Un capitolo emarginato dalla storia. Un libro di Gianni Oliva lo riporta all’attenzione.

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“Le foibe e gli infoibati (…)  restano ancora una strage negata esclusa dalla coscienza collettiva della nazione….” Con quest’affermazione lo storico Gianni Oliva introduce nel suo libro (Foibe ed. Mondadori) un tema quanto mai controverso, strumentalizzato, ridiscusso, evocato, circoscritto. 10 febbraio: solennità civile nazionale, istituita nel 2004. Il Giorno del ricordo spesso passa quasi in sordina.

Parlare di foibe significa parlare di repressione, stragi, eccidio, di un periodo storico complesso ed importante della Seconda Guerra Mondiale e del nostro dopoguerra: l’esodo forzato degli istriani, dalmati e friulani dalle loro terre, l’epurazione politica impiegata dai titoisti contro tutti coloro che si opponevano all’annessione dei territori italiani di confine, alla nuova Jugoslavia comunista.

Foibe

Un capitolo della nostra storia emarginato e in parte dimenticato. Ma che grida ancora oggi tutto il suo orrore e la sua collera.

I prigionieri – continua Gianni Oliva parlando delle foibe istriane dell’autunno 1943 – venivano portati, preferibilmente di notte, nelle vicinanze di una foiba (cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo). Ad essi venivano legati i polsi sul davanti, con filo di ferro stretto da pinze, e poi si ordinava loro di alzare le braccia e di sollevare sul capo la giacca in modo da coprirsi il volto. Le donne dovevano nascondersi il volto con la sottana. Avvicinati i prigionieri sull’orlo della foiba a gruppi, si procedeva all’esecuzione sparando un colpo di arma da fuoco alla nuca, alla faccia o al petto delle vittime. I corpi venivano poi fatti precipitare nel baratro”.

Si potrebbe continuare, ma queste poche righe bastano per presentare l’ondata di violenza e di repressione che si è abbattuta sulla comunità italiana. La dimensione della strage istriana – un migliaio circa – è contenuta rispetto ai successivi eccidi. Eccidi efferati, volutamente eseguiti dopo la parvenza di processi-farsa, con l’intento di distruggere e colpire quel che rimaneva del potere fascista. Rivincita? Vendetta o rivalsa del contro-potere partigiano slavo?

Gli italiani – scrive Gianni Oliva – si sentono colpiti in quanto gruppo etnico, indipendentemente dalle collocazioni politiche o sociali di ognuno. Le famiglia che hanno avuto delle vittime, non sanno perché sono state colpite. Quelle che sono riuscite a passare indenni attraverso gli eccidi, non sanno perché si son salvate”.

“L’infoibamento, simbolo delle atrocità commesse nel maggio 1945 – continua – non è lo strumento quantitativamente più rilevante della repressione. La maggior parte degli arrestati non viene fucilata sul posto e gettata nelle foibe, ma trasferita in campi di prigionia in Slovenia e Croazia, in alcuni casi in Serbia”.

Viaggi difficili, feroci umiliazioni e maltrattamenti, violente repressioni che hanno precedenti storici importanti: lo scenario nazionale e internazionale del 1943-’45, l’occupazione dell’ex-Jugoslavia, il comunismo e nazionalismo di Tito e – ancor prima – la forzata italianizzazione imposta dal regime fascista nei confronti delle popolazioni slave. Avvenimenti questi, che con tutte le altre varie ripercussioni storiche spiegano, ma non giustificano, la tragedia di uno sterminio.

Si parla di circa dieci-dodicimila vittime, un’ecatombe sovrumana, abominevole e devastante.   Così come lo è stata per gli oltre 350 mila esuli, costretti ad abbandonare, all’indomani del Trattato di Parigi del 1947, la propria casa, i ricordi, le certezze, le speranze. Accolti in Italia in 109 campi, spesso sono stati abbandonati dalle istituzioni e dalla società.

La frattura col passato e con la storia non è stata facile. Le ferite sono rimaste aperte. Paradossalmente, il “silenzio storico” non ha assolto la “memoria”, perché in quelle voragini vive, l’emblema terribile dell’odio politico-ideologico sopravvive

A noi Italiani, però, serve ricordare, porre attenzione, ascoltare chi vorrebbe parlare: le vittime umiliate e dimenticate. Ed è l’attenzione – parafrasando Simone Weil – la forma più rara e più pura della generosità.

Maria Giovanna Iannizzi

Redazione GT

Autore: Redazione GT

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