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Al vincitore del Premio Strega Europeo un premio piccino picciò. Cinque i candidati.

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Al vincitore del Premio Strega Europeo un premio piccino picciò. Cinque i candidati.

Le librerie più attente della città e forse preoccupate delle sorti del Salone Internazionale del Libro di Torino stanno rivoluzionando le vetrine. Cinque libri si stanno conquistando il posto di maggiore visibilità: sono gli autori internazionali finalisti alla quinta edizione del Premio Strega Europeo 2018. I loro nomi sono stati annunciati lunedì 9 aprile alla Common Room nella nuova sede del Collegio Carlo Alberto di Torino. I cinque autori interverranno al Salone Internazionale del Libro di Torino, dove presenteranno i loro rispettivi libri, ciascuno in un incontro individuale, tra sabato 12 e domenica 13 maggio, e dove verrà decretato il vincitore. La cerimonia di premiazione avrà luogo domenica 13 maggio alle ore 18.30. Ad annunciare i loro nomi sono stati Nicola Lagioia, direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino e Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci. L’incontro, inaugurato dal saluto istituzionale di Massimo Gaudina, Capo della Rappresentanza regionale della Commissione europea, ha visto alternarsi gli interventi degli scrittori Giuseppe Culicchia, Fabio Geda, Martino Gozzi, Giusi Marchetta ed Elena Varvello, ciascuno dei quali ha presentato uno dei cinque libri finalisti, che sono: Fernando Aramburu, Patria (Guanda), tradotto da Bruno Arpaia, Premio Nacional de Narrativa 2017, Spagna Olivier Guez, La scomparsa di Josef Mengele (Neri Pozza), tradotto da Margherita Botto, Prix Renaudot 2017, Francia Lisa McInerney, Peccati gloriosi (Bompiani), tradotto da Marco Drago, Baileys Women’s Prize 2016, Irlanda Auður Ava Ólafsdóttir, Hotel Silence (Einaudi), tradotto da Stefano Rosatti, Icelandic Literature Prize 2016, Islanda Lize Spit, Si scioglie (E/O), tradotto da David Santoro, Nederlandse Boekhandelsprijs 2017, Belgio   Il Premio Strega Europeo, nato nel 2014 in occasione del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea per diffondere la conoscenza di alcune tra le voci più originali e profonde della narrativa contemporanea, è promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea, dall’azienda Strega Alberti Benevento, dalla Casa delle Letterature, e dal Festival Internazionale Letterature di Roma. Concorrono a ottenere il riconoscimento, del valore di 3.000 euro, cinque romanzi recentemente tradotti in Italia, provenienti da aree linguistiche e culturali diverse, che hanno vinto nei Paesi europei in cui sono stati pubblicati un importante premio nazionale. Dallo scorso anno è previsto inoltre un riconoscimento di 1.500 Euro al traduttore del libro premiato, offerto dalla Fuis (Federazione Unitaria Italiana Scrittori). Il riconoscimento sarà assegnato da una giuria composta da oltre venti scrittori vincitori e finalisti del Premio Strega. Pierpaolo Sorel...

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Torinesi a New York. Al Graduate Center si parla di Antropo-Scenari.

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Torinesi a New York. Al Graduate Center si parla di Antropo-Scenari.

Nel cuore di Manhattan, all’angolo con l’Empire State Building, sulla 365 Fifth Avenue, si trova il Graduate Center, City University of New York, in questa importante sede è stato presentato un libro scritto da due docenti torinesi: Daniela Fargione e Carmen Concilio. Entrambe appartenenti all’Università di Torino, hanno curato un testo a più voci dall’impegnativo titolo «Antroposcenari. Storie, paesaggi, ecologie», edito per i tipi del Mulino. L’antropocene, parola a cui hanno aggiunto scenari è, secondo la Treccani “L’epoca geologica attuale, ossia l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche“. Il termine  antropocene fu coniato nel 2000 dal chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen.   «Antroposcenari. Storie, paesaggi, ecologie» è il risultato del confronto e del dibattito aperto di vari studiosi di scienze umane ambientali (o «environmental humanities») su aspetti cruciali dell’Antropocene, l’era geologica in cui all’attività di un’unica specie – quella umana, appunto – si è attribuita la causa principale delle alterazioni sulla Terra. I saggi raccolti nel libro riflettono un ampio ventaglio di discorsi articolati con un preciso approccio critico interdisciplinare – dalla filosofia alla meteorologia, dalla letteratura alla sociologia, dalla linguistica alla cinematografia. L’obiettivo è far luce sull’antropizzazione che si ripercuote su clima, territori, paesaggi, sul sistema delle acque, su cibi e migrazioni, offrendo una visione panoramica – locale e globale – dei problemi ambientali in tutte le loro sfaccettature. Senza voler offrire soluzioni consolatorie, il volume intende rinnovare la nostra episteme, erroneamente radicata nella profonda e netta frattura tra natura e cultura. Come scrive Serenella Iovino nella prefazione, gli scenari dell’Antropocene pongono sfide che anche gli umanisti sono pronti ad accogliere, integrando i discorsi di tecnici e scienziati.  Ed è proprio la visualizzazione di questa condizione ibrida che occorre amplificare attraverso un discorso transdisciplinare. La complessità culturale e scientifica posta da fenomeni quali il riscaldamento globale, la perdita della biodiversità, l’insostenibile crescita della popolazione, la deforestazione, l’aumento della salinità dei mari, la desertificazione, le migrazioni, tanto per citarne alcuni, richiede una narrazione altrettanto complessa. Come scrive nell’introduzione al testo Daniela Fargione, le produzioni artistiche e letterarie – dai romanzi ai film, dalle fotografie alle poesie – descrivono le metamorfosi dell’Antropocene come fenomeni controversi, globali e correlati in un fitto intreccio di interconnessioni umane e non umane – una dimensione naturalculturale, per dirla con la teorica americana Donna Haraway – sicché l’ambiente non costituisce più un semplice sfondo per le storie narrate, bensì influisce sulle trame e sui personaggi generando traiettorie narrative del tutto nuove, dando spazio a prospettive multiple che includono il non umano e contribuiscono a «trovare una via d’uscita dall’immaginario individualizzante in cui siamo intrappolati». Le tremende verità su Katrina, tato per citare un esempio, sono affiorate attraverso un libro e un film, che hanno ben spiegato la catastrofe come un intreccio di politica, capitalismo, nuova guerra al terrorismo, a sua volta genitrice di nuove forme di nazionalismo, iper-patriottismo, cinismo… Come auspica Amitav Ghosh mentre si interroga sulle molteplici rotture che hanno sconvolto le nostre esistenze e che ora richiedono abitudini nuove (a partire proprio dalle nostre modalità narrative), non possiamo che augurarci una nuova messe di opere che trovino ispirazione da ciò che ci circonda. «Antroposcenari. Storie, paesaggi, ecologie» si propone questo esatto obiettivo: conciliare rigore scientifico ed estro creativo nell’intento di risanare le numerose storie monche che abbiamo letto finora sulle...

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L’arte del raccontare storie entra nelle corsie ospedaliere. Assemblea Teatro legge.

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L’arte del raccontare storie entra nelle corsie ospedaliere. Assemblea Teatro legge.

Intervista a Renzo Sicco di Assemblea Teatro e ideatore dell’iniziativa. “Non sempre abbiamo voglia di stare dove stiamo e non c’è niente come le storie, che ci porti lontano” Paola Mastracola   La narrazione è una formula usata da sempre, nelle diverse culture, per diffondere messaggi, creare legami, comunicare. Proposta in ambito ospedaliero può aiutare i pazienti nel loro percorso di paura, speranza, accettazione; può diventare un momento ricco di significato che dà conforto ai pazienti e amplia le prospettive di chi racconta. Da questi presupposti nasce il ciclo di letture in ospedale, proposte da Assemblea Teatro e dalla direzione sanitaria del San Luigi, una proposta sperimentale che potrebbe allargarsi ad altre situazioni di cura. Narrare una storia a chi affronta una degenza ospedaliera – afferma Renzo Sicco regista di Assemblea Teatro- è come offrire una boccata d’ossigeno, un riparo dalle turbolenze dei pensieri tristi, un aiuto a sentirsi meno soli. Come è nata l’iniziativa? Dopo una mia degenza all’Ospedale San Luigi e dopo aver cercato un conforto nella piccola biblioteca dello stesso, ho immaginato e proposto un percorso di letture che potesse aiutare i degenti in un loro momento difficile, facendoli sentire meno soli. Ho interpellato alcuni amici scrittori, come Erri de Luca, Luis Sepulveda, Gabriele Romagnoli e Paola Mastrocola, che hanno subito accettato l’idea di far leggere i loro testi in ospedale dai nostri attori. L’idea è stata accolta molto bene anche dallo staff medico, dagli psicologi e dal personale sanitario.” Un intervento in un luogo di cura richiede una sensibilità particolare agli attori interpellati per narrare. Certo si entra in un luogo di cura e di dolore e questo richiede un’attenzione particolare alla situazione del degente che incontriamo in un piccolo spazio, nella sua camera o in una saletta riunioni, cercando di creare con lui-lei un rapporto diretto, speciale. Abbiamo varie proposte di lettura e una duttilità d’offerta che tiene conto delle condizioni di ogni singolo malato: se percepiamo stanchezza del pazienti, o difficoltà a concentrarsi, proponiamo racconti brevi e più leggeri. Avevate già proposto letture in ospedale? “Abbiamo usato la narrazione in corsia con bambini ricoverati in reparto oncologico: in particolare s’è impegnata la nostra Cristiana Voglino, che aveva un figlia ricoverata nello stesso reparto, e dall’esperienza è nato anche un libro che raccoglieva le idee, i disegni, le frasi dei bambini proposte in un racconto dal titolo ‘Aiutami a non avere paura’ che era una frase detta da un piccolo degente.” La malattia fa soffrire e spaventa ma, in certe situazioni almeno, può gettare una luce nuova su alcuno aspetti dell’esistenza… “La malattia è un passaggio problematico che però può insegnare molto: per me è stata uno shock molto forte, non perché la ritenessi un tabù e non l’avessi contemplata, ma certamente viverla in prima persona è molto diverso; in questo caso si può andare incontro ad un ko tecnico dal quale poi si cerca di rialzarsi, ognuno con i suoi tempi. Il fattore tempo nel periodo di malattia, è molto variabile, ogni paziente ha i suoi tempi di ripresa e bisogna rispettarli, bisogna lasciare che il malato raccolga i suoi pensieri, e riorganizzi le sue risorse, senza forzature. Un concetto fondamentale che i parenti, a volte, tendono a sottovalutare.” Le reazioni alla malattia infatti possono essere influenzate dal comportamento di famigliari e amici. Durante il percorso della...

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Al Circolo dei Lettori “Un’apparizione di superfici”. Dialoghi sulla fotografia contemporanea.

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Al Circolo dei Lettori “Un’apparizione di superfici”. Dialoghi sulla fotografia contemporanea.

Sabato 3 marzo alle ore 18 Luca Panaro, critico d’arte, dialogherà con Tiziana Bonomo di ArtPhotò, presso Il Circolo dei Lettori, sul libro da lui scritto “Un’apparizione di superfici” un invito a riflettere sulle strade della fotografia contemporanea insieme ad Eloisa d’Orsi, antropologa e fotografa.   Sarà un momento prezioso ed intrigante per interrogarsi sul contemporaneo. Una ginnastica per la mente, uno sforzo per pensare al presente, immaginare il futuro senza farsi travolgere dalla nostalgia, dalla malinconia del passato. Dimenticare i riferimenti acquisiti per imparare a guardare nuovi piani, nuove prospettive. Un invito a questa riflessione ci viene proprio da Luca Panaro con il suo libro “Un’apparizione di superfici” sulla produzione di immagini della fotografia contemporanea che, apparentemente, si presenta come lo specchio di una realtà piatta, confusa sempre più sottile nei contenuti, nelle visioni, nell’ immaginazione. Cosa ci fanno pensare le immagini di autori che utilizzano smartphone, tablet, macchine professionali, polaroid e altro ancora. Belle tappezzerie, quadri astratti, immagini surreali di mondi inesistenti, tentativi per depistare menti sofisticate, eccessivamente intellettuali o appositamente fatte per alimentare intellettuali tenebrosi? Un’operazione complessa e rischiosa quella di Luca Panaro nel tracciare le strade della fotografia contemporanea. E lo fa con immagini evocative ed efficaci per farci ragionare sulle possibili “mutazioni iconografiche”. Nel libro Panaro intervista esponenti della cultura contemporanea chiedendo opinioni e punti di vista sui modi, sui concetti e su quanto comunica la fotografia attraverso i nuovi media e la nuova tecnologia. Interessante è l’affermazione di Marco Signorini sui social “dovremmo riflettere se siamo ancora in presenza della Fotografia, intesa come invenzione con caratteristiche precise, oppure se oggi stiamo utilizzando un sistema che ne simula strumentazioni e modalità mettendo in gioco un linguaggio diverso (19ago2015)”. Oltre a Signorini vengono citati le riflessioni di altri autorevoli personaggi come Taisuke Koyama (1978) che lavora ad Amsterdam e ha già conquistato premi oltremodo rappresentativi come quello dell’Arts Council nel 2017 di Tokyo e il pensiero di Maxime Guyon “exaptation” inserito nel libro per farci riflettere se e quanto stia cambiando la fotografia. Instagram diventa per tutti uno tra i nuovi spazi in cui il continuo fluire delle immagini consente una narrazione sempre più aperta all’interpretazione del singolo, complice una nuova estetica sempre pronta a provocarci. Già nel passato alcuni grandi autori avevano anticipato, come Luigi Ghirri o Joan Fontcuberta, la pratica di avvicinarsi così tanto al soggetto fotografato da proporci una immagine non immediatamente decifrabile. Un metodo inizialmente nuovo per uscire dal sistema del racconto esplicito imposto dalla nostra educazione alla lettura della fotografia. Processo accellerato nel nuovo secolo per arrivare ad immagini senza prospettiva, piatte, in cui si perdono i riferimenti sociali e culturali. La fotografia esce da ogni clichè, perde la necessità di un significato, di un racconto, di un contenuto esplicito. Con questo presupposto l’autore introduce in modo inequivocabile la necessità di interrogarsi sulla società per capire come viene interpretata dal linguaggio contemporaneo della fotografia.È Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano- tedesco, docente di Filosofia all’Università der Künsten Berlin, sigla la nostra società proprio come “un’apparizione di superfici”, una trasparenza senza prospettiva, senza profondità, al punto da denunciarne i meccanismi che influenzano relazioni, stili di vita. Il riferimento al pensiero filosofico di Byung- Chul Han è il momento in cui il libro merita una pausa per far scorrere la mente a quella“ trasparenza” da...

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Louis Ferdinand Céline è ancora una “Bella Rogna” per l’editore Gallimard.

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Louis Ferdinand Céline è ancora una “Bella Rogna” per l’editore Gallimard.

Gallimard voleva ripubblicare (in un unico volume dal titolo Écrits polemiques) Bagatelle per un massacro, La scuola dei cadaveri, La Bella rogna, tre testi di Céline che non erano stati più diffusi dopo la fine della  Seconda guerra mondiale. Alla fine, la storica e prestigiosa  casa editrice parigina ha dovuto rinunciare al progetto editoriale perché la notizia non è piaciuta affatto alla comunità ebraica: «In un contesto – scrive il prefetto delegato alla lotto contro l’antisemitismo e il razzismo, in cui il flagello antisemita va combattuto con forza, la presentazione al grande pubblico di questi scritti vanno pensate attentamente». Il prefetto conclude che con questa sua missiva ha voluto ricordare all’editore le sue responsabilità. In effetti, tutta questa censura è davvero agghiacciante e constatiamo che è terribile vivere in una società che ha paura dei libri e delle parole di uno scrittore. Comunque si voglia giudicare i contenuti degli scritti polemici(ma sarebbe il caso di ricordare, almeno ogni tanto, che si tratta di testi letterari, nei quali la natura metaforica del discorso prevale di gran lunga sui discorsi apparenti), resta il fatto che è  impossibile capire il passaggio  di Céline dai primi capolavori narrativi (Viaggio al termine della notte,  Morte a credito) a quelli della maturità ( Il castello dei rifugiati, Nord) se ci si ostini a prescindere, in base a un’astratta discriminazione ideologica, dalla straordinaria novità stilistica introdotta dalle concitate invettive cui lo scrittore si abbandonò nelle sue pagine  rischiose, provocatorie, e laceranti. Quando Bagatelle per un massacro uscì negli anni 30 fu davvero un fulmine al ciel sereno nella cultura francese. Non si erano ancora placate le polemiche sul pamphlet Mea culpa, in cui Céline smascherava le bugie del comunismo sovietico.Le invettive del grande scrittore francese sono estreme e scomode, ma soprattutto sono letteratura. Penso, soprattutto per questo motivo, che fu un gravissimo errore censurare Bagatelle e chiederne il ritiro dagli scaffali delle librerie. E lo è ancora di più oggi. Ma l’oscurantismo è duro a morire, forse non morirà mai. I libri non vanno mai proibiti, ma vanno letti, soprattutto quelli degli scrittori liberi e scomodi come Céline. Lui è ancora qui è dà molto fastidio. Ma d’altronde egli stesso ha scritto e detto:« «Ma quel che voglio prima di tutto è vivere una vita piena di incidenti che spero la provvidenza vorrà mettere sulla mia strada, e non finire come tanti avendo piazzato un solo polo di continuità amorfa su una terra e in una vita di cui non conoscono le svolte che permettono di farsi un’educazione morale –  se riuscirò a traversare le grandi crisi che la vita mi riserva, sarò meno disgraziato di un altro perché io voglio conoscere e sapere  in una parola io sono orgoglioso – è un difetto? Non lo credo, e mi creerà delle delusioni o forse la Riuscita». Gallimard ha sbagliato a rinunciare a questo progetto, tradendo di fatto la storica vocazione libertaria della casa editrice, che così facendo si schiera dalla parte dei censori e degli oscurantisti a cui fanno paura gli scrittori e i loro libri. Nicola Vacca...

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Connesso ? Magari al pianeta e agli altri.

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Connesso ? Magari al pianeta e agli altri.

“Connesso a me stesso, agli altri, al Pianeta” Thich Nhat Hanh è un monaco buddhista vietnamita, poeta e pacifista. Insegna e guida ritiri sull’arte di “vivere consapevolmente”,  al suo attivo ha la pubblicazione di moltissimi libri. Il suo pensiero è stato di forte ispirazione per Grazia Roncaglia, insegnante della scuola primaria, che ha da poco dato alle stampe per le edizioni L’Età dell’Acquario il libro “Connesso a me stesso, agli altri, al Pianeta”. Il libro racconta una storia delicata che prende spunto dalla vacanza in montagna di Alice, la protagonista dodicenne si trova immersa in un mondo a cui non è abituata. Lontana dal trambusto cittadino e dai pressanti ritmi della scuola – e, soprattutto, da internet e dai social network, si accorge della presenza anomala ma persistente di quell’elemento che chiamiamo silenzio. Lievemente disorientata all’inizio, con l’aiuto di una nonna speciale e del saggio montanaro Antonio, scopre che dal silenzio scaturisce la gioia più grande, perché in esso si può ascoltare sé stessi e il mondo. Impaginata con particolare accuratezza, animata da un lettering che muta colore e font, la storia si avvale di ottime illustrazioni. Disseminate tra le pagine, le immagini acquerellate realizzate da Paola Gandini, artista, insegnante e capace illustratrice, creano uno sfondo fatto di una magia gentile, accogliente e poetica. Piccoli mondi di contemplazione, le tavole pubblicate aprono con naturalezza la possibilità di una meditazione rasserenata sulle cose e sulle loro potenzialità. Viene così a crearsi una perfetta armonia tra il testo, che invita alla meditazione e al recupero di una connessione senza satellite con se stessi e la suggestione visuale. L’avventura di Alice ha i pregio di provare a coinvolgere i ragazzi in qualche pratica di meditazione e consapevolezza, attraverso le quali proveranno ad avviarsi, assieme alla protagonista, sul sentiero della conoscenza di sé, dell’amorevolezza e della compassione. Il libro contiene una seconda parte rivolta ai genitori e agli insegnanti che desiderano accompagnare i ragazzi in questo particolare percorso.      ...

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Conservare e divulgare le testimonianze dell’arte contemporanea: il caso della Galleria Martano al CCR di Venaria.

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Conservare e divulgare le testimonianze dell’arte contemporanea: il caso della Galleria Martano al CCR di Venaria.

Carte in tavola. Per un archivio della Galleria Martano è il progetto espositivo, esito del prezioso lavoro di catalogazione e archiviazione condotto dal CCR – Centro Conservazione Restauro di Venaria, sui materiali d’archivio della Galleria Martano di Torino, visitabile presso il CCR stesso fino a fine dicembre 2017. Tale progettualità si colloca nell’ambito di TRACES. Il patrimonio documentale nell’arte contemporanea piemontese, iniziativa ideata e sostenuta dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo – Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Torino. Grazie a questa opportunità il Centro Conservazione Restauro ha contribuito alla ricerca ed all’approfondimento della documentazione dell’arte contemporanea, indispensabili strumenti a corredo delle attività laboratoriali di conservazione e restauro operate dal CCR per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio contemporaneo. Il titolo della mostra, a cura di Maria Teresa Roberto, prende spunto dal ciclo di incontri Cambiare le arti in tavola, organizzato dalla Galleria Martano fra il 1972 e il 1973 in collaborazione con critici, storici dell’arte, artisti e operatori del settore, evidenziando la vocazione di sperimentazione e di apertura ai nuovi linguaggi visivi ed espressivi che si stavano delineando in quegli anni nel contesto storico artistico internazionale. Il percorso espositivo propone una selezione di documenti, fotografie e pubblicazioni raccolti e conservati da Liliana Dematteis nell’archivio della galleria, fonte imprescindibile per comprenderne la progettualità d’assoluta avanguardia sul territorio torinese. Si tratta di un excursus che pone in evidenza i principali punti di interesse della galleria in sei sezioni principali spaziando dalle avanguardie storiche, con particolare attenzione al Futurismo e agli Astrattismi, agli sviluppi della Nuova Pittura e della Nuova Scultura, al Concettuale Italiano, alla fotografia e alle diverse declinazioni della dimensione performativa, sempre accompagnate dell’attività editoriale della Casa Editrice Martano.   La storia espositiva della Galleria Martano, fondata nel 1965 da Liliana Dematteis e Giuliano Martano, prende avvio nel 1967, in Via Cesare Battisti 3, con una mostra dedicata ad Enrico Prampolini, uno dei più noti rappresentanti del Futurismo, definendo così l’intento di rivalutazione delle avanguardie storiche nelle scelte della galleria. In occasione di questa esposizione esce il primo numero dei Documenti Martano, cataloghi di piccolo formato che corredavano ogni progetto espositivo, che insieme alla collana Nadar, nata nel 1970 in seguito ad un incontro con Man Ray, significano l’importanza della ricerca, della documentazione e dell’archivio nelle linee programmatiche d’intervento della galleria. Nel saggio di presentazione alla mostra Carte in tavola, la stessa Liliana Dematteis afferma: “Convinta da sempre che l’arte contemporanea si ponga in stretta relazione con la sua storia in una sorta di rivisitazione/ripensamento spesso inconscio, ho messo la parola archivio fra le mie predilette nel momento stesso in cui mi sono accostata all’arte in modo professionale e in particolare con la visita alla Biennale veneziana del 1966. Quell’anno fu allestita una memorabile mostra dedicata all’astrattismo italiano fra le due guerre di cui così poco si sapeva, e con quasi tutti i protagonisti ancora viventi: li conobbi personalmente, me ne innamorai e cominciai a studiare tutto su di loro e sulla loro storia raccogliendo ogni documento, catalogo, fotografia, informazione. Fu l’inizio del mio archivio, presto utilizzato per la stesura dei cataloghi delle mostre che avrei dedicato nel corso degli anni successivi a questi artisti”. Non bisogna dimenticare poi, che la galleria curò, tra le altre, la prima...

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Diverremo vegani? “La fragile umanità” di Leonardo Caffo, teorico dell’antispecismo.

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Diverremo vegani? “La fragile umanità” di Leonardo Caffo, teorico dell’antispecismo.

Diverremo vegani? “La fragile umanità” di Leonardo Caffo, teorico dell’antispecismo. Leonardo Caffo, filosofo catanese, molto attivo sul territorio torinese per le sue collaborazioni con l’università di Torino, il Politecnico di Torino e la scuola Holden, è il teorico dell’antispecismo debole. Approfittando della sua presenza, il 27 dicembre, al Circolo dei Lettori per la presentazione del suo ultimo libro Fragile umanità. Il postumano contemporaneo, edito da Einaudi, siamo andati a chiedergli di chiarire questo concetto e i risvolti pratici della sua teoria.  Lei è  il teorico dell’antispecismo debole. Ci chiarisce cos’è l’antispecismo e perché è debole? L’antispecismo è una teoria che in filosofia, dagli anni ’70 in poi, sostiene che gli animali, solo per essere diversi di specie, non devono anche essere diversi per trattamento morale. Ovvero non c’è un buon argomento per sostenere che un certo trattamento è da considerare ingiusto, se rivolto un individuo della mia stessa specie, mentre, se rivolto ad un individuo di specie differente, quello stesso trattamento è da considerare giusto. L’antispecismo debole è un approccio che permette di svincolare l’antispecismo da un’argomentazione indiretta, ad esempio quella secondo la quale si debba rispettare l’animale solo perché si inquinerebbe molto con gli allevamenti intensivi. Dunque non si pensa all’animale come soggetto di diritto ma perché in maniera collaterale inquina l’ambiente.  Inoltre è debole perché rispetta un principio logico tale per cui indebolire le premesse argomentative per lasciare solo quelle stringenti, quelle etiche, porterà ad una conclusione più forte. Perché porre l’animale al centro del discorso di liberazione quando l’uomo è ancora lontano da un progetto efficace di emancipazione? Io non sono d’accordo a metterlo al centro. Io credo che se l’etica filosofica ha senso, ha senso sia per gli animali che gli umani. Gli argomenti che usiamo in etica per dire che un individuo è un soggetto di diritto, sono validi per quasi tutti gli animali, sicuramente per tutti quelli di cui ci nutriamo. Il principio per cui non dovremmo farli soffrire vale anche per gli umani e viceversa. Come accettare la propria ipocrisia, ovvero che in fondo del dolore altrui ci interessa molto poco, non è una soluzione accettabile? Il fatto è che ci adeguiamo per campare. Non è vero che del dolore altrui ci interessa poco ma conduciamo la nostra vita da buoni cittadini. Per esserlo non ti devi occupare necessariamente del dolore altrui ma rispettare le regole e le norme della società in cui vivi. In teoria invece dovremmo occuparci di tutti coloro che soffrono senza distinzioni. La sofferenza di un essere umano è da prendere in considerazione tanto quanto la sofferenza di un animale. La mia vita non è più degna di quella di un maiale, ad esempio. Quindi perché proporre in prima istanza una liberazione animale? Io non propongo in prima istanza una liberazione animale. Per me l’antispecismo debole è una piccola parte della teoria del post-umano contemporaneo che vorrebbe mettere sotto scacco l’antropocentrismo. Dunque non si parla di prendersi cura degli animali perché è un modo per depotenziare quelle visioni del mondo che sta intorno a noi, spesso false e ideologiche, che ci fanno pensare di essere al centro in quanto umani. Provando a uscire dall’antropocentrismo, le prospettive sono diverse. Per fare un esempio: un uomo che vivesse per vent’anni in una foresta, potrebbe anche mangiarli gli animali perché è...

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L’odiosamata Torino rende omaggio al suo “Guido”. Il poeta Guido Ceronetti compie novant’anni.

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L’odiosamata Torino rende omaggio al suo “Guido”. Il poeta Guido Ceronetti compie novant’anni.

Il 15 novembre, nel palazzo Dal Pozzo della Cisterna di Torino, ha avuto luogo il Convegno “Guido Ceronetti, torinese fuori ordinanza, poeta contro il conformismo e il consumismo”, col quale il Centro Pannunzio, con il patrocinio della Città metropolitana di Torino,  ha voluto rendere omaggio all’intellettuale torinese in occasione del recente compimento del novantesimo anno d’età, indagando i vari aspetti del suo genio poliedrico: la poesia, il giornalismo, le straordinarie traduzioni dei poeti latini- in particolare di Catullo-  le traduzioni dall’ebraico antico dei testi biblici, il Teatro dei Sensibili, nonchè la sua convinta scelta vegetariana, “un’incrinatura sensibile all’uniformità sociale”, dettata da un così alto rispetto per gli animali da potersi considerare essa stessa una nobile manifestazione di pensiero. I temi sono stati sviluppati da Valter Vecellio, vicecaporedattore di Rai 2 e direttore di Notizie Radicali, Sarah Kaminski, traduttrice e docente di ebraico all’Ateneo di Torino,  Carmen Nicchi Somaschi, Presidente dell’Associazione Vegetariana Italiana; Giovanni Ramella, critico letterario e indimenticato preside dello storico Liceo Classico D’Azeglio di Torino, e da Gilberto Giuseppe Biondi, docente di letteratura latina all’Università di Parma e direttore del Centro Studi Catulliani, che, commentando appassionatamente la sua preziosa edizione Millenni dell’Einaudi,  ha saputo coinvolgere il folto pubblico in tutto l’incanto e il tormento degli splendidi frammenti dedicati a Lesbia nella versione ceronettiana. Che Torino dedichi  un omaggio a Guido Ceronetti può apparire quasi paradossale, dati i sentimenti controversi che l’anomalo intellettuale nutre per la sua città, dalla quale si è allontanato nel 2009, preferendole il refugium di Cetona, borgo medievale fra le colline senesi, dove vive da moderno anacoreta, lontano dai siparietti chiassosi della mondanità e dei luoghi comuni. Cosi simile, in questo suo atteggiamento, a un altro grande torinese sui generis, il conoscitore di segreti Elémire Zolla, che detestava la sua città natale, e che proprio all’amico Ceronetti- come lui emarginato dall’intellighenzia allineata, e come lui ritiratosi in aristocratico esilio in Toscana- dedicò alcune pagine evocatrici della sua infanzia in una Torino oppressa dal grigiore post- industriale, dove il geniale bambino Zolla si aggirava smarrito, cercando invano, in qualche suo scorcio, un frammento di bellezza. Dalla fine degli anni Sessanta, quando lo stesso Zolla pubblicò sulla rivista Conoscenza religiosa un saggio ceronettiano in difesa della luna, nel quale l’autore esprimeva tutto il suo sdegno nei confronti dell’allunaggio, da lui considerato uno stupro e un’esplosione di stupidità umana (“Giù le mani dalla luna!” , gridava agli astronauti), il Filosofo Ignoto ha percorso il suo sentiero solitario di gnostico non irretito da facili ottimismi, di profeta di catastrofi e sventura, persuaso dell’inestirpabilità del male nel mondo e dell’esistenza di una pianificazione nella stupidità umana contemporanea. Bersagliato da polemiche, definito antimodernista a reazionario dalla cultura omologata per i suoi sfottò alla New Age, per le sue ferme prese di posizione contro i trapianti d’organo, contro lo strapotere dello Stato del Vaticano sull’Italia- da lui avvicinato a quello della Cina sul Tibet-, contro l’ ondata migratoria, a suo parere inevitabile premessa di guerre sociali e religiose, Ceronetti, come un chirurgo impietoso, cauterizza con la parola, affidando le sue opinioni scomode a una prosa ribollente di indignazione e folgorante nelle metafore, nella quale perfino i suoi più meticolosi detrattori sono costretti a riconoscere i toni di una remota verità. Quando Pier Franco Quaglieni, Direttore del Centro Pannunzio, consapevole della mia ammirazione ...

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Le Sabbie Bianche di Geoff Dyer arrivano a Torino. Conversatore sottile e sciccoso, perfetto per un’intervista.

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Le Sabbie Bianche di Geoff Dyer arrivano a Torino. Conversatore sottile e sciccoso, perfetto per un’intervista.

Dopo aver fatto tappa a Cuneo per Scrittori in Città, il noto scrittore britannico Geoff Dyer, si concede una serata torinese al Circolo dei Lettori per la rassegna ideata dal Salone del Libro Giorni Selvaggi. L’occasione è legata alla presentazione del libro Sabbie bianche, uscito per i tipi del Saggiatore. Se c’è qualcuno che sa essere curioso, entusiasta e folle quanto basta per far delle proprie curiosità un mestiere sicuramente quello è Geoff Dyer. Non solo si è conquistato la devozione dei lettori, è riuscito a passare con la stessa lingua elegante e colta attraverso fotografia, scultura, cinema, letteratura, e scritti di natura vagamente autobiografica. Come questo Sabbie Bianche, resoconto di un tour nei luoghi che letture e letteratura hanno spinto Dyer ad andare a vedere di persona e, a restituircene un resoconto mai scontato. Bisogna dirlo. Il libro è lontanissimo da qualsivoglia letteratura di viaggi o reportage. E’ tutt’altro. Meritava andare a scambiarci qualche parola. Scriveva Baudrillard: “Uno dei piaceri del viaggio è immergersi dove gli altri sono destinati a risiedere e uscire intatti.” Ritiene di assecondare questa sensazione quando racconta dei posti che visita e di cui racconta? Beh, dipende. Certo, può capitare che si riparta da alcuni luoghi che abbiamo visitato con un senso di sollievo, ma per rispondere alla domanda preferisco pensare a un’altra citazione, questa volta di Roland Barthes. Guardando la fotografia di una casa in Alhambra [di Charles Clifford, N.d.T.] esclama: “Vorrei vivere lì”. Spesso, quindi, si lascia alle spalle un posto senza quella malvagia soddisfazione che non tu, bensì altre persone sono condannate a viverci. Si tratta di un sentimento che si potrebbe definire “elegiaco” proprio perché non ti è dato di vivere in quel luogo – e non intendo per il resto dei tuoi giorni, ma talvolta neppure per un breve lasso di tempo. Questo per dire che la risposta alla sua domanda non può che essere, purtroppo, la risposta più noiosa al mondo: dipende. Ritiene che la letteratura, tanto quanto la fotografia, sia in grado di mostrarci luoghi e paesaggi diversi? Possiamo considerare Sabbie bianche una sorta di fotografia letteraria del paesaggio odierno? Indubbiamente, sebbene letteratura e fotografia abbiano per così dire due “poteri” diversi. La fotografia ha una forza documentaristica, è una citazione del luogo, mentre ciò che mi interessa della letteratura – e con questo non intendo la letteratura di viaggio, le guide – è il suo enorme potenziale di sollecitare una risposta soggettiva e non solo un’interpretazione della geografia. Mi pare, cioè, che quel luogo lo si possa persino trasformare mentre lo si descrive. Un esempio che mi viene in mente è dato da uno scrittore che ammiro molto, D.H. Lawrence: quando si reca in un posto, spinto talvolta da una grande sensibilità, ti permette di provare una sorta di vibrazione. Pensiamo, per esempio, a “Lettera dalla Germania” che ha scritto nel 1924 – e, ripeto, nel 1924 e non nel 1934! – in cui evoca la ferocia che si sprigiona dagli alberi e si diffonde con il vento. Altre volte ci descrive luoghi che definisce “orribili” e “disgustosi”, ma noi sappiamo che si tratta solo della proiezione dei suoi sentimenti più intimi. Possiamo dire, allora, che la fotografia tende a essere più una finestra, mentre la letteratura funge da specchio. Eppure, se c’è qualcosa di davvero interessante, è osservare le...

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