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La Famiglia Ceretto: vino e arte contemporanea. Marina Abramovič l’ospite d’autunno.

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La Famiglia Ceretto:  vino e arte contemporanea. Marina Abramovič l’ospite d’autunno.

La Famiglia Ceretto, il vino e l’arte: l’eccellenza dell’esperienza, e una vocazione al mecenatismo tutta internazionale. E in autunno arriva Marina Abramovič. La terza generazione della Famiglia Ceretto, Lisa, Roberta, Alessandro e Federico, figli di Marcello e Bruno, i Barolo Brothers, come li definì negli ‘80 la rivista Wine Spectator dandogli una consacrazione mondiale nel panorama vinicolo, condividono il colore degli occhi, di un raro verde-azzurro trasparente, e una pari visione cristallina sul futuro della loro impresa: uniti guardando al futuro, pur nella diversa gestione delle competenze tecniche, per una crescita aziendale in continuo sviluppo, anche da un punto di vista tecnico e non solo di mercato (a partire dalla vendemmia 2015 tutti i prodotti hanno ottenuto la Certificazione Biologica). Grandi capacità nella vinificazione, attenzione alla qualità come prima regola, e altrettanto grande capacità nel comunicare non solo un prodotto quanto la filosofia che li anima. La Ceretto experience, come ben espresso dal loro sito, coinvolge più aspetti, naturalmente il vino, in primis il Barolo e il Blangè, il cibo (il tristellato Piazza Duomo con lo chef Enrico Crippa e la Piola, a cui si aggiunge il rilancio del torrone e la coltivazione della nocciola con l’azienda Relanghe) l’architettura (le avveniristiche costruzioni il Cubo della Cantina Bricco Rocche dove è stato posizionato di recente il cancello di Valerio Berruti e  l’Acino  per la Tenuta Monsordo Bernardina nel 2009), e infine l’arte, che negli anni ha visto nomi dell’arte contemporanea internazionale, da Anselm Kiefer, Francesco Clemente, Kiki Smith, inaugurare mostre sul territorio albese su diretta committenza della famiglia, che per loro ha costruito persino una residenza ad hoc, la Casa dell’Artista (2010), sulla collina sovrastante la Tenuta Monsordo Bernardina. La punta di diamante rimane la cappella del Barolo alle Brunate di La Morra: costruita nel 1914 e mai consacrata, la Cappella intitolata alla SS. Madonna delle Grazie fu acquistata dalla famiglia Ceretto nel 1970 assieme a 6 ettari di vigneto circostante. Ormai rudere, si è trasformata in uno degli edifici simbolo delle Langhe grazie all’intervento di Sol LeWitt e David Tremlett (che ne hanno affrescato rispettivamente le superfici esterne e interne) nel 1999. A quasi vent’anni di distanza rimane un luogo visitatissimo e molto amato dai langaroli in primis.   La conversazione con Roberta Ceretto, responsabile comunicazione, rapporti con la stampa e marketing, sviluppo dei progetti culturali dell’azienda è un fluire brillante di energia, consapevolezza, capacità di trascinare l’ascoltatore in quello che è prima di tutto un’attitudine familiare a considerare il lavoro come responsabilità, impegno, ma anche come espressione di una gioia di vivere che deve coinvolgere tutti sensi sino a diventare un’esperienza, appunto, di vita. Non a caso Federico Ceretto, fratello di Roberta, dichiara: “Il nostro è un divertimento. Una certezza è il metodo impostato di mio padre: far vivere ai clienti la nostra cultura e conoscere la bellezza del nostro territorio, le Langhe”. In particolare negli anni la famiglia Ceretto si è contraddistinta per operazioni culturali di grandissimo livello, che li porta a ricoprire a buon titolo il complesso ruolo da mecenati, per un nuovo rinascimento che da vent’anni ha investito le Langhe e il Roero, dal 2015 dichiarati Patrimonio Unesco. Come è nato questo vostro specifico interesse per l’arte? Molti mi chiedono come sia nata la “strategia” di marketing che ha portato ad occuparsi di arte, ma non vi...

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Let’s raise a glass con LP. Gran voce e ukulele chiudono la stagione del Festival Gru Village.

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Let’s raise a glass con LP. Gran voce e ukulele chiudono la stagione del Festival Gru Village.

Si avvia alla conclusione il Festival GruVillage che prima di chiudere la dodicesima edizione con una grande festa ispirata alla taranta e alla musica popolare (29 luglio) propone un ultimo grande appuntamento dedicato alla musica internazionale. Martedì 25 luglio, ad esibirsi sul palco del GruVillage per un’unica data in Piemonte sarà infatti LP, al secolo Laura Pergolezzi, cantautrice americana di origine italiane. Con Lost on You si è consacrata al grande pubblico durante la scorsa estate raggiungendo la fama mondiale grazie al triplo disco di platino, medaglia d’oro nella classifica di iTunes Top Brani, primo nella classifica Airplay Radio, Top 10 Airplay TV, primo nella classifica Top 100 di Shazam Italia, quarto nella Top 10 Shazam Mondo. L’uscita dell’ascoltatissimo singolo Other People ha ribadito il talento di LP che in sole tre settimane dal lancio ha raggiunto la top 10 Airplay, Top 5 Shazam, Top 5 Radio  e Top 5 ITunes Main Chart, per arrivare alla conquista del disco d’oro. La cantautrice americana dai capelli ricci ribelli, il look e la voce graffiante che richiamano alla mente i grandi nomi rock al femminile degli anni settanta/ottanta, riempirà con il suo carisma l’Arena del GruVillage in un concerto che si preannuncia memorabile. Il concerto è organizzato da...

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Cortesie per Ian McEwan. Vincitore del Premio Bottari Lattes Grinzane 2017.

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Cortesie per Ian McEwan. Vincitore del Premio Bottari Lattes Grinzane 2017.

“Come si può comprendere la vita interiore di un personaggio, reale o fittizio che sia, se non si conosce lo stato delle sue finanze?” Questa frase, divenuta celebre per acume e realismo, la scrisse in Miele, romanzo edito da Einaudi, tradotto magistralmente da Susanna Basso per tutti coloro, soprattutto lo scrivente, a cui la prosa raffinata e affilata di Ian McEwan sarebbe stata inaccessibile nella lingua originale.   A dispetto di ogni superstizione e triscaidecafobia, ossia la pura del numero 13, proprio venerdì 13 ottobre, lo scrittore inglese sarà ad Alba (Cn) per tenere una lectio magistralis su un tema a sua scelta e ricevere il  Premio Bottari Lattes Grinzane 2017, sezione La Quercia dalle mani della giuria. La premiazione avverrà nel Teatro Sociale Busca con ingresso libero fino a esaurimento posti. Ian McEwan è nato nel 1948 ad Aldershot e da cinque anni vive nella campagna del Gloucestershire. È autore di due raccolte di racconti: Primo amore, ultimi riti e Fra le lenzuola; un libro per ragazzi: L’inventore di sogni; un libretto d’opera: For You. Ha pubblicato il saggio Blues della fine del mondo e i romanzi: Il giardino di cemento, Cortesie per gli ospiti, Bambini nel tempo, Lettera a Berlino, Cani neri, L’amore fatale, Amsterdam, Espiazione, Sabato, Chesil Beach, Solar, Miele, La ballata di Adam Henry e Nel guscio.  Ian McEwan è stato decretato vincitore dalla Giuria Tecnica del Premio, che così spiega nella motivazione del riconoscimento: “Dal suo esordio a metà degli anni Settanta fino a oggi, attraverso una quindicina di romanzi e diversi volumi di racconti, Ian McEwan, si è imposto come uno dei più importanti e letti scrittori europei contemporanei. Dotato di una proprietà ed eleganza di scrittura oggi non consuete, capace di ricostruire anche stilisticamente le situazioni più diverse, McEwan è narratore di vasta, varia e viva immaginazione, che spazia dall’attualità al recente passato, dalla realtà alla fantasia, dal tragico al comico, e si muove nei più diversi formati: romanzo, racconto, libri per bambini (L’inventore di sogni). In ogni romanzo e racconto McEwan assume una postazione narrativa particolare (sino all’incredibile feto narrante dal linguaggio shakespeariano del recentissimo Nel guscio), o fissa lungamente un dettaglio eccezionale, imprevedibile, drammatico (la mongolfiera che si alza in volo trascinando con sé un bambino e chi cerca di soccorrerlo, un aereo che sembra precipitare…), spesso spaventoso (la bambina che scompare al supermercato, l’incontro con i cani neri) e da questa angolazione speciale costruisce le sue storie, che padroneggia con lucidità e maestria, frutto di accurata documentazione storica e di impeccabile lavorazione stilistica. La vivacità e l’eleganza narrativa di McEwan non sono però fine a se stesse, ma sono la cifra morale da cui questo acuto osservatore della realtà si rapporta al nostro tempo, soprattutto alle sue ossessioni e alle sue crisi, alla sua banalità e alla sua malvagità, ai suoi modelli culturali e ai suoi stereotipi sociali, con invenzioni letterarie che sono anche limpide e persuasive analisi saggistiche. McEwan è tanto un grande narratore, uno dei massimi del nostro tempo, quanto un acuto e impegnato interprete (nell’opera e nella vita) della contemporaneità”. Per tutte queste ragioni la giuria è stata unanime nel conferirgli la Quercia del Premio Bottari Lattes.» Vittorio Coletti, membro della Giuria Tecnica. Il Premio Bottari Lattes Grinzane è organizzato dalla Fondazione Bottari Lattes, con il sostegno di: Mibac, Regione Piemonte, Fondazione CRC, Banca d’Alba, Città di...

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Barbara Uderzo per il SeVeC: un workshop sul gioiello alla’Antica Fabbrica di Chiusa Pesio.

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Barbara Uderzo per il SeVeC: un workshop sul gioiello alla’Antica Fabbrica di Chiusa Pesio.

  La storica dell’arte Andreina d’Agliano, presidente del Museo della Ceramica di Mondovì e responsabile del SeVeC (Seta, Vetro e Ceramica) e Ulderica Masoni, responsabile della comunicazione per il SeVeC hanno introdotto agli studenti dello IED di Torino il corso-workshop sul gioiello contemporaneo che avverrà dal 2 al 10 settembre negli spazi dell’antica fabbrica regia del vetro a Chiusa Pesio, oggi sede del Museo dei Vetri e dei Cristalli. Il SeVeC è un progetto culturale incentrato sulle arti applicate, nato con l’intento di porre in stretta relazione tre musei, il Museo della Ceramica di Mondovì, il Museo dei Vetri e Cristalli di Chiusa di Pesio e il Filatoio di Caraglio, per offrire un prodotto formativo, rivolto soprattutto a giovani talenti del mondo dell’Arte, del Design e della Moda, anche grazie alla stretta collaborazione di artisti affermati.   Nello specifico il workshop di Chiusa Pesio sarà tenuto dalla designer di gioielli Barbara Uderzo, creatrice di gioielli contemporanei e sculture da indossare di fama internazionale, e Patricia Lamouroux, artista nell’arte del vetro a lume, pasta di vetro e smalto. Nell’ambito del corso verranno realizzati da ciascuno studente più anelli partendo da una base in metallo grezza rifinita in modo da accogliere le miniature in vetro fuso, personalizzate in un lavoro individuale con l’aggiunta di piccoli oggetti legati alla storia personale che il singolo studente vorrà raccontare.   Andreina, come hai conosciuto Barbara e perché l’avete scelta per inaugurare i corsi SeVeC ? Barbara mi era stata segnalata dalla storica del gioiello Lia Lenti diversi anni fa, ci eravamo conosciute in una mostra al Filatoio di Caraglio che aveva come tema la rosa e i suoi gioielli mi avevano molto colpito, scultorei e portabili allo stesso tempo. Quando con Patricia abbiamo pensato ai corsi per il SeVeC l’idea era di portare una nuova creatività che non fosse meramente didascalica ma che sottolineasse l’importanza della tecnica e al contempo potesse dare libero sfogo alla espressione del singolo.      La mia speranza e l’obbiettivo di questi corsi è quello di poter dare nuova vita, attraversi giovani creativi, ai luoghi di antica produzione del nostro territorio. Ci tengo a sottolineare che per la prima volta la manifattura del vetro di Chiusa Pesio, in parte oggi ristrutturata, sarà riavviata alla produzione dalla sua chiusura, avvenuta nella seconda metà del 1800. Questo attraverso artisti e mentori di grande professionalità ed empatia come Barbara e Patricia: l’obbiettivo è di creare dunque una nuova comunità di artisti che riprendano le antiche conoscenze del passato coniugandole con le competenze di oggi. Barbara puoi parlarci della tua idea di gioiello contemporaneo e in particolare della tua ricerca? Il gioiello può essere declinato al contemporaneo sia da un punto di vista dei contenuti che delle forme e dei materiali; questa mia collezione, la serie dei Blob Rings, nasce da una mia idea primigenia che si è sviluppata negli anni e che è ancora in piena evoluzione: desideravo lavorare e sperimentare i materiali, ero attratta dai colori delle plastiche ma anche dalla loro magmaticità. Avevo interesse anche per la narrazione da realizzare con l’inclusione di piccoli oggetti: ho una collezione di elementi, objet trouvé, miniature anche molto semplici, oppure oggetti che creo io appositamente; questi elementi possono anche essere preziosi o semipreziosi, oppure in vetro. L’armonia tra i materiali va a creare un racconto, una narrazione...

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Massimiliano Caretto, quarta generazione di galleristi dell’antico. Galleristi si nasce e si diventa.

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Massimiliano Caretto, quarta generazione di galleristi dell’antico. Galleristi si nasce e si diventa.

Massimiliano Caretto, classe 1986, è un giovane uomo che dimostra subito, nel vestire ricercato (dandy ma non troppo), nell’eleganza dei gesti e nell’accurata scelta delle parole, la precisa scelta di uno stile personale che pure appare del tutto naturale, e che fa intuire subito, prima che se ne conosca la professione, meglio, la vocazione familiare, l’appartenenza ad un mondo del tutto particolare. Un mondo, quello antiquario, che ha conosciuto grandi fasti ma che oggi deve fare i conti con una tassazione fiscale sempre crescente, che penalizza il commercio e a maggior ragione l’ambito “velleitario” dell’arte, e con una più agguerrita concorrenza dovuta ad un accesso più facile al mercato e in particolare alle aste grazie alla rete. Discorso diverso è quello del gusto per l’antico: questo pare avere uno zoccolo duro di estimatori che semmai, nel tempo, si fa più esigente. Massimiliano è la quarta generazione di una genia di celebri galleristi torinesi, la Luigi Caretto, dal nome del suo fondatore, specializzati nella pittura nord europea e in particolare nella pittura fiamminga e olandese del XVI e XVII secolo. La galleria, che ha superato il secolo di vita, ha sede nello storico palazzo di via Maria Vittoria angolo Carlo Alberto, luogo reso celebre negli anni ‘70, pur con nomi di fantasia, nella Donna della Domenica di Fruttero e Lucentini come ritrovo torinese d’élite. Quando e come è nata la galleria? Il fondatore della galleria è Luigi Caretto, che, pur provenendo dal mondo delle banche, nel 1911 decide di aprire la galleria nei locali di Via Maria Vittoria; galleria che solo pochi anni dopo il figlio Giorgio si trova, giovanissimo, a dover condurre: il primo quadro comprato è un Tintoretto che lui si carica in spalla, in bicicletta, portato da casa in galleria. Giorgio decide di specializzarsi sempre di più nell’arte fiamminga e olandese del Secolo d’Oro, genere molto presente nelle collezioni d’arte museali torinesi poiché amato dai Savoia e ormai radicato nella cultura locale, ma che risulta ancora inesplorato per il resto d’Italia. Affiancato dalla moglie Luciana, affina le sue conoscenze e riscuote da subito ottimi risultati, prima a Torino poi in Italia e all’estero. Giorgio Caretto era, tra l’altro, un personaggio carismatico, molto noto nella società del tempo, la sua figura ha ispirato diversi personaggi di romanzi ambientati a Torino. Questa sua ricerca di specificità, e alcune intuizioni come l’idea di organizzare una mostra senza fini di vendita, ha premiato il lavoro della galleria nel corso dei decenni. Negli anni ’80 Giorgio è ormai affiancato dai figli Patrizia (che poi si specializzerà in pittura del XVIII e XIX secolo) e Luigi, così chiamato in onore dell’avo. Proprio a mio padre, a cavallo tra gli ’80 e i ’90, verrà affidato il compito di guidare l’attività di famiglia nel nuovo millennio.       Ci puoi raccontare come hai iniziato a interessarti all’arte, considerando l’inevitabile influenza della tradizione familiare? Il mio interesse è stato naturale, ma devo molto alla mia famiglia che non mi ha mai obbligato a seguire un percorso che poteva apparire già prefissato: mi è sempre stata lasciata totale libertà nell’indirizzarmi verso i miei interessi, anche se certamente sono cresciuto in un humus particolare, dove ho respirato arte sin dall’inizio. Personalmente mi affascinava  l’ambito scientifico, e in particolare il mondo della paleontologia; detto questo un giorno mi...

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Incontro con il “Fotocrate” Michele Smargiassi, di passaggio in città.

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Incontro con il “Fotocrate” Michele Smargiassi, di passaggio in città.

Di passaggio a Torino per intervenire ad una conferenza da Camera, Centro Italiano per la Fotografia,  che ha da poco inaugurato una grande e sorprendente mostra di Erik Kessels, abbiamo intercettato Michele Smargiassi. Giornalista, scrittore, autore del seguitissimo blog Fotocrazia ospitato sul sito del quotidiano La Repubblica, dove con arguzia e sottile provocazione ferma in posa, il nostro tempo, abbastanza da leggerlo attraverso l’argomento della fotografia.   La fotografia è diventato improvvisamente un argomento ? La fotografia….non so se è diventato un argomento, sicuramente se lo è, è deprecatorio. Nel senso che si parla di molto delle fotografie propriamente digitali, ma di quelle che scambiamo, condivise, orrizzontali, e per di più se ne parla male, come un declino morale o psicologico. Tutti narcisisti, tutti bambini. Un giudizio sull’avvento della foto da tasca, che non condivido, lo ritengo sbagliato, è legato all’incapacità di capire cosa sta succedendo alla fotografia oggi. Sta attraversando una rivoluzione, diversa da come la si pensava anni fa, mi riferisco alle immagini smaterializzate, senza sostanza, tutti dicevano non c’è più il rapporto con la realtà. Balle… la foto ha continuato a funzionare esattamente come prima e nelle funzioni di prima. Il problema è che la fluidità digitale ha dato luogo a nuove funzioni che prima trovavano un limite fortissimo nella tecnica; non erano riproducibili, la stragrande maggioranza di foto che si facevano nel mondo, intendo quelle private, delle vacanze della morosa, erano stampate in unica copia, poi si perdeva il negativo ed era finita così. Erano foto uniche, dovevi rifotografarle se volevi una copia in più, visto che i negativi si perdevano spesso.La foto privata anche prima istituiva relazioni, però erano foto “in presenza”, affabulatorie, si mostravano agli amici, ci si parlava sopra. Dirette sempre a destinatari conosciuti, viso a viso. Mentre adesso grazie a questa fluidità possiamo condividerle, sono come palloncini in aria, dove cadono cadono non sappiamo nemmeno chi le guarderà e dove. Non possiamo più sapere dove una nostra foto sia andata a finire, in Asia, in Alaska. Quello che è davvero cambiato è questa simultaneità, diffusione universale, l’orizzontalità, con il suo carattere effimero. Diffuse così, vivono il momento della condivisione e poi difficilmente restano. Non vengano riguardate. Adesso ci sono le storie su istagram, su fb ect, posti e poi il giorno dopo spariscono, la fotografia ha guadagnato un altro  status.  In fondo cosa è rimasto del bacio dato ieri, dello scapaccione, della carezza, era importante? Certo che si ! Eppure quei momenti si sono dissolti. La foto ha raggiunto la fluidità dei linguaggi paraverbali, della prossemica: insomma tutte quel linguaggi che noi usavamo per relazionarci con gli altri, adesso abbiamo anche la foto. Parallelamente, però, sui media tradizionali c’è un recupero del tema, su Repubblica su cui scrivi, su Internazionale e altri ancora…Cosa che ieri non accadeva così spesso. Se sia merito di questa nuova attenzione alle immagini sarebbe tanto di guadagnato, non lo credo però, il fatto che ci sia più attenzione, una maggiore considerazione nel panorama culturale. Era considerata semplicemente uno strumento d’illustrazione. Anche se abbiano avuto stagioni in cui il fotoreportage era ben più visibile, rispetto a oggi. La foto su gli organi di stampa anche se sempre subordinata alla parola, era molto presente. C’è stato un momento in cui le foto erano un linguaggio colto, se adesso torna è anche perché il mercato...

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Il Maestro Bruno Martinazzi: pensiero e materia per opere senza tempo

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Il Maestro Bruno Martinazzi: pensiero e materia per opere senza tempo

  Incontriamo il maestro Bruno Martinazzi nella sua luminosa casa che  da Piazza Vittorio si affaccia sulla quinta naturale della prima collina, il Po come un dio che tutto osserva, nel suo incessante fluire. Nato a Torino nel 1923 in una famiglia di intellettuali, si laurea in Chimica Pura. Durante la guerra partecipa come partigiano combattente alla resistenza, ed è insignito della Croce di Guerra. Dopo aver frequentato la Libera Accademia d’Arte di Torino e gli Istituti d’Arte di Firenze e Roma esordisce come orafo nel 1954, per poi affermarsi come scultore. Ha insegnato molti anni in diverse istituzioni, in particolare all’ Accademia Albertina di Belle Arti di Torino.    La sua carriera è costellata di molti riconoscimenti internazionali, come la partecipazione e la vittoria del primo premio alla International Exhibition of Modern Jewellery 1890-1961, organizzata presso la Goldsmith’s Hall di Londra nel 1961, forse la più importante mostra internazionale del gioiello d’artista del XXI secolo, a cui sono seguite esposizioni in Italia e all’estero; le sue opere sono conservate nei più importanti musei del mondo. Con Martinazzi il gioiello, progettazione e materia, è equiparato alla scultura e alla pittura e si fa espressione di una riflessione complessa, che affonda le radici nella ricerca filosofica che da sempre conduce parallela e confluente nelle sue opere. Amante di Platone, grande appassionato della montagna, scrive e disegna quotidianamente, e nel 2013 ha dato alle stampe libri con le sue riflessioni e i suoi ricordi, Ehi Patriota!, La luce, il buio, e Amore e Meraviglia, scritti con acutezza e grazia, che è la cifra principale del suo stile.  Fluente nel racconto, si dona con generosità all’interlocutore, capace, con brevi tratti, di restituire un momento storico, un’opera e il suo contesto, una sua personale visione. Prezioso testimone del secolo scorso, restituisce con intelligenza cristallina la dimensione di un artista capace di leggere la contemporaneità con freschezza, consapevole e umile allo stesso tempo, elemento che rende le sue opere senza tempo. In esse c’è un superamento nella realtà, una tensione al metafisico, aspetto che si ritrova nelle sue sculture come nei suoi gioielli, ricchi di riferimento alla cultura classica, dalla greca alla cicladica. Sono immagini reali, eppure astratte, che appartengono al mondo delle Idee. Maestro, ci racconta come è nato il suo interesse per l’arte e in particolare per l’oreficeria? Sin da ragazzo ero interessato alla pittura ma,  per compiacere la famiglia che mi sconsigliava la carriera d’artista perché Carmina non dant panem, mi sono laureato in chimica; nonostante ciò ho continuato ad esercitarla nei momenti liberi e a coltivare i miei interessi, pur lavorando in tutt’altro settore, l’industria tessile, che tuttavia decido di abbandonare. Verso i trent’anni mi sono interessato all’arte orafa e ho provato a realizzare alcuni esemplari per l’orafo Capello di Torino: vista la mia predisposizione naturale mi sono iscritto ad una scuola per orafi dove ho imparato la tecnica del cesello.Ho molta facilità di esecuzione con le mani, ho imparato in fretta la tecnica; intanto continuavo a dipingere ma incominciavo a trovare sempre più soddisfazione dal lavoro manuale, per cui mi è venuta voglia di misurarmi con materiali e tecniche diverse dal gioiello; sono dunque passato alla lastre di rame, ho iniziato a piegarle a saldarle: di lì il passaggio alla cera e alla fusione in bronzo è stato breve. A quel...

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Rai5 manda in onda Soundbreaking. Otto puntate di storia contemporanea musicale.

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Rai5 manda in onda Soundbreaking. Otto puntate di storia contemporanea musicale.

La musica è sempre stata una costante nella storia umana, una mescolanza di voce e strumento che, al di là delle differenze locali, ha mantenuto più o meno la stessa forma per secoli. Poi è arrivata la registrazione e la musica è cambiata per sempre. “Soundbreaking”, la serie in otto puntate che Rai Cultura propone su Rai5, ripercorre questa evoluzione e indaga il nesso fra tecnologia d’avanguardia e arte. Ideata dal produttore dei Beatles George Martin, con più di 150 interviste originali ad alcuni tra i più celebri artisti, produttori e pionieri dell’industria musicale di tutti i tempi, la serie racconta un secolo di innovazioni e sperimentazioni musicali, e offre uno sguardo inedito dietro le quinte di uno studio di registrazione per scoprire come sono nati alcuni dei brani e delle colonne sonore più celebri, la regia è di Jeff Dupre e Maro Chermayeff. Tra gli artisti che intervengono nella serie, Eric Clapton, Paul McCartney, Joni Mitchell, Tom Petty, Chuck D, Nile Rodgers, Mark Ronson, Ben Harper, Tiësto, Roger Waters, Elton John, Quincy Jones, BB King, Annie Lennox, George Martin, Dave Grohl, Billy Idol, The Black Keys, Bon Iver. Nel primo episodio, ispirazione ed esecuzione si incontrano in uno studio di registrazione. Qui si colloca la figura enigmatica del produttore discografico, colui che ha il compito di catturare la visione dell’artista e trasmetterla ai posteri. “Soundbreaking” ripercorre la musica della seconda metà del ‘900. Se il primo ‘talent scout’ incarnato da Sam Phillips, che portò Elvis Presley al grande pubblico convincendolo a cambiare stile e modo di cantare, si passa al quinto Beatles George Martin, in grado di portare una nuova sensibilità artistica e musicale, aprendo il rock a contaminazioni con altri generi musicali. Phil Spector diventerà il grande protagonista della sala di registrazione, sfruttando al massimo le potenzialità della tecnologia delle sale di registrazione applicata alla musica. Ma sopra ogni cosa nei docufilm ci sono le facce, le prove, le smorfie e i racconti di chi ha visto e contribuito a far nascere la musica per come le nostre orecchie la conoscono e riconoscono. Rai 5 si dimostra ancora una volta attenta e unica nel decidere di mandare in onda questo meraviglioso spezzone di storia contemporanea. Le puntate per chi le avesse perse sono rintracciabili sul web. Per esempio qui: http://www.raiplay.it/programmi/soundbreaking/ Il sito che raccoglie tutto il progetto con annessa cronologia sonora è...

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Il Salone del Libro fa BOOM. Presentato il programma della trentesima edizione.

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Il Salone del Libro fa BOOM. Presentato il programma della trentesima edizione.

Presentazione aulica oggi per il trentesimo Salone Internazionale del Libro di Torino, scelta la sala del primo Parlamento Italiano al Museo del Risorgimento. Mattinata di grande entusiasmo, allegria e un orgoglio raro da vedere nelle facce torinesi. Un programma imponente, variegato, colto che sa di Milano delenda est, come fosse Cartagine e Lagioia Catone.  45 mila metri quadri di superficie espositiva dei padiglioni del Lingotto Fiere: circa 11 mila i metri quadri commerciali (il 10% in più dello scorso anno) allo stato attuale occupati da 424 titolari di stand (nel 2016 erano 338), a cui si sommano i 9 stand dei progetti speciali. Complessivamente il trentesimo Salone del Libro propone ad oggi 1.060 case editrici, dando vita a un programma che conta circa 1.200 appuntamenti disseminati nelle 30 sale a disposizione del pubblico. Il totale delle case editrici è rappresentato dalle 390 con stand proprio, da altri 360 editori italiani e stranieri ospitati da stand di colleghi, dalle presenze di 10 fra case discografiche ed editori musicali accolti nell’area ad essi dedicata e da quelle inserite nei 12 spazi regionali di Piemonte, Toscana (regione ospite), Basilicata, Calabria, Friuli, Lazio, Marche, Puglia, Sardegna, Sicilia, Umbria e Valle d’Aosta, oltre all’area di Matera 2019, e nei trestand internazionali di Cina, Romania e Marocco, che insieme accolgono all’incirca ulteriori 300 realtà editoriali dei loro territori. Sul sito potete trovare il programma completo con gli ospiti e gli...

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Gli studenti piemontesi premiati a Milano dalla Commissione Europea per “I giovani e le scienze” .

Pubblicato da alle 18:46 in Innovazione, Medicina, Notizie, Prima pagina, talenTO, Università | 0 commenti

Gli studenti piemontesi premiati a Milano dalla Commissione Europea per “I giovani e le scienze” .

Premiati a Milano diversi studenti piemontesi. Rappresenteranno l’Italia alla finale europea del concorso europeo I GIOVANI E LE SCIENZE della Direzione Generale Ricerca della Commissione europea a Tallin dal 22 al 27 settembre , che prevede premi sino a 7mila euro, gli studenti che hanno realizzato il prototipo e il progetto intitolato: “CardioID: dimmi come batte il tuo cuore e ti dirò chi sei!” sono Mattia Borgna (1998), Andrea Domenico Mourglia (1998), Filippo Pairotti (1998) dell’Istituto Internazionale ‘E. Agnelli’ di Torino. “Il nostro progetto consente di  fare identificazione personale con battito cardiaco e prototipo di orologio da polso per farsi riconoscere ed è applicabile anche con servizi vari come l’e-banking”, spiegano. CardioID è un dispositivo capace di riconoscere l’identità di una persona attraverso l’analisi del segnale elettrocardiografico (ECG), ovvero il segnale elettrico generato dal cuore durante una contrazione. Il sistema consta di un amplificatore ECG, una scheda di acquisizione e trasmissione wireless ed un dispositivo mobile (Smartphone o Tablet). L’amplificatore ECG, per mezzo di elettrodi posti sui polsi, amplifica e preleva il segnale corrispondente alla prima derivazione cardiaca. Tra gli altri premiati vincono il viaggio e la partecipazione a  TISF, fiera scientifica internazionale di Taiwan (www.ntsc.gov.tw), febbraio 2018;(Premio AIM, Associazione italiana di metallurgia) per il loro progetto intitolato “Nanozimi: particelle inorganiche che  imitano gli enzimi” gli studenti Martina Boarino (1998), Francesco Gardini (1997)  dell’ IS ‘A. Sobrero’ di  Casale Monferrato, Alessandria. Inoltre vincono viaggio e partecipazione a 8a INESPO, olimpiade internazionale dell’ambiente e della sostenibilità (www.inespo.org), Amsterdam, settembre per il loro progetto “ iBreathe: studio delle relazioni e interazioni tra condizioni climatiche e inquinamento atmosferico”, gli studenti Federico Gambedotti (1999), Lorenzo Ugoccioni (2000) del Liceo Scientifico Statale ‘G. Ferraris’, Torino. Vince viaggio e partecipazione a Expo Sciences Belgio, Bruxelles, aprile 2018 (Premio Salvetti Foundation)- per il suo progetto intitolato: Protesi robotiche: nuove frontiere. Costi sempre più bassi per una diffusione globale” la studentessa Giorgia Ladislao (1998) del Liceo Scientifico Statale ‘L. Cocito’, Alba, Cuneo. Il Piemonte per l’edizione 2017 del concorso europeo “I giovani e le scienze” si è distinto per qualità di progetti e per numero di partecipanti rispetto ad altre regioni italiane. Per altri dettagli sul concorso europeo- selezione italiana che è annuale si può contattare la FAST-Federazione delle Associazioni Scientifice e...

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