Racconti brevi

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“Dedicato a Ferdinando Scianna, alla sua fotografia”

Pubblicato da alle 10:42 in Pagine svelate, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

“Dedicato a Ferdinando Scianna, alla sua fotografia”

  Perché mi sono innamorata di una immagine, di più immagini, di un fotografo? Perché di Ferdinando Scianna? Un suo amico, Ivo Saglietti, altro grande fotografo mi dice: perché siamo tutti innamorati di Ferdinando Scianna. Risposta semplice evidente spontanea. Il mio innamoramento nasce 35 anni fa, quando curiosa della fotografia, con pretese da fotografa, velocemente abbandonate, scopro un poster, in un negozio di affiche di Torino, con Marpessa appoggiata ad una barca di pescatori con le gocce di pioggia che sembrano accompagnare il silenzio della notte. Una rivelazione. Immediatamente alcuni segni mi riportano alla mia Sicilia: il vestito nero, la bellezza intensa e ritrosa, l’imbarcazione dei marinai del paese dove andavo in vacanza, il buio e la luce di un bianco e nero oltremodo seducente. Quell’ affiche grande almeno 1 metro per 80 è ancora lì da me in campagna a tenermi compagnia come a ricordare il mio primo amore. Non scandalizzatevi voi intenditori di fotografia se non parlo di stampa “vintage”, di gallerie d’arte. Negli anni ’80 le immagini dei nostri più bravi fotografi erano conosciute dentro ai giornali, alle riviste, attraverso i poster, le “affiche” e di certo molte delle gallerie italiane non amavano ancora la fotografia, in particolare quella italiana, così tanto da inserirla sulle loro candide pareti. Fu da quel momento che iniziai ad indagare e a scoprire il lavoro di Ferdinando Scianna. Siciliano, colto, intellettuale, con uno sguardo inquieto in perenne seduzione verso il mondo, le donne, la sua terra. Il suo bagaglio di esperienza, di vita vissuta in quell’isola complicata, difficile, che riesce a partorire, dal suo ventre caldo in continua eruzione sorprendenti geni nella cultura, nell’arte, nella letteratura, nella fotografia, nel cinema. Siciliano esule, migrante nel mondo alla ricerca della vita da fermare con la sua macchina fotografica che lascia l’impronta sempre, secondo me, della sua terra d’origine. Solamente un siciliano di razza pura come Scianna ha quel modo di osservare, quel modo di scoprire, di sentire, di far l’amore con chi ha di fronte. La Sicilia ti entra nella pelle, nel cuore, nel cervello per via del suo fascino misto ad un continuo arrovellamento per ciò che non vorresti vedere, sentire, sapere e che obbligatoriamente vive insieme ad una inarrestabile, viziata, pericolosa attrazione. Nelle fotografie di Ferdinando Scianna ritrovo la Sicilia di mio padre. Se la fotografia è memoria allora si, si, si quella memoria è quella che io voglio ricordare per il suo bene e per il suo male. Guardare le fotografie di Scianna è come sentire il calore del mezzogiorno, con le sue ombre e le sue luci, è perdersi nei paesaggi di silenzio, è ritrovarsi nelle figure piegate dalla fatica, dal sole, è scoprire nei volti la densità e la pericolosità della bellezza, è perdersi nella morbidezza del nero di un vestito, di uno sguardo, di una strada, è ingurgitare passione, è un inevitabile, piacevole, inebriante stordimento. Nei suoi paesaggi la terra parla di quella Sicilia che più volte ho attraversato abbandonando la mano fuori dal finestrino al vento dello scirocco che secca le zolle, annerisce il terreno, fa volare le spine sottili, invisibili dei fichi d’india, rende desertico l’asfalto e lascia spazio all’immaginazione più struggente, profonda, sfavillante di ingarbugliate sensazioni. Per tutti i sentimenti che vorrei nascondere e che riempiono il mio cuore, i miei occhi di commozione, lacrime,...

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La mia Torino, quella che chiamo casa.

Pubblicato da alle 12:18 in Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

La mia Torino, quella che chiamo casa.

Torino è la mia città. La città che è mutata con me. Che ha visto cambiare il mio sguardo sul mondo, che mi ha visto felice e infelice a seconda dei momenti. Che mi ha visto andare e tornare. Ma, la maggior parte del tempo, abitare. Una città che abiti, in qualche modo ti ‘ abita’, ti entra dentro, ti conosce a fondo. E, allora, non sono i grandi monumenti o le piazze storiche che amo di più della mia città. Di questa mia cauta e al tempo stesso insolita isola del nord a me piace cosa mi appartiene. E, alla fine del gioco, quello che sento ‘mio’, che odora di casa,  lo posso contare sulle punta delle dita. Da bambina conoscevo bene di Torino un unico posto: il parco Rignon o Villa Amoretti. Lì c’era ( e c’è ancora) un albero multi radici che pareva un comodo e nodoso rifugio. L’albero era il complice perfetto dei nostri nascondigli, delle merende in posizione sospesa, delle rincorse in tondo.  Era la tana ideale per giornate assolate e la casa finale per i vincitori di nascondino. Qualche anno dopo e qualche dente definitivo in più, lo stesso albero è diventato il testimone di confidenze amorose, quando a 12 o 13 anni il cuore palpita per la prima volta e non sai bene perchè. L’età perfetta per non sapere chi sei e cosa stai diventando. Del  giardino dove la primavera prima ti arrampicavi ovunque non sai più che fartene. Lo sguardo si posa su tutto e non riconosci più niente. Allora nascono le lunghe passeggiate, falciate di chilometri spesi in pochi metri quadrati sotto casa, per poter raccontare a quelle due o tre amiche cose che reputi segrete. L’albero è lì: fermo al suo posto e tu gli giri attorno. Non ti siedi più sui suoi rami ma i suoi rami ti osservano. E, dall’età dell’indifferenza a quella della ‘conoscenza’. Pochi metri più in là dell’albero, nella biblioteca della storica villa Amoretti, che speravo un giorno di poter far mia. Oggi sull’austero albero ci salgono i miei figli, toccano i rami robusti e fanno merenda. Si nascondono,si riscoprono e urlano di sorpresa. In quei sussulti c’è tutto un mondo racchiuso in quel piccolo spazio, tra un lembo di terra e un ramo che guarda in su.   Per guardare in giù c’è, invece,  una piccola riva sabbiosa a cui non posso rinunciare:  quella meno mondana del Po, dall’altra parte del Parco del Valentino. Quella da cui osservi il Castello e senti il vociare dell’altra sponda,  la luce del giorno che cambia i contorni delle cose e puoi permetterti di far fluire i tuoi pensieri sul moto lento e imperturbabile dell’acqua. Lì c’è una casa dalle ante verdi. È la mia calamita. Mi piace guardarne e spiarne l’immobilità sorniona dietro le ante accostate,immaginandone la vita all’interno. Sempre lì attorno mi piace perdermi nelle vie, ora trasformate in un brulichio di locali, di San Salvario dove ho lavorato tanti anni e altri anni prima ho provato palpiti e tormenti d’amore. Ma cosa mi piace di più è fermarmi a parlare nei negozi. Scovare le antiche erboristerie con radici appese in vetrina e le drogherie multilingue e deformare il tempo per poter ascoltare qualche storia. Perchè per me le storie sono tutto e quelle te...

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La solita solfa! Turbati e turbolenti, ansiosi e sempre alla ricerca di nuove emozioni e sentimenti.

Pubblicato da alle 10:22 in DOXA segnalazioni, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

La solita solfa! Turbati e turbolenti, ansiosi e sempre alla ricerca di nuove emozioni e sentimenti.

  Passionali, irascibili, prepotenti, ubriachi di tecnologia e di social network, amanti del rischio fino all’eccesso, ma anche depressi, impoveriti nel corpo e nello spirito, schiacciati dal tempo che passa e che non ritorna, dalle mode del momento, dal rifiuto sociale. Turbati e turbolenti, violati e violenti, ansiosi e sempre alla ricerca di nuove emozioni e sentimenti. E’ la solita solfa ! Parliamo dei giovani e non sappiamo – o non vogliamo saperlo! – chi sono e che cosa vogliono, ma siamo sempre portati a giudicarli e condannarli. Tanto che ormai è luogo comune il solito ritornello che rimbomba: “non cambieranno mai, sono indisponenti e viziati”. Non sto esagerando. E’ quello che sento dire in giro e che mi dicono continuamente gli adulti, come me. E le lamentele non si fermano qui, ma non voglio continuare: mi sembra di depauperarli. I giovani d’oggi, è vero, sono più insicuri e indisponenti, collerici e incontenibili. Vivono di eccessi: alcol, droga, gioco, sesso…, ma mirano in alto, anche se spesso non hanno un obiettivo preciso da raggiungere. Non si conoscono fino in fondo e a volte si celano dietro il giudizio del gruppo o dei social. Non si accettano, perché non vengono accettati; non hanno valori, perché forse non li ricevono? Non riconoscono l’autorità, perché spesso manca o è poco autorevole e credibile. Sono soggetti a continui cambiamenti e novità. E’ la loro vita, sempre in movimento, senza radici, senza certezze. Ma non è loro la colpa! Prima di puntargli il dito contro, bisognerebbe fare un’attenta analisi di ciò che eravamo noi, adolescenti di ieri e di ciò che siamo diventati, adulti di oggi. Aristotele, il grande filosofo greco diceva che i giovani si sentono onnipotenti. Che cosa pretendiamo? Lo dicevano i Greci per i loro ragazzi e noi ci stupiamo dei nostri? Corsi e ricorsi storici. Repetita iuvant! Se dovessimo fare un paragone, ma penso sia persino inutile a questo punto, potremmo dire che noi, giovani di ieri vivevamo in tempi più “umani”, in tutti i sensi. Forse perché, per un forte senso di protezione, l’informazione arrivava col contagocce e spesso era anche “filtrata”. Le famiglie, però, erano più unite e anche vicine fisicamente. Si condividevano di più passioni ed interessi e si viveva in modo morboso e a volte sbagliato, il rispetto e la cortesia. L’adulto era quasi “venerato”. E’ un bene ricordarlo, perché è un valore aggiunto alla nostra vita professionale e sociale. Indica la differenza, se di differenza si può parlare, tra i giovani di ieri e i giovani di oggi. Non è facile trasmettere quello che eravamo. Come loro eravamo insicuri, frustrati, indifesi e sognatori, ma siamo cresciuti più in fretta, autogestendo la nostra gioventù. Erano i tempi dei grandi cambiamenti storici e sociali, delle grandi battaglie. Delle forti rivincite generazionali. Oggi, in realtà, non è cambiato niente. Anche i nostri giovani “lottano” per emergere, perché sentono – come noi allora – il bisogno di prendere coscienza del proprio valore, della propria vita. Il confronto con l’altro diventa una sfida, ma solo i più forti riescono a uscirne vittoriosi: quelli che sanno superare l’indifferenza umana e la violenza, che non si arrendono, che non dipendono dal giudizio degli altri, che sanno essere se stessi.  Conquista solo interiore, forse? Ma è  già  sufficiente per autostimarsi, per rialzarsi e...

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Ricordi. Il “Maggiolino” che navigava durante la II° Guerra Mondiale.

Pubblicato da alle 11:27 in MotorInsider, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

Ricordi. Il “Maggiolino” che navigava durante la II° Guerra Mondiale.

La “Schwimmwagen” fu una vettura anfibia nata per esigenze belliche, sulla base dell’appena nata Volkswagen – la produzione superò le 14.000 unità, costruite tra il 1942 e il 1944, aveva poca potenza ma notevoli capacità di arrampicata.   La storia della VW Typ 166 Schwimmwagen ha inizio nel 1939 con la nascita dello storico Maggiolino. Poco dopo la presentazione della berlina e dopo solo 200 vetture costruite, in settembre scoppiò il Secondo Conflitto Mondiale. Le poche vetture assemblate vennero consegnate solo ad alti funzionari di stato e ad alcune personalità rilevanti, ma la produzione venne presto “congelata”. Già nel 1940 erano stati allestiti diversi prototipi di una vetturetta militare leggera sulla base del Maggiolino e nello stesso anno venne scelto il modello definitivo denominato” Typ 82 Kübelwagen”.     Il motore aveva una potenza di 25 cavalli, per adeguarsi al limite minimo imposto dall’esercito tedesco e la cilindrata è di 1100 centimetri cubi. Due anni più tardi, nel 1942, al fronte si venne a creare l’esigenza di un mezzo che oltre ad avere le caratteristiche della Kübelwagen, potesse anche essere anfibio. Così, da una costola di quest’ultima, nacque la “Typ 166 Schwimmwagen”, ovvero “auto che naviga”. Nella parte posteriore dell’auto si innestava un’elica ribaltabile che permette una velocità in acqua di 10 km/h. Nonostante la poca potenza e il peso contenuto, le quattro ruote motrici ne fecero un mezzo che poteva muoversi praticamente ovunque e ne fu una dimostrazione il fatto che potè superare pendenze del 65% (per intenderci circa 33°, l’equivalente di una salita mediamente ripida). Inoltre, il basso numero di giri a cui si ottiene la potenza massima, aumentava notevolmente l’affidabilità e la durata del motore. Il cambio era un manuale a 4 marce, la trasmissione disposta su tutte e quattro le ruote. La velocità massima in condizioni normali era di 80 km/h. L’unico armamento che venne montato, solo su alcuni esemplari, fu una mitragliatrice fissa sul lato anteriore destro. Questo mezzo venne prodotto in serie in quella che poi sarebbe diventata oggi la fabbrica Volkswagen a Wolfsburg. Ne vennero prodotte più di 14.000 tra il 1942 ed il 1944, ma verso la fine della guerra la produzione subì una battuta d’arresto a causa dei pesanti bombardamenti che distrussero buona parte della fabbrica. Matteo Comoglio...

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“Un romanzo musicale”.

Pubblicato da alle 11:58 in Pagine svelate, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

“Un romanzo musicale”.

Svogliato e pigro, quanto meno in apparenza, Jean si sente un intellettuale, sognatore e velleitario; in realtà è poco più di un impiegato, frustrato e abitudinario. Viene dalla provincia, ma ora vive e lavora a Parigi, dove peraltro si sente esule e basta un nonnulla a riportarlo agli anni dell’infanzia e a restituirgli la fragranza di atmosfere lontane. Un’esistenza grigia e anonima – la sua – a far da sfondo lo scorrere monocromo dei giorni nello squallore di un ufficio di una ditta a metà strada tra agenzia artistica e società di consulenza per l’editoria e lo spettacolo, dal quale in realtà egli evade spesso, fantasticando e sognando ad occhi aperti. Guidato da una sorta di bizzarra  quanto patologica ipersensibilità olfattiva, Jean finisce per identificarsi coi musicisti che di volta in volta gli accade di incrociare, indotto da prosaiche ragioni di servizio. Sicché, sempre più spesso sperimentando una condizione di costante straniamento, gli sembra di vivere «nella pelle dei singoli compositori», quasi «assumendone misteriosamente l’identità». In bilico tra sogno e fantasticheria, spesso suo malgrado si trova catapultato in un’incredibile quantità di avventure, uno scenario privilegiato in cui collocare l’anziano Saint-Saëns che va a svernare in Algeria o l’iberico De Falla, ma anche occasione per evocare il viaggio italiano di Mendelssohn. E i sordidi bassi fondi di Buenos Aires dai quali Piazzolla trasse ispirazione per sensuali Milonghe e conturbanti Tanghi. L’ex ufficiale di marina Rimskij-Korsakov e il filantropo Schweitzer, provetto organista; il settecentesco Scarlatti in gara col sommo Haendel e lo sfortunato Granados incappato per tragica fatalità in una morte prematura. E ancora il novecentesco Britten che rientra fortunosamente in Europa a bordo di un cargo norvegese, in pieno clima bellico, i poco noti Yon e Delius e perfino Beethoven ‘spiato’ attraverso il buco della serratura da un’analfabeta e incolta domestica. Da ultimo l’indicibile abbaglio di un possibile scoop che, per il tramite del semi sconosciuto Schobert, lo conduce addirittura sulle tracce di Mozart, o più propriamente lo induce a rincorrere un’inesistente serie di Variazioni e così pure lo spinge a solipsistiche riflessioni sul significato dell’arte, sul senso della vita e della morte e lo porta talora allo scavo nei meandri oscuri e tra le zone inesplorate dell’animo umano. Un racconto cornice – quello che ha per protagonista Jean – va componendosi a poco poco come un puzzle, dipanandosi entro i vari episodi dagli allusivi titoli ‘musicali’, a far da collante ad altrettanti racconti: volti ad evocare di volta in volta musicisti celeberrimi ed altri meno noti ai più, ritratti nel divenire della loro quotidianità.   Racconto estratto dal libro “L’uomo nel metrò” di Attilio Piovano edito da Il Corriere Musicale. Attilio Piovano è nato a Torino nel 1958. È musicologo e scrittore, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (Mursia 1995), i racconti musicali La stella amica (Daniela Piazza 2002) e Il segreto di Stravinskij (Riccadonna 2006), i romanzi L’Aprilia blu (Daniela Piazza 2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (rue-Ballu 2009, prefazione di Uto Ughi). Coautore di una monografia su Felice Quaranta (con Ennio e Patrizia Bassi, Centro Studi Piemontesi 1994), del volume Venti anni di Festival Organistico Internazionale (con Massimo Nosetti, 2003), curatore e coautore del volume La terza mano del pianista (Testo & Immagine...

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Groelandia: la danza degli Icebergs.

Pubblicato da alle 17:08 in Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

Groelandia: la danza degli Icebergs.

Andare in Groenlandia significa entrare in una dimensione fiabesca. Poche altre terre al mondo offrono tante possibilità di vita e di avventura all’aria aperta. Lo splendore dello scenario artico si estende a perdita d’occhio sulla più grande isola del mondo che conta solo 55.000 abitanti. Non appena ci si lascia alle spalle uno qualsiasi dei piccoli centri abitati ci si può sentire, forse per la prima volta, veramente liberi. Questo paese fa parte del Regno di Danimarca, ma dal 1979 ha ottenuto una certa indipendenza trasformandosi in democrazia parlamentare. La maggioranza della popolazione è di razza Inuit ed ha molte affinità con gli Inuit del Canada, dell’Alaska e della Siberia. Ciò che costituisce l’incanto e la magia di questa terra è il ghiaccio. La calotta polare, che può raggiungere lo spessore di tre kilometri, copre quasi interamente il paese lasciando libera solo una strettissima fascia costiera. Lo spettacolo del “deserto di ghiaccio” lascia letteralmente senza fiato! Il luogo migliore per ammirare gli icebergs è la Disko Bay dove si ergono fino a 100 metri al di sopra dell’acqua mentre il 90% della loro massa si sviluppa sotto la superficie del mare! Il ghiacciaio più attivo al mondo si trova ad Ilulissat e si sposta di 25-30 metri al giorno, frastagliandosi su di un fronte di 10 chilometri. “ Datemi la neve, datemi i cani e tenetevi il resto” è la famosa frase dell’esploratore polare Knud Rasmussen. Non si può infatti parlare della Groenlandia senza citare i cani. Ad Ilulissat ci sono 5000 abitanti e 6000 cani da slitta. Il loro latrato è spesso l’unico suono che interrompe il magico silenzio! Le slitte sono il solo mezzo di trasporto durante l’inverno e soltanto una perfetta simbiosi tra uomo ed animale permette di sopravvivere in un territorio pieno di insidie mortali. Ad Ilulissat il sole non tramonta dal 25 maggio al 25 luglio ed in questo periodo l’ora “normale” è come se non valesse. Il sole di mezzanotte è uno stato mentale. Il tempo perde significato, l’orologio non serve ed il giorno non finisce mai. Durante le notti artiche la luce si fa più calda e le lunghe ombre create dal sole, basso sull’orizzonte, trasformano la realtà in un sogno di bellezza soprannaturale! Testo e foto di Anna...

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Batwa: gli ultimi pigmei. Una torinese nella foresta pluviale.

Pubblicato da alle 17:46 in Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

Batwa: gli ultimi pigmei. Una torinese nella foresta pluviale.

  I pigmei Batwa sono i più antichi abitanti della regione dei grandi laghi dell’Africa equatoriale. Attualmente vivono in Uganda, Rwanda, Burundi e Repubblica Democratica del Congo.  Rappresentano meno dell’1% della popolazione di questi paesi, per un totale di non più di 80.000 individui. Alcuni Antropologi stimano che i Pigmei siano esistiti nelle foreste equatoriali dell’Africa per più di 60.000 anni. La foresta impenetrabile di Bwindi, in territorio ugandese, ospita un’impressionante quanto fragile biodiversità, tra cui i famosi gorilla di montagna. Per migliaia di anni questa foresta pluviale è stata anche la dimora dei Batwa che, in perfetto equilibrio con l’ambiente e le sue creature, sono sopravvissuti cacciando con frecce e trappole e raccogliendo frutti e piante medicinali. In costante movimento, alla ricerca di cibo fresco, i Batwa costruivano ripari provvisori di rami e foglie. Nel 1992 la vita dei Batwa è cambiata per sempre. La foresta impenetrabile di Bwindi diventò parco nazionale e patrimonio dell’umanità per dare rifugio a 350 esemplari di gorilla di montagna. I Batwa furono cacciati e, poiché non potevano rivendicare alcun diritto sulla terra, non ebbero alcun risarcimento. Diventarono così “vittime dell’ecologia”, “ rifugiati” in un territorio estraneo ed ostile, privati degli strumenti indispensabili per la vita.  Sono, ancora oggi, uno dei gruppi etnici più emarginati dell’Africa. Le società pigmee differiscono enormemente dalle altre presenti sul territorio.     Si tratta di individui incapaci di condurre un’esistenza  stanziale, che cercano un ritorno immediato dal loro lavoro, non accumulano proprietà, non possiedono nulla di superfluo e sono completamente concentrati sul momento presente. La condivisione dei beni è indispensabile alla sopravvivenza del gruppo e questo fa sì che non vi siano sperequazioni sociali. Le decisioni importanti vengono prese da tutta la collettività , eliminando la necessità di un vero e proprio leader, benché, in situazioni di emergenza, venga accettata l’autorità dei più esperti. Conflitti, problemi o situazioni imbarazzanti vengono evitati semplicemente allontanandosi dalla fonte di difficoltà. La foresta è parte integrante dell’identità Batwa ed è in grado di soddisfare tutti i loro bisogni. Attraverso i rituali, i canti e le danze, essi mantengono il contatto con le entità soprannaturali che la popolano. Privati delle risorse indispensabili alla loro vita, hanno praticato il bracconaggio e si sono dedicati a forme minori di artigianato ma, nella maggior parte dei casi, sono diventati mendicanti. Il termine “Batwa” viene spesso usato con significato spregiativo dalle altre culture che li considerano alla stregua di animali. Quasi totalmente esclusi dalle cure sanitarie e dall’educazione, non hanno rappresentanti politici in grado di tutelare i loro diritti. Isolati e discriminati, sono tuttora vittime di intimidazioni e violenze, costretti ad abbracciare nuove fedi religiose e ad adattarsi ad un moderno stile di vita a loro totalmente estraneo. Nel tentativo di preservare il loro inestimabile patrimonio di conoscenze, la fondazione Kellermann ha acquistato a Bwindi numerosi ettari di foresta ed ha stabilito vari programmi con l’intento di integrare i Batwa nella vita del Paese. E’ quindi possibile accompagnare una piccola comunità Batwa in un’escursione nella foresta, partecipando, insieme ad un folto gruppo di bambini, ad un’esperienza unica ed emozionante. Gli anziani ci raccontano le loro leggende, ci mostrano trappole e tecniche di caccia, ci spiegano come costruivano i ripari, come seppellivano i morti e dove si mettevano in contatto con gli spiriti della natura. Ci mostrano come si procuravano il miele, come utilizzavano le piante medicinali e come fabbricavano gli abiti di corteccia. I...

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L’uomo che urlava alla luna – seconda parte

Pubblicato da alle 11:32 in Pagine svelate, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

L’uomo che urlava alla luna – seconda parte

Capitolo 5 PRIMA LUNA   Chandra l’attendeva sulla soglia della portafinestra della sala. Mavì prese il maglioncino per evitare ulteriori guai nel caso l’avessero scoperta. La gatta la guardò mentre indossava l’indumento a suo avviso inutile e aspettò che la ragazzina, con i suoi comodi, prendesse la torcia portatile e aprisse loro la via di fuga. Stette bene attenta a non fare nessun miagolio infastidito e neppure mosse un baffo. Appena la portafinestra scivolò silenziosa sul suo binario lei svisciolò fuori precedendo Mavì. Non poteva accendere nessuna luce esterna. Così tirò su il cappuccio del maglioncino leggero e quando fu  lontana dalle finestre della tata e del padre accese la torcia puntandola per terra. Quel tanto che bastava a distinguere i buchi dai ciottoli e da non inciampare nei vasi o nelle piante. Lei e la sua compagna felina si diressero verso il muretto. Dove la luce era più forte per via dei lampioni. Si avventurarono sotto l’albero con la chioma più folta, proprio quello più vicino al confine con il giardino dello strano e vecchio Babacar, e il loro. Si arroccarono sul muretto e seminascoste osservarono il lungo fiume e la passeggiata completamente vuota. Erano solo le undici quando scorse la luna fare capolino dietro a delle nuvole innaturalmente chiare. Il suo corpo di solito pieno era raggrinzito sin quasi al limite. Una piccola falce di luna illuminava ben poco di quello che avevano intorno. I suoi raggi chiari non penetravano neppure tra le foglie spesse sopra le loro teste. Spense immediatamente la torcia al fruscio che sentì dietro di sé e rimase immobile. Qualcosa di morbido le si appoggiava sulla schiena. Aldilà della rete fitta e verde. Aveva paura potesse essere un topo, o quel temibile essere che è la nutria, animale obbrobrioso e leggendario di cui gli aveva parlato Yasmin. A sua detta “Un topo gigante con i denti di un leone e la coda di un serpente velenoso.” Mavì era andata a cercare l’immagine della nutria in un enciclopedia vecchia come suo padre e suo nonno messi insieme, ma aveva trovato solo un piccolo essere che non sapeva se essere un topo o un castoro. Certo la coda era un pochetto stonata con il muso carino, ma nessuno era perfetto, no? Lentamente voltò il capo e un musetto curioso sbucò dall’altra parte. Il naso roseo e i baffi folti. Gli occhi incredibilmente verdi e brillanti. Era Vêre, la gatta di Babacar. Per un attimo le due gatte si scrutarono con intensità tant’è che Mavì ebbe paura si azzuffassero, invece Chandra si avvicinò alla loro vicina e le diede un colpetto con la zampetta senza tirar fuori gli artigli affilati. Vêre rispose al buffetto con un miagolio giocoso e così le tre stettero sedute a godersi la serata. Mavì guardò l’ora sul suo orologio di plastica rosso e notò che mancavano dieci minuti alla mezzanotte. Mentre stavano li appostate in attesa, dei ragazzi passarono sotto di loro. Fumavano qualcosa che aveva uno strano odore e se la passavano a rotazione, la musica pop sparata a tutto volume dalla piccola cassa del telefonino rendeva irrequiete le due gatte e infastidiva terribilmente Mavì. Per fortuna si allontanarono velocemente, con gli zaini svogliatamente sostenuti dalle spalle incurvate e i cappucci tirati su. «Di certo spero di non diventare come...

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L’ uomo che urlava alla luna – Prima parte

Pubblicato da alle 15:05 in Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

L’ uomo che urlava alla luna – Prima parte

Capitolo 1  IL GIARDINO “Ancora non capisco questi piccoli senza neppure un pelo.” Pensò Chandra muovendo la sua lunga coda e osservando il musetto della padroncina di dodici anni appena compiuti. La guardava con insistenza. Il faccino, che lentamente andava sbocciando, appoggiato alle braccia conserte e il corpo a pancia in giù. Una di fronte all’altra la ragazzina e la gatta formavano una strana coppia. La prima incuriosita e la seconda meravigliata dalla creatura senza peli né coda che la seguiva come un’ombra per il giardino assolato. Mavì quel giorno si annoiava e la noia sembrava non darle tregua dal mattino. Le vacanze estive da poco iniziate le avevano trasmesso una speranza euforica. Cercava l’avventura. E neanche la decisione del padre di trasferimento aveva fatto crollare questo suo entusiasta presentimento. “Questa estate sarà speciale” pensava sicura Mavì. La prima volta che con la macchina, e il furgone del trasloco alle calcagna, era entrata nelle fauci della città aveva tremato d’aspettativa e paura per poi essere risucchiata dietro il cancello della sua nuova casa sul Lungo Po Machiavelli. Il padre aveva sempre avuto un innamoramento spaventoso per le grandi case con giardino: «Mavì, mi aiutano a creare le storie più belle del mondo» diceva sempre. Eppure mai una sola volta Mavì aveva potuto vederlo all’opera. Ogni mattina dopo la sveglia e la colazione preparata da Yasmin, la governante che fin dalla nascita si occupava di lei, il padre si richiudeva dietro le porte del suo studio e non ne usciva neppure per il pranzo. Solo a cena aveva la possibilità di rivederlo, ma era così assorto nella sua opera da guardarla e non vederla. La osservava con molto scrupolo, dai suoi occhialetti rotondi e spessi, come per studiarla, ma non le chiedeva mai come fosse andata la sua giornata o se Chandra avesse fatto qualche pasticcio. Lei in questa falsa libertà ci sguazzava, ma sempre con quella tristezza di chi è lasciato solo a se stesso. Alle volte, quando era intenta a camminare dietro la gattona, pensava a quanto le mancava la sua mamma. La mamma che non aveva mai conosciuto perché era andata in cielo per lasciare il posto a lei. Mavì aveva questa strana teoria: la teoria del tappabuchi. Questa teoria l’aveva scoperta guardando da vicino la natura e le sue creature. Aveva notato che non c’erano mai momenti vuoti. Qualcosa si sostituiva sempre a qualcosa d’altro. L’occhio non riposava mai perché aveva sempre qualcosa di nuovo da guardare. Ecco: lei e la sua nascita, in quest’ottica e in questo strampalato ragionamento, avevano sostituito la sua Mamma. Lei era solo volata da un’altra parte. Dharma, la gattona nera e in contropelo bianca di dodici anni, era suo lascito. Le aveva lasciato Chandra come regalo, di questo era certa. Certissima. Ecco perché la seguiva speranzosa. Ogni giorno confidava che la portasse dove era volata lei. Capitolo 2 L’URLO Chandra sonnecchiava sul grande cuscino della poltrona in vimini. Si era accoccolata poco dopo aver fatto un buon pranzetto di tonno e carote stufate, con lo stomaco bello pieno aspettava pazientemente che Mavì finisse il suo frullato. Succhiava dalla cannuccia e poi ci soffiava dentro per vedere le bollicine d’aria esplodere in quel brodo di frutti estivo. Ogni tanto la piccola umana si fissava e osservava per lunghi attimi il fiume....

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Da Torino a Parigi a cavallo di una deux chevaux d’epoca per vedere il Retromobile.

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Da Torino a Parigi a cavallo di una deux chevaux d’epoca per vedere il Retromobile.

UN TORINESE A PARIGI Da sempre appassionato di automobili, in particolare di quelle storiche, ho avuto la fortuna di trasformare una vera e propria “patologia” in professione. Ed eccomi qui, felice giornalista freelance specializzato in ferrivecchi. Sempre pronto a scovare il momento giusto per mettere in moto un’auto d’epoca, assaporarne gli odori e le sublimi scomodità d’antan. E le occasioni davvero non mancano mai: tra eventi, reportage, interviste a collezionisti, servizi speciali ad auto speciali e saloni, riesco sempre ad essere con la benzina fino al collo… Finalmente, dopo anni di attesa e di rinunce, ho soddisfatto il grande desiderio di visitare il salone parigino Retromobile. Come immaginavo, è stata una bellissima esperienza, che mi sento di consigliare non solo agli appassionati del motorismo. Ma sarebbe stato decisamente troppo banale e noioso se mi fossi imbarcato su un aeroplano o se fossi salito su un treno per raggiungere la “ville lumiere” senza gustarmi qualche centinaia di chilometri sulle piacevoli route nationale d’Oltralpe, attraversando senza fretta il cuore della Francia con la speranza di incrociare qualche altra vettura storica, di quelle che raramente si vedono in Italia. Il mio viaggio alla volta di Paris avrebbe dovuto unire aspetti puramente turistici a qualche prelibatezza motoristica, ecco perché ho studiato un itinerario ad hoc per soddisfare tali esigenze. Quindi niente aereo, niente treno. Quale altro mezzo mi avrebbe portato a Parigi se non una storica a quattro ruote? Naturalmente una francese, per rimanere in tema. Sicuramente un simbolo dell’automobilismo transalpino. Scartata la Citroen DS perché troppo… comoda e troppo… istituzionale, quale altra icona poteva venirmi in mente se non la mitica 2CV? È francese ma con qualcosa di italiano (la disegnò l’artista varesotto Flaminio Bertoni), è simpatica, sbarazzina, lenta quanto basta per assaporare ogni chilometro. E di chilometri ne avrei fatti in quantità. COMPAGNO DI VIAGGIO Solo un matto come Franco Grosso avrebbe potuto rispondere con entusiasmo alla mia oscena proposta… Cuneese di Beinette, l’amico Franco è uno specialista di Citroen 2CV e derivate. Compra, vende, restaura, commercia in pezzi di ricambio e mette a disposizione la sua decennale esperienza per tutti coloro che vogliano iniziare a frequentare il mondo della mitica “Deuche”. Ecco perché sono bastate un paio di telefonate per esporgli le mie intenzioni e per ricevere da lui tutto il supporto del caso. E tutto l’entusiasmo di chi si sarebbe rivelato un fantastico compagno di viaggio. Supporto tradotto in quattro ruote con la sua 2CV Azu del 1958: la furgonetta “shabby chic” alla quale Franco non risparmia né chilometri né carichi pesanti. Un conservato doc che al primo sguardo non infonde molta fiducia, ma che sottopelle è curato e seguito con scrupolo per poter affrontare a cuor leggero viaggi lunghi e impegnativi. Come il mio con destinazione Paris. PIT STOP SOTTO CASA “Per sicurezza ho cambiato le gomme e ho preso due antineve in caso di emergenza maltempo”. Queste le ultime parole famose di Franco subito dopo essere partiti in un grigio pomeriggio di inizio febbraio (martedì 2 alle 15.30, per la precisione). Ma poi, appena imboccata l’autostrada che da Torino porta al traforo del Fréjus, ecco la domanda che non avrei mai voluto sentire: “Cos’è questo rumore?”, mi chiede buttandola lì tra una chiacchiera e l’altra. Hai voglia se sento rumori… penso fra me e me con il...

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