Notti al museoHo un’amica soprano, anche. Capita che in questi anni stia portando avanti un progetto insieme ad altri artisti – musicisti, attori e a volte ballerine – in cui collega letteratura e bel canto, e musica jazz. Oscar Wilde recitato, accompagnato e sottolineato. Una bella cosa, che però fatica a ottenere consenso non tanto perché non piaccia o loro non siano all’altezza. No, è che siccome vivono di questo lavoro chiedono soldi per farlo. Mi sembra solo normale. A me danno uno stipendio, quando lavoro, magari basso o minimo ma me lo danno.
Se sei un artista, invece, lo stipendio ce l’hai difficilmente. Certo, ci sono alcuni fortunati e altri meno. Ci sono tantissimi artisti dotati che invece lavorano gratis. Da una parte lo fanno per la convinzione di poter emergere facendosi conoscere e sgomitando o sgobbando il triplo di altri senza incassare un euro; dall’altra non comprendono che così facendo non solo non si promuovono loro ma sviliscono il lavoro di altri o glielo tolgono proprio. Sì, perché se un locale può scegliere tra l’intrattenere il suo pubblico gratis o pagando, è ovvio che sceglierà di non pagare. Perché mai dovrebbe farlo se c’è chi è disposto a lavorare per niente?
E torniamo alla mia amica soprano. Cerco di aiutarla a trovare contatti, come posso. Non vuole fare chissà cosa, vorrebbe portare in giro il suo progetto. Punto. Nella ricerca mi imbatto in un avviso pubblico del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Cercano artisti per la nuova iniziativa dei venerdì “Notti al Museo”. Bene, mi dico. Ho trovato una cosa interessante per Silvia.
Poi leggo.
“Scopo dell’iniziativa è di promuovere la creatività italiana in alcuni dei luoghi della cultura statali più significativi, contribuendo, altresì, a potenziare l’offerta in occasione delle aperture notturne e ad attrarre, di conseguenza, un numero più ampio di visitatori attraverso altre espressioni d’arte.”
“Il presente Avviso è rivolto a persone fisiche e giuridiche che intendano realizzare eventi culturali a titolo gratuito in favore del Ministero, ad esclusione di organizzazioni partitiche o politiche.”
Rileggo. Poi rileggo. E ancora. Il Ministero vuole promuovere la creatività e la cultura, ma gratis. Ovvio, mi dico. Con la cultura non si mangia e in effetti si vede da come funziona bene tutto quanto. Pompei che crolla, musei che chiudono o che restano aperti poche ore al giorno. Gente che lavora gratis. Promuoviamo la cultura.
Non stupisce poi che in ambito letterario le cose vadano come vanno. Partendo da un proliferare ininterrotto di editori a pagamento, di concorsi farlocchi che hanno l’unico intento di spillare 10 o 15 Euro a ogni partecipante per offrirgli una targa con il suo nome sopra in premio. Proseguendo con un sistema che blocca gli editori indipendenti, quelli più piccoli e magari volenterosi perché non ancora imbrigliati in un mondo di grandi numeri, impedendo la distribuzione dei volumi e non promuovendo gli autori emergenti che magari meriterebbero. Andando ancora avanti a quello che è l’andazzo ormai evidente che riguarda premi nazionali importanti e recensioni o passaggi televisivi dedicati sempre e solo ai soliti noti e che non permette ad alcuno – se non in modo sospetto o incomprensibile ai più – di accedere al giro giusto. Questo modo tutto nostro di far salotti e di chiuderci lì senza più guardare fuori.
Che sia un limite italiano quello di essere refrattari al nuovo, di essere chiusi in cerchie ristrette e di non amare le commistioni, di ritenere sempre la propria piccola realtà l’unica degna di nota? Che sia un limite nostro non comprendere che cultura e letteratura vanno promosse e non affossate continuamente? Che gli artisti meritano un riconoscimento per il loro lavoro intellettuale esattamente come un operaio si guadagna lo stipendio con il lavoro manuale? È davvero un limite nostro?
Bisogna davvero rassegnarsi? Se sei uno scrittore o comunque una persona che si occupa di arte e di cultura, devi per forza lavorare gratuitamente?
L’ultima frontiera della scrittura pare essere il crowdfunding. Attraverso siti specializzati, come bookabook (http://www.bookabook.it/come-funziona/ ) ogni autore parrebbe avere accesso a un finanziamento diretto da parte dei lettori. Questi ultimi scelgono il loro “progetto” preferito, lo finanziano con un minimo di 3 euro e tramite un passaparola e la partecipazione di altri ne vedono crescere pian piano i capitoli fino alla realizzazione di un e-book. Che poi, quanto costerà mai pubblicare un e-book? Auto-pubblicarsi un e-book, soprattutto.
È di questi giorni la notizia che in Inghilterra un autore che ha pubblicato tramite un sito analogo è entrato nelle nominations della Man Booker Prize, ma sono altri luoghi e là si riceve almeno una copia cartacea del progetto finanziato.
Direte: che differenza c’è? Minima, probabilmente. In effetti quello che conta è il lavoro intellettuale che sta dietro alla stesura di un qualsivoglia romanzo. E se il ricavato della raccolta fondi andasse all’autore, anche solo per pagarsi un tipografo e stampare delle copie “fisiche” del romanzo in questione, sarebbe bello. Al di là del fatto che poi una volta stampato non è detto che si venda – se non ai finanziatori – una sola copia. Allora a che serve? Non lo so. Mi pare una ennesima presa in giro dei soliti polli (leggi aspiranti scrittori) che farebbero di tutto per farsi notare.
Ecco.
Ho fatto un giro largo, lo ammetto. Quello che voglio dire è semplicemente che al di là di mode e sistemi del momento gli artisti, – non definiamoli creatori di cultura, ché non è che si equivalgano i termini, non sempre – invece di avere quel minimo di riconoscimento del proprio lavoro, finiscono per lavorare gratis o spendendo di tasca loro. Svilendo anche il proprio lavoro con questa svendita, tanto che chi ne fa uso finisce per dare per scontato che sia gratuito.
Il fatto è che a mio parere sarebbero auspicabili due condizioni opposte. Il riconoscimento all’artista e al contempo la fruibilità gratuita dell’arte. Allo stato dei fatti non è possibile che ciò accada, vista la sempre minore importanza attribuita ad arte e cultura e alla mercificazione di qualsiasi bene esistente. Sono tempi duri per tutti, lo saranno sempre di più.