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Appuntamento con la musica in Torino e dintorni: date dei concerti, informazioni sui cantanti

Appuntamento con la musica in Torino e dintorni: date dei concerti, informazioni sui cantanti

 

Torino al centro della musica. I Berliner con Harding per le 25 primavere di Lingotto Musica.

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Torino al centro della musica. I Berliner con Harding per le 25 primavere di Lingotto Musica.

Un ritorno cha ha del leggendario quello dei  Berliner Philharmoniker. Tornano per Lingotto Musica a celebrare  i propri 25 anni di attività e con essi il venticinquesimo anniversario dell’Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto. Tanti infatti sono gli anni trascorsi dal 6 maggio 1994 in cui un memorabile concerto dell’orchestra tedesca, allora diretta da Claudio Abbado fece riecheggiare nelle rinnovate mura dell’ex stabilimento FIAT le note della Nona Sinfonia di Mahler dando così il via alla fortunata rassegna dei Concerti del Lingotto. Durante questo quarto di secolo l’Associazione Lingotto Musica ha inserito nella propria programmazione oltre 300 concerti che hanno visto la partecipazione delle massime formazioni e dei più celebri direttori e solisti presenti sulla scena mondiale, raggiungendo circa 400.000 spettatori complessivi e conquistando un bacino stabile di circa 1200 abbonati. La origini dell’Associazione Lingotto Musica affondano le proprie radici nella storia del riutilizzo a fini musicali dell’omonima storica struttura industriale torinese che aveva cessato l’attività produttiva nel 1982; una storia che racconta di una prima “camera acustica” nell’ex Sala Presse dello stabilimento, per un pionieristico concerto dei Wiener Philharmoniker e di Claudio Abbado organizzato dalla FIAT nel settembre del 1990 sotto la direzione artistica di Francesca Gentile Camerana. Da quell’occasione, su suggerimento dello stesso Abbado, nacque l’idea di realizzare un Auditorium, intitolato poi a Giovanni Agnelli, nell’ambito del progetto di riqualificazione del comprensorio del Lingotto affidato pochi anni prima all’architetto genovese Renzo Piano. Abbado si prestò ad affiancare in prima persona Piano nelle varie fasi di progettazione della sala e coinvolse l’ingegnere del suono tedesco Helmut Müller. Il risultato fu una sala da concerto di 1900 posti all’avanguardia, interamente rivestita in pannelli di legno di ciliegio, con assetto acustico variabile e tempi di riverberazione differenti a seconda dell’organico impiegato. Sin dalla sua fondazione la programmazione dell’Associazione è stata affidata a Francesca Gentile Camerana, Direttore artistico tuttora in carica e in precedenza consulente per le iniziative musicali in ambito FIAT, che nel corso degli anni ha portato al Lingotto molte delle maggiori eccellenze internazionali tra orchestre, direttori e solisti. Primo Presidente dell’Associazione è stato Filippo Beraudo di Pralormo, cui nel 2003 è succeduto Franzo Grande Stevens, che l’anno successivo ha lasciato il testimone a Gianluigi Gabetti. Nel biennio 2016-2018 Presidente è stato Lodovico Passerin d’Entrèves, mentre la carica è attualmente ricoperta da Giuseppe Proto. Il concerto con cui Lingotto Musica celebra questi 25 anni di attività in programma il 2 maggio 2019 alle 20.30 non poteva che coinvolgere la storica formazione berlinese con cui tutto era cominciato e che tante volte ha calcato il palco dell’Auditorium Giovanni Agnelli. A dirigerla sarà Daniel Harding, uno dei giovani direttori in cui Abbado ha creduto di più, da lui stesso voluto appena ventunenne come suo assistente proprio presso i Berliner Philharmoniker e successivamente lanciato alla guida della Mahler Chamber Orchestra nel 2001 al Festival di Aix-en-Provence. La storia di Harding è inoltre strettamente legata a quella di Lingotto Musica: proprio su suggerimento di Abbado Francesca Gentile Camerana lo volle a dirigere la Mahler Chamber Orchestra in un Festival pluriennale chiamato Sintonie che a partire dal 2003 culminò nel 2006 in concomitanza ai Giochi Olimpici Invernali di Torino. Il programma della serata del 2 maggio, unica tappa italiana della tournée che porterà i Berliner anche a Parigi e Lugano, si articola attraverso pagine sinfoniche tratte perlopiù dal...

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Il Torino Jazz Festival tra musica e fotografia.

Pubblicato da alle 13:36 in Eventi, Mostre, Musica, Prima pagina | 0 commenti

Il Torino Jazz Festival tra musica e fotografia.

Il Torino Jazz Festival 2019 ospita per questa edizione due protagonisti del mondo della fotografia legata al jazz, con storie e approcci molto diversi tra loro. Gli scatti raccolti in volume da Roberto Masotti raccontano la fotografia jazz degli ultimi Cinquant’anni, mentre le immagini della mostra di Valerio Corzani documentano il popolo nero nella sua quotidianità sociale e politica, ricercando un costante parallelismo con la black music o la letteratura africana e afroamericana.  La fotografia e il jazz vivono da sempre un rapporto speciale, quasi simbiotico. Gli eroi del jazz sono stati spesso fotografati da artisti di eguale valore, che ne hanno resa immortale l’immagine, contribuendo a tramandarla insieme alla musica. Venerdì 26 aprile alle ore 18  al Circolo dei Lettori ci sarà la presentazione del libro fotografico ‘Jazz Area’ di Roberto Masotti. Il giorno seguente, sabato 27 aprile nella sede del Jazz Club Torino di piazzale Valdo Fusi si aprirà la mostra fotografica ‘Black people in a white world’. An Odyssey of Images by Valerio Corzani alle ore 19. Qui il programma completo del Festival. http://www.torinojazzfestival.it Il TJF prenderà il via venerdì 26 APRILE, alle ore 18, al Circolo dei Lettori con la presentazione del libro ‘Jazz Area’ di Roberto Masotti. All’incontro, insieme all’autore, interverranno Peppino Ortoleva e Carlo Serra. Roberto Masotti fotografa il jazz e altre musiche dal 1969, collabora con la ECM dal 1973 ed è stato per anni fotografo ufficiale del Teatro alla Scala di Milano. Ha realizzato mostre, installazioni, video. Al Circolo dei Lettori dialogheranno con lui Peppino Ortoleva, studioso di comunicazione, autore di ‘Miti a bassa intensità’ (Einaudi, 2019) e Carlo Serra, insegnante di Filosofia della Musica all’Università della Calabria. Tre approcci distinti che, a partire dal volume Jazz Area (editore Seipersei), innescheranno un dialogo sulle arti performative. Jazz Area: Libro fotografico – Miles Davis, Keith Jarrett, Archie Shepp, Carla Bley, Sam Rivers, Cecil Taylor, Charles Mingus, Ornette, questi sono solo alcuni dei protagonisti che Roberto Masotti ha fotografato nella sua carriera giungendo a realizzare un’opera editoriale insieme e con la casa editrice Seipersei. Jazz AREA racchiude in sé quasi 50 anni di storia di musica jazz internazionale. Il volume si basa su una particolare e necessaria prospettiva autobiografica, analizza ed esprime l’idea stessa d’improvvisazione nel suo tipico esprimersi afro-americano e nelle sue trasformazioni europee ed è la lente attraverso la quale Roberto Masotti ci parla della sua lunga storia con il jazz. Biografia – Roberto Masotti – Ravenna 1947. Studi in industrial design. Il suo lavoro più noto ‘You tourned the tables on me’, un progetto fotografico esposto in numerose città italiane ed europee da cui è nato un libro pubblicato nel 1995 e incluso nella mostra ‘Il Secolo del Jazz’ curata da Daniel Soutif e promossa dal MART di Rovereto. Altri lavori: ‘Diario dal Sud’, ‘Life Size Acts’, ‘wallsCAGEwalls’, ‘Naturae Sequentia Mirabilis’, raccoltadisguardi, ‘John Cage, un ritratto’, Arvo Pärt, un ritratto’. Su Cage è stato pubblicato un volume dalla Fondazione Mudima che ospita un percorso fotografico dell’autore mentre su Pärt è stata edita un’opera collettiva da Nomos. Due i libri più recenti: ‘Keith Jarrett, un ritratto’ e, con Silvia Lelli, ‘Stratos e Area’. Nel 2005 è stato realizzato un programma televisivo a lui dedicato per SKY/Leonardo nella serie Click e successivamente compare nei video La voce Stratos e Prog Revolution. Collabora con ECM Records dal 1973 e molte sue foto sono...

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La Chamber Orchestra of Europe insieme allo Stradivari di Leonidas Kavakos al Lingotto.

Pubblicato da alle 16:23 in Fashion, Musica, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

La Chamber Orchestra of Europe insieme allo Stradivari di Leonidas Kavakos al Lingotto.

Unanimamente considerato tra i maggiori violinisti viventi, Leonidas Kavakos esordisce nell’ambito della rassegna dei Concerti del Lingotto, venerdì 5 aprile 2019 alle 20.30, nella doppia veste di violino e direttore insieme alla Chamber Orchestra of Europe. Nato ad Atene nel 1967 in una famiglia di musicisti si impone sin da giovanissimo come una delle personalità più significative del violino contemporaneo, vincendo il Concorso Sibelius (1985), il Premio Paganini e il Concorso di Naumburg (1988), che lo proietta sui più prestigiosi palcoscenici internazionali. Protagonista di una pluripremiata discografia e artista esclusivo dell’etichetta Sony Classical, salirà sul palco dell’Auditorium Giovanni Agnelli armato del suo Stradivari Willemotte del 1734 per un programma interamente dedicato al classicismo viennese. Un gradito ritorno è invece per Lingotto Musica quello della Chamber Orchestra of Europe, formazione fondata nel 1981 da giovani strumentisti fuoriusciti dalla European Union Youth Orchestra e attualmente costituita da circa sessanta elementi, tutti impegnati in carriere internazionali individuali come solisti o prime parti di orchestre nelle rispettive nazioni; sin dal principio, l’identità della COE è stata forgiata dalle collaborazioni con eminenti direttori d’orchestra e solisti, a partire da Claudio Abbado che ne è stato mentore fondamentale durante i primi anni, dirigendola in occasione di numerose incisioni discografiche – tra cui Il viaggio a Reims e Il barbiere di Siviglia di Rossini, Nozze di Figaro e Don Giovanni di Mozart, nonché lavori sinfonici di Schubert e Brahms – rimaste fino ad oggi un riferimento interpretativo. In apertura il Concerto per violino e orchestra n. 3 in sol maggiore KV 216 di Wolfgang Amadeus Mozart, scritto a Salisburgo e terzo esemplare del corpus dei cinque Concerti per violino scritti in un’unico fiotto creativo nel 1775; la scrittura strumentale risente dello stile violinistico italiano, conosciuto dal giovane Wolfgang nel corso dei suoi vari viaggi e appreso grazie al magistero del padre Leopold, autore tra l’altro di un “Metodo” per violino rimasto a lungo testo didattico fondamentale. Messo da parte l’arco Kavakos impugnerà la bacchetta per dirigere, sempre di Mozart, la Sinfonia n. 31 in re maggiore KV 297/300a «Parigi», scritta nella capitale francese nel 1778 su richiesta dei Concerts spirituels, una delle più antiche società concertistiche europee. Spazio a Ludwig van Beethoven nella seconda parte con la Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore op. 55 «Eroica». Scritta tra il 1802 e il 1804, l’opera ebbe una gestazione travagliata, lasciando dietro di sé una notevole quantità di abbozzi e correzioni, testimonianza del faticoso impegno creativo del compositore, alle prese con un’opera che avrebbe spezzato la continuità che le prime due Sinfonie, pur in misura diversa, mantenevano con il secolo di Haydn e Mozart. Intitolata «Eroica» dallo stesso autore, che in un primo momento aveva intenzione di dedicarla a Napoleone, è, con eccezione della Nona, la più lunga ed articolata di tutte le Sinfonie di...

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I ragazzi della Gypsy Musical Academy stregano Italia’s Got Talent con “The Wall”.

Pubblicato da alle 10:05 in Fashion, Musica, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

I ragazzi della Gypsy Musical Academy stregano Italia’s Got Talent con “The Wall”.

I ragazzi della Gypsy Musical Academy di Torino hanno regalato forti emozioni ieri sera durante la finale di Italia’s Got Talent, dove si sono esibiti sulle note di “The Wall” dei Pink Floyd in onore ai 40 anni di uno dei brani cult della storia della musica pop moderna. Le coreografie sono state realizzate da Cristina Fraternale, Marta Lauria ha curato il canto, Tony de Gruttola la direzione della musica, Daniel Bestonzo la lavorazione musicale e Neva Belli la direzione artistica dell’intero spettacolo. Una finale al cardiopalma, meritatissima, cui sono approdati grazie al golden buzzer “pigiato” da Claudio Bisio. “Mi è piaciuta molto di più dell’altra esibizione – ha detto Federica Pellegrini – siete stati notevoli”. Quasi senza parole e visibilmente commosso lo stesso Bisio, ”siete grandi ragazzi!”, così come Frank Matano che ha elogiato il pensiero ai Pink Floyd e il forte messaggio della performance. Vittime dei tablet, imprigionati fra le sbarre, i ragazzi hanno comunicato con il ballo, la voce, l’espressività i muri di incomunicabilità in cui la società attuale ci costringe. Un grido che ha raggiunto il cuore degli italiani i quali hanno preso d’assalto i social tra commenti e apprezzamenti che si stanno susseguendo anche in queste ore. <Ringraziamo tutti per il sostegno, siete stati in tantissimi!!! Oggi siamo sommersi da migliaia e migliaia di bellissimi commenti e questo ci dà un’immensa soddisfazione – ha scritto sui social il cast della Gypsy – Siamo soprattutto contenti di aver potuto condividere con voi questa intensa avventura. Per i ragazzi è stata un’esperienza fantastica il poter comunicare con un pubblico così ampio ed oggi sono esausti ma pienamente soddisfatti della performance, che per noi è quel che conta. Se siamo riusciti ad emozionarvi abbiamo...

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Il sound elegante e sottile degli Ylamar viene a incantare la città.

Pubblicato da alle 12:37 in galleria home page, Musica, Spettacoli, talenTO | 0 commenti

Il sound elegante e sottile degli Ylamar viene a incantare la città.

Astonished. Stupito.  E’ il genere di risposta, che risale dal grumo di sensi che si aprono a concessione, per ascoltare un brano musicale. E si finisce astonished, quando ci si trova avvolti dalla voce e dal sound di una esile, solo nel numero, band in arrivo con un concerto live in città. Il fondo tre è il numero perfetto. Gli Ylamar sono un trio nato nella provincia di Cuneo, in quel di Savigliano nel febbraio del 2013. Da 6 anni propongono un loro repertorio musicale con chitarra, due voci, tastiere e il beatbox. Sarà il Centro Cultura Contemporanea di Torino, ex Birrificio Metzger ad ospitare il progetto Songwriters Palco d’Autore, il luogo dove suoneranno gli Ylamar, trio composto da Ilaria Lorefice, vocals and acoustic guitar, Marco Forgione vocalist and beatboxer e Fabio Donatelli keyboarder. A introdurre il concerto ci penserà la chitarra e la voce del giovane e capace cantautore torinese Pietro Giay. Ondate di suono, tenerezze incredibili, armonie sostenute tra eleganza e una gioia sottile, quasi sommessa, un gusto finissimo senza romanticismo fatto di colori bruni e lunghi respiri d’oltremanica sono la cifra stilistica con cui si sono fatti apprezzare in Italia e all’estero questo singolare gruppo .  Danzano fra fraseggi leggeri le composizioni che si appoggiano come arcate alle sponde della lingua inglese e italiana. Quando gli si chiede come nascano i loro brani rispondono che gestiscono la loro fase creativa soprattutto in sala prove, vista la particolarità della nostra formazione. “È sicuramente un processo che richiede tempo e maturazione. Partiamo quasi sempre da un’idea del brano che è già stata concepita chitarra-voce da Ilaria e poi iniziamo a improvvisare sia su aspetti ritmici che armonico-sonori. Teniamo bene a mente il “limite” della strumentazione che abbiamo a disposizione e lo utilizziamo come opportunità per costruire un nuovo tipo di arrangiamento: lavorare con il beatbox non è da interpretare come sostituto del batterista. Le percussioni fatte con la voce creano nuovi percorsi percussivi su cui appoggiarsi, e noi ci sperimentiamo sopra, a volte anche avvalendoci della tecnologia (come la possibilità di looppare le voci e il beatbox di modo che Marco possa anche cantare parti solista). Ci lasciamo trasportare dal flusso creativo e arriviamo a definire le soluzioni che ci hanno convinto di più. Il live è il momento in cui capiamo se il pezzo ci convince fino fondo, proprio perchè fino ad oggi abbiamo fatto scelte di arrangiamento che fossero interamente performabili dal vivo, senza l’aggiunta di drum machine o basi, salvo l’inserimento della loop-station appunto, in cui campioniamo però dal vivo le eventuali parti di beatbox/voce. In questi anni la performance live è stato il modo per sperimentare il nostro sound e conoscerlo al meglio”. Il 17 settembre 2018 è stato pubblicato il loro nuovo album dal titolo “Signs”. Contiene gran parte del repertorio suonato nei concerti durante questi anni d’attività, tra cui molti brani inediti che trovano una versione ricercata e definitiva. Il concerto sarà l’occasione per sentire dal vivo i nuovi pezzi e capire perché Red Ronnie li sostiene così apertamente. Pier...

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Dodici piccoli giganti in città. Lingotto Musica ospita i violoncelli dei Berliner.

Pubblicato da alle 12:24 in galleria home page, Musica, talenTO | 0 commenti

Dodici piccoli giganti in città. Lingotto Musica ospita i violoncelli dei Berliner.

Sono trascorsi soltanto undici giorni, troppo pochi perché il ciliegio dell’Auditorium si raffreddi dopo aver acclamato Isabelle Faust, tutta in dorato lamé e paperine, ed il suo Stradivari del 1704, insieme alla Gürzenich-Orchester Köln che per la prima volta a Torino ha suonato diretta dal quel fuoriclasse di François-Xavier Roth.  Era il 13 febbraio e il programma di sala si apriva a ventaglio su Mendelssohn che compone per violino e la tempestosa quinta Sinfonia di Mahler. Diverso per proposta ma simile nell’emozione il rendez-vous organizzato da Lingotto Musica previsto per domenica 24 febbraio. A cavalcare il palcoscenico saranno dodici ambasciatori teutonici inviati direttamente da Berlino, tutti accomunati dallo stesso legno, grande, caldo e bruno. Orchestra nell’orchestra i 12 violoncelli dei Berliner Philharmoniker da quasi mezzo secolo si confrontano con un repertorio vastissimo, abbattendo le barriere dei generi musicali.  Staffette preziose di un ensemble che anticipa l’atteso appuntamento con l’intera orchestra dei Berliner Philharmoniker che il prossimo 2 maggio chiuderà la stagione e celebrerà i 25 anni di attività di Lingotto Musica. Il programma della serata, che si svolge come di consueto alle 20.30, si compone di un insieme di pagine, eterogenee per epoca, organico (ovviamente eseguito perlopiù trascritto) e repertorio, rispecchiando le intenzioni del gruppo espresse dal suo portavoce Martin Menking: «In generale cerchiamo di offrire programmi trasversali, in modo che l’ascoltatore più serio sia obbligato a divertirsi, mentre quello meno impegnato possa confrontarsi con […] linguaggi più impegnativi». Un viaggio intorno al mondo dunque, che condurrà il pubblico dalla Germania seicentesca del compositore David Funck alle temperate e seducenti sonorità latino americane di Astor Piazzolla, a cui sono dedicate numerosi brani presenti nella seconda parte del programma. Non mancano rivisitazioni del repertorio di tradizione europeo come il secondo brano di Antonín Dvořák (Lasst mich allein) o il celebre Valzer dalla seconda Jazz Suite di Dmitrij Šostakovič, così come escursioni nel repertorio della musica per film con il celebre tema dalla colonna sonora di Titanic composta da James Horner. Non mancano poi brani originali, scritti espressamente per la formazione, come il trittico di Boris Blacher Blues, Espagnola e Rumba philharmonica, composto nel 1972 come omaggio alla nascita del gruppo, oppure Die 12 in Bossa Nova di Wilhelm Kaiser-Lindemann e ancora Para Osvaldo Tarantino di Josè Carli. Una fama conquistata apparentemente senza fatica quella di questa celestiale dozzina, sempre capaci di regalare novità e sorpresa. Pier...

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Educare lo spirito del tempo. Ci ha provato il Progressive Rock.

Pubblicato da alle 18:41 in Fashion, Musica, Pagine svelate, Prima pagina | 0 commenti

Educare lo spirito del tempo. Ci ha provato il Progressive Rock.

Si trattava di uscire dal guado senza ideologia, ma con un vago orizzonte ritmico e melodico. A fine Novecento, dunque,  non c’era una gran fede nel progresso del sound angloamericano e della storia, in generale. Lo spiega bene lo studioso di storia orale, Alessandro Portelli, nel suo breve saggio “Bob Dylan, pioggia e veleno”, appena uscito da Donzelli.   E gli fa eco, ora, il giovane studioso monregalese, docente al Dams di Torino in Popular music, Jacopo Tomatis, nella sapiente postfazione al saggio “Progressive rock” del giornalista statunitense David Weigel, edito dalla sonoramente attenta casa editrice torinese EDT, definendo “artistico e culturale” il periodo segnato dai King Crimson, dai loro rivali Yes, dai Rush, dai  Jetrho Tull e dagli Emerson, Lake  & Palmer. L’obiettivo comune era rivitalizzare il rock per fargli varcare i confini dell’Occidente. Perché come arte, secondo l’insegnamento junghiano, continuasse a educare lo spirito del tempo, inventando le forme di cui il presente più mancava. Rappresentato nella sua purezza linguistica in Italia dai New Trolls, questa cultura musicale nasce Oltremanica al tramonto della musica psichedelica e si snoda tra storiche band e grandi individualità verso nuovi significati ritmici e melodici, che non disdegnavano i videoclip trasmessi dalla storica MTV. Tra tutti il chitarrista Robert Fripp, il cantante Peter Gabriel, il bassista Greg Lake e il tastierista Phil Collins. Attraverso le preziose dichiarazioni di questi mostri sacri del rock a note riviste musicali, il giornalista del “Washington Post” ricostruisce le vicende musicali di un sound che non voleva ancora dirsi “post”, nel senso di successivo e decadente. E bensì intendeva collocarsi nel solco principale del rock dei Beatles, dei Pink Floyd e dei Police, i loro maestri, introducendo in sala di registrazione l’organo hammond e gli archi. Altrimenti l’avrebbero vinta il Punk e l’Heavy Metal con il loro nichilistico “no future”. Sostenuti da un’industria musicale in espansione, riuscirono uniti nella ventennale impresa, facendo scuola per discepoli e imitatori come i Marillon, gli Asia e i Porcupine Tree a cui gli Yes lasciarono il testimone di un rock melodico che sapeva di John Lennon, riempiendo gli stadi ai loro concerti di un pubblico che rispondeva con boati di consenso e furono ben accolti da pressoché tutta le etichette major. Basti pensare ai redivivi Jethro Tull. Ma come ogni saggio che si rispetti quello del promettente americano David Weigel, soltanto tre anni più anziano del piemontese Jacopo Tomatis, scava nelle personalità dei protagonisti di questa stagione del prog rock per spiegarne lo spessore e il significato musicale. Così si viene coinvolti nelle vicende ventennali dei King Crimson, gli iniziatori del progressive, e del loro teorico Robert Fripp che diede loro l’abbrivio, accorgendosi di aver inventato un genere nuovo e riunendoli di tanto in tanto come fondatori di una musica nuova.  Come in un romanzo, si intrecciano con tutto questo mondo musicale le vicende degli Emerson, Lake & Palmer, fino al suicidio tre anni fa del tastierista Keith Emerson, innovatore  della musica con il sintetizzatore, quanto il suo sodale Greg Lake, voce e portavoce di quel gruppo immortale. O quella dei Genesis, prima con la voce del grande  Peter Gabriel e poi con quella di Phil Collins. Entrambi furono cantanti che, una volta lasciato lo storico complesso, come solisti  si stagliano con assoluto rilievo in quel genere che, ormai, non si...

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La fuga dei cervelli in Scandinavia, tra i feroci Vichinghi e gli Abba.

Pubblicato da alle 12:16 in Economia, Musica, Prima pagina | 0 commenti

La fuga dei cervelli in Scandinavia, tra i feroci Vichinghi e gli Abba.

La Scandinavia non è come il resto del mondo. Oscilla tra i feroci razziatori vichinghi e gli Abba, il gruppo pop più blando e di maggiore successo di tutti i tempi. Hanno venduto oltre 400 milioni di dischi. Cos’è intervenuto tra i due episodi? I “rimasti a casa” — Oltre all’occasionale cenno alla “fuga dei cervelli” che scappano all’estero, l’attenzione in Italia alla migrazione è quasi completamente focalizzata sull’impatto domestico dei nuovi arrivati in Patria. Il tema è molto politico e molto emotivo. Per considerarlo con serenità, forse è utile estraniarci, guardando all’esperienza di una parte “non mediterranea” dell’Occidente. Tra il 1850 e il 1920 l’allora miserevole Scandinavia perse il 25% dei suoi abitanti, fuggiti all’estero in cerca di lavoro e—in fondo—di qualcosa da mangiare. L’epoca tra i due secoli vide molti esodi del genere, con interi popoli in movimento, ma i dati migliori sono quelli dei pignoli paesi nordici. Ora l’economista svedese Anne Sofie Beck Knudson, dell’Università di Lund, in un recente studio—“Those Who Stayed: Individualism, Self-Selection and Cultural Change during the Age of Mass Migration”—ha riaperto quegli archivi per esaminare l’effetto a lungo termine dell’ esodo su quelli rimasti a casa. Secondo un’ipotesi comunemente accettata, ad emigrare sono perlopiù le persone dal carattere più individualista, quelli che—in termini economici “soffrono un costo minore” nell’abbandonare i loro rapporti sociali pre-esistenti. La studiosa si è posta l’interessante problema di vedere quale fosse l’impatto quando un paese perde in maniera massiccia la parte della popolazione più portata alle iniziative individualistiche, ipotizzando che con l’uscita dei più attivi crescesse il relativo peso degli abitanti stanziali, rendendo pertanto la nazione mediamente più conformista e omogenea—e dunque socialmente più incline al collettivismo e al conformismo sociale. Però, mentre era relativamente facile contare il numero di individui che partivano, non era altrettanto semplice dire quanto questi fossero di più o di meno propensi all’individualismo, specialmente su larga scala. Qui la ricercatrice ha impiegato una forma di jujitsu accademico, utilizzando come indice dell’inclinazione anti-conformista la tendenza di dare nomi insoliti ai propri figli… In altre parole, l’assunto era di supporre che più fossero statisticamente rari i nomi della prole, allora più tendenti all’anticonformismo sarebbero stati gli ambiti familiari in cui quei nomi venivano scelti. Partendo da dati sugli emigrati dalla Svezia, la Norvegia e la Danimarca nel periodo citato, la Knudson ha ottenuto risultati che indicherebbero come: “…gli individualisti avevano una maggiore probabilità di emigrare che non i collettivisti, e che i paesi scandinavi sarebbero oggi più individualistici e più culturalmente diversi se l’emigrazione non fosse mai avvenuta”. Ciò in quanto il cambiamento culturale che si è verificato in questi paesi: “è stato sufficientemente profondo da lasciare un impatto a lungo termine sulla cultura scandinava contemporanea”. I risultati saranno controversi—specialmente in vista dell’implicazione che i paesi diventino più disposti al collettivismo in rapporto a quanto manchi gente disposta ad agire in proprio pur di migliorare la loro condizione di vita. Forniscono però un’intrigante ipotesi per spiegare come mai la Scandinavia, che una volta esportava principalmente dei brutali razziatori vichinghi, è oggi più nota per le tranquille socialdemocrazie, le fotomodelle bionde e la produzione di mobili in legno chiaro. Courtesy James Hansen...

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I canti eterni di Ute Lemper hanno incantato il conservatorio torinese.

Pubblicato da alle 16:26 in Musica, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

I canti eterni di Ute Lemper hanno incantato il conservatorio torinese.

Ute Lemper ha incantato con la sua voce il suo stile inconfondibile e leggiadro il conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino con una performance davvero indimenticabile.  Il concerto – evento “Songs of Eternity”, canzoni sulle vittime dell’Olocausto composte nei lager tra il 1941 e il 1944, ha visto protagonista la cantante tedesca con marito ebreo, sensibile interprete delle canzoni nate nei ghetti e nei campi di concentramento da musicisti ebrei deportati, più volte paragonata a una delle dive più amate della prima parte del ‘900. Un concerto, nato nell’ambito delle iniziative per il giorno della Memoria, organizzato dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte e dal Polo del ‘900, con il sostegno della Compagnia di San Paolo e della Fondazione CRT, in collaborazione con il Goethe-Institut Turin e con il patrocinio della Città di Torino e della Comunità Ebraica di Torino. “Stasera compiamo un viaggio, doloroso e difficile, ma necessario, rievochiamo con le note la tragedia di tanti deportati, per non dimenticare”, ha commentato durante il concerto Ute Lemper. Sul palco la versatile artista è stata accompagnata da quattro straordinari musicisti: Vana Gierig pianoforte, Daniel Hoffman violino, Gilad arel clarinetto, Romain  Lecuyer contrabbasso. Il suggestivo percorso ha evocato in musica tante microstorie, fra dolore e speranza, paura e coraggio, attraverso una varietà di generi musicali, dal tango al klezmer alle sonorità jazzistiche. In mattinata  Ute Lemper ha incontrato al Polo del ‘900 gli studenti di alcune scuole di Torino raccontando il suo percorso di artista che si è sempre impegnata sul fronte della memoria e del ricordo dell’Olocausto e per la denuncia di ogni rigurgito antisemita e nazifascista. Ute Lemper prosegue il suo tour in Italia con una replica al Toselli di Cuneo questa sera di “Songs for Eternity”, mentre domenica 3 febbraio al Teatro Bonci di Cesena e lunedì 4 febbraio alla Sala Santa Cecilia del Parco della Musica porta invece “Rendez-vous with marlene”, omaggio a Marlene Dietrich, l’attrice tedesca che furoreggiò in film come “L’angelo azzurro” simbolo di Berlino e della Repubblica di Weimar. Nel 1930 partì per gli Stati Uniti e  durante la seconda guerra mondiale, si proclamò apertamente contro Hitler e andò a tenere spettacoli per le forze alleate contro la sua ex patria.  La Lemper ha scelto il titolo “Rendez-vous with Marlene” riferendosi a “una lunga telefonata deel 1988 tra la grande attrice e la giovanissima Ute a Parigi”, dove Marlene Dietrich viveva da reclusa dal 1979 e dove morì nel 1992. Luca...

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Per comprendere l’anima bisogna passare dal Blues.

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Per comprendere l’anima bisogna passare dal Blues.

Sempre nuove sollecitazioni ci fanno interessare  ai diritti umani delle persone di colore e il mestiere di mediatore culturale si fa quantomai necessario. Proprio ora diventano attuali le parole della “Signora del blues Billie Holyday”, come titola la ristampa  di Feltrinelli,  secondo cui non si può comprendere l’anima nera se non si capisce il  blues.   Questo genere è la base di molte altre declinazioni dal rithm’ and blues, al jazz, finanche al rap dei nostri giorni. Non me ne vogliano i puristi del be bop e del free jazz, ma bisogna dare  agli afromericani quello che è degli afromericani. E  ai  migranti di oggi la loro negritudine, resa in poesia da Senghor e Césaire, tra gli altri, su cui hanno dibattuto Pasolini, Moravia e Soldati, ma che poi è stata dimenticata.  Se il jazz non si balla, il flamenco che è il blues dei gitani e il tango che è il blues argentino, sono fatti appositamente, come spiega il docente di storia del blues Eliilja Wald in “Blues, una breve introduzione” pubblicato dalla torinese Edt, con la consulenza di Monica Luccisano che conosce bene il mondo musicale sotto la Mole. Sono pagine fittissime, di estrema chiarezza che raccontano il blues dai canti popolari accompagnati dalla chitarra  al suo sbarco nelle metropoli sulle note del pianoforte. Sullo sfondo gli anni del proibizionismo, quando i neri si trovano a casa dell’uno o dell’altro per gozzovigliare ai ritmi che li riportavano alle proprie radici. E nella migliore tradizione, secondo le parole di Césaire: “Non sono soltanto le bocche che cantano, ma anche le mani, i piedi, i glutei, la persona tutta intera che si scioglie nei suoni, nelle voci e nel ritmo”.   Approfondisce questo stile la studiosa del mondo ispanico, Monica Maria Fumagalli, in un altro breve, prezioso, recente e illuminante libretto “Negritudine e Tango”. Protagonisti sono i neri  di Buenos Aires, gli afroargentini, che si integrarono passando dalle candombe alle milonghe. Prima timidamente unendosi al ballo argentino, durante il Carnevale, loro che non erano abituati a danzare in coppia.  Gli strumenti della loro tradizione bantù erano le percussioni. Poi si diedero agli strumenti a fiato, alla chitarre, al violino. Ma gli autoctoni dovettero riconoscere che il banjo era di matrice africana e che i ritmi neri in Africa erano una chiave di lettura del mondo. Per merito degli argentini la negritudine si fece erotismo interiorizzato e insieme ai tangueri andarono alla ricerca di uno swing comune, abbandonando i ritmi ipnotici dei tamburi battenti. Al di là delle Ande il sax e la tromba fecero trionfare il jazz soul di Charlie Parker e di Miles Davis. Il loro successo commerciale fu immenso, ma non dimenticarono mai le loro radici blues a cui cercarono sempre di ricollegarsi. Per questo, non solo l’America, ma tutto il mondo li apprezzava e gli intellettuali riconoscevano il debito dei ritmi jazz dalla negritudine che era l’anello di congiunzione tra soul e blues. In Europa il blues era definito “poesia folk” e si ricercava di riprodurne la grande potenza  emotiva. Tra i suoi ritmi si trovarono a proprio agio i Led Zeppelin e persino i Black Sabbath che li rivisitarono in salsa heavy metal. Amedeo...

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