans maître, composto tra il 1953 e il 1954, secondo lavoro di una trilogia su testi del poeta francese René Char. Come Boulez stesso dichiarò in un’intervista, «Per Le marteau ho preso le poesie più corte, poche righe, ma che mi permettessero non più semplicemente un’attività fra poesia e musica ma un innesto in cui la musica e la poesia mantengono, fino a un certo punto, la loro indipendenza». Eseguito per la prima volta al Festival della Società Internazionale di Musica Contemporanea il 18 giugno 1955 a Baden-Baden, sotto la direzione di Hans Rosbaud, dedicatario della partitura, ebbe un notevole successo al quale contribuirono anche i particolari effetti sonori realizzati da un organico strumentale atipico rispetto alle tradizionali orchestre cameristiche, che prevede l’utilizzo della voce di mezzosoprano e di flauto, viola, chitarra, percussioni, vibrafono e xylomarimba. Nel Marteau troviamo una grande varietà di situazioni: passi di grande dolcezza si contrappongono a scatti nervosi e altri caratterizzati da una scrittura più densa si alternano a episodi in cui il tessuto sonoro è più rarefatto: la scrittura di Boulez – secondo il suo celebre motto «Schönberg è morto» – persegue il tentativo radicale di smantellare le forme classiche della composizione, interrompendone ogni criterio armonico e comunicativo sia nell’organizzazione dei suoni – con l’utilizzo della tecnica seriale – sia rispetto alle durate, alle intensità di volume, ai colori timbrici, alla suddivisione ritmica e alla geometria strumentale. In apertura due brevi brani di altri due grandi compositori del Novecento, Densité 21,5 per flauto solo di Edgard Varèse e Hora lungă, il primo movimento della Sonata per viola sola di György Ligeti. Interpreti del programma i musicisti dell’Ensemble Orchestral Contemporain, fondato nel 1992 a Lione e diretto per questo concerto da Pierre-André Valade; autentici specialisti della musica del XX e XXI secolo che vantano un repertorio di quasi cinquecento opere di duecento compositori diversi, incluse centosettanta prime assolute. Il concerto – originariamente previsto in altra data – sarà preceduto da una guida all’ascolto (ore 18.30) a cura di Antonio Valentino e da un aperitivo offerto al pubblico (ore...

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Assegnato a Fabrizio Passarella il Premio Videoinsight® 2017 Arte Fiera.

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Assegnato a Fabrizio Passarella il Premio Videoinsight® 2017 Arte Fiera.

Dopo l’interessante conversazione dello scorso novembre pubblicata sulla nostra testata incontriamo nuovamente Rebecca Russo, Presidente della Fondazione Videoinsight®, in occasione dell’assegnazione del Premio Videoinsight® 2017 – Arte Fiera, giunta quest’anno alla sua sesta edizione. Rebecca, su chi è ricaduta la scelta? Il vincitore è Fabrizio Passarella con l’opera Il Giardino Rabescato / The Arabesque-adorned Garden’(Kitǎb al-Qalb), presentato dalla galleria L’Ariete Arte Contemporanea di Bologna. Si tratta di un’opera di video-arte realizzata in tre anni, dal 2013 al 2016: il video dura 15 minuti, è sostanzialmente inedito, poiché è stato esposto un’unica volta al Museo Civico Medioevale di Bologna. È frutto di un lavoro tecnico di grande complessità che ha richiesto anni di impegno, ricerca, conoscenza. Quali le motivazioni del Premio?  L’opera è stata premiata durante Arte Fiera con queste motivazioni: L’opera è un Capolavoro di VideoArte. Tocca il cuore. E’ romantica, onirica, poetica. E’ universale, eterna. Fa sognare, fa viaggiare.  Trasporta in un Paradiso fatto di colori, suoni, simboli.  E’ frutto di genio, creatività, abilità, volontà di integrazione e coraggio. Illumina lo spirito, dona energia vitale, stimola la mente, provoca la narrazione.  E’ un’opera pura, senza tempo, antica e contemporanea. Rappresenta i bisogni primari dell’umanità: l’amore, la passione, la preghiera. Fa meditare, rilassa la mente, rinfresca, accende il sentimento. Commuove, scalda, nutre. Penetra nell’inconscio con forza e velocità. Ha un elevato impatto.  Ci puoi illustrare nel dettaglio questi concetti? Io da sempre cerco per la Collezione opere romantiche, che parlino di amore, suggeriscano paradisi, stimolino la risonanza emotiva. Questo video fa sognare ad occhi aperti, è stato in grado di indurmi sogni ricorrenti. Un’opera poetica, gentile, che unisce Oriente e Occidente, integrandoli: per questo è anche un’opera universale e senza tempo. Le immagini sono tratte da libri antichi, immagini del passato, ritagliate e applicate anche con il metodo del collage e quindi digitalizzate: l’esito finale è frutto di una acuta rielaborazione, assortite secondo un’ottica assolutamente contemporanea. Il video è impostato infatti come un prezioso libro che si apre davanti ai nostri occhi, un libro da sfogliare che ricorda le Mille e una Notte, uno dei miei testi preferiti. Una sequenza accompagnata da brevi composizioni poetiche ispirate agli scritti dei mistici dell’Oriente. Racconta tuttavia la storia dell’umanità tutta, dell’Occidente e dell’Oriente ed è per tutti. Questo per me è fondamentale: lo mostreremo anche ai bambini e agli anziani. Cosa ti ha colpito da un punto di vista formale? Ci troviamo davanti ad un’esplosione di colori, suoni, simboli: è un lavoro molto pittorico, che coinvolge i sensi: molti sono i codici, molti i linguaggi (computer grafica, animazione digitale) armonicamente espressi in una cornice iperbolica, con l’accompagnamento di una danza sensuale, ritmica. È un’opera sonora, un video ipnotico che stimola un rinascimento: fa regredire all’infanzia e stimola il cammino verso un mondo fatto di Bellezza, Natura, gioia di vivere. Allontana dalla bruttezza, promuove benessere: per questo è particolarmente coerente con la nostra mission. Rappresenta i bisogni primari, è un video meditativo, promuove la cura di sé e la vita come ricerca secondo l’ottica di Paul-Michel Foucault. Accelera e allena la felicità, riduce lo stress e la pressione, predispone al positivo, culla i desideri. In quest’opera si nota un certo gusto per l’iperrealismo estetico, una ricerca di bellezza che trasfigura la realtà attraverso l’arte. Come nell’estetica dannunziana, una tensione “a trasformare la vita in Vita” grazie allo strumento...

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L’arte dell’attore . . . ci incanta perché non si fa notare, forse ci inganna.

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L’arte dell’attore . . . ci incanta perché non si fa notare, forse ci inganna.

Quante volte ci è capitato di vedere un’opera lirica, o un balletto, o di assistere ad un concerto e di ammirare la tecnica e la precisione del gesto del danzatore o dell’esecutore? Profani o appassionati, capiamo subito che dietro quel passo di danza, o quel do di petto non c’è solo un indiscutibile talento, un dono della natura, ma anche e forse soprattutto anni di duro lavoro. La naturalezza con cui il concertista accorda il suo strumento non ci inganna; quella partitura è stata provata e riprovata decine di volte prima di essere pronta. Ci è facile immaginare le ore del pianista spese con passione a studiare il proprio strumento, o del danzatore ad apprendere fino a renderli apparentemente semplici, passi e gesti che per noi spettatori sarebbero impossibili.  Nessuno si stupisce se durante un’intervista sente una soprano o un tenore parlare delle ore esercizi tecnici sulla sua voce. In fondo, il compito di questi artisti passa attraverso un impegno che rende una cosa comune, muoversi, cantare, suonare, qualcosa di eccezionale, talmente eccezionale da essere incontestabilmente il prodotto di un duro lavoro. Tutti sappiamo canticchiare, muoverci più o meno a ritmo, tamburellare con le dita producendo ciò che ingenuamente chiamiamo “musica”, ma la distanza tra noi e un cantante lirico, un danzatore o un concertista è talmente grande da non lasciare ombra di dubbio: a un indubbio talento non può non aggiungersi una dedizione, un impegno, un lavoro tecnico altrettanto grande. Incredibilmente lo stesso non avviene con la recitazione.  L’arte dell’attore ci incanta perché non si fa notare, perché rende normale l’eccezionale e  in un certo senso ci inganna. E’ il paradosso della recitazione; la capacità di riprodurre la normalità a comando. I personaggi che ci appassionano vivono magari avventure straordinarie, ma le loro emozioni sono quelle di tutti noi: amano, odiano, hanno paura, si sfidano a superarla etc., ed in fondo è proprio per questo che ci coinvolgono; quando gli interpreti sono davvero bravi, ci fanno credere che le loro emozioni siano vere, pure se in situazioni estreme. E’ l’abilità di vivere onestamente all’interno di circostanze immaginare e questa abilità non è magia o un dono divino, ma il frutto di studio, dedizione verso una tecnica, un metodo che contrariamente a quanto si crede non frena la creatività, il genio, ma piuttosto amplifica il talento e impedisce che vada sprecato. La prossima volta che vedremo un’interpretazione cinematografica o teatrale che ci emoziona, fermiamoci a pensare che anche la recitazione, come tutte le arti, richiede un duro lavoro e tanto impegno impegno per far sembrare normale l’eccezionale. Giacomo Pace in collaborazione con Daimon Teatro www.daimonteatro.it...

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Piazza Castello ospiterà per la prima volta il falò valdese. Celebra le “Lettere patenti” istituite da Carlo Alberto.

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Piazza Castello ospiterà per la prima volta il falò valdese. Celebra le “Lettere patenti” istituite da Carlo Alberto.

  La Città di Torino ha concesso il patrocinio e l’uso di piazza Castello alla Chiesa Valdese per le tradizionali celebrazioni del 16 febbraio. Per la prima volta nel salotto buono della città si vedrà fiammeggiare il tradizionale falò celebrativo delle “Lettere patenti”, l’editto che sancì la concessione dei diritti civili e politici ai valdesi promulgato da Carlo Alberto nel 1848. Ogni anno, infatti, i valdesi festeggiano la ritrovata libertà accedendo falò che illuminano le valli attorno a Pinerolo. La concessione della piazza più importante di Torino è stata fortemente voluta dell’Amministrazione cittadina: a fianco della catasta che sarà data alle fiamme, di fronte a Palazzo Madama, ci sarà un palco per accogliere le autorità e per ospitare i tanti cori che accompagneranno con i canti tradizionali l’accensione del falò. L’appuntamento è alle ore 20 del 16 febbraio. L’ultima volta che Torino vide celebrare le Lettere patenti fu circa trent’anni fa al Monte dei Cappuccini. “L’Amministrazione comunale è felice di poter offrire uno spazio consono a un evento così importante per i nostri cittadini e cittadine valdesi – spiega l’assessore Marco Giusta – ma anche per la città nel suo insieme, in quanto si celebra l’apertura di spazi di libertà e di comunicazione tra mondi fino ad allora chiusi al confronto. È una ferita che si sana ed è l’occasione per tutti e tutte di avvicinarsi alla comunità e conoscerla più da vicino, condividendo il momento di festa”. “La Chiesa Valdese è estremamente lieta di poter realizzare nel cuore della città un evento che è tradizionale nella nostra storia. Ci siamo sempre occupati di diritti perché per molto tempo non ne abbiamo avuti”, dice Patrizia Mathieu, presidente del Concistoro valdese di Torino. “Le Lettere patenti ci riconoscevano come cittadini, ma non ci permettevano libertà di culto. Solo cent’anni dopo, con la Costituzione della Repubblica, c’è stato il pieno riconoscimento”. Il falò del 16 febbraio è, per i valdesi, una festa laica, una ricorrenza storica. “Per questo condividiamo il palco con tutti coloro che hanno patito o tuttora patiscono l’assenza di diritti: ci saranno gli ebrei, destinatari anch’essi delle Lettere patenti del 1848, e ci saranno le associazioni lgbt, le associazioni per la laicità e per i rifugiati”, conclude Mathieu.    Comunicato della Città di...

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Al cinema Massimo il fascino di Brigitte Bardot sotto il sole di Capri. Era il 1963.

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Al cinema Massimo il fascino di Brigitte Bardot sotto il sole di Capri. Era il 1963.

Queste le opportunità in Calendario: Martedì 7, 14 e 28 febbraio, ore 20.30/22.30 Mercoledì 8, 15 e 22 febbraio e lunedì 20 febbraio, ore 16.00 Martedì 21 febbraio, ore 15.00. Sarebbe disprezzabile non approfittarne di queste date; sedersi nel buio della sala del cinema Massimo e rivedere la luce del mediterraneo che accarezza la bellezza fulgente di Brigitte Bardot nel film “Le Mépris” girato dal grande padre della nouvelle vague Jean-Luc Godard. Il film è parte dell’iniziativa della Cineteca di Bologna “Il Cinema Ritrovato al cinema” che riporta sul grande schermo i grandi classici della storia. Scritto da Alberto Moravia nel 1954 il film rimane abbastanza fedele al testo, ma sono i luoghi, gli attori, le suggestioni, i colori, i dialoghi asciutti e l’accompagnamento melodico composto da Georges Delerue a portare questo strano film nel parnaso del grande cinema. Forse è Michel Piccoli che malgrado l’estate non si separa mai dal suo cappello, o il rosso fiammante dell’Alfa Romeo 2600 con cui viaggia il ricco produttore, la scalinata metafisica della villa di un altro grande scrittore, Curzio Malaparte, incastonata su un meraviglioso promontorio di Capri, il mare venerato come la statua greca che Fritz Lang osserva mentre interpreta se stesso.    Il film fu bistrattato e tagliuzzato da Carlo Ponti, sottraendo al pubblico italiano una scena, virata al magenta, di nudo dove la Bardot, sdraiata, chiede al suo uomo conferma della propria bellezza.      ...

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Il trait d’union del linguaggio tardo-romantico tra Schumann, Skrjabin e Rachmaninov sotto le dita di Benedetto Lupo.

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Il trait d’union del linguaggio tardo-romantico tra Schumann, Skrjabin e Rachmaninov sotto le dita di Benedetto Lupo.

    Considerato dalla critica internazionale uno degli interpreti più interessanti e completi della sua generazione, “pianista di eccezionale finezza… dotato di un tocco straordinariamente raffinato e uno stupendo controllo del suono” capace di unire “tecnica meticolosa e sensibilità romantica”, Benedetto Lupo ritorna all’Unione Musicale di Torino mercoledì 8 febbraio al Conservatorio Giuseppe Verdi, ore 21 con un concerto che farà la gioia degli amanti del pianoforte. Benedetto Lupo debuttò a tredici anni con il Primo Concerto di Beethoven, imponendosi subito in numerosi concorsi internazionali, tra i quali il Cortot e il Ciudad de Jaén in Europa e il Robert Casadesus, Gina Bachauer e Van Cliburn negli Stati Uniti. Nel 1992, quando la sua intensa attività concertistica lo vedeva già impegnato nelle Americhe, in Giappone e in Europa, ha vinto a Londra il Premio Terence Judd. In programma pagine di Schumann, Skrjabin e Rachmaninov che Lupo stesso commenta così: «Le Sonate che eseguirò hanno tutte e tre un carattere tempestoso. Le opere di Schumann, pur diverse tra loro per forma e contenuti, condividono più o meno lo stesso periodo creativo: vi si avverte la fascinazione per il Lied e, allo stesso tempo, l’esigenza di misurarsi con le forme del Classicismo. Ma il legame più forte è tra le due Sonate dei russi Skrjabin e Rachmaninov, che evidenziano all’ascolto la presenza di “rintocchi” insistenti e a volte ossessivi, oltre a una scrittura pianistica a “ondate”. E l’acceso linguaggio tardo-romantico, a volte tragico o persino allucinato, è un altro trait d’union». Sui pezzi di Schumann aleggia l’ombra di Clara: Blumenstück è una “ghirlanda” che intreccia variazioni molti originali tanto che l’autore le definì “variazioni senza tema”, un omaggio pieno di charme, da cuore a cuore, reso d’irresistibile dalla speciale abilità di Schumann di lasciar parlare il pianoforte. Le Tre romanze op. 28, su ammissione dello stesso Schumann, sono quasi un’emanazione dei pensieri di Clara, alla quale si deve anche la sostituzione del finale della Sonata op. 22 con un altro più consono per un’esecuzione in concerto.  Pianista di formazione e concertista di carriera, Skrjabin dedicò al suo strumento dieci Sonate che riflettono compiutamente l’evoluzione da un linguaggio ancora tardoromantico a una nuova dimensione musicale segnata dalla sperimentazione sul suono e dalla congiunzione di simbolismo e spiritualità. La Sonate-fantaisie op. 19 si avverte il tormento di un artista (e di un uomo) in profonda crisi; l’anelito alla luce, così tipico della sua produzione, è qui spesso sopraffatto da un pessimismo oscuro e tragico. La Sonata n. 2 in si bemolle minore op. 36, composta da un Rachmaninov all’apice della carriera, esprime il debito dell’autore russo verso Chopin, in particolare nell’incipit e nell’atmosfera placida del Non Allegro. Più originale il finale, che con il virtuosismo dei suoi arpeggi rutilanti segna una gloriosa catarsi, un riscatto emotivo tipico dell’autore. www.unionemusicale.it  ...

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Il teatro delle fotografie. Si applaudirà ?

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Il teatro delle fotografie. Si applaudirà ?

Giovedì scorso al Teatro Carignano di Torino si è inaugurata la mostra fotografica di Paolo Mussat Sartor (Torino, 1947) e Tiziano Rossano Mainieri (Bologna, 1982), vincitore del Concorso Nazionale Agarttha Arte Giovani Artisti 2016. Sono anche rimaste esposte le fotografie dello scorso anno di Pino Musi (Salerno, 1958) e Daniele Marzorati (Cantù, 1988), vincitore del Concorso Nazionale Agarttha Arte Giovani Artisti 2015. La mostra è organizzata da Agarttha Arte e curata da Adele Re Rebaudengo. L’associazione Agarttha Arte è stata costituita nel 1997 e la direzione artistica è di Adele Re Rebaudengo e Jean-Luc Monterosso, cofondatore e direttore della Maison Européenne de la Photographie di Parigi (MEP). Questo progetto di Agarttha Arte è sostenuto da Regione Piemonte, Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT e il Crédit Agricole Cariparma. Il Teatro Stabile di Torino e Agarttha Arte collaborarono già con successo per la realizzazione del libro “Teatro Carignano. Dalle origini al restauro” (2009). Quell’edizione si avvalse dell’opera di Gabriele Basilico che esplorò e testimoniò il processo di trasformazione del teatro. Il libro fu coedito da Agarttha Arte e Contrasto. Questa è in sintesi la messa in scena di un mondo che per tramite del fotografico intesse le proprie esclusive relazioni. Sarebbe forse interessante sapere quanto denaro pubblico costa al contribuente la compagnia di giro. Ma forse anche no. In fondo, sono informazioni ineleganti e fuori tono. L’importante è che tutto si svolga con decoro e rispetto. Noblesse oblige. Che poi sulle pareti ci sia una certa fotografia nascosta da vetri non antiriflesso – ché quelli lì son troppo costosi anche per simili consessi – o un’altra, poco importa. Il pubblico del teatro non applaudirà comunque, e forse sottovoce malignerà dell’uno o dell’altro fotografo, ma lo spettacolo sarà assicurato. Si saran fatte cose e visto gente. Per fortuna, a pochi metri da lì Franco Noero propone ancora per poco più di un mese una selezione di opere di Robert Mapplethorpe, sì quello meglio conosciuto per via delle sue preferenze sessuali. Grazie al cielo, qualsiasi fossero le sue frequentazioni fu innanzitutto un fotografo strepitoso. Di quelli che davvero si fan perdonare tutto con le eccellenze che sanno donare al mondo. Anche Gabriele Basilico era di quella grandezza lì. Mica bastano le relazioni e le “introduzioni nei giri che contano” a farti grande, quello lo sei prima o non lo sarai mai. Fulvio Bortolozzo  ...

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Delta, l’ultima regina. Ad Automotoretrò un focus sulla Lancia Delta con Miki Biasion.

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Delta, l’ultima regina. Ad Automotoretrò un focus sulla Lancia Delta con Miki Biasion.

La 35^ edizione di Automotoretrò, in programma dal 3 al 5 febbraio al Lingotto Fiere di Torino, dedicherà una speciale rassegna tematica alla Lancia Delta campione del mondo rally. Un’intramontabile icona delle competizioni, che nel 2017 celebrerà i 30 anni dal suo debutto agonistico avvenuto in occasione del Rallye Montecarlo 1987. In questa gara si imposero due Delta 4WD del team Martini Racing con gli equipaggi formati da Miki Biasion-Tiziano Siviero e Juha Kankkunen-Juha Pironen: una fantastica doppietta che segnò l’inizio di una carriera sportiva terminata nel 1992 con ben 6 titoli iridati consecutivi. Palmares tutt’oggi ineguagliato, che valse alla Delta la corona di “regina dei rally”. Per questo Automotoretrò ha deciso di proporre ai suoi visitatori una storia di successo tutto italiano. Da segnalare, l’esposizione tematica curata dal giornalista Luca Gastaldi vedrà 8 esemplari schierati al centro del padiglione 2 di Lingotto Fiere. Esemplari che ripercorrono l’evoluzione del modello, a partire dalla Delta S4 del 1986 per proseguire con due 4WD campioni del mondo nel 1987 negli allestimenti Gruppo A con livrea Martini Racing e Gruppo N con i colori Totip Jolly Club, e le varie Integrale, Integrale 16v ed Evoluzione. Vetture ex ufficiali della squadra Lancia Martini e delle scuderie Jolly Club e Grifone, oltre alle particolari Delta allestite per il Safari Rally. Insieme alle vetture, infine, non mancheranno i principali protagonisti dell’epopea Delta: primo fra tutti il due volte campione del mondo rally Miki Biasion, che proprio al volante di questa Lancia si impose nelle stagioni 1988 e 1989. Insieme a lui ci sarà una nutrita rappresentanza del “dream team” Lancia.   Durante il weekend sono previsti talk e presentazioni di libri, ad iniziare dalle 12 di venerdì 3 febbraio, con l’inaugurazione dello stand e la presentazione della mostra tematica. Alle 15 dello stesso giorno è in programma la presentazione del libro “Destra 3 lunga chiude” insieme all’autore Carlo Cavicchi. Sabato 5, alle ore 12, incontro con il campione del mondo rally Miki Biasion e, alle 15, la presentazione del libro “La storia dei rally” con l’autore Sergio Remondino. Domenica 5, alle 11.30, presentazione del volume “Dalla 124 alla 124” con l’autore Maurizio Verini e, alle 15, la conferenza di chiusura intitolata “Delta, l’ultima regina“...

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Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende. A Torino il film Che cos’è l’amore di Fabio Martina.

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Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende. A Torino il film Che cos’è l’amore di Fabio Martina.

“Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende”. Queste parole, con attenta dizione e immacolata memoria recita Vanna Botta al suo compagno Danilo in una scena del docu-film “Che cos’è l’amore”, rammentando il V Canto del Paradiso dove Dante restituisce voce a Paolo e Francesca.  Vincitore del premio speciale della giuria al Noida International Film Festival di Bombay, sono state previste proiezioni in nove città della Cina, tra cui Pechino, Shangai e Guangzhou.  Regista di questa storia piena di garbo è Fabio Martina, con uno stile sobrio, sensibile e curioso ha deciso di narrare la storia d’amore, tenera e poetica, tra Vanna, pittrice di 93 anni, e Danilo, drammaturgo e attore teatrale di 50 anni. Tre anni fa Vanna e Danilo si sono incontrati e a dispetto di qualsiasi previsione si sono innamorati. Danilo Reschigna, affetto da disabilità motoria, ha vissuto con i suoi genitori fino alla loro scomparsa e non ha mai avuto una relazione d’amore vera. Vanna Botta è una donna estremamente vitale. Figlia di un noto scultore, è stata sposata, ma una volta vedova non ha più avuto altri amori. Vanna e Danilo hanno costruito una relazione d’amore pura, trasparente, unica, senza falsi moralismi e inutili possessività, che coinvolge il corpo e la mente, un rapporto straordinario nonostante o forse proprio in virtù della loro differenza d’età. “Che cos’è l’amore” racconta la loro storia, seguendo il ritmo della loro quotidianità, che trascorre lentamente, in casa, mentre fuori la città frenetica muta volto velocemente. Vanna e Danilo si alzano, fanno colazione, lei dipinge, lui scrive, a volte passeggiano al parco, cenano e vanno a letto mentre parlano e riflettono sulla vita, sull’amore e sulla morte, mentre fuori della finestra la città si prepara freneticamente all’evento milanese dell’Expo 2015. Il film verrà proiettato al Greenwich Village Cinema, via Po 30, mercoledì 15 febbraio, alle ore 21. Il film viene distribuito in tutta Italia attraverso Movieday, la prima piattaforma web che permette a chiunque di organizzare proiezioni al cinema. Sul www.movieday.it registi indipendenti e distributori attraverso un self publishing riescono a intercettare sale e pubblico interessato.   Il trailer di Che cos’è...

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Hello Dolly… Gabriel Fauré e Claude Debussy ci riportano a Parigi.

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Hello Dolly… Gabriel Fauré e Claude Debussy ci riportano a Parigi.

Parigi è sempre una sorta di promessa, L’Unione Musicale di Torino ha preparato una serie di quattro appuntamenti dedicati alla Ville d’oltralpe. Un’esplorazione non scontata nel repertorio musicale scritto nella capitale francese tra Ottocento e Novecento; un periodo in cui Parigi era un crogiolo di idee e sperimentazioni, un autentico laboratorio di modernità. I concerti saranno incentrati sui capisaldi del repertorio cameristico di Ravel, Debussy, Poulenc, Faurè e molti altri compositori le cui opere hanno in comune l’affermazione di un gusto musicale francese ed europeo parallelo e spesso alternativo rispetto al percorso austro-tedesco wagneriano e schönberghiano. Protagonista del concerto di martedì 31 gennaio, al Teatro Vittoria – ore 20, sarà la musica di Gabriel Fauré, compositore e critico musicale per Le Figaro, uno dei musicisti più originali del suo tempo, modello di riferimento per molti grandi compositori di cui fu insegnate, tra i quali Maurice Ravel, Georges Enescu, Lili e Nadia Boulanger. A Dolly – soprannome dato a Helene Bardac, figlia della soprano Emma Moyse, animatrice di salotti culturali con la quale il compositore ebbe una lunga relazione sentimentale – Fauré volle dedicare la sua unica opera per pianoforte a quattro mani, Dolly op. 56, costituita da sei brani di genuina spontaneità, ispirati come sono alle piccole cose di un mondo infantile fatto di sogni, di sincere emozioni, di gioie semplici, descritte con una grazia e una semplicità che non cedono mai al sentimentalismo affettato. Ancora di Fauré si potrà ascoltare il Quartetto con pianoforte op. 45, lavoro nutrito di raffinatezze armoniche e di sottigliezze tali per cui i temi sembrano sfumare l’uno nell’altro, quasi ad occultare il lavorio di connessione e trasformazione di atmosfere musicali che vanno dall’energia vitalistica dello Scherzoallo splendido Adagio in cui prevale la dimensione onirica, fatta di fluidità, sospensioni, dissolvenze timbriche tra archi e pianoforte. Il programma del concerto è completato dal Trio in sol maggiore, una delle prime composizioni uscite dalla penna già sapiente del giovane Debussy, all’epoca ancora alla ricerca di una propria identità ma già abile nel di padroneggiare lo stile sentimentale, la densità delle trame sonore quanto la liquefazione del discorso musicale tipiche del clima tardoromantico. Interpreti del concerto saranno i musicisti del Trio Debussy, gruppo curatore della serie Parigi, insieme a Simone Briatore – torinese ora prima viola dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma – e al giovane pianista Mirko Bertolino, diplomato al Conservatorio di Torino e selezionato dall’Unione Musicale insieme ad un gruppo di giovani interpreti per dar vita ai progetti tematici realizzati al Teatro Vittoria. L’ambiente parigino verrà ricreato in modo affascinante anche attraverso le immagini e i testi selezionati da Olivia Manescalchi e Liana Püschel – tra i quali alcuni stralci dalle memorie di Helene “Dolly” Bardac – che aprono squarci illuminanti sul quell’immenso brulichio di idee che è stata la Parigi dell’inizio del ventesimo secolo. Trio Debussy (Piergiorgio Rosso /violino – Francesca Gosio / violoncello – Antonio Valentino / pianoforte) Simone Briatore / viola Antonio Valentino, Mirko Bertolino / pianoforte a 4 mani Olivia Manescalchi / voce recitante   LES MÉMOIRES DE DOLLY   Claude Debussy Trio in sol maggiore per violino, violoncello e pianoforte   Gabriel Fauré Dolly, 6 pezzi per pianoforte a 4 mani op. 56 Quartetto in sol minore per violino, viola, violoncello e pianoforte op. 45 Il concerto sarà preceduto da una guida all’ascolto (ore 18.30) a cura del musicologo Alberto Bosco e da un aperitivo offerto al pubblico (ore 19.30).    ...

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L’ “arte demiurgica” di Wael Shawky a Torino, in Fondazione Merz e al Castello di Rivoli.

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L’ “arte demiurgica” di Wael Shawky a Torino, in Fondazione Merz e al Castello di Rivoli.

L’ “arte demiurgica” di Wael Shawky a Torino, in Fondazione Merz e al Castello di Rivoli. E’ l’ultima settimana – fino al 5 febbraio – per poter fruire, a Torino, dell’intrigante e raffinata opera dell’artista egiziano, di fama internazionale, Wael Shawky  –Alessandria d’Egitto, 1971 – presentata in contemporanea alla Fondazione Merz, con un intervento site-specific, a cura di Abdellah Karroum e presso la Manica Lunga del Castello di Rivoli, Museo d’Arte Contemporanea, con una mostra retrospettiva, a cura di Carolyn Christov Bakargiev e Marcella Beccaria. Negli spazi della Fondazione Merz, colorati di blu e diventati, per l’occasione, lo sfondo di un paesaggio onirico, è di eccezionale impatto sinestetico l’allestimento dei tre maxi schermi, in mezzo a torri e dune di sabbia, che presentano la trilogia Al Araba Al Madfuna (2012 -2016).  Il titolo prende ispirazione dal nome di un villaggio egiziano, che l’artista ha visitato e di cui ha appreso le storie orali tramandate dai suoi abitanti. Si tratta di un’esperienza immersiva, che attraverso la reinterpretazione storico-letteraria del passato, invita ad una riflessione sulla realtà socio-politica del presente. Nei film di Shawky bambini dalla voce di adulti indossano la tradizionale galabeyya, turbante e baffi posticci e raccontano le parabole mitologiche dello scrittore egiziano Mohamed Mustagab. I racconti scritti in versi, in lingua araba antica, riprendono anche questioni della nostra contemporaneità, nella dualità positivo-negativo delle immagini e nell’effetto surreale, visivo e sonoro, che caratterizza la composizione filmica. E’ un’analisi attenta ed esteticamente affascinante del rapporto tra metafisica e realtà, tra passato e presente interpretato dalla gestualità neutrale dei bambini. Questo accattivante esito visivo e semantico si ritrova, in maniera analoga, nelle marionette di ceramica e vetro impiegate nella serie di film Cabaret Crusades, proiettati al Castello di Rivoli. Ispirata a fonti medievali islamiche quali Usama Ibn Munqidh e Ibn al-Qalànisi – oltre a Le Crociate viste dagli Arabi (1983), dello storico libanese Amin Maalouf – la trilogia Cabaret Crusades (2010-2015) si sofferma sulle incursioni militari volute dalla Chiesa in Terra Santa. Se da un lato le marionette incarnano l’idea di manipolazione che caratterizza la società politica e religiosa odierna, dall’altro i temi di guerra e di violenza da loro interpretate risultano edulcorati e catturano maggiormente la razionalità del pubblico. In Cabaret Crusades i testi sono tutti tratti in maniera accurata da documenti storici. Anche se dal punto di vista visivo, i dialoghi sono resi surreali: alcuni personaggi, infatti, hanno addirittura le sembianze di animali. Un invito intrigante a riflettere sulla presunta autenticità dei testi interpretati, eccezionalmente, dal punto di vista arabo. L‘artista trasforma lo spazio della Manica Lunga, le cui pareti sono state anch’esse dipinte di blu (il colore di fondo dei disegni di Shawky) in un ambiente spettacolare e suggestivo, dai motivi orientali. Nel percorso espositivo si alternano altorilievi lignei, costruzioni scenografiche, una torre ed un minareto, al cui interno sono proiettate le prime due produzioni filmiche che compongono la trilogia (Cabaret Crusades: The Horror Show Files, 2010 e Cabaret Crusades: The Path to Cairo, 2012), e l’architettura di un giardino, geometricamente concepito alla maniera araba, con fiori, bonsai e le ventisei sculture, in vetro di Murano, impiegate nel terzo film Cabaret Crusades: The Secrets of Karbala (2015), che conclude l’esposizione. Shawky si è servito per il primo film di antiche marionette provenienti dalla collezione Lupi di Torino e di...

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