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Incontro con il “Fotocrate” Michele Smargiassi, di passaggio in città.

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Incontro con il “Fotocrate” Michele Smargiassi, di passaggio in città.

Di passaggio a Torino per intervenire ad una conferenza da Camera, Centro Italiano per la Fotografia,  che ha da poco inaugurato una grande e sorprendente mostra di Erik Kessels, abbiamo intercettato Michele Smargiassi. Giornalista, scrittore, autore del seguitissimo blog Fotocrazia ospitato sul sito del quotidiano La Repubblica, dove con arguzia e sottile provocazione ferma in posa, il nostro tempo, abbastanza da leggerlo attraverso l’argomento della fotografia.   La fotografia è diventato improvvisamente un argomento ? La fotografia….non so se è diventato un argomento, sicuramente se lo è, è deprecatorio. Nel senso che si parla di molto delle fotografie propriamente digitali, ma di quelle che scambiamo, condivise, orrizzontali, e per di più se ne parla male, come un declino morale o psicologico. Tutti narcisisti, tutti bambini. Un giudizio sull’avvento della foto da tasca, che non condivido, lo ritengo sbagliato, è legato all’incapacità di capire cosa sta succedendo alla fotografia oggi. Sta attraversando una rivoluzione, diversa da come la si pensava anni fa, mi riferisco alle immagini smaterializzate, senza sostanza, tutti dicevano non c’è più il rapporto con la realtà. Balle… la foto ha continuato a funzionare esattamente come prima e nelle funzioni di prima. Il problema è che la fluidità digitale ha dato luogo a nuove funzioni che prima trovavano un limite fortissimo nella tecnica; non erano riproducibili, la stragrande maggioranza di foto che si facevano nel mondo, intendo quelle private, delle vacanze della morosa, erano stampate in unica copia, poi si perdeva il negativo ed era finita così. Erano foto uniche, dovevi rifotografarle se volevi una copia in più, visto che i negativi si perdevano spesso.La foto privata anche prima istituiva relazioni, però erano foto “in presenza”, affabulatorie, si mostravano agli amici, ci si parlava sopra. Dirette sempre a destinatari conosciuti, viso a viso. Mentre adesso grazie a questa fluidità possiamo condividerle, sono come palloncini in aria, dove cadono cadono non sappiamo nemmeno chi le guarderà e dove. Non possiamo più sapere dove una nostra foto sia andata a finire, in Asia, in Alaska. Quello che è davvero cambiato è questa simultaneità, diffusione universale, l’orizzontalità, con il suo carattere effimero. Diffuse così, vivono il momento della condivisione e poi difficilmente restano. Non vengano riguardate. Adesso ci sono le storie su istagram, su fb ect, posti e poi il giorno dopo spariscono, la fotografia ha guadagnato un altro  status.  In fondo cosa è rimasto del bacio dato ieri, dello scapaccione, della carezza, era importante? Certo che si ! Eppure quei momenti si sono dissolti. La foto ha raggiunto la fluidità dei linguaggi paraverbali, della prossemica: insomma tutte quel linguaggi che noi usavamo per relazionarci con gli altri, adesso abbiamo anche la foto. Parallelamente, però, sui media tradizionali c’è un recupero del tema, su Repubblica su cui scrivi, su Internazionale e altri ancora…Cosa che ieri non accadeva così spesso. Se sia merito di questa nuova attenzione alle immagini sarebbe tanto di guadagnato, non lo credo però, il fatto che ci sia più attenzione, una maggiore considerazione nel panorama culturale. Era considerata semplicemente uno strumento d’illustrazione. Anche se abbiano avuto stagioni in cui il fotoreportage era ben più visibile, rispetto a oggi. La foto su gli organi di stampa anche se sempre subordinata alla parola, era molto presente. C’è stato un momento in cui le foto erano un linguaggio colto, se adesso torna è anche perché il mercato...

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La Lirica occupa – simbolicamente – le Sovrintendenze. Ridiscutere la riforma è l’obiettivo.

Pubblicato da alle 12:01 in DOXA segnalazioni, Economia, Eventi, Musica, Prima pagina | 0 commenti

La Lirica occupa – simbolicamente – le Sovrintendenze. Ridiscutere la riforma è l’obiettivo.

Riceviamo e pubblichiamo da: le OO.SS. territoriali di Torino e le RSU del Teatro Regio di Torino Per rilanciare il ruolo della lirica, per tornare a essere un Paese che attrae le eccellenze e per bloccare l’attuale fuga degli artisti, il giorno la Sovrintendenza del Teatro Regio di Torino verrà occupata simbolicamente, contemporaneamente all’occupazione delle Sovrintendenze di tutte le 14 Fondazioni Lirico-Sinfoniche Italiane. In quella sede, i Segretari territoriali CGIL, CISL, UIL, FIALS e le RSU del Teatro Regio di Torino consegneranno un documento sindacale unitario nazionale al Sovrintendente Walter Vergnano. Inoltre, dalla Sovrintendenza del Teatro Regio di Torino, le segreterie OO.SS. e le RSU terranno una conferenza stampa per spiegare la grave situazione generata dall’articolo 24 della legge 160/2016 che intende declassare i teatri che non raggiungeranno il pareggio di bilancio. Le Fondazioni Liriche da tempo sono interessate da una crisi debitoria, principalmente dovuta alla progressiva riduzione delle risorse pubbliche.  I provvedimenti legislativi, emanati fino a oggi dal Governo Italiano, hanno indicato quale soluzione a questo problema il taglio del costo del lavoro. Questo intervento non ha ridotto i debiti ma ha comportato la perdita di posti di lavoro, la riduzione degli stipendi dei lavoratori e la chiusura dei corpi di ballo, oltre a esternalizzazione dei servizi, interruzioni di attività e aumento della precarietà. Noi chiediamo di discutere una vera riforma delle Fondazioni Liriche, che abbia come base la tutela dei dipendenti, la garanzia di contributi pluriennali basati su un forte coordinamento tra le risorse nazionali e quelle locali, la garanzia di una governance trasparente e un’attenta vigilanza da parte del Ministero. le OO.SS. territoriali di Torino  e le RSU del Teatro Regio di...

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La UE ci dice che il 2018 sarà l’anno del Patrimonio Culturale Europeo.

Pubblicato da alle 11:14 in DOXA segnalazioni, Innovazione, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

La UE ci dice che il 2018 sarà l’anno del Patrimonio Culturale Europeo.

Il 9 febbraio 2017 i rappresentanti del Consiglio e del Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio su una decisione che istituisce un Anno europeo del patrimonio culturale 2018.  Il patrimonio culturale comprende le risorse del passato in una varietà di forme e aspetti. Include i monumenti, i siti, le tradizioni, la conoscenza tramandata e le espressioni della creatività umana, nonché le collezioni conservate e gestite da musei, biblioteche e archivi. Scopo di questa iniziativa è sensibilizzare all’importanza della storia e dei valori europei e rafforzare il senso d’identità europea. Al tempo stesso, si punta a richiamare l’attenzione sulle opportunità offerte dal nostro patrimonio culturale, ma anche sulle sfide cui è confrontato, come l’impatto del passaggio al digitale, le pressioni a livello fisico e ambientale sui siti del patrimonio e il traffico illecito di beni culturali. Gli obiettivi principali di questo Anno europeo sono: promuovere la diversità culturale, il dialogo interculturale e la coesione sociale evidenziare il contributo economico offerto dal patrimonio culturale ai settori culturale e creativo, compreso per le piccole e medie imprese, e allo sviluppo locale e regionale sottolineare il ruolo del patrimonio culturale nelle relazioni esterne dell’UE, inclusa la prevenzione dei conflitti, la riconciliazione postbellica e la ricostruzione del patrimonio culturale distrutto L’Anno europeo potrà contare su una dotazione finanziaria dedicata pari a 8 milioni di EUR. Rappresentanti del Parlamento europeo potranno partecipare in qualità di osservatori alle riunioni dei coordinatori nazionali organizzate dalla Commissione per lo svolgimento dell’Anno europeo. “In quanto Europei, disponiamo di un patrimonio culturale particolarmente ricco, frutto della nostra lunga storia comune. Mi rallegro dell’opportunità di celebrare questo patrimonio e sono fiero di tutto quanto costituisce la nostra comune identità europea”. Owen Bonnici, ministro maltese della giustizia, della cultura e degli enti locali Il Coreper sarà invitato ad approvare l’accordo in una delle prossime riunioni. Il presidente del Coreper invierà quindi una lettera al presidente della commissione CULT del Parlamento europeo, indicando che, se il Parlamento adotterà in plenaria il testo di compromesso approvato dal Coreper, il Consiglio adotterà il testo in prima lettura senza modifiche.  Ciò dovrebbe consentire l’entrata in vigore della nuova normativa con sufficiente anticipo affinché la Commissione e gli Stati membri possano provvedere per tempo ai necessari preparativi.    L’idea di un Anno europeo del patrimonio culturale è stata sollevata per la prima volta nel 2014, quando il Consiglio vi ha fatto riferimento nelle sue conclusioni sulla governance partecipativa del patrimonio culturale. Ha ricevuto il convinto sostegno del Parlamento europeo e, nell’agosto 2016, la Commissione ha presentato la sua proposta relativa a un Anno europeo del patrimonio culturale.  Il Consiglio ha adottato un orientamento generale sulla proposta il 22 novembre 2016....

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Quando la balena ti uccide. Un gioco pericoloso e macabro gira indisturbato per la rete.

Pubblicato da alle 17:34 in DOXA segnalazioni, Medicina, Prima pagina | 0 commenti

Quando la balena ti uccide. Un gioco pericoloso e macabro gira indisturbato per la rete.

  The blue whale challenge: un gioco macabro, sinistro, pieno di colpi di scena e di continui sfide. Per andare avanti devi “farti del male”, punirti con delle vere e proprie torture fisiche e psicologiche. I giocatori, soprattutto adolescenti, non sanno resistere. In Russia ha mietuto più di 158 vittime. Perché la regola è non fermarsi e concludere: con la morte. I partecipanti vincono morendo.  E a decidere il posto e la data della tua morte non sei tu, ma quelli che in maniera subdola tessono la tela della tua giovane vita. E tutto proposto in rete per uno scopo concreto. Ammonire? Essere cliccati? Governare e dirigere il modo di pensare dei giovani? Non si sa. Di certo l’ideatore di questo assurdo gioco aveva in mente il completo controllo del loro pensiero e delle loro azioni, il loro annientamento psicologico, la loro totale alienazione e apatia. La loro morte. The blue whale challenge è una sorta di suicidio assistito, un complotto formale ordito a dovere a discapito della libertà personale dei giocatori. Il curatore del gioco non demorde e chiede sempre; propone e impone ogni giorno sfide più difficili e arditi. La provocazione maggiore – che diventa persino una minaccia –  è  quella finale: perdere se stessi, rinunciare alla propria vita, autodistruggersi. Il tutto ripreso da altri giocatori o amici, che hanno l’ingrato compito di filmare l’atto finale e di caricarlo in rete. Che cosa sta succedendo? Perché questi giovani hanno ceduto a tale sfida assurda? Perché farsi del male? Che cosa succede quando entra in gioco la competizione? Quali sono le armi da impugnare per riuscire sempre ad essere padroni di se stessi, anche in uno passatempo emotivamente pericoloso? Qual è l’effetto finale di questo gioco assurdo? Cercare emozioni forti che ti facciano vivere? Provare l’ebbrezza di essere “famosi”,  di essere ricordati per aver fatto qualcosa di veramente “unico”? Punire forse qualcuno? I genitori, la società, gli amici? Sono domande che sorgono spontanee e che mettono in crisi l’intero sistema educativo familiare e sociale. C’è una serie tv molto in voga ultimamente, che propone lo stesso tema: il suicidio. Thinteen reason why  (“Tredici” in Italia)  trasmesso su Netflix racconta la fragilità personale di un’adolescente, un’adolescente in cerca di amore e di tenerezza, di un senso alla propria vita. Le tredici audiocassette che lascia per spiegare il suo gesto estremo non sono altro che una richiesta di aiuto. Ma nessuno si rende conto del suo disagio, della sua necessità di essere “unica” per qualcuno. L’unicità è un valore che conduce all’equilibrio interiore e alla felicità. E’ un’arma potente, autentica, che stimola la capacità di desiderare. L’unicità costruisce la personalità e rigetta l’omologazione. L’unicità non riconosciuta provoca diffidenza, noia, morte. Tutti abbiamo bisogno di essere accolti nella nostra unicità, soprattutto i giovani. Perché tutti abbiamo bisogno di essere stimati. Quando la società individualista ha il sopravvento su questa prospettiva di scoperta e di conquista di sé, tutto appare irreale, vuoto, inutile. E allora vince la rete, la voglia di strafare, di annientarsi. Per superare questo disagio Seneca suggerisce una via di uscita: avere un obiettivo da raggiungere. “La vita, senza una mèta, è vagabondaggio”. Avere uno scopo nella vita, un’ambizione, una passione da coltivare suscita interesse e voglia di vivere. E’ questa la vera vittoria: saper valorizzare quello che siamo...

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Rinascimento ovidiano: un itinerario che dura da duemila anni.

Pubblicato da alle 10:33 in DOXA segnalazioni, Eventi, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Rinascimento ovidiano: un itinerario che dura da duemila anni.

    Si potrebbe scrivere di tutto e di più sul grande poeta latino, Publio Ovidio Nasone, ma anche no.  Dipende dal punto di partenza. Se vogliamo solo omaggiarlo, visto che ricorre il bimillenario della sua morte, allora possiamo affiancarci a tutte le istituzioni che nel corso dell’anno lo commemoreranno. Se, invece, vogliamo cercare di riproporlo in chiave moderna  – o semplicemente ricordarlo per essere stato un grande  “affabulatore” – allora diventa, nell’immaginario collettivo un “poeta – simbolo” del nuovo millennio. Ovidio ha intrigato anche il grande Dante, che non tarda a posizionarlo nel Limbo (Inferno, IV 79 e ss)  insieme ai poeti Omero, Orazio e Lucano  e a tributargli gli onori che merita. Tra gli “spiriti magni”.  Tutta La Divina Commedia è piena di allusioni alle metamorfosi ovidiane e Ovidio, padre dei miti e mito egli stesso, diventa per Dante maestro di moltiplicazioni di senso e di contrapposizioni figurali, serbatoio di similitudini, immagini e riferimenti al mondo classico.  La sua abilità stilistica risulta contagiosa, soprattutto nelle “narrazioni delle trasformazioni” . Tutto muta in continuazione, anche lo stesso Dante – personaggio. E il problema dell’emulazione e dell’imitazione avviene sia a livello microtestuale che macrotestuale.  In un certo senso, le Metamorfosi di Ovidio suggeriscono l’impianto strutturale de La Divina Commedia e ne indicano la strategia narrativa dantesca di tutte e tre le cantiche. Dunque, non parliamo di aria fritta! L’importanza sostanziale del poeta latino nella letteratura è indiscussa. Esploratore dell’uomo e della storia, dell’amore e dell’eros, del fuoco passionale e della leggerezza quasi ancestrale della purezza. Con la sua potenza espressiva spiazza gli amanti del linguaggio forbito e i fautori dell’elegia e della scrittura. Ovidio sceglie uno stile espressivo “rilassato e aperto”, facile ma spesso contraddittorio.  Scrivere di lui e su di lui è quasi inutile, perché ognuno coglie l’aspetto che maggiormente lo seduce, interpretandolo e invertendolo.  Non si può fare a meno di “innamorarsi” della sua arte, audace ed acuta, simbolica e metaforica. La sua profonda conoscenza dei generi narrativi, suggerisce un percorso ricco e variegato di scrittura, che spazia dall’elegia all’epica, dalla precettistica alla fabula e al racconto. Le Metamorfosi e il trittico dedicato all’eros dell’Ars amatoria  sono – forse –  l’espressione più piena della inesauribile vitalità della sua arte.  Poeta alla moda dell’età augustea, contrastato o ben voluto, Ovidio sa che la sua fama andrà oltre il tempo “perque omnia saecula  (…) vivam” (Metamorfosi, XV, 878-879).  E’ quasi sicuro. Insolenza? No. Profezia che si auto-avvera. Perché parla e presenta il mito così com’è: umanizzandolo e divinizzandolo allo stesso tempo. Gli déi e gli eroi ovidiani sono lì per alimentare l’immaginazione del poeta, che li conduce verso la loro unica via d’uscita: il riscatto. Il verso diventa così espressione dello spirito, abile, incantevole, musicale.  Per questo tutte le sue opere sono proiettate verso un’epoca spaziale indistinta, senza confini fisici, geografici o politici. Ovidio è un  artista dinamico, versatile e soprattutto “moderno”. E’ un poeta contento di raccontare e trasmettere emozioni.  La sua costante gioia di scrivere, di raccontare in maniera morbida e sinuosa la “meraviglia delle mutazioni” si avverte in ogni parola, in ogni verso, in ogni forma, in ogni espressione sonora, in ogni enfasi.  Arte inimitabile la sua, ma anche flessibile, spontanea e accattivante. Ricordarlo è un dovere, perché ha arricchito e continua ad arricchire il nostro...

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Here, lo “State of the art” alla Cavallerizza Reale. Ri-vedere un contesto per ri-immaginarlo.

Pubblicato da alle 10:59 in DOXA segnalazioni, Eventi, Innovazione, Mostre, Prima pagina | 0 commenti

Here, lo “State of the art” alla Cavallerizza Reale. Ri-vedere un contesto per ri-immaginarlo.

Portare all’attenzione della cittadinanza la situazione della Cavallerizza Reale, patrimonio Unesco da anni lasciato in stato di abbandono, questa è una delle motivazioni principi che ha fatto sì che dal maggio dal 2014 un collettivo autogestito di cittadini ha riaperto una parte degli spazi – che includono 2 teatri, aree comuni, giardini reali e più di 100 stanze – con l’intento di preservarli dal degrado e trasformarli in polo culturale attivo. La Cavallerizza è diventata un centro di notevole vitalità dando vita a più di 1000 eventi tra cui musica, spettacoli, mostre, cinema, workshop. Con questa disposizione ha organizzato la seconda edizione di Here, che si terrà da venerdì 19 a domenica 28 maggio 2017, organizzata dal gruppo Arti Visive, parte del collettivo Cavallerizza, composto unicamente da volontari, come tutti gli altri gruppi attivi (Arti Sceniche, Arti Musicali, Polo Letterario, ecc.). L’evento sarà autogestito ed autofinanziato. L’invito a partecipare alla seconda edizione di HERE era rivolto ad artisti e curatori maggiorenni di qualsiasi nazionalità, previa presentazione di programma e approvazione, insomma lo stesso metodo decisionale in vigore in ogni istituzione pubblica o privata. Tra i molti progetti presentati ne abbiamo individuato uno che possiede caratteristiche di singolare attualità, essendo legato al connubio, relazione, tra arte e scienza. Così lo racconta a GazzettaTorino il curatore Emanuele Pensavalle. “Per scienza in generale si intende un sistema di conoscenze ottenute attraverso un’attività di ricerca e con procedimenti metodici e rigorosi, allo scopo di giungere ad una descrizione, verosimile, oggettiva e con carattere predittivo, della realtà universale e delle leggi che regolano l’occorrenza dei fenomeni. Ma anche l’arte è ricerca, una ricerca talmente spinta e innovativa da condurre spesso a rivoluzioni (Paul Gauguin diceva infatti che “l’arte è o plagio o rivoluzione”). Ecco allora che per arte e scienza è possibile individuare un percorso comune costituito appunto dalla necessità strutturale di ricercare. L’espressione anglosassone “state of the art” è comunemente usata in campo scientifico per indicare quanto di più aggiornato e, spesso, innovativo sia disponibile in un certo settore. Trasferendo tale concetto in un contesto artistico variegato e sufficientemente vasto da essere sostanzialmente irrappresentabile, l’espressione singolare si manifesta assolutamente inadeguata, in quanto confina gli artisti in un’uniformità di ruoli poco rappresentativa della pluralità delle anime del gruppo. Il titolo del progetto, Gli Stati dell’Arte, è allora declinato al plurale, quasi in assonanza con le variazioni chimiche degli elementi, per rappresentare le diverse anime creative di un gruppo di artisti che non disdegna di approfondire il pensiero scientifico e di usarne le scoperte rielaborandole attraverso le proprie modalità artistiche. La mostra vuole quindi esprimere la vicinanza delle proposte creative alle scienze che, in modo più o meno esplicito o consapevole, hanno guidato la mano e le idee degli artisti coinvolti, esponendo sia lavori che della ricerca scientifica offrono percorsi rigorosi, sia lavori in cui la scienza sfuma, si cela per il prevalere della forza della creazione artistica”. Abbiamo deciso di pubblicare informazioni e pensieri legate alle opere ma non le immagini delle stesse, questo per suscitare curiosità e indurre chi legge a recarsi alla Cavallerizza a curiosare.     Genetica Attraverso gli studi di dattiloscopia, la scienza che studia le impronte digitali, sappiamo che la probabilità che vi siano due impronte perfettamente uguali tra loro è di una su circa sedici miliardi. Ma forse maggiore è la...

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Torino sulla luna. Il progetto per le Ogr riportano la città al centro dell’attenzione internazionale.

Pubblicato da alle 11:53 in DOXA segnalazioni, Eventi, galleria home page, Innovazione, Mostre | 0 commenti

Torino sulla luna. Il progetto per le Ogr riportano la città al centro dell’attenzione internazionale.

Si ritorna importanti. Di nuovo al centro della scena. La città ha posto le basi per riconquistare il proscenio europeo, la ribalta che si era fatta scivolare via dalle mani in anni di scelte molto discutibili e di assidua indifferenza. Ancora una volta si guarda al futuro partendo dal passato. Il passato è la grande industria, le Officine Grandi Riparazioni, uno spazio enorme raccolto nell’acronimo OGR che la Fondazione CRT di Torino ha deciso di riportare a nuova vita restaurandola e assegnandole la funzione di nuovo ombelico per l’arte contemporanea; riqualificate e restituite alla città saranno il nuovo Distretto della Creatività e dell’Innovazione. Un progetto di riconversione unico per l’ampiezza degli spazi, circa 35 mila metri quadrati e a tutti gli effetti visionario; visionario con il tipico pragmatismo torinese. Quindi nessun salto nel buio, ma una scommessa in cui le probabilità di vittoria sono decisamente alte. La collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo prelude a scelte di taglio internazionale e scevre da ogni provincialismo. La presentazione del programma delle OGR, che apriranno le danze il 30 settembre, è stato presentato a Venezia nel giorno di apertura della 57esima Biennale d’Arte. E in sintesi ecco primi artisti e curatori internazionali al centro del programma di Arti Visive delle nuove OGR, affidato alla Direzione Artistica di Nicola Ricciardi. C’è una insopprimibile voglia di credere e dare credito alle parole pronunciate dal Direttore Generale delle OGR Massimo Lapucci: Le nuove OGR, tra i principali progetti di venture philanthropy oggi in Europa, rafforzeranno il ruolo di Torino come una delle capitali mondiali dell’arte contemporanea. Alcuni tra i più grandi artisti hanno scelto di creare progetti ad hoc per questo spazio straordinario, che ha l’ambizione di diventare sia un riferimento internazionale nel settore, sia una nuova opportunità per favorire la contaminazione tra eccellenza e giovani talenti, affermati ed emergenti. Questo in totale sinergia con le azioni da sempre promosse e realizzate dalla Fondazione CRT per lo sviluppo e la crescita del territorio, attraverso un fondamentale interscambio con best practice nazionali e estere”. Per l’inaugurazione verrà insediata un’opera d’arte pubblica dell’artista sudafricano William Kentridge, nel cortile antistante l’ingresso alle OGR sul lato Est, un intervento ispirato alla vocazione ex-industriale e operaia delle Officine Grandi Riparazioni. La scultura, in metallo nero, composta da una processione di figure, allude al lavoro di riparazione dei treni e dei corpi. L’opera, è intitolata “Procession of Reparationists” (“Processione. I Riparazionisti”). Il 3 novembre, in concomitanza con la fiera d’arte Artissima, inaugurerà invece la prima grande mostra collettiva delle OGR, Come una Falena alla Fiamma, a cura di Tom Eccles, Liam Gillick e Mark Rappolt, in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Il 2018 vedrà l’alternarsi di mostre personali di artisti di assoluto rilievo internazionale, tra cui Tino Sehgal, Susan Hiller, Mike Nelson, oltre che un’altra importante mostra collettiva in collaborazione con il Castello di Rivoli. Il Big Bang con Tuttofuoco: un ponte tra il mondo dell’arte e l’universo di CasaOz. Il 30 settembre prenderà anche il via il “Big Bang”, la grande festa di riapertura delle OGR che per due settimane, fino al 14 ottobre, offrirà concerti, mostre interattive e laboratori per bambini con ingresso libero e gratuito per tutti. Per questa occasione, Patrick Tuttofuoco, artista italiano, realizzerà insieme ai piccoli ospiti di CasaOz, un paesaggio futuristico di 2.500 metri quadri...

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Pappi Corsicato porta al cinema vita e arte di Julian Schnabel.

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Pappi Corsicato porta al cinema vita e arte di Julian Schnabel.

Articolo uscito su La Voce di New York.   – www.lavocedinewyork.com –  di Viola Brancatella Intervista al regista italiano che racconta gli artisti più celebri del nostro secolo. “Julian Schnabel: A Private Portrait” del regista Pappi Corsicato è il titolo del documentario presentato al Tribeca Film Festival e  in uscita nelle sale americane. Un affresco personale e intimo dell’artista newyorchese, che racconta la sua infanzia, i suoi primi successi come pittore nella New York anni ’80, i suoi film come regista e la sua vita negli anni più recenti” Julian Schnabel: A Private Portrait è il titolo del documentario che ha riportato il regista italiano Pappi Corsicato a New York dopo alcuni anni di lavorazione. Una lunghissima serie di documentari e opere di video-arte alle spalle, alcuni lungometraggi pluripremiati, gli studi tra New York e Madrid, la sua vita adulta tra Roma e Napoli (la sua città natale), Pappi Corsicato ormai è una garanzia se si parla di arte contemporanea al cinema. Nato a cresciuto a Napoli da un padre cinefilo, all’età di vent’anni, Pappi si è trasferito a New York per studiare recitazione e danza con Alvin Ailey. Era il 1890 e all’epoca New York era il centro mondo. Si stava formando una nuova generazione di artisti e c’era spazio per tutti, pittori, ballerini, musicisti, fotografi. Erano gli anni della cocaina, delle tensioni razziali e della decadenza urbana, ma anche della Factory di Andy Warhol, della sperimentazione artistica e della cultura underground. Un’età dell’oro per l’arte che esaudiva il sogno americano di tanti giovani aspiranti artisti, come Pappi Corsicato e Julian Schnabel, il personaggio principale del suo ultimo documentario. Dopo gli anni americani, nel 1987 Pappi è tornato a Italia e dopo un po’ – era il 1990 – si è ritrovato sul set di Légami! di Pedro Almodovar, come assistente, esperienza che in Italia che gli è valso  il soprannome di “Almodovar nostrano”. Nel 1993 ha debuttato come regista nel lungometraggio Libera, girato a Scampia, premiato con il Nastro d’Argento come miglior opera prima. Da allora ha diretto i lungometraggi  I buchi neri nel 1995, l’episodio La stirpe di Iana nel film collettivo I Vesuviani del 1997, Chimera nel 2001, Il seme della discordia nel 2008,  Il volto di un’altra nel 2012. Nel corso della sua carriera ha vinto un Globo d’Oro e un Ciack d’oro e ha diretto due videoclip, uno per Nino D’Angelo e l’altro per gli Almamegretta. Ha preso parte al al documentario di Laura Betti Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno e i fratelli Cohen gli hanno dedicato un personaggio con il suo nome all’interno del film A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis).   Dal 1995 a oggi, inoltre, ha diretto quasi 40 documentari sull’arte contemporanea, tra cortometraggi, lungometraggi e video-arte, partendo dalle installazioni di alcuni degli artisti più celebri del nostro secolo, tra cui molti esponenti della corrente dell’arte povera, come Mimmo Paladino, Jannis Kounellis, Rebecca Horn, Richard Serra, Ettore Spalletti, Luigi Ontani, Gilberto Zorio, Giulio Paolini, il duo Gilbert & George, Mario Merz, proiettati in televisione, all’interno di mostre personali e in alcuni musei prestigiosi, come il Tate Modern Museum di Londra e il Centre Pompidou di Parigi. Negli anni 2000 ha diretto la Carmen di Georges Bizet al teatro San Carlo di Napoli e La voce umana di Jean Cocteau al festival di Ravello. Nel 2009 ha girato Povero ma moderno, un documentario di 50 minuti su Armando Testa, il famoso pubblicitario italiano con la passione per la pittura, che per lunghezza e uso del materiale d’archivio può essere considerato l’antesignano di Julian Schnabel: A Private...

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Cos’è il Kairòs, da dove viene, è davvero una porta sull’interiorità ?

Pubblicato da alle 18:20 in DOXA segnalazioni, Innovazione, Prima pagina | 0 commenti

Cos’è il Kairòs, da dove viene, è davvero una porta sull’interiorità ?

Il Kairòs è un’iniziativa, unica nel suo genere, proposta dalle scuole dei Gesuiti durante il quarto anno della scuola secondaria. Si tratta di un ritiro spirituale che segue lo stile degli esercizi ignaziani (metodo di spiritualità proprio della Compagnia di Gesù che prende il nome dell’opera “Esercizi spirituali” di Ignazio di Loyola (1491/1556), religioso spagnolo fondatore della Compagnia di Gesù) pensati per i ragazzi della scuola. Il significato di questa parola greca,  ha come accezione generale quella di ‘tempo’.  Nell’antica Grecia vi erano due modi per indicare lo scorrere del tempo che ne descrivevano anche due differenti caratteristiche: il primo era il termine χρονος (chronos) che si riferiva al tempo cronologico e consequenziale, e aveva un significato quantitativo, mentre il secondo era καιρος (kairòs) “un tempo nel mezzo”, un periodo di tempo indeterminato nel quale “qualcosa” di speciale accade, che aveva invece una natura qualitativa. Questo ritiro viene proposto ai ragazzi per poter indagare la propria situazione personale e comunitaria attraverso una serie di domande caratteristiche di questa esperienza: chi sono veramente io? Come mi pongo in relazione con i miei amici, i miei genitori, il mondo? Quali sono le persone e le cose che davvero contano nella mia vita? Dove posso trovare l’amicizia con Dio nella mia vita? Su cosa occorre che io faccia leva affinché la mia vita abbia davvero senso per me e per il mio prossimo? Chi è Gesù per me? Le attività vengono coordinate da un gruppo di studenti, che per l’occasione vengono definiti “studenti-leader”, coetanei dei partecipanti, che hanno già vissuto questa esperienza in precedenza e si sono formati per suggerire spunti di riflessione. Questo percorso è organizzato con una permanenza di circa 4 giorni, a cui i ragazzi dell’Istituto Sociale di Torino e dell’Istituto Leone XIII di Milano hanno partecipato ed è stato prescelto come luogo il convento di Villa San Pietro a Susa. I partecipanti sono ospitati in camere singole affinché si possa riuscire a riflettere senza venire condizionati da altre persone e vengono presi in custodia gli oggetti tecnologici di modo da cercare di evitare le mille distrazioni e connessioni con il mondo fuori. Da dove nasce l’idea di questi ritiri? Nasce da un’esperienza ampiamente collaudata nelle scuole dei gesuiti negli USA e in alcuni Stati europei come Polonia e Lituania. La particolarità è che il Kairòs sia un ritiro dove il luogo d’esercitazione non è vincolante, ossia qualsivoglia struttura può diventare la sede ideale per il compito. Il Kairòs è stato definito “una porta sull’interiorità”, dove le domande più grandi per ogni individuo si presentano una di seguito all’altra, quasi a bombardarlo di input emotivi, innescando un meccanismo infinito che fa nascere domande da altre domande, a cui si cerca di dare risposta.  Non bisogna però pensare che possa arrivare l’illuminazione, quella che aiuterà a rispondere alle nostre domande esiziali ed esistenziali. Per questa occasione di viaggio interiore è destinato un tempo dedicato e le riflessioni che ne scaturiscono possono, nell’eventualità che lo si desideri, essere condivise con gli altri. Accade mai che ci soffermiamo su di noi? Su chi siamo, cosa pensiamo, cosa vogliamo, insomma le grandi domande che da sempre l’uomo si pone, raramente trovando risposta. Il Kairòs è sicuramente un utile e propedeutico strumento tra il filosofico e lo spirituale per riappropriarsi del proprio tempo e la propria...

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La solita solfa! Turbati e turbolenti, ansiosi e sempre alla ricerca di nuove emozioni e sentimenti.

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La solita solfa! Turbati e turbolenti, ansiosi e sempre alla ricerca di nuove emozioni e sentimenti.

  Passionali, irascibili, prepotenti, ubriachi di tecnologia e di social network, amanti del rischio fino all’eccesso, ma anche depressi, impoveriti nel corpo e nello spirito, schiacciati dal tempo che passa e che non ritorna, dalle mode del momento, dal rifiuto sociale. Turbati e turbolenti, violati e violenti, ansiosi e sempre alla ricerca di nuove emozioni e sentimenti. E’ la solita solfa ! Parliamo dei giovani e non sappiamo – o non vogliamo saperlo! – chi sono e che cosa vogliono, ma siamo sempre portati a giudicarli e condannarli. Tanto che ormai è luogo comune il solito ritornello che rimbomba: “non cambieranno mai, sono indisponenti e viziati”. Non sto esagerando. E’ quello che sento dire in giro e che mi dicono continuamente gli adulti, come me. E le lamentele non si fermano qui, ma non voglio continuare: mi sembra di depauperarli. I giovani d’oggi, è vero, sono più insicuri e indisponenti, collerici e incontenibili. Vivono di eccessi: alcol, droga, gioco, sesso…, ma mirano in alto, anche se spesso non hanno un obiettivo preciso da raggiungere. Non si conoscono fino in fondo e a volte si celano dietro il giudizio del gruppo o dei social. Non si accettano, perché non vengono accettati; non hanno valori, perché forse non li ricevono? Non riconoscono l’autorità, perché spesso manca o è poco autorevole e credibile. Sono soggetti a continui cambiamenti e novità. E’ la loro vita, sempre in movimento, senza radici, senza certezze. Ma non è loro la colpa! Prima di puntargli il dito contro, bisognerebbe fare un’attenta analisi di ciò che eravamo noi, adolescenti di ieri e di ciò che siamo diventati, adulti di oggi. Aristotele, il grande filosofo greco diceva che i giovani si sentono onnipotenti. Che cosa pretendiamo? Lo dicevano i Greci per i loro ragazzi e noi ci stupiamo dei nostri? Corsi e ricorsi storici. Repetita iuvant! Se dovessimo fare un paragone, ma penso sia persino inutile a questo punto, potremmo dire che noi, giovani di ieri vivevamo in tempi più “umani”, in tutti i sensi. Forse perché, per un forte senso di protezione, l’informazione arrivava col contagocce e spesso era anche “filtrata”. Le famiglie, però, erano più unite e anche vicine fisicamente. Si condividevano di più passioni ed interessi e si viveva in modo morboso e a volte sbagliato, il rispetto e la cortesia. L’adulto era quasi “venerato”. E’ un bene ricordarlo, perché è un valore aggiunto alla nostra vita professionale e sociale. Indica la differenza, se di differenza si può parlare, tra i giovani di ieri e i giovani di oggi. Non è facile trasmettere quello che eravamo. Come loro eravamo insicuri, frustrati, indifesi e sognatori, ma siamo cresciuti più in fretta, autogestendo la nostra gioventù. Erano i tempi dei grandi cambiamenti storici e sociali, delle grandi battaglie. Delle forti rivincite generazionali. Oggi, in realtà, non è cambiato niente. Anche i nostri giovani “lottano” per emergere, perché sentono – come noi allora – il bisogno di prendere coscienza del proprio valore, della propria vita. Il confronto con l’altro diventa una sfida, ma solo i più forti riescono a uscirne vittoriosi: quelli che sanno superare l’indifferenza umana e la violenza, che non si arrendono, che non dipendono dal giudizio degli altri, che sanno essere se stessi.  Conquista solo interiore, forse? Ma è  già  sufficiente per autostimarsi, per rialzarsi e...

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