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Un capitolo emarginato dalla storia. Un libro di Gianni Oliva lo riporta all’attenzione.

Pubblicato da alle 18:10 in Notizie, Pagine svelate, Prima pagina | 0 commenti

Un capitolo emarginato dalla storia. Un libro di Gianni Oliva lo riporta all’attenzione.

“Le foibe e gli infoibati (…)  restano ancora una strage negata esclusa dalla coscienza collettiva della nazione….” Con quest’affermazione lo storico Gianni Oliva introduce nel suo libro (Foibe ed. Mondadori) un tema quanto mai controverso, strumentalizzato, ridiscusso, evocato, circoscritto. 10 febbraio: solennità civile nazionale, istituita nel 2004. Il Giorno del ricordo spesso passa quasi in sordina. Parlare di foibe significa parlare di repressione, stragi, eccidio, di un periodo storico complesso ed importante della Seconda Guerra Mondiale e del nostro dopoguerra: l’esodo forzato degli istriani, dalmati e friulani dalle loro terre, l’epurazione politica impiegata dai titoisti contro tutti coloro che si opponevano all’annessione dei territori italiani di confine, alla nuova Jugoslavia comunista. Un capitolo della nostra storia emarginato e in parte dimenticato. Ma che grida ancora oggi tutto il suo orrore e la sua collera. “I prigionieri – continua Gianni Oliva parlando delle foibe istriane dell’autunno 1943 – venivano portati, preferibilmente di notte, nelle vicinanze di una foiba (cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo). Ad essi venivano legati i polsi sul davanti, con filo di ferro stretto da pinze, e poi si ordinava loro di alzare le braccia e di sollevare sul capo la giacca in modo da coprirsi il volto. Le donne dovevano nascondersi il volto con la sottana. Avvicinati i prigionieri sull’orlo della foiba a gruppi, si procedeva all’esecuzione sparando un colpo di arma da fuoco alla nuca, alla faccia o al petto delle vittime. I corpi venivano poi fatti precipitare nel baratro”. Si potrebbe continuare, ma queste poche righe bastano per presentare l’ondata di violenza e di repressione che si è abbattuta sulla comunità italiana. La dimensione della strage istriana – un migliaio circa – è contenuta rispetto ai successivi eccidi. Eccidi efferati, volutamente eseguiti dopo la parvenza di processi-farsa, con l’intento di distruggere e colpire quel che rimaneva del potere fascista. Rivincita? Vendetta o rivalsa del contro-potere partigiano slavo? “Gli italiani – scrive Gianni Oliva – si sentono colpiti in quanto gruppo etnico, indipendentemente dalle collocazioni politiche o sociali di ognuno. Le famiglia che hanno avuto delle vittime, non sanno perché sono state colpite. Quelle che sono riuscite a passare indenni attraverso gli eccidi, non sanno perché si son salvate”. “L’infoibamento, simbolo delle atrocità commesse nel maggio 1945 – continua – non è lo strumento quantitativamente più rilevante della repressione. La maggior parte degli arrestati non viene fucilata sul posto e gettata nelle foibe, ma trasferita in campi di prigionia in Slovenia e Croazia, in alcuni casi in Serbia”. Viaggi difficili, feroci umiliazioni e maltrattamenti, violente repressioni che hanno precedenti storici importanti: lo scenario nazionale e internazionale del 1943-’45, l’occupazione dell’ex-Jugoslavia, il comunismo e nazionalismo di Tito e – ancor prima – la forzata italianizzazione imposta dal regime fascista nei confronti delle popolazioni slave. Avvenimenti questi, che con tutte le altre varie ripercussioni storiche spiegano, ma non giustificano, la tragedia di uno sterminio. Si parla di circa dieci-dodicimila vittime, un’ecatombe sovrumana, abominevole e devastante.   Così come lo è stata per gli oltre 350 mila esuli, costretti ad abbandonare, all’indomani del Trattato di Parigi del 1947, la propria casa, i ricordi, le certezze, le speranze. Accolti in Italia in 109 campi, spesso sono stati abbandonati dalle istituzioni e dalla società. La frattura col passato e con la storia non è stata facile. Le ferite sono...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alberto Morano.

Pubblicato da alle 16:22 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Notizie | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alberto Morano.

Torino Domani GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Alberto Morano è titolare e fondatore dello studio Notai Piemontesi Associati, attualmente è capogruppo in consiglio comunale,  lo ringraziamo per la  partecipazione a Torino Domani.   Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. L’aggettivo imprigionata rende perfettamente l’idea della percezione che si ha di questo nostro capoluogo ricco di storia che nel corso dei secoli ha visto avvicendarsi periodi più o meno prosperi, ma che sempre hanno lasciato un’impronta plasmando la Torino che oggi conosciamo. Chi visita per la prima volta la nostra Città rimane affascinato da quell’eleganza sabauda tanto decantata che la contraddistingue per antonomasia, ma deluso dall’apprendere che l’avanguardia, l’innovazione dei servizi al cittadino e la presenza dei grandi marchi della moda non abitano qui. E le potenzialità inespresse e intrappolate in una visione miope legate alle scarse facoltà di chi oggi è al timone di questo Comune non fanno sicuramente presagire un progresso. Ed ovviamente questo disagio lo prova anche chi vive in Città abitualmente. Sono molteplici gli aspetti sui quali solo avviando dei provvedimenti seri e decisi si può credere che Torino riprenda la corsa e torni ad essere competitiva. A partire dal potenziamento delle politiche del welfare con dei sussidi concreti alle fasce più vulnerabili ed ai giovani che vorrebbero metter su famiglia, ma che si scontrano con oggettive difficoltà, gli asili nido rappresentano un costo elevato, non sempre si ha la certezza di poter accedere nei tempi per rientrare regolarmente al lavoro e da qui scaturisce una serie concatenata di ostacoli complicati e limitanti. Occorre aprire la Città allo sviluppo e all’occupazione, incentivando potenziali investitori, creare aree no-tax per il commercio ed anche  gestire in modo intelligente il piano delle manifestazioni e delle fiere sul territorio, contestualizzando la tipologia di evento al luogo nel quale si svolge, non si può imporre a quei già pochi marchi del lusso che investono su via Roma la presenza di bancarelle di merce usata fuori dal proprio punto vendita, perché, tra l’altro, viene meno il valore delle rispettive offerte. Ed ancora, è necessario avviare un piano di rigenerazione urbana al fine di migliorare gli standard architettonici e paesaggistici, il mercato immobiliare godrebbe di più ampio respiro. E poi è fondamentale lavorare ad un bilancio sostenibile e senza sprechi e assumere un impegno deciso contro criminalità e degrado. Prima si riparte con un risanamento serio e complessivo della Città, prima i Torinesi miglioreranno la qualità di vita. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad...

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A Bruxelles l’AIRVO chiede attenzione per il settore dei veicoli usati.

Pubblicato da alle 17:20 in MotorInsider, Notizie, Prima pagina, Università | 0 commenti

A Bruxelles l’AIRVO chiede attenzione per il settore dei veicoli usati.

Fondata a Torino il 6 Febbraio 2018, AIRVO è l’ Associazione che in Italia rappresenta i Rivenditori di Veicoli d’Occasione e gli Operatori del Comparto Usato nel Settore della Mobilità su Ruota. Le ultime normative in materia di tutela ambientale e del consumatore rischiano di mettere in ginocchio il settore della compravendita di veicoli usati motivo per cui l’AIRVO è stata presente al Parlamento Europeo di Bruxelles per chiedere l’istituzione di un tavolo europeo dedicato al comparto.   Accanto alla normativa ambientale a mettere in difficoltà il comparto sono anche le leggi che riguardano la tutela del consumatore. L’art 129 del Codice italiano del Consumo (in linea con gli  art. 7-8  del Codice europeo dei Consumatori) ha infatti introdotto il concetto di “ragionevole aspettativa” nei confronti del veicolo acquistato, senza però definire un parametro in grado di oggettivare tale aspettativa. Un vuoto normativo che sta generando numerosi contenziosi. «Rischiamo di ritrovarci con un parco auto di centinaia di migliaia di veicoli non più vendibili che saremo costretti a svendere ai paesi extraeuropei dove la normativa è meno stringente – sottolinea Salvatore Gravina, segretario generale Airvo –. Il danno non colpisce solo i rivenditori, ma anche le famiglie perché non tutti possono permettersi di acquistare un’auto nuova. Senza contare il gettito Iva che lo Stato perderà su tutte le vendite che non verranno realizzate. Per questo chiediamo all’Europa un Piano industriale quinquennale che coinvolga anche la categoria dei rivenditori e che si ponga come obiettivo di rinnovare il parco usato circolante, prevedendo bonus e incentivi anche per l’acquisto di veicoli usati a bassa emissione». Gravina prosegue dicendo: «Chiediamo di definire uno standard europeo per calcolare la vita residua del veicolo, al fine di prevenire i contenziosi. La questione non può essere affidata al giudizio soggettivo, serve un metodo scientifico per certificare le informazioni che vengono fornite nel contratto di compravendita». Una sperimentazione in tal senso è già stata avviata con successo da un team di ricerca del Politecnico di Torino, coordinato dal prof. Maurizio Galetto, che su impulso di Mo.Vi, azienda italiana del settore, ha elaborato un innovativo algoritmo che consente di calcolare sulla base di parametri oggettivi la percentuale di vita residua di un veicolo usato.   Il comparto legato alla compravendita di veicoli usati conta in Italia oltre 157mila aziende e più di 440mila addetti(Fonte Unioncamere 3° trimestre 2018). Nel nostro Paese, lo scorso anno, più della metà delle vendite del settore automotive ha riguardato l’usato (60%): il settore rappresenta il 45% del fatturato complessivo (nuovo+usato) che ha raggiunto in totale un giro d’affari di 78 miliardi di euro (Fonte Aci). Quasi la metà dei veicoli circolanti in Italia (49%) è classificato euro 4 ed euro 5, il 17% è euro 6 (incluse anche le vetture con alimentazione ibrida), mentre le vetture ad alimentazione totalmente elettrica rappresentano solo lo 0,03% (Fonte Unrae 2018). In Europa dal 2011 al 2016 il numero dei veicoli circolanti è salito da 243 a 257 milioni (+5,7%). In questa classifica l’Italia, con 37,8 milioni, si piazza al secondo posto dietro la Germania e davanti a Regno Unito e Francia. L’eurodeputato Alberto Cirio, presente all’incontro ha detto «Proporremo una risoluzione per la definizione di un Piano quinquennale comune ai Paesi membri dell’Unione. La tutela ambientale e i diritti del consumatore sono una priorità, ma va studiato il modo per contenere l’impatto su un settore che solo in Italia vede occupate quasi mezzo milione di persone e che incide sia sui bilanci familiari sia sul gettito fiscale dello Stato». Emblematico risulta essere il caso del “bonus malus” collegato alla Legge di...

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Demografia. La popolazione umana è in via di stabilizzazione.

Pubblicato da alle 10:05 in DOXA segnalazioni, Economia, galleria home page, Notizie | 0 commenti

Demografia. La popolazione umana è in via di stabilizzazione.

L’implosione — Che la popolazione mondiale stia “esplodendo” è un concetto talmente ripetuto e riaffermato negli ultimi decenni—anzi, nei secoli—che è difficile rendersi conto che non sia più così. L’allarme fu suonato per la prima volta dal pastore anglicano inglese Thomas Robert Malthus nel 1798 con la pubblicazione del suo “Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società”. Sostenne che l’incremento demografico avrebbe spinto a coltivare terre sempre meno fertili, portando dunque a terribili carestie, poiché la popolazione tenderebbe a crescere in progressione geometrica, mentre la disponibilità di alimenti crescerebbe invece in progressione aritmetica. Vedeva la questione in termini morali: un meccanismo imposto da Dio per insegnare agli umani i comportamenti virtuosi. Proponeva la castità come soluzione all’eccessivo incremento della popolazione. I fatti a lungo dettero ragione al pessimismo di Malthus e della sua “trappola maltusiana”. La popolazione umana della Terra è oggi stimata in poco meno di 7,7 miliardi, un’enormità. Ci sono voluti 200mila anni di storia umana (sempre a secondo di come si definisce “umano”) per raggiungere il primo miliardo di abitanti—e solo altri duecento anni per toccare i sette miliardi. L’onda di piena è però passata, e non da ora. Il punto di svolta risale al 1962, quando il tasso di crescita della popolazione mondiale si è invertito, entrando in declino. Cioè, da quasi sessant’anni la velocità dell’incremento sta rallentando e l’eventuale stabilizzazione del numero di persone che il mondo debba sopportare è in vista. La questione ora aperta dunque è dove si fermerà la popolazione globale. L’Onu, che nel pessimismo maltusiano ha quasi una raison d’etre, concede ormai che la corsa stia rallentando, ma tira alto stimando che la popolazione della Terra possa toccare gli 11,2 miliardi di abitanti a fine secolo. Altri demografi— influenzati particolarmente dai sorprendenti dati recenti del crollo delle nascite in Cina—prevedono un traguardo molto più vicino: 8,8 miliardi per l’anno 2070, seguito da un lento declino assoluto. Una relazione della Chinese Academy of Social Sciences ha recentemente segnalato un calo della fertilità che potrebbe portare al decremento della popolazione cinese ai livelli degli anni ‘90, passando dai circa 1,4 miliardi di oggi a 1,17 miliardi. In più, quella popolazione invecchierà, e di molto: il numero totale di anziani cinesi dovrebbe passare dai 240 milioni del 2017 ai 400 milioni nel 2035. La teoria di Malthus fu ripresa da altri economisti per ipotizzare l’esaurimento del carbone prima e del petrolio dopo, anche se gli eventi tardarono a verificarsi. Il concetto di “Peak Oil”, il picco della produzione petrolifera, è stato presentato nel 1956, ma—a causa dei numerosi miglioramenti intercorsi nelle tecniche estrattive—le previsioni disastrose non si sono ancora avverate. Il dibattito sulla visione maltusiana è antico. La maggior parte delle critiche s’incentrano sulla visione statica di Malthus della società umana che trascurava la possibilità di progresso sociale e specialmente tecnologico. Finché questi elementi fossero—o almeno sembravano—immutabili, allora la dinamica pessimistica reggeva, trovando forza anche nel dogma cristiano e occidentale dell’arrivo di un inevitabile “Giorno del giudizio”. Forse il suo arrivo è stato ancora prorogato. Courtesy James Douglas...

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L’ultimo albero, il libro di Claudio Gallo trascende la storia per ricamare una verità.

Pubblicato da alle 11:39 in Notizie, Pagine svelate, Prima pagina | 0 commenti

L’ultimo albero, il libro di Claudio Gallo trascende la storia per ricamare una verità.

L’ultimo albero Claudio Gallo, giornalista de La Stampa e scrittore,  con “L’ultimo albero”- ed. La Vita Felice, non ha scritto un romanzo, ma un antiromanzo, una storia che trascende la storia e “ricama” la verità, una storia senza storia o con molte storie, che richiamano alla memoria ciò che è stato e ciò che potrebbe essere e sarà: dell’uomo, della vita, del mondo, dell’amore, della fede. O ciò che non sarà: l’inconsistenza dell’essere.  Parlare di un albero – che per l’umanità è l’ultimo, in un momento in cui la realtà “virtuale era diventata la realtà iperreale” significa parlare di un destino senza senso, di una coscienza senza anima, di un cuore senza passione e sentimenti? Oppure significa, forse, parlare di una recondita passione, che riguarda l’amore per la vita e la natura, l’amore per la verità e il mistero? Dovremmo chiederlo all’autore! Di certo il lettore non rimane indifferente. Pagine e pagine di “suspence” che, attraverso le avventure di un personaggio sconosciuto, disoccupato e scrittore in erba – Giulio Brandon – conducono il lettore in un mondo virtuale, apocalittico e inumano, dove l’uomo “sfida” l’immortalità, la sfiora, la costruisce e la distrugge nella ricerca spasmodica di se stesso e della verità. Ma non è Giulio quello che “appassiona” e neanche Isabelle, l’amante silenziosa, la killer ribelle e “miscredente” che lo insegue e poi lo segue nelle sue avventure senza sosta. Non è neanche la storia in sé, che potrebbe anche non esserci. Perché il mondo non esiste più, la catastrofe nucleare ha raso al suolo la natura. La vera ragione, forse, che sprona alla lettura è la fatalità. Tutto avviene per caso. In un fatidico tempo futuro – 3020 – in un luogo inaspettato – la metropolitana – con dei personaggi anonimi. L’anziano  Rodolfo Santelmo muore per un malore, ma prima di morire rivela a Giulio un segreto: nel mondo esiste ancora un unico albero che potrebbe salvare l’umanità. E’ quanto mai necessario cercarlo e difenderlo, conservarlo e proteggerlo. Un solo albero. Possibile? Sarà vero? Il narratore esterno – che è il racconto stesso –  posiziona il primo tassello del mosaico ed è questo: bisogna crederci e fare di tutto per continuare a crederci, sebbene la sorte avversa suggerisca e dica il contrario. Il resto si snoderà attraverso viaggi avventurosi e pericolosi, personaggi “sinistri” e misteriosi, verità scomode e assurde. Spie, informatori, dittature, polizie, società esoteriche e gruppi anarchici, e ancora monaci cristiani e credenti musulmani. Tutti avranno una storia da raccontare, un’ originalità da proporre, una via da suggerire. Morti e rinascite si succederanno in un processo senza fine, dal Tamigi all’Himalaya, in un unicuum magico ed esoterico, una vera e propria metafora della vita e della morte. Ciò che rimane è l’inevitabile, ma anche lì una parvenza di ritorno alla vita è possibile ed è l’illuminazione spirituale, la verità interiore, la forza della conoscenza, la speranza di una rinascita. Un ritorno al passato attraverso un viaggio nel futuro quello di Claudio Gallo, che rasenta l’inverosimile… ma non troppo! Maria Giovanna...

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La De Sono apre il bando per le borse di studio per giovani musicisti.

Pubblicato da alle 10:53 in Musica, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

La De Sono apre il bando per le borse di studio per giovani musicisti.

Ogni anno la De Sono Associazione per la Musica, con il contributo della Compagnia di San Paolo, assegna borse di studio a giovani musicisti e musicologi piemontesi o che abbiano svolto parte dei loro studi in Piemonte, con la finalità di sostenere la formazione a un livello superiore presso istituzioni italiane o estere di riconosciuta eccellenza.  Il nuovo bando per l’assegnazione delle borse di studio per l’anno 2019 è attualmente aperto e disponibile sul sito dell’associazione www.desono.it. Tutte le candidature devono pervenire entro il 25 febbraio. Le categorie prese in considerazione sono le seguenti: strumentisti, gruppi da camera, cantanti, compositori, direttori di coro, direttori d’orchestra, musicologi. Le modalità per partecipare e tutti i dettagli sono sempre sono scaricabili on-line. Fin dalla fondazione della De Sono, sono 251 i giovani che si sono perfezionati con i migliori docenti nelle più prestigiose accademie musicali italiane ed estere (Basilea, Vienna, New York, Amsterdam, Parigi, Mosca, Londra, Los Angeles…) Tale attività è stata premiata con la Medaglia del Presidente della Repubblica. Molti tra gli ex-borsisti della De Sono sono ora musicisti affermati, alcuni come solisti, altri come prime parti in importanti istituzioni musicali in Italia e nel mondo quali l’Orchestra Filarmonica del Teatro alla Scala, l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, l’Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia, “I Pomeriggi Musicali”, la Mahler Chamber Orchestra, i Münchner Philarmoniker, l’Orquesta Sinfonica de Tenerife, l’Orchestre National du Capitole de Toulouse, L’Orchestre de Chambre de Paris, l’Orchestra della Svizzera Italiana, la Sinfonieorchester Basel, la Rotterdams Philarmonisch Orkest, la Sydney Symphonie Orchestra, la Finnish National Opera di Helsinki, gli Essener Philharmoniker, l’Orchestra da Camera di Zurigo, l’Orchestra di Cannes. I concerti e le attività 2018-2019 sono rese possibili grazie al sostegno dei Soci, degli Amici e di Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Regione Piemonte, Consiglio Regionale del Piemonte, Camera di Commercio di Torino, Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, Maserati, Fondazione Agnelli, Reale Foundation, Banca Patrimoni Sella, Sadem Arriva, Ersel, Buzzi Unicem. DE SONO Associazione per la Musica La De Sono è un’associazione senza scopo di lucro che dal 1988 sostiene il perfezionamento di giovani musicisti tramite borse di studio e altre numerose attività. Ogni anno la De Sono organizza una stagione concertistica, che offre ai borsisti un banco di prova e un’occasione di collaborazione con professionisti e artisti ospiti. Tra le altre iniziative, l’associazione torinese guidata da Francesca Gentile Camerana pubblica tesi di laurea e di dottorato in discipline musicali che si siano distinte in ambito accademico e finanzia masterclasses di perfezionamento grazie alla collaborazione di docenti di fama internazionale. La De Sono ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica per l’attività di sostegno rivolta ai giovani...

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Le foto di Giles Duley all’Emergency Infopoint di Torino. Identificazione di una ferita.

Pubblicato da alle 19:28 in Mostre, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Le foto di Giles Duley all’Emergency Infopoint di Torino. Identificazione di una ferita.

Si può guardare attraverso una ferita ? Cosa è dato vedere e cosa succede se si sceglie quel particolare punto d’osservazione. A spiegarlo senza la necessità di utilizzare le parole ci ha pensato un fotografo inglese, Giles Duley. Il suo lavoro, un controllato e anti-sensazionale bianco e nero di forte impatto emotivo, sarà a Torino dal 19 gennaio al 2 febbraio presso la sede di Emergency in Corso Valdocco 3. Ventisette fotografie di medio formato squarciano come un taglio la realtà drammatica della città di Mosul in Iraq.   La mostra racconta la guerra vista da vicino e le immagini sono impregnate di una vicinanza che non è solo fotografica, è compartecipazione e documento. Dalla loro intensità, sospesa tra arte e storia, prende forma un racconto che invita a riflettere sulla fotografia come atto di civiltà. Nel febbraio del 2017 Giles Duley aveva visitato i progetti di Emergency in Iraq, dove per dare assistenza ai feriti in fuga dalla città, aveva riaperto un ospedale costruito nel 1998 e affidato poi alle autorità locali nel 2005. Lì, in 7 mesi di attività, Emergency aveva assistito oltre 1.400 vittime di guerra. Deley vi giunse con l’incarico di documentare cosa stava succedendo a Mosul, in questa dichiarazione è concentrato tutto lo sgomento dell’artista. “In passato ho parlato di come, anche in queste situazioni, io abbia sempre cercato di trovare un barlume di speranza da fotografare, come una risata o l’amore di una famiglia. Ma quello che ho visto a Mosul mi ha spiazzato. Ho capito che a volte un’immagine simile è impossibile da trovare” racconta Giles Duley. La mostra che arriva a Torino dopo aver ricevuto consenso a Milano  porta come titolo “Iraq. Una ferita aperta” e Deley, nato nel 1971 a Londra, ben conosce di cosa è fatta una ferita. Dopo aver passato anni a immortale rock star, il suo scatto a Marylin Manson rimane tra i più noti, nel 2011, mentre era in Afghanistan, perse entrambe le gambe e il braccio sinistro a seguito dell’esplosione di una mina. I medici gli dissero che non avrebbe mai potuto tornare a lavorare. Dopo 18 mesi era di nuovo in Afghanistan, con una troupe per girare il documentario Walking Wounded: Return to the Frontline in cui visita il Centro chirurgico di Emergency di Kabul.   L’Infopoint è lo spazio culturale dell’associazione Emergency in cui, attraverso le attività e gli eventi che ospita, viene promossa la cultura di pace di cui l’associazione è espressione nel mondo attraverso il suo operato umanitario. Emergency Infopoint Torino    T. 0114546456 C.so Valdocco 3 –...

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“Mettersi un leone in casa”. Ludwig van Beethoven raccontato da due musicologi torinesi.

Pubblicato da alle 11:41 in Musica, Notizie, Pagine svelate, Prima pagina | 0 commenti

“Mettersi un leone in casa”. Ludwig van Beethoven raccontato da due musicologi torinesi.

Ludwig van Beethoven Grande studioso della musica sperimentale del Novecento e, in particolare, del suo epigono John Cage, Michele Porzio insegna al Conservatorio di Torino. Ora ha ripreso il corso principale della chiarezza espressiva musicale, scrivendo la prefazione della raccolta di lettere e diari di Ludwig van Beethoven “Autobiografia di un genio“, appena pubblicata da Piano B.  Porzio si colloca nel pieno del dibattito musicologico, cominciato con gli studi estetici del professor Alessandro Bertinetto circa il riverbero del suono sull’animo umano. Per loro non c’è dubbio: come riteneva già Massimo Mila, la forma sonata sta al Cigno di Bonn come la terzina a Dante Alighieri. Giorgio Pestelli con “Il genio di Beethoven”, Donzelli editore, va ancora oltre e dimostra senza ombra di dubbio che la personalità del terzo maestro della scuola di Vienna (gli altri sono Mozart e Haydn) si ritrova nelle sue nove Sonate. Anzi queste costituiscono un vero e proprio “romanzo di formazione” in note.  Non che le sonate e i suoi scritti siano da meno, perché è da lì che si ricostruisce la genesi della sua opera, ma la narrazione di Pestelli scorre come il ruscello della Pastorale beethoveniana. Perché il Cigno di Bonn componeva a 360°, ispirandosi a  Handel, Mozart, Haydn e contemporaneamente studiava notazioni antiche, canto gregoriano, marcia funebre. Soprattutto scriveva pensieri e lettere ai familiari, all’arciduca d’Austria e anche a Goethe. Leggeva minuziosamente le gazzette dell’epoca con le recensioni musicali di Schumann, di Berlioz e di Hoffman. Sperava, invano, che i suoi familiari e i suoi amori comprendessero la sua grandezza.scriveva pensieri e lettere ai familiari, all’arciduca d’Austria e anche a Goethe. Leggeva minuziosamente le gazzette dell’epoca con le recensioni musicali di Schumann, di Berlioz e di Hoffman. Sperava, invano, che i suoi familiari e i suoi amori comprendessero la sua grandezza. Suonava il pianoforte con i musicisti e i compositori dell’epoca, con cui scambiava pareri. Alla fine, quando fu completamente sordo, decise di concludere quel capolavoro assoluto che è la Nona Sinfonia con l’Inno alla Gioia di Schiller, convinto che la solidarietà tra gli uomini stia nella felicità comune e non nel dolore. Aveva cominciato a comporre la Quarta, mentre a Vienna debuttava la Terza, più conosciuta come Sinfonia Eroica, dedicata a Napoleone. Intanto era già andata in scena la sua unica opera lirica “Il Fidelio” con il coro di carcerati che prefigura l’Inno alla gioia. Wagner definì questo periodo come momento di creatività eccezionale e si mise addirittura a ballare in quell’apoteosi della danza che per lui era la Settima Sinfonia.   Ma, a detta di Pestelli, è la Quinta la Sinfonia la più beethoveniana per il suo rigore drammatico. Per il musicologo torinese sentirla bene è come mettersi “Un leone in casa”. Colpisce che sia stata composta insieme alla Sesta, tutt’altro che mistica, e bensì un idillio bucolico che porta a compimento “Le quattro stagioni” di Vivaldi. Attorno al suo genio gli strumenti dell’orchestra si moltiplicano insieme con le melodie, facendolo assurgere al musicista di una Vienna imperiale. Molte sono le lettere inviate dalla natia Bonn all’aristocrazia asburgica ben predisposta verso un artista poco propenso ai voli pindarici. Per questo l’impeto e l’effervescenza della Prima e della Seconda Sinfonia riescono subito a conquistare un pubblico conservatore che accetterà a tetro persino gli accenni rivoluzionari che percorsero tutta la sua creazione. Amedeo...

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Un Giardino di Plastica fiorisce sul palco della Casa del Teatro Ragazzi e Giovani.

Pubblicato da alle 12:33 in Notizie, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Un Giardino di Plastica fiorisce sul palco della Casa del Teatro Ragazzi e Giovani.

Alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani,  Domenica 13 gennaio ore 16.30 ci sarà lo spettacolo Giardini di Plastica, pensato da Cantieri Teatrali Koreja con la regia Salvatore Tramacere. Tra gli altri,  Giovanni De Monte, Maria Rosaria Ponzetta, Andjelka Vulic Luci Mario Daniele. Uno spettacolo che cattura gli sguardi, lascia la fantasia libera di correre a briglia sciolta. Chi decide di subirne l’incantesimo, si prepari a un viaggio sorprendente alla scoperta di mondi magici dove colori, luci e suoni assecondano i suoi desideri. Mondi a sé, ciascuno con le proprie meraviglie, dove si possono incontrare extraterrestri, samurai, fate, angeli…Dove c’è posto per i ricordi, i sogni, le emozioni. Di grande impatto visivo, le scene suggestionano anche chi bambino non è più, grazie all’originalità delle trovate e alla forza evocativa di certe immagini. Tubi, abiti, copricapo, materiale povero e riciclato di vario genere che grazie all’uso fantasioso delle luci si trasforma fiabescamente in immagini, visioni strampalate e buffe, quadri plastici di un movimento della fantasia. Non c’è in ballo una vera e propria storia che non sia quella inventata, lì al momento, dai tre attori in scena con le loro trasformazioni. E la plastica?...

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Grandi orizzonti. Negli open space si sussurrerà come cavalli, forse.

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Grandi orizzonti. Negli open space si sussurrerà come cavalli, forse.

Si sa com’è con gli open space. Gli impiegati si parlano, si lasciano distrarre… Guardano le donne o gli uomini che passano e potrebbero perfino essere tentati a molestare qualcuno – e nell’orario di lavoro! Comunque sia, perdono tempo che potrebbe essere meglio dedicato al bene aziendale. A volte è necessario montare delle costose pareti divisorie per tenerli focalizzati sul da farsi. C’è però una soluzione a tutto ciò. La Future Life Factory, un centro di design della giapponese Panasonic, ha creato gli “human blinkers”, paraocchi per le persone, progettati per limitare i sensi sia della vista sia dell’udito dei dipendenti di modo che possano concentrarsi più efficacemente sul proprio lavoro – precisamente alla maniera in cui i paraocchi per i cavalli da traino proteggono gli animali dalle pericolose distrazioni. L’apparecchio, attualmente allo stadio di prototipo, si chiama “Wear Space” ed è stato sviluppato con la collaborazione del designer di moda giapponese Kunihiko Morinaga. Nel tagliare il campo visivo di chi lo porta di circa il 60%, dovrebbe incoraggiare a focalizzarsi maggioramente sui compiti che si hanno davanti. “Con la crescita degli open office e del nomadismo digitale”, secondo la Panasonic, “chi lavora trova sempre più importante ritagliarsi uno spazio personale dove possa concentrarsi. Wear Space crea istantaneamente questo tipo di spazio – usarlo è semplice come mettersi addosso un articolo di vestiario”. Il campo visivo dell’utente può essere aggiustato semplicemente allargando o restringendo le due ali laterali per raggiungere il livello di concentrazione desiderato. Al suo interno Wear Space contiene una cuffia che cancella i rumori molesti a tre diversi livelli d’intensità a secondo dell’ambiente circostante. Si collega all’esterno con WiFi o Bluetooth. Courtesy: James...

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