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A Miradolo un Castello sotto l’incanto dell’arte. Lo svela Paola Eynard mentre aspettiamo Tiepolo.

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A Miradolo un Castello sotto l’incanto dell’arte. Lo svela Paola Eynard mentre aspettiamo Tiepolo.

Ho incontrato Paola Eynard, Vice Presidente della Fondazione Cosso, al Castello di Miradolo a San Secondo di Pinerolo. Se a qualcuno fosse sfuggito il Castello di Miradolo è la sede dove la Fondazione organizza principalmente mostre d’arte. Da qui son passate le tele di Caravaggio, di Mattia Preti, di Guido Reni senza dimenticare Tiziano e Lorenzo Lotto ed altri importanti nomi. Da quella che doveva essere un’intervista sull’imminente arrivo dell’esposizione dedicata a Tiepolo e al ‘700 veneto, mi sono ritrovato ad ascoltare una storia, densa di passione, di come questo luogo incastonato al centro di un parco meraviglioso, sia divenuto in pochi anni una sede privilegiata per osservare capolavori della pittura italiana. Nelle parole Paola Eynard emerge il desiderio di lavorare per un pubblico vasto, anche se non si è studiata storia dell’arte, non significa che non si possa entrare in una mostra con curiosità, piacere. Idea che condivide con la madre, la Presidente Maria Luisa Cosso.   Diceva un poeta riguardo alle mostre d’arte che si “finisce per languire all’ombra del monumentale”, ma in questo caso credo che le cose siano fatte per sortire tutt’altro effetto. Mi dice che entrambe non provenendo dal mondo dell’arte, ma da quello dell’industria, hanno sviluppato un approccio molto vicino all’occhio del visitatore, bisogna capire cosa si legge, mia mamma che è un meraviglioso imprenditore, è una maestra ma ha dovuto smettere per vicissitudini famigliari, lei passa in rassega tutti i testi dei curatori, le infografiche, e ribadisco che lavora ancora in azienda tutt’oggi, ma visto che questa cosa l’abbiamo creata insieme e la sua esperienza e preziosa per moltissime cose, prima che i testi vengano stampati e diffusi li rileggiamo insieme, con il suo fare garbato, li vira in una lingua meno specialistica, più comprensibile, assimilabile, chiara. Una mostra che racconta molte cose diverse, deve essere supportata da un linguaggio che non sia astruso, questa è una cosa forse piccola ma che rende l’idea dell’accuratezza con cui seguiamo tutto. Resta fondamentale che il visitatore si porti a casa qualcosa, senza sentirsi sminuito o estraneo. Non facciamo mostre facili, per esempio se proponessimo Mirò non aggiungeremmo nulla di più, mentre questa scelta di cercare delle mostre di ricerca, o portare sul territorio qualcosa che non c’è mai stato, o stanare un tema un artista poco conosciuto.  Il caso emblematico fu la prima ed unica mostra mai realizzata dedicata a Orsola Maddalena Caccia, contemporanea di Artemisia. Figlia del pittore Guglielmo Caccia e badessa del monastero di Moncalvo, piccola città del Monferrato, Orsola fu autrice di uno straordinario numero di opere a carattere religioso e significative nature morte, che di fatto inaugurano il genere in Piemonte. Chiusa tutta la vita in un convento, scoperta grazie ad una storica dell’arte, abbiamo fatto il primo catalogo su di lei, che ha avuto anche successo editoriale. Se qualcuno domani vorrà studiarla potrà partire da qui. E’ con questo spirito che ci muoviamo. Come nel caso delle donne del Risorgimento, un’idea di mia mamma, ed così che con una ricerca approfondita abbiamo raccontato le eroine di quella stagione storica. Un modo per partecipare alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia con una mostra ideata per ripensare al ruolo e alla presenza delle donne piemontesi nel percorso storico che ha portato all’unificazione. La mostra  ricostruiva e sintetizzava l’attività di donne protagoniste...

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Tre lezioni-concerto al DAMS in collaborazione con la De Sono. Gratuiti e aperti a tutti.

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Tre lezioni-concerto al DAMS in collaborazione con la De Sono. Gratuiti e aperti a tutti.

Con il primo incontro in programma lunedì 20 febbraio alle 17.30 prende il via un nuovo progetto per la De Sono in sinergia con l’Università degli Studi di Torino. Il DAMS presenta infatti un ciclo di incontri pensati per stimolare i giovani a riflettere sui problemi dell’esecuzione musicale dal vivo. Tre lezioni-concerto destinate agli studenti universitari, ma aperte a tutti gli appassionati, che saranno occasioni preziose per dialogare con giovani interpreti, selezionati dalla De Sono, che hanno già avviato interessanti carriere internazionali. Gli incontri saranno moderati da Paolo Gallarati e Andrea Malvano, entrambi docenti di storia della musica presso l’Ateneo torinese. Ad aprire questo ciclo, i cui appuntamenti si svolgono nell’Aula Magna del Rettorato dell’Università degli Studi di Torino (via Verdi 8), ci saranno la clarinettista Maura Marinucci, fresca vincitrice del Premio Renzo Giubergia 2016 e da poco assoldata tra le fila della prestigiosa Gustav Mahler Jugendorchester, accompagnata dalla pianista Giorgia Delorenzi, già borsista della De Sono negli anni passati.  Clarinettologia è il titolo di questo primo incontro che prevederà l’esecuzione al clarinetto del Capriccio n. 24 di Niccolò Paganini, Hommage à Bach di Bela Kovacs, le Tre Romanze op. 94 di Robert Schumann e l’Allegro appassionato della Sonata op. 120 n. 2 di Johannes Brahms. Gli incontri proseguiranno lunedì 20 marzo con il percussionista Simone Rubino, borsa di studio De Sono dal 2011 al 2013 e strumentista ormai lanciatissimo ai più alti livelli di un carriera internazionale (basti pensare all’esordio con i Wiener Philharmoniker lo scorso settembre) che sembra non avere ostacoli. Con lui sarà esplorato il variegato universo degli strumenti a percussione con improvvisazioni ed esecuzioni di brani dedicati alla più ampia delle famiglie strumentali. Il ciclo si conclude il 24 aprile con un appuntamento dedicato al repertorio barocco e a tutti i problemi della prassi esecutiva ad esso correlati. Protagonisti saranno Alena Dantcheva (soprano), Emilia Gliozzi (violoncello), Paola Poncet (clavicembalo) e Francesco Olivero (tiorba), anch’essi tutti borsisti o ex borsisti dell’Associazione. Presenteranno una serie di pagine vocali e strumentali di Antonio Vivaldi, tratte dalle preziose raccolte Foà e Giordano custodite presso la Biblioteca Nazionale di Torino, che contengono la stragrande maggioranza degli autografi vivaldiani arrivati ai giorni nostri.Gli incontri saranno a ingresso...

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“Libera la parola”, il concorso giornalistico per le scuole sulla libertà d’espressione.

Pubblicato da alle 15:42 in DOXA segnalazioni, Notizie, Prima pagina, talenTO | 0 commenti

“Libera la parola”, il concorso giornalistico per le scuole sulla libertà d’espressione.

  Apre la la sua seconda edizione, il Festival dei Diritti Umani e si arricchisce quest’anno del concorso giornalistico nazionale “Libera la parola”, indetto dal Festival insieme a FNSI (Federazione Nazionale della Stampa Italiana) e MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), aperto a tutte le scuole superiori italiane di secondo grado.  Il tema da trattare è la libertà d’espressione. Per ispirarsi c’è l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che contiene tutti gli elementi di contesto e di attualità utili alla compilazione di un elaborato giornalistico: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere». La partecipazione al contest, che propone agli studenti di cimentarsi con un elaborato giornalistico scritto, radiofonico o televisivo, è gratis. Il miglior articolo per la carta stampata, per la radio e per la televisione sarà premiato con la pubblicazione sui media partner dell’iniziativa: Corriere della Sera, Radio Popolare, Rainews24. Gli elaborati dovranno pervenire entro il 15 marzo 2017 attraverso l’apposita sezione sul sito www.festivaldirittiumani.it dove sono pubblicate tutte le informazioni utili. La premiazione avverrà nel corso della seconda edizione del Festival dei Diritti Umani, che si terrà dal 2 al 7 maggio 2017 alla Triennale di Milano. Sono inoltre online sul sito e sul canale Youtube del Festival dei Diritti Umani, i primi video-consigli rivolti ai partecipanti al contest “Libera la parola”: alcune grandi firme del giornalismo forniscono le “dritte” a studenti e insegnanti per produrre un buon articolo, che è, tra l’altro, una delle prove previste all’esame di maturità. Studenti oggi, reporter domani. Info e iscrizioni: http://festivaldirittiumani.it/concorso-giornalistico-2017-festival-dei-diritti-umanie-organizzato-reset-diritti-umani/ Termine per partecipare: 15 marzo 2017 – Playlist Youtube: https://www.youtube.com/playlist?list=PLg-5-Hg_sEUWFPgKsBMeKzPN–yOq_f3z “Libera la parola” è un’iniziativa di Reset-Diritti Umani. Reset-Diritti Umani è un’associazione non profit, nata a Milano nel 2015 per diffondere la conoscenza e la cultura dei diritti umani attraverso il Festival e altre...

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L’arte dell’attore . . . ci incanta perché non si fa notare, forse ci inganna.

Pubblicato da alle 11:06 in DOXA segnalazioni, Prima pagina, Spettacoli, talenTO | 0 commenti

L’arte dell’attore . . . ci incanta perché non si fa notare, forse ci inganna.

Quante volte ci è capitato di vedere un’opera lirica, o un balletto, o di assistere ad un concerto e di ammirare la tecnica e la precisione del gesto del danzatore o dell’esecutore? Profani o appassionati, capiamo subito che dietro quel passo di danza, o quel do di petto non c’è solo un indiscutibile talento, un dono della natura, ma anche e forse soprattutto anni di duro lavoro. La naturalezza con cui il concertista accorda il suo strumento non ci inganna; quella partitura è stata provata e riprovata decine di volte prima di essere pronta. Ci è facile immaginare le ore del pianista spese con passione a studiare il proprio strumento, o del danzatore ad apprendere fino a renderli apparentemente semplici, passi e gesti che per noi spettatori sarebbero impossibili.  Nessuno si stupisce se durante un’intervista sente una soprano o un tenore parlare delle ore esercizi tecnici sulla sua voce. In fondo, il compito di questi artisti passa attraverso un impegno che rende una cosa comune, muoversi, cantare, suonare, qualcosa di eccezionale, talmente eccezionale da essere incontestabilmente il prodotto di un duro lavoro. Tutti sappiamo canticchiare, muoverci più o meno a ritmo, tamburellare con le dita producendo ciò che ingenuamente chiamiamo “musica”, ma la distanza tra noi e un cantante lirico, un danzatore o un concertista è talmente grande da non lasciare ombra di dubbio: a un indubbio talento non può non aggiungersi una dedizione, un impegno, un lavoro tecnico altrettanto grande. Incredibilmente lo stesso non avviene con la recitazione.  L’arte dell’attore ci incanta perché non si fa notare, perché rende normale l’eccezionale e  in un certo senso ci inganna. E’ il paradosso della recitazione; la capacità di riprodurre la normalità a comando. I personaggi che ci appassionano vivono magari avventure straordinarie, ma le loro emozioni sono quelle di tutti noi: amano, odiano, hanno paura, si sfidano a superarla etc., ed in fondo è proprio per questo che ci coinvolgono; quando gli interpreti sono davvero bravi, ci fanno credere che le loro emozioni siano vere, pure se in situazioni estreme. E’ l’abilità di vivere onestamente all’interno di circostanze immaginare e questa abilità non è magia o un dono divino, ma il frutto di studio, dedizione verso una tecnica, un metodo che contrariamente a quanto si crede non frena la creatività, il genio, ma piuttosto amplifica il talento e impedisce che vada sprecato. La prossima volta che vedremo un’interpretazione cinematografica o teatrale che ci emoziona, fermiamoci a pensare che anche la recitazione, come tutte le arti, richiede un duro lavoro e tanto impegno impegno per far sembrare normale l’eccezionale. Giacomo Pace in collaborazione con Daimon Teatro www.daimonteatro.it...

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Nicola Luisotti. L’orchestra, un potenziale d’emozione.

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Nicola Luisotti. L’orchestra, un potenziale d’emozione.

Può capitare di lasciarsi catturare e perfino commuovere dal destino di individui che hanno vissuto in altre epoche, persone dai nomi strani e dalle occupazioni ancora più assurde, le cui azioni non hanno alcuna conseguenza diretta sulla nostra vita. Come egualmente possiamo rimanere seduti, quasi immobili, in un teatro buio per un tempo relativamente lungo o lunghissimo, senza sentire il bisogno di una pausa perché concentrati e avvinti dalle vicende di uno sparuto gruppo di comici, dove il protagonista sospetta che la giovane moglie gli sia infedele e che tutta la vicenda divenga qualcosa di più di un mero fatto di cronaca nera. Questo è quello che accade in questi giorni al Teatro Regio di Torino dove l’opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo sta ottenendo un notevole successo. Dirige il maestro Nicola Luisotti, lo abbiamo incontrato in camerino nella pausa tra le prove. Nicola Luisotti è entusiasta del suo mestiere, ma come ogni medaglia ha due lati, mette in luce alcuni aspetti negativi che riguardano l’impossibilità di poter essere vicino alle persone a cui si è legati a causa dei viaggi continui, della solitudine non solo esecutiva, di quanto si è sempre molto esposti e sotto giudizio, un mestiere dove non si può fingere. Confida che la sua grande fortuna è di avere una moglie che lo segue e che gli è vicina da trentaquattro anni. Si occupa delle incombenze pratiche e burocratiche, e soprattutto dei bagagli. Così dice, io posso dedicarmi solo alla musica, ma condividono la passione del cinema e dei libri e fortunatamente lei non è una musicista. Quando gli si chiede della differenza tra il mondo americano e quello italiano, vista la notevole esperienza maturata fuori dall’Italia, il maestro premette come il modello di gestione e finanziamento dei teatri americano sia radicalmente diverso. Una delle cose che colpisce maggiormente è il fatto che vi siano esigui finanziamenti statali ma grosse sponsorizzazioni private anche da singoli cittadini. Il nostro teatro, il San Francisco Opera, riceve un budget intorno agli 80, 90 milioni di dollari all’anno, soldi messi in un fondo che produce ricchezza, grande donor del teatro è la signora Dolby, la moglie del grande Ray Milton Dolby, l’uomo che ci ha regalato l’alta fedeltà, lei sola ultimamente ha destinato 50 milioni.  Sottolinea come il privato cittadino che decide per una donazione scarica il 40% e non di più, questo per fugare fantasie sugli scenari economici americani. E’ un paese generoso, la classe dirigente, che non è di tipo politico, dona, e desidera che si faccia fruttare il denaro al meglio. Si ha l’impressione che si faccia davvero qualcosa per le generazioni a venire. Ho riscontrato che in America si addolorano molto quando sentono dei nostri tagli alla cultura, non hanno preconcetti e invidiano il nostro patrimonio di tradizione. Tornando all’Italia, come si è trovato al Regio e a Torino. Ho trovato accoglienza, e mi sembra di aver stabilito un buon rapporto con il coro, le maestranze,i tecnici e l’orchestra. Inoltre Torino è davvero elegante e non troppo affollata, permette di viverla con piacere. Dicono che non apprezzi la “buca” dell’orchestra. E’ così ? Le buche molto d’orchestra molto profonde producono muri di suono. A San Francisco l’ho fatta alzare a seguito delle lettere di lamentele del pubblico, la voce dei cantanti veniva coperta dall’orchestra. Per ovviare a questo problema...

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Il My French Film Festival è tutto sul web. L’unico festival dedicato ai pigri.

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Il My French Film Festival è tutto sul web. L’unico festival dedicato ai pigri.

        Amare il cinema francese nella stessa misura in cui si è indolenti, pigri e irresistibilmente catturati dalla forza soave e magnetica del sofà o del lettone di casa è qualcosa  che ha trovato un luogo di magica conciliazione. Questo posto ha un indirizzo. Non è un Quai, una Place, un boulevard, o il bas côté ma un digital www a cui aggiungere “My French Film Festival” punto com. Se si conoscono un minimo i francesi e il loro smodato campanilismo aver registrato il sito con un nome estraneo alla lingua di Flaubert, e aver scelto il “com” al posto del “fr”, sinonimo della Francia grandeur significa che oltralpe si vuole per una volta davvero essere internazionali. Non per nulla il MyFrenchFilmFestival ha lo scopo di far scoprire i giovani registi francesi permettendo ai naviganti globali del web di vedere il cinema francese. Giunto alla settima edizione il festival propone nuovi film, nuove piattaforme partner, e uscite di lancio nelle sale di molti paesi. Partito il 13 gennaio durerà fino al 13 febbraio i cinefili avranno sullo schermo del pc tutti i film del primo festival del cinema francese on line senza abbandonate l’adorata poltrona. Per commemorare il 50° anniversario della morte di Françoise Dorléac, questa edizione le rende omaggio con filmati ed inediti mai visti, ricordando che questa iconica attrice è la sorella di Catherine Deneuve. In concorso dieci lungometraggi e dieci cortometraggi francesi, si è  invitati a votare tutti i film e a lasciare commenti sul sito. La selezione conta due film belgi in concorso e, fuori concorso, un film storico, due film francofoni canadesi e due film francofoni svizzeri. Il festival è disponibile su una trentina di altre piattaforme partner, secondo i paesi, tra cui iTunes in 90 paesi ma non disdegna le sale vere e proprie. Alcune proiezioni saranno proiettate durante il festival in molte città, sul sito luoghi e orari per apprezzare il cinema nella sua forma originale. Persino se state volando il My French vi raggiungerà, le alte quote di alcune compagnie trasmetteranno i film. Vincitori e vinti.  Il  festival decreta tre premi : Il Premio dei Cineasti con una Giuria composta da registi internazionali, Il Premio Lacoste del Pubblico Gli internauti di tutto il mondo possono votare per i loro film preferiti sulla piattaforma del festival e Il Premio della Stampa Internazionale con una Giuria composta da giornalisti di grandi quotidiani stranieri. Le giurie dei cineasti e della stampa internazionale si riuniranno a Parigi durante il festival per votare per i film vincitori. I film premiati saranno diffusi a bordo degli aerei Air France per 6 mesi a partire da luglio 2017. Il festival sarà visibile gratuitamente in alcune aree del mondo, quest’anno le zone prescelte sono l’America latina, la Russia, la Polonia, la Romania, l’Africa e l’India, per tutti gli altri paesi, Italia compresa, sono previsti dei pacchetti a pagamento ma, bisogna ammetterlo, a prezzi molto accessibili, il noleggio di un lungometraggio a 1,99€ ed il pacchetto festival a 5,99€ per un accesso a tutti i film disponibili. Comodo, economico, e curioso. Wifi acceso… possono partire le...

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Conversando con Marco Biscione, Direttore del MAO: l’Oriente come evocazione e meraviglia.

Pubblicato da alle 12:40 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Mostre, talenTO | 0 commenti

Conversando con Marco Biscione, Direttore del MAO: l’Oriente come evocazione e meraviglia.

Curiosa la vicenda storica di Palazzo Mazzonis in via San Domenico, prezioso scrigno che oggi ospita il Museo d’arte Orientale di Torino, il più importante d’Italia nel suo genere per numero di visitatori: risalente alla metà del XVI secolo, nasce come dimora torinese di due rami di una famiglia tra le più importanti dell’aristocrazia piemontese: i Solaro della Chiusa e i Solaro della Margarita. Venduto nel 1870 a Paolo Mazzonis, industriale tessile, e adibito per quasi due secoli a sede degli uffici, fu venduto alla città di Torino nel 1980 da Ottavio Mazzonis, e destinato per due decenni ad accogliere Uffici Giudiziari, sino ad ospitare i grandi processi al terrorismo e alla lotta armata. Tra il 2004 e il 2008 il palazzo vede la sua ultima grande trasformazione d’uso, e, grazie ad una radicale trasformazione, ospita oggi circa 2200 opere distribuite in cinque distinte gallerie corrispondenti ad altrettante aree culturali: l’Asia Meridionale e il Sud est asiatico, la Cina, la Regione Himalayana, il Giappone, i Paesi Islamici. Organizzato su tre piani, più lo spazio al piano terreno per le mostre temporanee, prevede alcune soluzioni originali come l’androne carraio come zona deputata all’accoglienza del pubblico, mentre il cortile – ideale luogo di transizione tra Occidente e Oriente – è occupato da una suggestiva struttura in vetro che ospita due giardini di ispirazione giapponese. Dal 2015, dopo Franco Ricca che lo ha fortemente voluto e condotto dalla sua apertura, lo dirige Marco Biscione; romano, già Direttore dei Musei Civici di Udine dal 2010 al 2014, tra i numerosi incarichi lo ricordiamo responsabile del Programma Itinerari culturali del Consiglio d’Europa e referente della sezione Oceania per il Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Pigorini” di Roma. Ha fatto parte di comitati scientifici per musei etnografici in Italia e all’estero, è stato inoltre Segretario Generale dell’A.I.S.E.A. (Associazione Italiana di Scienze Antropologiche) e ha al suo attivo numerose attività di ricerca con Università e organismi internazionali. Lei è stato eletto nel 2015, e il suo mandato dura cinque anni: può fare un primo bilancio di questo periodo come direttore del MAO? Molto positivo, anche alla luce del fatto che l’aspetto più particolare del Museo d’Arte Orientale di Torino è che nasce solo  pochi anni fa, che per l’Italia è un evento piuttosto insolito: un museo d’arte che nasce da un preciso progetto e non solo come risultato di collezioni storiche, o meglio, solo in parte (alcuni esemplari erano parte delle raccolte dei Civici Musei di Torino ed erano conservati a Palazzo Madama) ed è stato accresciuto con nuove acquisizioni: ne è nato un museo completamente nuovo, ma che in pochi anni è diventato il Museo d’Arte Orientale più visitato d’Italia. Da 56.000 visitatori nel 2014 (e tenga presente che il più importante museo di arte orientale di Roma ne registra 15.000) siamo saliti a 106.000 nel 2015 a 111.700 nel 2016: una grande crescita. Quale è la difficoltà maggiore nell’approccio al pubblico? Non nascondo che quello delle arti orientali è un settore di nicchia, ci sono opere d’arte meravigliose ma che non parlano così facilmente al grande pubblico. È un argomento esotico, a tratti complesso ad una prima lettura, ma sta cambiando la percezione. Se un visitatore va agli Uffizi riconosce immediatamente una Natività, fa parte del suo bagaglio culturale; quando entra in un museo come...

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Novant’anni ben architettati. Pino Torinese celebra Leonardo Mosso, partner italiano di Alvar Aalto.

Pubblicato da alle 13:44 in Notizie, Prima pagina, Spettacoli, talenTO | 0 commenti

Novant’anni ben architettati. Pino Torinese celebra Leonardo Mosso, partner italiano di Alvar Aalto.

Oggi martedì 20 dicembre nella Sala del Consiglio la città di Pino Torinese ha deciso di omaggiare Leonardo Mosso, nato nel 1926 a Torino, architetto artista, docente di Composizione Architettonica al Politecnico di Torino ed in varie università estere. Architetto partner di Alvar Aalto per lavori in Italia, teorico della progettazione strutturale dell’architettura diretta. Sono numerose le sue esposizioni personali in Italia all’estero, Il desiderio di volerlo ricordare nasce soprattutto per il suo contribuito alla stagione italiana di Alvar Aalto, costruita con tenacia fin dal primo incontro con il “maestro” sui libri di testo. L’Istituto Alvar Aalto museo dell’Architettura e delle Arti Applicate e Design con sede in Pino Torinese villa Nuytz Antonielli (Ca’ Bianca) è stato costituito da Leonardo Mosso insieme a Laura Castagno al padre Nicola Mosso e alcuni amici architetti e artisti nel 1979 è integrato nel 1984 con l’atto costitutivo del  Museo dell’Architettura e delle Arti applicate MAAAD. Nella sede di Pino Torinese oltre all’archivio dell’attività professionale di Leonardo Mosso da ricordare il suo ruolo di partner di Alvar Aalto per molti progetti, in omaggio al quale ha intitolato L’Istituto, e di studioso dell’architettura, attività condivisa con la moglie Laura Castagno, sono conservate importanti collezioni e testimonianza del Novecento europeo da loro raccolte. Negli anni l’attività di studio sulla teoria della progettazione ha trovato espressioni formali riconducibili a opere d’arte, installazioni e interventi realizzati in Italia è maggiormente all’estero. L’atelier è un contenitore di questa straordinario laboratorio di studio, teorizzazione, sperimentazione diretta e realizzazione di prototipi. L’importanza storico-scientifica di quanto appena accennato è confermata dalla recente acquisizione di alcuni prototipi da parte del CENTRE POMPIDOU DI PARIGI che dedicherà una sala l’attività di Leonardo Mosso. Leonardo Mosso è stato protagonista della vita culturale torinese del Novecento, un instancabile e curioso studioso, progettista e animatore di relazioni tra le discipline e le culture. Con il fondamentale apporto critico della moglie e docente Laura Castagno, il ruolo svolto da Mosso nella valorizzazione della cultura finlandese ha avuto un riconoscimento con la recente visita dell’ambasciatore di Finlandia Janne Talas e della presidentessa della Fondazione Alvar Aalto Päivi Hovi-Wasastjerna, accompagnati dal console onorario di Finlandia a Torino, per porre le basi di una mostra in Finlandia in occasione del centenario dell’Indipendenza della Finlandia nel 2017. Alvar Henrik Aalto (Kuortane 3 febbraio 1898 – Helsinki, 11 maggio 1976) è stato un architetto, designer e accademico finlandese, tra le figure più importanti nell’Architettura del XX secolo. Biellese di origine ma torinese di nascita, europeo e internazionale nelle relazioni, nel lavoro e nell’insegnamento, Leonardo è architetto allievo del padre Nicola Mosso, prima studioso e poi collaboratore alla pari con Aalto e suo delegato per i lavori in Italia. Ricercatore e analista della progettazione nella più ampia accezione, dai maestri all’architettura senza architetti; promotore di attività culturali (nel 1953 fu uno dei sette fondatori dell’associazione Museo nazionale del Cinema). Progettista di opere d’architettura, teorico e saggista dei processi di trasformazione e dei linguaggi, sperimenta in modo diretto le concezioni teoriche e le concretizza in unità materiali che assumono il significato di opere d’arte, confermate dalla loro presenza in molti musei europei.  La sua speculazione teorica, sviluppata in dialogo continuo con Laura Castagno, è rigorosa e affronta l’intero processo con una specifica attenzione all’autodeterminazione dell’uomo che deve trovare nell’architettura un mezzo di equilibrio con la natura e l’ambiente. Dalla fine degli anni sessanta rivolge la sua attenzione verso l’ecologia e il design strutturale inteso...

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L’Amour dell’Hiroshima per il Folk Club. Il 29 dicembre concerto a sostegno.

Pubblicato da alle 13:56 in Musica, Notizie, Prima pagina, Spettacoli, talenTO | 0 commenti

L’Amour dell’Hiroshima per il Folk Club. Il 29 dicembre concerto a sostegno.

L’Hiroschima con molto amour, ha deciso di aiutare con un concerto di sostegno il FolkClub, sede musicale storica della città. Una bella iniziativa il cui scopo probabilmente non si ferma al contributo economico ma invita a valutare con attenzione quello che rende una città interessante, in cui la musica di qualità ha le sue sedi, i suoi riti e i suoi affezionati ascoltatori. Scrivono così: Siccome a Torino da un po’ di tempo non ci facciamo mancare niente, è di questi giorni la notizia che il FolkClub ha problemi seri. Tanto seri da aver dimezzato il suo personale, ovvero da due a una persona. Esatto, il Folk Club, un’eccellenza nazionale della musica, conosciuta in tutta Italia è portata avanti da due persone che non riescono a farcela. Il Folk Club riesce con la sua attività forse a pagare uno stipendio standard (da Call Center per essere chiari) a una persona. E se mettiamo insieme un po’ di segni delle stelle, tipo la chiusura di di Maison Musique e del Crel (Centro Regionale Etnografico Linguistico) con il suo archivio sonoro e cartaceo straordinario sempre collegati al Folk Club, il futuro è incerto per di più in uno scenario per la cultura cittadina molto complicato. La reazione istintiva a questa notizia è stata quella di mettere in piedi subito una serata benefit, con una rappresentanza di artisti che negli anni hanno sostenuto, amato, fatto vivere il Folk Club e intendono continuare a farlo.  Questa cosa andava fatta ora. Questo “Hiroshima for Folk Club” serve a diverse cose: la prima, immediata è raccogliere soldi; la seconda è accendere i riflettori sul Folk Club e i suoi problemi; la terza è mostrare una solidarietà concreta, una coscienza del sistema culturale. In fondo la sua esistenza. Quindi, il 29 dicembre a Hiroshima ci sono sul palco, ad ora: Mau Mau, Bandakadabra, Mimmo Locasciulli, Carlo Pestelli, Blu L’azard e altri che andiamo ad annunciare nelle prossime ore. Poi giù dal palco trovate in vendita anche il libro+disco su Cantacronache e il libro sul Folk Club di Franco Lucà. Il tutto a 10 euro. Ditelo ai vostri...

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Pietre miliari della letteratura per quartetto, pianoforte e archi. I borsisti della De Sono sul palco.

Pubblicato da alle 15:22 in Musica, Prima pagina, Spettacoli, talenTO | 0 commenti

Pietre miliari della letteratura per quartetto, pianoforte e archi. I borsisti della De Sono sul palco.

Un programma che propone due pietre miliari della letteratura per quartetto per pianoforte e archi. Si parte da Parigi, anno 1886, dove Gabriel Fauré, all’epoca titolare dell’organo della Madeleine, compose il suo Quartetto n. 2 in sol minore op. 45. Definito da Camille Saint-Saëns come «una delle opere più interessanti del nostro tempo», fu scritto in circostanze imprecisate e presenta molti elementi di quella cosiddetta forma ciclica, comune ad altre composizioni strumentali del tardo Ottocento francese, in cui tutti i movimenti sono legati tra loro dall’utilizzo, in varie forme, di temi e processi competitivi ricorrenti. Si passa il confine e si entra nella Germania del 1861 con la successiva opera in programma: eseguito per la prima volta con Clara Schumann al pianoforte e accolto con favore da pubblico e critica, il Quartetto in sol minore op. 25 è il primo dei tre Quartetti scritti da Johannes Brahms per questo organico. Ampie proporzioni e il pianoforte in posizione dominante sono le cifre distintive di questo lavoro, che termina con un indiavolato Rondò alla Zingarese che molto ha in comune con il carattere slavo presente anche nelle celebri Danze ungheresi dello stesso autore. È dedicato a questi capolavori del repertorio per pianoforte, violino, viola e violoncello, il programma che martedì 13 dicembre 2016 alle 20.30 portano sul palco del Conservatorio «Giuseppe Verdi» di Torino quattro musicisti, tutti borsisti o ex borsisti della De Sono. A guidare il gruppo è il pianista Gabriele Carcano, oggi strumentista affermato a livello internazionale, regolarmente ospite delle principali stagioni di musica da camera, che beneficiò di una borsa di studio De Sono dal 2005 al 2008. Proprio nella logica di continuità che lega le diverse generazioni di borsisti dell’Associazione, Gabriele Carcano è stato chiamato dal direttore artistico Francesca Gentile Camerana a capitanare un manipolo di più giovani colleghi, ancora alle prese con gli studi di perfezionamento. E così insieme a lui si esibiranno la violinista Martina Gallo, la violista Lara Albesano e il violoncellista Fabio Fausone. Il concerto, come di consueto, è a ingresso...

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