Accorgersi, fotografare e regalare. A Mezzenile la mostra “Ospiti” di Gianni Oliva.

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Gianni Oliva, torinese, classe 1964 non è l’ex assessore alla cultura della Regione Piemonte. E’ invece un noto fotografo che iniziò con Beniamino Antonello negli anni ‘80 lavorando con l’agenzia Armando Testa. Campagne pubblicitarie, poi gallerie e  infine riviste italiane e straniere. Nel 2015 è stato il vincitore di “Photissima art prize” con l’opera “Siauliai, la collina delle croci”.

A Mezzenile, un piccolo e gradevole angolo della dimenticata Val di Lanzo, un tempo luogo ambito per la villeggiatura estiva, Gianni Oliva  ha saputo, con intelligenza cogliere un avvenimento.

L’arrivo di una comunità di migranti, provenienti da paesi africani. Donne, bambine, famiglie, giovani sono stati accolti in un centro a Mezzenile. Inizialmente erano in sei oggi circa quarantacinque in attesa di un trasferimento per una destinazione definitiva. Gianni ha iniziato a vederli in paese, a rendersi conto del senso di provvisorietà, di desiderio di futuro, di una nuova comunità, di un certo isolamento, di difficoltà. Il suo istinto è stato quello di fare a loro un regalo, il ricordo di un momento a Mezzenile, facile da portare e da far vedere. Così è nata l’idea di fotografarli e di donare loro la fotografia che li ritrae.

Mezzenile

Ospiti

La montagna innevata fa da sfondo, il famoso “punctum” barthesiano che ospita i migranti protagonisti dell’immagine ma anche il fotografo, il paese e tutto il territorio circostante. La montagna, fondale naturale, ricco di forza che mai potrà svanire ma solamente lasciare spazio alla gente che camminerà in quella valle e che nelle fotografie di Gianni Oliva accentua il contrasto con le inusuali figure africane in posa davanti all’obiettivo.
È un’operazione alla Malick Sidibé, non in studio ma all’aperto, non a Bamako ma a Mezzenile, non in bianco e nero ma a colori. In comune tra i due autori le generazioni di africani che continuano desiderose di farsi immortalare a oggetti-status symbol ‒ finti occhiali alla moda, finti orologi lussuosi, vestiti dal tipico sapore africano cuciti e realizzati da un sarto del gruppo ‒, emblema di una libertà, che nelle immagini di Sedibè era stata realmente conquistata e che in quelle di Oliva è la meta per la loro sopravvivenza.

Mezzenile

Ospiti

La spontaneità dei personaggi in posa e l’immediatezza dello sguardo creano un contrasto magrittiano, surreale tra il luogo e l’essenza delle persone.  La personalità degli africani, fuori contesto, inaspettata, senza apparire vittime o naufraghi di un viaggio è vincente.  Un’operazione contemporanea, senza retorica, che restituisce alla fotografia il compito di far pensare passando da quella sana spettacolarizzazione che in gergo viene chiamata arte.

Sarà il Castello Francesetti ad ospitare questa mostra che porta il titolo “Ospiti” dal 20 fino al 29 luglio curata da Tiziana Bonomo di ArtPhotò; all’inaugurazione presenzierà il giornalista Domenico Quirico che scrive a riguardo:

I proletari non hanno patria” assicurava Marx ed aveva ragione. Sì: da sempre nomadi, dalle campagne miserande alla città delle botteghe del Capitale. Oggi il filosofo tedesco li riconoscerebbe a prima vista, i suoi: i migranti proletari, come mai prima d’ora. Attraverso il mediterraneo , attraverso montagne e deserti, ai confini di frontiere senza pietà,  il Texas e i Balcani, Melilla e Lampedusa, i nuovo proletari del ventunesimo secolo sono davanti a noi, in mezzo a noi, zoccolo duro  della massa inesistente composta dagli ultimi arrivati. Queste foto li fissano, ironicamente o drammaticamente?

Mezzenile

Ospiti

 

Edmondo Bertaina

Autore: Edmondo Bertaina

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