“Mettersi un leone in casa”. Ludwig van Beethoven raccontato da due musicologi torinesi.

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Ludwig van Beethoven

Grande studioso della musica sperimentale del Novecento e, in particolare, del suo epigono John Cage, Michele Porzio insegna al Conservatorio di Torino. Ora ha ripreso il corso principale della chiarezza espressiva musicale, scrivendo la prefazione della raccolta di lettere e diari di Ludwig van Beethoven “Autobiografia di un genio“, appena pubblicata da Piano B. 

Porzio si colloca nel pieno del dibattito musicologico, cominciato con gli studi estetici del professor Alessandro Bertinetto circa il riverbero del suono sull’animo umano. Per loro non c’è dubbio: come riteneva già Massimo Mila, la forma sonata sta al Cigno di Bonn come la terzina a Dante Alighieri.

Ludwig van Beethoven

Giorgio Pestelli con “Il genio di Beethoven”, Donzelli editore, va ancora oltre e dimostra senza ombra di dubbio che la personalità del terzo maestro della scuola di Vienna (gli altri sono Mozart e Haydn) si ritrova nelle sue nove Sonate. Anzi queste costituiscono un vero e proprio “romanzo di formazione” in note. 

Non che le sonate e i suoi scritti siano da meno, perché è da lì che si ricostruisce la genesi della sua opera, ma la narrazione di Pestelli scorre come il ruscello della Pastorale beethoveniana. Perché il Cigno di Bonn componeva a 360°, ispirandosi a  Handel, Mozart, Haydn e contemporaneamente studiava notazioni antiche, canto gregoriano, marcia funebre.

Soprattutto scriveva pensieri e lettere ai familiari, all’arciduca d’Austria e anche a Goethe. Leggeva minuziosamente le gazzette dell’epoca con le recensioni musicali di Schumann, di Berlioz e di Hoffman. Sperava, invano, che i suoi familiari e i suoi amori comprendessero la sua grandezza.scriveva pensieri e lettere ai familiari, all’arciduca d’Austria e anche a Goethe. Leggeva minuziosamente le gazzette dell’epoca con le recensioni musicali di Schumann, di Berlioz e di Hoffman. Sperava, invano, che i suoi familiari e i suoi amori comprendessero la sua grandezza. Suonava il pianoforte con i musicisti e i compositori dell’epoca, con cui scambiava pareri. Alla fine, quando fu completamente sordo, decise di concludere quel capolavoro assoluto che è la Nona Sinfonia con l’Inno alla Gioia di Schiller, convinto che la solidarietà tra gli uomini stia nella felicità comune e non nel dolore.

Aveva cominciato a comporre la Quarta, mentre a Vienna debuttava la Terza, più conosciuta come Sinfonia Eroica, dedicata a Napoleone. Intanto era già andata in scena la sua unica opera lirica “Il Fidelio” con il coro di carcerati che prefigura l’Inno alla gioia. Wagner definì questo periodo come momento di creatività eccezionale e si mise addirittura a ballare in quell’apoteosi della danza che per lui era la Settima Sinfonia.  

Ma, a detta di Pestelli, è la Quinta la Sinfonia la più beethoveniana per il suo rigore drammatico. Per il musicologo torinese sentirla bene è come mettersi “Un leone in casa”. Colpisce che sia stata composta insieme alla Sesta, tutt’altro che mistica, e bensì un idillio bucolico che porta a compimento “Le quattro stagioni” di Vivaldi.

Attorno al suo genio gli strumenti dell’orchestra si moltiplicano insieme con le melodie, facendolo assurgere al musicista di una Vienna imperiale. Molte sono le lettere inviate dalla natia Bonn all’aristocrazia asburgica ben predisposta verso un artista poco propenso ai voli pindarici. Per questo l’impeto e l’effervescenza della Prima e della Seconda Sinfonia riescono subito a conquistare un pubblico conservatore che accetterà a tetro persino gli accenni rivoluzionari che percorsero tutta la sua creazione.

Amedeo Pettenati 

Redazione GT

Autore: Redazione GT

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