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TAV: perché non è solo una questione di trasporti.

Pubblicato da alle 12:28 in DOXA segnalazioni, Economia, galleria home page | 0 commenti

TAV: perché non è solo una questione di trasporti.

In Svizzera cominceranno entro l’anno gli studi per portare i binari di AlpTransit da Lugano al confine con l’Italia. Intanto, a Roma si discute all’infinito sulla costruzione della tratta che unirebbe il nord del Paese al tracciato Lisbona – Kiev. Il confronto non potrebbe essere più illuminante. L’Italia preferisce l’alleanza con la Cina: quando deve scegliere tra Oriente e Occidente, il governo italiano di oggi non ha dubbi.  Corriere del Ticino e Corriere della sera, 8.3.2019 | © Luca Lovisolo Il confronto tra la prima pagina del quotidiano svizzero Corriere del Ticino e quella dell’italiano Corriere della sera dell’otto marzo non potrebbe essere più illuminante. Mentre in Italia si discute all’infinito sulla costruzione di una tratta ferroviaria che unirebbe il nord del Paese al tracciato Lisbona – Kiev e in prospettiva verso la Cina, la Svizzera dà il via agli studi per prolungare la tratta ferroviaria veloce AlpTransit da Lugano, dove arriverà nei prossimi mesi, fino all’estremo sud del Paese, al confine con l’Italia. AlpTransit non è una ferrovia ad alta velocità in senso tecnico, è un tracciato più veloce e parallelo, rispetto alla gloriosa Ferrovia del Gottardo. La vecchia linea non regge più i volumi in transito e obbliga i treni a salire alla quota di 1150 metri, attraverso un tortuoso percorso che rappresentò, quando fu realizzato, nella seconda metà dell’Ottocento, un capolavoro d’ingegneria, con i suoi ponti e le gallerie elicoidali. La nuova ferrovia, già oggi in esercizio sul troncone centrale, entra in un tunnel lungo 57 chilometri poco a nord di Bellinzona ed esce ad Erstfeld, a 80 chilometri da Zurigo. Ha ridotto drasticamente il tempo di percorrenza tra due importanti città svizzere, cambiando la vita a molti pendolari e incentivando l’industria turistica, oltre al traffico merci. In aggiunta, è un asse di trasporto essenziale tra nord e sud Europa. A fine anno entrerà in funzione il troncone che unisce, quasi totalmente in sotterranea, Lugano a Bellinzona. I tempi di viaggio complessivi si accorceranno di un’altra ventina di minuti e vi sarà anche un sensibile vantaggio per la mobilità all’interno del Canton Ticino. Nei giorni scorsi è stato annunciato che entro fine 2019 cominceranno gli studi per portare i binari di AlpTransit da Lugano fino al confine con l’Italia. Gli studi saranno pronti nel 2025: gli aspetti di cui tenere conto sono molti, anche di carattere ambientale, su un terreno geograficamente difficile e limitato (il territorio svizzero da Lugano al confine di Chiasso è una striscia densa di rilievi e larga pochi chilometri). Vi saranno discussioni e dibattiti, ma si può essere ragionevolmente certi che l’opera si farà, e si farà, come è già stato per il resto della tratta, senza chiedere soldi a nessuno, neppure ai Paesi confinanti, che pur beneficeranno indirettamente dell’opera. La consapevolezza ecologica, in Svizzera, è proverbiale: eppure, le opere si realizzano. Quando AlpTransit arriverà a Chiasso, c’è da prevedere che ci si troverà nella situazione seguente: chi partirà da Milano impiegherà ancora, come oggi, da 45 a 90 minuti circa, oltre i frequenti ritardi, per compiere i 50 chilometri che separano il capoluogo lombardo dal confine svizzero, a dipendenza del treno scelto; da Chiasso in poi viaggerà su una delle infrastrutture ferroviarie più moderne d’Europa, costruita, per ironia della sorte, con la partecipazione di non poche imprese e maestranze italiane. Le...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Chiara Appendino.

Pubblicato da alle 18:38 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Notizie | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Chiara Appendino.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Chiara Appendino è il Sindaco/a della Città di Torino. La ringraziamo per la  partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. No. Non direi. Sia prima di questo ruolo che durante il mio mandato ho avuto modo di girare spesso all’Estero. Questo mi ha portato a scoprire le tante cose che possiamo migliorare osservando esempi virtuosi, ma anche diverse cose che all’estero ci invidiano e che noi dobbiamo valorizzare. È da quando sono stata eletta che sento parlare di Torino in termini negativi, specie per quanto riguarda le prospettive. Nel frattempo abbiamo presentato iniziative che si sono viste per la prima volta in Italia e nel mondo, abbiamo una visione di sviluppo chiara e altri indicatori che non confermano la tragedia di cui troppo spesso si parla. Questo – e lo ripeterò fino alla nausea – non significa che è tutto perfetto. Anzi. Ci sono centinaia di fronti su cui si può migliorare e su cui stiamo lavorando. Ma credo che ciò che abbiamo sia bene riconoscerlo. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Ci siamo arrivati  a causa di politiche senza prospettive, che hanno guardato la durata del mandato piuttosto che quella delle generazioni. Oggi Torino è tra le Città più indebitate d’Italia. Gli interessi sul debito sono la seconda voce del nostro bilancio dopo il personale. Un clima generale – che in realtà persiste da anni – di costante campagna elettorale e di soddisfazione di presunti bisogni immediati, anche se non necessari, ha portato a una situazione debitoria dell’Ente che stiamo pagando oggi e che, purtroppo, pagheranno ancora molti cittadini in futuro.  Noi abbiamo un’altra idea di Torino, un’altra visione. E la stiamo portando avanti, nonostante si stia lavorando per arginare i problemi che abbiamo trovato. Specie dal punto di vista del bilancio. Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città ? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada ? Personalmente rifiuto l’idea del “modello da seguire”, quantomeno quando lo si considera in toto. Un famoso adagio dice che se segui gli altri non arriverai mai primo. Ecco, Torino non ha mai seguito ma si è sempre fatta seguire. Con le sue peculiarità, con le sue caratteristiche, anche...

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Un Premio per Vera edizione 2019. Online il bando dedicato a Vera Schiavazzi.

Pubblicato da alle 12:37 in DOXA segnalazioni, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Un Premio per Vera edizione 2019. Online il bando dedicato a Vera Schiavazzi.

È online il bando per la terza edizione del premio giornalistico dedicato a Vera Schiavazzi, scomparsa improvvisamente il 22 ottobre 2015. Giornalista, fondatrice – con Nicola Tranfaglia e Mario Berardi – oltre 14 anni fa del Master in Giornalismo di Torino, collaboratrice delle più autorevoli testate italiane (ma la sua casa fu sempre Repubblica), sindacalista attenta e ascoltata, Vera ha lavorato sempre perché i diritti fossero uguali per tutti, non virtuosismo da editoriale ma opportunità concreta. Il tema di questa terza edizione è «Ho perso le parole. Il linguaggio della politica nell’età dei populismi». La politica sembra aver perso la capacità di raccontare la complessità delle nostre società. Da un lato è sempre più invasiva la comunicazione istantanea ed emotiva, dei tweet e dei post su Facebook: una foto, pochi secondi di video, qualche parola per riassumere concetti e problemi difficili. Il risultato è spesso una polarizzazione di opinioni che non ammette sfumature, ma chiede un’adesione totale, pro o contro, quasi un tifo da stadio. Dall’altra persiste una retorica confusa che rievoca temi novecenteschi, ma in ordine sparso, senza tentativi di ricostruire un senso: la parola diventa così un simbolo, insieme all’immagine, da usare per massimizzare il consenso in un’eterna campagna elettorale. Anche il linguaggio dei media soggiace spesso a questa logica, in cui prevale il bisogno di conquistare il primato dell’attenzione istantanea rispetto alla paziente tessitura del discorso. La crisi della democrazia è anche crisi della possibilità di costruire un senso collettivo, condiviso, pur nella persistenza delle differenze, nel pluralismo. È dunque necessario ricostruire questo fenomeno per capirlo. Come e perché si è arrivati a questo? Quali casi di cronaca delineano meglio il fenomeno? E quali esempi di reazione si possono trovare? Alla terza edizione potranno partecipare gli allievi e gli ex allievi under 35 (i candidati non dovranno aver compiuto i 35 anni al 30/12/2019) di uno dei master/scuole in giornalismo riconosciuti dall’Ordine Nazionale. Il Premio Vera Schiavazzi, nasce in seno all’Associazione Allievi del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca”, è regolato da un bando pubblicato sul sito https://exstudentimastergiornalismotorino.wordpress.com, ed è alimentato anche dalle donazioni di quanti hanno deciso e vorranno continuare a contribuire a mantenere vivo e forte il ricordo di Vera e dell’impegno che l’ha sostenuta sempre. Per offrire il proprio contributo: Associazione Allievi del Master in Giornalismo Giorgio Bocca, via Roero di Cortanze 5, iban IT 40 N 03599 01899 050188529716. Il Premio Vera Schiavazzi nasce con l’intenzione di ricordare una giornalista che è stata capace di segnare profondamente il giornalismo piemontese, che è sempre stata vicina ai colleghi in difficoltà, che ha cercato di sviluppare una visione generosa e alta della professione giornalistica e che, a un certo punto della sua carriera, ha voluto condividere la sua passione e la sua competenza con i giovani, attraverso il Master in giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino. Il Comitato promotore che organizza il Premio è composto da: Giorgio Ardito, Marco Bobbio, Caterina Corbascio, Maurizio Mancini, Olga Mancini, Carla Piro Mander, Rosaria Pagani, Paolo Piacenza, Sabrina Roglio, Anna Rossomando. La Giuria che valuterà gli elaborati è invece composta da Emmanuela Banfo (Affarinternazionali magazine), Ettore Boffano, Lorenza Castagneri (Corriere della Sera), Selma Chiosso (La Stampa), Paolo Griseri Associazione Allievi del Master in Giornalismo Giorgio Bocca Via Roero di Cortanze, 5 – 10124 Torino – Cod. Fiscale 97792780013 – exstudentigiornalismotorino@gmail.com...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Bruno Segre.

Pubblicato da alle 12:50 in DOXA segnalazioni, galleria home page | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Bruno Segre.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Bruno Segre è un avvocato, è stato partigiano, giornalista e politico e da poco ha compiuto cento anni. Lo ringraziamo per la  partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è sì, da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Dopo un’assenza prolungata dall’Italia, allorché rientro in patria mi vengono automaticamente alla memoria i versi di Metastasio “Bella Italia – amate sponde – pur vi torno a riveder – trema il petto – e si confonde – l’alma oppressa dal piacer”. Quando poi torno a Torino, mi avvolge un sottile pensiero di appartenenza e fedeltà. Una gran voglia di rendere più visibile la città, che possiede aree da scoprire e valorizzare. Insomma, essendo cosmopolita, mi sforzo di confrontare Torino alle grandi metropoli cercando di accertare le sue manchevolezze. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Indubbiamente Torino ha cambiato volto da città industriale a città cultuale, ove pulsano sempre nuove iniziative nei settori delle mostre artistiche, dei teatri, dei cinema, dei concerti, dei libri, dello sport, delle scienze. Tutto ciò implica dibattiti sulle spese, sui debiti, sui progetti. E’ fisiologico questo dibattito, che si sviluppa però con eccessiva lentezza e produttività rispetto a quanto avviene a Milano, metropoli pilota per l’intero Paese. In Italia ogni 100 giovani ci sono 170 anziani che diventeranno 217 nel giro di una decina d’anni. Se dunque l’età si allunga occorrono investimenti e nuove tecnologie per sostenere le spese finalizzate alla salute degli anziani. Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada? E’ impossibile mutare carattere alla città. La sua identità, confermata dalla storia e dalla cronaca, deve restare così com’è. Il motto idiomatico “bougianen” è il suo vanto e il suo limite. Io sono felice di vivere in una città che ha le caratteristiche attuali, senza i pregi e i vizi di Londra o di Amsterdam. Chi ricorda l’invito “adelante Pedro con juicio”? La politica possiede ancora la capacità di coinvolgere e costruire un’appartenenza, ha perduto la pietra focaia che accende passioni o, semplicemente ha smesso di usarla?  Quanto succede in Italia si ripete a Torino: la politica ha perso lo sprint di un tempo, come i giornali hanno perso i lettori. Esiste un appiattimento che confina con l’inerzia,...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alessandro Meluzzi.

Pubblicato da alle 18:23 in DOXA segnalazioni, galleria home page | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alessandro Meluzzi.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Alessandro Meluzzi è uno psichiatra, criminologo e opinionista. In passato è stato Senatore della Repubblica, lo ringraziamo per la  partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è sì, da cosa reputa sia dettato questo sentimento. È un sentimento fondato. C’è come la sensazione che in Italia dai magnifici anni ’80 e dalla loro tragica conclusione in Tangentopoli la necessità di ri-moralizzare la cosa pubblica abbia avuto come esito principale quello di bloccare investimenti, idee e quella dinamica di modernizzazione di cui invece si vedono i segni altrove in Europa. Evidentemente si tratta di una sindrome maligna che ha impedito quello sblocco politico che ci auguravamo in Italia attraverso un ridimensionamento della filosofia catto-marxista che ha guidato il Paese. Ma questo ridimensionamento non è ancora avvenuto. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Attraverso una mancanza di ipotesi. La città di Torino ha bisogno per rinascere di ritrovare la sua tradizione che è anche sicuramente industriale, che è diventata purtroppo una mono-cultura asfittica e perdente, ma con una vocazione turistica, trattandosi di una città bellissima e ricca di memorie storiche ed enogastronomiche. Ma è difficile pensare di sostituire la Fiat con il Salone del Gusto. Si tratta di iniziare un cammino che includa la cultura, la programmazione, elementi di eccellenza e aspetti di turismo che indubbiamente Torino, anche per le sue peculiarità, può indubbiamente offrire. Occorre comunque pensare in grande. Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada? Le novità e gli adeguamenti funzionali della città nascono attraverso logiche interne, evidentemente ispirati da grandi trend europei e planetari. Non credo ci possano essere aspetti imitativi di metropoli come Londra o Amsterdam. Torino ha una sua specifica storia e ha avuto la capacità di reinventarsi in altre fasi delle sue vicende storiche, per esempio dopo l’assedio della città e dopo l’Unità d’Italia, dopo il trasferimento della Capitale. Oggi la sua cultura monocratica e post-sabauda, oltre che post-Fiat, ha bisogno di reinventarsi attraverso un processo di apertura che è solo iniziato. Devono finire le autocrazie dei soliti salotti parrucconi e cicisbei. La politica possiede ancora la capacità di coinvolgere e costruire un’appartenenza, ha perduto la pietra focaia che accende passioni o, semplicemente ha smesso di usarla? ...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Roberto Tricarico.

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Roberto Tricarico.

Torino Domani. GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Roberto Tricarico oggi è il titolare di un caffè, in passato ha ricoperto importanti ruoli nell’ambito politico a Torino e a Roma, lo ringraziamo per la  partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Quando rientro a Torino sento di tornare a casa. Da ragazzo ho vissuto a Parigi e da adulto ho lavorato a Roma. Dopo la mia, queste sono le due città che conosco meglio. A Roma e a Parigi le cose accadono da sole: ti senti parte di una città in movimento che ti spinge dentro una ruota che gira. Talvolta assume persino la velocità di un vortice. Se stai fermo le cose comunque si muovono intorno a te, nel bene e nel male. A Torino no. Se vuoi che ti capiti qualcosa, sei tu che la devi provocare. E quando la realizzi, se è di qualità, stai pur certo che prima o poi finirà altrove. E non mi riferisco solo al cinema, alla moda, alla televisione, ma a tutto ciò che è innovazione. Io penso che la nostra città sia abituata a produrre, a essere laboratorio e non vetrina. E nella produzione è complicato tenere il ciclo continuo. In questo momento siamo abbastanza lenti, forse stiamo raccogliendo le forze. La speranza è che si torni presto a sfornare le nostre idee. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Certamente la difficile situazione finanziaria dei conti del Comune e della Regione non aiuta. Ed è giusto che chi governa questi enti sia impegnato nel risanamento contabile. Mettere i conti a posto però non basta, soprattutto se si punta tutto sulle minori spese e non anche su investimenti che possano garantire maggiori entrate. È stato un errore dire no a una nuova edizione delle Olimpiadi invernali. Da questa stagione politica stiamo imparando che la decrescita ha un costo (anche sociale) superiore alla crescita. Bisogna sostenere di più chi ha idee innovative e crederci, soprattutto se all’inizio ci sembrano folli. Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città ? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada ? Dobbiamo prima di tutto sentirci comunità e difendere gli interessi di chi ci sta vicino, perché sono anche i nostri. Sono stato...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alberto Morano.

Pubblicato da alle 16:22 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Notizie | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alberto Morano.

Torino Domani GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Alberto Morano è titolare e fondatore dello studio Notai Piemontesi Associati, attualmente è capogruppo in consiglio comunale,  lo ringraziamo per la  partecipazione a Torino Domani.   Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. L’aggettivo imprigionata rende perfettamente l’idea della percezione che si ha di questo nostro capoluogo ricco di storia che nel corso dei secoli ha visto avvicendarsi periodi più o meno prosperi, ma che sempre hanno lasciato un’impronta plasmando la Torino che oggi conosciamo. Chi visita per la prima volta la nostra Città rimane affascinato da quell’eleganza sabauda tanto decantata che la contraddistingue per antonomasia, ma deluso dall’apprendere che l’avanguardia, l’innovazione dei servizi al cittadino e la presenza dei grandi marchi della moda non abitano qui. E le potenzialità inespresse e intrappolate in una visione miope legate alle scarse facoltà di chi oggi è al timone di questo Comune non fanno sicuramente presagire un progresso. Ed ovviamente questo disagio lo prova anche chi vive in Città abitualmente. Sono molteplici gli aspetti sui quali solo avviando dei provvedimenti seri e decisi si può credere che Torino riprenda la corsa e torni ad essere competitiva. A partire dal potenziamento delle politiche del welfare con dei sussidi concreti alle fasce più vulnerabili ed ai giovani che vorrebbero metter su famiglia, ma che si scontrano con oggettive difficoltà, gli asili nido rappresentano un costo elevato, non sempre si ha la certezza di poter accedere nei tempi per rientrare regolarmente al lavoro e da qui scaturisce una serie concatenata di ostacoli complicati e limitanti. Occorre aprire la Città allo sviluppo e all’occupazione, incentivando potenziali investitori, creare aree no-tax per il commercio ed anche  gestire in modo intelligente il piano delle manifestazioni e delle fiere sul territorio, contestualizzando la tipologia di evento al luogo nel quale si svolge, non si può imporre a quei già pochi marchi del lusso che investono su via Roma la presenza di bancarelle di merce usata fuori dal proprio punto vendita, perché, tra l’altro, viene meno il valore delle rispettive offerte. Ed ancora, è necessario avviare un piano di rigenerazione urbana al fine di migliorare gli standard architettonici e paesaggistici, il mercato immobiliare godrebbe di più ampio respiro. E poi è fondamentale lavorare ad un bilancio sostenibile e senza sprechi e assumere un impegno deciso contro criminalità e degrado. Prima si riparte con un risanamento serio e complessivo della Città, prima i Torinesi miglioreranno la qualità di vita. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad...

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Demografia. La popolazione umana è in via di stabilizzazione.

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Demografia. La popolazione umana è in via di stabilizzazione.

L’implosione — Che la popolazione mondiale stia “esplodendo” è un concetto talmente ripetuto e riaffermato negli ultimi decenni—anzi, nei secoli—che è difficile rendersi conto che non sia più così. L’allarme fu suonato per la prima volta dal pastore anglicano inglese Thomas Robert Malthus nel 1798 con la pubblicazione del suo “Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società”. Sostenne che l’incremento demografico avrebbe spinto a coltivare terre sempre meno fertili, portando dunque a terribili carestie, poiché la popolazione tenderebbe a crescere in progressione geometrica, mentre la disponibilità di alimenti crescerebbe invece in progressione aritmetica. Vedeva la questione in termini morali: un meccanismo imposto da Dio per insegnare agli umani i comportamenti virtuosi. Proponeva la castità come soluzione all’eccessivo incremento della popolazione. I fatti a lungo dettero ragione al pessimismo di Malthus e della sua “trappola maltusiana”. La popolazione umana della Terra è oggi stimata in poco meno di 7,7 miliardi, un’enormità. Ci sono voluti 200mila anni di storia umana (sempre a secondo di come si definisce “umano”) per raggiungere il primo miliardo di abitanti—e solo altri duecento anni per toccare i sette miliardi. L’onda di piena è però passata, e non da ora. Il punto di svolta risale al 1962, quando il tasso di crescita della popolazione mondiale si è invertito, entrando in declino. Cioè, da quasi sessant’anni la velocità dell’incremento sta rallentando e l’eventuale stabilizzazione del numero di persone che il mondo debba sopportare è in vista. La questione ora aperta dunque è dove si fermerà la popolazione globale. L’Onu, che nel pessimismo maltusiano ha quasi una raison d’etre, concede ormai che la corsa stia rallentando, ma tira alto stimando che la popolazione della Terra possa toccare gli 11,2 miliardi di abitanti a fine secolo. Altri demografi— influenzati particolarmente dai sorprendenti dati recenti del crollo delle nascite in Cina—prevedono un traguardo molto più vicino: 8,8 miliardi per l’anno 2070, seguito da un lento declino assoluto. Una relazione della Chinese Academy of Social Sciences ha recentemente segnalato un calo della fertilità che potrebbe portare al decremento della popolazione cinese ai livelli degli anni ‘90, passando dai circa 1,4 miliardi di oggi a 1,17 miliardi. In più, quella popolazione invecchierà, e di molto: il numero totale di anziani cinesi dovrebbe passare dai 240 milioni del 2017 ai 400 milioni nel 2035. La teoria di Malthus fu ripresa da altri economisti per ipotizzare l’esaurimento del carbone prima e del petrolio dopo, anche se gli eventi tardarono a verificarsi. Il concetto di “Peak Oil”, il picco della produzione petrolifera, è stato presentato nel 1956, ma—a causa dei numerosi miglioramenti intercorsi nelle tecniche estrattive—le previsioni disastrose non si sono ancora avverate. Il dibattito sulla visione maltusiana è antico. La maggior parte delle critiche s’incentrano sulla visione statica di Malthus della società umana che trascurava la possibilità di progresso sociale e specialmente tecnologico. Finché questi elementi fossero—o almeno sembravano—immutabili, allora la dinamica pessimistica reggeva, trovando forza anche nel dogma cristiano e occidentale dell’arrivo di un inevitabile “Giorno del giudizio”. Forse il suo arrivo è stato ancora prorogato. Courtesy James Douglas...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Luigi Antinucci.

Pubblicato da alle 13:31 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Musica | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Luigi Antinucci.

Torino Domani GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse.   Luigi Antinucci è un cantautore e il direttore artistico di Radio Reporter Torino, lo ringraziamo per aver partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è sì da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Quando torno da un viaggio, penso sempre che Torino sia una città splendida che nulla ha da invidiare alle più grandi capitali europee, è una città dalle mille anime e dai mille volti: architettonico, storico, esoterico, artistico, musicale, sportivo, alcuni così nascosti da rimanere sconosciuti ai torinesi stessi. In questi ultimi anni si sta internazionalizzando anche se c’è ancora molto da fare per rendere fruibile agli abitanti ed ai turisti l’importante patrimonio culturale che possiede. Ad esempio sono carenti le infrastrutture, ma il discorso sarebbe troppo lungo… il problema di fondo credo sia, come sempre, quando qualcosa non funziona in una città, di ordine amministrativo ed economico. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per sé ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Forse è una mancanza di sensibilità nell’individuare le priorità per uno sviluppo non solo economico, ma anche culturale e da cittadino torinese mi dispiace dirlo: Torino, dopo la crisi FIAT, con l’avvento delle Olimpiadi, aveva iniziato una trasformazione, da città industriale a culturale. Gli stranieri in visita rimangono stupiti dalle nostre bellezze architettoniche, dai musei, dal patrimonio artistico, dalle tradizioni del gusto, dalle nostre eccellenze enogastronomiche. Anche il territorio dell’intera provincia è accogliente, ma forse, oltre le risorse, manca la mentalità imprenditoriale per sfruttare ciò che abbiamo. Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada? Secondo me non abbiamo bisogno di modelli da emulare, ma di aprire gli occhi, guardarci intorno e ricordare che in questa città sono nati cinema, radio e televisione, l’automobile, la moda, il design, la tecnologia e l’innovazione. Torino è stata la prima capitale d’Italia, col secondo Museo Egizio più importante al mondo, il Duomo e la Sindone, il Museo e il Festival del Cinema, il Salone del libro, il Museo dell’automobile, il castello di Rivoli e le sue mostre, la Reggia di Venaria… l’elenco sarebbe lunghissimo! Dovremmo acquisire maggiore consapevolezza, fiducia ed investire sui giovani che sono il nostro futuro senza, ovviamente, dimenticare il passato. Guardare al domani… di tre quarti. La politica possiede ancora la...

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587 chateaux turchi. Tutti finti, tutti vuoti, tutti identici.

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587 chateaux turchi. Tutti finti, tutti vuoti, tutti identici.

È noto che l’unica soluzione per certi errori degli architetti – e ancora di più per gli sviluppatori immobiliari che li assoldano – sia quella di “piantare edera” per mascherare il misfatto edilizio. A volte però le dimensioni del disastro vanno oltre i limiti della risoluzione vegetativa.  È il caso del gigantesco progetto di cui si raffigura un piccolo squarcio – ancora umanamente comprensibile – nell’immagine che appare qui sopra. Volendo sorbire appieno il terribile aspetto spettrale del posto, si consiglia la più ampia visione da drone, visibile qui. I finti chateaux francesi – tutti vuoti, tutti identici, ognuno sul proprio francobollo di terreno da 324 mq – che costituiscono il desolato villaggio residenziale di Burj Al Babas Villa sono per il momento 587. Il progetto si trova vicino al paese di Mudurnu, a circa metà strada tra Istanbul e Ankara nella Turchia settentrionale. Le unità immobiliari – tutte con la stessa torretta tonda all’angolo e un’altra torretta quadrata sopra la porta principale – a progetto completato dovrebbero essere 732, ma l’esito è improbabile, vista la bancarotta del costruttore, il Gruppo Sarot, una delle più catastrofiche che il Paese ricordi. Le unità sono tutte indipendenti e realizzate in una sorta di neogotico francese da fumetto, in teoria ispirato al Castello di Chenonceau nella Loira, una volta residenza di Caterina de’ Medici, la regina consorte di Francia nella seconda metà del 16° secolo. Come in ogni grande bancarotta che si rispetti, le cause della catastrofe – oltre all’aspetto tremendo del progetto – sono controverse. In un’intervista all’Agenzia Bloomberg, qui, il Presidente del Gruppo Sarot, Mehmet Emin Yerdelen, ha dato la colpa agli acquirenti, perlopiù arabi dei Golfo, che al momento di pagare la nuova proprietà non volevano più saldare il conto… Yerdelen non dispera però: “Dobbiamo vendere solo altre cento ville per coprire i debiti. Credo possiamo superare la crisi in quattro o cinque mesi, per inaugurare parzialmente il progetto entro il 2019”. Courtesy James Hansen Nota...

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