Racconti brevi

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Reportage dal Libano. Beyrut, i grattacieli, Heliopolis, i Fori di Tiro e i campi profughi.

Pubblicato da alle 12:16 in galleria home page, ONG piemontesi, Racconti brevi | 0 commenti

Reportage dal Libano. Beyrut, i grattacieli, Heliopolis, i Fori di Tiro e i campi profughi.

Cos’è il Libano per me? Il Libano è il tassista che, 15 minuti dopo che sei atterrato, ti saluta con un “Italiani? Roberto Baggio”! Il Libano è abbracciare in un solo sguardo decine di grattacieli di cristallo e acciaio nuovi di zecca e centinaia di condomini diroccati. Il Libano è la piazza principale di Beyrut con la moschea e la chiesa maronita fianco a fianco (e dietro, le rovine romane!). Il Libano è scoprire e ammirare siti di archeologia e architettura Romana che fanno invidia ai Fori Imperiali, l’Heliopolis di Baalbek, i fori di Tiro, le rovine di Beyrut . .  . Il Libano è al mattino temere di essere scippati in Shatila (ed invece per 3 volte mi sono aggirato tranquillo, con la mia attrezzatura fotografica da alcune migliaia di euro, in mezzo alla gente poverissima del Campo Profughi senza essere mai disturbato) ed alla sera rischiare di essere investiti da una Chevrolet dorata (giuro! mi ha salvato il mio collega Luca tirandomi per lo zaino) camminando per le vie del centro… In Libano ho sentito di trovarmi in un Paese molto “affine” all’Italia, al di là delle ovvie differenze. Un popolo cordiale ed accogliente, un territorio potenzialmente stupendo ma un po’ trascurato e non valorizzato. Anche come tenore di vita mediamente il Libano è molto simile a noi, ma è come se uno scienziato, in laboratorio, avesse preso la società italiana, arricchendo enormemente la piccola parte di ricchi, ed espandendo a dismisura la già grande porzione di poveri. Una “polarizzazione” che non giova affatto al ceto medio, che anzi per questo contesto (ed anche ovviamente per la guerra civile che ha insanguinato il Libano dal 1972 al 1990!) patisce e si assottiglia sia come numero di persone che come ricchezza media. Questa situazione danneggia ovviamente tutte le strutture pubbliche e statali; in Libano ci sono grandi problemi nella raccolta rifiuti, nel trasporto pubblico (praticamente inesistente: nessuna ferrovia, quasi nessun autobus pubblico, tutta la mobilità è rimessa ai taxi e a incerti pulmini improvvisati), nella fornitura di energia elettrica (anche nella capitale, in una settimana ci è capitato un paio di volte di restare senza elettricità) e di reti di comunicazione. La conseguenza è che anche i ricchi, quando escono dai loro grattacieli sul lungomare di Beyrut, si trovano a fare jogging davanti al bellissimo mare libanese, ma in mezzo a bottiglie di plastica, spazzatura, e sempre contornati da un traffico invadente e fastidioso, ebbene sì, anche a Beyrut, come a Palermo, direbbe Jonny Stecchino, c’è una piaga terribile: “il traffico!”. In questo contesto “difficile”, la vita va comunque avanti: le persone conducono le proprie esistenze con normalità, con dignità. La gente va a lavorare o a fare acquisti, i giovani riempiono le strade delle città, vanno nei bar alla sera, le famiglie (moltissime famiglie giovani: ho visto tante coppie di venti-venticinque anni con uno se non due figli) escono a divertirsi… C’è chi veste all’occidentale ma anche molti con abiti arabi-musulmani: ragazze e donne velate a fianco di donne a capo scoperto, molte donne fumano (anche quelle con il velo), moltissimi fumano l’Arghillè (soprattutto nei bar-ristoranti); gli uomini, da buoni musulmani, portano la barba, ma curata, quasi alla “hipster”. È all’interno di questa cornice che poi si inserisce il discorso dei profughi: uno Stato già in difficoltà,...

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Anubi and Friends. Dire e non dire, anche con un murales.

Pubblicato da alle 16:24 in DOXA segnalazioni, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

Anubi and Friends. Dire e non dire, anche con un murales.

Murales ? È comune, anzi, più o meno la regola, non usare le forme plurali delle parole straniere in italiano. C’è una curiosa eccezione al rovescio: murales, spesso “il murales”, un plurale spagnolo usato come se fosse singolare, chissà per quale strana manipolazione cultural/linguistica. Ad ogni modo, le sfumature attorno alla parola sono positive, “progressiste”. Si legge in una corrente definizione che: “nascono da movimenti di protesta come libere espressioni creative della popolazione contro il potere, nel tempo hanno sempre più assunto valore estetico, conservando talvolta anche un valore sociale”.   Estetico è un conto, “espressioni creative del popolo contro il potere” è un altro. L’immagine sopra riproduce un “murales” che illustra come i militanti dell’Isis ammazzavano i loro prigionieri. Si trova a Mosul, in Iraq. Occorre perdere un attimo di tempo per osservare come l’opera tratta il divieto islamico alla raffigurazione delle persone, un divieto inizialmente inteso per evitare che “l’iconismo” del cristianesimo ortodosso inquinasse la allora nuova fede. La “vittima” qui evidentemente non merita la definizione di “persona”. È raffigurata in maniera convenzionale. Il boia però non è una persona, è un cane. È Anubi, la divinità egiziana – non islamica – della morte, o piuttosto, delle cose associate alla morte. Una delle sue mansioni principali era quella di accompagnare le anime dei defunti nell’oltretomba, per poi compiere la pesatura del cuore – decisiva per l’ammissione delle anime nel regno dei morti. Era colui che presidiava l’imbalsamazione delle mummie. Anche lo stile del design, pur semplificato, richiama quello dei geroglifici dell’Egitto dei Faraoni. Cosa ci fanno Anubi e gli antichi geroglifici egiziani in Iraq? A volte, quando la lingua corrente non serve per dire una cosa che deve essere detta lo stesso, si ricade su un’altra che è in qualche modo sull’orizzonte culturale. Oltre allo scritto in arabo, non c’è nulla d’islamico nell’opera riprodotta. La suggestione che ne emerge ha un’interessante applicazione anche in italiano: la regola dei giornalisti – almeno tra i corrispondenti stranieri, che non sono poi tanto male informati e perlopiù non “appartengono” a nessuno – è che quando la politica dà un nome in inglese a una cosa che in teoria si potrebbe benissimo dire nell’idioma nazionale – “baby bonus”, “jobs act”, ma anche “antitrust”, “bipartisan”, “devolution”, “welfare” e “leadership” – allora c’è qualcosa che si preferisce non dire nella lingua materna del Paese. Non è sempre così ovviamente, ma una certa spia s’accende… James Ansen Courtesy Nota...

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Ritorno sulla Karakorum Highway. Al MAO si racconta della via asfaltata più alta del mondo.

Pubblicato da alle 18:38 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Pagine svelate, Racconti brevi | 0 commenti

Ritorno sulla Karakorum Highway. Al MAO si racconta della via asfaltata più alta del mondo.

La Karakorum Highway ( KKH per gli amici) è la più alta via asfaltata del mondo che attraversi un confine internazionale.  Segue uno dei molti tracciati dell’antica Via della Seta, è lunga 1200 km. e collega Kashgar, nella regione cinese dello Xinjiang con Havelian, nel distretto di Abbottabad in Pakistan.  Inaugurata nel 1978, dopo 20 anni di lavori, attraversa quasi di netto la catena montuosa del Karakorum, superando a quota 4693 m. il  Passo Khunjerab aperto dal 1° maggio al 15 ottobre.   A raccontare cos’è la Karakorum Highway è Anna Alberghina, medico, fotoreporter e instancabile viaggiatrice,  in un incontro d’inizio giugno nella meravigliosa sede del MAO, il Museo d’Arte Orientale di Torino, in occasione della mostra Orienti con la collaborazione de Il Tucano Viaggi. Per GazzettaTorino ha condensato in un articolo un viaggio straordinario. Durante la sua costruzione, ce lo ricordano le lapidi di cui è disseminata, persero la vita centinaia di operai pakistani e cinesi. Pomposamente chiamata “highway”, è ancora poco più che una statale a doppio senso di marcia.  Percorrerla è un’avventura ed è proprio quello che ci si aspetta da una stretta camionabile che si snoda tortuosa ad altezze record.   Più che una via di collegamento, in realtà, è una vera e propria meta di viaggio.  Consente di immergersi in un paesaggio unico al mondo fatto di ghiacciai scintillanti, laghi turchesi e strapiombi rocciosi.  Non per niente viene considerata l’ottava meraviglia del mondo.  Il primo progetto fu del 1959 quando la Cina di Mao e il neonato Pakistan cercavano una via per migliorare gli scambi commerciali tra Lahore e Pechino. L’unica possibilità fu rendere carrozzabile questa pista facendole rivivere i fasti delle antiche rotte carovaniere.  Questa arteria, di grande importanza strategica e militare, mette così in comunicazione due universi opposti: la Cina comunista e il Pakistan fondamentalista. La sua costruzione ha consentito un facile accesso a Gilgit e Skardu, nel Baltistan, i due principali centri per le spedizioni verso le vette del Karakorum.  Cinque degli “8000”, infatti, si trovano in Pakistan.  I più famosi sono il K2 , la seconda cima al mondo con i suoi 8611 m. e il Nanga Parbat ( 8125 m.). Dopo i fatti dell’11 settembre il turismo nell’area è drasticamente calato ma già da un paio d’anni si avvertono segni di ripresa.  E’ di nuovo possibile ammirare in tutta serenità i colossi di granito incappucciati di neve. Durante il percorso non mi abbandona mai la visione romantica delle carovane in cammino lungo la Via della Seta, quell’insieme di rotte commerciali che congiungeva l’Asia Orientale e, in particolare, la Cina al bacino del Mediterraneo, attraversando alcune fra le regioni più inospitali dell’Asia.  Basta il nome per evocare emozioni straordinarie e far viaggiare l’immaginazione. A tratti ne intravedo le tracce scavate nella roccia ed immagino l’incedere dondolante dei cammelli battriani carichi di merci.  Iniziata nel secondo secolo a.C. ai tempi della dinastia Han, sopravvisse fino al 15° secolo, 150 anni dopo Marco Polo, quando si aprirono le vie marittime.  La Via della Seta condensa, in un’unica espressione, secoli di storia e di avvenimenti che hanno segnato il destino di popoli e culture.    Oggi, in mezzo al Karakorum, non si incontrano più i cammelli ma i coloratissimi camion pakistani.  Carichi di sonagli e di vistose decorazioni, sono vere e proprie opere...

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“Dedicato a Ferdinando Scianna, alla sua fotografia”

Pubblicato da alle 10:42 in Pagine svelate, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

“Dedicato a Ferdinando Scianna, alla sua fotografia”

  Perché mi sono innamorata di una immagine, di più immagini, di un fotografo? Perché di Ferdinando Scianna? Un suo amico, Ivo Saglietti, altro grande fotografo mi dice: perché siamo tutti innamorati di Ferdinando Scianna. Risposta semplice evidente spontanea. Il mio innamoramento nasce 35 anni fa, quando curiosa della fotografia, con pretese da fotografa, velocemente abbandonate, scopro un poster, in un negozio di affiche di Torino, con Marpessa appoggiata ad una barca di pescatori con le gocce di pioggia che sembrano accompagnare il silenzio della notte. Una rivelazione. Immediatamente alcuni segni mi riportano alla mia Sicilia: il vestito nero, la bellezza intensa e ritrosa, l’imbarcazione dei marinai del paese dove andavo in vacanza, il buio e la luce di un bianco e nero oltremodo seducente. Quell’ affiche grande almeno 1 metro per 80 è ancora lì da me in campagna a tenermi compagnia come a ricordare il mio primo amore. Non scandalizzatevi voi intenditori di fotografia se non parlo di stampa “vintage”, di gallerie d’arte. Negli anni ’80 le immagini dei nostri più bravi fotografi erano conosciute dentro ai giornali, alle riviste, attraverso i poster, le “affiche” e di certo molte delle gallerie italiane non amavano ancora la fotografia, in particolare quella italiana, così tanto da inserirla sulle loro candide pareti. Fu da quel momento che iniziai ad indagare e a scoprire il lavoro di Ferdinando Scianna. Siciliano, colto, intellettuale, con uno sguardo inquieto in perenne seduzione verso il mondo, le donne, la sua terra. Il suo bagaglio di esperienza, di vita vissuta in quell’isola complicata, difficile, che riesce a partorire, dal suo ventre caldo in continua eruzione sorprendenti geni nella cultura, nell’arte, nella letteratura, nella fotografia, nel cinema. Siciliano esule, migrante nel mondo alla ricerca della vita da fermare con la sua macchina fotografica che lascia l’impronta sempre, secondo me, della sua terra d’origine. Solamente un siciliano di razza pura come Scianna ha quel modo di osservare, quel modo di scoprire, di sentire, di far l’amore con chi ha di fronte. La Sicilia ti entra nella pelle, nel cuore, nel cervello per via del suo fascino misto ad un continuo arrovellamento per ciò che non vorresti vedere, sentire, sapere e che obbligatoriamente vive insieme ad una inarrestabile, viziata, pericolosa attrazione. Nelle fotografie di Ferdinando Scianna ritrovo la Sicilia di mio padre. Se la fotografia è memoria allora si, si, si quella memoria è quella che io voglio ricordare per il suo bene e per il suo male. Guardare le fotografie di Scianna è come sentire il calore del mezzogiorno, con le sue ombre e le sue luci, è perdersi nei paesaggi di silenzio, è ritrovarsi nelle figure piegate dalla fatica, dal sole, è scoprire nei volti la densità e la pericolosità della bellezza, è perdersi nella morbidezza del nero di un vestito, di uno sguardo, di una strada, è ingurgitare passione, è un inevitabile, piacevole, inebriante stordimento. Nei suoi paesaggi la terra parla di quella Sicilia che più volte ho attraversato abbandonando la mano fuori dal finestrino al vento dello scirocco che secca le zolle, annerisce il terreno, fa volare le spine sottili, invisibili dei fichi d’india, rende desertico l’asfalto e lascia spazio all’immaginazione più struggente, profonda, sfavillante di ingarbugliate sensazioni. Per tutti i sentimenti che vorrei nascondere e che riempiono il mio cuore, i miei occhi di commozione, lacrime,...

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La mia Torino, quella che chiamo casa.

Pubblicato da alle 12:18 in Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

La mia Torino, quella che chiamo casa.

Torino è la mia città. La città che è mutata con me. Che ha visto cambiare il mio sguardo sul mondo, che mi ha visto felice e infelice a seconda dei momenti. Che mi ha visto andare e tornare. Ma, la maggior parte del tempo, abitare. Una città che abiti, in qualche modo ti ‘ abita’, ti entra dentro, ti conosce a fondo. E, allora, non sono i grandi monumenti o le piazze storiche che amo di più della mia città. Di questa mia cauta e al tempo stesso insolita isola del nord a me piace cosa mi appartiene. E, alla fine del gioco, quello che sento ‘mio’, che odora di casa,  lo posso contare sulle punta delle dita. Da bambina conoscevo bene di Torino un unico posto: il parco Rignon o Villa Amoretti. Lì c’era ( e c’è ancora) un albero multi radici che pareva un comodo e nodoso rifugio. L’albero era il complice perfetto dei nostri nascondigli, delle merende in posizione sospesa, delle rincorse in tondo.  Era la tana ideale per giornate assolate e la casa finale per i vincitori di nascondino. Qualche anno dopo e qualche dente definitivo in più, lo stesso albero è diventato il testimone di confidenze amorose, quando a 12 o 13 anni il cuore palpita per la prima volta e non sai bene perchè. L’età perfetta per non sapere chi sei e cosa stai diventando. Del  giardino dove la primavera prima ti arrampicavi ovunque non sai più che fartene. Lo sguardo si posa su tutto e non riconosci più niente. Allora nascono le lunghe passeggiate, falciate di chilometri spesi in pochi metri quadrati sotto casa, per poter raccontare a quelle due o tre amiche cose che reputi segrete. L’albero è lì: fermo al suo posto e tu gli giri attorno. Non ti siedi più sui suoi rami ma i suoi rami ti osservano. E, dall’età dell’indifferenza a quella della ‘conoscenza’. Pochi metri più in là dell’albero, nella biblioteca della storica villa Amoretti, che speravo un giorno di poter far mia. Oggi sull’austero albero ci salgono i miei figli, toccano i rami robusti e fanno merenda. Si nascondono,si riscoprono e urlano di sorpresa. In quei sussulti c’è tutto un mondo racchiuso in quel piccolo spazio, tra un lembo di terra e un ramo che guarda in su.   Per guardare in giù c’è, invece,  una piccola riva sabbiosa a cui non posso rinunciare:  quella meno mondana del Po, dall’altra parte del Parco del Valentino. Quella da cui osservi il Castello e senti il vociare dell’altra sponda,  la luce del giorno che cambia i contorni delle cose e puoi permetterti di far fluire i tuoi pensieri sul moto lento e imperturbabile dell’acqua. Lì c’è una casa dalle ante verdi. È la mia calamita. Mi piace guardarne e spiarne l’immobilità sorniona dietro le ante accostate,immaginandone la vita all’interno. Sempre lì attorno mi piace perdermi nelle vie, ora trasformate in un brulichio di locali, di San Salvario dove ho lavorato tanti anni e altri anni prima ho provato palpiti e tormenti d’amore. Ma cosa mi piace di più è fermarmi a parlare nei negozi. Scovare le antiche erboristerie con radici appese in vetrina e le drogherie multilingue e deformare il tempo per poter ascoltare qualche storia. Perchè per me le storie sono tutto e quelle te...

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La solita solfa! Turbati e turbolenti, ansiosi e sempre alla ricerca di nuove emozioni e sentimenti.

Pubblicato da alle 10:22 in DOXA segnalazioni, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

La solita solfa! Turbati e turbolenti, ansiosi e sempre alla ricerca di nuove emozioni e sentimenti.

  Passionali, irascibili, prepotenti, ubriachi di tecnologia e di social network, amanti del rischio fino all’eccesso, ma anche depressi, impoveriti nel corpo e nello spirito, schiacciati dal tempo che passa e che non ritorna, dalle mode del momento, dal rifiuto sociale. Turbati e turbolenti, violati e violenti, ansiosi e sempre alla ricerca di nuove emozioni e sentimenti. E’ la solita solfa ! Parliamo dei giovani e non sappiamo – o non vogliamo saperlo! – chi sono e che cosa vogliono, ma siamo sempre portati a giudicarli e condannarli. Tanto che ormai è luogo comune il solito ritornello che rimbomba: “non cambieranno mai, sono indisponenti e viziati”. Non sto esagerando. E’ quello che sento dire in giro e che mi dicono continuamente gli adulti, come me. E le lamentele non si fermano qui, ma non voglio continuare: mi sembra di depauperarli. I giovani d’oggi, è vero, sono più insicuri e indisponenti, collerici e incontenibili. Vivono di eccessi: alcol, droga, gioco, sesso…, ma mirano in alto, anche se spesso non hanno un obiettivo preciso da raggiungere. Non si conoscono fino in fondo e a volte si celano dietro il giudizio del gruppo o dei social. Non si accettano, perché non vengono accettati; non hanno valori, perché forse non li ricevono? Non riconoscono l’autorità, perché spesso manca o è poco autorevole e credibile. Sono soggetti a continui cambiamenti e novità. E’ la loro vita, sempre in movimento, senza radici, senza certezze. Ma non è loro la colpa! Prima di puntargli il dito contro, bisognerebbe fare un’attenta analisi di ciò che eravamo noi, adolescenti di ieri e di ciò che siamo diventati, adulti di oggi. Aristotele, il grande filosofo greco diceva che i giovani si sentono onnipotenti. Che cosa pretendiamo? Lo dicevano i Greci per i loro ragazzi e noi ci stupiamo dei nostri? Corsi e ricorsi storici. Repetita iuvant! Se dovessimo fare un paragone, ma penso sia persino inutile a questo punto, potremmo dire che noi, giovani di ieri vivevamo in tempi più “umani”, in tutti i sensi. Forse perché, per un forte senso di protezione, l’informazione arrivava col contagocce e spesso era anche “filtrata”. Le famiglie, però, erano più unite e anche vicine fisicamente. Si condividevano di più passioni ed interessi e si viveva in modo morboso e a volte sbagliato, il rispetto e la cortesia. L’adulto era quasi “venerato”. E’ un bene ricordarlo, perché è un valore aggiunto alla nostra vita professionale e sociale. Indica la differenza, se di differenza si può parlare, tra i giovani di ieri e i giovani di oggi. Non è facile trasmettere quello che eravamo. Come loro eravamo insicuri, frustrati, indifesi e sognatori, ma siamo cresciuti più in fretta, autogestendo la nostra gioventù. Erano i tempi dei grandi cambiamenti storici e sociali, delle grandi battaglie. Delle forti rivincite generazionali. Oggi, in realtà, non è cambiato niente. Anche i nostri giovani “lottano” per emergere, perché sentono – come noi allora – il bisogno di prendere coscienza del proprio valore, della propria vita. Il confronto con l’altro diventa una sfida, ma solo i più forti riescono a uscirne vittoriosi: quelli che sanno superare l’indifferenza umana e la violenza, che non si arrendono, che non dipendono dal giudizio degli altri, che sanno essere se stessi.  Conquista solo interiore, forse? Ma è  già  sufficiente per autostimarsi, per rialzarsi e...

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Ricordi. Il “Maggiolino” che navigava durante la II° Guerra Mondiale.

Pubblicato da alle 11:27 in MotorInsider, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

Ricordi. Il “Maggiolino” che navigava durante la II° Guerra Mondiale.

La “Schwimmwagen” fu una vettura anfibia nata per esigenze belliche, sulla base dell’appena nata Volkswagen – la produzione superò le 14.000 unità, costruite tra il 1942 e il 1944, aveva poca potenza ma notevoli capacità di arrampicata.   La storia della VW Typ 166 Schwimmwagen ha inizio nel 1939 con la nascita dello storico Maggiolino. Poco dopo la presentazione della berlina e dopo solo 200 vetture costruite, in settembre scoppiò il Secondo Conflitto Mondiale. Le poche vetture assemblate vennero consegnate solo ad alti funzionari di stato e ad alcune personalità rilevanti, ma la produzione venne presto “congelata”. Già nel 1940 erano stati allestiti diversi prototipi di una vetturetta militare leggera sulla base del Maggiolino e nello stesso anno venne scelto il modello definitivo denominato” Typ 82 Kübelwagen”.     Il motore aveva una potenza di 25 cavalli, per adeguarsi al limite minimo imposto dall’esercito tedesco e la cilindrata è di 1100 centimetri cubi. Due anni più tardi, nel 1942, al fronte si venne a creare l’esigenza di un mezzo che oltre ad avere le caratteristiche della Kübelwagen, potesse anche essere anfibio. Così, da una costola di quest’ultima, nacque la “Typ 166 Schwimmwagen”, ovvero “auto che naviga”. Nella parte posteriore dell’auto si innestava un’elica ribaltabile che permette una velocità in acqua di 10 km/h. Nonostante la poca potenza e il peso contenuto, le quattro ruote motrici ne fecero un mezzo che poteva muoversi praticamente ovunque e ne fu una dimostrazione il fatto che potè superare pendenze del 65% (per intenderci circa 33°, l’equivalente di una salita mediamente ripida). Inoltre, il basso numero di giri a cui si ottiene la potenza massima, aumentava notevolmente l’affidabilità e la durata del motore. Il cambio era un manuale a 4 marce, la trasmissione disposta su tutte e quattro le ruote. La velocità massima in condizioni normali era di 80 km/h. L’unico armamento che venne montato, solo su alcuni esemplari, fu una mitragliatrice fissa sul lato anteriore destro. Questo mezzo venne prodotto in serie in quella che poi sarebbe diventata oggi la fabbrica Volkswagen a Wolfsburg. Ne vennero prodotte più di 14.000 tra il 1942 ed il 1944, ma verso la fine della guerra la produzione subì una battuta d’arresto a causa dei pesanti bombardamenti che distrussero buona parte della fabbrica. Matteo Comoglio...

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“Un romanzo musicale”.

Pubblicato da alle 11:58 in Pagine svelate, Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

“Un romanzo musicale”.

Svogliato e pigro, quanto meno in apparenza, Jean si sente un intellettuale, sognatore e velleitario; in realtà è poco più di un impiegato, frustrato e abitudinario. Viene dalla provincia, ma ora vive e lavora a Parigi, dove peraltro si sente esule e basta un nonnulla a riportarlo agli anni dell’infanzia e a restituirgli la fragranza di atmosfere lontane. Un’esistenza grigia e anonima – la sua – a far da sfondo lo scorrere monocromo dei giorni nello squallore di un ufficio di una ditta a metà strada tra agenzia artistica e società di consulenza per l’editoria e lo spettacolo, dal quale in realtà egli evade spesso, fantasticando e sognando ad occhi aperti. Guidato da una sorta di bizzarra  quanto patologica ipersensibilità olfattiva, Jean finisce per identificarsi coi musicisti che di volta in volta gli accade di incrociare, indotto da prosaiche ragioni di servizio. Sicché, sempre più spesso sperimentando una condizione di costante straniamento, gli sembra di vivere «nella pelle dei singoli compositori», quasi «assumendone misteriosamente l’identità». In bilico tra sogno e fantasticheria, spesso suo malgrado si trova catapultato in un’incredibile quantità di avventure, uno scenario privilegiato in cui collocare l’anziano Saint-Saëns che va a svernare in Algeria o l’iberico De Falla, ma anche occasione per evocare il viaggio italiano di Mendelssohn. E i sordidi bassi fondi di Buenos Aires dai quali Piazzolla trasse ispirazione per sensuali Milonghe e conturbanti Tanghi. L’ex ufficiale di marina Rimskij-Korsakov e il filantropo Schweitzer, provetto organista; il settecentesco Scarlatti in gara col sommo Haendel e lo sfortunato Granados incappato per tragica fatalità in una morte prematura. E ancora il novecentesco Britten che rientra fortunosamente in Europa a bordo di un cargo norvegese, in pieno clima bellico, i poco noti Yon e Delius e perfino Beethoven ‘spiato’ attraverso il buco della serratura da un’analfabeta e incolta domestica. Da ultimo l’indicibile abbaglio di un possibile scoop che, per il tramite del semi sconosciuto Schobert, lo conduce addirittura sulle tracce di Mozart, o più propriamente lo induce a rincorrere un’inesistente serie di Variazioni e così pure lo spinge a solipsistiche riflessioni sul significato dell’arte, sul senso della vita e della morte e lo porta talora allo scavo nei meandri oscuri e tra le zone inesplorate dell’animo umano. Un racconto cornice – quello che ha per protagonista Jean – va componendosi a poco poco come un puzzle, dipanandosi entro i vari episodi dagli allusivi titoli ‘musicali’, a far da collante ad altrettanti racconti: volti ad evocare di volta in volta musicisti celeberrimi ed altri meno noti ai più, ritratti nel divenire della loro quotidianità.   Racconto estratto dal libro “L’uomo nel metrò” di Attilio Piovano edito da Il Corriere Musicale. Attilio Piovano è nato a Torino nel 1958. È musicologo e scrittore, ha pubblicato (tra gli altri) Invito all’ascolto di Ravel (Mursia 1995), i racconti musicali La stella amica (Daniela Piazza 2002) e Il segreto di Stravinskij (Riccadonna 2006), i romanzi L’Aprilia blu (Daniela Piazza 2003) e Sapeva di erica, di torba e di salmastro (rue-Ballu 2009, prefazione di Uto Ughi). Coautore di una monografia su Felice Quaranta (con Ennio e Patrizia Bassi, Centro Studi Piemontesi 1994), del volume Venti anni di Festival Organistico Internazionale (con Massimo Nosetti, 2003), curatore e coautore del volume La terza mano del pianista (Testo & Immagine...

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Groelandia: la danza degli Icebergs.

Pubblicato da alle 17:08 in Prima pagina, Racconti brevi | 0 commenti

Groelandia: la danza degli Icebergs.

Andare in Groenlandia significa entrare in una dimensione fiabesca. Poche altre terre al mondo offrono tante possibilità di vita e di avventura all’aria aperta. Lo splendore dello scenario artico si estende a perdita d’occhio sulla più grande isola del mondo che conta solo 55.000 abitanti. Non appena ci si lascia alle spalle uno qualsiasi dei piccoli centri abitati ci si può sentire, forse per la prima volta, veramente liberi. Questo paese fa parte del Regno di Danimarca, ma dal 1979 ha ottenuto una certa indipendenza trasformandosi in democrazia parlamentare. La maggioranza della popolazione è di razza Inuit ed ha molte affinità con gli Inuit del Canada, dell’Alaska e della Siberia. Ciò che costituisce l’incanto e la magia di questa terra è il ghiaccio. La calotta polare, che può raggiungere lo spessore di tre kilometri, copre quasi interamente il paese lasciando libera solo una strettissima fascia costiera. Lo spettacolo del “deserto di ghiaccio” lascia letteralmente senza fiato! Il luogo migliore per ammirare gli icebergs è la Disko Bay dove si ergono fino a 100 metri al di sopra dell’acqua mentre il 90% della loro massa si sviluppa sotto la superficie del mare! Il ghiacciaio più attivo al mondo si trova ad Ilulissat e si sposta di 25-30 metri al giorno, frastagliandosi su di un fronte di 10 chilometri. “ Datemi la neve, datemi i cani e tenetevi il resto” è la famosa frase dell’esploratore polare Knud Rasmussen. Non si può infatti parlare della Groenlandia senza citare i cani. Ad Ilulissat ci sono 5000 abitanti e 6000 cani da slitta. Il loro latrato è spesso l’unico suono che interrompe il magico silenzio! Le slitte sono il solo mezzo di trasporto durante l’inverno e soltanto una perfetta simbiosi tra uomo ed animale permette di sopravvivere in un territorio pieno di insidie mortali. Ad Ilulissat il sole non tramonta dal 25 maggio al 25 luglio ed in questo periodo l’ora “normale” è come se non valesse. Il sole di mezzanotte è uno stato mentale. Il tempo perde significato, l’orologio non serve ed il giorno non finisce mai. Durante le notti artiche la luce si fa più calda e le lunghe ombre create dal sole, basso sull’orizzonte, trasformano la realtà in un sogno di bellezza soprannaturale! Testo e foto di Anna...

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Batwa: gli ultimi pigmei. Una torinese nella foresta pluviale.

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Batwa: gli ultimi pigmei. Una torinese nella foresta pluviale.

  I pigmei Batwa sono i più antichi abitanti della regione dei grandi laghi dell’Africa equatoriale. Attualmente vivono in Uganda, Rwanda, Burundi e Repubblica Democratica del Congo.  Rappresentano meno dell’1% della popolazione di questi paesi, per un totale di non più di 80.000 individui. Alcuni Antropologi stimano che i Pigmei siano esistiti nelle foreste equatoriali dell’Africa per più di 60.000 anni. La foresta impenetrabile di Bwindi, in territorio ugandese, ospita un’impressionante quanto fragile biodiversità, tra cui i famosi gorilla di montagna. Per migliaia di anni questa foresta pluviale è stata anche la dimora dei Batwa che, in perfetto equilibrio con l’ambiente e le sue creature, sono sopravvissuti cacciando con frecce e trappole e raccogliendo frutti e piante medicinali. In costante movimento, alla ricerca di cibo fresco, i Batwa costruivano ripari provvisori di rami e foglie. Nel 1992 la vita dei Batwa è cambiata per sempre. La foresta impenetrabile di Bwindi diventò parco nazionale e patrimonio dell’umanità per dare rifugio a 350 esemplari di gorilla di montagna. I Batwa furono cacciati e, poiché non potevano rivendicare alcun diritto sulla terra, non ebbero alcun risarcimento. Diventarono così “vittime dell’ecologia”, “ rifugiati” in un territorio estraneo ed ostile, privati degli strumenti indispensabili per la vita.  Sono, ancora oggi, uno dei gruppi etnici più emarginati dell’Africa. Le società pigmee differiscono enormemente dalle altre presenti sul territorio.     Si tratta di individui incapaci di condurre un’esistenza  stanziale, che cercano un ritorno immediato dal loro lavoro, non accumulano proprietà, non possiedono nulla di superfluo e sono completamente concentrati sul momento presente. La condivisione dei beni è indispensabile alla sopravvivenza del gruppo e questo fa sì che non vi siano sperequazioni sociali. Le decisioni importanti vengono prese da tutta la collettività , eliminando la necessità di un vero e proprio leader, benché, in situazioni di emergenza, venga accettata l’autorità dei più esperti. Conflitti, problemi o situazioni imbarazzanti vengono evitati semplicemente allontanandosi dalla fonte di difficoltà. La foresta è parte integrante dell’identità Batwa ed è in grado di soddisfare tutti i loro bisogni. Attraverso i rituali, i canti e le danze, essi mantengono il contatto con le entità soprannaturali che la popolano. Privati delle risorse indispensabili alla loro vita, hanno praticato il bracconaggio e si sono dedicati a forme minori di artigianato ma, nella maggior parte dei casi, sono diventati mendicanti. Il termine “Batwa” viene spesso usato con significato spregiativo dalle altre culture che li considerano alla stregua di animali. Quasi totalmente esclusi dalle cure sanitarie e dall’educazione, non hanno rappresentanti politici in grado di tutelare i loro diritti. Isolati e discriminati, sono tuttora vittime di intimidazioni e violenze, costretti ad abbracciare nuove fedi religiose e ad adattarsi ad un moderno stile di vita a loro totalmente estraneo. Nel tentativo di preservare il loro inestimabile patrimonio di conoscenze, la fondazione Kellermann ha acquistato a Bwindi numerosi ettari di foresta ed ha stabilito vari programmi con l’intento di integrare i Batwa nella vita del Paese. E’ quindi possibile accompagnare una piccola comunità Batwa in un’escursione nella foresta, partecipando, insieme ad un folto gruppo di bambini, ad un’esperienza unica ed emozionante. Gli anziani ci raccontano le loro leggende, ci mostrano trappole e tecniche di caccia, ci spiegano come costruivano i ripari, come seppellivano i morti e dove si mettevano in contatto con gli spiriti della natura. Ci mostrano come si procuravano il miele, come utilizzavano le piante medicinali e come fabbricavano gli abiti di corteccia. I...

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