Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alessandro Bollo.

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GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani.

La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse.

Alessandro Bollo è il Direttore del Polo del ‘900,  lo ringraziamo per la partecipazione a Torino Domani.

Torino Domani

Alessandro Bollo

Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento.

Più che a un incantesimo cattivo (fa sempre comodo trovare una fattucchiera da incolpare), mi pare che l’Italia e noi italiani ci stiamo impegnando da tempo a disgregare quel “patto” generazionale che ha caratterizzato una buona parte del Novecento e che consisteva nel provare a costruire un futuro migliore da consegnare alle generazioni a venire anche a patto di perdere qualcosa in quella che si stava vivendo. Oggi mi pare che agli investimenti in futuro si stiano sostituendo sempre più istinti individuali e comportamenti collettivi orientati a salvare il salvabile e difendere, anche comprensibilmente, diritti e rendite faticosamente conquistati nel tempo e spazzati dalla globalizzazione. Si investe poco e male in ricerca, si continua a rimandare un grande piano strutturale per la scuola e per la crescita culturale dei nostri bambini e ragazzi, si fa poca innovazione negli ambiti legati al digitale e alle tecnologie del futuro (Intelligenza Artificiale e Digital Humanities, ad esempio, su cui il nostro paese avrebbe molto da dire).

Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo?

Io penso che per le città esistano cicli e ritmi vitali; adesso, come a metà degli anni Novanta, Torino ha nuovamente bisogno di una visione strategica condivisa e di una narrativa antidepressiva che sia in grado di promuoverla e renderla convincente verso l’esterno”, ma soprattutto capace di coagulare le risorse interne migliori della società civile, dell’impresa, della ricerca e della formazione, dell’amministrazione pubblica e delle Fondazioni Bancarie che possono giocare un ruolo cruciale in questa partita.

Rispetto alle sfide future possibili Torino deve riprendere e interpretare in chiave contemporanea alcune delle sfide che riguardano molte delle città di medie dimensioni europee: innovazione nel welfare, capacità di trasformare l’invecchiamento della popolazione da criticità a opportunità, cambiamento nei comportamenti individuali legati alla mobilità e all’inquinamento, maggiore qualità nell’offerta scolastica, capacità di attrarre competenze e nuove aziende. Candidarsi a diventare una città-laboratorio per lo sviluppo di ambienti, di imprese e di progetti legati all’innovazione sociale (anche legandosi alle potenzialità della ricerca universitaria, del terzo settore e di un ecosistema di soggetti che operano e sperimentano nel welfare avanzato) a quella culturale (favorendo contesti di produzione culturale e di interconnessione tra mondo della cultura, settori creativi e sviluppo digitale) e a quella ad alto contenuto tecnologico (dall’aerospaziale all’intelligenza artificiale).

Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città ? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada ?

Ogni città deve costruire una sua identità evitando di scimmiottare esperienze che hanno funzionato in altri contesti socio-culturali e politici o su scale dimensionali non confrontabili (penso a Barcellona, Lisbona o Londra).

Io continuo a pensare che avere una visione di città e degli obiettivi di lungo termine condivisi dalle forze politiche e dalle energie più dinamiche della città rappresenti un utile punto di partenza. E’ importante ricordare come Torino sia stata per molto tempo considerata un modello perché seppe dotarsi, vent’anni fa, di un piano strategico in cui erano allineati obiettivi di medio termine e investimenti conseguenti (molta dell’infrastrutturazione culturale della città è figlia di quella visione e di quell’intuizione); oggi sono molte le città a livello internazionale che usano piani strategici spesso realizzati in modo partecipato da tutte le forze sociali non solo per costruire percorsi di sviluppo pianificabili, ma anche per ridare fiducia e individuare chi ha davvero voglia di mettersi in gioco. Occorre coraggio, ambizione, ma anche onestà per evidenziare i punti di forza, non rimuovendo però le criticità, i limiti o i nodi dolorosi da affrontare. Fare uno sforzo di visione futura collettiva, come avvenuto ad esempio in occasione del Festival Utopian Hours di TorinoStratosferica, possibilmente levandosi di dosso l’ossessione di essere continuamente “scippati” da parte del mondo esterno, ma interrogandosi su come si possono far arrivare “da fuori” persone, risorse e soprattutto idee. Il lungo Po e l’area dei Murazzi devono tornare a diventare una nuova centralità per la città, occorre un grande progetto visionario per il Palazzo del Lavoro, e la sperimentazione di aree a “burocrazia zero” per le start up e le giovani imprese che vogliono abitare e intervenire nelle aree ex-industriali di matrice pubblica.

La politica possiede ancora la capacità di coinvolgere e costruire un’appartenenza, ha perduto la pietra focaia che accende passioni o, semplicemente ha smesso di usarla? 

Penso che le passioni covino ancora sotto la cenere. Le città, da questo punto di vista, dovrebbero dotarsi di luoghi riconosciuti e riconoscibili, spazi fisici, occasioni in grado di accenderle nuovamente. Contesti aperti alla cittadinanza, in grado di accogliere e offrire occasioni di confronto, di approfondimento, di ascolto, pensati per allenare al pensiero critico, capaci di fornire strumenti per affrontare le contraddizioni come elementi ineludibili dei sistemi urbani complessi, di sensibilizzare sull’importanza di prendere posizione nelle scelte che riguardano se stessi e gli altri in un periodo in cui i nostri modelli di partecipazione si esauriscono spesso in un like su Facebook o su qualche petizione online. La politica può partire anche da qui.

A cosa attribuisce il fatto e la responsabilità di non vedere e sottostimare le cose meritevoli e buone del nostro paese? 

Il nostro paese è pieno di cose buone e meritevoli. L’Italia è un paese tradizionalmente esterofilo e questo ci porta sovente a sopravvalutare, spesso acriticamente, quanto succede all’estero. Citiamo sempre le classifiche in cui usciamo a pezzi nel confronto internazionale (che, peraltro, purtroppo esistono, penso a quelle legate all’istruzione, alla spesa per la ricerca, ai tassi di partecipazione alla cultura), mentre dovremmo dare spazio a narrative ed evidenze, come quelle, ad esempio, raccontate dalla Fondazione Symbola che ha raccolto dieci campi dell’economia in cui l’Italia rimane all’avanguardia per capacità, innovazione, eccellenza (ad esempio nella green economy).

C’è un libro, un film, o uno spettacolo teatrale, che a suo dire rappresenti al meglio il nostro tempo e prefiguri un indizio interessante per il domani?

Blade Runner (il primo episodio) perché sembra ambientato in un futuro lontanissimo, ma in realtà la storia di Ridley Scott è ambientata nel 2019 (!) in uno scenario urbano straniante e distopico. Sembra non riguardarci, ma in realtà racconta molti dei fenomeni emergenti della contemporaneità e di quanto (forse) vivremo nei prossimi anni: il rapporto tra umano e post-umano, il peso delle intelligenze artificiali nella vita e nel lavoro, le entità in grado di controllare in modo più o meno autoritario le nostre esistenze (attraverso i nostri dati), la difficoltà dei rapporti umani nelle grandi città e gli effetti dell’inquinamento urbano non controllato.

Per non sembrare troppo apocalittico e pessimista vorrei suggerire, invece, un libro forse poco conosciuto ma molto interessante, “Le 20 giornate di Torino”, un noir scritto negli anni ’70 da Giorgio De Maria (ristampato dopo diversi decenni perché è diventato un caso letterario negli Stati Uniti) capace di distillare alcuni tratti caratteriali (a volte inquietanti) della nostra città e che sembra curiosamente prefigurare l’avvento di Facebook e della sua cultura in tempi non sospetti.

Edmondo Bertaina

Autore: Edmondo Bertaina

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