Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Daniele Valle.

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Torino Domani

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani.

La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse.

Daniele Valle è Consigliere regionale del Piemonte, Presidente della commissione cultura, lo ringraziamo per la partecipazione a Torino Domani.

Torino Domani

Daniele Valle

Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento.

Torino è una città particolare, un ottimo equilibrio fra una città internazionale e una città tipicamente italiana, dalle dimensioni (rispetto alle giganti del mondo) ridotte ma dalle prospettive ampie. Per costruire questa Torino ci è voluto un gran lavoro, da parte di amministratori pazienti e lungimiranti, che ci hanno permesso di uscire dalla grigia idea della città industriale che si era impressa nell’immaginario collettivo a partire dal primo dopoguerra. Abbiamo vissuto una grande fase di rinascita, a cui l’esperienza olimpica ha impresso un’accelerazione straordinaria. Il movimento però ha bisogno di essere stimolato e non si può non constatare che ad oggi Torino sembra essersi fermata. Forse eravamo abituati troppo bene, dalle precedenti amministrazioni, a dover aggiungere eventi sul calendario, invece che a doverli cancellare. Forse eravamo troppo abituati a veder nascere progetti che allargavano la città, invece che a limitarci a parlare ossessivamente di supermercati o di stipendi dei politici. Quindi sì, anche io provo questa sensazione, soprattutto quando torno da viaggi all’estero. Ma anche quando più semplicemente torno da Matera e dalla Basilicata, come quest’estate. L’origine di questa sensazione credo sia l’immobilismo progettuale in cui Torino versa, è un po’ come se, da Piazza San Carlo in poi, questa città avesse cominciato ad arretrare, su tutti i campi.

Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo?

Torino ha avuto una storia di amministratori coraggiosi e di ottimi imprenditori che, insieme al grande lavoro di tutto il tessuto associativo e delle associazioni datoriali, hanno dato a questa città un volto solido, credibile e innovativo, soprattutto negli ultimi 30 anni. Tuttavia nessuno può uscire indenne dagli effetti dei grandi fenomeni economici e la crisi del 2008 non ha tardato a farsi sentire anche qui, proprio mentre Torino stava completando la sua conversione da città industriale a città di servizi e cultura. Gli investimenti in cultura, in turismo, in innovazione, hanno creato un buon movimento di forze intellettuali, economiche e sociali, ma non è bastato a reggere l’urto della crisi che ha reso generalmente più instabili le condizioni delle persone e quindi le loro percezioni. Su questo a mio avviso si è innestata l’ossessione per i conti, il dibattito anche esagerato e spesso pieno di inesattezze sul debito olimpico e cittadino in generale. Quando si fa strada la paura, si iniziano a guardare i cambiamenti come minacce più che come opportunità. Ed ecco che si arriva a questa situazione di respiro affannato e visione corta.

Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città ? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada ?

Io credo che Torino abbia tutte le carte in regola per uscire con grande dignità dalla zona grigia in cui sta ripiombando. Per farlo però c’è bisogno di coraggio, visione e generosità. Quello che attualmente prevale nell’amministrazione cittadina è invece la linea dell’autodifesa, della protezione dei propri spazi, senza la capacità di allargare lo sguardo ma con la sola volontà di portare avanti battaglie per ottenere clamore mediatico. Un esempio lampante in questo senso è stata la gestione della candidatura di Torino alle Olimpiadi invernali del 2026. Avevamo bisogno di quell’occasione e di quelle risorse, che avremmo potuto utilizzare per far ripartire gli impianti inutilizzati e per potenziare collegamenti e strutture ricettive. Invece questa amministrazione ha scelto di ripiegarsi sulla difensiva, ha preferito il tornaconto politico dell’oggi, invece della crescita di domani. Per questo dico che ci vogliono coraggio (per andare oltre i limiti della politica da ragionier Filini), la visione (per immaginare qualcosa che ancora deve accadere e che sembra lontano) e la generosità (per costruire oggi qualcosa di cui si raccoglieranno i frutti domani). Non abbiamo bisogno di copiare pedestremente da altre città europee, ma di ispirarci ad esse raccogliendo solo ciò che è nelle nostre corde.

La politica possiede ancora la capacità di coinvolgere e costruire un’appartenenza, ha perduto la pietra focaia che accende passioni o, semplicemente ha smesso di usarla? 

Di persone che hanno detto che la politica non sarebbe più servita a nulla ne è piena la storia, eppure siamo ancora qui a parlarne. La politica è un fattore fondante della vita di qualsiasi comunità quindi potrà anche cambiare le vesti, ma resta sempre il canale attraverso cui i popoli si esprimono. In Italia la brutta crisi che ha colpito i partiti a cominciare da tangentopoli sembra non essersi mai esaurita del tutto ed è anzi andata crescendo. Tuttavia io credo che finchè esisteranno i bisogni, le persone avranno sempre la necessità di esprimerli e questo si può fare proprio attraverso la politica. Certo è che c’è bisogno di rinnovarsi, soprattutto nei modi di interagire con le persone ma anche nelle soluzioni da proporre ad esse. Quando un’istanza nuova raggiunge l’attenzione dell’opinione pubblica si torna ad avere passione ed interesse, quindi non è ancora il momento di appendere le scarpe al chiodo, possiamo e dobbiamo ancora fare molto. Sicuramente a partire dalla scelta di dare battaglie e volti nuovi alla politica.

A cosa attribuisce il fatto e la responsabilità di non vedere e sottostimare le cose meritevoli e buone del nostro paese? 

Nel suo Diario Clandestino, scritto in campo di concentramento, Guareschi sottolineava la capacità degli Italiani di esaltare sempre i propri difetti e le altrui virtù: persino nei campi di concentramento – racconta – si sosteneva che i tedeschi fossero comunque persone rispettose delle legge e in particolare delle politiche di razionamento del cibo, a differenza dell’Italia dove prosperava il mercato nero e l’accaparramento. Con grande ironia, il racconto prosegue con la liberazione e la scoperta, nei villaggi abbandonati dai tedeschi, di scorte di cibo nascoste nei posti più improbabili: almeno in questo, gli italiani si riscoprirono del tutto uguali ai tedeschi.

Al di là di questo nostro tratto caratteristico, in questa fase storica in Italia c’è molta insicurezza sociale ed economica, questo genera un’attenzione molto forte a tutte le notizie e gli accadimenti negativi. I media tendono a porre l’accento proprio su quello, ma la paura è solo l’altro lato del coraggio. Ci sono infatti centinaia di esempi, ogni giorno, di cittadini e di opere virtuosi che passano sempre un po’ in sordina sui media nazionali. Questo non significa che si debba smettere di raccontarli o di sostenerli, anzi. Possiamo fare molte cose buone in questo paese, per questo cerco sempre nel mio piccolo di raccontare le notizie positive e di dare il giusto risalto alle storie belle.

C’è un libro, un film, o uno spettacolo teatrale, che a suo dire rappresenti al meglio il nostro tempo e prefiguri un indizio interessante per il domani ?

Ce ne sono molti, ma il primo che ad istinto mi viene da citare è senza dubbio Blade Runner. Un capolavoro che già nel 1982 ci metteva di fronte ad un tema più attuale che mai: la tecnologia creata dall’uomo sarà in grado di superare le facoltà dell’uomo stesso? Il dibattito oggi è apertissimo, le innovazioni in campo di intelligenza artificiale ci interrogano sul ruolo dell’uomo nelle società future e sulla sua capacità di superare i propri limiti. E’ affascinante come certi capolavori artistici siano stati in grado di anticipare scenari e visioni quasi come fossero la macchina del tempo. Forse uno degli errori che troppo spesso compiamo è quello di credere che l’innovazione sia il tema del futuro, in realtà essa è già il nostro presente, ma ciò che dobbiamo fare per il nostro futuro è decidere come utilizzarla.

Edmondo Bertaina

Autore: Edmondo Bertaina

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