Pagine svelate

Dedicato al “Giove della musica” il libro di Simona Baldelli. Lo presenta il Premio Italo Calvino

Pubblicato da alle 13:04 in Notizie, Pagine svelate, Prima pagina | 0 commenti

Dedicato al “Giove della musica” il libro di Simona Baldelli. Lo presenta il Premio Italo Calvino

Un romanzo che celebra la vita, le ombre, le opere e il silenzio di Gioachino Rossini: è L’ultimo spartito di Rossini di Simona Baldelli, pubblicato dalla casa editrice Piemme nell’anno del centocinquantesimo anniversario della morte del “Giove della musica”. L’autrice presenterà il libro sabato 17 novembre, alle ore 18, al Circolo dei lettori di Torino, insieme a Enzo Restagno, in un incontro organizzato dal Premio Italo Calvino. Il Premio Italo Calvino è stato fondato a Torino nel 1985, poco dopo la morte di Italo Calvino, per iniziativa di un gruppo di estimatori e di amici dello scrittore tra cui Norberto Bobbio, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Cesare Segre, Massimo Mila e molti altri. L’ultimo spartito di Rossini è l’omaggio a uno degli uomini più grandi della storia della musica, raccontato a partire dal lungo e doloroso silenzio lavorativo che caratterizzò gli ultimi trent’anni della sua vita. Di Rossini – che, dopo il Gugliemo Tell, abbandonò l’opera per scrivere solo musica sacra e strumentale – emerge un ritratto differente dall’iconografia classica, che lo vuole eternamente ilare e bon vivant, superficiale e gaudente. La personalità del compositore fu, infatti, molto più complessa e sofferente, e la sua vita lavorativa e affettiva venne sempre segnata da un’alternanza di esaltazione e depressione, di successi e rovinose cadute, di creatività e difficoltà di scrittura.  Spiega l’autrice: «Scrivere un romanzo ispirato alla biografia di Gioachino Rossini, nell’anno del centocinquantesimo dalla sua morte, significa complicarsi meravigliosamente la vita. Perché la prima domanda che ci si pone di fronte alla pagina bianca è: cosa si può scrivere di un personaggio di cui si è già detto tutto? Che appartiene all’immaginario collettivo, non solo dei melomani? È stato, probabilmente, l’artista più famoso e osannato di ogni tempo, e già nel corso della sua esistenza. Per lui venne coniato il termine Rossinimania, riferito al periodo in cui si esibì a Vienna. Ogni angolo risuonava della sua musica, le cartoline con la sua immagine andavano a ruba, gli uomini erano vestiti alla Rossini, le donne sospiravano al suo passaggio, i ristoranti avevano piatti a lui dedicati. Una simile smania pervase le altre città in cui visse e lavorò. Tutti volevano frequentare quel musicista gioviale, dalla scrittura facile – compose Il barbiere di Siviglia in meno di due settimane – la battuta pronta, amante della buona tavola. E così viene ricordato ancor oggi: un ilare opportunista, un bon vivant. Ma, di fatto, smise di scrivere opere a trentasette anni, dopo il meraviglioso Guglielmo Tell, se si eccettuano alcuni componimenti di musica sacra e strumentale. Cosa portò il musicista più famoso del mondo al silenzio? Da qui partii per il mio viaggio all’interno di una figura assai complessa. In punta di piedi, per non disturbare il gigante che, da centocinquant’anni, aveva trovato quiete. Scoprii aspetti sconosciuti e dolorosi, profondamente umani, che Rossini cercò di dissimulare per tutta la vita, e lo fece tanto bene da passare alla storia come un allegro buontempone. Il suo personaggio da opera buffa meglio costruito, potremmo dire, la maschera dietro cui si condannò vivere». Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Il suo primo romanzo, Evelina e le fate (Giunti, 2013), è stato finalista al Premio Italo Calvino e vincitore del Premio Letterario John Fante 2013. A questo sono seguiti Il tempo bambino e La...

Continua

Il Premio Bottari Lattes Grinzane parla la lingua di Yu Hua.

Pubblicato da alle 17:16 in Eventi, Fashion, galleria home page, Pagine svelate | 0 commenti

Il Premio Bottari Lattes Grinzane parla la lingua di Yu Hua.

È Yu Hua con Il settimo giorno edito da Feltrinelli, con la traduzione di Silvia Pozzi,  il vincitore del Premio Bottari Lattes Grinzane 2018 per la sezione Il Germoglio, dedicata ai migliori libri di narrativa italiana o straniera pubblicati nell’ultimo anno.   Gli altri finalisti al Premio erano: Andreï Makine (Francia) con L’arcipelago della nuova vita (La nave di Teseo; traduzione di Vincenzo Vega), Michele Mari (Italia) con Leggenda privata (Einaudi), Viet Thanh Nguyen (Vietnam) con I rifugiati (Neri Pozza; traduzione di Luca Briasco) e Madeleine Thien (Canada) con Non dite che non abbiamo niente (66thand2nd; traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini). La cerimonia di premiazione si è svolta presso il Castello di Grinzane Cavour (Cn) ed è stata condotta dalla scrittrice e giurata del Premio Sandra Petrignani. Protagonisti della giornata sono stati gli studenti rappresentanti delle 25 Giurie Scolastiche i cui 400 voti hanno determinato il vincitore. Lo scrittore portoghese António Lobo Antunes è stato premiato per la sezione La Quercia (dedicata a Mario Lattes), riservata a un autore internazionale che abbia saputo raccogliere nel corso del tempo condivisi apprezzamenti di critica e di pubblico. La maggior parte dei suoi libri sono pubblicati in Italia da Feltrinelli. Il settimo giorno è un viaggio nell’Aldilà di un uomo vissuto nella Cina del capitalismo socialista e delle sue contraddizioni, un’avventura di sette giorni, in cui conoscenti e sconosciuti incontrati raccontano la propria storia nell’inferno dell’Aldiqua, tra demolizioni forzate, corruzione, tangenti, feti abbandonati, poveri che vivono in bunker sotterranei, traffico di organi, consumismo sfrenato. Il 18 ottobre è uscito in Italia il nuovo saggio di Yu Hua Mao Zedong è arrabbiato (Feltrinelli). I romanzi finalisti del Premio, organizzato dalla Fondazione Bottari Lattes, erano stati designati e annunciati ad aprile a Cuneo, alla sede della Fondazione CRC (che collabora e sostiene il Premio), dalla Giuria Tecnica formata da: Gian Luigi Beccaria (presidente), Valter Boggione, Vittorio Coletti, Rosario Esposito La Rossa, Giulio Ferroni, Laura Pariani, Sandra Petrignani, Enzo Restagno, Alberto Sinigaglia, Marco Vallora. Questa la motivazione della Giuria Tecnica al romanzo di Yu Hua Il settimo giorno: “In poco meno di duecento pagine Yu Hua ci consegna quello che è probabilmente il suo capolavoro. I primi sette giorni dopo la morte offrono allo scrittore il pretesto per leggere con metafisica profondità una critica severa, realistica e talvolta perfino feroce alle ingiustizie e all’egoismo della moderna società cinese; dall’altro con sentimento di pietas profonda e antica che risale con le immagini, e coi toni di una dolcissima trasfigurata poesia, alle tradizioni poetiche e figurative più delicate di questa antichissima civiltà.” Tra aprile e settembre 2018, i libri finalisti sono stati letti e discussi dai 400 studenti delle 25 Giurie Scolastiche. Ventiquattro giurie sono state scelte in modo da coprire tutto il territorio della Penisola: quattro in Piemonte e una per ciascuna delle altre regioni d’Italia. A queste si aggiunge la giuria ad Atene, presso la Scuola Italiana Statale. Le Giurie Scolastiche italiane sono: Liceo Classico, Artistico e Musicale di Aosta; Liceo delle Scienze Umane e Artistico “Giovanni Pascoli” di Bolzano; Liceo Artistico Statale di Treviso; Liceo Scientifico “Michelangelo Grigoletti” di Pordenone; Liceo Classico e Linguistico Statale “Carlo Alberto” di Novara; Istituto di Istruzione Superiore “Primo Levi” di Torino; Liceo Classico Statale “G. F. Porporato” di Pinerolo; Liceo Linguistico e delle Scienze Umane “Leonardo Da Vinci” di Alba; Liceo Classico Statale “Cesare Beccaria” di Milano; Liceo Statale “G. D. Cassini” di Sanremo (Imperia); Istituto di Istruzione Superiore “Primo Levi” di Vignola (Modena); Istituto Tecnico Statale Commerciale e per Geometri “F. Niccolini” di Volterra (Pisa); Liceo Classico “Turriziani” di Frosinone; Liceo Classico “Stelluti” di Fabriano (Ancona); Liceo Scientifico annesso al Convitto Nazionale “Principe di Napoli” di Assisi (Perugia); il gruppo di lettura “La Scugnizzeria” formato da studenti di Scampia (Napoli); Liceo Scientifico annesso al Convitto Nazionale “Melchiorre Delfico” di Teramo; Liceo Statale “Galanti” di Campobasso; Liceo delle Scienze Umane “Carolina Poerio” di Foggia; Istituto di Istruzione...

Continua

Un mese fa, ci lasciava, il grande irregolare Guido Ceronetti.

Pubblicato da alle 12:15 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Pagine svelate | 0 commenti

Un mese fa, ci lasciava, il grande irregolare Guido Ceronetti.

Neppure Guido l’avrebbe voluto: un funerale con tutti i crismi, autorità comprese. E così e’stato: un funerale stile “New Orleans”, a detta di alcuni, gli amici piu’ cari che l’hanno conosciuto autenticamente, in profondità, e salutato nella sua dipartita, accompagnandosi “a braccetto”, per la strada, come sarebbe piaciuto a lui, estraneo alla cultura marxista della sua generazione ma rivoluzionario e sovversivo, da sempre. Un corteo di “irregolari” al susseguirsi di un canto, ora di una declamazione dei poetici versi, tanto amati.  E’ morto, ma non si e’ spento, circa un mese fa: Guido Ceronetti, il 13 settembre 2018, nella sua casa di Cetona in Valdichiana, un piccolo borgo toscano, alla venerabile età di 91 anni. Nato ad Andezeno in provincia di Torino, classe 1927. Forse non sarebbe potuto nascere altrove, se non, negli anfratti di quella società militare e positivista “piemontese”, come ricorda in un’intervista Ernesto Ferrero, per molti anni direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino, che l’aveva conosciuto la prima volta, all’inizio degli anni 60 aggirarsi nei corridoi dell’Einaudi. Fu proprio Giulio Einaudi, editore della nota casa editrice, uno dei primi, a riconoscere la sua ottima padronanza del francese, tedesco, latino, greco ed ebraico, e ad accoglierlo come poeta, Eternamente avvolto, nei suoi soliti, sdruciti impermeabili, basco sulla ventitré, borsa a tracolla da cui estraeva come da un cappello magico le sue inseparabili tisane, Fisiognomica artaudiana: naso corvino, capelli spiritati “r” slittante, voce stridula. L’eclettico Guido Ceronetti : poeta, filosofo, epistolografo, aforista romanziere, disegnatore, saggista, traduttore un poco “irriverente, sia dal latino (Marziale, Catullo, Giovenale, Orazio)  sia dall’antico ebraico (Salmi, Qohelet, Cantico dei cantici Libro di Giove e di Isaia). Inoltre: marionettista, attore di strada e di teatro, giornalista un poco per necessità del vivere. Pressoché ventenne aveva cominciato le sue un poco impertinenti collaborazioni con vari giornali: la Stampa nel 1972, e poi Repubblica, il Corriere della Sera. Fondatore nel 1970 ad Albano Laziale insieme alla moglie Erica Tedeschi, da cui si separò successivamente, pur non divorziando mai, e con la quale diede vita a: “Il teatro dei Sensibili”, esordendo prima nel tinello di casa e poi su di un vero palcoscenico. Un teatro fatto di marionette ed ombre cinesi. Eccentrico a tal punto da rifiutare la richiesta di Federico Fellini, dopo aver visto lo spettacolo, di cinematografare: le sue marionette “viventi”. Inequivocabile la risposta del maestro ed il   motivo del diniego:  “Federico! La telecamera ruba l’Anima” E lui di anima traboccante, ne possedeva davvero tanta: autentica, originale. Estranea ad ogni allineamento ideologico ed indifferente ai giudizi del comune senso politico-civile. “Non e’ mai stato necessario conoscere prima l’autore, ma l’uomo, per godere e lasciarsi stupire dai pensieri ceronettiani, da certi suoi aforismi arguti, ficcanti, come piccole pietre lapidarie, che lasciano il segno. Un segno buono: quando riesci a “scandalizzare” destabilizzando ogni ideologia, hai già fatto molto, spargendo i semi di un sempre piu’inattuale pensiero critico. Al “maestro” probabilmente sarebbe piaciuta questa considerazione. Ci mancherà. Meglio ricordarlo cosi: solitario, sapienziale barbagianni, rapaci da lui molto amati, a cui dedicò numerosi aforismi ed in cui probabilmente si riconosceva. Appollaiato su di un ramo. Esploratore arguto dell’umano, nell’osservare e non solo, il molteplice apparente, di un’artefatta cultura attuale, sempre piu’ “piccola” che a differenza di lui, non resterà così, impressa. Eva Gili...

Continua

Don Peradotto, prete, giornalista e maestro. Un libro di Accornero lo ricorda.

Pubblicato da alle 15:21 in DOXA segnalazioni, Pagine svelate, Prima pagina | 0 commenti

Don Peradotto, prete, giornalista e maestro. Un libro di Accornero lo ricorda.

E’ stato presentato al Polo del ‘900 in un incontro molto partecipato il volume di Pier Giuseppe Accornero “Franco Peradotto, prete giornalista e il suo tempo“(Effatà Editrice, 2018). La biografia di don Pier Giuseppe Accornero è un documento ricco di documentazione che ripercorre l’esistenza di uno dei preti di Torino più importanti del secondo Novecento, maestro di vita, di fede, di pastorale e di giornalismo.   Per trent’anni direttore del settimanale «La Voce del Popolo», è stato l’uomo della comunicazione tra la Chiesa e la città, sempre in dialogo e in ascolto della storia partendo dalla lezione del Concilio, di cui è stato efficace divulgatore, chiamato a parlarne in moltissime parti d’Italia. Il libro lo colloca nel contesto storico ed ecclesiale, politico e sociale, basandosi sugli echi di stampa e sulla diretta testimonianza dell’autore di molti fatti narrati. Dopo i saluti di Sergio Soave, presidente del Polo del ‘900, Gianfranco Morgando, direttore della Fondazione Donat-Cattin e Alberto Riccadonna, direttore de “La Voce e Il Tempo” l’incontro si è svolto sul filo della memoria e del ricordo vivo, alla presenza dei famigliari e degli amici. Erano presenti anche i vescovi mons.Guido Fiandino e mons. Piergiogiro Micchiardi. La figura di don Peradotto è stata ricordata, insieme all’autore, dagli ex sindaci di Torino Diego Novelli e Valentino Castellani, da Ottavio Losana, medico e segretario del Consiglio Pastorale Diocesano ai tempi del cardinal Pellegrino e grande amico di don Franco, da Marco Bonatti, collaboratore e successore di don Franco come direttore de “La Voce del Popolo”. Quando diventa direttore de “La voce del popolo”, alla fine del 1968, ha ricordato Bonatti – si capisce la portata del cambiamento – e il lavoro di don Accornero ben documenta questo passaggio – della “primavera conciliare” nell’informazione della Chiesa torinese. Ma più che il giornale è il “sistema delle relazioni” e della comunicazione della Chiesa con il territorio – istituzioni, partiti, forze sociali, comunità cristiane – che è tutto da inventare. Il lavoro meno meno “pubblico” di don Peradotto, dagli anni del card. Pellegrino, Ballestrero e fino agli episcopati di Saldarini e Poletto, consiste anche nella tessitura di queste “reti”, e nello sperimentare su tutti i piani l’impatto dell’opinione pubblica nella vita tanto della Chiesa quanto della città. Luca...

Continua

Paziente, pieno di riguardi, svelava le verità più ciniche e fredde nascoste dentro i cliché.

Pubblicato da alle 18:14 in DOXA segnalazioni, Eventi, galleria home page, Pagine svelate, Spettacoli | 0 commenti

Paziente, pieno di riguardi, svelava le verità più ciniche e fredde nascoste dentro i cliché.

Circolo dei Lettori di Torino Al sostantivo experience, legato al proprio nome, chissà quali elucubrazioni impervie e dissennate avrebbe dato fiato David Foster Wallace. Lo scrittore morto suicida dieci anni fa, che oggi, forse a sua insaputa, raccoglie un foltissimo numero di devoti ai suoi incredibili e bellissimi libri. Il Circolo dei Lettori, oltremodo impavido, ha organizzato il Wallace Experience, una serata in sua memoria. Per rimanere fedeli al titolo: “A special Indie Night” per ricordare, rileggere e, qui senza più barriere, amare David Foster Wallace addirittura per sempre. Giuro hanno davvero così scritto. Traduzione: il sopraffino, grandioso David Foster, colmo di gusto della parola, è già stato tradito da questo tipo di presentazione, più del marito di Emma Bovary. Il 12 settembre dalle 18 in comincerà il bello di pensare ad un tributo, per avventurarsi nelle sue fissazioni, come il tennis, la matematica e la politica; per conoscerlo e riscoprirlo – triste, comico, commovente. Per l’occasione, si alterneranno gli interventi del giornalista RAI Antonio Sgobba, collaboratore di Wired e La Lettura, Contro il fatalismo; di Maurizio Codogno, su Una cultura è meglio che due. DFW e la matematica: una relazione particolare; Martino Gozzi, della Scuola Holden Storytelling. Hamilton Santià, con Di cosa ridiamo quando non c’è più niente da ridere indaga il rapporto tra lo scrittore e la politica, a partire da quando Rolling Stone affidò proprio a Wallace un reportage sulla campagna elettorale di John McCain, all’epoca candidato alle primarie repubblicane. Dalle ore 21.30 al via la Special Indie Night, racconto curato da Davide Ferraris, Sara Lanfranco e Francesca Marson, mix di linguaggi, video, musica e oralità, che vede tra i protagonisti Marco Cassini, editore di SUR e già fondatore di minimum fax, casa editrice che ha portato in Italia le opere di Wallace,  Marta Ciccolari Micaldi La McMusa,blogger esperta di americanistica Giulia Muscatelli, curatrice di Brave con la lingua (Editori Riuniti) che racconta Questa è l’acqua attraverso delle speciali Instagram Stories. La storiella, strepitosa per semplicità e profondità, legata all’acqua che Wallace narrò al Kenyon college, il 21 maggio 2005, è questa;   Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?” Forse è sufficiente questo piccolo apologo per adorarlo o come scrivono quelli del Circolo: Perché ci ha spezzato il cuore con affermazioni come questa: «A me sembra che questa sia una generazione più triste, e più affamata. E la cosa che mi fa paura è che, quando arriveremo noi al potere, quando saremo noi quelli di quarantacinque, cinquant’anni, non ci sarà nessuno. (…) E non ci sarà nessun limite ai nostri, come dire, appetiti. E anche alla nostra smania di sperperare le cose». Perché, dopo aver letto Infinite Jest, abbiamo sentito il bisogno di telefonare a qualcuno, troppa era la solitudine che scaturiva da quelle pagine. Perché poteva scrivere di qualsiasi cosa – tennis, dipendenze, medicina, vita di tutti i giorni – e insegnava comunque come l’ironia, che utilizziamo spesso a sproposito, maschera i nostri veri sentimenti. Perché, anche se la parola “genio” è abusata, a lui si addice...

Continua

Ritorno sulla Karakorum Highway. Al MAO si racconta della via asfaltata più alta del mondo.

Pubblicato da alle 18:38 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Pagine svelate, Racconti brevi | 0 commenti

Ritorno sulla Karakorum Highway. Al MAO si racconta della via asfaltata più alta del mondo.

La Karakorum Highway ( KKH per gli amici) è la più alta via asfaltata del mondo che attraversi un confine internazionale.  Segue uno dei molti tracciati dell’antica Via della Seta, è lunga 1200 km. e collega Kashgar, nella regione cinese dello Xinjiang con Havelian, nel distretto di Abbottabad in Pakistan.  Inaugurata nel 1978, dopo 20 anni di lavori, attraversa quasi di netto la catena montuosa del Karakorum, superando a quota 4693 m. il  Passo Khunjerab aperto dal 1° maggio al 15 ottobre.   A raccontare cos’è la Karakorum Highway è Anna Alberghina, medico, fotoreporter e instancabile viaggiatrice,  in un incontro d’inizio giugno nella meravigliosa sede del MAO, il Museo d’Arte Orientale di Torino, in occasione della mostra Orienti con la collaborazione de Il Tucano Viaggi. Per GazzettaTorino ha condensato in un articolo un viaggio straordinario. Durante la sua costruzione, ce lo ricordano le lapidi di cui è disseminata, persero la vita centinaia di operai pakistani e cinesi. Pomposamente chiamata “highway”, è ancora poco più che una statale a doppio senso di marcia.  Percorrerla è un’avventura ed è proprio quello che ci si aspetta da una stretta camionabile che si snoda tortuosa ad altezze record.   Più che una via di collegamento, in realtà, è una vera e propria meta di viaggio.  Consente di immergersi in un paesaggio unico al mondo fatto di ghiacciai scintillanti, laghi turchesi e strapiombi rocciosi.  Non per niente viene considerata l’ottava meraviglia del mondo.  Il primo progetto fu del 1959 quando la Cina di Mao e il neonato Pakistan cercavano una via per migliorare gli scambi commerciali tra Lahore e Pechino. L’unica possibilità fu rendere carrozzabile questa pista facendole rivivere i fasti delle antiche rotte carovaniere.  Questa arteria, di grande importanza strategica e militare, mette così in comunicazione due universi opposti: la Cina comunista e il Pakistan fondamentalista. La sua costruzione ha consentito un facile accesso a Gilgit e Skardu, nel Baltistan, i due principali centri per le spedizioni verso le vette del Karakorum.  Cinque degli “8000”, infatti, si trovano in Pakistan.  I più famosi sono il K2 , la seconda cima al mondo con i suoi 8611 m. e il Nanga Parbat ( 8125 m.). Dopo i fatti dell’11 settembre il turismo nell’area è drasticamente calato ma già da un paio d’anni si avvertono segni di ripresa.  E’ di nuovo possibile ammirare in tutta serenità i colossi di granito incappucciati di neve. Durante il percorso non mi abbandona mai la visione romantica delle carovane in cammino lungo la Via della Seta, quell’insieme di rotte commerciali che congiungeva l’Asia Orientale e, in particolare, la Cina al bacino del Mediterraneo, attraversando alcune fra le regioni più inospitali dell’Asia.  Basta il nome per evocare emozioni straordinarie e far viaggiare l’immaginazione. A tratti ne intravedo le tracce scavate nella roccia ed immagino l’incedere dondolante dei cammelli battriani carichi di merci.  Iniziata nel secondo secolo a.C. ai tempi della dinastia Han, sopravvisse fino al 15° secolo, 150 anni dopo Marco Polo, quando si aprirono le vie marittime.  La Via della Seta condensa, in un’unica espressione, secoli di storia e di avvenimenti che hanno segnato il destino di popoli e culture.    Oggi, in mezzo al Karakorum, non si incontrano più i cammelli ma i coloratissimi camion pakistani.  Carichi di sonagli e di vistose decorazioni, sono vere e proprie opere...

Continua

Il volto di Torino Magazine in copertina per celebrare trent’anni di attività.

Pubblicato da alle 12:03 in Economia, Fashion, galleria home page, Pagine svelate | 0 commenti

Il volto di Torino Magazine in copertina per celebrare trent’anni di attività.

E’ dal 1998 che una testata racconta la città di Torino utilizzando un volto, una faccia, un viso di un persona nota dedicandogli lo spazio dell’intera copertina. Colto in primo piano, il personaggio, talvolta è capace di interpretare il momento, il carattere, l’indole, la natura di quella categoria sfuggente e inafferrabile che rappresenta la comunità dei cittadini di una piccola metropoli. Le foto rispettano il tratto individuale del prescelto e non trasformano mai le persone in personaggi, interpretando perciò al meglio la sottile diffidenza tipica del torinese che ama la ribalta per il tempo di un minuto per poi dedicarsi subito a cose concrete. Dietro a questa scelta c’è probabilmente molta della filosofia che guida una rivista al traguardo dell’età adulta: trenta primavere. Arrivandoci in piena salute, solida, apprezzata e vivace di curiosità leggera e  ben informata.    Per i suoi trent’anni cambia solo apparentemente modello e, in copertina mette se stessa. Fondo argentato, testo in rosso, anni di percorrenza in bianco in posizione centrale e 252 pagine di interviste esclusive e reportage con l’obiettivo di informare i torinesi, mostrando loro il meglio che Torino aveva e avrà da offrire. Uno storytelling corale che dal 1988 prosegue ancora oggi continuando ad animare e colorare il territorio. Dice il Direttore Guido Barosio “Se ci voltiamo indietro ad osservare il lavoro fatto non possiamo che farci prendere dall’emozione. Nelle nostre trentamila pagine abbiamo accompagnato la città nel suo cammino, abbiamo visto Torino trasformarsi e raccogliere tante sfide: le Olimpiadi, il Salone del Libro e quello del Gusto, i centocinquantanni dell’unità d’Italia, il rinnovamento urbanistico che oggi esibisce il grattacielo Intesa Sanpaolo, la nuova Porta Susa, la metropolitana e le OGR. E noi ci siamo stati sempre, abbiamo raccontato e abbiamo anticipatolo lo spirito dei tempi. Come quando Torino Magazine ha avvicinato la città a Expo 2015. Raccontare il patrimonio storico e culturale della città, documentare con attenzione il presente attraverso gli occhi dei protagonisti che nel corso del tempo si sono avvicendati tra le pagine e con questo spirito che oggi Torino Magazine si rivolge al futuro confermando il proprio legame con Torino.  Tiene a precisare Andrea Cenni, direttore editoriale della testata, «Questa è l’occasione per dire un grazie sincero a tutti i torinesi che in questi anni si sono ‘dati da fare’ in mille modi per questa città. sappiamo perfettamente che senza di loro Torino Magazine non sarebbe potuto esistere». Tornado ai volti che campeggiano le copertine di centinaia di numeri tornano in mente le parole di una canzone di Renato Zero che sembrano ben attagliarsi: Dietro questa maschera, c’è un uomo e tu lo sai! L’uomo di una strada che è la stessa che tu fai. E mi trucco perché la vita mia, non mi riconosca e vada via… Ogni giorno racconto la favola mia La racconto ogni giorno, chiunque tu sia… E mi vesto di sogno per darti se vuoi, L’illusione di un bimbo che gioca agli...

Continua

L’archeologia delle Meraviglie: Andrea Carandini presenta La Forza del Contesto all’Egizio.

Pubblicato da alle 10:23 in Notizie, Pagine svelate, Prima pagina, talenTO | 0 commenti

L’archeologia delle Meraviglie: Andrea Carandini presenta La Forza del Contesto all’Egizio.

Al centro della piramide di meraviglie del Museo Egizio Andrea Carandini dice che “il lavoro di un archeologo somiglia a quello di un investigatore“, professore emerito di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso l’Università di Roma La Sapienza e autore di molteplici opere saggistiche alla cui schiera si è recentemente aggiunto La Forza del Contesto, ultima (anzi, penultima) fatica letteraria di colui che da molti è considerato la più importante eminenza nazionale nel campo dell’archeologia. Se non altro, la più prolifica. L’allievo prodigio di Ranuccio Bianchi Bandinelli vanta una bibliografia da fare invidia a qualunque studioso: oltre 30 monografie e innumerevoli collaborazioni unite a ricerche empiriche che ne hanno consolidato negli anni l’autorevolezza e il prestigio. A meno di un mese dalla pubblicazione di Io, Agrippina, l’instancabile Carandini ha tenuto il 25 maggio presso il museo egizio di Torino una conferenza sul complesso e profondamente meditativo saggio La Forza del Contesto, edito da Laterza, il cui fine è quello di scandagliare l’affascinante mondo dell’ archeologia partendo dall’analisi del singolo oggetto e ponendolo successivamente in relazione con gli altri ritrovamenti  e con lo stesso ambiente che lo circonda. Senza ovviamente dimenticare il ruolo primario dei musei nella conservazione dei reperti, argomento clou del momento tra gli studiosi. A dialogare con l’autore, il direttore del Museo Egizio, Christian Greco, Andrea Augenti (Università di Bologna), Carlo Tosco (Politecnico di Torino), Giuliano Volpe (Consiglio Superiore “Beni culturali e paesaggistici” del MiBACT). Ad aprire il dibattito è il direttore del Museo Christian Greco, ne elogia la prosa agevole e snella del libro, citandone i passi salienti, per finire con un lungo e un po’ verboso monologo sull’importanza di considerare il patrimonio culturale un bene collettivo e dunque meritevole di una maggiore responsabilizzazione sia da parte del singolo individuo che degli enti privati e pubblici. Carandini annuisce con scarso entusiasmo, probabilmente stanco dei soliti discorsi di circostanza tipici degli accademici, che rimpiangono martello e scalpello sotto il sole del Cairo. Un archeologo, si sa, è un uomo pragmatico, e ai discorsi idealistici preferisce l’azione. Tra una battuta di spirito e l’altra, Carandini sottolinea l’importanza di creare gruppi di lavoro sul campo perfettamente organizzati e coadiuvati (“Se ognuno fa a modo suo poi la somma è un caos!”) e aggiunge che solo un contesto umano ben organizzato può affrontare la ricerca di un contesto urbano storicamente preciso e stratificato. Gli interventi di Scarpa, Augenti e Tosco non regalano il necessario quid di vivacità, indispensabile a tener coinvolto l’uditorio. La nota positiva è la presenza di Carandini, che con il suo fare gioviale e arguto sa tenere attenta la platea. Un peccato per un libro così acuto e ricco di spunti di riflessione. Forse una intervista diretta (come già fatto a Catania) sarebbe stata preferibile e avrebbe conferito più valore non solo al libro ma anche all’autore. Ilaria...

Continua

Riccardo Gualino imprenditore ed umanista. Il Centro Studi Piemontesi edita una nuova biografia.

Pubblicato da alle 16:18 in Economia, Pagine svelate, Prima pagina | 0 commenti

Riccardo Gualino imprenditore ed umanista. Il Centro Studi Piemontesi edita una nuova biografia.

All’inizio dell’anno alla Galleria Sabauda, museo reale che deve molto alla donazione dell’imprenditore mecenate biellese Riccardo Gualino, amante dell’arte e finanziatore del cinema di Federico Fellini e Mario Sodati, tramite la sua Lux cinematografica che metteva in scena anche gli spettacoli di Erminio Macario nel Teatro di Torino in via Verdi, prima lo Scribe, nato sotto l’egida del biellese è stata presentata un’aggiornata biografia su Riccardo Gualino edito dal Centro Studi Piemontesi. La biografia gualiniana dell’economista Claudio Bermond riempe un vuoto nella letteratura documentaria sotto la Mole e va ad affiancarsi  alla recente biografia dell’imprenditore umanista di Valerio Occhetto, già responsabile della settore Storia della Rai su Adriano Olivetti. Mancano ancora all’appello una biografia attendibile, come le suddette, sul risorgimentale Costantino Nigra e sull’intellettuale irregolare, Giacomo Noventa,  amico di Gramsci e Gobetti. Peccato perché si tratta di uomini che vissero nelle più vivaci dal punto di vista artistico e politico di Torino. Nigra, come si sa, fu uomo politico risorgimentale come lo fu Quintino Sella, zio della famiglia di banchieri biellesi in ottimi rapporti sia con Gualino che con Olivetti. Entrambi furono travolti da grandi crack finanziari del Novecento, forse perché erano imprenditori lungimiranti che non guardavano al profitto come fine, ma come mezzo.  Alla bancarotta  si sono opposti con le forze che ancora gli restavano dopo una vita inimitabile. Gualino perché liberale, pure in economia, si era opposto all’economia autarchica del Ventennio e per questo mandato al confino a Lipari. L’Olivetti fu affossata – con molte probabilità – dalle speculazioni di Carlo De Benedetti e Roberto Colaninno. Allora non c’era il recente fondo interbancario in favore della finanza: il cosiddetto decreto salvabanche. E Claudio Bermond alla Galleria sabauda lo ha fatto ben capire, illustrando in un incontro l’avventura finanziaria del biellese manager della Banca Agricola Italiana, confluita nell’Istituto bancario San Paolo. Nel suo libro spiega come il Duce lo tenesse d’occhio, attraverso l’Iri e la Banca d’Italia. Un po’ come è stato fatto ora con Banca popolare di Vicenza e Veneto Banca. L’obiettivo dei governi è sempre stato quello di monitorare il sistema creditizio. La stringente attualità di Gualino, ma anche di Olivetti, la cui gloriosa azienda è appena stata sotto processo per le morti di amianto, sta proprio qui. Curiosa coincidenza è, poi, che la redazione torinese del Corriere della sera aperta da un mese si trovi proprio in Galleria San Federico dove Riccardo Gualino incontrava Mario Sodati e Felice Casorati che lo riconoscevano come il mecenate per eccellenza. Accanto a a piazza San Carlo c’è ancora il cinema Lux che almeno nel nome ricorda la casa cinematografica gualiniana, fiore all’occhiello della Settima arte tra le due guerre. Amedeo Pettenati...

Continua

Al vincitore del Premio Strega Europeo un premio piccino picciò. Cinque i candidati.

Pubblicato da alle 13:12 in Pagine svelate, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Al vincitore del Premio Strega Europeo un premio piccino picciò. Cinque i candidati.

Le librerie più attente della città e forse preoccupate delle sorti del Salone Internazionale del Libro di Torino stanno rivoluzionando le vetrine. Cinque libri si stanno conquistando il posto di maggiore visibilità: sono gli autori internazionali finalisti alla quinta edizione del Premio Strega Europeo 2018. I loro nomi sono stati annunciati lunedì 9 aprile alla Common Room nella nuova sede del Collegio Carlo Alberto di Torino. I cinque autori interverranno al Salone Internazionale del Libro di Torino, dove presenteranno i loro rispettivi libri, ciascuno in un incontro individuale, tra sabato 12 e domenica 13 maggio, e dove verrà decretato il vincitore. La cerimonia di premiazione avrà luogo domenica 13 maggio alle ore 18.30. Ad annunciare i loro nomi sono stati Nicola Lagioia, direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino e Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci. L’incontro, inaugurato dal saluto istituzionale di Massimo Gaudina, Capo della Rappresentanza regionale della Commissione europea, ha visto alternarsi gli interventi degli scrittori Giuseppe Culicchia, Fabio Geda, Martino Gozzi, Giusi Marchetta ed Elena Varvello, ciascuno dei quali ha presentato uno dei cinque libri finalisti, che sono: Fernando Aramburu, Patria (Guanda), tradotto da Bruno Arpaia, Premio Nacional de Narrativa 2017, Spagna Olivier Guez, La scomparsa di Josef Mengele (Neri Pozza), tradotto da Margherita Botto, Prix Renaudot 2017, Francia Lisa McInerney, Peccati gloriosi (Bompiani), tradotto da Marco Drago, Baileys Women’s Prize 2016, Irlanda Auður Ava Ólafsdóttir, Hotel Silence (Einaudi), tradotto da Stefano Rosatti, Icelandic Literature Prize 2016, Islanda Lize Spit, Si scioglie (E/O), tradotto da David Santoro, Nederlandse Boekhandelsprijs 2017, Belgio   Il Premio Strega Europeo, nato nel 2014 in occasione del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea per diffondere la conoscenza di alcune tra le voci più originali e profonde della narrativa contemporanea, è promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea, dall’azienda Strega Alberti Benevento, dalla Casa delle Letterature, e dal Festival Internazionale Letterature di Roma. Concorrono a ottenere il riconoscimento, del valore di 3.000 euro, cinque romanzi recentemente tradotti in Italia, provenienti da aree linguistiche e culturali diverse, che hanno vinto nei Paesi europei in cui sono stati pubblicati un importante premio nazionale. Dallo scorso anno è previsto inoltre un riconoscimento di 1.500 Euro al traduttore del libro premiato, offerto dalla Fuis (Federazione Unitaria Italiana Scrittori). Il riconoscimento sarà assegnato da una giuria composta da oltre venti scrittori vincitori e finalisti del Premio Strega. Pierpaolo Sorel...

Continua