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Mentre il dibattito legato all’alta velocità coinvolge la città, parte la corsa al velocipede.

Pubblicato da alle 16:35 in DOXA segnalazioni, Innovazione, MotorInsider, Prima pagina | 0 commenti

Mentre il dibattito legato all’alta velocità coinvolge la città, parte la corsa al velocipede.

Mentre il dibattito sulla realizzazione della Tav si fa ogni giorno più acceso e ricco di colpi di scena, o sotto la cintura, come quello di ieri, assai prevedibile, avvenuto con il voto della Città Metropolitana, il Comune va in “direzione ostinata e contraria” e mette sul piatto altre formule di mobilità. Archiviato il pattino elettrico, sparpagliati come girasoli i motorini  gialli, depredate come fossero predoni del deserto le corse degli autobus, costruito innovativi luoghi di aggregazione circolare in periferia vedi Piazza Baldissera, non c’era momento migliore per dare avvio al bando per l’autorizzazione al trasporto di persone con velocipedi. Il vecchio è amatissimo risciò per intenderci, noto in Asia e Africa con il simpatico nome di pousse-pousse. Apparsi in India attorno al 1880 i risciò  furono utilizzati inizialmente dai mercanti cinesi per trasportare le merci e solo dal 1914 vennero autorizzati al trasporto delle persone, il mezzo è inoltre protagonista involontario del libro La città della gioia di Dominique Lapierre e più di recente del film franco-vietnamita Cyclo di Tran Anh Hung, non proprio opere da catalogare come commedia brillante.   Se si legge con attenzione il comunicato cittadino si evince che nessun piede nudo percorrerà con la neve e con il caldo il macadam  della strada.   A breve anche a Torino i turisti potranno essere accompagnati nella visita della città, tra le piazze auliche e i principali monumenti del centro, a bordo di un triciclo a pedalata assistita. Si aprono oggi le iscrizioni per partecipare al concorso pubblico (per soli titoli) per l’assegnazione di dodici autorizzazioni per servizio turistico di trasporto di persone con velocipede.  In particolare, a chi è chiamato ad accompagnare i turisti spingendo sui pedali è richiesta un’età di almeno 21 anni, il possesso della patente di guida oltre che una specifica certificazione medica attestante, tra l’altro, ‘l’idoneità a svolgere attività di particolare ed elevato impegno cardiovascolare’. Oltre agli obblighi professionali ed etici, come quelli di presentare e mantenere pulito e in perfetta efficienza il veicolo o di consegnare al competente ufficio del Comune qualsiasi oggetto dimenticato dal cliente, per i conducenti di tricicli e motocarrozzette è previsto l’impegno a sottostare a un vero e proprio codice di abbigliamento. Il modello è scaricabile dal sito www.comune.torino.it/bandi  Le autorizzazioni saranno rilasciate a titolari di imprese artigiane (iscritti all’albo) e agli imprenditori privati e le domande (una per le persone fisiche e fino a un massimo di tre per le persone giuridiche) potranno essere presentate da oggi sino alle ore 14 del 21 gennaio 2019. La graduatoria avrà una validità di 4 anni dalla data di approvazione. Quindi Torino come una città della gioia, dove si verrà scorrazzati, a seguito di elevato impegno cardiovascolare con un triciclo, nessun riferimento a Shining o ad una infanzia irrimediabilmente perduta, a pedalata assistita e finché batteria non ci abbandoni. Una mobilità tutta da scoprire, soprattutto se tra piazza auliche e monumenti del centro non si desideri fare una capatina nelle vituperate periferie dalle piazze rozze e prive di equestri monumenti ancora una volta escluse dai percorsi. L’ispirazione di tale impulso alla modernità deriva probabilmente da Amsterdam dove la cosa è in uso da tempo, molti canali ma nessuna collina, in salita, chiama ad una gita romantica. Si spera che il pedale ad alta velocità non si inchiodi subito in agguerrite fazioni di...

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E’ meglio investire un anziano, un bambino, due suore, tre liceali? Cosa sceglie un automa?

Pubblicato da alle 14:41 in Economia, Innovazione, MotorInsider, Prima pagina | 0 commenti

E’ meglio investire un anziano, un bambino, due suore, tre liceali? Cosa sceglie un automa?

Macchine morali — Ingegneri e programmatori in tutto il mondo sono impegnati in una corsa all’oro per creare auto autonome che possano girare sulle strade con il traffico umano. Sensori su sensori, computer potenti, servo-meccanismi, tutta la più avanzata tecnologia—e poi quelle maledette vetture trovano qualcuno che non dovrebbe esserci su un passaggio pedonale e lo investono. La difficoltà è che le automobili senza conducente, più di ogni altro tipo di robot, devono simulare il comportamento umano, almeno di chi guida le macchine convenzionali o comunque frequenta le strade. Il caso etico che ne nasce è noto come il “trolley problem”, il problema del tram, e si applica alla determinazione di cosa dovrebbero fare gli automi quando, in un emergenza, tocca loro decidere chi sacrificare: il pedone che sbuca, i passeggeri sul mezzo, su un altro mezzo? E, se le condizioni obbligassero assolutamente a una scelta, è meglio mettere sotto un giovane adulto, un anziano, un bambino, due suore, tre liceali? Gli umani risolvono il problema reagendo a casaccio, con la confusione e il panico. Le macchine robot possono scegliere a mente fredda, ma a far cosa? Bisogna trasferirgli i concetti di etica da chi li possiede, le persone. Ciò è il tema di un grande progetto di ricerca—The Moral Machine—del MIT-Massachusetts Institute of Technology sul comportamento etico alla guida. Ha coinvolto 2,3 milioni di persone intorno al mondo. L’indagine è consistita nell’illustrare con una sorta di videogioco 13 scenari in cui è inevitabile che ci sia una vittima—situazioni rare, ma non impossibili—obbligando i partecipanti a scegliere chi “salvare” tra giovani e vecchi, guidatori o pedoni, femmine o maschi, agiati o poveri, e così via. L’equipe del MIT ha trovato che il mondo si divide in tre macro-gruppi morali: il primo con Nord America e molti paesi europei (Italia compresa) dalla tradizione cristiana, il secondo i paesi come Giappone, Indonesia e Pakistan, con tradizioni confuciane o islamiche. Il terzo gruppo comprende paesi del Sud e Centro America, la Francia e le ex colonie francesi. Il primo gruppo, gli “occidentali”, esprime una marcata preferenza per salvare i giovani rispetto ai vecchi, mentre gli “asiatici” non distinguono per gruppi d’età. Il Sud francofono e latino-americano invece mostra una preferenza per salvare le donne rispetto agli uomini. C’entrano altri fattori. I paesi dalla forte tradizione legalitaria, Giappone e Finlandia per esempio, hanno scelto più spesso di investire chi attraversa fuori dalle strisce rispetto ad altre nazioni meno legalistiche, come Nigeria e Pakistan. Gli scenari che obbligavano a scegliere tra la morte di un uomo d’affari o un senzatetto hanno rispecchiato i dislivelli economici nelle culture. La Finlandia, dalle limitate distanze economiche tra le classi, non ha espresso chiare preferenze, mentre il rispondente medio della Colombia, paese caratterizzato da grandi disparità economiche, non ha esitato a scegliere di investire il povero. Le lezioni sono due. Prima, non è vero che tutto il mondo sia “paese”. Le auto autonome dovranno, semmai, cambiare etica quando passano il confine. La seconda è che non siamo pronti per insegnare il comportamento alle auto senza conducente. Vedono le cose come stanno, non come vorremmo noi. Prima di andare d’accordo con gli umani, i robot dovranno almeno imparare a “venirci un po’ incontro”. Courtesy James Douglas...

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Il futuro è (quasi) servito. Nuovi paradigma di mobilità con la TUC.technology.

Pubblicato da alle 12:59 in Innovazione, MotorInsider, Prima pagina | 0 commenti

Il futuro è (quasi) servito. Nuovi paradigma di mobilità con la TUC.technology.

A Torino è nata ed è stata presentata una start-up innovativa che ha l’obiettivo di rivoluzionare il concetto di veicolo. La sua mission è chiara ed è legata ai concetti di nuove forme di mobilità personale e condivisa, di nuovi significati di vivere la vita da utilizzatori di beni anziché di possessori; una mission che si rivolge alle nuove generazioni di “nativi digitali” con una tecnologia semplice quanto innovativa. Il tutto sotto l’insegna TUC.technology, un sistema brevettato a livello internazionale che combina hardware e software. In particolare, un connettore digitale/strutturale (una sorta di USB della mobilità), un super computer connesso al cloud (TUC brain) e un network di alimentazione e connessione tramite fibra ottica che crea un sistema di rete altamente digitalizzato e connesso. Grazie ad un pionieristico software e all’app – il vero e proprio telecomando di TUC – TUC.technology permette agli utenti di controllare l’intera esperienza a bordo dei veicoli. TUC.technology è un’infrastruttura semplice ma rivoluzionaria, è la base su cui costruire i veicoli della nuova mobilità incredibilmente potente e connessa che irrompe in un’era di potenza e sofisticazione della mobilità mai vista in precedenza e ridefinisce ciò che gli utenti possono fare a bordo dei veicoli. TUC.technology ridisegna il significato di veicolo trasformandone l’utilizzo, da un unico prodotto definito per tutti ad un’esperienza che ogni individuo può modificare a suo piacimento, adeguandolo così alla nuova società sempre più digitalizzata. Il sistema razionalizza ed incrementa l’intero comparto elettronico dei veicoli abilitandoli alla digitalizzazione, personalizzazione e modularità. Ad oggi, TUC.technology ha sviluppato insieme ai suoi partner i primi quattro “smart device” per la nuova mobilità: il sedile Adient di tipo turistico in grado di adattarsi alle impostazioni del singolo utente; il sedile Sabelt più sportivo e tecnologico che grazie alla connettività TUC diventa un vero e proprio sedile interattivo in grado di ricreare lo spazio secondo le preferenze impostate nell’app TUC; lo schermo sviluppato da TUC con la tecnologia Samsung ad altissima definizione con audio integrato sviluppato con il massimo della tecnologia per gestire due differenti mondi, quello delle informazioni di viaggio e quello per l’intrattenimento a bordo, sempre adattandosi alle impostazioni del singolo utente. Infine, per dare un tocco più sensoriale alla TUC.technology, la Lavazza ha realizzato un mini bar da viaggio per soddisfare il desiderio di un buon caffè durante i viaggi più lunghi. Insomma, TUC.technology è una sorta di piattaforma che ha un potenziale di sviluppo pressoché infinito: vedremo se qualche costruttore accetterà la sfida di compiere davvero un passo avanti. Il progetto c’è, è concreto, funziona. Chi è pronto a scommetterci? I PROTAGONISTI Sergio Pininfarina, business director di TUC.technology, è il figlio del compianto Andrea Pininfarina e suo nonno si chiamava proprio come lui. Per la serie: buon sangue non mente. Ma questa volta lo storico atelier torinese non c’entra nulla. Il giovane Sergio è co-fondatore di TUC.technology insieme all’amico Ludovico Campana e ne seguirà le attività economiche e commerciali. Pininfarina, laureato in Industrial Design presso il Politecnico di Torino, dal 2012 al 2015 ha completato un percorso di tirocinio in Granstudio grazie al quale ha toccato con mano la ricerca sulle “driverless car” e gli studi di mobilità, per poi entrare nel team di ricercatori di Design Innovation a Milano. Grazie a queste esperienze ha maturato competenze nell’ambito della ricerca in Smart Mobility,...

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Cosa crediamo sia il “design” ?

Pubblicato da alle 11:21 in Fashion, Innovazione, MotorInsider, Prima pagina | 0 commenti

Cosa crediamo sia il “design” ?

”L’escavatore” – o, proprio volendo, “pala meccanica” – raffigurato qui sopra è un prodotto Caterpillar, venduto nel mondo (ma non in Italia) per il lavoro di scavo nelle miniere a cielo aperto. Appartiene alla serie “CAT 6040/6040 FS”. I suoi dati operativi sono solo approssimativi in quanto la produzione è soggetta a un alto grado di personalizzazione. Pesa un po’ più di 400 tonnellate ed è alto quanto una palazzina di tre piani. La versione con la motorizzazione diesel sviluppa oltre 2mila cavalli. La benna, la “pala”, ha una capacità di 22 m3 e il serbatoio del carburante di 7.800 litri. Per gli spostamenti raggiunge i 2,5 km/h. Se possa essere considerato “bello” o meno è una questione interessante perché tocca le complicate sfumature che influenzano cosa crediamo sia il “design”.  La parola, di evidente origine latina, passa in italiano e francese come “disegnare” e “désigner”, si imbastardisce un po’ con l’inglese e torna nell’italiano corrente – forse attraverso non il verbo ma il sostantivo “designer” – e ci ritroviamo con “design”. L’istradamento linguistico ha lasciato intatto il senso formale della parola – tracciare un segno – ma ha imposto una differenza di “sapore” nell’uso. In italiano, “design” porta la marcata connotazione di “decorativo”. È da molti considerato una sorta di “arte dell’abbellimento”, perfino quando si tenta di aggiustare con un aggettivo, come nel caso di “design industriale” – spesso percepito come il tentativo di rendere esteticamente gradevoli gli oggetti della produzione di serie: “Mettiamoci dei pois e non si accorgeranno della plastica…” Gli ingegneri americani che hanno creato il CAT 6040/6040 FS invece sono, nell’uso comune del loro paese, i suoi “designers”. In Italia sarebbero piuttosto dei “progettisti”, un mestiere forse meno nobile, almeno dal punto di vista artistico. Senza scendere nella banale utilità, pesando solo l’oggetto, è una conquista maggiore la pala o uno spremiagrumi a forma di ragno? Courtesy James Hansen...

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