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Connesso ? Magari al pianeta e agli altri.

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Connesso ? Magari al pianeta e agli altri.

“Connesso a me stesso, agli altri, al Pianeta” Thich Nhat Hanh è un monaco buddhista vietnamita, poeta e pacifista. Insegna e guida ritiri sull’arte di “vivere consapevolmente”,  al suo attivo ha la pubblicazione di moltissimi libri. Il suo pensiero è stato di forte ispirazione per Grazia Roncaglia, insegnante della scuola primaria, che ha da poco dato alle stampe per le edizioni L’Età dell’Acquario il libro “Connesso a me stesso, agli altri, al Pianeta”. Il libro racconta una storia delicata che prende spunto dalla vacanza in montagna di Alice, la protagonista dodicenne si trova immersa in un mondo a cui non è abituata. Lontana dal trambusto cittadino e dai pressanti ritmi della scuola – e, soprattutto, da internet e dai social network, si accorge della presenza anomala ma persistente di quell’elemento che chiamiamo silenzio. Lievemente disorientata all’inizio, con l’aiuto di una nonna speciale e del saggio montanaro Antonio, scopre che dal silenzio scaturisce la gioia più grande, perché in esso si può ascoltare sé stessi e il mondo. Impaginata con particolare accuratezza, animata da un lettering che muta colore e font, la storia si avvale di ottime illustrazioni. Disseminate tra le pagine, le immagini acquerellate realizzate da Paola Gandini, artista, insegnante e capace illustratrice, creano uno sfondo fatto di una magia gentile, accogliente e poetica. Piccoli mondi di contemplazione, le tavole pubblicate aprono con naturalezza la possibilità di una meditazione rasserenata sulle cose e sulle loro potenzialità. Viene così a crearsi una perfetta armonia tra il testo, che invita alla meditazione e al recupero di una connessione senza satellite con se stessi e la suggestione visuale. L’avventura di Alice ha i pregio di provare a coinvolgere i ragazzi in qualche pratica di meditazione e consapevolezza, attraverso le quali proveranno ad avviarsi, assieme alla protagonista, sul sentiero della conoscenza di sé, dell’amorevolezza e della compassione. Il libro contiene una seconda parte rivolta ai genitori e agli insegnanti che desiderano accompagnare i ragazzi in questo particolare percorso.      ...

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Conservare e divulgare le testimonianze dell’arte contemporanea: il caso della Galleria Martano al CCR di Venaria.

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Conservare e divulgare le testimonianze dell’arte contemporanea: il caso della Galleria Martano al CCR di Venaria.

Carte in tavola. Per un archivio della Galleria Martano è il progetto espositivo, esito del prezioso lavoro di catalogazione e archiviazione condotto dal CCR – Centro Conservazione Restauro di Venaria, sui materiali d’archivio della Galleria Martano di Torino, visitabile presso il CCR stesso fino a fine dicembre 2017. Tale progettualità si colloca nell’ambito di TRACES. Il patrimonio documentale nell’arte contemporanea piemontese, iniziativa ideata e sostenuta dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo – Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Torino. Grazie a questa opportunità il Centro Conservazione Restauro ha contribuito alla ricerca ed all’approfondimento della documentazione dell’arte contemporanea, indispensabili strumenti a corredo delle attività laboratoriali di conservazione e restauro operate dal CCR per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio contemporaneo. Il titolo della mostra, a cura di Maria Teresa Roberto, prende spunto dal ciclo di incontri Cambiare le arti in tavola, organizzato dalla Galleria Martano fra il 1972 e il 1973 in collaborazione con critici, storici dell’arte, artisti e operatori del settore, evidenziando la vocazione di sperimentazione e di apertura ai nuovi linguaggi visivi ed espressivi che si stavano delineando in quegli anni nel contesto storico artistico internazionale. Il percorso espositivo propone una selezione di documenti, fotografie e pubblicazioni raccolti e conservati da Liliana Dematteis nell’archivio della galleria, fonte imprescindibile per comprenderne la progettualità d’assoluta avanguardia sul territorio torinese. Si tratta di un excursus che pone in evidenza i principali punti di interesse della galleria in sei sezioni principali spaziando dalle avanguardie storiche, con particolare attenzione al Futurismo e agli Astrattismi, agli sviluppi della Nuova Pittura e della Nuova Scultura, al Concettuale Italiano, alla fotografia e alle diverse declinazioni della dimensione performativa, sempre accompagnate dell’attività editoriale della Casa Editrice Martano.   La storia espositiva della Galleria Martano, fondata nel 1965 da Liliana Dematteis e Giuliano Martano, prende avvio nel 1967, in Via Cesare Battisti 3, con una mostra dedicata ad Enrico Prampolini, uno dei più noti rappresentanti del Futurismo, definendo così l’intento di rivalutazione delle avanguardie storiche nelle scelte della galleria. In occasione di questa esposizione esce il primo numero dei Documenti Martano, cataloghi di piccolo formato che corredavano ogni progetto espositivo, che insieme alla collana Nadar, nata nel 1970 in seguito ad un incontro con Man Ray, significano l’importanza della ricerca, della documentazione e dell’archivio nelle linee programmatiche d’intervento della galleria. Nel saggio di presentazione alla mostra Carte in tavola, la stessa Liliana Dematteis afferma: “Convinta da sempre che l’arte contemporanea si ponga in stretta relazione con la sua storia in una sorta di rivisitazione/ripensamento spesso inconscio, ho messo la parola archivio fra le mie predilette nel momento stesso in cui mi sono accostata all’arte in modo professionale e in particolare con la visita alla Biennale veneziana del 1966. Quell’anno fu allestita una memorabile mostra dedicata all’astrattismo italiano fra le due guerre di cui così poco si sapeva, e con quasi tutti i protagonisti ancora viventi: li conobbi personalmente, me ne innamorai e cominciai a studiare tutto su di loro e sulla loro storia raccogliendo ogni documento, catalogo, fotografia, informazione. Fu l’inizio del mio archivio, presto utilizzato per la stesura dei cataloghi delle mostre che avrei dedicato nel corso degli anni successivi a questi artisti”. Non bisogna dimenticare poi, che la galleria curò, tra le altre, la prima...

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Diverremo vegani? “La fragile umanità” di Leonardo Caffo, teorico dell’antispecismo.

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Diverremo vegani? “La fragile umanità” di Leonardo Caffo, teorico dell’antispecismo.

Diverremo vegani? “La fragile umanità” di Leonardo Caffo, teorico dell’antispecismo. Leonardo Caffo, filosofo catanese, molto attivo sul territorio torinese per le sue collaborazioni con l’università di Torino, il Politecnico di Torino e la scuola Holden, è il teorico dell’antispecismo debole. Approfittando della sua presenza, il 27 dicembre, al Circolo dei Lettori per la presentazione del suo ultimo libro Fragile umanità. Il postumano contemporaneo, edito da Einaudi, siamo andati a chiedergli di chiarire questo concetto e i risvolti pratici della sua teoria.  Lei è  il teorico dell’antispecismo debole. Ci chiarisce cos’è l’antispecismo e perché è debole? L’antispecismo è una teoria che in filosofia, dagli anni ’70 in poi, sostiene che gli animali, solo per essere diversi di specie, non devono anche essere diversi per trattamento morale. Ovvero non c’è un buon argomento per sostenere che un certo trattamento è da considerare ingiusto, se rivolto un individuo della mia stessa specie, mentre, se rivolto ad un individuo di specie differente, quello stesso trattamento è da considerare giusto. L’antispecismo debole è un approccio che permette di svincolare l’antispecismo da un’argomentazione indiretta, ad esempio quella secondo la quale si debba rispettare l’animale solo perché si inquinerebbe molto con gli allevamenti intensivi. Dunque non si pensa all’animale come soggetto di diritto ma perché in maniera collaterale inquina l’ambiente.  Inoltre è debole perché rispetta un principio logico tale per cui indebolire le premesse argomentative per lasciare solo quelle stringenti, quelle etiche, porterà ad una conclusione più forte. Perché porre l’animale al centro del discorso di liberazione quando l’uomo è ancora lontano da un progetto efficace di emancipazione? Io non sono d’accordo a metterlo al centro. Io credo che se l’etica filosofica ha senso, ha senso sia per gli animali che gli umani. Gli argomenti che usiamo in etica per dire che un individuo è un soggetto di diritto, sono validi per quasi tutti gli animali, sicuramente per tutti quelli di cui ci nutriamo. Il principio per cui non dovremmo farli soffrire vale anche per gli umani e viceversa. Come accettare la propria ipocrisia, ovvero che in fondo del dolore altrui ci interessa molto poco, non è una soluzione accettabile? Il fatto è che ci adeguiamo per campare. Non è vero che del dolore altrui ci interessa poco ma conduciamo la nostra vita da buoni cittadini. Per esserlo non ti devi occupare necessariamente del dolore altrui ma rispettare le regole e le norme della società in cui vivi. In teoria invece dovremmo occuparci di tutti coloro che soffrono senza distinzioni. La sofferenza di un essere umano è da prendere in considerazione tanto quanto la sofferenza di un animale. La mia vita non è più degna di quella di un maiale, ad esempio. Quindi perché proporre in prima istanza una liberazione animale? Io non propongo in prima istanza una liberazione animale. Per me l’antispecismo debole è una piccola parte della teoria del post-umano contemporaneo che vorrebbe mettere sotto scacco l’antropocentrismo. Dunque non si parla di prendersi cura degli animali perché è un modo per depotenziare quelle visioni del mondo che sta intorno a noi, spesso false e ideologiche, che ci fanno pensare di essere al centro in quanto umani. Provando a uscire dall’antropocentrismo, le prospettive sono diverse. Per fare un esempio: un uomo che vivesse per vent’anni in una foresta, potrebbe anche mangiarli gli animali perché è...

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L’odiosamata Torino rende omaggio al suo “Guido”. Il poeta Guido Ceronetti compie novant’anni.

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L’odiosamata Torino rende omaggio al suo “Guido”. Il poeta Guido Ceronetti compie novant’anni.

Il 15 novembre, nel palazzo Dal Pozzo della Cisterna di Torino, ha avuto luogo il Convegno “Guido Ceronetti, torinese fuori ordinanza, poeta contro il conformismo e il consumismo”, col quale il Centro Pannunzio, con il patrocinio della Città metropolitana di Torino,  ha voluto rendere omaggio all’intellettuale torinese in occasione del recente compimento del novantesimo anno d’età, indagando i vari aspetti del suo genio poliedrico: la poesia, il giornalismo, le straordinarie traduzioni dei poeti latini- in particolare di Catullo-  le traduzioni dall’ebraico antico dei testi biblici, il Teatro dei Sensibili, nonchè la sua convinta scelta vegetariana, “un’incrinatura sensibile all’uniformità sociale”, dettata da un così alto rispetto per gli animali da potersi considerare essa stessa una nobile manifestazione di pensiero. I temi sono stati sviluppati da Valter Vecellio, vicecaporedattore di Rai 2 e direttore di Notizie Radicali, Sarah Kaminski, traduttrice e docente di ebraico all’Ateneo di Torino,  Carmen Nicchi Somaschi, Presidente dell’Associazione Vegetariana Italiana; Giovanni Ramella, critico letterario e indimenticato preside dello storico Liceo Classico D’Azeglio di Torino, e da Gilberto Giuseppe Biondi, docente di letteratura latina all’Università di Parma e direttore del Centro Studi Catulliani, che, commentando appassionatamente la sua preziosa edizione Millenni dell’Einaudi,  ha saputo coinvolgere il folto pubblico in tutto l’incanto e il tormento degli splendidi frammenti dedicati a Lesbia nella versione ceronettiana. Che Torino dedichi  un omaggio a Guido Ceronetti può apparire quasi paradossale, dati i sentimenti controversi che l’anomalo intellettuale nutre per la sua città, dalla quale si è allontanato nel 2009, preferendole il refugium di Cetona, borgo medievale fra le colline senesi, dove vive da moderno anacoreta, lontano dai siparietti chiassosi della mondanità e dei luoghi comuni. Cosi simile, in questo suo atteggiamento, a un altro grande torinese sui generis, il conoscitore di segreti Elémire Zolla, che detestava la sua città natale, e che proprio all’amico Ceronetti- come lui emarginato dall’intellighenzia allineata, e come lui ritiratosi in aristocratico esilio in Toscana- dedicò alcune pagine evocatrici della sua infanzia in una Torino oppressa dal grigiore post- industriale, dove il geniale bambino Zolla si aggirava smarrito, cercando invano, in qualche suo scorcio, un frammento di bellezza. Dalla fine degli anni Sessanta, quando lo stesso Zolla pubblicò sulla rivista Conoscenza religiosa un saggio ceronettiano in difesa della luna, nel quale l’autore esprimeva tutto il suo sdegno nei confronti dell’allunaggio, da lui considerato uno stupro e un’esplosione di stupidità umana (“Giù le mani dalla luna!” , gridava agli astronauti), il Filosofo Ignoto ha percorso il suo sentiero solitario di gnostico non irretito da facili ottimismi, di profeta di catastrofi e sventura, persuaso dell’inestirpabilità del male nel mondo e dell’esistenza di una pianificazione nella stupidità umana contemporanea. Bersagliato da polemiche, definito antimodernista a reazionario dalla cultura omologata per i suoi sfottò alla New Age, per le sue ferme prese di posizione contro i trapianti d’organo, contro lo strapotere dello Stato del Vaticano sull’Italia- da lui avvicinato a quello della Cina sul Tibet-, contro l’ ondata migratoria, a suo parere inevitabile premessa di guerre sociali e religiose, Ceronetti, come un chirurgo impietoso, cauterizza con la parola, affidando le sue opinioni scomode a una prosa ribollente di indignazione e folgorante nelle metafore, nella quale perfino i suoi più meticolosi detrattori sono costretti a riconoscere i toni di una remota verità. Quando Pier Franco Quaglieni, Direttore del Centro Pannunzio, consapevole della mia ammirazione ...

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Le Sabbie Bianche di Geoff Dyer arrivano a Torino. Conversatore sottile e sciccoso, perfetto per un’intervista.

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Le Sabbie Bianche di Geoff Dyer arrivano a Torino. Conversatore sottile e sciccoso, perfetto per un’intervista.

Dopo aver fatto tappa a Cuneo per Scrittori in Città, il noto scrittore britannico Geoff Dyer, si concede una serata torinese al Circolo dei Lettori per la rassegna ideata dal Salone del Libro Giorni Selvaggi. L’occasione è legata alla presentazione del libro Sabbie bianche, uscito per i tipi del Saggiatore. Se c’è qualcuno che sa essere curioso, entusiasta e folle quanto basta per far delle proprie curiosità un mestiere sicuramente quello è Geoff Dyer. Non solo si è conquistato la devozione dei lettori, è riuscito a passare con la stessa lingua elegante e colta attraverso fotografia, scultura, cinema, letteratura, e scritti di natura vagamente autobiografica. Come questo Sabbie Bianche, resoconto di un tour nei luoghi che letture e letteratura hanno spinto Dyer ad andare a vedere di persona e, a restituircene un resoconto mai scontato. Bisogna dirlo. Il libro è lontanissimo da qualsivoglia letteratura di viaggi o reportage. E’ tutt’altro. Meritava andare a scambiarci qualche parola. Scriveva Baudrillard: “Uno dei piaceri del viaggio è immergersi dove gli altri sono destinati a risiedere e uscire intatti.” Ritiene di assecondare questa sensazione quando racconta dei posti che visita e di cui racconta? Beh, dipende. Certo, può capitare che si riparta da alcuni luoghi che abbiamo visitato con un senso di sollievo, ma per rispondere alla domanda preferisco pensare a un’altra citazione, questa volta di Roland Barthes. Guardando la fotografia di una casa in Alhambra [di Charles Clifford, N.d.T.] esclama: “Vorrei vivere lì”. Spesso, quindi, si lascia alle spalle un posto senza quella malvagia soddisfazione che non tu, bensì altre persone sono condannate a viverci. Si tratta di un sentimento che si potrebbe definire “elegiaco” proprio perché non ti è dato di vivere in quel luogo – e non intendo per il resto dei tuoi giorni, ma talvolta neppure per un breve lasso di tempo. Questo per dire che la risposta alla sua domanda non può che essere, purtroppo, la risposta più noiosa al mondo: dipende. Ritiene che la letteratura, tanto quanto la fotografia, sia in grado di mostrarci luoghi e paesaggi diversi? Possiamo considerare Sabbie bianche una sorta di fotografia letteraria del paesaggio odierno? Indubbiamente, sebbene letteratura e fotografia abbiano per così dire due “poteri” diversi. La fotografia ha una forza documentaristica, è una citazione del luogo, mentre ciò che mi interessa della letteratura – e con questo non intendo la letteratura di viaggio, le guide – è il suo enorme potenziale di sollecitare una risposta soggettiva e non solo un’interpretazione della geografia. Mi pare, cioè, che quel luogo lo si possa persino trasformare mentre lo si descrive. Un esempio che mi viene in mente è dato da uno scrittore che ammiro molto, D.H. Lawrence: quando si reca in un posto, spinto talvolta da una grande sensibilità, ti permette di provare una sorta di vibrazione. Pensiamo, per esempio, a “Lettera dalla Germania” che ha scritto nel 1924 – e, ripeto, nel 1924 e non nel 1934! – in cui evoca la ferocia che si sprigiona dagli alberi e si diffonde con il vento. Altre volte ci descrive luoghi che definisce “orribili” e “disgustosi”, ma noi sappiamo che si tratta solo della proiezione dei suoi sentimenti più intimi. Possiamo dire, allora, che la fotografia tende a essere più una finestra, mentre la letteratura funge da specchio. Eppure, se c’è qualcosa di davvero interessante, è osservare le...

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Salvatore Arancio: un viaggio immaginario “tra sogno e realtà”.

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Salvatore Arancio: un viaggio immaginario “tra sogno e realtà”.

Da Londra alla Biennale di Venezia passando per Artissima. Salvatore Arancio (Catania, 1974) è uno tra gli artisti emergenti più promettenti nel panorama dell’arte contemporanea internazionale. Con una specializzazione in fotografia presso il Royal College of Arts di Londra, Arancio abbandona lo “scatto fotografico” e focalizza la propria ricerca artistica sul potenziale delle immagini, ovvero come esse possano essere riqualificate e reinterpretate, giocando con simbologie e significati ambivalenti. Questa pratica si manifesta attraverso l’utilizzo di una vasta gamma di supporti quali la ceramica, l’incisione, il collage, l’animazione e il video. Ogni aspetto della processualità artistica di Arancio implica un dualismo di essenza e rappresentazione dell’immagine: naturale e artificiale, minerale e vegetale, bidimensionale e tridimensionale, scientifica e fantastica. Il suo lavoro si configura come un atlante articolato in figure ibride e ambigue che riflettono la ricchezza e la confusione visuale contemporanea. Dopo essere stato selezionato da Christine Macel tra gli artisti italiani presenti alla 57° Biennale di Venezia in corso fino al 26 novembre prossimo, ritroviamo Salvatore Arancio ad Artissima, nello stand della galleria Federica Schiavo, Milano-Roma; qui le sue opere sono presentate in solo show, nella sezione Present Future della fiera torinese, terminata da pochi giorni con ampio successo di critica e pubblico. Durante la settimana dell’arte torinese abbiamo incontrato l’artista e gli abbiamo rivolto alcune domande. La tua carriera artistica inizia con la fotografia. Da cosa è nata la necessità di dedicarsi alla sperimentazione materica sulla ceramica? Ho sentito il bisogno di avere un contatto immediato con la materia e poter creare qualcosa che non avesse una relazione diretta con la realtà e, come la fotografia, non fosse percepito come strumento per documentarne i tratti. Mi intrigava l’idea di proporre e inventare scenari nuovi a partire dalla mia fantasia. E’ pur vero che già con il mezzo fotografico e i primi collages sperimentavo la pratica scultorea presentando elementi tridimensionali fuoriuscenti da immagini bidimensionali. Ho poi attivato il confronto con la ceramica grazie ad una residenza molto formativa presso il Museo Carlo Zauli di Faenza avvenuta nel 2012. Quali fonti letterarie sono state d’ispirazione per le tue opere? Colleziono libri che trattano le scienze naturali, la geologia, tematiche che sono meno attinenti alla storia dell’arte, ma che a livello estetico mi affascinano molto. Spesso l’ispirazione per le mie opere nasce da un’attrazione visuale per le immagini. Apprezzo in particolare i “racconti visivi” di Jules Verne e le suggestioni fantascientifiche. Mi interesso in particolare alla letteratura cinematografica che influisce maggiormente sul mio immaginario, prediligendo, in un iter piuttosto variegato, registi-scrittori come Luis Buñuel, Luchino Visconti, Andrej Tarkovskij, Jean-Luc Godard, Alejandro Jodorowsky e direi Carmelo Bene. Puoi descrivere il tuo processo creativo? Normalmente l’opera scultorea deriva da una forte suggestione per un’immagine prelevata dal mio archivio/collezione di libri e materiale visivo, raccolto su internet e durante i miei numerosi viaggi visitando musei per lo più di scienze naturali oltre che d’arte. Ciascuna visita diventa per me motivo di piacere personale e di ricerca artistica. E’ a partire da una singola immagine posta in relazione con il contesto e il luogo in cui verrà poi presentata l’opera che prende avvio e si sviluppa il processo creativo. In ogni caso ciascuna opera non è mai la traduzione precisa dell’immagine primigenia che avevo selezionato: ogni suggestione ed elemento si trasforma nella pratica creativa fino...

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Le Briciole poetiche di Scrittorincittà porta Cuneo sul palco della grande letteratura.

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Le Briciole poetiche di Scrittorincittà porta Cuneo sul palco della grande letteratura.

Molto prima che la cantante Noemi ne facesse una canzone di successo le Briciole splendevano come pane appena sfornato  in una poesia di rara bellezza di Kahlil Gibran: «Tutte le nostre parole non sono che briciole cadute dal banchetto dello spirito». Da queste suggestioni piccole piccole partirà il Festival letterario Scrittorincittà  da mercoledì 15 a lunedì 20 novembre in quel di Cuneo giunto alla sua XIX edizione. Il Festival è un’iniziativa del Comune di Cuneo, in collaborazione con la Provincia di Cuneo e la Regione Piemonte, ed è organizzato dall’Assessorato per la Cultura del Comune di Cuneo e dalla Biblioteca civica. Un festival diffuso attraverso la città con centinaia di appuntamenti che dal Centro Incontri della Provincia, cuore della manifestazione, si allarga in tantissimi spazi aperti ai cittadini, come la Biblioteca Civica, il Teatro Toselli, il Cinema Monviso, ma anche le chiese, i musei, i circoli culturali. Saranno quindi Briciole per sapere da dove si viene. Briciole per sapere dove andare. Briciole per conoscere il gusto che si ha. Un titolo che richiama alla riflessione intorno alla responsabilità e al gusto delle cose che facciamo: ciascuna briciola è parte di un tutto, è piccola e significativa insieme. Per gli adulti è la strada da tracciare o da ritrovare, l’importanza dell’unità e della dignità umana; per i bambini e i ragazzi è la strada delle fiabe, dei libri, dei racconti, dell’espressione di sé più libera e autentica. E noi siamo briciole? In un momento storico che ci spinge a riflettere sul nostro ruolo nel presente, sentirsi briciole significa sentirsi gustosi, nutrienti, ma anche forti solo se uniti con gli altri. Gli ospiti della XIX edizione Ad inaugurare la XIX edizione di scrittorincittà sarà Domenico Quirico, mercoledì 15 novembre alle 17.30 al Centro Incontri della Provincia di Cuneo. Inviato de La Stampa, tra i più autorevoli narratori delle vicende del mondo arabo, sequestrato per 152 giorni dai jihadisti siriani nel 2013, racconterà Aleppo e quello che resta oggi di quella città millenaria dove nei secoli hanno convissuto arabi, armeni, curdi e circassi. In Succede ad Aleppo (Laterza) Quirico ripercorre gli anni della guerra civile, dalle prime manifestazioni contro il regime fino alla fine della rivoluzione. Dialoga con lui Giorgio Vasta.  Briciole di Italia, di economia, di storia, di sentimenti. Negli oltre 160 incontri di questa edizione c’è uno spaccato del nostro Paese e della nostra generazione, un affresco fatto da centinaia di voci che raccontano la forza e la fragilità della nostra epoca. Grande attenzione come ogni anno viene riservata ai protagonisti della narrativa contemporanea, sia che si tratti di autori affermati che di giovani emergenti. Arrivano a Cuneo Clara Sánchez, l’unica scrittrice ad aver vinto con i suoi romanzi i tre più importanti premi letterari spagnoli, e l’autrice di bestseller Paula Hawkins, entrambe con una storia di donne alla ricerca di una verità sfuggente. Gianrico Carofiglio indaga il rapporto tra un padre e un figlio che faticano a capirsi, Fulvio Ervas il cambio di prospettiva nel diventare nonni, Geoff Dyer racconta la sua esperienza del mondo attraverso il viaggio. Con Diego De Silva torniamo nel mondo tragicomico di Vincenzo Malinconico, mentre Maurizio de Giovanni presenta al pubblico di scrittorincittà l’ultima avventura del commissario Ricciardi. Michela Marzano e Donatella di Pietrantonio parlano di maternità, amore e abbandono. L’Italia tra presente e futuro, tra frammentazione e necessità di...

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“Dedicato a Ferdinando Scianna, alla sua fotografia”

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“Dedicato a Ferdinando Scianna, alla sua fotografia”

  Perché mi sono innamorata di una immagine, di più immagini, di un fotografo? Perché di Ferdinando Scianna? Un suo amico, Ivo Saglietti, altro grande fotografo mi dice: perché siamo tutti innamorati di Ferdinando Scianna. Risposta semplice evidente spontanea. Il mio innamoramento nasce 35 anni fa, quando curiosa della fotografia, con pretese da fotografa, velocemente abbandonate, scopro un poster, in un negozio di affiche di Torino, con Marpessa appoggiata ad una barca di pescatori con le gocce di pioggia che sembrano accompagnare il silenzio della notte. Una rivelazione. Immediatamente alcuni segni mi riportano alla mia Sicilia: il vestito nero, la bellezza intensa e ritrosa, l’imbarcazione dei marinai del paese dove andavo in vacanza, il buio e la luce di un bianco e nero oltremodo seducente. Quell’ affiche grande almeno 1 metro per 80 è ancora lì da me in campagna a tenermi compagnia come a ricordare il mio primo amore. Non scandalizzatevi voi intenditori di fotografia se non parlo di stampa “vintage”, di gallerie d’arte. Negli anni ’80 le immagini dei nostri più bravi fotografi erano conosciute dentro ai giornali, alle riviste, attraverso i poster, le “affiche” e di certo molte delle gallerie italiane non amavano ancora la fotografia, in particolare quella italiana, così tanto da inserirla sulle loro candide pareti. Fu da quel momento che iniziai ad indagare e a scoprire il lavoro di Ferdinando Scianna. Siciliano, colto, intellettuale, con uno sguardo inquieto in perenne seduzione verso il mondo, le donne, la sua terra. Il suo bagaglio di esperienza, di vita vissuta in quell’isola complicata, difficile, che riesce a partorire, dal suo ventre caldo in continua eruzione sorprendenti geni nella cultura, nell’arte, nella letteratura, nella fotografia, nel cinema. Siciliano esule, migrante nel mondo alla ricerca della vita da fermare con la sua macchina fotografica che lascia l’impronta sempre, secondo me, della sua terra d’origine. Solamente un siciliano di razza pura come Scianna ha quel modo di osservare, quel modo di scoprire, di sentire, di far l’amore con chi ha di fronte. La Sicilia ti entra nella pelle, nel cuore, nel cervello per via del suo fascino misto ad un continuo arrovellamento per ciò che non vorresti vedere, sentire, sapere e che obbligatoriamente vive insieme ad una inarrestabile, viziata, pericolosa attrazione. Nelle fotografie di Ferdinando Scianna ritrovo la Sicilia di mio padre. Se la fotografia è memoria allora si, si, si quella memoria è quella che io voglio ricordare per il suo bene e per il suo male. Guardare le fotografie di Scianna è come sentire il calore del mezzogiorno, con le sue ombre e le sue luci, è perdersi nei paesaggi di silenzio, è ritrovarsi nelle figure piegate dalla fatica, dal sole, è scoprire nei volti la densità e la pericolosità della bellezza, è perdersi nella morbidezza del nero di un vestito, di uno sguardo, di una strada, è ingurgitare passione, è un inevitabile, piacevole, inebriante stordimento. Nei suoi paesaggi la terra parla di quella Sicilia che più volte ho attraversato abbandonando la mano fuori dal finestrino al vento dello scirocco che secca le zolle, annerisce il terreno, fa volare le spine sottili, invisibili dei fichi d’india, rende desertico l’asfalto e lascia spazio all’immaginazione più struggente, profonda, sfavillante di ingarbugliate sensazioni. Per tutti i sentimenti che vorrei nascondere e che riempiono il mio cuore, i miei occhi di commozione, lacrime,...

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Baricco legge i “Frutti dell’ira”. Il Furore di John Steinbeck tra teatro e diretta tivù.

Pubblicato da alle 15:36 in Pagine svelate, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Baricco legge i “Frutti dell’ira”. Il Furore di John Steinbeck tra teatro e diretta tivù.

Spazio MRF: Baricco legge Steinbeck 1939:viene pubblicato il romanzo più famoso di John Steinbeck The Grapes of Wrath (I frutti dell’ira). In Italia è tradotto col titolo Furore da Carlo Coardi per Bompiani. 1940: Steinbeck vince in Premio Pulitzer per The Grapes of Wrath. 1968: lo scrittore americano riceve il Premio Nobel. Qualche data, giusto per identificare l’uomo e lo scrittore. John Steinbeck è considerato un autore scomodo per molte ragioni. La prima – e sicuramente la più importante – è la continua denuncia sociale, che abbraccia quasi tutte le sue opere. Un’altra, perché ha successo: piace al pubblico e alla critica. In occasione della seconda Giornata della Memoria e dell’Accoglienza (che cade il 3 ottobre) voluta per commemorare non solo le vittime del naufragio del 2013 nel Mediterraneo, ma anche tutti i rifugiati e migranti che continuano a morire, non poteva mancare un momento di riflessione. Alessandro Baricco dalle Officine di Mirafiori di Torino porta in scena la triste saga della famiglia Joad di Steinbeck, che dall’Oklaoma tenta di raggiungere quella che viene vista come la Terra Promessa: la California. Questa rilettura, a tratti commoventi e profonda di alcuni passaggi fondamentali del libro Furore del grande scrittore americano, accompagnata dalle musiche di Francesco Bianconi dei Baustelle è una storia attuale, quella di ogni migrante, di ogni uomo o donna che conosce la fame e gli stenti, che sopporta i soprusi e le corruzioni, che vuole continuare a vivere e vivere degnamente. Un romanzo scritto in cinque mesi che da subito diventa il più grande romanzo sociale del periodo della Depressione degli anni Trenta e di propaganda dello spirito del New Deal del Presidente Roosevelt. Ma l’autore non vuole fare politica. La sua denuncia è una spietata analisi della realtà, e i suoi personaggi non sono tanto lontani da noi. Così realisti da essere veri. Il lettore riesce a conoscere i loro pensieri più intimi, le loro grandi paure, le loro pesanti angosce, la loro forte rabbia, ma anche il loro coraggio, la loro audacia che mai manca ai migranti di tutti i tempi. Basti pensare alla mamma, forse il vero protagonista del libro di Steinbeck. Non si lascia mai prendere dal panico, riesce a trovare sempre una via di fuga e alla fine aggiusta tutte le situazioni più disperate. Un bel personaggio che non solo commuove, ma anche insegna e forse era proprio questo il principale intento dello scrittore: lasciare un messaggio di speranza a chi va e viene, a chi vuole provocare il cambiamento, a chi ha un grande obiettivo da raggiungere: la sopravvivenza, la rinascita, la vita.  Ascoltare Baricco nella lettura del libro di Steinbeck è stato interessante e persino utile per ricordare la triste situazione degli emarginati, degli sfruttati, dei poveri, che formano con ogni uomo una sola grande anima, come dirà un suo personaggio, ex predicatore Casy. Maria Giovanna...

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“Le ABARTH dopo Carlo Abarth”: Un libro raccoglie i 99 progetti dello Scorpione.

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“Le ABARTH dopo Carlo Abarth”: Un libro raccoglie i 99 progetti dello Scorpione.

Quando si parla di Abarth si parla di un mito italiano – dalle orgoliose origini torinesi – che ha fatto il giro del mondo grazie alle intuizioni del suo fondatore, Carlo Abarth, nato a Vienna nel 1909,  grazie a realizzazioni plurititolate. Si parla di un’azienda che, dopo la gestione diretta di Carlo Abarth fino al 1971, negli ultimi quarant’anni ha subìto una lunga serie di passaggi societari, accorpamenti e trasformazioni, fino al definitivo rilancio del marchio avvenuto nel 2005. L’azienda dello Scorpione, infatti, entrò nella sfera del Gruppo Fiat nel 1971, per unirsi al Reparto Rally e creare il primo polo sportivo di Mirafiori. Alla fine degli anni Settanta, poi, ci fu il “trasloco” di Lancia Corse nella sede Abarth di corso Marche, mentre alla fine degli anni Ottanta venne creato un unico gruppo Abarth-Alfa Romeo per le competizioni. Il marchio Abarth venne sempre conservato, sullo sfondo, anche durante la gestione di Fiat Auto Corse negli anni Novanta, mentre dal 1° luglio 2001 l’azienda divenne NTechnology, società esterna a Fiat – anche se da essa controllata – attiva sino a tutto il 2005. Quindi il ritorno in grande stile dello Scorpione, segno zodiacale di Abarth,  grazie all’intuito di un manager che di marketing ne sapeva: Luca De Meo (oggi in Casa Volkswagen). Eccole, allora “Le Abarth dopo Carlo Abarth”: terza edizione di un libro – firmato dall’ingegnere Sergio Limone e dal giornalista Luca Gastaldi – che svela agli appassionati i 99 progetti sviluppati nel periodo appena descritto: quelli che hanno conquistato i grandi successi internazionali (basti citare le varie Fiat 124 e 131 Abarth Rally, Lancia Rally “037”, Delta S4 e Delta Integrale, fino alle Alfa Romeo 155 e 156 da pista), sia quelli rimasti in secondo piano o addirittura del tutto sconosciuti. Tutti, comunque, uniti dall’impareggiabile know how tecnico che affondava le sue radici nell’Abarth degli anni Sessanta.   “Le Abarth dopo Carlo Abarth” di Sergio Limone & Luca Gastaldi Editore: Luca Gastaldi 518 fotografie in b/n e colori Prezzo: 60,00 €...

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