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Paziente, pieno di riguardi, svelava le verità più ciniche e fredde nascoste dentro i cliché.

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Paziente, pieno di riguardi, svelava le verità più ciniche e fredde nascoste dentro i cliché.

Circolo dei Lettori di Torino Al sostantivo experience, legato al proprio nome, chissà quali elucubrazioni impervie e dissennate avrebbe dato fiato David Foster Wallace. Lo scrittore morto suicida dieci anni fa, che oggi, forse a sua insaputa, raccoglie un foltissimo numero di devoti ai suoi incredibili e bellissimi libri. Il Circolo dei Lettori, oltremodo impavido, ha organizzato il Wallace Experience, una serata in sua memoria. Per rimanere fedeli al titolo: “A special Indie Night” per ricordare, rileggere e, qui senza più barriere, amare David Foster Wallace addirittura per sempre. Giuro hanno davvero così scritto. Traduzione: il sopraffino, grandioso David Foster, colmo di gusto della parola, è già stato tradito da questo tipo di presentazione, più del marito di Emma Bovary. Il 12 settembre dalle 18 in comincerà il bello di pensare ad un tributo, per avventurarsi nelle sue fissazioni, come il tennis, la matematica e la politica; per conoscerlo e riscoprirlo – triste, comico, commovente. Per l’occasione, si alterneranno gli interventi del giornalista RAI Antonio Sgobba, collaboratore di Wired e La Lettura, Contro il fatalismo; di Maurizio Codogno, su Una cultura è meglio che due. DFW e la matematica: una relazione particolare; Martino Gozzi, della Scuola Holden Storytelling. Hamilton Santià, con Di cosa ridiamo quando non c’è più niente da ridere indaga il rapporto tra lo scrittore e la politica, a partire da quando Rolling Stone affidò proprio a Wallace un reportage sulla campagna elettorale di John McCain, all’epoca candidato alle primarie repubblicane. Dalle ore 21.30 al via la Special Indie Night, racconto curato da Davide Ferraris, Sara Lanfranco e Francesca Marson, mix di linguaggi, video, musica e oralità, che vede tra i protagonisti Marco Cassini, editore di SUR e già fondatore di minimum fax, casa editrice che ha portato in Italia le opere di Wallace,  Marta Ciccolari Micaldi La McMusa,blogger esperta di americanistica Giulia Muscatelli, curatrice di Brave con la lingua (Editori Riuniti) che racconta Questa è l’acqua attraverso delle speciali Instagram Stories. La storiella, strepitosa per semplicità e profondità, legata all’acqua che Wallace narrò al Kenyon college, il 21 maggio 2005, è questa;   Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?” Forse è sufficiente questo piccolo apologo per adorarlo o come scrivono quelli del Circolo: Perché ci ha spezzato il cuore con affermazioni come questa: «A me sembra che questa sia una generazione più triste, e più affamata. E la cosa che mi fa paura è che, quando arriveremo noi al potere, quando saremo noi quelli di quarantacinque, cinquant’anni, non ci sarà nessuno. (…) E non ci sarà nessun limite ai nostri, come dire, appetiti. E anche alla nostra smania di sperperare le cose». Perché, dopo aver letto Infinite Jest, abbiamo sentito il bisogno di telefonare a qualcuno, troppa era la solitudine che scaturiva da quelle pagine. Perché poteva scrivere di qualsiasi cosa – tennis, dipendenze, medicina, vita di tutti i giorni – e insegnava comunque come l’ironia, che utilizziamo spesso a sproposito, maschera i nostri veri sentimenti. Perché, anche se la parola “genio” è abusata, a lui si addice...

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Ritorno sulla Karakorum Highway. Al MAO si racconta della via asfaltata più alta del mondo.

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Ritorno sulla Karakorum Highway. Al MAO si racconta della via asfaltata più alta del mondo.

La Karakorum Highway ( KKH per gli amici) è la più alta via asfaltata del mondo che attraversi un confine internazionale.  Segue uno dei molti tracciati dell’antica Via della Seta, è lunga 1200 km. e collega Kashgar, nella regione cinese dello Xinjiang con Havelian, nel distretto di Abbottabad in Pakistan.  Inaugurata nel 1978, dopo 20 anni di lavori, attraversa quasi di netto la catena montuosa del Karakorum, superando a quota 4693 m. il  Passo Khunjerab aperto dal 1° maggio al 15 ottobre.   A raccontare cos’è la Karakorum Highway è Anna Alberghina, medico, fotoreporter e instancabile viaggiatrice,  in un incontro d’inizio giugno nella meravigliosa sede del MAO, il Museo d’Arte Orientale di Torino, in occasione della mostra Orienti con la collaborazione de Il Tucano Viaggi. Per GazzettaTorino ha condensato in un articolo un viaggio straordinario. Durante la sua costruzione, ce lo ricordano le lapidi di cui è disseminata, persero la vita centinaia di operai pakistani e cinesi. Pomposamente chiamata “highway”, è ancora poco più che una statale a doppio senso di marcia.  Percorrerla è un’avventura ed è proprio quello che ci si aspetta da una stretta camionabile che si snoda tortuosa ad altezze record.   Più che una via di collegamento, in realtà, è una vera e propria meta di viaggio.  Consente di immergersi in un paesaggio unico al mondo fatto di ghiacciai scintillanti, laghi turchesi e strapiombi rocciosi.  Non per niente viene considerata l’ottava meraviglia del mondo.  Il primo progetto fu del 1959 quando la Cina di Mao e il neonato Pakistan cercavano una via per migliorare gli scambi commerciali tra Lahore e Pechino. L’unica possibilità fu rendere carrozzabile questa pista facendole rivivere i fasti delle antiche rotte carovaniere.  Questa arteria, di grande importanza strategica e militare, mette così in comunicazione due universi opposti: la Cina comunista e il Pakistan fondamentalista. La sua costruzione ha consentito un facile accesso a Gilgit e Skardu, nel Baltistan, i due principali centri per le spedizioni verso le vette del Karakorum.  Cinque degli “8000”, infatti, si trovano in Pakistan.  I più famosi sono il K2 , la seconda cima al mondo con i suoi 8611 m. e il Nanga Parbat ( 8125 m.). Dopo i fatti dell’11 settembre il turismo nell’area è drasticamente calato ma già da un paio d’anni si avvertono segni di ripresa.  E’ di nuovo possibile ammirare in tutta serenità i colossi di granito incappucciati di neve. Durante il percorso non mi abbandona mai la visione romantica delle carovane in cammino lungo la Via della Seta, quell’insieme di rotte commerciali che congiungeva l’Asia Orientale e, in particolare, la Cina al bacino del Mediterraneo, attraversando alcune fra le regioni più inospitali dell’Asia.  Basta il nome per evocare emozioni straordinarie e far viaggiare l’immaginazione. A tratti ne intravedo le tracce scavate nella roccia ed immagino l’incedere dondolante dei cammelli battriani carichi di merci.  Iniziata nel secondo secolo a.C. ai tempi della dinastia Han, sopravvisse fino al 15° secolo, 150 anni dopo Marco Polo, quando si aprirono le vie marittime.  La Via della Seta condensa, in un’unica espressione, secoli di storia e di avvenimenti che hanno segnato il destino di popoli e culture.    Oggi, in mezzo al Karakorum, non si incontrano più i cammelli ma i coloratissimi camion pakistani.  Carichi di sonagli e di vistose decorazioni, sono vere e proprie opere...

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Il volto di Torino Magazine in copertina per celebrare trent’anni di attività.

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Il volto di Torino Magazine in copertina per celebrare trent’anni di attività.

E’ dal 1998 che una testata racconta la città di Torino utilizzando un volto, una faccia, un viso di un persona nota dedicandogli lo spazio dell’intera copertina. Colto in primo piano, il personaggio, talvolta è capace di interpretare il momento, il carattere, l’indole, la natura di quella categoria sfuggente e inafferrabile che rappresenta la comunità dei cittadini di una piccola metropoli. Le foto rispettano il tratto individuale del prescelto e non trasformano mai le persone in personaggi, interpretando perciò al meglio la sottile diffidenza tipica del torinese che ama la ribalta per il tempo di un minuto per poi dedicarsi subito a cose concrete. Dietro a questa scelta c’è probabilmente molta della filosofia che guida una rivista al traguardo dell’età adulta: trenta primavere. Arrivandoci in piena salute, solida, apprezzata e vivace di curiosità leggera e  ben informata.    Per i suoi trent’anni cambia solo apparentemente modello e, in copertina mette se stessa. Fondo argentato, testo in rosso, anni di percorrenza in bianco in posizione centrale e 252 pagine di interviste esclusive e reportage con l’obiettivo di informare i torinesi, mostrando loro il meglio che Torino aveva e avrà da offrire. Uno storytelling corale che dal 1988 prosegue ancora oggi continuando ad animare e colorare il territorio. Dice il Direttore Guido Barosio “Se ci voltiamo indietro ad osservare il lavoro fatto non possiamo che farci prendere dall’emozione. Nelle nostre trentamila pagine abbiamo accompagnato la città nel suo cammino, abbiamo visto Torino trasformarsi e raccogliere tante sfide: le Olimpiadi, il Salone del Libro e quello del Gusto, i centocinquantanni dell’unità d’Italia, il rinnovamento urbanistico che oggi esibisce il grattacielo Intesa Sanpaolo, la nuova Porta Susa, la metropolitana e le OGR. E noi ci siamo stati sempre, abbiamo raccontato e abbiamo anticipatolo lo spirito dei tempi. Come quando Torino Magazine ha avvicinato la città a Expo 2015. Raccontare il patrimonio storico e culturale della città, documentare con attenzione il presente attraverso gli occhi dei protagonisti che nel corso del tempo si sono avvicendati tra le pagine e con questo spirito che oggi Torino Magazine si rivolge al futuro confermando il proprio legame con Torino.  Tiene a precisare Andrea Cenni, direttore editoriale della testata, «Questa è l’occasione per dire un grazie sincero a tutti i torinesi che in questi anni si sono ‘dati da fare’ in mille modi per questa città. sappiamo perfettamente che senza di loro Torino Magazine non sarebbe potuto esistere». Tornado ai volti che campeggiano le copertine di centinaia di numeri tornano in mente le parole di una canzone di Renato Zero che sembrano ben attagliarsi: Dietro questa maschera, c’è un uomo e tu lo sai! L’uomo di una strada che è la stessa che tu fai. E mi trucco perché la vita mia, non mi riconosca e vada via… Ogni giorno racconto la favola mia La racconto ogni giorno, chiunque tu sia… E mi vesto di sogno per darti se vuoi, L’illusione di un bimbo che gioca agli...

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L’archeologia delle Meraviglie: Andrea Carandini presenta La Forza del Contesto all’Egizio.

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L’archeologia delle Meraviglie: Andrea Carandini presenta La Forza del Contesto all’Egizio.

Al centro della piramide di meraviglie del Museo Egizio Andrea Carandini dice che “il lavoro di un archeologo somiglia a quello di un investigatore“, professore emerito di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso l’Università di Roma La Sapienza e autore di molteplici opere saggistiche alla cui schiera si è recentemente aggiunto La Forza del Contesto, ultima (anzi, penultima) fatica letteraria di colui che da molti è considerato la più importante eminenza nazionale nel campo dell’archeologia. Se non altro, la più prolifica. L’allievo prodigio di Ranuccio Bianchi Bandinelli vanta una bibliografia da fare invidia a qualunque studioso: oltre 30 monografie e innumerevoli collaborazioni unite a ricerche empiriche che ne hanno consolidato negli anni l’autorevolezza e il prestigio. A meno di un mese dalla pubblicazione di Io, Agrippina, l’instancabile Carandini ha tenuto il 25 maggio presso il museo egizio di Torino una conferenza sul complesso e profondamente meditativo saggio La Forza del Contesto, edito da Laterza, il cui fine è quello di scandagliare l’affascinante mondo dell’ archeologia partendo dall’analisi del singolo oggetto e ponendolo successivamente in relazione con gli altri ritrovamenti  e con lo stesso ambiente che lo circonda. Senza ovviamente dimenticare il ruolo primario dei musei nella conservazione dei reperti, argomento clou del momento tra gli studiosi. A dialogare con l’autore, il direttore del Museo Egizio, Christian Greco, Andrea Augenti (Università di Bologna), Carlo Tosco (Politecnico di Torino), Giuliano Volpe (Consiglio Superiore “Beni culturali e paesaggistici” del MiBACT). Ad aprire il dibattito è il direttore del Museo Christian Greco, ne elogia la prosa agevole e snella del libro, citandone i passi salienti, per finire con un lungo e un po’ verboso monologo sull’importanza di considerare il patrimonio culturale un bene collettivo e dunque meritevole di una maggiore responsabilizzazione sia da parte del singolo individuo che degli enti privati e pubblici. Carandini annuisce con scarso entusiasmo, probabilmente stanco dei soliti discorsi di circostanza tipici degli accademici, che rimpiangono martello e scalpello sotto il sole del Cairo. Un archeologo, si sa, è un uomo pragmatico, e ai discorsi idealistici preferisce l’azione. Tra una battuta di spirito e l’altra, Carandini sottolinea l’importanza di creare gruppi di lavoro sul campo perfettamente organizzati e coadiuvati (“Se ognuno fa a modo suo poi la somma è un caos!”) e aggiunge che solo un contesto umano ben organizzato può affrontare la ricerca di un contesto urbano storicamente preciso e stratificato. Gli interventi di Scarpa, Augenti e Tosco non regalano il necessario quid di vivacità, indispensabile a tener coinvolto l’uditorio. La nota positiva è la presenza di Carandini, che con il suo fare gioviale e arguto sa tenere attenta la platea. Un peccato per un libro così acuto e ricco di spunti di riflessione. Forse una intervista diretta (come già fatto a Catania) sarebbe stata preferibile e avrebbe conferito più valore non solo al libro ma anche all’autore. Ilaria...

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Riccardo Gualino imprenditore ed umanista. Il Centro Studi Piemontesi edita una nuova biografia.

Pubblicato da alle 16:18 in Economia, Pagine svelate, Prima pagina | 0 commenti

Riccardo Gualino imprenditore ed umanista. Il Centro Studi Piemontesi edita una nuova biografia.

All’inizio dell’anno alla Galleria Sabauda, museo reale che deve molto alla donazione dell’imprenditore mecenate biellese Riccardo Gualino, amante dell’arte e finanziatore del cinema di Federico Fellini e Mario Sodati, tramite la sua Lux cinematografica che metteva in scena anche gli spettacoli di Erminio Macario nel Teatro di Torino in via Verdi, prima lo Scribe, nato sotto l’egida del biellese è stata presentata un’aggiornata biografia su Riccardo Gualino edito dal Centro Studi Piemontesi. La biografia gualiniana dell’economista Claudio Bermond riempe un vuoto nella letteratura documentaria sotto la Mole e va ad affiancarsi  alla recente biografia dell’imprenditore umanista di Valerio Occhetto, già responsabile della settore Storia della Rai su Adriano Olivetti. Mancano ancora all’appello una biografia attendibile, come le suddette, sul risorgimentale Costantino Nigra e sull’intellettuale irregolare, Giacomo Noventa,  amico di Gramsci e Gobetti. Peccato perché si tratta di uomini che vissero nelle più vivaci dal punto di vista artistico e politico di Torino. Nigra, come si sa, fu uomo politico risorgimentale come lo fu Quintino Sella, zio della famiglia di banchieri biellesi in ottimi rapporti sia con Gualino che con Olivetti. Entrambi furono travolti da grandi crack finanziari del Novecento, forse perché erano imprenditori lungimiranti che non guardavano al profitto come fine, ma come mezzo.  Alla bancarotta  si sono opposti con le forze che ancora gli restavano dopo una vita inimitabile. Gualino perché liberale, pure in economia, si era opposto all’economia autarchica del Ventennio e per questo mandato al confino a Lipari. L’Olivetti fu affossata – con molte probabilità – dalle speculazioni di Carlo De Benedetti e Roberto Colaninno. Allora non c’era il recente fondo interbancario in favore della finanza: il cosiddetto decreto salvabanche. E Claudio Bermond alla Galleria sabauda lo ha fatto ben capire, illustrando in un incontro l’avventura finanziaria del biellese manager della Banca Agricola Italiana, confluita nell’Istituto bancario San Paolo. Nel suo libro spiega come il Duce lo tenesse d’occhio, attraverso l’Iri e la Banca d’Italia. Un po’ come è stato fatto ora con Banca popolare di Vicenza e Veneto Banca. L’obiettivo dei governi è sempre stato quello di monitorare il sistema creditizio. La stringente attualità di Gualino, ma anche di Olivetti, la cui gloriosa azienda è appena stata sotto processo per le morti di amianto, sta proprio qui. Curiosa coincidenza è, poi, che la redazione torinese del Corriere della sera aperta da un mese si trovi proprio in Galleria San Federico dove Riccardo Gualino incontrava Mario Sodati e Felice Casorati che lo riconoscevano come il mecenate per eccellenza. Accanto a a piazza San Carlo c’è ancora il cinema Lux che almeno nel nome ricorda la casa cinematografica gualiniana, fiore all’occhiello della Settima arte tra le due guerre. Amedeo Pettenati...

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Al vincitore del Premio Strega Europeo un premio piccino picciò. Cinque i candidati.

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Al vincitore del Premio Strega Europeo un premio piccino picciò. Cinque i candidati.

Le librerie più attente della città e forse preoccupate delle sorti del Salone Internazionale del Libro di Torino stanno rivoluzionando le vetrine. Cinque libri si stanno conquistando il posto di maggiore visibilità: sono gli autori internazionali finalisti alla quinta edizione del Premio Strega Europeo 2018. I loro nomi sono stati annunciati lunedì 9 aprile alla Common Room nella nuova sede del Collegio Carlo Alberto di Torino. I cinque autori interverranno al Salone Internazionale del Libro di Torino, dove presenteranno i loro rispettivi libri, ciascuno in un incontro individuale, tra sabato 12 e domenica 13 maggio, e dove verrà decretato il vincitore. La cerimonia di premiazione avrà luogo domenica 13 maggio alle ore 18.30. Ad annunciare i loro nomi sono stati Nicola Lagioia, direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino e Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci. L’incontro, inaugurato dal saluto istituzionale di Massimo Gaudina, Capo della Rappresentanza regionale della Commissione europea, ha visto alternarsi gli interventi degli scrittori Giuseppe Culicchia, Fabio Geda, Martino Gozzi, Giusi Marchetta ed Elena Varvello, ciascuno dei quali ha presentato uno dei cinque libri finalisti, che sono: Fernando Aramburu, Patria (Guanda), tradotto da Bruno Arpaia, Premio Nacional de Narrativa 2017, Spagna Olivier Guez, La scomparsa di Josef Mengele (Neri Pozza), tradotto da Margherita Botto, Prix Renaudot 2017, Francia Lisa McInerney, Peccati gloriosi (Bompiani), tradotto da Marco Drago, Baileys Women’s Prize 2016, Irlanda Auður Ava Ólafsdóttir, Hotel Silence (Einaudi), tradotto da Stefano Rosatti, Icelandic Literature Prize 2016, Islanda Lize Spit, Si scioglie (E/O), tradotto da David Santoro, Nederlandse Boekhandelsprijs 2017, Belgio   Il Premio Strega Europeo, nato nel 2014 in occasione del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea per diffondere la conoscenza di alcune tra le voci più originali e profonde della narrativa contemporanea, è promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea, dall’azienda Strega Alberti Benevento, dalla Casa delle Letterature, e dal Festival Internazionale Letterature di Roma. Concorrono a ottenere il riconoscimento, del valore di 3.000 euro, cinque romanzi recentemente tradotti in Italia, provenienti da aree linguistiche e culturali diverse, che hanno vinto nei Paesi europei in cui sono stati pubblicati un importante premio nazionale. Dallo scorso anno è previsto inoltre un riconoscimento di 1.500 Euro al traduttore del libro premiato, offerto dalla Fuis (Federazione Unitaria Italiana Scrittori). Il riconoscimento sarà assegnato da una giuria composta da oltre venti scrittori vincitori e finalisti del Premio Strega. Pierpaolo Sorel...

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Torinesi a New York. Al Graduate Center si parla di Antropo-Scenari.

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Torinesi a New York. Al Graduate Center si parla di Antropo-Scenari.

Nel cuore di Manhattan, all’angolo con l’Empire State Building, sulla 365 Fifth Avenue, si trova il Graduate Center, City University of New York, in questa importante sede è stato presentato un libro scritto da due docenti torinesi: Daniela Fargione e Carmen Concilio. Entrambe appartenenti all’Università di Torino, hanno curato un testo a più voci dall’impegnativo titolo «Antroposcenari. Storie, paesaggi, ecologie», edito per i tipi del Mulino. L’antropocene, parola a cui hanno aggiunto scenari è, secondo la Treccani “L’epoca geologica attuale, ossia l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche“. Il termine  antropocene fu coniato nel 2000 dal chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen.   «Antroposcenari. Storie, paesaggi, ecologie» è il risultato del confronto e del dibattito aperto di vari studiosi di scienze umane ambientali (o «environmental humanities») su aspetti cruciali dell’Antropocene, l’era geologica in cui all’attività di un’unica specie – quella umana, appunto – si è attribuita la causa principale delle alterazioni sulla Terra. I saggi raccolti nel libro riflettono un ampio ventaglio di discorsi articolati con un preciso approccio critico interdisciplinare – dalla filosofia alla meteorologia, dalla letteratura alla sociologia, dalla linguistica alla cinematografia. L’obiettivo è far luce sull’antropizzazione che si ripercuote su clima, territori, paesaggi, sul sistema delle acque, su cibi e migrazioni, offrendo una visione panoramica – locale e globale – dei problemi ambientali in tutte le loro sfaccettature. Senza voler offrire soluzioni consolatorie, il volume intende rinnovare la nostra episteme, erroneamente radicata nella profonda e netta frattura tra natura e cultura. Come scrive Serenella Iovino nella prefazione, gli scenari dell’Antropocene pongono sfide che anche gli umanisti sono pronti ad accogliere, integrando i discorsi di tecnici e scienziati.  Ed è proprio la visualizzazione di questa condizione ibrida che occorre amplificare attraverso un discorso transdisciplinare. La complessità culturale e scientifica posta da fenomeni quali il riscaldamento globale, la perdita della biodiversità, l’insostenibile crescita della popolazione, la deforestazione, l’aumento della salinità dei mari, la desertificazione, le migrazioni, tanto per citarne alcuni, richiede una narrazione altrettanto complessa. Come scrive nell’introduzione al testo Daniela Fargione, le produzioni artistiche e letterarie – dai romanzi ai film, dalle fotografie alle poesie – descrivono le metamorfosi dell’Antropocene come fenomeni controversi, globali e correlati in un fitto intreccio di interconnessioni umane e non umane – una dimensione naturalculturale, per dirla con la teorica americana Donna Haraway – sicché l’ambiente non costituisce più un semplice sfondo per le storie narrate, bensì influisce sulle trame e sui personaggi generando traiettorie narrative del tutto nuove, dando spazio a prospettive multiple che includono il non umano e contribuiscono a «trovare una via d’uscita dall’immaginario individualizzante in cui siamo intrappolati». Le tremende verità su Katrina, tato per citare un esempio, sono affiorate attraverso un libro e un film, che hanno ben spiegato la catastrofe come un intreccio di politica, capitalismo, nuova guerra al terrorismo, a sua volta genitrice di nuove forme di nazionalismo, iper-patriottismo, cinismo… Come auspica Amitav Ghosh mentre si interroga sulle molteplici rotture che hanno sconvolto le nostre esistenze e che ora richiedono abitudini nuove (a partire proprio dalle nostre modalità narrative), non possiamo che augurarci una nuova messe di opere che trovino ispirazione da ciò che ci circonda. «Antroposcenari. Storie, paesaggi, ecologie» si propone questo esatto obiettivo: conciliare rigore scientifico ed estro creativo nell’intento di risanare le numerose storie monche che abbiamo letto finora sulle...

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L’arte del raccontare storie entra nelle corsie ospedaliere. Assemblea Teatro legge.

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L’arte del raccontare storie entra nelle corsie ospedaliere. Assemblea Teatro legge.

Intervista a Renzo Sicco di Assemblea Teatro e ideatore dell’iniziativa. “Non sempre abbiamo voglia di stare dove stiamo e non c’è niente come le storie, che ci porti lontano” Paola Mastracola   La narrazione è una formula usata da sempre, nelle diverse culture, per diffondere messaggi, creare legami, comunicare. Proposta in ambito ospedaliero può aiutare i pazienti nel loro percorso di paura, speranza, accettazione; può diventare un momento ricco di significato che dà conforto ai pazienti e amplia le prospettive di chi racconta. Da questi presupposti nasce il ciclo di letture in ospedale, proposte da Assemblea Teatro e dalla direzione sanitaria del San Luigi, una proposta sperimentale che potrebbe allargarsi ad altre situazioni di cura. Narrare una storia a chi affronta una degenza ospedaliera – afferma Renzo Sicco regista di Assemblea Teatro- è come offrire una boccata d’ossigeno, un riparo dalle turbolenze dei pensieri tristi, un aiuto a sentirsi meno soli. Come è nata l’iniziativa? Dopo una mia degenza all’Ospedale San Luigi e dopo aver cercato un conforto nella piccola biblioteca dello stesso, ho immaginato e proposto un percorso di letture che potesse aiutare i degenti in un loro momento difficile, facendoli sentire meno soli. Ho interpellato alcuni amici scrittori, come Erri de Luca, Luis Sepulveda, Gabriele Romagnoli e Paola Mastrocola, che hanno subito accettato l’idea di far leggere i loro testi in ospedale dai nostri attori. L’idea è stata accolta molto bene anche dallo staff medico, dagli psicologi e dal personale sanitario.” Un intervento in un luogo di cura richiede una sensibilità particolare agli attori interpellati per narrare. Certo si entra in un luogo di cura e di dolore e questo richiede un’attenzione particolare alla situazione del degente che incontriamo in un piccolo spazio, nella sua camera o in una saletta riunioni, cercando di creare con lui-lei un rapporto diretto, speciale. Abbiamo varie proposte di lettura e una duttilità d’offerta che tiene conto delle condizioni di ogni singolo malato: se percepiamo stanchezza del pazienti, o difficoltà a concentrarsi, proponiamo racconti brevi e più leggeri. Avevate già proposto letture in ospedale? “Abbiamo usato la narrazione in corsia con bambini ricoverati in reparto oncologico: in particolare s’è impegnata la nostra Cristiana Voglino, che aveva un figlia ricoverata nello stesso reparto, e dall’esperienza è nato anche un libro che raccoglieva le idee, i disegni, le frasi dei bambini proposte in un racconto dal titolo ‘Aiutami a non avere paura’ che era una frase detta da un piccolo degente.” La malattia fa soffrire e spaventa ma, in certe situazioni almeno, può gettare una luce nuova su alcuno aspetti dell’esistenza… “La malattia è un passaggio problematico che però può insegnare molto: per me è stata uno shock molto forte, non perché la ritenessi un tabù e non l’avessi contemplata, ma certamente viverla in prima persona è molto diverso; in questo caso si può andare incontro ad un ko tecnico dal quale poi si cerca di rialzarsi, ognuno con i suoi tempi. Il fattore tempo nel periodo di malattia, è molto variabile, ogni paziente ha i suoi tempi di ripresa e bisogna rispettarli, bisogna lasciare che il malato raccolga i suoi pensieri, e riorganizzi le sue risorse, senza forzature. Un concetto fondamentale che i parenti, a volte, tendono a sottovalutare.” Le reazioni alla malattia infatti possono essere influenzate dal comportamento di famigliari e amici. Durante il percorso della...

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Al Circolo dei Lettori “Un’apparizione di superfici”. Dialoghi sulla fotografia contemporanea.

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Al Circolo dei Lettori “Un’apparizione di superfici”. Dialoghi sulla fotografia contemporanea.

Sabato 3 marzo alle ore 18 Luca Panaro, critico d’arte, dialogherà con Tiziana Bonomo di ArtPhotò, presso Il Circolo dei Lettori, sul libro da lui scritto “Un’apparizione di superfici” un invito a riflettere sulle strade della fotografia contemporanea insieme ad Eloisa d’Orsi, antropologa e fotografa.   Sarà un momento prezioso ed intrigante per interrogarsi sul contemporaneo. Una ginnastica per la mente, uno sforzo per pensare al presente, immaginare il futuro senza farsi travolgere dalla nostalgia, dalla malinconia del passato. Dimenticare i riferimenti acquisiti per imparare a guardare nuovi piani, nuove prospettive. Un invito a questa riflessione ci viene proprio da Luca Panaro con il suo libro “Un’apparizione di superfici” sulla produzione di immagini della fotografia contemporanea che, apparentemente, si presenta come lo specchio di una realtà piatta, confusa sempre più sottile nei contenuti, nelle visioni, nell’ immaginazione. Cosa ci fanno pensare le immagini di autori che utilizzano smartphone, tablet, macchine professionali, polaroid e altro ancora. Belle tappezzerie, quadri astratti, immagini surreali di mondi inesistenti, tentativi per depistare menti sofisticate, eccessivamente intellettuali o appositamente fatte per alimentare intellettuali tenebrosi? Un’operazione complessa e rischiosa quella di Luca Panaro nel tracciare le strade della fotografia contemporanea. E lo fa con immagini evocative ed efficaci per farci ragionare sulle possibili “mutazioni iconografiche”. Nel libro Panaro intervista esponenti della cultura contemporanea chiedendo opinioni e punti di vista sui modi, sui concetti e su quanto comunica la fotografia attraverso i nuovi media e la nuova tecnologia. Interessante è l’affermazione di Marco Signorini sui social “dovremmo riflettere se siamo ancora in presenza della Fotografia, intesa come invenzione con caratteristiche precise, oppure se oggi stiamo utilizzando un sistema che ne simula strumentazioni e modalità mettendo in gioco un linguaggio diverso (19ago2015)”. Oltre a Signorini vengono citati le riflessioni di altri autorevoli personaggi come Taisuke Koyama (1978) che lavora ad Amsterdam e ha già conquistato premi oltremodo rappresentativi come quello dell’Arts Council nel 2017 di Tokyo e il pensiero di Maxime Guyon “exaptation” inserito nel libro per farci riflettere se e quanto stia cambiando la fotografia. Instagram diventa per tutti uno tra i nuovi spazi in cui il continuo fluire delle immagini consente una narrazione sempre più aperta all’interpretazione del singolo, complice una nuova estetica sempre pronta a provocarci. Già nel passato alcuni grandi autori avevano anticipato, come Luigi Ghirri o Joan Fontcuberta, la pratica di avvicinarsi così tanto al soggetto fotografato da proporci una immagine non immediatamente decifrabile. Un metodo inizialmente nuovo per uscire dal sistema del racconto esplicito imposto dalla nostra educazione alla lettura della fotografia. Processo accellerato nel nuovo secolo per arrivare ad immagini senza prospettiva, piatte, in cui si perdono i riferimenti sociali e culturali. La fotografia esce da ogni clichè, perde la necessità di un significato, di un racconto, di un contenuto esplicito. Con questo presupposto l’autore introduce in modo inequivocabile la necessità di interrogarsi sulla società per capire come viene interpretata dal linguaggio contemporaneo della fotografia.È Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano- tedesco, docente di Filosofia all’Università der Künsten Berlin, sigla la nostra società proprio come “un’apparizione di superfici”, una trasparenza senza prospettiva, senza profondità, al punto da denunciarne i meccanismi che influenzano relazioni, stili di vita. Il riferimento al pensiero filosofico di Byung- Chul Han è il momento in cui il libro merita una pausa per far scorrere la mente a quella“ trasparenza” da...

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Louis Ferdinand Céline è ancora una “Bella Rogna” per l’editore Gallimard.

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Louis Ferdinand Céline è ancora una “Bella Rogna” per l’editore Gallimard.

Gallimard voleva ripubblicare (in un unico volume dal titolo Écrits polemiques) Bagatelle per un massacro, La scuola dei cadaveri, La Bella rogna, tre testi di Céline che non erano stati più diffusi dopo la fine della  Seconda guerra mondiale. Alla fine, la storica e prestigiosa  casa editrice parigina ha dovuto rinunciare al progetto editoriale perché la notizia non è piaciuta affatto alla comunità ebraica: «In un contesto – scrive il prefetto delegato alla lotto contro l’antisemitismo e il razzismo, in cui il flagello antisemita va combattuto con forza, la presentazione al grande pubblico di questi scritti vanno pensate attentamente». Il prefetto conclude che con questa sua missiva ha voluto ricordare all’editore le sue responsabilità. In effetti, tutta questa censura è davvero agghiacciante e constatiamo che è terribile vivere in una società che ha paura dei libri e delle parole di uno scrittore. Comunque si voglia giudicare i contenuti degli scritti polemici(ma sarebbe il caso di ricordare, almeno ogni tanto, che si tratta di testi letterari, nei quali la natura metaforica del discorso prevale di gran lunga sui discorsi apparenti), resta il fatto che è  impossibile capire il passaggio  di Céline dai primi capolavori narrativi (Viaggio al termine della notte,  Morte a credito) a quelli della maturità ( Il castello dei rifugiati, Nord) se ci si ostini a prescindere, in base a un’astratta discriminazione ideologica, dalla straordinaria novità stilistica introdotta dalle concitate invettive cui lo scrittore si abbandonò nelle sue pagine  rischiose, provocatorie, e laceranti. Quando Bagatelle per un massacro uscì negli anni 30 fu davvero un fulmine al ciel sereno nella cultura francese. Non si erano ancora placate le polemiche sul pamphlet Mea culpa, in cui Céline smascherava le bugie del comunismo sovietico.Le invettive del grande scrittore francese sono estreme e scomode, ma soprattutto sono letteratura. Penso, soprattutto per questo motivo, che fu un gravissimo errore censurare Bagatelle e chiederne il ritiro dagli scaffali delle librerie. E lo è ancora di più oggi. Ma l’oscurantismo è duro a morire, forse non morirà mai. I libri non vanno mai proibiti, ma vanno letti, soprattutto quelli degli scrittori liberi e scomodi come Céline. Lui è ancora qui è dà molto fastidio. Ma d’altronde egli stesso ha scritto e detto:« «Ma quel che voglio prima di tutto è vivere una vita piena di incidenti che spero la provvidenza vorrà mettere sulla mia strada, e non finire come tanti avendo piazzato un solo polo di continuità amorfa su una terra e in una vita di cui non conoscono le svolte che permettono di farsi un’educazione morale –  se riuscirò a traversare le grandi crisi che la vita mi riserva, sarò meno disgraziato di un altro perché io voglio conoscere e sapere  in una parola io sono orgoglioso – è un difetto? Non lo credo, e mi creerà delle delusioni o forse la Riuscita». Gallimard ha sbagliato a rinunciare a questo progetto, tradendo di fatto la storica vocazione libertaria della casa editrice, che così facendo si schiera dalla parte dei censori e degli oscurantisti a cui fanno paura gli scrittori e i loro libri. Nicola Vacca...

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