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Anubi and Friends. Dire e non dire, anche con un murales.

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Anubi and Friends. Dire e non dire, anche con un murales.

Murales ? È comune, anzi, più o meno la regola, non usare le forme plurali delle parole straniere in italiano. C’è una curiosa eccezione al rovescio: murales, spesso “il murales”, un plurale spagnolo usato come se fosse singolare, chissà per quale strana manipolazione cultural/linguistica. Ad ogni modo, le sfumature attorno alla parola sono positive, “progressiste”. Si legge in una corrente definizione che: “nascono da movimenti di protesta come libere espressioni creative della popolazione contro il potere, nel tempo hanno sempre più assunto valore estetico, conservando talvolta anche un valore sociale”.   Estetico è un conto, “espressioni creative del popolo contro il potere” è un altro. L’immagine sopra riproduce un “murales” che illustra come i militanti dell’Isis ammazzavano i loro prigionieri. Si trova a Mosul, in Iraq. Occorre perdere un attimo di tempo per osservare come l’opera tratta il divieto islamico alla raffigurazione delle persone, un divieto inizialmente inteso per evitare che “l’iconismo” del cristianesimo ortodosso inquinasse la allora nuova fede. La “vittima” qui evidentemente non merita la definizione di “persona”. È raffigurata in maniera convenzionale. Il boia però non è una persona, è un cane. È Anubi, la divinità egiziana – non islamica – della morte, o piuttosto, delle cose associate alla morte. Una delle sue mansioni principali era quella di accompagnare le anime dei defunti nell’oltretomba, per poi compiere la pesatura del cuore – decisiva per l’ammissione delle anime nel regno dei morti. Era colui che presidiava l’imbalsamazione delle mummie. Anche lo stile del design, pur semplificato, richiama quello dei geroglifici dell’Egitto dei Faraoni. Cosa ci fanno Anubi e gli antichi geroglifici egiziani in Iraq? A volte, quando la lingua corrente non serve per dire una cosa che deve essere detta lo stesso, si ricade su un’altra che è in qualche modo sull’orizzonte culturale. Oltre allo scritto in arabo, non c’è nulla d’islamico nell’opera riprodotta. La suggestione che ne emerge ha un’interessante applicazione anche in italiano: la regola dei giornalisti – almeno tra i corrispondenti stranieri, che non sono poi tanto male informati e perlopiù non “appartengono” a nessuno – è che quando la politica dà un nome in inglese a una cosa che in teoria si potrebbe benissimo dire nell’idioma nazionale – “baby bonus”, “jobs act”, ma anche “antitrust”, “bipartisan”, “devolution”, “welfare” e “leadership” – allora c’è qualcosa che si preferisce non dire nella lingua materna del Paese. Non è sempre così ovviamente, ma una certa spia s’accende… James Ansen Courtesy Nota...

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Il Presidente Tajani ha inaugurato la Conferenza sul Patrimonio culturale europeo.

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Il Presidente Tajani ha inaugurato la Conferenza sul Patrimonio culturale europeo.

Parlamento Europeo. “I nostri valori e la nostra stessa identità europea affondano le loro radici in oltre 3000 anni di storia e cultura. Dalle antiche civiltà europee agli splendori del rinascimento con Leonardo da Vinci, Erasmo da Rotterdam e Van Eyck, dal barocco di Caravaggio, Bach o Velázquez sino al secolo dei lumi di Voltaire, la creatività europea ha forgiato un patrimonio immenso, inestimabile. Siamo il continente con oltre la metà dei siti Unesco, riconosciuti patrimonio dell’umanità”. Lo ha affermato il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, nell’aprire a Bruxelles la conferenza di alto livello sull’anno europeo del Patrimonio culturale. L’evento – “Cultural heritage in Europe: linking past and future” – è inserito nel quadro delle iniziative per l’Anno europeo 2018 dedicato al patrimonio culturale. Tajani ha tenuto  un discorso sull’importanza delle industrie creative e culturali, in Europa. Sono intervenuti tra gli altri,  il commissario europeo per la cultura, Tibor Navracsics, e vari rappresentanti dei governi nazionali e regionali, della società civile e dell’industria. “Ancor prima dell’economia, è la cultura – aggiunge Tajani – che contraddistingue, avvicina e unisce i popoli europei, offrendo una solida base per imprimere nuovo slancio al progetto dell’Unione”. “Con questa iniziativa abbiamo riportato l’attenzione sull’importanza, centrale e strategica, del patrimonio culturale europeo. La nostra identità comune affonda le radici in oltre tremila anni di storia e cultura. Questa identità è sorta tra le isole e sulle sponde del Mediterraneo, lungo i fiumi, frutto di uno scambio incessante di idee, conoscenze e merci. Un viaggio proseguito lungo le grandi vie consolari, negli anfiteatri, con le opere filosofiche, con i generi della satira, del teatro comico e della tragedia”, ha dichiarato il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, aprendo a Bruxelles i lavori della Conferenza di alto livello sul Patrimonio culturale europeo. “Grazie al suo patrimonio storico, l’Europa è all’avanguardia nelle industrie creative e culturali. Il nostro continente è leader nel coniugare e fondere stile, design e bellezza con tecnologia, innovazione e saper fare industriale. Questi settori sono tra i più dinamici della nostra economia, in quanto offrono nuove opportunità di crescita e occupazione qualificata, soprattutto per i giovani. Per ogni singolo posto di lavoro diretto, le industrie culturali ne generano 27 indiretti; molti di più rispetto alla stessa industria dell’auto, tanto per fare un esempio. Tuttavia, la creatività necessita investimenti e condizioni favorevoli. Senza un giusto compenso e remunerazione, la creatività rischia di indebolirsi e spegnersi. Troppo spesso le piattaforme online diffondono in rete musica, film, libri o testi giornalisti, senza corrispondere alcun compenso agli autori. L’Unione deve garantire il buon funzionamento del mercato digitale, assicurando un’effettiva protezione dei diritti d’autore. Il patrimonio culturale resta un elemento chiave per l’economia e l’attrattività delle regioni e delle città europee. L’innovazione è la via maestra per valorizzare questo enorme potenziale”, ha concluso Tajani. Oltre a Tajani, sono intervenuti il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, il Commissario europeo responsabile per la Cultura e l’Educazione, Tibor Navracsiscs, nonché numerosi rappresentanti dei governi nazionali e regionali, della società civile e dell’industria. Jean-Michel Jarre, compositore, esecutore e produttore discografico, Daniel Barenboim, pianista e direttore d’orchestra, Ezio Bosso, direttore d’orchestra e compositore torinese, Radu Mihaileanu, regista, presidente di ARP (Società civile per scrittori, registi e produttori) e Thierry Marx, chef e Mathilde De L’Ecotais, fotografo, regista e designer, prenderanno parte all’evento. Tenuto nel quadro delle iniziative del...

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Ritorno sulla Karakorum Highway. Al MAO si racconta della via asfaltata più alta del mondo.

Pubblicato da alle 18:38 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Pagine svelate, Racconti brevi | 0 commenti

Ritorno sulla Karakorum Highway. Al MAO si racconta della via asfaltata più alta del mondo.

La Karakorum Highway ( KKH per gli amici) è la più alta via asfaltata del mondo che attraversi un confine internazionale.  Segue uno dei molti tracciati dell’antica Via della Seta, è lunga 1200 km. e collega Kashgar, nella regione cinese dello Xinjiang con Havelian, nel distretto di Abbottabad in Pakistan.  Inaugurata nel 1978, dopo 20 anni di lavori, attraversa quasi di netto la catena montuosa del Karakorum, superando a quota 4693 m. il  Passo Khunjerab aperto dal 1° maggio al 15 ottobre.   A raccontare cos’è la Karakorum Highway è Anna Alberghina, medico, fotoreporter e instancabile viaggiatrice,  in un incontro d’inizio giugno nella meravigliosa sede del MAO, il Museo d’Arte Orientale di Torino, in occasione della mostra Orienti con la collaborazione de Il Tucano Viaggi. Per GazzettaTorino ha condensato in un articolo un viaggio straordinario. Durante la sua costruzione, ce lo ricordano le lapidi di cui è disseminata, persero la vita centinaia di operai pakistani e cinesi. Pomposamente chiamata “highway”, è ancora poco più che una statale a doppio senso di marcia.  Percorrerla è un’avventura ed è proprio quello che ci si aspetta da una stretta camionabile che si snoda tortuosa ad altezze record.   Più che una via di collegamento, in realtà, è una vera e propria meta di viaggio.  Consente di immergersi in un paesaggio unico al mondo fatto di ghiacciai scintillanti, laghi turchesi e strapiombi rocciosi.  Non per niente viene considerata l’ottava meraviglia del mondo.  Il primo progetto fu del 1959 quando la Cina di Mao e il neonato Pakistan cercavano una via per migliorare gli scambi commerciali tra Lahore e Pechino. L’unica possibilità fu rendere carrozzabile questa pista facendole rivivere i fasti delle antiche rotte carovaniere.  Questa arteria, di grande importanza strategica e militare, mette così in comunicazione due universi opposti: la Cina comunista e il Pakistan fondamentalista. La sua costruzione ha consentito un facile accesso a Gilgit e Skardu, nel Baltistan, i due principali centri per le spedizioni verso le vette del Karakorum.  Cinque degli “8000”, infatti, si trovano in Pakistan.  I più famosi sono il K2 , la seconda cima al mondo con i suoi 8611 m. e il Nanga Parbat ( 8125 m.). Dopo i fatti dell’11 settembre il turismo nell’area è drasticamente calato ma già da un paio d’anni si avvertono segni di ripresa.  E’ di nuovo possibile ammirare in tutta serenità i colossi di granito incappucciati di neve. Durante il percorso non mi abbandona mai la visione romantica delle carovane in cammino lungo la Via della Seta, quell’insieme di rotte commerciali che congiungeva l’Asia Orientale e, in particolare, la Cina al bacino del Mediterraneo, attraversando alcune fra le regioni più inospitali dell’Asia.  Basta il nome per evocare emozioni straordinarie e far viaggiare l’immaginazione. A tratti ne intravedo le tracce scavate nella roccia ed immagino l’incedere dondolante dei cammelli battriani carichi di merci.  Iniziata nel secondo secolo a.C. ai tempi della dinastia Han, sopravvisse fino al 15° secolo, 150 anni dopo Marco Polo, quando si aprirono le vie marittime.  La Via della Seta condensa, in un’unica espressione, secoli di storia e di avvenimenti che hanno segnato il destino di popoli e culture.    Oggi, in mezzo al Karakorum, non si incontrano più i cammelli ma i coloratissimi camion pakistani.  Carichi di sonagli e di vistose decorazioni, sono vere e proprie opere...

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Bestie nazionali. Il lupo italiano, canis lupus italicus, non è homo homini lupus.

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Bestie nazionali. Il lupo italiano, canis lupus italicus, non è homo homini lupus.

Praticamente ogni paese “serio” è rappresentato da un animale che lo simboleggia: l’orso russo, il gallo francese, il toro spagnolo, l’aquila “calva” americana, la Cina con il suo drago, il bulldog inglese, l’Australia dal canguro e così via. Perfino il Messico si richiama al serpente sulla propria bandiera e la Grecia, nella sua miseria, dispone dell’elegante delfino.  Anche l’Italia ha—avrebbe—un suo animale nazionale, per quanto non sia ovvio esattamente quale virtù del paese debba rappresentare: il “Lupo grigio degli Appennini” (Canis lupus italicus), una sottospecie del lupo grigio europeo comune, anche se i tassonomisti di altri paesi faticano a capire cos’avrebbe di particolarmente italiano. Lo considerano un semplice “lupus lupus” e basta.  Il lupo grigio d’Italia fu riconosciuto come una sottospecie a sé nel 1921 da Giuseppe Altobello, un medico chirurgo di Campobasso, che notò come la sua particolare morfologia cranica mostrasse somiglianze con quella dello sciacallo dorato. Gli sciacalli non hanno un buonissimo nome, ma si fa notare come l’animale “gioca un ruolo importante nel folclore e nella letteratura mediorientale e asiatica, dove viene spesso raffigurato come un ingannatore, analogo della volpe nelle fiabe europee”. La designazione come animale nazionale risale agli anni Settanta. L’italianissimo lupo grigio era ridotto molto male e si stimava che non ne restasse che un centinaio in tutto il Paese, sia a causa della caccia (vietata nel ‘71) sia per lo “scarseggiare di prede dovuto alla crisi della zootecnia montana”—gli abitanti umani non allevavano più abbastanza bestiame per sfamare a dovere l’animale.  Da allora la popolazione nazionale dei lupi è esplosa, crescendo di ben oltre venti volte. Voci popolari di segrete importazioni di esemplari dall’Est per rimpolpare i branchi sono state regolarmente smentite dalle organizzazioni ambientaliste. Il WWF dichiara: “Il lupo ha visto semplicemente aumentare il proprio numero e lo spazio occupato perché ne è stata saggiamente e giustamente vietata la caccia, perché sono aumentate le sue prede e per la minore presenza dell’uomo in montagna”. Intanto, l’animale italico ha riconquistato gran parte dell’Appennino arrivando fin su nelle Alpi dove, sempre secondo il WWF, si sarebbe semmai “ricongiunto” con la popolazione balcanica. Tanta nuova energia riproduttiva ha allarmato la Slovenia, che ha riaperto la caccia all’animale. Nel 2017 la Provincia di Bolzano è uscita dai progetti per il ripopolamento dopo le proteste degli allevatori per l’incidenza della predazione molto elevata sui pascoli alti. Secondo l’Ansa, è stato perfino sbranato— l’estate scorsa—un cucciolo di lama finito chi sa come nelle Alpi. Negli ultimi tempi i lupi, dall’Italia, sono rispuntati anche in Francia, Germania, Svizzera e Austria. Non tutti ringraziano.  L’intento era nobilissimo, nessuno dei proponenti poteva immaginare che la cosa avrebbe funzionato anche troppo bene. E l’Italia, strada facendo, si è ufficialmente ritrovata—senza farci troppo caso—con una propria bestia nazionale. Però, l’anno scorso, quando è nata una controversia politica sul tema del ripristino della caccia al lupo, nemmeno una voce si è alzata per ricordarlo. Il predatore nazionale non è abbastanza morbido e coccoloso? Bisognerebbe trovarne un altro? Il furetto forse, in ovvio ricordo della forma elegante e sinuosa del Belpaese sulla carta geografica. James Hansen Credit: Nota...

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I destini dell’Europa e dell’Italia in un convegno al Polo del ‘900 con la Fondazione Donat-Cattin

Pubblicato da alle 11:53 in DOXA segnalazioni, Eventi, galleria home page, Università | 0 commenti

I destini dell’Europa e dell’Italia in un convegno al Polo del ‘900 con la Fondazione Donat-Cattin

I destini dell’Europa e dell’Italia, sono stati oggetto di un progetto integrato del Polo del ‘900 a Torino, con il coordinamento della Fondazione Carlo Donat-Cattin, al quale hanno partecipato Bernard Guetta, Maurizio Cotta, Franco Chittolina e  Lucio Caracciolo, esperto italiano di geopolitica, direttore delle riviste “Limes” e docente all’Università Luiss di Roma.  Abbiamo chiesto a Lucio Caracciolo di aiutarci a capire meglio alcuni aspetti legati all’Europa, all’Italia e al Mediterraneo.   Quale sarà il futuro dell’Europa ? «Il punto è che l’Europa in senso compiuto resta largamente un’utopia, anzi stiamo assistendo a una compressione delle possibilità di realizzarla. Aumentano, invece, le possibilità che dentro l’Unione europea si creino delle sub-Europe omogenee più piccole, attorno a un Euronucleo a guida tedesca, fatto da Germania, Francia e da tutti i Paesi che economicamente ruotano attorno alla Germania stessa: dall’Olanda alla Danimarca, dalla Repubblica Ceca all’Austria». L’Italia come si colloca in questo processo? «Rischia ovviamente di non essere parte di questo gruppo, di restarne tagliata fuori.Accanto allafrattura tra Nord e Sud Europa, l’Italia è poi attraversata dalla frattura tra il suo Nord e il Sud, che a partire dalla crisi del 2008 non ha mai cessato di allargarsi. La politica italiana non se ne occupa. Dal punto di vista culturale non sembra attrezzata a comprendere questa fase, che del resto è piuttosto scioccante». Il rischio della frantumazione europea da che dipende? «L’Europa così come è oggi, è troppo larga per permettere una reale convergenza: ci sono differenze economiche, linguistiche, culturali, che ostacolano questo processo. In tale contesto si aprono, appunto, prospettive per la costruzione di mini-imperi, che vanno anche oltre i singoli stati nazionali. Le differenze pesano e l’Olanda è sicuramente più vicina alla Germania di quanto non lo possa essere Cipro». Che ruolo può avere il Mediterraneo? «Purtroppo non è e non è mai stato al centro dei nostri interessi come Paese. E invece avrebbe dovuto esserlo. Ma noi, i nostri interessi li facciamo sempre poco e male. La Cina, per esempio, sarebbe interessata all’Italia come hub lungo la via della seta, ma l’Italia non sta facendo proprio nulla in termini logistici e marittimi per poterlo diventare. E così per il Mediterraneo. Che è e resta il mare delle tragedie umanitarie legate alle grandi migrazioni». L’Europa che ruolo ha nella gestione di questa emergenza? «Nessuno. L’Europa non c’entra nulla, perché le politiche migratorie sono solo nazionali, dunque ciascun Paese si regola come crede e tutela unicamente i propri interessi nazionali. Così vediamo delle frontiere a Nord sempre più chiuse e delle frontiere a Sud sempre più permeabili». Luca...

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Il format americano Ted Ed Club per parlare in pubblico sperimantato dalle scuole torinesi.

Pubblicato da alle 11:21 in DOXA segnalazioni, Innovazione, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Il format americano Ted Ed Club per parlare in pubblico sperimantato dalle scuole torinesi.

Nel 2016 la Commissione Europea ha avviato un programma politico a supporto degli stati membri per fronteggiare la crisi legata alla disoccupazione dei giovani, la loro difficoltà ad inserirsi negli adeguati mercati di lavoro e alla quella delle aziende a trovare gli adeguati profili professionali per crescere ed innovarsi. Criticità che testimoniano la necessità di accrescere le competenze trasversali per i lavoratori di domani, di aggiornamento ed educazione per le nuove generazioni alle evoluzioni e tendenze del mercato in ambito digitale e tecnologico. Tra queste, l’apprendimento di una nuova lingua e le competenze della comunicazione in pubblico in continua evoluzione sono tra le più urgenti, ma non ancora sufficientemente integrate al livello dell’istruzione e formazione formale. Torino è una delle prime città in Italia a sperimentare un format educativo di questo tipo, coinvolgendo gli studenti delle scuole medie e dei licei cittadini per apprendere le tecniche della comunicazione pubblica in lingua inglese attraverso un corso grazie al quale ogni partecipante ha preparato un intervento per una conferenza finale che si terrà sul palco del Teatro Vittoria (via Gramsci, 4) il 6 giugno 2018 alle 19. Seguendo il programma originale adottato dal format americano TED Ed Club, Gabriela Alvarez (certificata come Language Coach e membro della commissione TED USA sotto la nomina di «TED Ed Club Regional Leader for Italy in an Advisory Role») e il suo team hanno realizzato un programma formativo diviso in 27 incontri da 1 ora e mezza che si sono svolti da settembre a maggio in orario extra- scolastico presso la sede di Speech Club in via Papacino 2 a Torino. «Il programma originale», spiega Gabriela Alvarez, «è stato inoltre arricchito da incontri e workshop guidati da professionisti nel campo della comunicazione digitale per permettere ai ragazzi di prendere confidenza con gli strumenti digitali e in particolare con la comunicazione video e presentazioni multimediali, su come comunicare sui social network, far crescere le idee esplorando le nuove frontiere tecnologiche del web e diventare essi stessi produttori di contenuti creativi per condividere e diffondere le proprie idee». Il tema che accompagna questa seconda edizione e l’evento è “In Deep Water”, un tema che prende spunto dall’idea che le storie e le idee più grandi sono quelle nate nella profondità delle proprie intuizioni e delle proprie radici; immergersi in acque profonde è anche un invito ad immergersi negli abissi della propria identità, facendo emergere attraverso un messaggio e un discorso finale la propria energia, la propria intuizione e unicità perchè il mondo ha bisogno di leader autentici e appassionati che credono nelle proprie idee. Federico...

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Una delle voci italiane più influenti dell’Unione Europea al Polo del ‘900: Beatrice Covassi.

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Una delle voci italiane più influenti dell’Unione Europea al Polo del ‘900: Beatrice Covassi.

Beatrice Covassi è ambasciatrice del governo di Bruxelles ora guidato da Jean-Claude Juncker ed​ è una delle voci italiane più autorevoli ed influenti nella Ue grazie ad​ un’esperienza quindicennale nelle istituzioni e nella diplomazia europea. E’ stata a Torino per inaugurare il progetto integrato del Polo del ‘900 sull’Europa coordinato dalla Fondazione Carlo Donat-Cattin. Covassi ha riconosciuto la difficoltà del momento vissuto ma evidenziato come questo momento difficile sia anche”un’opportunità per ripensare a come costruire insieme il futuro”. Fondamentale è il dialogo per comprendere meglio, ma anche lavorare sulla “percezione” delle minacce, come nel caso della crisi dei migranti, con “un numero di arrivi in Italia che quest’anno non ha subito aumenti. Sono numeri che restano importanti ma che sono contenuti rispetto alle previsioni più allarmistiche”. Ci può dire quali sono le aspettative e i timori della Commissione sull’attualità politica italiana? Seguiamo gli sviluppi con grande attenzione e interesse. Come ha ribadito il presidente Juncker siamo fiduciosi che il presidente Mattarella saprà trovare la quadra istituzionale, compito non facile. Le tempistiche saranno importanti​: la Commissione non vuole mettere fretta, ma è utile ​ricordare che a giugno ci sarà un Consiglio particolarmente rilevante. Oggi è in corso un dibattito fondamentale sul futuro dell’Unione e le sue prospettive finanziarie. Un Paese come l’Italia ha tutto l’interesse a stare nei tavoli negoziali giusti al momento giusto. Una delle grandi sfide che metterà alla prova il progetto europeo è la Difesa Comune. A che punto siamo? Credo che il risultato più concreto raggiunto su questo fronte sia il Fondo Europeo per la Difesa, che comprende il finanziamento della ricerca e la condivisione di attrezzature e know how. Il costo della “non Europa” nel settore della Difesa è altissimo e crea delle enormi economie di scala. In futuro ci sarà la possibilità di fare appalti congiunti a livello europeo. Se siamo arrivati qui è perché non siamo partiti dalle dichiarazioni di principi ma dal progetto comunitario.   Le elezioni italiane sono state l’ennesima tornata elettorale in Europa che ha visto crescere le forze euroscettiche. Come rilanciare il messaggio europeista? Serve una nuova narrativa che racconti un’Europa di crescita, di opportunità, non solo l’Europa dell’austerità e delle regole. Ma soprattutto serve uno scatto ulteriore, di cui la Commissione vuole essere partecipe: riconnettere i cittadini con le istituzioni, riscoprire un’Europa dei popoli, per far tornare i cittadini europei protagonisti, anche in vista delle elezioni europee del 2019. Rimangono però ferite aperte come la Brexit. Quali sono le maggiori difficoltà incontrate nel corso dei negoziati fra Commissione e Downing Street? La difficoltà maggiore per i negoziatori è stata dover rescindere una serie di rapporti giuridicamente complessi, coltivati per oltre quarant’anni. A questo si è aggiunto il dato politico: ci sono state delle pressioni, soprattutto da parte inglese, per muoversi in direzioni non sempre chiare. Ultimamente il governo britannico ha dichiarato che uscirà da tutto, compresa l’unione doganale, smentendo voci che circolavano negli ultimi tempi. Il nostro negoziatore capo Michel Barnier ha sempre ribadito l’importanza delle tempistiche: il 29 marzo del 2019 il Regno Unito uscirà dall’Ue, non abbiamo un tempo indefinito per negoziare l’uscita. Bisogna procedere in modo spedito.Innanzitutto la definizione del “divorzio” finanziario su cui serve far chiarezza. Poi i diritti dei cittadini, che devono essere reciprocamente garantiti. Infine la delicata questione irlandese: è fondamentale mantenere il Good Friday Agreement e non...

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Leggere, leggere, leggere e poi leggere. Salone Internazionale del Libro di Torino.

Pubblicato da alle 10:43 in DOXA segnalazioni, Eventi, galleria home page, Spettacoli | 0 commenti

Leggere, leggere, leggere e poi leggere. Salone Internazionale del Libro di Torino.

Salone Internazionale del Libro di Torino Il tempo della lettura: un tempo per la vita. Regolare il tempo o renderlo eterno. Immergersi per sfuggirne o lasciarsi rapire dalla potenza evocativa della parola scritta. Formare la propria identità, la propria costruzione morale o ideologica. Leggere, leggere, leggere e poi leggere. Leggere per sognare, attraversare miriadi di mondi fantastici che pesano sul cuore come palle infuocate di gioia e dolore, di speranza e rassegnazione, di paura e di angoscia. Non posso vivere senza libri, dirà Thomas Jefferson, perché la lettura aiuta a vivere, respirare, viaggiare, amare, ritrovare se stessi. Un libro, qualsiasi libro o quel libro è sempre una realtà molto attraente, alquanto stuzzichevole che intrica il lettore in ogni singola sequenza narrativa per poi perderlo tra le parole e le immagini di un senso o non-senso. Non ha importanza. L’importante è leggere. Talvolta, come afferma Virginia Woolf, il paradiso è questo: leggere continuamente, senza fine. Il corpo ne ha bisogno, come l’anima, lo spirito, la mente, il cuore.  Il Salone Internazionale del Libro di Torino anche quest’anno è diventato una vera e propria fucina di idee. E non c’è stato momento migliore per chiudere gli occhi e immergersi nei meandri delle leggi delle parole e dei suoni, per ascoltare pensatori e scrittori che si sono confrontati con il pubblico, in un crescendo di domande e curiosità, di bisogni condivisi, di emozioni rivelate, di passioni raccontate. Un sogno ininterrotto, un momento magico, un viaggio strepitante attraverso la buona editoria, un incontro etereo ed eterno con molti autori italiani e stranieri, quelli che contano e quelli in erba, tutti accomunati dal gusto della scrittura e dalla passione per la lettura. 144 mila visitatori! Un bilancio sorprendente che descrive la crescente e spettacolare informazione della kermesse torinese. Disaffezione per la lettura? Dai risultati raggiunti non sembra. Molti i giovani presenti e interessati a scoprire il potenziale divulgativo, incommensurabile della comunicazione editoriale. Tanti, troppi forse gli incontri a tema, tutti invitanti e coinvolgenti. Pezzi unici e singolari, così come il pubblico e le forti emozioni provate. Un modo per valorizzare il patrimonio del sapere, della conoscenza, delle diverse identità culturali, dei tanti valori universali. Un elogio, quello del Salone Internazionale del Libro, al libro stesso. Quel compagno di vita, quell’amico che ci segue da sempre, ovunque andiamo, che dà senso allo scorrere del tempo o al valore della storia. Ogni libro è un regalo, frutto di una riflessione, di un’emozione, di un crescere insieme. Sprigiona odori,colori, ricordi, personalizza esperienze sensoriali, immagini, sofferenze, consolazioni. Un omaggio alla lettura, dunque, la grande iniziativa torinese, un omaggio che custodisce le memorie degli uomini e accresce il valore della conoscenza e del cambiamento. Perché ogni libro possiede una qualità intrinseca, inimitabile: dà valore a chi lo legge… Maria Giovanna...

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[ Non ] Capire il Paesaggio. Un convegno tra Università di Torino e l’Industrial Landscape Biella

Pubblicato da alle 14:01 in DOXA segnalazioni, Economia, Eventi, galleria home page | 0 commenti

[ Non ] Capire il Paesaggio. Un convegno tra Università di Torino e l’Industrial Landscape Biella

La Compagnia di San Paolo ha lanciato una linea di finanziamento per progetti proposti da gruppi di studio delle Università piemontesi che abbiano potenziali ricadute di interesse sul territorio piemontese o sue parti. Una valente opportunità per le unità di ricerca dell’università, in perenne fame di risorse ; e forse anche un’occasione di riscatto per i frequentatori di materie considerate normalmente troppo astratte e distanti dalle esigenze che animano la società fuori dalle mura dell’accademia. E’ così che un gruppo di filosofi estetici e teorici dei media, capeggiato dal professor Federico Vercellone, ha elaborato  « ILaB – Industrial Landscape Biella ».   Trattasi di un progetto interdisciplinare che ha come obiettivo di studiare i processi di identità e di reciproco riconoscimento alla luce delle loro tracce sul paesaggio. Già la filosofia politica si occupa di identità e di riconoscimento, in termini di conflitto tra forze sociali, di riconoscimento dei diritti e di istituzioni, etc. La novità del progetto ILaB è doppia. Da una parte, esso si propone, sotto il profilo teorico, di legare il dibattito sul riconoscimento (i cui riferimenti sono Habermas, Honneth, Ricœœur) allo stato sesibile dei luoghi. Profondi cambiamenti economici, sconvolgimenti occupazionali, ma anche evoluzioni demografiche, religiose e culturali possono mettere in crisi i rapporti di reciproco riconoscimento interni a una comunità, nonché la percezione di sé e del proprio luogo di appartenenza nel contesto di un mondo che cambia troppo rapidamente. Lo studio estetico interviene a questo punto, nella misura in cui è in grado di cogliere, nelle trasformazioni sensibili del paesaggio, nelle sue ferite e cicatrici, nelle tracce di ciò che c’era e non è più e nei segnali di ciò che potrebbe essere, ma non è ancora, lo stato di un’identità culturale e i suoi orizzonti di possibilità. La seconda novità è rappresentata dal fatto che questo studio teorico viene svolto in concomitanza con un lavoro di campo, svolto da un assegnista di ricerca. L’obiettivo è quello di comprendere le trasformazioni del paesaggio attraverso le interpretazioni che ne danno gli attori che ogni giorno hanno a che fare con esse. Sono stati intervistati per ora una quindicina tra istituzioni pubbliche, rappresentanze sindacali e datoriali, fondazioni culturali e associazioni informali. La prima restituzione del lavoro svolto finora si terrà durante il convegno « (NON) capire il paesaggio », che si terrà il 25-26 maggio presso la sede di Cittadellarte-Fondazione Pistoletto, nell’ambito della manifestazione artistica da quest’ultima organizzata: « Arte al Centro ». Il convegno presenta un parterre di relatori di primo livello, dal notissimo antropologo Marc Augé al celebre studioso dei media Peppino Ortoleva, dallo studioso di public management alla Bicocca Giorgio Bigatti al professore di meccanica applicata dell’Istituto Superiore Sant’Anna Massimo Bergamasco, dallo stesso Federico Vercellone alla docente di storia del cinema Chiara Simonigh, i quali si alterneranno tra la mattina del 25 e la mattina del 26. Il pomeriggio del 25, invece, sarà svolto nella forma di tavoli di lavoro, aperti a tutti, in cui in particolare gli attori e stakeholders locali saranno invitati a ragionare insieme su un obiettivo pratico comune : la realizzazione di un itinerario turistico di patrimonio industriale, la messa in rete degli archivi tessili, la demolizione intelligente di capannoni abbandonati inutilizzabili sono solo alcuni esempi che saranno sottoposti alla pubblica discussione. Il convegno, aperto al pubblico, rappresenta una sfida per pensare in modo proattivo il cambiamento...

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Quale ruolo hanno i Festival di Fotografia? Se ne discute da Spacenomore, organizza ArtPhotò.

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Quale ruolo hanno i Festival di Fotografia? Se ne discute da Spacenomore, organizza ArtPhotò.

“Festival di Fotografia” Persuasivi esempi italiani Mercoledì 16  maggio  intorno alle 18.30 nella sede di Spazio Spacenomore, nella corte interna di Palazzo Graneri della Roccia -Via bogino 9 si terrà un incontro organizzato da ArtPhotò sul ruolo che hanno oggi i festival nella valorizzazione della fotografia. Due relatori d’eccezione affronteranno il tema. Alberto Prina, in qualità di coordinatore del Festival della Fotografia Etica di Lodi e Lorenza Bravetta , consigliere del Ministro Franceschini, per affrontare il tema del ruolo e del contributo che hanno oggi i festival nella valorizzazione della fotografia. Il festival di  Lodi, ormai riconosciuto a livello internazionale, si contraddistingue dagli altri festival per mettere in evidenza la fotografia come strumento di sensibilizzazione su tematiche sociali, antropologiche e ambientali, in grado di parlare alla gente proprio con l’immediatezza tipica del linguaggio fotografico. Altrettanto significativa l’esperienza di Lorenza Bravetta come portatrice di suggestioni provenienti da alcune delle più interessanti realtà nazionali e internazionali per mettere a fuoco la vera identità di un festival. Tra le domande che a cui si cercherà di rispondere c’è sicuramente, quali requisiti deve avere un festival per essere considerato tale? Quale capacità può avere un festival nel saper far rete con il sistema della fotografia e della cultura? Come trovare occasioni per integrare sempre di più il nostro Paese, proprio sotto il profilo culturale, con il sistema Europa, attirando competenze ed energie presenti in altri paesi e favorendo così una più larga circolazione delle idee e della crescita della fotografia?    L’ingresso è libero e aperto a tutti. Ancora. Per gli appassionati, ci sarà un corso per conoscere una delle antiche tecniche fotografiche di stampa: la cianotipia. A partire da un negativo digitale, realizzato dagli studenti dell’Istituto Bodoni Paravia, si realizzeranno cianotipi seguendo il processo della stampa a contatto. Il laboratorio è realizzato dall’Istituto Bodoni Paravia e da Giorgio Stella del Gruppo Rodolfo Namias. Il workshop si replica alle 16.00 e ogni ora successiva fino alle 19.00 – ISCRIZIONE OBBLIGATORIA ON LINE A QUESTO LINK ...

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