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“Dedicato a Ferdinando Scianna, alla sua fotografia”

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“Dedicato a Ferdinando Scianna, alla sua fotografia”

  Perché mi sono innamorata di una immagine, di più immagini, di un fotografo? Perché di Ferdinando Scianna? Un suo amico, Ivo Saglietti, altro grande fotografo mi dice: perché siamo tutti innamorati di Ferdinando Scianna. Risposta semplice evidente spontanea. Il mio innamoramento nasce 35 anni fa, quando curiosa della fotografia, con pretese da fotografa, velocemente abbandonate, scopro un poster, in un negozio di affiche di Torino, con Marpessa appoggiata ad una barca di pescatori con le gocce di pioggia che sembrano accompagnare il silenzio della notte. Una rivelazione. Immediatamente alcuni segni mi riportano alla mia Sicilia: il vestito nero, la bellezza intensa e ritrosa, l’imbarcazione dei marinai del paese dove andavo in vacanza, il buio e la luce di un bianco e nero oltremodo seducente. Quell’ affiche grande almeno 1 metro per 80 è ancora lì da me in campagna a tenermi compagnia come a ricordare il mio primo amore. Non scandalizzatevi voi intenditori di fotografia se non parlo di stampa “vintage”, di gallerie d’arte. Negli anni ’80 le immagini dei nostri più bravi fotografi erano conosciute dentro ai giornali, alle riviste, attraverso i poster, le “affiche” e di certo molte delle gallerie italiane non amavano ancora la fotografia, in particolare quella italiana, così tanto da inserirla sulle loro candide pareti. Fu da quel momento che iniziai ad indagare e a scoprire il lavoro di Ferdinando Scianna. Siciliano, colto, intellettuale, con uno sguardo inquieto in perenne seduzione verso il mondo, le donne, la sua terra. Il suo bagaglio di esperienza, di vita vissuta in quell’isola complicata, difficile, che riesce a partorire, dal suo ventre caldo in continua eruzione sorprendenti geni nella cultura, nell’arte, nella letteratura, nella fotografia, nel cinema. Siciliano esule, migrante nel mondo alla ricerca della vita da fermare con la sua macchina fotografica che lascia l’impronta sempre, secondo me, della sua terra d’origine. Solamente un siciliano di razza pura come Scianna ha quel modo di osservare, quel modo di scoprire, di sentire, di far l’amore con chi ha di fronte. La Sicilia ti entra nella pelle, nel cuore, nel cervello per via del suo fascino misto ad un continuo arrovellamento per ciò che non vorresti vedere, sentire, sapere e che obbligatoriamente vive insieme ad una inarrestabile, viziata, pericolosa attrazione. Nelle fotografie di Ferdinando Scianna ritrovo la Sicilia di mio padre. Se la fotografia è memoria allora si, si, si quella memoria è quella che io voglio ricordare per il suo bene e per il suo male. Guardare le fotografie di Scianna è come sentire il calore del mezzogiorno, con le sue ombre e le sue luci, è perdersi nei paesaggi di silenzio, è ritrovarsi nelle figure piegate dalla fatica, dal sole, è scoprire nei volti la densità e la pericolosità della bellezza, è perdersi nella morbidezza del nero di un vestito, di uno sguardo, di una strada, è ingurgitare passione, è un inevitabile, piacevole, inebriante stordimento. Nei suoi paesaggi la terra parla di quella Sicilia che più volte ho attraversato abbandonando la mano fuori dal finestrino al vento dello scirocco che secca le zolle, annerisce il terreno, fa volare le spine sottili, invisibili dei fichi d’india, rende desertico l’asfalto e lascia spazio all’immaginazione più struggente, profonda, sfavillante di ingarbugliate sensazioni. Per tutti i sentimenti che vorrei nascondere e che riempiono il mio cuore, i miei occhi di commozione, lacrime,...

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Baricco legge i “Frutti dell’ira”. Il Furore di John Steinbeck tra teatro e diretta tivù.

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Baricco legge i “Frutti dell’ira”. Il Furore di John Steinbeck tra teatro e diretta tivù.

Spazio MRF: Baricco legge Steinbeck 1939:viene pubblicato il romanzo più famoso di John Steinbeck The Grapes of Wrath (I frutti dell’ira). In Italia è tradotto col titolo Furore da Carlo Coardi per Bompiani. 1940: Steinbeck vince in Premio Pulitzer per The Grapes of Wrath. 1968: lo scrittore americano riceve il Premio Nobel. Qualche data, giusto per identificare l’uomo e lo scrittore. John Steinbeck è considerato un autore scomodo per molte ragioni. La prima – e sicuramente la più importante – è la continua denuncia sociale, che abbraccia quasi tutte le sue opere. Un’altra, perché ha successo: piace al pubblico e alla critica. In occasione della seconda Giornata della Memoria e dell’Accoglienza (che cade il 3 ottobre) voluta per commemorare non solo le vittime del naufragio del 2013 nel Mediterraneo, ma anche tutti i rifugiati e migranti che continuano a morire, non poteva mancare un momento di riflessione. Alessandro Baricco dalle Officine di Mirafiori di Torino porta in scena la triste saga della famiglia Joad di Steinbeck, che dall’Oklaoma tenta di raggiungere quella che viene vista come la Terra Promessa: la California. Questa rilettura, a tratti commoventi e profonda di alcuni passaggi fondamentali del libro Furore del grande scrittore americano, accompagnata dalle musiche di Francesco Bianconi dei Baustelle è una storia attuale, quella di ogni migrante, di ogni uomo o donna che conosce la fame e gli stenti, che sopporta i soprusi e le corruzioni, che vuole continuare a vivere e vivere degnamente. Un romanzo scritto in cinque mesi che da subito diventa il più grande romanzo sociale del periodo della Depressione degli anni Trenta e di propaganda dello spirito del New Deal del Presidente Roosevelt. Ma l’autore non vuole fare politica. La sua denuncia è una spietata analisi della realtà, e i suoi personaggi non sono tanto lontani da noi. Così realisti da essere veri. Il lettore riesce a conoscere i loro pensieri più intimi, le loro grandi paure, le loro pesanti angosce, la loro forte rabbia, ma anche il loro coraggio, la loro audacia che mai manca ai migranti di tutti i tempi. Basti pensare alla mamma, forse il vero protagonista del libro di Steinbeck. Non si lascia mai prendere dal panico, riesce a trovare sempre una via di fuga e alla fine aggiusta tutte le situazioni più disperate. Un bel personaggio che non solo commuove, ma anche insegna e forse era proprio questo il principale intento dello scrittore: lasciare un messaggio di speranza a chi va e viene, a chi vuole provocare il cambiamento, a chi ha un grande obiettivo da raggiungere: la sopravvivenza, la rinascita, la vita.  Ascoltare Baricco nella lettura del libro di Steinbeck è stato interessante e persino utile per ricordare la triste situazione degli emarginati, degli sfruttati, dei poveri, che formano con ogni uomo una sola grande anima, come dirà un suo personaggio, ex predicatore Casy. Maria Giovanna...

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“Le ABARTH dopo Carlo Abarth”: Un libro raccoglie i 99 progetti dello Scorpione.

Pubblicato da alle 11:21 in MotorInsider, Pagine svelate, Prima pagina, Sport | 0 commenti

“Le ABARTH dopo Carlo Abarth”: Un libro raccoglie i 99 progetti dello Scorpione.

Quando si parla di Abarth si parla di un mito italiano – dalle orgoliose origini torinesi – che ha fatto il giro del mondo grazie alle intuizioni del suo fondatore, Carlo Abarth, nato a Vienna nel 1909,  grazie a realizzazioni plurititolate. Si parla di un’azienda che, dopo la gestione diretta di Carlo Abarth fino al 1971, negli ultimi quarant’anni ha subìto una lunga serie di passaggi societari, accorpamenti e trasformazioni, fino al definitivo rilancio del marchio avvenuto nel 2005. L’azienda dello Scorpione, infatti, entrò nella sfera del Gruppo Fiat nel 1971, per unirsi al Reparto Rally e creare il primo polo sportivo di Mirafiori. Alla fine degli anni Settanta, poi, ci fu il “trasloco” di Lancia Corse nella sede Abarth di corso Marche, mentre alla fine degli anni Ottanta venne creato un unico gruppo Abarth-Alfa Romeo per le competizioni. Il marchio Abarth venne sempre conservato, sullo sfondo, anche durante la gestione di Fiat Auto Corse negli anni Novanta, mentre dal 1° luglio 2001 l’azienda divenne NTechnology, società esterna a Fiat – anche se da essa controllata – attiva sino a tutto il 2005. Quindi il ritorno in grande stile dello Scorpione, segno zodiacale di Abarth,  grazie all’intuito di un manager che di marketing ne sapeva: Luca De Meo (oggi in Casa Volkswagen). Eccole, allora “Le Abarth dopo Carlo Abarth”: terza edizione di un libro – firmato dall’ingegnere Sergio Limone e dal giornalista Luca Gastaldi – che svela agli appassionati i 99 progetti sviluppati nel periodo appena descritto: quelli che hanno conquistato i grandi successi internazionali (basti citare le varie Fiat 124 e 131 Abarth Rally, Lancia Rally “037”, Delta S4 e Delta Integrale, fino alle Alfa Romeo 155 e 156 da pista), sia quelli rimasti in secondo piano o addirittura del tutto sconosciuti. Tutti, comunque, uniti dall’impareggiabile know how tecnico che affondava le sue radici nell’Abarth degli anni Sessanta.   “Le Abarth dopo Carlo Abarth” di Sergio Limone & Luca Gastaldi Editore: Luca Gastaldi 518 fotografie in b/n e colori Prezzo: 60,00 €...

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I “FILL” good. Nasce il primo Festival Italiano di Letteratura a Londra.

Pubblicato da alle 18:01 in Eventi, galleria home page, Pagine svelate, Spettacoli, talenTO | 0 commenti

I “FILL” good. Nasce il primo Festival Italiano di Letteratura a Londra.

  Il 21 e il 22 ottobre a Londra è prevista pioggia, vento e il solito, opprimente grigio fumo. Viste le previsioni, occorre difendersi; il consiglio è quello di recarsi nel quartiere di Nottin Hill, celebrato in un film dove un umile libraio finisce tra le braccia di Julia Roberts, simpatica commedia al miele tanto riuscita quanto tristemente irrealistica. Girovagando in cerca della Roberts, varcare l’entrata dello storico teatro d’epoca vittoriana Coronet, trovare posto e lasciarsi sorprendere da Fill. Il primo Festival Italiano di Letteratura a Londra, Festival of Italian Literature in London; ad assistervi vi si aprirà un sorriso degno della diva Julia.  I temi affrontati saranno letteratura, politica, migrazioni, genere, Italia, il presente e il futuro di Londra, il modo in cui la Brexit sta già cambiando l’Europa e di conseguenza il romanzo. Il festival nasce dalla vasta comunità letteraria italo-londinese, ed è organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Londra, dalla scrittrice Claudia Durastanti, da Marco Manassola, Stefano Jossa e molti altri, tra questi i non trascurabili  Salone del Libro di Torino e la Scuola Holden. Il programma, piuttosto curioso, include il Premio Strega Melania Mazzucco e l’autrice franco-americana Lauren Elkin. Il medico di Lampedusa Pietro Bartolo, Lidia Tilotta e Clare Longrigg del Guardian; Iain Sinclair, presenterà il suo nuovo “The last London” e discuterà con Olivia Laing e il curatore della Tate Modern Andrea Lissoni; Christian Raimo e il politologo Jonathan Hopkin della London School of Economics, incalzati da Caterina Soffci, discuteranno di “Italian Politics for Dummies”; un dibattito su industria culturale, poi Sara Taylor e l’editor di Granta Ka Bradley. Vi troverà spazio la letteratura italiana tradotta nel mercato anglosassone; Giancarlo De Cataldo parlerà di romanzo e serialità per celebrare il lancio mondiale su Netfix della serie “Suburra” e per finire Zerocalcare incontrerà per la prima volta il pubblico londinese. Il programma completo lo trovate a questo link: www.fll.org.uk. Per saperne di più abbiamo intervistato uno degli organizzatori, che guarda caso non poteva che essere torinese: Gianuca Didino. Come, e dove è nata l’idea del Festival, chiacchierando in un pub, per intuizione, per risposta alle vicende politiche? Diciamo una confluenza di cose. Il progetto del FILL è nato da Marco Mancassola e Stefano Jossa come tentativo di catalizzare le energie intellettuali degli espatriati italiani Londra, in parte come prolungamento delle attività dell’Istituto di Cultura. Ma certamente le vicende politiche, Brexit in testa, hanno giocato un ruolo fondamentale nel trasformare queste intenzioni in realtà. Dopo il referendum del 2016 come cittadini europei residenti a Londra ci è sembrato giusto fare qualcosa di concreto, scendere in qualche modo in campo e alimentare un dibattito. Le persone con cui lavori le conoscevi già o ti hanno coinvolto e chiesto di partecipare.. Conoscevo bene alcuni di loro, come ad esempio Claudia Durastanti, con altri è capitato di scriverci nel corso degli anni, altri li conoscevo per via del loro lavoro ma non c’erano mai stati contatti diretti, altri ancora erano completi sconosciuti. Da questo punto di vista il FILL è già stato un successo, nel senso che ha messo in moto sinergie nuove, creato o reso più solida una rete di relazioni, esperienze e talenti. Personalmente sono rimasto molto colpito nel constatare il potenziale di questa rete. Già a questo stadio il FILL è stata una maniera di farci entrare in...

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La pittura: magnifica ossessione. Ricognizione nello studio del pittore Salvatore Zito.

Pubblicato da alle 11:43 in .Arte, DOXA segnalazioni, galleria home page, Pagine svelate | 0 commenti

La pittura: magnifica ossessione. Ricognizione nello studio del pittore Salvatore Zito.

  La conversazione con Salvatore Zito, pittore dal curriculum importante e decennale, avviene nel suo studio di Via Po, sapientemente disordinato, ed è occasione per presentare il catalogo NICECREAM (più di 150 interpretazioni pittoriche dello stick, il gelato da passeggio, un leit-motiv che è diventato un suo marchio di fabbrica, variazione su un tema di grande successo) attualmente esposto nella vetrina della libreria Luxemburg, che racchiude gli ultimi vent’anni della sua ricerca. Del suo lavoro scrive acutamente Gianni Vattimo, negando l’aspetto immediatamente giocoso e innocuo del soggetto in questione, e in generale della sua pittura decisamente empatica: “Niente di tranquillizzante, niente di pacificamente ritornante su di sé, ma turbamento e un certo effetto di inquietudine decisamente provocatoria. Saranno questi coccodrilli, visti in forma di gelato, gli annunciatori di un mondo “altro”, preoccupante ma minaccioso solo entro il limite tollerabile del gioco, come si addice a ciò che rimanda all’arte e non “salta” risolutamente nel terreno della vita?” Uno sviluppato senso estetico (ma anche per il divertissment, la metafora, un ironico distacco) per Salvatore permea tutto il quotidiano, dal cibo agli oggetti e persino alle persone di cui ama circondarsi. La vocazione alla pittura è vissuta come contemplazione, una Dea esigente e al contempo generosa, che richiede una dedizione silenziosa, tempi dilatati, passione senza compromessi. Condizioni che fanno tremare i polsi degli animi fragili, e misurarsi con la difficile arte dell’equilibrio che troppa solitudine può compromettere.   La pittura dunque come strumento per accedere alla Bellezza, per migliorare e migliorarsi, in un percorso di auto-analisi che non indulge a facili assoluzioni: dipingere è compiere un eterno autoritratto, è specchio implacabile dello stato d’animo, è auto-terapia e citazione, riflessione e istinto. È se stessi e al contempo altro da sé, sino ad assumere i contorni di qualcosa che più non ti appartiene, perché fa parte di un universo di forme e colori che andranno ad emozionare qualcuno che nulla sa di te, ma che a te sarà legato. La magia che solo la pittura, quella vera, sa donare. Una pittura, quella di Zito, ludica, malinconica, sincera, tecnicamente sapiente. Salvatore, ci parli di questo tuo libro? E’ un libro d’artista (ci sono copertine diverse che si alternano) dedicato agli stick, volutamente senza sottotitoli. Sono più di 150, raggruppati per tipologia, da quelli vegetali (di cui molti spinosi, con gli aculei, a ricordare l’aggressività insita nella natura) a quelli animali, a quelli ludici, al tema gastronomico, al tema dedicato alla nostra città che ha dato vita al progetto “I Love Torino”… Gli stick sono i “pinguini” da passeggio (così il loro primo nome dello storico gelataio torinese -Pepino- che li ha inventati): l’applicazione della metafora, insieme all’ossimoro, permette di sviluppare un racconto, una nobile ossessione, più che un multiplo di derivazione pop-art. In fondo il gelato con lo stecco è nato un secolo prima della pop-art, con cui può esserci qualche contaminazione, ma non un rapporto diretto. Il mio primo stick è del 1997, ed è entrato in un discorso di scomposizione su grande scala di pieni e di vuoti, affiancato da un’installazione di stick tridimensionali, in scala 1:1, monocromi. Il primo dipinto aveva invece una veduta di Torino e successivamente alcuni sono anche sagomati ad evocare architetture, come la Mole.Dopo l’esperienza di pittura legata ad una certa idea di classicità, sentivo l’urgenza di lavorare...

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V come vivere, viaggiando. L’HomeExchange per scambiare città e abitazioni.

Pubblicato da alle 12:21 in Economia, Innovazione, Pagine svelate, Prima pagina | 0 commenti

V come vivere, viaggiando. L’HomeExchange per scambiare città e abitazioni.

Un sito, homeexhange.com, apre una prospettiva diversa sul viaggio per scambiare città e abitazioni. Avete presente quella cinematografia che offre un diversivo alla stanchezza mentale e vi pone in una condizione di meri spettatori?  Nel 2006  il film “L’amore non va in vacanza” con Cameron Diaz, Kate Winslet e Jude Law riprodusse sul grande schermo l’idea dello scambio casa, ispirandosi al progetto ‘HomeExchange’ creato e avviato, qualche anno prima, nel 1992, da Ed Kushins, un pioniere del consumo collaborativo di Los Angeles. Sono i numeri, oggi, a parlar chiaro: oltre un milione di scambi dal 1992 ad oggi,  67.000 soci di HomeExchange e, solo nel 2016,  135.000 scambi in 150 Paesi. Da marzo 2017 HomeExchange, acquisita dalla società GuesttoGuest , diventa francese e, pur mantenendo immutata la sua vision, si rende ancora più appetibile  per  un pubblico  giovane. A divulgare storia, filosofia ed esperienze legate all’homeexchange, ci ha pensato  Cristina Pagetti, da 15 anni referente per l’Italia dell’organizzazione internazionale HomeExchange.com e “scambista per casa” convinta, con il suo libro “ Benvenuto a casa tua”, una  riflessione culturale ma anche personale, sullo  Scambio Casa, una delle forme più autentiche di “sharing economy”, il cui obiettivo è quello di  viaggiare per il mondo, senza alcun costo se non l’iscrizione al sito. Costi contenuti, quindi, ma fino a che punto? « L’iscrizione a ScambioCasa.com – la costola italiana di HomeExchange.com – costa 130 euro l’anno e poi è possibile fare tutti gli scambi che si vogliono». Ci ricorda Cristina, ribadendo che, a differenza di altri  circuiti non è previsto alcun costo per l’alloggio, ma la semplice reciprocità su cui si basa il circuito internazionale che esiste in Italia dal 2000. Cinque, i must dello scambio casa: viaggiare con un budget preciso e stare comodi,  una modalità di fare vacanza differente dagli hotel e dalle case in  affitto, la propria “Casa dolce Casa” diventa un passaporto per viaggiare ovunque nel mondo, legalità e nessuna tassa,  un ecosistema basato sulla fiducia e sulla cordialità. Incuriositi da una nuova prospettiva del viaggio ci apriamo direttamente allo scambio casa e  sperimentiamo una diversa avventura sulla nostra pelle. Cosa cambia, dunque,  da un affitto casa qualsiasi all’homeexchange? Sicuramente, ciò che muta è la  lente, l’angolatura con cui si vive una città, lo sguardo. Un guardare che ha fatto a pugni con il solo vedere  per poter immergersi  nell’hummus di un’altra storia. La casa parigina di Emmanuelle e Sebastienne, a due passi dallo storico cimitero di Pere Lachaise, aveva un corpo e un’eco. Era bella, questo sì. Ma bella perchè vissuta. Legno, vetro e un inconfondibile amore per le cose del passato la caratterizzavano. Intonaci naturali, esotici o provenzali, un pout pourri di stili e poi, libri, chitarre, olii essenziali, collezioni di specchi rococò e spazzolini da denti anni ’30. Detta così potrebbe sembrare la fotografia di un museo. E, invece, era il contrario: la precisa e puntuale incarnazione del luogo con la l maiuscola. La Ville Lumiere,  con le sue luci e le sue ombre, ci è parsa così più  familiare:  un corpo da conoscere, da attraversare con scarpe meno strette ma più calde. Una mappa di cui scoprire la parte classica e quella più nascosta, gli angoli meno meno battuti e, soprattutto, i gusti dei  suoi abitanti. All’incirca la stessa cosa è accaduta con un breve soggiorno...

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Cortesie per Ian McEwan. Vincitore del Premio Bottari Lattes Grinzane 2017.

Pubblicato da alle 12:06 in galleria home page, Notizie, Pagine svelate, Spettacoli, talenTO | 0 commenti

Cortesie per Ian McEwan. Vincitore del Premio Bottari Lattes Grinzane 2017.

“Come si può comprendere la vita interiore di un personaggio, reale o fittizio che sia, se non si conosce lo stato delle sue finanze?” Questa frase, divenuta celebre per acume e realismo, la scrisse in Miele, romanzo edito da Einaudi, tradotto magistralmente da Susanna Basso per tutti coloro, soprattutto lo scrivente, a cui la prosa raffinata e affilata di Ian McEwan sarebbe stata inaccessibile nella lingua originale.   A dispetto di ogni superstizione e triscaidecafobia, ossia la pura del numero 13, proprio venerdì 13 ottobre, lo scrittore inglese sarà ad Alba (Cn) per tenere una lectio magistralis su un tema a sua scelta e ricevere il  Premio Bottari Lattes Grinzane 2017, sezione La Quercia dalle mani della giuria. La premiazione avverrà nel Teatro Sociale Busca con ingresso libero fino a esaurimento posti. Ian McEwan è nato nel 1948 ad Aldershot e da cinque anni vive nella campagna del Gloucestershire. È autore di due raccolte di racconti: Primo amore, ultimi riti e Fra le lenzuola; un libro per ragazzi: L’inventore di sogni; un libretto d’opera: For You. Ha pubblicato il saggio Blues della fine del mondo e i romanzi: Il giardino di cemento, Cortesie per gli ospiti, Bambini nel tempo, Lettera a Berlino, Cani neri, L’amore fatale, Amsterdam, Espiazione, Sabato, Chesil Beach, Solar, Miele, La ballata di Adam Henry e Nel guscio.  Ian McEwan è stato decretato vincitore dalla Giuria Tecnica del Premio, che così spiega nella motivazione del riconoscimento: “Dal suo esordio a metà degli anni Settanta fino a oggi, attraverso una quindicina di romanzi e diversi volumi di racconti, Ian McEwan, si è imposto come uno dei più importanti e letti scrittori europei contemporanei. Dotato di una proprietà ed eleganza di scrittura oggi non consuete, capace di ricostruire anche stilisticamente le situazioni più diverse, McEwan è narratore di vasta, varia e viva immaginazione, che spazia dall’attualità al recente passato, dalla realtà alla fantasia, dal tragico al comico, e si muove nei più diversi formati: romanzo, racconto, libri per bambini (L’inventore di sogni). In ogni romanzo e racconto McEwan assume una postazione narrativa particolare (sino all’incredibile feto narrante dal linguaggio shakespeariano del recentissimo Nel guscio), o fissa lungamente un dettaglio eccezionale, imprevedibile, drammatico (la mongolfiera che si alza in volo trascinando con sé un bambino e chi cerca di soccorrerlo, un aereo che sembra precipitare…), spesso spaventoso (la bambina che scompare al supermercato, l’incontro con i cani neri) e da questa angolazione speciale costruisce le sue storie, che padroneggia con lucidità e maestria, frutto di accurata documentazione storica e di impeccabile lavorazione stilistica. La vivacità e l’eleganza narrativa di McEwan non sono però fine a se stesse, ma sono la cifra morale da cui questo acuto osservatore della realtà si rapporta al nostro tempo, soprattutto alle sue ossessioni e alle sue crisi, alla sua banalità e alla sua malvagità, ai suoi modelli culturali e ai suoi stereotipi sociali, con invenzioni letterarie che sono anche limpide e persuasive analisi saggistiche. McEwan è tanto un grande narratore, uno dei massimi del nostro tempo, quanto un acuto e impegnato interprete (nell’opera e nella vita) della contemporaneità”. Per tutte queste ragioni la giuria è stata unanime nel conferirgli la Quercia del Premio Bottari Lattes.» Vittorio Coletti, membro della Giuria Tecnica. Il Premio Bottari Lattes Grinzane è organizzato dalla Fondazione Bottari Lattes, con il sostegno di: Mibac, Regione Piemonte, Fondazione CRC, Banca d’Alba, Città di...

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Rahcconto O’: un insolito archivio d’artista a Torino. Conversando con Marco Fattuma Maò.

Pubblicato da alle 15:29 in .Arte, galleria home page, Mostre, Pagine svelate | 0 commenti

Rahcconto O’: un insolito archivio d’artista a Torino. Conversando con Marco Fattuma Maò.

  Rahcconto O’ è la storia  – in fase di pubblicazione, in sei volumi, presso Prinp 2.0 Editore – dell’artista italo somalo Marco Fattuma Maò.  E’ in seguito alla mostra Zungentatterich nel 1982, presso la galleria Franz Paludetto di Torino, che Marco si allontana volontariamente dal sistema ufficiale dell’arte, prediligendo un percorso artistico autonomo, di ricerca e sperimentazione in diversi ambiti. Dal 1981 l’artista raccoglie e cataloga tutti i progetti di arte, architettura e design che realizza fino al presente, con il desiderio di poterli un giorno pubblicare e divulgare come testimonianza storico-artistica di un percorso alternativo, fuori dal circuito dell’arte mainstream. Marco Maò attraverso la performance e la fotografia conduce un personale iter estetico e filosofico sui temi dell’incontro, del tempo e del viaggio. Giovanissimo, in seguito agli studi di fotografia, è assistente di Paolo Mussat Sartor, dando avvio alla ricerca Arte, Architettura e Vita.   Nel 1982, in collaborazione con l’architetto Loredana Dionigio, fonda INVENZIONE, uno studio di architettura, dove oltre alla produzione di progetti creativi, si attivano sinergie con artisti nazionali e internazionali. Attualmente collabora con il Comune di Torino per laboratori didattici con bambini e persone con disabilità.  Da allora ad oggi nell’ambito del progetto di vita Io sono un Artista, Marco si è dedicato ad un’accurata pratica di archiviazione del proprio lavoro, registrando in maniera particolareggiata ogni sua idea, atto performativo o produzione creativa.  Gli abbiamo rivolto alcune domande per meglio comprendere la sua ricerca. Come nasce la sua passione per l’arte? Ci può raccontare come ha esordito? Nel cuore mi sono sempre sentito un artista. Sono nato a Mogadiscio e nel maggio del 1957, all’età di 6 anni mi sono trasferito a Torino.  Ho sempre avuto una predilezione per il disegno fin dalla tenera età: a quattro anni tornavo dall’asilo e mi sedevo a disegnare in autonomia. Mi sono poi diplomato in fotografia e ho conseguito la maturità artistica e, successivamente, ho frequentato il Corso di Architettura al Politecnico di Torino per potermi misurare anche con spazi più ampi. Mi sono sempre distinto nel disegno in relazione a qualsiasi tipo di rappresentazione artistica.  La consapevolezza della dichiarazione d’artista è avvenuta a circa 16 anni in seguito alla mia collaborazione con Paolo Mussat Sartor, in qualità di suo assistente. Al terzo anno del Corso in Architettura iniziai a collaborare con l’architetto Loredana Dionigio con cui entrammo in società inaugurando lo studio INVENZIONE. Linguaggi di Architetture e Linguaggi di immagine. Erano i primi anni Ottanta e l’idea di progettazione di spazi era globale, includeva anche la moda, il design, proprio come succedeva nel Rinascimento. E’ stato proprio in quel periodo e precisamente nel 1981, che decisi di inviare la mia prima opera, La scatola senza tempo, alla Biennale di Barcellona.  L’anno successivo, nel 1982, allestii una mostra presso la galleria Franz Paludetto di Torino, dichiarando così di essere un artista. Anche sulla mia carta d’identità veniva indicata inequivocabilmente la mia professione!  Decisi così di iniziare a raccogliere e conservare, come in un archivio, tutti i progetti che realizzavo, in un percorso autonomo, fuori dal circuito mainstream, da quel momento fino al presente. Pensai di agire per mio conto con l’idea che se ce ne fosse stata la possibilità, in futuro, avrei raccontato la mia storia. Un suo  progetto particolarmente significativo? Nel 1975 ero assistente di Mussat Sartor, in quel...

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Salgari in Val di Susa. Il romanziere d’avventura attraverso rari documenti e memorabilia.

Pubblicato da alle 17:11 in I nuovi Shop, Mostre, Notizie, Pagine svelate, Prima pagina | 0 commenti

Salgari in Val di Susa. Il romanziere d’avventura attraverso rari documenti e memorabilia.

Cascina Parisio è un grande agriturismo in Val di Susa, inserito a metà strada tra S. Giorio e Susa, nei pressi di Mattie. Qui oltre al buon cibo, agli animali, ai giochi per i bambini e ai campi coltivati che la circondano, ha trovato temporanea sede una mostra singolare. Il merito di aver raccolto e organizzato questa piccola e pregiata esposizione va al dott. Cristiano Daglio, medico e indipendent scholar, come preferisce definirsi soprattutto per i suoi svariati interessi che oltre a Emilio Salgari si concentrano sulla civiltà egizia. La Mostra presenta in varie edizioni tutti i romanzi di Emilio Salgari ambientati in India e nel subcontinente indiano, in tutto 10), a cui si aggiungono un discreto numero di racconti. Esistono anche numerosi apocrifi, comparsi nel primo dopoguerra. Molti furono gli imitatori di Salgari, in qualche caso coevi e al limite del plagio. Tra i manifesti originali in visione ci sono i celebri strangolatori – i thugs – e i meno celebri avvelenatori – i dacoiti, con alcuni acquerelli ottocenteschi di James Paton. Rarissimo materiale cinematografico arricchisce l’esposizione, com le mappe di Calcutta e di Nuova Delhi, con le vie da lui citate nei vari romanzi.   Fa bella mostra un album antologico dei romanzi illustrato da francobolli, figurine Liebig e Lavazza, foto d’epoca, e non possono mancare i fumetti tratti dai romanzi o ispirati ad essi: si trovano anche le due storie Disney italiane con protagonista Oscar Boom che cela il personaggio reale del celebre indologo Oscar Botto, a cui la Mostra è dedicata. Sono infine presenti alcune immagini dell’India in stereoscopia, in particolare la ricca documentazione degli americani View-Master degli anni ’50, unite ai cecoslovacchi Meopta, ai francesi Lestrade e agli italiani Stereorama dello stesso periodo. Un modo per rivivere l’avventura ed i luoghi che Salgari raccontò senza avervi mai vissuto, dove ambientò i suoi romanzi ma in cui non posò mai piede. Ancora oggi i suoi libri possiedono una fascinazione narrativa di rara suggestione e i memorabilia riportano in oggetto quel mondo. La mostra sarà visitabile gratuitamente fino a domenica 15 ottobre. Giuliano Sorel...

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Lo scrittore indiano Amitav Ghosh a Torino per parlare di cambiamenti climatici. Prima l’Off poi il Lingotto.

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Lo scrittore indiano Amitav Ghosh a Torino per parlare di cambiamenti climatici. Prima l’Off poi il Lingotto.

Doppio impegno per lo scrittore indiano Amitav Ghosh a Torino. Il soggiorno in città comincerà con il Salone Off 2017, dove giovedì 18 maggio alle 16.00 nelll’Aula Magna del Campus Einaudi, parteciperà ad un incontro sul tema “La narrativa dei cambiamenti climatici nell’era dell’Antropocene” aperto a tutti. Con lui interrverranno in conversazione i docenti dell’Università di Torino, Roberto Beneduce (Culture, Politica, Società), Carmen Concilio (Lingue, Letterature straniere e culture moderne) e Daniela Fargione (Studi Umanistici). Per l’incontro è prevista la presenza dei traduttori Anna Nadotti e Norman Gobetti. Il giorno seguente, venerdì 19 maggio alle ore 17.00 in Sala Azzurra al Lingotto , organizzato dall’editore Neri Pozza parteciperà al Festival Incroci di Civiltà di Venezia nell’ambito del Superfestival. Nato a Calcutta nel 1956, laureato in antropologia alla St. Hedmund di Oxford, ha inizialmente lavorato come giornalista per l'”Indian Express” di New Delhi. Vive tra il suo Paese natale e New York, dove, dal 1999, è stato professore universitario alla City University di New York e a Harvard, fino al 2005. È considerato uno dei più importanti scrittori indiani in lingua inglese, noto anche per la sua “trilogia della Ibis”, ambientata in India durante la guerra dell’oppio, di cui sono già comparsi i primi due volumi: “Mare di Papaveri” (Neri Pozza, 2009) e “Il fiume dell’oppio” (Neri Pozza, 2011). Tra le altre pubblicazioni in lingua italiana ricordiamo: “Il paese delle maree” (Neri Pozza, 2005), “Il palazzo degli specchi” (Neri Pozza, 2007), “Il cromosoma Calcutta” (Neri Pozza, 2008), “Lo schiavo del manoscritto” (Neri Pozza, 2009), “Le linee d’ombra” (Neri Pozza,...

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