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Il Populismo che non ti aspetti. I sondaggi aprono scenari insospettabili.

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Il Populismo che non ti aspetti. I sondaggi aprono scenari insospettabili.

Troppi numeri! Ma almeno sono numeri interessanti. La Nota di oggi “saccheggia” una serie di ricerche demografiche condotte come parti del progetto “Globalism” della rispettabile sondaggista YouGov. Hanno molto da dire sull’Italia rispetto al resto del mondo. Senza uccidere l’interesse rilevando troppo presto “come finisce”, ma la risposta è “sorprendentemente bene”. Risulta perfino che l’Italia si ammira… In Italia il termine “populista” non è molto ben definito e perlopiù sembrerebbe avere acquisito il senso di “politico o elettore di un partito non di diritto divino”. Altrove, dove si tenta di studiare il fenomeno con rigore accademico, i sondaggisti internazionali hanno creato una definizione più precisa: Il populista è una persona che si dichiara d’accordo con le due frasi: “Il mio paese è diviso tra le persone comuni e le élite corrotte che le sfruttano” e “La volontà popolare dovrebbe essere il più alto principio politico di questo paese”. Posto in questi termini l’Italia non è particolarmente populista. Finisce infatti ben giù nella graduatoria del populismo (qui a fianco) dei paesi compresi in una ricerca demografica YouGov, sostenuta dal quotidiano progressista inglese The Guardian e dal Bennett Institute for Public Policy all’Università di Cambridge. L’Italia, populista al 20%, è lontana dai fasti raggiunti dai primi in classifica: Brasile (al 42%), Sud Africa (39%), Thailandia e Messico entrambi al 30% e la Turchia al 29%. I meno populisti sono Canada e Regno Unito, al 14%, Svezia (11%), Giappone (9%) e Danimarca (7%). In Italia è d’uso legare automaticamente il populismo all’obiezione all’immigrazione incontrollata, spesso considerata dall’opposizione politica un sintomo di xenofobia. Il binomio però, almeno a guardare i dati YouGov, non è una necessaria conseguenza. La Svezia, molto poco populista, sente più dell’Italia la necessità di ridurre “fortemente” l’immigrazione: il 38% degli svedesi si dichiarano d’accordo con il proposito, contro il 34% degli italiani. I francesi e i tedeschi obiettano marcatamente più dell’Italia all’arrivo di immigranti senza “skills” e in cerca di lavoro: nei primi due paesi il 27% e il 29% rispettivamente del campione considerano la prospettiva “very bad”. Il dato italiano è il 22%. A guardare tutti questi dati insieme—e come tendono a cozzare con la comune visione del Paese espressa dalla politica e dai giornali—verrebbe da pensare che l’Italia sia portata a pensare male di sé, ma curiosamente non è così. Una parte, forse non la meno interessante, della serie di sondaggi che compongono il progetto “Globalism” di YouGov riguarda la percezione delle singole nazioni delle altre. I sondaggisti hanno chiesto ai partecipanti di indicare quali sono i paesi che più “ammirano”. Con un salto di creatività, hanno lasciato sulla lista anche quello del rispondente. Così risulta che il paese più ammirato (il 33%) dagli italiani è proprio l’Italia. I francesi invece hanno un’ammirazione sfegatata per il Canada (il 44%) mentre i tedeschi ammirano parimenti il Canada e la Svezia (entrambi al 26%). Per la verità, anche l’Italia ha espresso un pareggio: cioè, per gli Stati Uniti, il 33%, lo stesso livello di “ammirazione” che ha per se stessa. Purtroppo gli Usa non ricambiano. Danno solo il 15% della propria stima all’Italia, riservando il 43% per se stessi. Gli americani si ammirano leggermente meno di quanto la Francia ammiri (misteriosamente) il Canada. Courtesy James Douglas...

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Che cosa è un Salone Internazionale del Libro ?

Pubblicato da alle 12:55 in DOXA segnalazioni, galleria home page | 0 commenti

Che cosa è un Salone Internazionale del Libro ?

Che cosa è e a che cosa serve un Salone Internazionale del  libro ? I fatti del giorno offrono una riposta vera, non banale e per una volta persino coraggiosa. Il Salone si è ripreso il ruolo di laboratorio culturale, è ridivenuto il posto dove si compiono scelte, si pensa, ci si raffronta con il presente; non più solo dove si vendono libri e si accolgono autori importanti. Il Salone possiede tutte le prerogative per essere un’agorà intellettuale e in alcuni casi decide di mettere in atto queste prerogative. In questi giorni difficili, in particolare modo per chi preferiva fare scelte facili, soprattutto cercava di far finta di niente o erroneamente sperava che tutto rimanesse sotto coperta, la presenza di un editore come Altaforte che ha come titolare un esponente di casa Pound, ha smosso obbligatoriamente le acque. Le ha smosse al punto che i referenti pubblici del Salone, Regione e Comune, hanno preso in mano la situazione facendo le veci della direzione, scegliendo cosa fare e da che parte stare. Sicuramente la dignità e la forza che emanano i 90 anni di Halina Birenbaum insieme al suo sguardo di sopravvissuta ad Auschwitz, meritano il rispetto che soluzioni da piccola bottega non potevano offrire. Benvenuta quindi la sua presenza, la sua voce e i suoi libri. Il Salone del prossimo anno con molta probabilità avrà altra e più accorta guida. Letteratura e politica sono inseparabili, sono fatte dello stesso impasto. Possono aprire e condurre a scenari impensabili, nel bene come nel male. Scriveva Ezra Pound, che è bene ricordarlo come poeta, A lume spento Rendi forti i vecchi sogni Perché questo nostro mondo non perda coraggio A lume...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Paola Gribaudo.

Pubblicato da alle 12:04 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Università | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Paola Gribaudo.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Paola Gribaudo è il nuovo Presidente dell’Accademia Albertina di Torino ed editore.  La ringraziamo per la  partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Purtroppo la sensazione di città piccola e bloccata si ha anche senza rientrare dall’estero ma semplicemente da Milano.Torino ha un passato glorioso che riesce sempre a dimenticare troppo presto.Ha bisogno di reinventarsi ma per farlo bisogna smettere di lamentarsi e cominciare di più a fare squadra e a trovare i rimedi e non i difetti. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Credo che una grande responsabilità, non solo a Torino, sia della classe politica che non ha visone! Ci  vorrebbe più umanesimo e meno disumanesimo e poi i sogni aiutano a vivere! Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città ? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada ? I modelli da seguire si possono trovare nelle città che sono riuscite a superare le crisi identitarie, viviamo in un mondo che cambia a una velocità folle quindi dobbiamo cercare di percorrere le strade che già sono tracciate con grande professionalità e serietà e credere nelle nostre capacità che sono apprezzate in tutto il mondo. Penso a tutte le eccellenze che ha Torino dal Politecnico, ai Musei, dalle Chiese, ai Parchi e alle competenze dei suoi cittadini. Tra poco infatti ci sarà anche il Polo delle Arti che è nato dall’unione dell’Accademia Albertina e del Conservatorio, una straordinaria opportunità per la città, un incubatore di creatività unico nel suo genere. Non dimentichiamoci mai della nostra storia,Torino è stata la prima capitale d’Italia, è una città di grande fascino sabauda e austera, come la definiva De Chirico,”monarchica, fluviale e regolare che non è stata ancora inserita nelle meraviglie d’Italia ” La politica possiede ancora la capacità di coinvolgere e costruire un’appartenenza, ha perduto la pietra focaia che accende passioni o, semplicemente ha smesso di usarla?  La politica ha profondamente deluso ,ci vorrà molto tempo per recuperare la fiducia.Mi auguro che chi continua a fare politica per passione riesca a comunicarla soprattutto alle nuove generazioni che mi sembrano totalmente assenti. A cosa attribuisce il fatto e la responsabilità di non vedere e sottostimare le cose meritevoli e buone del nostro paese? ...

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Ciò che il medico non è.

Pubblicato da alle 18:41 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Medicina | 0 commenti

Ciò che il medico non è.

Giuro (…) di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza (…). Ippocrate, grande uomo e grande medico. Ippocrate e il suo giuramento: le basi deontologiche di una professione magica, perché ancora oggi desta ammirazione e continuo stupore. E poi perché la medicina non è una scienza esatta. Tutto può succedere, tutto può progredire o regredire. Non è colpa del destino o del caso; a volte è la semplice evoluzione delle situazioni, che dipendono dalla gravità della malattia e dalle reazioni del paziente. Non si parla quasi mai di fatalità, anche se non tutte le domande trovano sempre una risposta. E’ il bello della diretta! E’ il bello dell’analfabetismo scientifico o della natura dell’uomo. Può succedere di tutto e di più, anche nei confronti dei medici, a volte depauperati e avviliti. E’ la società che li esalta e li abbassa a seconda della moda del momento e del cliché culturale. Se va tutto bene: sono bravissimi. Se, invece, non va come previsto – da chi?-: non valgono nulla, non sono competenti. E arrivano le denunce, gli scontri, le minacce, gli attacchi personali e mediatici. Converrebbe allora curarsi da soli, magari consultando internet o qualche trasmissione in onda sulle reti. Molto di moda oggi, come la cucina, d’altronde! Tutti diventano dottori o cuochi e sono pronti ad elargire consigli, proporre cure. Non importa se facciano bene o male. L’importante è provare, lanciare l’idea che la medicina è a portata di tutti, avere dei like, fare notizia. Essere influencer. Ma la notizia a volte può anche essere manipolata e chi è nel mondo del giornalismo o della politica lo sa. Occorre sdrammatizzare? Oppure cercare di capire come funziona un sistema sanitario complesso? E prima ancora: come funziona l’uomo?  Non basta osservare per conoscere una professione. Spesso sentiamo dire: “l’ho visto fare, allora lo replico e magari riesco anche a migliorarlo”. L’osservazione è importante, perché stimola la  conoscenza, ma non è la conoscenza. E’ lo studio che cambia la prospettiva e insieme all’esperienza genera sapere. Ogni professione ha la sua importanza se fatta con coscienza e per il bene comune. Ogni professione lascia una scia di sapere, ma quella del medico tocca il cuore. Nel senso che arriva al cuore della persona. Chi va dal dottore, si confessa: deve dire tutto altrimenti la diagnosi non sarà veritiera e le cure allora risulteranno inefficaci e a volte dannose. Lo sa il paziente e lo sa  il medico. E lo sanno anche i parenti. Che cosa bisogna fare allora? La sola cosa da fare è fidarsi. Fidarsi sapendo che lo specialista, chiunque egli sia e in virtù della sua resposabilità etica e professionale, farà di tutto per prendersi cura dei propri malati. Diagnosi, prognosi e terapia non si risolvono su internet. Il medico è soggetto agente, ma il paziente compartecipa al percorso diagnostico e terapeutico. Dunque, è necessaria la fiducia come espressione di stima e di speranza. Ed è necessaria anche l’attesa. Riflettere su ciò che comporta la professione del medico, indipendentemente dal prestigio personale o da come si svolge all’interno di un sistema sanitario più sicuro ed efficiente rispetto al passato, significa valorizzare i ruoli e le relazioni, le aspettative individuali e le gestioni organizzative, le prestazioni e gli alti...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Vincenzo Ilotte.

Pubblicato da alle 11:57 in DOXA segnalazioni, Economia, galleria home page | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Vincenzo Ilotte.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Vincenzo Ilotte è il Presidente della Camera di Commercio di Torino. Lo ringraziamo per la  partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Come imprenditore lavoro molto all’estero, soprattutto in Germania e negli Stati Uniti, mentre come presidente della Camera di commercio mi rapporto con le maggiori Camere europee e incontro istituzioni e associazioni internazionali. Certo, ogni tanto questa sensazione ce l’ho, ma questo non vuol dire che in Italia si vive in un “incantesimo cattivo”. Credo che nelle imprese italiane ci sia innanzitutto un problema di fiducia in se stesse che mina la nostra competitività, anche se tutto il mondo riconosce le nostre grandi capacità creative, produttive e di adattamento alle esigenze delle aziende straniere. Nell’area torinese ci sono 220.000 imprese: lo sapete che oltre 210.000 (il 95,5%!) sono micro-imprese con meno di 10 persone, 8.500 (il 3,9%) sono piccole imprese con meno di 50 persone, circa 1.100 (lo 0,5%) sono medie imprese con meno di 250 dipendenti? E che le grandi aziende sono circa 227? Ed è così in tutta l’Italia. Questo significa – e lo dico come Presidente della Camera di commercio – che c’è bisogno di far comprendere agli italiani che questa creatività, questa capacità di produrre deve subito migliorare e andare verso una maggior digitalizzazione tecnologica, come già stanno facendo alcune nostre imprese e come avviene nei Paesi più avanzati all’estero. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Una maggiore sicurezza economica è cercata da tutti e in Italia si sono sempre avuti valori etici e civili che sorreggono questo desiderio concreto e che ispirano una politica seria. Ora però emergono solo gli aspetti negativi che non fanno vedere che le spese possono essere investimenti per il futuro, e prevalgono alcuni comportamenti individuali di chi ha cercato di arrivare per esempio con l’illegalità oppure con il disprezzo della sostenibilità o con il deprezzamento della cultura e della formazione. Qualcuno ha guardato ad altri obiettivi, altri hanno cercato altri mezzi per raggiungerli, altri ancora non hanno dato spazio ai giovani e ai loro sogni reali e che ora stiamo vedendo rappresentati anche in cortei mondiali. A Torino da qualche tempo manca un piano strategico pluriennale della città e della regione, per condividere con tutti che si è d’accordo su alcuni chiari obiettivi di...

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TAV: perché non è solo una questione di trasporti.

Pubblicato da alle 12:28 in DOXA segnalazioni, Economia, galleria home page | 0 commenti

TAV: perché non è solo una questione di trasporti.

In Svizzera cominceranno entro l’anno gli studi per portare i binari di AlpTransit da Lugano al confine con l’Italia. Intanto, a Roma si discute all’infinito sulla costruzione della tratta che unirebbe il nord del Paese al tracciato Lisbona – Kiev. Il confronto non potrebbe essere più illuminante. L’Italia preferisce l’alleanza con la Cina: quando deve scegliere tra Oriente e Occidente, il governo italiano di oggi non ha dubbi.  Corriere del Ticino e Corriere della sera, 8.3.2019 | © Luca Lovisolo Il confronto tra la prima pagina del quotidiano svizzero Corriere del Ticino e quella dell’italiano Corriere della sera dell’otto marzo non potrebbe essere più illuminante. Mentre in Italia si discute all’infinito sulla costruzione di una tratta ferroviaria che unirebbe il nord del Paese al tracciato Lisbona – Kiev e in prospettiva verso la Cina, la Svizzera dà il via agli studi per prolungare la tratta ferroviaria veloce AlpTransit da Lugano, dove arriverà nei prossimi mesi, fino all’estremo sud del Paese, al confine con l’Italia. AlpTransit non è una ferrovia ad alta velocità in senso tecnico, è un tracciato più veloce e parallelo, rispetto alla gloriosa Ferrovia del Gottardo. La vecchia linea non regge più i volumi in transito e obbliga i treni a salire alla quota di 1150 metri, attraverso un tortuoso percorso che rappresentò, quando fu realizzato, nella seconda metà dell’Ottocento, un capolavoro d’ingegneria, con i suoi ponti e le gallerie elicoidali. La nuova ferrovia, già oggi in esercizio sul troncone centrale, entra in un tunnel lungo 57 chilometri poco a nord di Bellinzona ed esce ad Erstfeld, a 80 chilometri da Zurigo. Ha ridotto drasticamente il tempo di percorrenza tra due importanti città svizzere, cambiando la vita a molti pendolari e incentivando l’industria turistica, oltre al traffico merci. In aggiunta, è un asse di trasporto essenziale tra nord e sud Europa. A fine anno entrerà in funzione il troncone che unisce, quasi totalmente in sotterranea, Lugano a Bellinzona. I tempi di viaggio complessivi si accorceranno di un’altra ventina di minuti e vi sarà anche un sensibile vantaggio per la mobilità all’interno del Canton Ticino. Nei giorni scorsi è stato annunciato che entro fine 2019 cominceranno gli studi per portare i binari di AlpTransit da Lugano fino al confine con l’Italia. Gli studi saranno pronti nel 2025: gli aspetti di cui tenere conto sono molti, anche di carattere ambientale, su un terreno geograficamente difficile e limitato (il territorio svizzero da Lugano al confine di Chiasso è una striscia densa di rilievi e larga pochi chilometri). Vi saranno discussioni e dibattiti, ma si può essere ragionevolmente certi che l’opera si farà, e si farà, come è già stato per il resto della tratta, senza chiedere soldi a nessuno, neppure ai Paesi confinanti, che pur beneficeranno indirettamente dell’opera. La consapevolezza ecologica, in Svizzera, è proverbiale: eppure, le opere si realizzano. Quando AlpTransit arriverà a Chiasso, c’è da prevedere che ci si troverà nella situazione seguente: chi partirà da Milano impiegherà ancora, come oggi, da 45 a 90 minuti circa, oltre i frequenti ritardi, per compiere i 50 chilometri che separano il capoluogo lombardo dal confine svizzero, a dipendenza del treno scelto; da Chiasso in poi viaggerà su una delle infrastrutture ferroviarie più moderne d’Europa, costruita, per ironia della sorte, con la partecipazione di non poche imprese e maestranze italiane. Le...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Chiara Appendino.

Pubblicato da alle 18:38 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Notizie | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Chiara Appendino.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Chiara Appendino è il Sindaco/a della Città di Torino. La ringraziamo per la  partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. No. Non direi. Sia prima di questo ruolo che durante il mio mandato ho avuto modo di girare spesso all’Estero. Questo mi ha portato a scoprire le tante cose che possiamo migliorare osservando esempi virtuosi, ma anche diverse cose che all’estero ci invidiano e che noi dobbiamo valorizzare. È da quando sono stata eletta che sento parlare di Torino in termini negativi, specie per quanto riguarda le prospettive. Nel frattempo abbiamo presentato iniziative che si sono viste per la prima volta in Italia e nel mondo, abbiamo una visione di sviluppo chiara e altri indicatori che non confermano la tragedia di cui troppo spesso si parla. Questo – e lo ripeterò fino alla nausea – non significa che è tutto perfetto. Anzi. Ci sono centinaia di fronti su cui si può migliorare e su cui stiamo lavorando. Ma credo che ciò che abbiamo sia bene riconoscerlo. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Ci siamo arrivati  a causa di politiche senza prospettive, che hanno guardato la durata del mandato piuttosto che quella delle generazioni. Oggi Torino è tra le Città più indebitate d’Italia. Gli interessi sul debito sono la seconda voce del nostro bilancio dopo il personale. Un clima generale – che in realtà persiste da anni – di costante campagna elettorale e di soddisfazione di presunti bisogni immediati, anche se non necessari, ha portato a una situazione debitoria dell’Ente che stiamo pagando oggi e che, purtroppo, pagheranno ancora molti cittadini in futuro.  Noi abbiamo un’altra idea di Torino, un’altra visione. E la stiamo portando avanti, nonostante si stia lavorando per arginare i problemi che abbiamo trovato. Specie dal punto di vista del bilancio. Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città ? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada ? Personalmente rifiuto l’idea del “modello da seguire”, quantomeno quando lo si considera in toto. Un famoso adagio dice che se segui gli altri non arriverai mai primo. Ecco, Torino non ha mai seguito ma si è sempre fatta seguire. Con le sue peculiarità, con le sue caratteristiche, anche...

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Un Premio per Vera edizione 2019. Online il bando dedicato a Vera Schiavazzi.

Pubblicato da alle 12:37 in DOXA segnalazioni, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Un Premio per Vera edizione 2019. Online il bando dedicato a Vera Schiavazzi.

È online il bando per la terza edizione del premio giornalistico dedicato a Vera Schiavazzi, scomparsa improvvisamente il 22 ottobre 2015. Giornalista, fondatrice – con Nicola Tranfaglia e Mario Berardi – oltre 14 anni fa del Master in Giornalismo di Torino, collaboratrice delle più autorevoli testate italiane (ma la sua casa fu sempre Repubblica), sindacalista attenta e ascoltata, Vera ha lavorato sempre perché i diritti fossero uguali per tutti, non virtuosismo da editoriale ma opportunità concreta. Il tema di questa terza edizione è «Ho perso le parole. Il linguaggio della politica nell’età dei populismi». La politica sembra aver perso la capacità di raccontare la complessità delle nostre società. Da un lato è sempre più invasiva la comunicazione istantanea ed emotiva, dei tweet e dei post su Facebook: una foto, pochi secondi di video, qualche parola per riassumere concetti e problemi difficili. Il risultato è spesso una polarizzazione di opinioni che non ammette sfumature, ma chiede un’adesione totale, pro o contro, quasi un tifo da stadio. Dall’altra persiste una retorica confusa che rievoca temi novecenteschi, ma in ordine sparso, senza tentativi di ricostruire un senso: la parola diventa così un simbolo, insieme all’immagine, da usare per massimizzare il consenso in un’eterna campagna elettorale. Anche il linguaggio dei media soggiace spesso a questa logica, in cui prevale il bisogno di conquistare il primato dell’attenzione istantanea rispetto alla paziente tessitura del discorso. La crisi della democrazia è anche crisi della possibilità di costruire un senso collettivo, condiviso, pur nella persistenza delle differenze, nel pluralismo. È dunque necessario ricostruire questo fenomeno per capirlo. Come e perché si è arrivati a questo? Quali casi di cronaca delineano meglio il fenomeno? E quali esempi di reazione si possono trovare? Alla terza edizione potranno partecipare gli allievi e gli ex allievi under 35 (i candidati non dovranno aver compiuto i 35 anni al 30/12/2019) di uno dei master/scuole in giornalismo riconosciuti dall’Ordine Nazionale. Il Premio Vera Schiavazzi, nasce in seno all’Associazione Allievi del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca”, è regolato da un bando pubblicato sul sito https://exstudentimastergiornalismotorino.wordpress.com, ed è alimentato anche dalle donazioni di quanti hanno deciso e vorranno continuare a contribuire a mantenere vivo e forte il ricordo di Vera e dell’impegno che l’ha sostenuta sempre. Per offrire il proprio contributo: Associazione Allievi del Master in Giornalismo Giorgio Bocca, via Roero di Cortanze 5, iban IT 40 N 03599 01899 050188529716. Il Premio Vera Schiavazzi nasce con l’intenzione di ricordare una giornalista che è stata capace di segnare profondamente il giornalismo piemontese, che è sempre stata vicina ai colleghi in difficoltà, che ha cercato di sviluppare una visione generosa e alta della professione giornalistica e che, a un certo punto della sua carriera, ha voluto condividere la sua passione e la sua competenza con i giovani, attraverso il Master in giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino. Il Comitato promotore che organizza il Premio è composto da: Giorgio Ardito, Marco Bobbio, Caterina Corbascio, Maurizio Mancini, Olga Mancini, Carla Piro Mander, Rosaria Pagani, Paolo Piacenza, Sabrina Roglio, Anna Rossomando. La Giuria che valuterà gli elaborati è invece composta da Emmanuela Banfo (Affarinternazionali magazine), Ettore Boffano, Lorenza Castagneri (Corriere della Sera), Selma Chiosso (La Stampa), Paolo Griseri Associazione Allievi del Master in Giornalismo Giorgio Bocca Via Roero di Cortanze, 5 – 10124 Torino – Cod. Fiscale 97792780013 – exstudentigiornalismotorino@gmail.com...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Bruno Segre.

Pubblicato da alle 12:50 in DOXA segnalazioni, galleria home page | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Bruno Segre.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Bruno Segre è un avvocato, è stato partigiano, giornalista e politico e da poco ha compiuto cento anni. Lo ringraziamo per la  partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è sì, da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Dopo un’assenza prolungata dall’Italia, allorché rientro in patria mi vengono automaticamente alla memoria i versi di Metastasio “Bella Italia – amate sponde – pur vi torno a riveder – trema il petto – e si confonde – l’alma oppressa dal piacer”. Quando poi torno a Torino, mi avvolge un sottile pensiero di appartenenza e fedeltà. Una gran voglia di rendere più visibile la città, che possiede aree da scoprire e valorizzare. Insomma, essendo cosmopolita, mi sforzo di confrontare Torino alle grandi metropoli cercando di accertare le sue manchevolezze. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Indubbiamente Torino ha cambiato volto da città industriale a città cultuale, ove pulsano sempre nuove iniziative nei settori delle mostre artistiche, dei teatri, dei cinema, dei concerti, dei libri, dello sport, delle scienze. Tutto ciò implica dibattiti sulle spese, sui debiti, sui progetti. E’ fisiologico questo dibattito, che si sviluppa però con eccessiva lentezza e produttività rispetto a quanto avviene a Milano, metropoli pilota per l’intero Paese. In Italia ogni 100 giovani ci sono 170 anziani che diventeranno 217 nel giro di una decina d’anni. Se dunque l’età si allunga occorrono investimenti e nuove tecnologie per sostenere le spese finalizzate alla salute degli anziani. Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada? E’ impossibile mutare carattere alla città. La sua identità, confermata dalla storia e dalla cronaca, deve restare così com’è. Il motto idiomatico “bougianen” è il suo vanto e il suo limite. Io sono felice di vivere in una città che ha le caratteristiche attuali, senza i pregi e i vizi di Londra o di Amsterdam. Chi ricorda l’invito “adelante Pedro con juicio”? La politica possiede ancora la capacità di coinvolgere e costruire un’appartenenza, ha perduto la pietra focaia che accende passioni o, semplicemente ha smesso di usarla?  Quanto succede in Italia si ripete a Torino: la politica ha perso lo sprint di un tempo, come i giornali hanno perso i lettori. Esiste un appiattimento che confina con l’inerzia,...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alessandro Meluzzi.

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alessandro Meluzzi.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Alessandro Meluzzi è uno psichiatra, criminologo e opinionista. In passato è stato Senatore della Repubblica, lo ringraziamo per la  partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è sì, da cosa reputa sia dettato questo sentimento. È un sentimento fondato. C’è come la sensazione che in Italia dai magnifici anni ’80 e dalla loro tragica conclusione in Tangentopoli la necessità di ri-moralizzare la cosa pubblica abbia avuto come esito principale quello di bloccare investimenti, idee e quella dinamica di modernizzazione di cui invece si vedono i segni altrove in Europa. Evidentemente si tratta di una sindrome maligna che ha impedito quello sblocco politico che ci auguravamo in Italia attraverso un ridimensionamento della filosofia catto-marxista che ha guidato il Paese. Ma questo ridimensionamento non è ancora avvenuto. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Attraverso una mancanza di ipotesi. La città di Torino ha bisogno per rinascere di ritrovare la sua tradizione che è anche sicuramente industriale, che è diventata purtroppo una mono-cultura asfittica e perdente, ma con una vocazione turistica, trattandosi di una città bellissima e ricca di memorie storiche ed enogastronomiche. Ma è difficile pensare di sostituire la Fiat con il Salone del Gusto. Si tratta di iniziare un cammino che includa la cultura, la programmazione, elementi di eccellenza e aspetti di turismo che indubbiamente Torino, anche per le sue peculiarità, può indubbiamente offrire. Occorre comunque pensare in grande. Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada? Le novità e gli adeguamenti funzionali della città nascono attraverso logiche interne, evidentemente ispirati da grandi trend europei e planetari. Non credo ci possano essere aspetti imitativi di metropoli come Londra o Amsterdam. Torino ha una sua specifica storia e ha avuto la capacità di reinventarsi in altre fasi delle sue vicende storiche, per esempio dopo l’assedio della città e dopo l’Unità d’Italia, dopo il trasferimento della Capitale. Oggi la sua cultura monocratica e post-sabauda, oltre che post-Fiat, ha bisogno di reinventarsi attraverso un processo di apertura che è solo iniziato. Devono finire le autocrazie dei soliti salotti parrucconi e cicisbei. La politica possiede ancora la capacità di coinvolgere e costruire un’appartenenza, ha perduto la pietra focaia che accende passioni o, semplicemente ha smesso di usarla? ...

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