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Archivissima al Mauto con il libro dedicatao a Giorgio Pianta. Una vita per le corse.

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Archivissima al Mauto con il libro dedicatao a Giorgio Pianta. Una vita per le corse.

Tra le numerose iniziative organizzate in occasione di “Archivissima il Festival degli archivi”, il Museo dell’Automobile di Torino organizza la presentazione del libro “Giorgio Pianta, una vita per le corse” scritto da Luca Gastaldi e Sergio Limone. Contestualmente alla presentazione, verrà donato al Centro di Documentazione del Mauto l’archivio fotografico che è stato traccia di riferimento per la stesura del libro. L’idea di dedicare un libro a Giorgio Pianta, infatti, è nata mettendo mano a due scatoloni che contenevano il suo archivio fotografico: una carrellata su oltre trent’anni di automobilismo italiano, tante foto delle più svariate autovetture pilotate da Pianta sin dal 1955. A partire da queste immagini, riordinate, è stata ricostruita, anno dopo anno, la storia di Pianta, con i suoi successi e le sue sconfitte. Una lunga esperienza come pilota (anche da “ufficiale” per la Lancia HF, per la Opel, addirittura per la Ferrari nel Rallye di Monte-Carlo 1965), poi il passaggio all’Abarth come collaudatore e come responsabile della delibera delle vetture da gara e del reparto rally, infine come responsabile di Alfa Corse, dal 1987 al 1996, esperienza culminata con le vittorie nel DTM 1993 e nel BTCC 1994. Per parlare di Pianta (che ci ha lasciati nel 2014) e definire meglio il suo ricordo, si è poi lasciato spazio ad alcune testimonianze di persone che lo hanno avuto come collega, direttore di squadra, capo meccanico, manager, amico, marito e padre. Il tutto in 240 pagine dense di emozioni, di immagini e di sano amore per la competizione sportiva. La presentazione si svolgerà nella Piazza del Mauto con ingresso libero. Coloro che parteciperanno alla presentazione, riceveranno un coupon che dà diritto alla tariffa ridotta di ingresso al...

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Torino che Legge apre le pagine della sua kermesse. Coinvolta tutta la città.

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Torino che Legge apre le pagine della sua kermesse. Coinvolta tutta la città.

Un piccolo esercito composto da settanta biblioteche, cinquantaquattro librerie, ottantatré  scuole e settantadue enti e associazioni daranno vita alla manifestazione  Torino che Legge arrivata alla sua quinta edizione. Il progetto della Città di Torino e del Forum del Libro, in collaborazione con la Regione Piemonte, il MIUR e il Centro UNESCO, è promosso in occasione della Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore, istituita dall’UNESCO il 23 aprile, dove la passione per la lettura si esplicherà in centinaia di iniziative. Dall’8 al 15 aprile 2019, una settimana di eventi e iniziative animerà l’intero territorio cittadino, con il coinvolgimento dei diversi soggetti, pubblici e privati, che ruotano intorno alla filiera del libro: le Biblioteche civiche torinesi, le librerie in collaborazione con Associazione Librai Italiani e il SIL, le circoscrizioni cittadine, l’Università degli Studi di Torino, il Politecnico di Torino, Torino Rete Libri, l’Associazione italiana biblioteche Piemonte, le Case del Quartiere, il Salone Internazionale del Libro di Torino, il Concorso letterario nazionale Lingua Madre, il Circolo dei Lettori, la Scuola Holden, I.T.E.R – Istituzione Torinese per una Educazione responsabile., il MUSLI – Museo della Scuola e del Libro per l’Infanzia, insieme ad altri enti e associazioni. E sul tema della lettura ben si inserisce una mostra fotografica installata nella Biblioteca Civica Archimede di Settimo dal titolo Chi Legge organizzata da Art Photo. Fotografie volutamente in bianco e nero, in omaggio ai classici della fotografia da cui l’autore, Claudio Montecucco,  ha recuperato il piacere per l’attimo che adesso c’è e forse poco dopo non è più così uguale, scandagliando, nel corso degli anni, attraverso le sue istantanee, momenti, luoghi, posture diverse, tutti accomunati dall’uguale gesto della lettura, in una metanarrazione con lo stesso filo conduttore. L’inaugurazione è prevista per martedì 9 aprile alle ore 16 e rimarrà in visione fino al 13 maggio. Pier Sorel Programma e info:...

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Educare lo spirito del tempo. Ci ha provato il Progressive Rock.

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Educare lo spirito del tempo. Ci ha provato il Progressive Rock.

Si trattava di uscire dal guado senza ideologia, ma con un vago orizzonte ritmico e melodico. A fine Novecento, dunque,  non c’era una gran fede nel progresso del sound angloamericano e della storia, in generale. Lo spiega bene lo studioso di storia orale, Alessandro Portelli, nel suo breve saggio “Bob Dylan, pioggia e veleno”, appena uscito da Donzelli.   E gli fa eco, ora, il giovane studioso monregalese, docente al Dams di Torino in Popular music, Jacopo Tomatis, nella sapiente postfazione al saggio “Progressive rock” del giornalista statunitense David Weigel, edito dalla sonoramente attenta casa editrice torinese EDT, definendo “artistico e culturale” il periodo segnato dai King Crimson, dai loro rivali Yes, dai Rush, dai  Jetrho Tull e dagli Emerson, Lake  & Palmer. L’obiettivo comune era rivitalizzare il rock per fargli varcare i confini dell’Occidente. Perché come arte, secondo l’insegnamento junghiano, continuasse a educare lo spirito del tempo, inventando le forme di cui il presente più mancava. Rappresentato nella sua purezza linguistica in Italia dai New Trolls, questa cultura musicale nasce Oltremanica al tramonto della musica psichedelica e si snoda tra storiche band e grandi individualità verso nuovi significati ritmici e melodici, che non disdegnavano i videoclip trasmessi dalla storica MTV. Tra tutti il chitarrista Robert Fripp, il cantante Peter Gabriel, il bassista Greg Lake e il tastierista Phil Collins. Attraverso le preziose dichiarazioni di questi mostri sacri del rock a note riviste musicali, il giornalista del “Washington Post” ricostruisce le vicende musicali di un sound che non voleva ancora dirsi “post”, nel senso di successivo e decadente. E bensì intendeva collocarsi nel solco principale del rock dei Beatles, dei Pink Floyd e dei Police, i loro maestri, introducendo in sala di registrazione l’organo hammond e gli archi. Altrimenti l’avrebbero vinta il Punk e l’Heavy Metal con il loro nichilistico “no future”. Sostenuti da un’industria musicale in espansione, riuscirono uniti nella ventennale impresa, facendo scuola per discepoli e imitatori come i Marillon, gli Asia e i Porcupine Tree a cui gli Yes lasciarono il testimone di un rock melodico che sapeva di John Lennon, riempiendo gli stadi ai loro concerti di un pubblico che rispondeva con boati di consenso e furono ben accolti da pressoché tutta le etichette major. Basti pensare ai redivivi Jethro Tull. Ma come ogni saggio che si rispetti quello del promettente americano David Weigel, soltanto tre anni più anziano del piemontese Jacopo Tomatis, scava nelle personalità dei protagonisti di questa stagione del prog rock per spiegarne lo spessore e il significato musicale. Così si viene coinvolti nelle vicende ventennali dei King Crimson, gli iniziatori del progressive, e del loro teorico Robert Fripp che diede loro l’abbrivio, accorgendosi di aver inventato un genere nuovo e riunendoli di tanto in tanto come fondatori di una musica nuova.  Come in un romanzo, si intrecciano con tutto questo mondo musicale le vicende degli Emerson, Lake & Palmer, fino al suicidio tre anni fa del tastierista Keith Emerson, innovatore  della musica con il sintetizzatore, quanto il suo sodale Greg Lake, voce e portavoce di quel gruppo immortale. O quella dei Genesis, prima con la voce del grande  Peter Gabriel e poi con quella di Phil Collins. Entrambi furono cantanti che, una volta lasciato lo storico complesso, come solisti  si stagliano con assoluto rilievo in quel genere che, ormai, non si...

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Cristiana Voglino, tra i progetti per i bimbi malati e il libro scritto per non avere paura.

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Cristiana Voglino, tra i progetti per i bimbi malati e il libro scritto per non avere paura.

“Il dolore che non parla sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi’’. W. Shakespeare Il dolore ha bisogno d’esprimersi, come un bimbo che piange appena nato: guai a volerlo zittire. Una buona parte della creazione artistica nasce come reazione al dolore e tutti alla fine, volenti o nolenti, ci confrontiamo con il tema del dolore e della morte. Io l’ho (ri)fatto pochi mesi fa, dovendo affrontare la morte di mia madre che ci ha “lasciati”, rendendo tutto più vacuo e, almeno in apparenza, privo di senso. Con questo stato d’animo incontro e ascolto il racconto di Cristiana Voglino su Ante scena, Associazione composta da volontari, provenienti dal mondo dello spettacolo e da quello educativo. Ante Scena realizza progetti di sostegno per i bimbi ricoverati nei reparti di lungodegenza del Regina Margherita e del Martini. Cristiana, tra le fondatrici dell’Associazione, ha raccontato la sua esperienza nel libro “Aiutami a non avere paura”.  Il titolo riprende la frase pronunciata da un piccolo paziente alla sua fisioterapista: una richiesta d’aiuto, risuonata con forza in chi, come Cristiana, ha vissuto l’esperienza di una figlia malata in ospedale e della perdita del marito per cancro. Nel volume sono raccolte le testimonianze di genitori, medici, operatori sanitari e tutti quelli che si sono impegnati a fare ‘rete’ intorno ai piccoli degenti, oltre che le osservazioni, le frasi e i disegni degli stessi bambini. La paura, che unisce genitori, operatori, medici, bambini e le strategie per affrontarla, fa da filo conduttore al libro. La mia prima domanda risuona quindi naturale, persino ovvia: Come si fa a non aver paura? L’unica soluzione é ammettere d’averla. La prima cosa da fare, la principale, è mettersi in contatto con le paure più profonde che abbiamo e cominciare a chiamarle con il loro nome. Tutti abbiamo una paura, quella della morte in particolare. Questo avviene soprattutto in Occidente, dove abbiamo più difficoltà a considerare che la fine vita sia parte “naturale” di un processo.  La “naturalezza” della Morte era riconosciuta nella società contadina, ma oggi non è più cosi. Quando ho iniziato a scrivere il libro, ho chiesto a molte persone “cos’è che ti fa paura?” e quasi tutte hanno risposto “la morte”.  Solo una persona mi disse che soffriva di paura della malattia più che della morte. Con le esperienze che ho avuto in seguito, soprattutto con la malattia di mio marito, ho capito che anch’io avevo paura soprattutto della malattia. Ci vuole molto tempo per “accettare” la malattia, imparare a convivere con la stessa: prima dobbiamo fare i conti con la rabbia e la depressione. Non negare la malattia è il primo passo per affrontarla, superarla e in parte vincerla. Un atteggiamento utile non solo per chi ha il cancro, ma anche per chi deve affrontare una grande prova nella vita. La domanda che mi faccio, di fronte alla sofferenza, è : fino a che punto è giusto cercare di allungare la vita e a quali condizioni? È una domanda che non prevede una risposta univoca perché ogni caso è a sé stante. L’accudire, la protezione, la compartecipazione affettiva è sempre importante: se abbiamo davanti una persona molto sofferente e senza prospettive di guarigione, una persona preparata al passaggio, che ha potuto salutare le persone care, allora forse, a quel punto, sarebbe giusto lasciarla andare.  Ma resta difficile, praticamente impossibile, e comunque non corretto,...

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Un capitolo emarginato dalla storia. Un libro di Gianni Oliva lo riporta all’attenzione.

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Un capitolo emarginato dalla storia. Un libro di Gianni Oliva lo riporta all’attenzione.

“Le foibe e gli infoibati (…)  restano ancora una strage negata esclusa dalla coscienza collettiva della nazione….” Con quest’affermazione lo storico Gianni Oliva introduce nel suo libro (Foibe ed. Mondadori) un tema quanto mai controverso, strumentalizzato, ridiscusso, evocato, circoscritto. 10 febbraio: solennità civile nazionale, istituita nel 2004. Il Giorno del ricordo spesso passa quasi in sordina. Parlare di foibe significa parlare di repressione, stragi, eccidio, di un periodo storico complesso ed importante della Seconda Guerra Mondiale e del nostro dopoguerra: l’esodo forzato degli istriani, dalmati e friulani dalle loro terre, l’epurazione politica impiegata dai titoisti contro tutti coloro che si opponevano all’annessione dei territori italiani di confine, alla nuova Jugoslavia comunista. Un capitolo della nostra storia emarginato e in parte dimenticato. Ma che grida ancora oggi tutto il suo orrore e la sua collera. “I prigionieri – continua Gianni Oliva parlando delle foibe istriane dell’autunno 1943 – venivano portati, preferibilmente di notte, nelle vicinanze di una foiba (cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo). Ad essi venivano legati i polsi sul davanti, con filo di ferro stretto da pinze, e poi si ordinava loro di alzare le braccia e di sollevare sul capo la giacca in modo da coprirsi il volto. Le donne dovevano nascondersi il volto con la sottana. Avvicinati i prigionieri sull’orlo della foiba a gruppi, si procedeva all’esecuzione sparando un colpo di arma da fuoco alla nuca, alla faccia o al petto delle vittime. I corpi venivano poi fatti precipitare nel baratro”. Si potrebbe continuare, ma queste poche righe bastano per presentare l’ondata di violenza e di repressione che si è abbattuta sulla comunità italiana. La dimensione della strage istriana – un migliaio circa – è contenuta rispetto ai successivi eccidi. Eccidi efferati, volutamente eseguiti dopo la parvenza di processi-farsa, con l’intento di distruggere e colpire quel che rimaneva del potere fascista. Rivincita? Vendetta o rivalsa del contro-potere partigiano slavo? “Gli italiani – scrive Gianni Oliva – si sentono colpiti in quanto gruppo etnico, indipendentemente dalle collocazioni politiche o sociali di ognuno. Le famiglia che hanno avuto delle vittime, non sanno perché sono state colpite. Quelle che sono riuscite a passare indenni attraverso gli eccidi, non sanno perché si son salvate”. “L’infoibamento, simbolo delle atrocità commesse nel maggio 1945 – continua – non è lo strumento quantitativamente più rilevante della repressione. La maggior parte degli arrestati non viene fucilata sul posto e gettata nelle foibe, ma trasferita in campi di prigionia in Slovenia e Croazia, in alcuni casi in Serbia”. Viaggi difficili, feroci umiliazioni e maltrattamenti, violente repressioni che hanno precedenti storici importanti: lo scenario nazionale e internazionale del 1943-’45, l’occupazione dell’ex-Jugoslavia, il comunismo e nazionalismo di Tito e – ancor prima – la forzata italianizzazione imposta dal regime fascista nei confronti delle popolazioni slave. Avvenimenti questi, che con tutte le altre varie ripercussioni storiche spiegano, ma non giustificano, la tragedia di uno sterminio. Si parla di circa dieci-dodicimila vittime, un’ecatombe sovrumana, abominevole e devastante.   Così come lo è stata per gli oltre 350 mila esuli, costretti ad abbandonare, all’indomani del Trattato di Parigi del 1947, la propria casa, i ricordi, le certezze, le speranze. Accolti in Italia in 109 campi, spesso sono stati abbandonati dalle istituzioni e dalla società. La frattura col passato e con la storia non è stata facile. Le ferite sono...

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Giorgio Pianta, una vita per le corse. Un libro ne ripercorre le gesta.

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Giorgio Pianta, una vita per le corse. Un libro ne ripercorre le gesta.

In occasione della 37^ edizione di Automotoretrò, salone internazionale del motorismo storico ospitato nei padiglioni di LingottoFiere a Torino, Sergio Limone e Luca Gastaldi hanno presentato il loro ultimo libro. L’ingegnere che per oltre trent’anni ha lavorato nella direzione tecnica dell’Abarth e il giornalista torinese, dopo aver già pubblicato insieme “Le Abarth dopo Carlo Abarth” e “Lancia Rally, nome in codice 037”, hanno realizzato la biografia “Giorgio Pianta, una vita per le corse”. Come dice il titolo, è dedicata ad un personaggio importante per l’automobilismo sportivo italiano: un vero, inguaribile appassionato di corse, sempre mosso da un incontenibile entusiasmo. Un pilota, un collaudatore e un team manager dalla carriera unica, i cui denominatori comuni sono stati la passione per il lavoro e l’instancabile voglia di lottare per la vittoria. PILOTA, COLLAUDATORE E TEAM MANAGER DALLA CARRIERA UNICA L’idea di dedicare un libro a Giorgio Pianta è nata mettendo mano a due scatoloni che contenevano il suo archivio fotografico: una carrellata su trent’anni e più di automobilismo italiano, tante foto delle più svariate autovetture pilotate da Pianta sin dal 1955. Sulla base delle immagini riordinate è stata ricostruita, anno dopo anno, la storia di Pianta, con i suoi successi e le sue sconfitte. Una lunga esperienza come pilota (anche da “ufficiale” per la Lancia HF, per la Opel, addirittura per la Ferrari nel Rallye di Monte-Carlo 1965), poi il passaggio all’Abarth come collaudatore e come responsabile della delibera delle vetture da gara e del reparto rally, infine come responsabile di Alfa Corse, dal 1987 al 1996, esperienza culminata con le vittorie nel DTM 1993 e nel BTCC 1994. Per parlare di Pianta (che ci ha lasciati nel 2014) e definire meglio il suo ricordo, si è poi lasciato spazio ad alcune testimonianze di persone che lo hanno avuto come collega, direttore di squadra, capo meccanico, manager, amico, marito e padre. Il tutto in 240 pagine dense di emozioni, di immagini e di sano amore per le competizioni sportive. Il volume è disponibile presso le librerie specializzate, online e sul sito http://www.lucagastaldi.com  ...

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L’ultimo albero, il libro di Claudio Gallo trascende la storia per ricamare una verità.

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L’ultimo albero, il libro di Claudio Gallo trascende la storia per ricamare una verità.

L’ultimo albero Claudio Gallo, giornalista de La Stampa e scrittore,  con “L’ultimo albero”- ed. La Vita Felice, non ha scritto un romanzo, ma un antiromanzo, una storia che trascende la storia e “ricama” la verità, una storia senza storia o con molte storie, che richiamano alla memoria ciò che è stato e ciò che potrebbe essere e sarà: dell’uomo, della vita, del mondo, dell’amore, della fede. O ciò che non sarà: l’inconsistenza dell’essere.  Parlare di un albero – che per l’umanità è l’ultimo, in un momento in cui la realtà “virtuale era diventata la realtà iperreale” significa parlare di un destino senza senso, di una coscienza senza anima, di un cuore senza passione e sentimenti? Oppure significa, forse, parlare di una recondita passione, che riguarda l’amore per la vita e la natura, l’amore per la verità e il mistero? Dovremmo chiederlo all’autore! Di certo il lettore non rimane indifferente. Pagine e pagine di “suspence” che, attraverso le avventure di un personaggio sconosciuto, disoccupato e scrittore in erba – Giulio Brandon – conducono il lettore in un mondo virtuale, apocalittico e inumano, dove l’uomo “sfida” l’immortalità, la sfiora, la costruisce e la distrugge nella ricerca spasmodica di se stesso e della verità. Ma non è Giulio quello che “appassiona” e neanche Isabelle, l’amante silenziosa, la killer ribelle e “miscredente” che lo insegue e poi lo segue nelle sue avventure senza sosta. Non è neanche la storia in sé, che potrebbe anche non esserci. Perché il mondo non esiste più, la catastrofe nucleare ha raso al suolo la natura. La vera ragione, forse, che sprona alla lettura è la fatalità. Tutto avviene per caso. In un fatidico tempo futuro – 3020 – in un luogo inaspettato – la metropolitana – con dei personaggi anonimi. L’anziano  Rodolfo Santelmo muore per un malore, ma prima di morire rivela a Giulio un segreto: nel mondo esiste ancora un unico albero che potrebbe salvare l’umanità. E’ quanto mai necessario cercarlo e difenderlo, conservarlo e proteggerlo. Un solo albero. Possibile? Sarà vero? Il narratore esterno – che è il racconto stesso –  posiziona il primo tassello del mosaico ed è questo: bisogna crederci e fare di tutto per continuare a crederci, sebbene la sorte avversa suggerisca e dica il contrario. Il resto si snoderà attraverso viaggi avventurosi e pericolosi, personaggi “sinistri” e misteriosi, verità scomode e assurde. Spie, informatori, dittature, polizie, società esoteriche e gruppi anarchici, e ancora monaci cristiani e credenti musulmani. Tutti avranno una storia da raccontare, un’ originalità da proporre, una via da suggerire. Morti e rinascite si succederanno in un processo senza fine, dal Tamigi all’Himalaya, in un unicuum magico ed esoterico, una vera e propria metafora della vita e della morte. Ciò che rimane è l’inevitabile, ma anche lì una parvenza di ritorno alla vita è possibile ed è l’illuminazione spirituale, la verità interiore, la forza della conoscenza, la speranza di una rinascita. Un ritorno al passato attraverso un viaggio nel futuro quello di Claudio Gallo, che rasenta l’inverosimile… ma non troppo! Maria Giovanna...

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Per comprendere l’anima bisogna passare dal Blues.

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Per comprendere l’anima bisogna passare dal Blues.

Sempre nuove sollecitazioni ci fanno interessare  ai diritti umani delle persone di colore e il mestiere di mediatore culturale si fa quantomai necessario. Proprio ora diventano attuali le parole della “Signora del blues Billie Holyday”, come titola la ristampa  di Feltrinelli,  secondo cui non si può comprendere l’anima nera se non si capisce il  blues.   Questo genere è la base di molte altre declinazioni dal rithm’ and blues, al jazz, finanche al rap dei nostri giorni. Non me ne vogliano i puristi del be bop e del free jazz, ma bisogna dare  agli afromericani quello che è degli afromericani. E  ai  migranti di oggi la loro negritudine, resa in poesia da Senghor e Césaire, tra gli altri, su cui hanno dibattuto Pasolini, Moravia e Soldati, ma che poi è stata dimenticata.  Se il jazz non si balla, il flamenco che è il blues dei gitani e il tango che è il blues argentino, sono fatti appositamente, come spiega il docente di storia del blues Eliilja Wald in “Blues, una breve introduzione” pubblicato dalla torinese Edt, con la consulenza di Monica Luccisano che conosce bene il mondo musicale sotto la Mole. Sono pagine fittissime, di estrema chiarezza che raccontano il blues dai canti popolari accompagnati dalla chitarra  al suo sbarco nelle metropoli sulle note del pianoforte. Sullo sfondo gli anni del proibizionismo, quando i neri si trovano a casa dell’uno o dell’altro per gozzovigliare ai ritmi che li riportavano alle proprie radici. E nella migliore tradizione, secondo le parole di Césaire: “Non sono soltanto le bocche che cantano, ma anche le mani, i piedi, i glutei, la persona tutta intera che si scioglie nei suoni, nelle voci e nel ritmo”.   Approfondisce questo stile la studiosa del mondo ispanico, Monica Maria Fumagalli, in un altro breve, prezioso, recente e illuminante libretto “Negritudine e Tango”. Protagonisti sono i neri  di Buenos Aires, gli afroargentini, che si integrarono passando dalle candombe alle milonghe. Prima timidamente unendosi al ballo argentino, durante il Carnevale, loro che non erano abituati a danzare in coppia.  Gli strumenti della loro tradizione bantù erano le percussioni. Poi si diedero agli strumenti a fiato, alla chitarre, al violino. Ma gli autoctoni dovettero riconoscere che il banjo era di matrice africana e che i ritmi neri in Africa erano una chiave di lettura del mondo. Per merito degli argentini la negritudine si fece erotismo interiorizzato e insieme ai tangueri andarono alla ricerca di uno swing comune, abbandonando i ritmi ipnotici dei tamburi battenti. Al di là delle Ande il sax e la tromba fecero trionfare il jazz soul di Charlie Parker e di Miles Davis. Il loro successo commerciale fu immenso, ma non dimenticarono mai le loro radici blues a cui cercarono sempre di ricollegarsi. Per questo, non solo l’America, ma tutto il mondo li apprezzava e gli intellettuali riconoscevano il debito dei ritmi jazz dalla negritudine che era l’anello di congiunzione tra soul e blues. In Europa il blues era definito “poesia folk” e si ricercava di riprodurne la grande potenza  emotiva. Tra i suoi ritmi si trovarono a proprio agio i Led Zeppelin e persino i Black Sabbath che li rivisitarono in salsa heavy metal. Amedeo...

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“Quell’illudersi che adorna la vita..” Le poesie di Gabriella Mercuri sono “Graffiti Lunari”.

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“Quell’illudersi che adorna la vita..” Le poesie di Gabriella Mercuri sono “Graffiti Lunari”.

“S’incidono presenti, passati e futuri, i graffiti nell’anima. Che cosa sono? Sono le affascinanti volute della fantasia, del desiderio, del vento caldo della passione, del trascorrere e dell’involarsi delle chimere, di quell’illudersi che adorna la vita, sdoppiandola onirica; dal pathos generano la poesia. “Tu chiamale, se vuoi, emozioni” diceva la canzone di Lucio Battisti”.   E ancora:”Perché graffiti lunari? La Luna è la dea della notte. La notte è donna. Così la poetessa, alla notte, alla Luna, alla poesia, affida il suo “delirio”, quasi lo lascia evaporare in dissolvenza verso la “Casta Diva” nell’argenteo lucore del raggio…”. “…La poesia è infatti la grande via di fuga e traguardo – e anche fine ultimo a cui pervenire – dell’occulto romanzo dell’io all’interno di quest’opera di Gabriella Mercuri…”.  E’ scritto nella prefazione di Anna Balsamo, Vicepresidente Emerita de “La Camerata dei Poeti”, sul libro di poesie dal titolo “Graffiti Lunari”, frutto gradito della già citata Gabriella Mercuri. Graffiti Lunari é stato presentato a dicembre scorso al Centro Pannunzio di Torino. Il debutto ufficiale risale al 2006 con “L’Urlo del Passato”, il secondo libro “Ho scomodato un sogno” appare nel 2009, nel 2013 ecco la terza pubblicazione poetica: “Tre assi di cuori”. Nei concorsi la Mercuri ha collezionato numerosi premi. Eccone alcuni: il 3° al Concorso Letterario Marco Mazza, consegnatole alla Fiera del Libro di Torino, il 1° al Concorso Vittorio Bodini,  il 2° al Concorso del Salotto Letterario “Il numero UNO della poesia contemporanea”. Per i 150 anni d’Italia l’O.P.E. (Osservatorio Parlamentare Europeo e del Consiglio d’Europa) le ha conferito il diploma di merito e assegnato il 2° posto della Sezione Poesia. A Firenze – a Palazzo Vecchio – riceve il 1° Premio Opera Prima Giornata Mondiale della Poesia, è terza classificata al Premio Pannunzio e al Meeting di Poesia “Poetessa dell’Anno 2010”. Per citarne alcuni. Un tesoretto è costituito dal “Tre Assi di Cuori” presentato nella vetrina più bella: il Salone Internazionale del Libro 2018 Torino. “Graffiti Lunari” vanta 60 poesie corredate da bellissime fotografie-quadro, alcune con Gabriella interprete, e stralci di  poesie come:”Taci – le tue parole sono virgole in un discorso interrotto – Taci – le tue parole son punti tra il mio essere incerto – Taci – e bacia ciò che resta di me”. Oppure “ho imprigionato nei miei occhi sogni d’oro – danzeranno – sulla tua pelle – se varcherai i confini dell’anima…”. Gian Dell’Erba...

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“Mettersi un leone in casa”. Ludwig van Beethoven raccontato da due musicologi torinesi.

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“Mettersi un leone in casa”. Ludwig van Beethoven raccontato da due musicologi torinesi.

Ludwig van Beethoven Grande studioso della musica sperimentale del Novecento e, in particolare, del suo epigono John Cage, Michele Porzio insegna al Conservatorio di Torino. Ora ha ripreso il corso principale della chiarezza espressiva musicale, scrivendo la prefazione della raccolta di lettere e diari di Ludwig van Beethoven “Autobiografia di un genio“, appena pubblicata da Piano B.  Porzio si colloca nel pieno del dibattito musicologico, cominciato con gli studi estetici del professor Alessandro Bertinetto circa il riverbero del suono sull’animo umano. Per loro non c’è dubbio: come riteneva già Massimo Mila, la forma sonata sta al Cigno di Bonn come la terzina a Dante Alighieri. Giorgio Pestelli con “Il genio di Beethoven”, Donzelli editore, va ancora oltre e dimostra senza ombra di dubbio che la personalità del terzo maestro della scuola di Vienna (gli altri sono Mozart e Haydn) si ritrova nelle sue nove Sonate. Anzi queste costituiscono un vero e proprio “romanzo di formazione” in note.  Non che le sonate e i suoi scritti siano da meno, perché è da lì che si ricostruisce la genesi della sua opera, ma la narrazione di Pestelli scorre come il ruscello della Pastorale beethoveniana. Perché il Cigno di Bonn componeva a 360°, ispirandosi a  Handel, Mozart, Haydn e contemporaneamente studiava notazioni antiche, canto gregoriano, marcia funebre. Soprattutto scriveva pensieri e lettere ai familiari, all’arciduca d’Austria e anche a Goethe. Leggeva minuziosamente le gazzette dell’epoca con le recensioni musicali di Schumann, di Berlioz e di Hoffman. Sperava, invano, che i suoi familiari e i suoi amori comprendessero la sua grandezza.scriveva pensieri e lettere ai familiari, all’arciduca d’Austria e anche a Goethe. Leggeva minuziosamente le gazzette dell’epoca con le recensioni musicali di Schumann, di Berlioz e di Hoffman. Sperava, invano, che i suoi familiari e i suoi amori comprendessero la sua grandezza. Suonava il pianoforte con i musicisti e i compositori dell’epoca, con cui scambiava pareri. Alla fine, quando fu completamente sordo, decise di concludere quel capolavoro assoluto che è la Nona Sinfonia con l’Inno alla Gioia di Schiller, convinto che la solidarietà tra gli uomini stia nella felicità comune e non nel dolore. Aveva cominciato a comporre la Quarta, mentre a Vienna debuttava la Terza, più conosciuta come Sinfonia Eroica, dedicata a Napoleone. Intanto era già andata in scena la sua unica opera lirica “Il Fidelio” con il coro di carcerati che prefigura l’Inno alla gioia. Wagner definì questo periodo come momento di creatività eccezionale e si mise addirittura a ballare in quell’apoteosi della danza che per lui era la Settima Sinfonia.   Ma, a detta di Pestelli, è la Quinta la Sinfonia la più beethoveniana per il suo rigore drammatico. Per il musicologo torinese sentirla bene è come mettersi “Un leone in casa”. Colpisce che sia stata composta insieme alla Sesta, tutt’altro che mistica, e bensì un idillio bucolico che porta a compimento “Le quattro stagioni” di Vivaldi. Attorno al suo genio gli strumenti dell’orchestra si moltiplicano insieme con le melodie, facendolo assurgere al musicista di una Vienna imperiale. Molte sono le lettere inviate dalla natia Bonn all’aristocrazia asburgica ben predisposta verso un artista poco propenso ai voli pindarici. Per questo l’impeto e l’effervescenza della Prima e della Seconda Sinfonia riescono subito a conquistare un pubblico conservatore che accetterà a tetro persino gli accenni rivoluzionari che percorsero tutta la sua creazione. Amedeo...

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