Gipo Farassino ritorna in un film. La sua Torino tra biografia e racconto.

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L’anno che si è appena concluso ha finalmente rivalutato l’ultimo grande artista di Torino con un film documentario presentato l’anno prima al Filmfestival: “Gipo, lo zingaro di Barriera”. Dopo la proiezione con Farassino, significativamente interpretato da Luca Morino, cantante dei Mau Mau, torinesissimo gruppo rock- folk, che lo chansonnier scomparso quattro anni fa avrebbe definito “di seconda generazione”, a qualche spettatore è venuto in mente  Pier Paolo Pasolini. 

Allo stesso modo la figura del vissuto “barrierante” traspare dalle pagine della biografia scritta dal giornalista Maurizio Ternavasio e pubblicata dalla dinamica casa editrice di Boves, Araba Fenice: un artista a tutto tondo, forse multimediale, se non fosse che lui odiava i computer. I suoi figli erano, oltre ai Mau Mau, i Subsonica, i Perturbazione e gli El Tres e persino i rockettari dell’underground subalpino che intonavano sulle sue melodie “Lega la Lega”, alludendo alle sue prese di posizione politiche. 

Perché Gipo era un poeta dal cuore enorme e dunque gli stessi che lo criticavano hanno plaudito alla subitanea decisione della Regione Piemonte di intitolargli la riva destra dei Murazzi del Po (la sinistra porta il nome del suo antesignano Fred Buscaglione).

Tutto il libro di Ternavasio è volto a ricostruire la complessa personalità di Gipo Farassino e porta come sottotitolo “Vita, storie e canzoni”. Nelle librerie lo si trova negli scaffali del settore “Spettacoli” accanto ai volumi strenna su Freddie Mercury e Fabrizio De Andrè, genovese e amico di Gipo, ma definito da Ternavasio più borghese.

Lo chansonnier torinese, invece, era nato in una casa di ringhiera in piena Barriera di Milano, come ricorda “El 6 ed via Coni”, la sua canzone più famose insieme a “Serenata ciocatona” e a “Sangon Blues”, che l’autore non ritiene di dover mettere in grassetto al pari delle altre composizioni, talmente radicate nell’immaginario collettivo piemontese. Suo padre era un carabiniere ucciso dai partigiani perché ritenuto erroneamente fascista. La  figliola maggiore Valentina ricorda che ogni 25 aprile, la festa della Liberazione, il padre artista era sempre malinconico. 

Quando non era ancora arrivato al successo in giro per il mondo suonando nelle kasbah del Medio Oriente, nelle bidonville del Sud America e sui transatlantici. Paradossalmente la svolta per la sua poesia dialettale che già aveva incantato avvenne con il teatro. Il suo talent scout fu il regista Massimo Scaglione, marito della prima ballerina del Regio, Loredana Furno, le cui parole sono più volte riportate nel libro per mettere in evidenza che l’accoppiata era vincente: irruento Farassino, riflessivo Scaglione. 

Da allora i paragoni per l’attore di Barriera di Milano, ma soprattutto di Porta Pila, i paragoni si sono sprecati. E’ stato paragonato a Eduardo De Filippo e a Erminio Macario. Ma le sue interpretazioni erano quanto mai originali: a differenza dei due predecessori, le sue battute non volevano solo far ridere, ma anche far riflettere sul senso della vita in una periferia dove “il sole non scalda mai”, ovvero non mette allegria. Le uniche distrazioni in questo mondo operaio erano le cene in trattoria, le sbronze nelle piole e i balli a palchetto.

In quelle scene era proprio a suo agio perché Gipo era anche guascone nella vita con il suo sigaro in bocca e davanti una bottiglia di Grignolino. Uomo colto conosceva bene Calvino, Steinbeck, Miller e aveva letto pure Kant. Con Bersezio e Pinin Pacot gli avevano aperto la mente.

Irrinunciabile, però, rimaneva la sua tempra di uomo che si era fatto da solo, la rabbia e l’attaccamento alle sue radici. Queste si tradussero nelle sue accese proteste contro il regista Ugo Gregoretti che aveva fatto recitare al Carignano “Monsù Travet da attori napoletani, sardi e romani, quasi gli volessero rubare il So Torin, già privato di teatri dopo la tragedia del Cinema Statuto.

Amedeo Pettenati

Redazione GT

Autore: Redazione GT

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