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Incontro con il “Fotocrate” Michele Smargiassi, di passaggio in città.

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Incontro con il “Fotocrate” Michele Smargiassi, di passaggio in città.

Di passaggio a Torino per intervenire ad una conferenza da Camera, Centro Italiano per la Fotografia,  che ha da poco inaugurato una grande e sorprendente mostra di Erik Kessels, abbiamo intercettato Michele Smargiassi. Giornalista, scrittore, autore del seguitissimo blog Fotocrazia ospitato sul sito del quotidiano La Repubblica, dove con arguzia e sottile provocazione ferma in posa, il nostro tempo, abbastanza da leggerlo attraverso l’argomento della fotografia.   La fotografia è diventato improvvisamente un argomento ? La fotografia….non so se è diventato un argomento, sicuramente se lo è, è deprecatorio. Nel senso che si parla di molto delle fotografie propriamente digitali, ma di quelle che scambiamo, condivise, orrizzontali, e per di più se ne parla male, come un declino morale o psicologico. Tutti narcisisti, tutti bambini. Un giudizio sull’avvento della foto da tasca, che non condivido, lo ritengo sbagliato, è legato all’incapacità di capire cosa sta succedendo alla fotografia oggi. Sta attraversando una rivoluzione, diversa da come la si pensava anni fa, mi riferisco alle immagini smaterializzate, senza sostanza, tutti dicevano non c’è più il rapporto con la realtà. Balle… la foto ha continuato a funzionare esattamente come prima e nelle funzioni di prima. Il problema è che la fluidità digitale ha dato luogo a nuove funzioni che prima trovavano un limite fortissimo nella tecnica; non erano riproducibili, la stragrande maggioranza di foto che si facevano nel mondo, intendo quelle private, delle vacanze della morosa, erano stampate in unica copia, poi si perdeva il negativo ed era finita così. Erano foto uniche, dovevi rifotografarle se volevi una copia in più, visto che i negativi si perdevano spesso.La foto privata anche prima istituiva relazioni, però erano foto “in presenza”, affabulatorie, si mostravano agli amici, ci si parlava sopra. Dirette sempre a destinatari conosciuti, viso a viso. Mentre adesso grazie a questa fluidità possiamo condividerle, sono come palloncini in aria, dove cadono cadono non sappiamo nemmeno chi le guarderà e dove. Non possiamo più sapere dove una nostra foto sia andata a finire, in Asia, in Alaska. Quello che è davvero cambiato è questa simultaneità, diffusione universale, l’orizzontalità, con il suo carattere effimero. Diffuse così, vivono il momento della condivisione e poi difficilmente restano. Non vengano riguardate. Adesso ci sono le storie su istagram, su fb ect, posti e poi il giorno dopo spariscono, la fotografia ha guadagnato un altro  status.  In fondo cosa è rimasto del bacio dato ieri, dello scapaccione, della carezza, era importante? Certo che si ! Eppure quei momenti si sono dissolti. La foto ha raggiunto la fluidità dei linguaggi paraverbali, della prossemica: insomma tutte quel linguaggi che noi usavamo per relazionarci con gli altri, adesso abbiamo anche la foto. Parallelamente, però, sui media tradizionali c’è un recupero del tema, su Repubblica su cui scrivi, su Internazionale e altri ancora…Cosa che ieri non accadeva così spesso. Se sia merito di questa nuova attenzione alle immagini sarebbe tanto di guadagnato, non lo credo però, il fatto che ci sia più attenzione, una maggiore considerazione nel panorama culturale. Era considerata semplicemente uno strumento d’illustrazione. Anche se abbiano avuto stagioni in cui il fotoreportage era ben più visibile, rispetto a oggi. La foto su gli organi di stampa anche se sempre subordinata alla parola, era molto presente. C’è stato un momento in cui le foto erano un linguaggio colto, se adesso torna è anche perché il mercato...

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Il Maestro Bruno Martinazzi: pensiero e materia per opere senza tempo

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Il Maestro Bruno Martinazzi: pensiero e materia per opere senza tempo

  Incontriamo il maestro Bruno Martinazzi nella sua luminosa casa che  da Piazza Vittorio si affaccia sulla quinta naturale della prima collina, il Po come un dio che tutto osserva, nel suo incessante fluire. Nato a Torino nel 1923 in una famiglia di intellettuali, si laurea in Chimica Pura. Durante la guerra partecipa come partigiano combattente alla resistenza, ed è insignito della Croce di Guerra. Dopo aver frequentato la Libera Accademia d’Arte di Torino e gli Istituti d’Arte di Firenze e Roma esordisce come orafo nel 1954, per poi affermarsi come scultore. Ha insegnato molti anni in diverse istituzioni, in particolare all’ Accademia Albertina di Belle Arti di Torino.    La sua carriera è costellata di molti riconoscimenti internazionali, come la partecipazione e la vittoria del primo premio alla International Exhibition of Modern Jewellery 1890-1961, organizzata presso la Goldsmith’s Hall di Londra nel 1961, forse la più importante mostra internazionale del gioiello d’artista del XXI secolo, a cui sono seguite esposizioni in Italia e all’estero; le sue opere sono conservate nei più importanti musei del mondo. Con Martinazzi il gioiello, progettazione e materia, è equiparato alla scultura e alla pittura e si fa espressione di una riflessione complessa, che affonda le radici nella ricerca filosofica che da sempre conduce parallela e confluente nelle sue opere. Amante di Platone, grande appassionato della montagna, scrive e disegna quotidianamente, e nel 2013 ha dato alle stampe libri con le sue riflessioni e i suoi ricordi, Ehi Patriota!, La luce, il buio, e Amore e Meraviglia, scritti con acutezza e grazia, che è la cifra principale del suo stile.  Fluente nel racconto, si dona con generosità all’interlocutore, capace, con brevi tratti, di restituire un momento storico, un’opera e il suo contesto, una sua personale visione. Prezioso testimone del secolo scorso, restituisce con intelligenza cristallina la dimensione di un artista capace di leggere la contemporaneità con freschezza, consapevole e umile allo stesso tempo, elemento che rende le sue opere senza tempo. In esse c’è un superamento nella realtà, una tensione al metafisico, aspetto che si ritrova nelle sue sculture come nei suoi gioielli, ricchi di riferimento alla cultura classica, dalla greca alla cicladica. Sono immagini reali, eppure astratte, che appartengono al mondo delle Idee. Maestro, ci racconta come è nato il suo interesse per l’arte e in particolare per l’oreficeria? Sin da ragazzo ero interessato alla pittura ma,  per compiacere la famiglia che mi sconsigliava la carriera d’artista perché Carmina non dant panem, mi sono laureato in chimica; nonostante ciò ho continuato ad esercitarla nei momenti liberi e a coltivare i miei interessi, pur lavorando in tutt’altro settore, l’industria tessile, che tuttavia decido di abbandonare. Verso i trent’anni mi sono interessato all’arte orafa e ho provato a realizzare alcuni esemplari per l’orafo Capello di Torino: vista la mia predisposizione naturale mi sono iscritto ad una scuola per orafi dove ho imparato la tecnica del cesello.Ho molta facilità di esecuzione con le mani, ho imparato in fretta la tecnica; intanto continuavo a dipingere ma incominciavo a trovare sempre più soddisfazione dal lavoro manuale, per cui mi è venuta voglia di misurarmi con materiali e tecniche diverse dal gioiello; sono dunque passato alla lastre di rame, ho iniziato a piegarle a saldarle: di lì il passaggio alla cera e alla fusione in bronzo è stato breve. A quel...

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Rai5 manda in onda Soundbreaking. Otto puntate di storia contemporanea musicale.

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Rai5 manda in onda Soundbreaking. Otto puntate di storia contemporanea musicale.

La musica è sempre stata una costante nella storia umana, una mescolanza di voce e strumento che, al di là delle differenze locali, ha mantenuto più o meno la stessa forma per secoli. Poi è arrivata la registrazione e la musica è cambiata per sempre. “Soundbreaking”, la serie in otto puntate che Rai Cultura propone su Rai5, ripercorre questa evoluzione e indaga il nesso fra tecnologia d’avanguardia e arte. Ideata dal produttore dei Beatles George Martin, con più di 150 interviste originali ad alcuni tra i più celebri artisti, produttori e pionieri dell’industria musicale di tutti i tempi, la serie racconta un secolo di innovazioni e sperimentazioni musicali, e offre uno sguardo inedito dietro le quinte di uno studio di registrazione per scoprire come sono nati alcuni dei brani e delle colonne sonore più celebri, la regia è di Jeff Dupre e Maro Chermayeff. Tra gli artisti che intervengono nella serie, Eric Clapton, Paul McCartney, Joni Mitchell, Tom Petty, Chuck D, Nile Rodgers, Mark Ronson, Ben Harper, Tiësto, Roger Waters, Elton John, Quincy Jones, BB King, Annie Lennox, George Martin, Dave Grohl, Billy Idol, The Black Keys, Bon Iver. Nel primo episodio, ispirazione ed esecuzione si incontrano in uno studio di registrazione. Qui si colloca la figura enigmatica del produttore discografico, colui che ha il compito di catturare la visione dell’artista e trasmetterla ai posteri. “Soundbreaking” ripercorre la musica della seconda metà del ‘900. Se il primo ‘talent scout’ incarnato da Sam Phillips, che portò Elvis Presley al grande pubblico convincendolo a cambiare stile e modo di cantare, si passa al quinto Beatles George Martin, in grado di portare una nuova sensibilità artistica e musicale, aprendo il rock a contaminazioni con altri generi musicali. Phil Spector diventerà il grande protagonista della sala di registrazione, sfruttando al massimo le potenzialità della tecnologia delle sale di registrazione applicata alla musica. Ma sopra ogni cosa nei docufilm ci sono le facce, le prove, le smorfie e i racconti di chi ha visto e contribuito a far nascere la musica per come le nostre orecchie la conoscono e riconoscono. Rai 5 si dimostra ancora una volta attenta e unica nel decidere di mandare in onda questo meraviglioso spezzone di storia contemporanea. Le puntate per chi le avesse perse sono rintracciabili sul web. Per esempio qui: http://www.raiplay.it/programmi/soundbreaking/ Il sito che raccoglie tutto il progetto con annessa cronologia sonora è...

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Il Salone del Libro fa BOOM. Presentato il programma della trentesima edizione.

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Il Salone del Libro fa BOOM. Presentato il programma della trentesima edizione.

Presentazione aulica oggi per il trentesimo Salone Internazionale del Libro di Torino, scelta la sala del primo Parlamento Italiano al Museo del Risorgimento. Mattinata di grande entusiasmo, allegria e un orgoglio raro da vedere nelle facce torinesi. Un programma imponente, variegato, colto che sa di Milano delenda est, come fosse Cartagine e Lagioia Catone.  45 mila metri quadri di superficie espositiva dei padiglioni del Lingotto Fiere: circa 11 mila i metri quadri commerciali (il 10% in più dello scorso anno) allo stato attuale occupati da 424 titolari di stand (nel 2016 erano 338), a cui si sommano i 9 stand dei progetti speciali. Complessivamente il trentesimo Salone del Libro propone ad oggi 1.060 case editrici, dando vita a un programma che conta circa 1.200 appuntamenti disseminati nelle 30 sale a disposizione del pubblico. Il totale delle case editrici è rappresentato dalle 390 con stand proprio, da altri 360 editori italiani e stranieri ospitati da stand di colleghi, dalle presenze di 10 fra case discografiche ed editori musicali accolti nell’area ad essi dedicata e da quelle inserite nei 12 spazi regionali di Piemonte, Toscana (regione ospite), Basilicata, Calabria, Friuli, Lazio, Marche, Puglia, Sardegna, Sicilia, Umbria e Valle d’Aosta, oltre all’area di Matera 2019, e nei trestand internazionali di Cina, Romania e Marocco, che insieme accolgono all’incirca ulteriori 300 realtà editoriali dei loro territori. Sul sito potete trovare il programma completo con gli ospiti e gli...

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Gli studenti piemontesi premiati a Milano dalla Commissione Europea per “I giovani e le scienze” .

Pubblicato da alle 18:46 in Innovazione, Medicina, Notizie, Prima pagina, talenTO, Università | 0 commenti

Gli studenti piemontesi premiati a Milano dalla Commissione Europea per “I giovani e le scienze” .

Premiati a Milano diversi studenti piemontesi. Rappresenteranno l’Italia alla finale europea del concorso europeo I GIOVANI E LE SCIENZE della Direzione Generale Ricerca della Commissione europea a Tallin dal 22 al 27 settembre , che prevede premi sino a 7mila euro, gli studenti che hanno realizzato il prototipo e il progetto intitolato: “CardioID: dimmi come batte il tuo cuore e ti dirò chi sei!” sono Mattia Borgna (1998), Andrea Domenico Mourglia (1998), Filippo Pairotti (1998) dell’Istituto Internazionale ‘E. Agnelli’ di Torino. “Il nostro progetto consente di  fare identificazione personale con battito cardiaco e prototipo di orologio da polso per farsi riconoscere ed è applicabile anche con servizi vari come l’e-banking”, spiegano. CardioID è un dispositivo capace di riconoscere l’identità di una persona attraverso l’analisi del segnale elettrocardiografico (ECG), ovvero il segnale elettrico generato dal cuore durante una contrazione. Il sistema consta di un amplificatore ECG, una scheda di acquisizione e trasmissione wireless ed un dispositivo mobile (Smartphone o Tablet). L’amplificatore ECG, per mezzo di elettrodi posti sui polsi, amplifica e preleva il segnale corrispondente alla prima derivazione cardiaca. Tra gli altri premiati vincono il viaggio e la partecipazione a  TISF, fiera scientifica internazionale di Taiwan (www.ntsc.gov.tw), febbraio 2018;(Premio AIM, Associazione italiana di metallurgia) per il loro progetto intitolato “Nanozimi: particelle inorganiche che  imitano gli enzimi” gli studenti Martina Boarino (1998), Francesco Gardini (1997)  dell’ IS ‘A. Sobrero’ di  Casale Monferrato, Alessandria. Inoltre vincono viaggio e partecipazione a 8a INESPO, olimpiade internazionale dell’ambiente e della sostenibilità (www.inespo.org), Amsterdam, settembre per il loro progetto “ iBreathe: studio delle relazioni e interazioni tra condizioni climatiche e inquinamento atmosferico”, gli studenti Federico Gambedotti (1999), Lorenzo Ugoccioni (2000) del Liceo Scientifico Statale ‘G. Ferraris’, Torino. Vince viaggio e partecipazione a Expo Sciences Belgio, Bruxelles, aprile 2018 (Premio Salvetti Foundation)- per il suo progetto intitolato: Protesi robotiche: nuove frontiere. Costi sempre più bassi per una diffusione globale” la studentessa Giorgia Ladislao (1998) del Liceo Scientifico Statale ‘L. Cocito’, Alba, Cuneo. Il Piemonte per l’edizione 2017 del concorso europeo “I giovani e le scienze” si è distinto per qualità di progetti e per numero di partecipanti rispetto ad altre regioni italiane. Per altri dettagli sul concorso europeo- selezione italiana che è annuale si può contattare la FAST-Federazione delle Associazioni Scientifice e...

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Lo Stradivari del 1713 di Bell dalla metro di Washington al Conservatorio Giuseppe Verdi.

Pubblicato da alle 17:43 in galleria home page, Musica, Spettacoli, talenTO | 0 commenti

Lo Stradivari del 1713 di Bell dalla metro di Washington al Conservatorio Giuseppe Verdi.

Era il 1981 quando, quattordicenne, Joshua Bell catturava i riflettori della scena internazionale debuttando con Riccardo Muti e la Philadelphia Orchestra. Da allora la varietà della sua attività non ha quasi eguali, spaziando da quella di solista a quella di musicista da camera, di direttore d’orchestra e di esecutore per alcuni documentari della BBC e per l’incisione di numerosi album discografici (registra in esclusiva per Sony Classical e ha al suo attivo oltre 40 album, vincitori a vario titolo di premi come Grammy, Mercury, Gramophone e Echo Klassik Award).  Joshua Bell è annoverato tra i violinisti più celebrati della sua generazione, apprezzato per la sua passione, per la sua instancabile curiosità e per i suoi variegati interessi in ambito musicale. Tra le mani uno  Stradivari “Huberman” del 1713 suonerà in coppia con il pianista Sam Haywood.         Dieci anni fa la storia di Joshua Bell ha fatto il giro del mondo: con il suo preziosissimo Stradivari  si è piazzato in incognito nella metropolitana di Washington e ha iniziato a suonare la Ciaccona di Bach nella quasi totale indifferenza dei frettolosi passanti, racimolando la misera somma di 32 dollari; solo tre giorni prima, un suo recital a Boston aveva fatto il tutto esaurito con biglietti da 100 e 200 dollari l’uno! L’esperimento, ripreso da una telecamera e condotto da un giornalista del “Washington Post”, ha dato luogo a un’accesissima discussione e ha ispirato la pubblicazione del libro The Man with the Violin.   Mercoledì 29 marzo 2017 nel Conservatorio Giuseppe Verdi alle ore 21 risuonerà la giovanile Sonata op. 12 n. 1 di Beethoven e due capolavori di Brahms: lo Scherzo per la Sonata F.A.E., scritta nel 1853 in collaborazione con Albert Dietrich e Robert Schumann e dedicata al famoso violinista Joseph Joachim, e la lirica e appassionata Terza sonata in re minore op. 108. Nella seconda parte Joshua Bell si lancerà nel virtuosismo più sfrenato con l’esecuzione del malinconico Air, brano a lui dedicato dal compositore americano Aaron Jay Kernis e, a seguire, la Terza Sonata per violino solo di Ysaÿe, il celebre Vocalise di Rachmaninov e la funambolica Fantasia su temi dalla Carmen di Bizet di Pablo de Sarasate....

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I gioielli contemporanei di Daniela Boni: la forza della Natura vista con gli occhi di una designer.

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I gioielli contemporanei di Daniela Boni: la forza della Natura vista con gli occhi di una designer.

Inaugurata la mostra Origo, prima collezione dedicata al gioiello contemporaneo di Daniela Boni, torinese di adozione, artista-designer eclettica e cosmopolita dal curriculum ricco e variegato, esposta presso la galleria Creativity di via Carlo Alberto. Le creazioni di Daniela si presentano come originali interpretazioni biomorfe della Natura, che il suo estro ha trasformato in veri e propri oggetti-scultura in pietra e pelle: molte le citazioni e i riferimenti che raccontano la stretta frequentazione con il mondo dell’arte e della moda.   Parte integrante del progetto le splendide immagini, quasi una parallela narrazione, di Marcello Bonfanti, (fotografo di fama internazionale che di recente ha vinto il prestigioso premio Sony World Photography Award) che per l’occasione ha immaginato una donna-albero-in un gioco di mimesi con gli elementi naturali.  Come sei arrivata a realizzare questa collezione?  E’ un percorso che parte da lontano: ho conosciuto Susanna, direttrice di Creativity, nel 2007, quando io stessa mi ero occupata di gioiello contemporaneo curando la mostra ‘Super Craft Super Gift’ al Museo d’arte Applicate di Torino con la direzione di Ezio Biffi Gentili: una collaborazione con il museo nata in realtà due anni prima quando Biffi Gentili selezionò un mio lavoro, una complessa installazione luminosa a parete dal titolo Planetarium con il razzo, per la  mostra Alta gradazione al Palazzo dei Conti Botton di Castellamonte nel 2005, installazione poi entrata a far parte della collezione permanente del Museo. Mi è sembrato naturale iniziare questa mia nuova esperienza con lei, con la quale avevo intessuto un bel rapporto personale e professionale già al tempo.   Tu nasci come designer…Quale è stata la tua formazione? Dopo il diploma di grafico pubblicitario le mie prime esperienze di lavoro sono stata in un teatro di posa come scenografa: lì ho imparato a trattare molti materiali diversi, sperimentando e ideando oggetti d’arredamento come lampade e specchi fino a progettare realizzare ambientazioni più complesse per spazi pubblici e case provate su specifica committenza. Il mio materiale d’elezione è sempre stato il ferro — che ho utilizzato sin da subito per tutte le mie creazioni di design, una bella sfida perché è un materiale complesso, soprattutto per le lampade! Ho lavorato come designer per circa vent’anni ma poi ho dovuto, mio malgrado e nonostante le molte richieste, abbandonare la mia attività perché è un lavoro fisicamente molto faticoso. Ho iniziato quindi una nuova avventura, lasciando la mia parte creativa “attiva” e dedicandomi alla creatività di altri artisti: ho aperto la galleria Made for Love, mi sono occupata in prima persona della programmazione e della curatela di mostre di artisti diversi: in questo periodo si è riallacciata la mia collaborazione con Susanna perché mi piacciono le contaminazioni, dalla musica alla fotografia, dalla pittura al design, coinvolgendo anche artisti del gioiello e della ceramica che già collaboravano con lei. E poi sei arrivata a misurati tu stessa con il gioiello contemporaneo…come è scattato questo desiderio? Così come per il ferro, non so spiegare razionalmente il mio interesse per i gioielli tanto da volerli realizzare in prima persona: è stata come una “visione lucida” che ha aperto una nuova fase creativa della mia vita, una elaborazione originale nata da suggestioni diverse, a partire dal mio coinvolgimento personale con l’ambiente naturale (amo passeggiare nei boschi e osservarne con attenzione i minimi aspetti) sino al mio interesse per i...

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Una vita per i libri. Paola Gribaudo ora Accademico d’onore dell’Accademia Albertina.

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Una vita per i libri. Paola Gribaudo ora Accademico d’onore dell’Accademia Albertina.

Conversazione con Paola Gribaudo, recentemente insignita del titolo di Accademico d’onore dell’Accademia Albertina di Torino: una vita per i libri.   Curiosa sensazione imbattersi nello Studio Gribaudo, originale costruzione elegantemente incuneata tra gli edifici liberty, il Seminario Maggiore e le piccole ville che punteggiano silenziose la collina alle spalle della Gran Madre, che le acque del grande fiume separano dalla città. Una targa ricorda che la visionaria costruzione realizzata nel 1974 dall’architetto Andrea Bruno, cemento armato a vista, nessun pilastro, ampie finestre a taglio di luce e un grande cubo vetrato aggettante, occhio spalancato su Torino, ha vinto, 40 anni dopo, il riconoscimento dell’Ordine degli Architetti entrando nel percorso cittadino delle “Architetture rivelate”. Indubbiamente una tappa che molto dice dello spirito locale in cui convivono anime diverse e complementari, barocco, eclettismo, la cupola del Guarini, la guglia della Mole Antonelliana, il “disco volante” della citata chiesa della Gran Madre, tutte visibili dalla Studio Gribaudo: un paesaggio alieno (certo amplificato dalla silhouette di un dinosauro in pietra nel giardino) che si dissimula con ironia nel tessuto urbano. Tessuto che un certo luogo comune vuole ordinato e severo, e che solo ad uno sguardo meno superficiale svela una decisa attitudine all’eccentrico, non classificabile in categorie convenzionali, come questo edificio ben dimostra.    Assolutamente non convenzionale è chi nello studio ci lavora: Ezio e Paola Gribaudo, padre e figlia, esponenti dell’arte e dell’editoria torinese di respiro internazionale; chi li conosce sa che questa definizione non rende merito al loro ruolo decennale nel panorama culturale. Ezio è un grande artista tutt’ora attivissimo (tra i vari riconoscimenti ricordiamo uno su tutti il premio della Biennale del 1966 per la grafica), collezionista, editore. E ancora, organizzatore di mostre,  protagonista del rinnovamento artistico del II dopoguerra grazie a libri e cataloghi realizzati con e per i più grandi artisti internazionali del tempo, che con lui hanno intessuto collaborazioni e amicizie, da De Chirico a Fontana a Burri, a Manzoni, Dalì, Moore, Mirò per citarne solo alcuni… Paola, editrice di grande successo, ha saputo fare tesoro dell’esperienza paterna spingendo l’asticella ancora più in là, sino a dare spazio al suo genio, come il padre stesso, severo ma giusto nei suoi giudizi, le riconosce: richiestissima da gallerie, musei e artisti come curatrice di libri, è riuscita  ad esportare la cultura italiana nel mondo editando uno strepitoso numero di pubblicazioni, dando vita a proprie collane editoriali, pubblicando più all’estero che nel suo paese, ma sempre stampando in Italia. Paola ha avuto prestigiosi riconoscimenti per questo, nel 2011 a Parigi il titolo di Chevalier de l’ordre des Arts et des Lettres ricevuto dalla mani del Ministro della Cultura Francese Frédéric Mitterrand e, lo scorso 19 dicembre, finalmente profeta in patria,  il titolo di Accademico d’Onore dell’Accademia Albertina di Torino alla presenza del Presidente Fiorenzo Alfieri, del Direttore Salvatore Bitonti e del Consiglio Accademico, dove è stata premiata come Ambasciatrice del libro italiano nel mondo. All’Accademia ha anche donato una preziosa selezione dei suoi volumi. La incontriamo nello Studio, accolti da un sorriso che illumina e dalla famosa scala-libreria, di per sé scultura nella casa scultura, simbolo di questo luogo, genius loci dove Paola si è spesso fatta ritrarre con i cataloghi da lei pubblicati come in una festosa foto di gruppo, immagine neanche troppo metaforica di un ascendere verso la cultura,...

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A Miradolo un Castello sotto l’incanto dell’arte. Lo svela Paola Eynard mentre aspettiamo Tiepolo.

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A Miradolo un Castello sotto l’incanto dell’arte. Lo svela Paola Eynard mentre aspettiamo Tiepolo.

Ho incontrato Paola Eynard, Vice Presidente della Fondazione Cosso, al Castello di Miradolo a San Secondo di Pinerolo. Se a qualcuno fosse sfuggito il Castello di Miradolo è la sede dove la Fondazione organizza principalmente mostre d’arte. Da qui son passate le tele di Caravaggio, di Mattia Preti, di Guido Reni senza dimenticare Tiziano e Lorenzo Lotto ed altri importanti nomi. Da quella che doveva essere un’intervista sull’imminente arrivo dell’esposizione dedicata a Tiepolo e al ‘700 veneto, mi sono ritrovato ad ascoltare una storia, densa di passione, di come questo luogo incastonato al centro di un parco meraviglioso, sia divenuto in pochi anni una sede privilegiata per osservare capolavori della pittura italiana. Nelle parole Paola Eynard emerge il desiderio di lavorare per un pubblico vasto, anche se non si è studiata storia dell’arte, non significa che non si possa entrare in una mostra con curiosità, piacere. Idea che condivide con la madre, la Presidente Maria Luisa Cosso.   Diceva un poeta riguardo alle mostre d’arte che si “finisce per languire all’ombra del monumentale”, ma in questo caso credo che le cose siano fatte per sortire tutt’altro effetto. Mi dice che entrambe non provenendo dal mondo dell’arte, ma da quello dell’industria, hanno sviluppato un approccio molto vicino all’occhio del visitatore, bisogna capire cosa si legge, mia mamma che è un meraviglioso imprenditore, è una maestra ma ha dovuto smettere per vicissitudini famigliari, lei passa in rassega tutti i testi dei curatori, le infografiche, e ribadisco che lavora ancora in azienda tutt’oggi, ma visto che questa cosa l’abbiamo creata insieme e la sua esperienza e preziosa per moltissime cose, prima che i testi vengano stampati e diffusi li rileggiamo insieme, con il suo fare garbato, li vira in una lingua meno specialistica, più comprensibile, assimilabile, chiara. Una mostra che racconta molte cose diverse, deve essere supportata da un linguaggio che non sia astruso, questa è una cosa forse piccola ma che rende l’idea dell’accuratezza con cui seguiamo tutto. Resta fondamentale che il visitatore si porti a casa qualcosa, senza sentirsi sminuito o estraneo. Non facciamo mostre facili, per esempio se proponessimo Mirò non aggiungeremmo nulla di più, mentre questa scelta di cercare delle mostre di ricerca, o portare sul territorio qualcosa che non c’è mai stato, o stanare un tema un artista poco conosciuto.  Il caso emblematico fu la prima ed unica mostra mai realizzata dedicata a Orsola Maddalena Caccia, contemporanea di Artemisia. Figlia del pittore Guglielmo Caccia e badessa del monastero di Moncalvo, piccola città del Monferrato, Orsola fu autrice di uno straordinario numero di opere a carattere religioso e significative nature morte, che di fatto inaugurano il genere in Piemonte. Chiusa tutta la vita in un convento, scoperta grazie ad una storica dell’arte, abbiamo fatto il primo catalogo su di lei, che ha avuto anche successo editoriale. Se qualcuno domani vorrà studiarla potrà partire da qui. E’ con questo spirito che ci muoviamo. Come nel caso delle donne del Risorgimento, un’idea di mia mamma, ed così che con una ricerca approfondita abbiamo raccontato le eroine di quella stagione storica. Un modo per partecipare alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia con una mostra ideata per ripensare al ruolo e alla presenza delle donne piemontesi nel percorso storico che ha portato all’unificazione. La mostra  ricostruiva e sintetizzava l’attività di donne protagoniste...

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Tre lezioni-concerto al DAMS in collaborazione con la De Sono. Gratuiti e aperti a tutti.

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Tre lezioni-concerto al DAMS in collaborazione con la De Sono. Gratuiti e aperti a tutti.

Con il primo incontro in programma lunedì 20 febbraio alle 17.30 prende il via un nuovo progetto per la De Sono in sinergia con l’Università degli Studi di Torino. Il DAMS presenta infatti un ciclo di incontri pensati per stimolare i giovani a riflettere sui problemi dell’esecuzione musicale dal vivo. Tre lezioni-concerto destinate agli studenti universitari, ma aperte a tutti gli appassionati, che saranno occasioni preziose per dialogare con giovani interpreti, selezionati dalla De Sono, che hanno già avviato interessanti carriere internazionali. Gli incontri saranno moderati da Paolo Gallarati e Andrea Malvano, entrambi docenti di storia della musica presso l’Ateneo torinese. Ad aprire questo ciclo, i cui appuntamenti si svolgono nell’Aula Magna del Rettorato dell’Università degli Studi di Torino (via Verdi 8), ci saranno la clarinettista Maura Marinucci, fresca vincitrice del Premio Renzo Giubergia 2016 e da poco assoldata tra le fila della prestigiosa Gustav Mahler Jugendorchester, accompagnata dalla pianista Giorgia Delorenzi, già borsista della De Sono negli anni passati.  Clarinettologia è il titolo di questo primo incontro che prevederà l’esecuzione al clarinetto del Capriccio n. 24 di Niccolò Paganini, Hommage à Bach di Bela Kovacs, le Tre Romanze op. 94 di Robert Schumann e l’Allegro appassionato della Sonata op. 120 n. 2 di Johannes Brahms. Gli incontri proseguiranno lunedì 20 marzo con il percussionista Simone Rubino, borsa di studio De Sono dal 2011 al 2013 e strumentista ormai lanciatissimo ai più alti livelli di un carriera internazionale (basti pensare all’esordio con i Wiener Philharmoniker lo scorso settembre) che sembra non avere ostacoli. Con lui sarà esplorato il variegato universo degli strumenti a percussione con improvvisazioni ed esecuzioni di brani dedicati alla più ampia delle famiglie strumentali. Il ciclo si conclude il 24 aprile con un appuntamento dedicato al repertorio barocco e a tutti i problemi della prassi esecutiva ad esso correlati. Protagonisti saranno Alena Dantcheva (soprano), Emilia Gliozzi (violoncello), Paola Poncet (clavicembalo) e Francesco Olivero (tiorba), anch’essi tutti borsisti o ex borsisti dell’Associazione. Presenteranno una serie di pagine vocali e strumentali di Antonio Vivaldi, tratte dalle preziose raccolte Foà e Giordano custodite presso la Biblioteca Nazionale di Torino, che contengono la stragrande maggioranza degli autografi vivaldiani arrivati ai giorni nostri.Gli incontri saranno a ingresso...

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