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Appuntamento con la musica in Torino e dintorni: date dei concerti, informazioni sui cantanti

Appuntamento con la musica in Torino e dintorni: date dei concerti, informazioni sui cantanti

 

La fuga dei cervelli in Scandinavia, tra i feroci Vichinghi e gli Abba.

Pubblicato da alle 12:16 in Economia, Musica, Prima pagina | 0 commenti

La fuga dei cervelli in Scandinavia, tra i feroci Vichinghi e gli Abba.

La Scandinavia non è come il resto del mondo. Oscilla tra i feroci razziatori vichinghi e gli Abba, il gruppo pop più blando e di maggiore successo di tutti i tempi. Hanno venduto oltre 400 milioni di dischi. Cos’è intervenuto tra i due episodi? I “rimasti a casa” — Oltre all’occasionale cenno alla “fuga dei cervelli” che scappano all’estero, l’attenzione in Italia alla migrazione è quasi completamente focalizzata sull’impatto domestico dei nuovi arrivati in Patria. Il tema è molto politico e molto emotivo. Per considerarlo con serenità, forse è utile estraniarci, guardando all’esperienza di una parte “non mediterranea” dell’Occidente. Tra il 1850 e il 1920 l’allora miserevole Scandinavia perse il 25% dei suoi abitanti, fuggiti all’estero in cerca di lavoro e—in fondo—di qualcosa da mangiare. L’epoca tra i due secoli vide molti esodi del genere, con interi popoli in movimento, ma i dati migliori sono quelli dei pignoli paesi nordici. Ora l’economista svedese Anne Sofie Beck Knudson, dell’Università di Lund, in un recente studio—“Those Who Stayed: Individualism, Self-Selection and Cultural Change during the Age of Mass Migration”—ha riaperto quegli archivi per esaminare l’effetto a lungo termine dell’ esodo su quelli rimasti a casa. Secondo un’ipotesi comunemente accettata, ad emigrare sono perlopiù le persone dal carattere più individualista, quelli che—in termini economici “soffrono un costo minore” nell’abbandonare i loro rapporti sociali pre-esistenti. La studiosa si è posta l’interessante problema di vedere quale fosse l’impatto quando un paese perde in maniera massiccia la parte della popolazione più portata alle iniziative individualistiche, ipotizzando che con l’uscita dei più attivi crescesse il relativo peso degli abitanti stanziali, rendendo pertanto la nazione mediamente più conformista e omogenea—e dunque socialmente più incline al collettivismo e al conformismo sociale. Però, mentre era relativamente facile contare il numero di individui che partivano, non era altrettanto semplice dire quanto questi fossero di più o di meno propensi all’individualismo, specialmente su larga scala. Qui la ricercatrice ha impiegato una forma di jujitsu accademico, utilizzando come indice dell’inclinazione anti-conformista la tendenza di dare nomi insoliti ai propri figli… In altre parole, l’assunto era di supporre che più fossero statisticamente rari i nomi della prole, allora più tendenti all’anticonformismo sarebbero stati gli ambiti familiari in cui quei nomi venivano scelti. Partendo da dati sugli emigrati dalla Svezia, la Norvegia e la Danimarca nel periodo citato, la Knudson ha ottenuto risultati che indicherebbero come: “…gli individualisti avevano una maggiore probabilità di emigrare che non i collettivisti, e che i paesi scandinavi sarebbero oggi più individualistici e più culturalmente diversi se l’emigrazione non fosse mai avvenuta”. Ciò in quanto il cambiamento culturale che si è verificato in questi paesi: “è stato sufficientemente profondo da lasciare un impatto a lungo termine sulla cultura scandinava contemporanea”. I risultati saranno controversi—specialmente in vista dell’implicazione che i paesi diventino più disposti al collettivismo in rapporto a quanto manchi gente disposta ad agire in proprio pur di migliorare la loro condizione di vita. Forniscono però un’intrigante ipotesi per spiegare come mai la Scandinavia, che una volta esportava principalmente dei brutali razziatori vichinghi, è oggi più nota per le tranquille socialdemocrazie, le fotomodelle bionde e la produzione di mobili in legno chiaro. Courtesy James Hansen...

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I canti eterni di Ute Lemper hanno incantato il conservatorio torinese.

Pubblicato da alle 16:26 in Musica, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

I canti eterni di Ute Lemper hanno incantato il conservatorio torinese.

Ute Lemper ha incantato con la sua voce il suo stile inconfondibile e leggiadro il conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino con una performance davvero indimenticabile.  Il concerto – evento “Songs of Eternity”, canzoni sulle vittime dell’Olocausto composte nei lager tra il 1941 e il 1944, ha visto protagonista la cantante tedesca con marito ebreo, sensibile interprete delle canzoni nate nei ghetti e nei campi di concentramento da musicisti ebrei deportati, più volte paragonata a una delle dive più amate della prima parte del ‘900. Un concerto, nato nell’ambito delle iniziative per il giorno della Memoria, organizzato dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte e dal Polo del ‘900, con il sostegno della Compagnia di San Paolo e della Fondazione CRT, in collaborazione con il Goethe-Institut Turin e con il patrocinio della Città di Torino e della Comunità Ebraica di Torino. “Stasera compiamo un viaggio, doloroso e difficile, ma necessario, rievochiamo con le note la tragedia di tanti deportati, per non dimenticare”, ha commentato durante il concerto Ute Lemper. Sul palco la versatile artista è stata accompagnata da quattro straordinari musicisti: Vana Gierig pianoforte, Daniel Hoffman violino, Gilad arel clarinetto, Romain  Lecuyer contrabbasso. Il suggestivo percorso ha evocato in musica tante microstorie, fra dolore e speranza, paura e coraggio, attraverso una varietà di generi musicali, dal tango al klezmer alle sonorità jazzistiche. In mattinata  Ute Lemper ha incontrato al Polo del ‘900 gli studenti di alcune scuole di Torino raccontando il suo percorso di artista che si è sempre impegnata sul fronte della memoria e del ricordo dell’Olocausto e per la denuncia di ogni rigurgito antisemita e nazifascista. Ute Lemper prosegue il suo tour in Italia con una replica al Toselli di Cuneo questa sera di “Songs for Eternity”, mentre domenica 3 febbraio al Teatro Bonci di Cesena e lunedì 4 febbraio alla Sala Santa Cecilia del Parco della Musica porta invece “Rendez-vous with marlene”, omaggio a Marlene Dietrich, l’attrice tedesca che furoreggiò in film come “L’angelo azzurro” simbolo di Berlino e della Repubblica di Weimar. Nel 1930 partì per gli Stati Uniti e  durante la seconda guerra mondiale, si proclamò apertamente contro Hitler e andò a tenere spettacoli per le forze alleate contro la sua ex patria.  La Lemper ha scelto il titolo “Rendez-vous with Marlene” riferendosi a “una lunga telefonata deel 1988 tra la grande attrice e la giovanissima Ute a Parigi”, dove Marlene Dietrich viveva da reclusa dal 1979 e dove morì nel 1992. Luca...

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Per comprendere l’anima bisogna passare dal Blues.

Pubblicato da alle 10:07 in Musica, Pagine svelate, Prima pagina | 0 commenti

Per comprendere l’anima bisogna passare dal Blues.

Sempre nuove sollecitazioni ci fanno interessare  ai diritti umani delle persone di colore e il mestiere di mediatore culturale si fa quantomai necessario. Proprio ora diventano attuali le parole della “Signora del blues Billie Holyday”, come titola la ristampa  di Feltrinelli,  secondo cui non si può comprendere l’anima nera se non si capisce il  blues.   Questo genere è la base di molte altre declinazioni dal rithm’ and blues, al jazz, finanche al rap dei nostri giorni. Non me ne vogliano i puristi del be bop e del free jazz, ma bisogna dare  agli afromericani quello che è degli afromericani. E  ai  migranti di oggi la loro negritudine, resa in poesia da Senghor e Césaire, tra gli altri, su cui hanno dibattuto Pasolini, Moravia e Soldati, ma che poi è stata dimenticata.  Se il jazz non si balla, il flamenco che è il blues dei gitani e il tango che è il blues argentino, sono fatti appositamente, come spiega il docente di storia del blues Eliilja Wald in “Blues, una breve introduzione” pubblicato dalla torinese Edt, con la consulenza di Monica Luccisano che conosce bene il mondo musicale sotto la Mole. Sono pagine fittissime, di estrema chiarezza che raccontano il blues dai canti popolari accompagnati dalla chitarra  al suo sbarco nelle metropoli sulle note del pianoforte. Sullo sfondo gli anni del proibizionismo, quando i neri si trovano a casa dell’uno o dell’altro per gozzovigliare ai ritmi che li riportavano alle proprie radici. E nella migliore tradizione, secondo le parole di Césaire: “Non sono soltanto le bocche che cantano, ma anche le mani, i piedi, i glutei, la persona tutta intera che si scioglie nei suoni, nelle voci e nel ritmo”.   Approfondisce questo stile la studiosa del mondo ispanico, Monica Maria Fumagalli, in un altro breve, prezioso, recente e illuminante libretto “Negritudine e Tango”. Protagonisti sono i neri  di Buenos Aires, gli afroargentini, che si integrarono passando dalle candombe alle milonghe. Prima timidamente unendosi al ballo argentino, durante il Carnevale, loro che non erano abituati a danzare in coppia.  Gli strumenti della loro tradizione bantù erano le percussioni. Poi si diedero agli strumenti a fiato, alla chitarre, al violino. Ma gli autoctoni dovettero riconoscere che il banjo era di matrice africana e che i ritmi neri in Africa erano una chiave di lettura del mondo. Per merito degli argentini la negritudine si fece erotismo interiorizzato e insieme ai tangueri andarono alla ricerca di uno swing comune, abbandonando i ritmi ipnotici dei tamburi battenti. Al di là delle Ande il sax e la tromba fecero trionfare il jazz soul di Charlie Parker e di Miles Davis. Il loro successo commerciale fu immenso, ma non dimenticarono mai le loro radici blues a cui cercarono sempre di ricollegarsi. Per questo, non solo l’America, ma tutto il mondo li apprezzava e gli intellettuali riconoscevano il debito dei ritmi jazz dalla negritudine che era l’anello di congiunzione tra soul e blues. In Europa il blues era definito “poesia folk” e si ricercava di riprodurne la grande potenza  emotiva. Tra i suoi ritmi si trovarono a proprio agio i Led Zeppelin e persino i Black Sabbath che li rivisitarono in salsa heavy metal. Amedeo...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Luigi Antinucci.

Pubblicato da alle 13:31 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Musica | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Luigi Antinucci.

Torino Domani GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse.   Luigi Antinucci è un cantautore e il direttore artistico di Radio Reporter Torino, lo ringraziamo per aver partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è sì da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Quando torno da un viaggio, penso sempre che Torino sia una città splendida che nulla ha da invidiare alle più grandi capitali europee, è una città dalle mille anime e dai mille volti: architettonico, storico, esoterico, artistico, musicale, sportivo, alcuni così nascosti da rimanere sconosciuti ai torinesi stessi. In questi ultimi anni si sta internazionalizzando anche se c’è ancora molto da fare per rendere fruibile agli abitanti ed ai turisti l’importante patrimonio culturale che possiede. Ad esempio sono carenti le infrastrutture, ma il discorso sarebbe troppo lungo… il problema di fondo credo sia, come sempre, quando qualcosa non funziona in una città, di ordine amministrativo ed economico. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per sé ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Forse è una mancanza di sensibilità nell’individuare le priorità per uno sviluppo non solo economico, ma anche culturale e da cittadino torinese mi dispiace dirlo: Torino, dopo la crisi FIAT, con l’avvento delle Olimpiadi, aveva iniziato una trasformazione, da città industriale a culturale. Gli stranieri in visita rimangono stupiti dalle nostre bellezze architettoniche, dai musei, dal patrimonio artistico, dalle tradizioni del gusto, dalle nostre eccellenze enogastronomiche. Anche il territorio dell’intera provincia è accogliente, ma forse, oltre le risorse, manca la mentalità imprenditoriale per sfruttare ciò che abbiamo. Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada? Secondo me non abbiamo bisogno di modelli da emulare, ma di aprire gli occhi, guardarci intorno e ricordare che in questa città sono nati cinema, radio e televisione, l’automobile, la moda, il design, la tecnologia e l’innovazione. Torino è stata la prima capitale d’Italia, col secondo Museo Egizio più importante al mondo, il Duomo e la Sindone, il Museo e il Festival del Cinema, il Salone del libro, il Museo dell’automobile, il castello di Rivoli e le sue mostre, la Reggia di Venaria… l’elenco sarebbe lunghissimo! Dovremmo acquisire maggiore consapevolezza, fiducia ed investire sui giovani che sono il nostro futuro senza, ovviamente, dimenticare il passato. Guardare al domani… di tre quarti. La politica possiede ancora la...

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La De Sono apre il bando per le borse di studio per giovani musicisti.

Pubblicato da alle 10:53 in Musica, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

La De Sono apre il bando per le borse di studio per giovani musicisti.

Ogni anno la De Sono Associazione per la Musica, con il contributo della Compagnia di San Paolo, assegna borse di studio a giovani musicisti e musicologi piemontesi o che abbiano svolto parte dei loro studi in Piemonte, con la finalità di sostenere la formazione a un livello superiore presso istituzioni italiane o estere di riconosciuta eccellenza.  Il nuovo bando per l’assegnazione delle borse di studio per l’anno 2019 è attualmente aperto e disponibile sul sito dell’associazione www.desono.it. Tutte le candidature devono pervenire entro il 25 febbraio. Le categorie prese in considerazione sono le seguenti: strumentisti, gruppi da camera, cantanti, compositori, direttori di coro, direttori d’orchestra, musicologi. Le modalità per partecipare e tutti i dettagli sono sempre sono scaricabili on-line. Fin dalla fondazione della De Sono, sono 251 i giovani che si sono perfezionati con i migliori docenti nelle più prestigiose accademie musicali italiane ed estere (Basilea, Vienna, New York, Amsterdam, Parigi, Mosca, Londra, Los Angeles…) Tale attività è stata premiata con la Medaglia del Presidente della Repubblica. Molti tra gli ex-borsisti della De Sono sono ora musicisti affermati, alcuni come solisti, altri come prime parti in importanti istituzioni musicali in Italia e nel mondo quali l’Orchestra Filarmonica del Teatro alla Scala, l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, l’Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia, “I Pomeriggi Musicali”, la Mahler Chamber Orchestra, i Münchner Philarmoniker, l’Orquesta Sinfonica de Tenerife, l’Orchestre National du Capitole de Toulouse, L’Orchestre de Chambre de Paris, l’Orchestra della Svizzera Italiana, la Sinfonieorchester Basel, la Rotterdams Philarmonisch Orkest, la Sydney Symphonie Orchestra, la Finnish National Opera di Helsinki, gli Essener Philharmoniker, l’Orchestra da Camera di Zurigo, l’Orchestra di Cannes. I concerti e le attività 2018-2019 sono rese possibili grazie al sostegno dei Soci, degli Amici e di Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Regione Piemonte, Consiglio Regionale del Piemonte, Camera di Commercio di Torino, Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, Maserati, Fondazione Agnelli, Reale Foundation, Banca Patrimoni Sella, Sadem Arriva, Ersel, Buzzi Unicem. DE SONO Associazione per la Musica La De Sono è un’associazione senza scopo di lucro che dal 1988 sostiene il perfezionamento di giovani musicisti tramite borse di studio e altre numerose attività. Ogni anno la De Sono organizza una stagione concertistica, che offre ai borsisti un banco di prova e un’occasione di collaborazione con professionisti e artisti ospiti. Tra le altre iniziative, l’associazione torinese guidata da Francesca Gentile Camerana pubblica tesi di laurea e di dottorato in discipline musicali che si siano distinte in ambito accademico e finanzia masterclasses di perfezionamento grazie alla collaborazione di docenti di fama internazionale. La De Sono ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica per l’attività di sostegno rivolta ai giovani...

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“Mettersi un leone in casa”. Ludwig van Beethoven raccontato da due musicologi torinesi.

Pubblicato da alle 11:41 in Musica, Notizie, Pagine svelate, Prima pagina | 0 commenti

“Mettersi un leone in casa”. Ludwig van Beethoven raccontato da due musicologi torinesi.

Ludwig van Beethoven Grande studioso della musica sperimentale del Novecento e, in particolare, del suo epigono John Cage, Michele Porzio insegna al Conservatorio di Torino. Ora ha ripreso il corso principale della chiarezza espressiva musicale, scrivendo la prefazione della raccolta di lettere e diari di Ludwig van Beethoven “Autobiografia di un genio“, appena pubblicata da Piano B.  Porzio si colloca nel pieno del dibattito musicologico, cominciato con gli studi estetici del professor Alessandro Bertinetto circa il riverbero del suono sull’animo umano. Per loro non c’è dubbio: come riteneva già Massimo Mila, la forma sonata sta al Cigno di Bonn come la terzina a Dante Alighieri. Giorgio Pestelli con “Il genio di Beethoven”, Donzelli editore, va ancora oltre e dimostra senza ombra di dubbio che la personalità del terzo maestro della scuola di Vienna (gli altri sono Mozart e Haydn) si ritrova nelle sue nove Sonate. Anzi queste costituiscono un vero e proprio “romanzo di formazione” in note.  Non che le sonate e i suoi scritti siano da meno, perché è da lì che si ricostruisce la genesi della sua opera, ma la narrazione di Pestelli scorre come il ruscello della Pastorale beethoveniana. Perché il Cigno di Bonn componeva a 360°, ispirandosi a  Handel, Mozart, Haydn e contemporaneamente studiava notazioni antiche, canto gregoriano, marcia funebre. Soprattutto scriveva pensieri e lettere ai familiari, all’arciduca d’Austria e anche a Goethe. Leggeva minuziosamente le gazzette dell’epoca con le recensioni musicali di Schumann, di Berlioz e di Hoffman. Sperava, invano, che i suoi familiari e i suoi amori comprendessero la sua grandezza.scriveva pensieri e lettere ai familiari, all’arciduca d’Austria e anche a Goethe. Leggeva minuziosamente le gazzette dell’epoca con le recensioni musicali di Schumann, di Berlioz e di Hoffman. Sperava, invano, che i suoi familiari e i suoi amori comprendessero la sua grandezza. Suonava il pianoforte con i musicisti e i compositori dell’epoca, con cui scambiava pareri. Alla fine, quando fu completamente sordo, decise di concludere quel capolavoro assoluto che è la Nona Sinfonia con l’Inno alla Gioia di Schiller, convinto che la solidarietà tra gli uomini stia nella felicità comune e non nel dolore. Aveva cominciato a comporre la Quarta, mentre a Vienna debuttava la Terza, più conosciuta come Sinfonia Eroica, dedicata a Napoleone. Intanto era già andata in scena la sua unica opera lirica “Il Fidelio” con il coro di carcerati che prefigura l’Inno alla gioia. Wagner definì questo periodo come momento di creatività eccezionale e si mise addirittura a ballare in quell’apoteosi della danza che per lui era la Settima Sinfonia.   Ma, a detta di Pestelli, è la Quinta la Sinfonia la più beethoveniana per il suo rigore drammatico. Per il musicologo torinese sentirla bene è come mettersi “Un leone in casa”. Colpisce che sia stata composta insieme alla Sesta, tutt’altro che mistica, e bensì un idillio bucolico che porta a compimento “Le quattro stagioni” di Vivaldi. Attorno al suo genio gli strumenti dell’orchestra si moltiplicano insieme con le melodie, facendolo assurgere al musicista di una Vienna imperiale. Molte sono le lettere inviate dalla natia Bonn all’aristocrazia asburgica ben predisposta verso un artista poco propenso ai voli pindarici. Per questo l’impeto e l’effervescenza della Prima e della Seconda Sinfonia riescono subito a conquistare un pubblico conservatore che accetterà a tetro persino gli accenni rivoluzionari che percorsero tutta la sua creazione. Amedeo...

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Gipo Farassino ritorna in un film. La sua Torino tra biografia e racconto.

Pubblicato da alle 16:39 in galleria home page, Musica, Spettacoli | 0 commenti

Gipo Farassino ritorna in un film. La sua Torino tra biografia e racconto.

L’anno che si è appena concluso ha finalmente rivalutato l’ultimo grande artista di Torino con un film documentario presentato l’anno prima al Filmfestival: “Gipo, lo zingaro di Barriera”. Dopo la proiezione con Farassino, significativamente interpretato da Luca Morino, cantante dei Mau Mau, torinesissimo gruppo rock- folk, che lo chansonnier scomparso quattro anni fa avrebbe definito “di seconda generazione”, a qualche spettatore è venuto in mente  Pier Paolo Pasolini.  Allo stesso modo la figura del vissuto “barrierante” traspare dalle pagine della biografia scritta dal giornalista Maurizio Ternavasio e pubblicata dalla dinamica casa editrice di Boves, Araba Fenice: un artista a tutto tondo, forse multimediale, se non fosse che lui odiava i computer. I suoi figli erano, oltre ai Mau Mau, i Subsonica, i Perturbazione e gli El Tres e persino i rockettari dell’underground subalpino che intonavano sulle sue melodie “Lega la Lega”, alludendo alle sue prese di posizione politiche.  Perché Gipo era un poeta dal cuore enorme e dunque gli stessi che lo criticavano hanno plaudito alla subitanea decisione della Regione Piemonte di intitolargli la riva destra dei Murazzi del Po (la sinistra porta il nome del suo antesignano Fred Buscaglione). Tutto il libro di Ternavasio è volto a ricostruire la complessa personalità di Gipo Farassino e porta come sottotitolo “Vita, storie e canzoni”. Nelle librerie lo si trova negli scaffali del settore “Spettacoli” accanto ai volumi strenna su Freddie Mercury e Fabrizio De Andrè, genovese e amico di Gipo, ma definito da Ternavasio più borghese. Lo chansonnier torinese, invece, era nato in una casa di ringhiera in piena Barriera di Milano, come ricorda “El 6 ed via Coni”, la sua canzone più famose insieme a “Serenata ciocatona” e a “Sangon Blues”, che l’autore non ritiene di dover mettere in grassetto al pari delle altre composizioni, talmente radicate nell’immaginario collettivo piemontese. Suo padre era un carabiniere ucciso dai partigiani perché ritenuto erroneamente fascista. La  figliola maggiore Valentina ricorda che ogni 25 aprile, la festa della Liberazione, il padre artista era sempre malinconico.  Quando non era ancora arrivato al successo in giro per il mondo suonando nelle kasbah del Medio Oriente, nelle bidonville del Sud America e sui transatlantici. Paradossalmente la svolta per la sua poesia dialettale che già aveva incantato avvenne con il teatro. Il suo talent scout fu il regista Massimo Scaglione, marito della prima ballerina del Regio, Loredana Furno, le cui parole sono più volte riportate nel libro per mettere in evidenza che l’accoppiata era vincente: irruento Farassino, riflessivo Scaglione.  Da allora i paragoni per l’attore di Barriera di Milano, ma soprattutto di Porta Pila, i paragoni si sono sprecati. E’ stato paragonato a Eduardo De Filippo e a Erminio Macario. Ma le sue interpretazioni erano quanto mai originali: a differenza dei due predecessori, le sue battute non volevano solo far ridere, ma anche far riflettere sul senso della vita in una periferia dove “il sole non scalda mai”, ovvero non mette allegria. Le uniche distrazioni in questo mondo operaio erano le cene in trattoria, le sbronze nelle piole e i balli a palchetto. In quelle scene era proprio a suo agio perché Gipo era anche guascone nella vita con il suo sigaro in bocca e davanti una bottiglia di Grignolino. Uomo colto conosceva bene Calvino, Steinbeck, Miller e aveva letto pure Kant. Con Bersezio e Pinin Pacot...

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Il senso di Mahler per le sinfonie. La Kremerata Baltica con Mario Brunello all’Auditorium del Lingotto.

Pubblicato da alle 12:49 in Musica, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Il senso di Mahler per le sinfonie. La Kremerata Baltica con Mario Brunello all’Auditorium del Lingotto.

Auditorium Giovanni Agnelli di Torino Sarà interamente dedicato al grande Gustav Mahler, con pagine cameristiche originali e adattamenti per orchestra da camera di grandi capolavori sinfonici la serata di mercoledì 19 dicembre all’Auditorium Giovanni Agnelli di Torino. Protagonista della serata non poteva che essere una formazione che nell’esplorazione di sentieri poco battuti trova uno dei punti cruciali della propria vocazione: torna infatti a esibirsi sul palco la Kremerata Baltica, insieme al suo fondatore e mentore Gidon Kremer e uno stuolo di interpreti d’eccezione a cominciare dal grande violoncellista italiano Mario Brunello. Il programma della serata prende il via con l’esecuzione del Quartettsazt [Movimento di quartetto] in la minore per pianoforte, violino, viola e violoncello; unica composizione da camera originale dell’autore, fu scritto a Vienna durante gli studi di composizione in Conservatorio. Oltre a Gidon Kremer al violino e Mario Brunello al violoncello, l’organico sarà completato dalla bravissima Kristina Anusevičiūtė, prima viola della Kremerata Baltica e dal pianista Michail Lifits, vincitore nel 2009 del Concorso Busoni e da allora nome ricorrente nelle principali stagioni internazionali. Con il brano successivo si intraprende il viaggio nel mondo degli adattamenti mahleriani, cominciando dall’Adagio della Decima Sinfonia, qui proposto nell’arrangiamento per soli archi di Hans Stadlmair, in cui Gidon Kremer prenderà per mano la sua formazione in veste di primo violino concertatore. La scrittura della Decima Sinfonia iniziò nell’estate del 1910, ma la morte dell’autore, sopraggiunta nel maggio dell’anno successivo, lasciò incompiuto questo testamento sinfonico che secondo gli appunti lasciati da Mahler si sarebbe dovuto articolare in cinque movimenti. L’Adagio, concepito come primo tra questi, fu l’unica sezione dell’opera che si avvicinò a un grado di compiutezza tale da essere successivamente incluso nella pubblicazione degli Opera omnia dell’autore.     Nella seconda parte della serata a salire sul podio sarà Mario Brunello, che da alcuni anni ha affiancato alla sua prevalente attività violoncellistica quella di direttore, per una versione per voce e orchestra da camera della Quarta Sinfonia. Contrariamente alla prescrizione originaria che prevede l’impiego di un soprano, sarà la voce bianca del tredicenne britannico Freddie Jamison a intonare i versi del Lied Das himmlische Leben (La vita celestiale), tratto dalla raccolta Des Knaben Wunderhorn (Il corno magico del fanciullo), su cui è basato l’ultimo tempo di questa Sinfonia scritta tra il 1899 e il 1901. Solista nel Trinity Boys Choir della Trinity School di Londra, Freddie Jamison è apparso in produzioni operistiche al Festival di Glyndebourne, alla Royal Opera House di Londra e come solista al Royal College of...

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Il bib bab del “Duca” per una sera scalda l’inverno. A Giaveno la Filarmonica Jazz Band.

Pubblicato da alle 12:27 in Musica, Prima pagina, Spettacoli | 0 commenti

Il bib bab del “Duca” per una sera scalda l’inverno. A Giaveno la Filarmonica Jazz Band.

Impossibile trattenersi dall’alzarsi in piedi e tenere il ritmo ieri sera al Santuario del Selvaggio sopra Giaveno con il Secondo concerto sacro di Duke Ellington eseguito dalla Filarmonica Jazz Band.  Lo facevano anche i non più giovanissimi nei banchi in prima fila e alla fine è sembrato che il Bib Bap del “Duca” sia durato un amen, invece che un’ora e mezza.  Giacomo Bottino, direttore artistico della Fondazione Pacchiotti della cittadina ai piedi della Valsusa, ha nuovamente scelto la musica giusta per riscaldare gli animi in questa fredda domenica prenatalizia. Lui è la vera anima della Fondazione che ha portato al Duomo di Torino l’attore Andrea Giordano per la messa in scena di “Assassinio nella cattedrale” del poeta americano Thomas Sterner Elliot, ripreso non solo dalla Rai, ma anche nella cappella della giavenese Villa Pacchiotti. E chissà che Bottino, poliedrico drammaturgo, non ripercorra le orme del suo amico Davide Livermore, regista dell’ “Attila, con cui la Scala di Milano ha aperto la stagione? Chiesa stracolma per questa originale composizione di Ellington commissionatagli negli anni Sessante dalla Cattedrale di San Francisco: non un semplice gospel, ma vero e proprio jazz con tanti strumentisti che solo le capacità di orchestrazione di un grande compositore nero potevano rendere appropriata a una celebrazione liturgica. In prima fila il presidente della Fondazione, Ermete Varrons che ha lasciato introdurre l’esecuzione alla giovane vice predidente Concetta Zurzolo. Questa è stata, poi, diretta magistralmente dal maestro Sergio Chiricosta che poco ha lasciato all’improvvisazione dell’orchestra, lasciando più spazio alle voci jazz del coro, coordinato dalla giovane Marta Lauria che si è specializzata a Boston, la big band ha fatto risuonare le volte del Santuario, illuminato all’esterno con giochi di luce da far invidia alle Luci d’artista del capoluogo. Allo stesso tempo stupisce il dono gratuito sia in senso lato (il concerto è costato pochissimo), sia figurato (il significato del nella cultura afromericana è profondo) che la Fondazione Pacchiotti ha fatto ai residenti e ai turisti che tornavano dalla montagna. Stupenda la loro intonazione dell’evocativo pezzo Freedoom e augurale il bis con la canzone White Christmas/Sing Sing. Pure le condizioni metereologiche sono state clementi, visto che dopo un risveglio con la neve, i fiocchi si sono rivisti quando il concerto era già finito da mezz’ora. Benvenuti i concerti gratis sotto Natale, ma una prova così perfetta è stata data probabilmente solo un paio di anni fa all’Auditorium del Lingotto da Luigi Einaudi che alle sue armonie aveva apportato giovani voci gospel. Un’altra scenografia simile è la cappella juvarriana di Sant’Uberto al primo piano della Reggia di Venaria, già teatro ci concerti jazz. Il riferimento è d’obbligo perché all’esterno è posta  la Passione scolpita  dal giavenese Luigi Stoisa, nato proprio nella frazione Selvaggio di Giaveno. E si può dire che anche Duke Ellington  come lui abbia scolpito una melodia immortale e sacra con i ritmi della musica afroamericana per eccellenza. Amedeo...

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Tema del concerto: l’inganno. L’Orchestra Filarmonica di Torino gioca con Casadesus e Mozart.

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Tema del concerto: l’inganno. L’Orchestra Filarmonica di Torino gioca con Casadesus e Mozart.

La stagione “OFT Airlines” vede protagonisti del concerto di martedì 4 dicembre 2018, ore 21 al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino l’Orchestra Filarmonica di Torino, guidata dal maestro concertatore Sergio Lamberto, storica spalla di OFT, ed il violinista Marco Rizzi, tra i musicisti italiani più apprezzati.  Tema del concerto l’inganno, che porta l’ascoltatore in un mondo di specchi ed illusioni. D’altro canto, François de La Rochefoucauld sosteneva già nel 1600 che gli uomini non vivono a lungo in società se non si ingannano reciprocamente. Un pensiero che ritroviamo appieno in Marius Casadesus, compositore che ha attraversato il Novecento e che divenne universalmente noto quando il suo nome venne associato al concerto Adélaïde, inizialmente attribuito, per un gioco di inganni voluto proprio da Casadesus, a Wolfgang Amadeus Mozart. Una illusione svelata solo alcuni decenni dopo la pubblicazione dell’opera, quando nel corso di una causa Casadesus ammise di esserne il vero autore. E come in un gioco di specchi, all’Adélaïde di Robert Casadesus seguirà una vera composizione di Mozart, il Concerto n. 1 in si bemolle maggiore per violino e orchestra K 207, che si ritiene essere stato composto nel 1775 e che si contraddistingue per la ricchezza delle idee melodiche. In chiusura, l’Orchestra Filarmonica di Torino, eseguirà la Sinfonia n. 44 in mi minore Hob.I:44 di Haydn, databile nel 1772 e conosciuta come Trauer-Symphonie, Sinfonia funebre, perché si sosteneva che il compositore desiderasse l’esecuzione del movimento lento durante il suo funerale. Vero oppure falso, l’inganno è nella vitalità che sprigiona quest’opera, dagli alti momenti di virtuosismo e con alcuni passaggi di raro incanto. Il concerto di dicembre, così come ogni concerto della stagione, verrà aperto dalla lettura, a cura dell’associazione liberipensatori “Paul Valéry” e della Scuola Teatro Sergio Tofano, di un breve ed emozionante testo scritto per l’occasione dal giornalista Lorenzo Montanaro. La forma impossibile Casadesus si nasconde per anni dietro la maschera di Mozart. Haydn, per fargli dispetto, sceglie per il proprio funerale una sinfonia stracolma di vita.  E il vero Mozart – che non ha bisogno di maschere – illumina gli altri due con il suono di un violino. Sono maglie di una rete in cui si rimane impigliati: un triangolo quadrato, un labirinto magico, una forma impossibile.  Un lungo, segreto, affascinante inganno. (dal testo di Gabriele Montanaro)   La Stagione 2018-2019 vede una nuova organizzazione degli appuntamenti del cartellone.  L’impostazione tripartita – prova di lavoro, prova generale, concerto – resta confermata, così come i concerti in Conservatorio Verdi (Piazza Bodoni, Torino) che continueranno a tenersi come da tradizione il martedì sera.  Cambiano invece giorni e orari della prova di lavoro e della prova generale. Le prove di lavoro, che danno la possibilità al pubblico di osservare l’orchestra mentre mette a punto ogni dettaglio del concerto, sono infatti previste quest’anno la domenica alle ore 10 a +SpazioQuattro (Via Gaspare Saccarelli 18, Torino). Le prove generali, diversamente dal passato, si tengono il lunedì alle ore 18.15 al Teatro Vittoria (Via Gramsci 4, Torino). Si tratta di uno spericolato “volo di collaudo” in un giorno e in un orario inusuali, e ad un costo contenuto, che ha l’obiettivo di favorire la partecipazione di un pubblico sempre più eterogeneo all’uscita dal lavoro o, per i più giovani, al termine delle lezioni universitarie. Per rendere l’esperienza ancora più emozionante, come in una sorta di check-in, due...

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