Educare lo spirito del tempo. Ci ha provato il Progressive Rock.

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Si trattava di uscire dal guado senza ideologia, ma con un vago orizzonte ritmico e melodico. A fine Novecento, dunque,  non c’era una gran fede nel progresso del sound angloamericano e della storia, in generale. Lo spiega bene lo studioso di storia orale, Alessandro Portelli, nel suo breve saggio “Bob Dylan, pioggia e veleno”, appena uscito da Donzelli.  

Progressive Rock

E gli fa eco, ora, il giovane studioso monregalese, docente al Dams di Torino in Popular music, Jacopo Tomatis, nella sapiente postfazione al saggio “Progressive rock” del giornalista statunitense David Weigel, edito dalla sonoramente attenta casa editrice torinese EDT, definendo “artistico e culturale” il periodo segnato dai King Crimson, dai loro rivali Yes, dai Rush, dai  Jetrho Tull e dagli Emerson, Lake  & Palmer. L’obiettivo comune era rivitalizzare il rock per fargli varcare i confini dell’Occidente. Perché come arte, secondo l’insegnamento junghiano, continuasse a educare lo spirito del tempo, inventando le forme di cui il presente più mancava.

Rappresentato nella sua purezza linguistica in Italia dai New Trolls, questa cultura musicale nasce Oltremanica al tramonto della musica psichedelica e si snoda tra storiche band e grandi individualità verso nuovi significati ritmici e melodici, che non disdegnavano i videoclip trasmessi dalla storica MTV.

Tra tutti il chitarrista Robert Fripp, il cantante Peter Gabriel, il bassista Greg Lake e il tastierista Phil Collins. Attraverso le preziose dichiarazioni di questi mostri sacri del rock a note riviste musicali, il giornalista del “Washington Post” ricostruisce le vicende musicali di un sound che non voleva ancora dirsi “post”, nel senso di successivo e decadente. E bensì intendeva collocarsi nel solco principale del rock dei Beatles, dei Pink Floyd e dei Police, i loro maestri, introducendo in sala di registrazione l’organo hammond e gli archi. Altrimenti l’avrebbero vinta il Punk e l’Heavy Metal con il loro nichilistico “no future”.

Sostenuti da un’industria musicale in espansione, riuscirono uniti nella ventennale impresa, facendo scuola per discepoli e imitatori come i Marillon, gli Asia e i Porcupine Tree a cui gli Yes lasciarono il testimone di un rock melodico che sapeva di John Lennon, riempiendo gli stadi ai loro concerti di un pubblico che rispondeva con boati di consenso e furono ben accolti da pressoché tutta le etichette major. Basti pensare ai redivivi Jethro Tull.

Ma come ogni saggio che si rispetti quello del promettente americano David Weigel, soltanto tre anni più anziano del piemontese Jacopo Tomatis, scava nelle personalità dei protagonisti di questa stagione del prog rock per spiegarne lo spessore e il significato musicale. Così si viene coinvolti nelle vicende ventennali dei King Crimson, gli iniziatori del progressive, e del loro teorico Robert Fripp che diede loro l’abbrivio, accorgendosi di aver inventato un genere nuovo e riunendoli di tanto in tanto come fondatori di una musica nuova. 

Come in un romanzo, si intrecciano con tutto questo mondo musicale le vicende degli Emerson, Lake & Palmer, fino al suicidio tre anni fa del tastierista Keith Emerson, innovatore  della musica con il sintetizzatore, quanto il suo sodale Greg Lake, voce e portavoce di quel gruppo immortale. O quella dei Genesis, prima con la voce del grande  Peter Gabriel e poi con quella di Phil Collins.

Entrambi furono cantanti che, una volta lasciato lo storico complesso, come solisti  si stagliano con assoluto rilievo in quel genere che, ormai, non si riconosceva più come rock, nemmeno progressivo, ma veniva assimilato dalla critica generalista al pop. E’ un vero e proprio noir, o romanzo d’indagine, che ha indotto il vicedirettore de’ La Stampa, Marco Zatterin, appassionato di Sherlock Holmes, a scriverne la prefazione.

Amedeo Pettenati

Redazione GT

Autore: Redazione GT

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