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Natalie Portman & Co: L’ultima Crociata del femminismo ai Golden Globe

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Natalie Portman & Co: L’ultima Crociata del femminismo ai Golden Globe

Femminismo ai Golden Globe Award. Siamo alle solite. La storia è  – più o meno – sempre la stessa ormai da 40 anni, trita e ritrita, cambiano solo i personaggi. Perché si sa, del femminismo si può dire tutto, l’importante è non discostarsi mai dalla visione comunemente accettata e politicamente corretta somministrataci da anni fino alla nausea, lasciandoci andare ai più veementi e, spesso, ipocriti dibattiti da salotto in difesa dei più indiscutibili ideali. Altrimenti è meglio rimanere a casa, dove gli unici che possono assistere ai vostri discorsi anticonformisti e scandalosi sono i vostri familiari che vi conoscono e chiudono un occhio. Con questo si è ben lungi dal criticare il femminismo in sé, ovviamente. Mettere in discussione il valore inestimabile delle instancabili lotte per la parità dei sessi portate avanti negli anni da donne coraggiose assetate di libertà sarebbe oltraggioso, nonché profondamente ingiusto. L’importante è avere la capacità di riconoscere il limite oltre il quale una legittima battaglia diventa mera ossessione ideologica, una presa di posizione radicale priva di qualunque fondamento razionale. Stavolta il teatrino ha avuto luogo alla serata dei Golden Globe Awards dello scorso 7 gennaio, alla quale molte attrici si sono presentate in abito nero e sguardo serioso in segno di rispetto verso tutte le donne vittime di molestie sessuali. Gesto di lodevole e sincera vicinanza emotiva o puro stratagemma pubblicitario di poco conto. Le luci della ribalta sono accese e tutti applaudono al sentito tributo. Il tema della serata diventa chiaro quando alcune delle attrici più popolari del momento danno inizio a una carrellata di appassionati e accorati discorsi contro ogni genere di violenza e in sostegno al women power, tra i quali spiccano quelli della regina dell’entertainment americano, Oprah Winfrey (che ancora una volta  conferma il suo status di più grande ammaliatrice di folle degli Stati Uniti) e della fidanzatina d’America Reese Witherspoon, tra l’altro candidata come migliore attrice per il ruolo di Madeline nella miniserie Big Little Lies, aperta denuncia alla violenza contro le donne. La cerimonia fila liscia tra i convenzionali ringraziamenti dei premiati e il continuo scroscio degli applausi. Tutto cambia, però, quando a salire sul palco è la bella Natalie Portman, chiamata a presentare i candidati alla miglior regia. Sull’onda femminista della serata, la star de Il Cigno Nero esordisce con un caustico “ed ecco le nomination interamente maschili” e scoppia la polemica. In sala, registi di tutto rispetto come Steven Spielberg e Guillermo del Toro sembrano alzare gli occhi al cielo (per poi correggere il tiro durante le interviste di rito, appoggiando apertamente la causa dell’attrice; mica scemi) e in rete si scatena la bufera: chi sostiene strenuamente la Portman e chi ne critica l’eccessiva impudenza. D’altronde si sa, il confine tra ciò è giusto e sbagliato è di rado ben definito. Occorrono notevole equilibrio e capacità analitica per non cadere nella facile trappola della protesta fine a se stessa. E molte donne queste capacità ce l’hanno, eccome. Una tra tutte la meravigliosa Catherine Deneuve, firmataria, insieme a un altro centinaio di attrici francesi, di una lettera indirizzata al quotidiano Le Monde contro la “caccia alle streghe” iniziata a seguito del caso Weinstein. Ancora una volta l’icona francese da prova della sua saggezza affermando che “lo stupro è un crimine, ma tentare di sedurre qualcuno in maniera insistente o maldestra...

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Il ritorno dei conti. Osti della Luna Piena in città.

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Il ritorno dei conti. Osti della Luna Piena in città.

Città di Torino E se avessero ragione ? Se davvero, al di là del modo e delle forme con cui agiscono, avessero ragione nel provare a mettere ordine nei conti. Rammemorando l’Oste della Luna Piena di manzoniana memoria sanno che la legge spesso si accanisce sugli ultimi arrivati e i poco accorti. Se Veritas filia temporis, se la verità è figlia del tempo chissà se questi sono i tempi giusti perché alcune cose emergano dopo essere state sottaciute per troppo tempo ? Potrebbe darsi. I fatti più incresciosi su cui l’attuale amministrazione cittadina è coinvolta sono molto diversi tra loro ma possiedono una caratteristica comune: il peso determinante della gestione economica di alcuni enti afferenti alla città. A partire dal Salone del Libro, diamante della cultura torinese che ad un certo punto si è temuto che fosse soltanto uno zircone. Infatti la Fondazione per il Libro è stata sciolta, passando direttamente all’avvio della procedura di liquidazione. Il Salone è stato posto nella mani di altre Fondazioni, quella del Circolo dei Lettori e quella di Cultura Torino. Si direbbe da una Fondazione all’altra. Decaduti i monarchi Picchioni e Ferrero, il primo con indegnità, il secondo per scadenza del mandato, non son cadute però le domande su quanto realmente sapessero delle condizioni economicamente drammatiche in cui si dibatteva il Salone. E difficilmente lo riveleranno mai. Caso analogo è la vicenda che sta accadendo alla Fondazione Torino Musei. Inattesi licenziamenti, la colpevole e delittuosa volontà di chiudere una biblioteca dedicata all’arte, il Borgo Medievale in cessione, forse la fine del rapporto con il Museo della Resistenza, probabili nuovi tagli alla Galleria d’Arte Moderna e a Palazzo Madama.    Dietro a tutto ciò c’è la scelta da parte del Comune di aver ridotto i fondi di oltre un milione di euro senza aver previsto le ovvie conseguenze o peggio avendole previste e preferito una strategia da struzzo. A questo punto e in tali condizioni anche il clamore per la riduzione del numero dei visitatori ai musei civici nell’anno passato diviene meno importante. Se tagliare i fondi fosse stata una manovra architettata per evidenziare i problemi, si può dire che ha funzionato perfettamente. Il punto è che adesso i problemi sono ancora più gravi e la risoluzione richiede maggior visione e cospicua pecunia. Altro caso emblematico da annoverare è l’affaire GTT, il Gruppo Trasporto Pubblico che si trova con un buco intorno ai 25 milioni e la preoccupazione di come gestire circa 700 esuberi. GTT fa capo alla FCT Holding S.r.l., società finanziaria controllata dal Comune di Torino. Dopo la risibile campagna pubblicitaria per bippare, quasi fosse il modo di sostituire una parolaccia, ci si è accorti che le questioni importanti si timbreranno su carta bollata per validare il nuovo piano industriale per stare a galla, sul quale incombe la certezza della copertura finanziaria.  La speranza è che Amiat non rilasci sorprese analoghe, per il momento pare di no, ma il pessimismo tipicamente torinese non può escluderlo a priori. Ma possibile che tutti questi dissesti vengano fuori solo adesso? Tutto in un anno solo ? Forse covavano sotto la cenere da troppo tempo e aspettavano il momento giusto per uscire allo scoperto. Prima erano volutamente celati o cosa ? Si riuscirà a venirne a capo? A scanso di fraintesi di critiche o encomi, i problemi che il 2017 ha messo sul...

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Le Fondazioni bancarie piemontesi. Ben conosciute e apprezzate.

Pubblicato da alle 11:33 in DOXA segnalazioni, Economia, galleria home page, Notizie | 0 commenti

Le Fondazioni bancarie piemontesi. Ben conosciute e apprezzate.

Fondazioni bancarie Piemontesi. Operano da venticinque anni, in molteplici settori che interessano l’intera collettività – arte, cultura, istruzione, formazione, ricerca, sviluppo, sanità, alla cultura, all’arte, sanità, welfare, volontariato, per citare i principali ambiti di intervento – ma le Fondazioni di origine bancaria (Fob), sono generalmente ancora poco riconosciute per quello che realmente sono e fanno. Molti le confondono ancora con le banche, dalle quali hanno tratto origine; pochi sanno quali soggetti possono beneficiare dei loro contributi, da dove ricavano le loro risorse, come agiscono e a quali norme fanno riferimento. In Piemonte, però, le Fondazioni di origine bancaria sono ben più conosciute e apprezzate che altrove. D’altra parte, qui si trovano 12 delle 88 Fob italiane. E tre di loro – Compagnia di San Paolo, Fondazione Crt (Torino) e Fondazione Crc (Cuneo) – spiccano nel gruppo delle otto più grandi, in Italia, per l’entità del patrimonio. Insieme, le 12 Fob del Piemonte potevano vantare, al 31 dicembre 2016, un patrimonio netto di poco inferiore agli 11,4 miliardi di euro (11.393.474.879 per la precisione), equivalente al 28,7% della somma dei patrimoni di tutte le Fondazioni di origine bancaria del nostro Paese. Ancora maggiore è risultata la quota delle erogazioni delle Fob piemontesi: l’anno scorso, il loro valore complessivo è ammontato a 298 milioni di euro, il 29% del totale nazionale di 1,03 miliardi. Nei primi dieci mesi di quest’anno, le due maggiori Fob piemontesi (Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt) hanno deliberato oltre 1.700 nuovi stanziamenti, per un valore complessivo di circa 191 milioni di euro, per progetti sia propri (diretti o dei loro enti strumentali) sia di terzi, cioè di soggetti non profit beneficiari dei contributi. Naturalmente, nello stesso periodo, anche tutte le altre Fob piemontesi hanno perseguito gli scopi istituzionali, come dimostra la loro l’attività, intensa e significativa. Non per tutte le nuove iniziative, però, sono stati ancora ufficializzati numeri e importi, per cui anche il pre-consuntivo al 31 ottobre è provvisorio. Inoltre, a oggi, appare prematuro ipotizzare i dati del bilancio “consolidato” delle Fob piemontesi, anche perché nuovi stanziamenti sono stati deliberati dopo il 31 ottobre. Proprio la quantità e la qualità delle azioni promosse e sostenute, tutte generatrici di effetti positivi, a volte persino provvidenziali, nelle rispettive comunità di riferimento, spiegano perché, in Piemonte, le Fondazioni di origine bancaria, a prescindere dalla loro dimensione, godano di una maggiore reputazione e figurino tra i principali interlocutori delle Amministrazioni pubbliche locali, delle organizzazioni di volontariato, degli enti culturali, delle università e degli istituti scolastici, di Curie e parrocchie, di società sportive dilettantistiche, di cooperative e imprese sociali, di fondazioni non bancarie e, fra l’altro, di aziende sanitarie e ospedaliere pubbliche. Rodolfo Bosio...

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Diverremo vegani? “La fragile umanità” di Leonardo Caffo, teorico dell’antispecismo.

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Diverremo vegani? “La fragile umanità” di Leonardo Caffo, teorico dell’antispecismo.

Diverremo vegani? “La fragile umanità” di Leonardo Caffo, teorico dell’antispecismo. Leonardo Caffo, filosofo catanese, molto attivo sul territorio torinese per le sue collaborazioni con l’università di Torino, il Politecnico di Torino e la scuola Holden, è il teorico dell’antispecismo debole. Approfittando della sua presenza, il 27 dicembre, al Circolo dei Lettori per la presentazione del suo ultimo libro Fragile umanità. Il postumano contemporaneo, edito da Einaudi, siamo andati a chiedergli di chiarire questo concetto e i risvolti pratici della sua teoria.  Lei è  il teorico dell’antispecismo debole. Ci chiarisce cos’è l’antispecismo e perché è debole? L’antispecismo è una teoria che in filosofia, dagli anni ’70 in poi, sostiene che gli animali, solo per essere diversi di specie, non devono anche essere diversi per trattamento morale. Ovvero non c’è un buon argomento per sostenere che un certo trattamento è da considerare ingiusto, se rivolto un individuo della mia stessa specie, mentre, se rivolto ad un individuo di specie differente, quello stesso trattamento è da considerare giusto. L’antispecismo debole è un approccio che permette di svincolare l’antispecismo da un’argomentazione indiretta, ad esempio quella secondo la quale si debba rispettare l’animale solo perché si inquinerebbe molto con gli allevamenti intensivi. Dunque non si pensa all’animale come soggetto di diritto ma perché in maniera collaterale inquina l’ambiente.  Inoltre è debole perché rispetta un principio logico tale per cui indebolire le premesse argomentative per lasciare solo quelle stringenti, quelle etiche, porterà ad una conclusione più forte. Perché porre l’animale al centro del discorso di liberazione quando l’uomo è ancora lontano da un progetto efficace di emancipazione? Io non sono d’accordo a metterlo al centro. Io credo che se l’etica filosofica ha senso, ha senso sia per gli animali che gli umani. Gli argomenti che usiamo in etica per dire che un individuo è un soggetto di diritto, sono validi per quasi tutti gli animali, sicuramente per tutti quelli di cui ci nutriamo. Il principio per cui non dovremmo farli soffrire vale anche per gli umani e viceversa. Come accettare la propria ipocrisia, ovvero che in fondo del dolore altrui ci interessa molto poco, non è una soluzione accettabile? Il fatto è che ci adeguiamo per campare. Non è vero che del dolore altrui ci interessa poco ma conduciamo la nostra vita da buoni cittadini. Per esserlo non ti devi occupare necessariamente del dolore altrui ma rispettare le regole e le norme della società in cui vivi. In teoria invece dovremmo occuparci di tutti coloro che soffrono senza distinzioni. La sofferenza di un essere umano è da prendere in considerazione tanto quanto la sofferenza di un animale. La mia vita non è più degna di quella di un maiale, ad esempio. Quindi perché proporre in prima istanza una liberazione animale? Io non propongo in prima istanza una liberazione animale. Per me l’antispecismo debole è una piccola parte della teoria del post-umano contemporaneo che vorrebbe mettere sotto scacco l’antropocentrismo. Dunque non si parla di prendersi cura degli animali perché è un modo per depotenziare quelle visioni del mondo che sta intorno a noi, spesso false e ideologiche, che ci fanno pensare di essere al centro in quanto umani. Provando a uscire dall’antropocentrismo, le prospettive sono diverse. Per fare un esempio: un uomo che vivesse per vent’anni in una foresta, potrebbe anche mangiarli gli animali perché è...

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L’odiosamata Torino rende omaggio al suo “Guido”. Il poeta Guido Ceronetti compie novant’anni.

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L’odiosamata Torino rende omaggio al suo “Guido”. Il poeta Guido Ceronetti compie novant’anni.

Il 15 novembre, nel palazzo Dal Pozzo della Cisterna di Torino, ha avuto luogo il Convegno “Guido Ceronetti, torinese fuori ordinanza, poeta contro il conformismo e il consumismo”, col quale il Centro Pannunzio, con il patrocinio della Città metropolitana di Torino,  ha voluto rendere omaggio all’intellettuale torinese in occasione del recente compimento del novantesimo anno d’età, indagando i vari aspetti del suo genio poliedrico: la poesia, il giornalismo, le straordinarie traduzioni dei poeti latini- in particolare di Catullo-  le traduzioni dall’ebraico antico dei testi biblici, il Teatro dei Sensibili, nonchè la sua convinta scelta vegetariana, “un’incrinatura sensibile all’uniformità sociale”, dettata da un così alto rispetto per gli animali da potersi considerare essa stessa una nobile manifestazione di pensiero. I temi sono stati sviluppati da Valter Vecellio, vicecaporedattore di Rai 2 e direttore di Notizie Radicali, Sarah Kaminski, traduttrice e docente di ebraico all’Ateneo di Torino,  Carmen Nicchi Somaschi, Presidente dell’Associazione Vegetariana Italiana; Giovanni Ramella, critico letterario e indimenticato preside dello storico Liceo Classico D’Azeglio di Torino, e da Gilberto Giuseppe Biondi, docente di letteratura latina all’Università di Parma e direttore del Centro Studi Catulliani, che, commentando appassionatamente la sua preziosa edizione Millenni dell’Einaudi,  ha saputo coinvolgere il folto pubblico in tutto l’incanto e il tormento degli splendidi frammenti dedicati a Lesbia nella versione ceronettiana. Che Torino dedichi  un omaggio a Guido Ceronetti può apparire quasi paradossale, dati i sentimenti controversi che l’anomalo intellettuale nutre per la sua città, dalla quale si è allontanato nel 2009, preferendole il refugium di Cetona, borgo medievale fra le colline senesi, dove vive da moderno anacoreta, lontano dai siparietti chiassosi della mondanità e dei luoghi comuni. Cosi simile, in questo suo atteggiamento, a un altro grande torinese sui generis, il conoscitore di segreti Elémire Zolla, che detestava la sua città natale, e che proprio all’amico Ceronetti- come lui emarginato dall’intellighenzia allineata, e come lui ritiratosi in aristocratico esilio in Toscana- dedicò alcune pagine evocatrici della sua infanzia in una Torino oppressa dal grigiore post- industriale, dove il geniale bambino Zolla si aggirava smarrito, cercando invano, in qualche suo scorcio, un frammento di bellezza. Dalla fine degli anni Sessanta, quando lo stesso Zolla pubblicò sulla rivista Conoscenza religiosa un saggio ceronettiano in difesa della luna, nel quale l’autore esprimeva tutto il suo sdegno nei confronti dell’allunaggio, da lui considerato uno stupro e un’esplosione di stupidità umana (“Giù le mani dalla luna!” , gridava agli astronauti), il Filosofo Ignoto ha percorso il suo sentiero solitario di gnostico non irretito da facili ottimismi, di profeta di catastrofi e sventura, persuaso dell’inestirpabilità del male nel mondo e dell’esistenza di una pianificazione nella stupidità umana contemporanea. Bersagliato da polemiche, definito antimodernista a reazionario dalla cultura omologata per i suoi sfottò alla New Age, per le sue ferme prese di posizione contro i trapianti d’organo, contro lo strapotere dello Stato del Vaticano sull’Italia- da lui avvicinato a quello della Cina sul Tibet-, contro l’ ondata migratoria, a suo parere inevitabile premessa di guerre sociali e religiose, Ceronetti, come un chirurgo impietoso, cauterizza con la parola, affidando le sue opinioni scomode a una prosa ribollente di indignazione e folgorante nelle metafore, nella quale perfino i suoi più meticolosi detrattori sono costretti a riconoscere i toni di una remota verità. Quando Pier Franco Quaglieni, Direttore del Centro Pannunzio, consapevole della mia ammirazione ...

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Le Sabbie Bianche di Geoff Dyer arrivano a Torino. Conversatore sottile e sciccoso, perfetto per un’intervista.

Pubblicato da alle 10:21 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Pagine svelate, Spettacoli | 0 commenti

Le Sabbie Bianche di Geoff Dyer arrivano a Torino. Conversatore sottile e sciccoso, perfetto per un’intervista.

Dopo aver fatto tappa a Cuneo per Scrittori in Città, il noto scrittore britannico Geoff Dyer, si concede una serata torinese al Circolo dei Lettori per la rassegna ideata dal Salone del Libro Giorni Selvaggi. L’occasione è legata alla presentazione del libro Sabbie bianche, uscito per i tipi del Saggiatore. Se c’è qualcuno che sa essere curioso, entusiasta e folle quanto basta per far delle proprie curiosità un mestiere sicuramente quello è Geoff Dyer. Non solo si è conquistato la devozione dei lettori, è riuscito a passare con la stessa lingua elegante e colta attraverso fotografia, scultura, cinema, letteratura, e scritti di natura vagamente autobiografica. Come questo Sabbie Bianche, resoconto di un tour nei luoghi che letture e letteratura hanno spinto Dyer ad andare a vedere di persona e, a restituircene un resoconto mai scontato. Bisogna dirlo. Il libro è lontanissimo da qualsivoglia letteratura di viaggi o reportage. E’ tutt’altro. Meritava andare a scambiarci qualche parola. Scriveva Baudrillard: “Uno dei piaceri del viaggio è immergersi dove gli altri sono destinati a risiedere e uscire intatti.” Ritiene di assecondare questa sensazione quando racconta dei posti che visita e di cui racconta? Beh, dipende. Certo, può capitare che si riparta da alcuni luoghi che abbiamo visitato con un senso di sollievo, ma per rispondere alla domanda preferisco pensare a un’altra citazione, questa volta di Roland Barthes. Guardando la fotografia di una casa in Alhambra [di Charles Clifford, N.d.T.] esclama: “Vorrei vivere lì”. Spesso, quindi, si lascia alle spalle un posto senza quella malvagia soddisfazione che non tu, bensì altre persone sono condannate a viverci. Si tratta di un sentimento che si potrebbe definire “elegiaco” proprio perché non ti è dato di vivere in quel luogo – e non intendo per il resto dei tuoi giorni, ma talvolta neppure per un breve lasso di tempo. Questo per dire che la risposta alla sua domanda non può che essere, purtroppo, la risposta più noiosa al mondo: dipende. Ritiene che la letteratura, tanto quanto la fotografia, sia in grado di mostrarci luoghi e paesaggi diversi? Possiamo considerare Sabbie bianche una sorta di fotografia letteraria del paesaggio odierno? Indubbiamente, sebbene letteratura e fotografia abbiano per così dire due “poteri” diversi. La fotografia ha una forza documentaristica, è una citazione del luogo, mentre ciò che mi interessa della letteratura – e con questo non intendo la letteratura di viaggio, le guide – è il suo enorme potenziale di sollecitare una risposta soggettiva e non solo un’interpretazione della geografia. Mi pare, cioè, che quel luogo lo si possa persino trasformare mentre lo si descrive. Un esempio che mi viene in mente è dato da uno scrittore che ammiro molto, D.H. Lawrence: quando si reca in un posto, spinto talvolta da una grande sensibilità, ti permette di provare una sorta di vibrazione. Pensiamo, per esempio, a “Lettera dalla Germania” che ha scritto nel 1924 – e, ripeto, nel 1924 e non nel 1934! – in cui evoca la ferocia che si sprigiona dagli alberi e si diffonde con il vento. Altre volte ci descrive luoghi che definisce “orribili” e “disgustosi”, ma noi sappiamo che si tratta solo della proiezione dei suoi sentimenti più intimi. Possiamo dire, allora, che la fotografia tende a essere più una finestra, mentre la letteratura funge da specchio. Eppure, se c’è qualcosa di davvero interessante, è osservare le...

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“ORA ! Linguaggi contemporanei e produzioni innovative” Le strategie d’intervento della Compagnia di San Paolo

Pubblicato da alle 11:33 in DOXA segnalazioni, Economia, galleria home page, Notizie | 0 commenti

“ORA ! Linguaggi contemporanei e produzioni innovative”  Le strategie d’intervento della Compagnia di San Paolo

  Una riflessione a partire dalla ricerca effettuata dal Bando, volto alla produzione di cultura contemporanea, al Toolbox Coworking di Torino. Nell’ambito del proprio impegno a favore dell’innovazione culturale, la Compagnia di San Paolo, a ottobre 2015, ha promosso il Bando “ORA! Linguaggi contemporanei, produzioni innovative”, prefissandosi i seguenti obiettivi: in primo luogo, promuovere, a livello nazionale, la produzione culturale attraverso il sostegno a progetti nelle arti visive, performative e negli altri linguaggi espressivi della cultura contemporanea; poi, arricchire l’offerta della cultura contemporanea di Piemonte e Liguria, attraendo nuovi soggetti a produrre sul territorio, connettendoli e sistematizzandoli con le istituzioni; e, infine, favorire lo sviluppo di realtà e progetti dotati di una prospettiva strategica della propria proposta culturale e della propria sostenibilità economica. Il modello di intervento si è articolato in 7 fasi che, partendo dall’analisi del contesto e dei suoi bisogni, ha portato all’individuazione del bando come strumento di azione, alla sua realizzazione e alla selezione dei progetti finanziati, quindi allo sviluppo di un percorso dedicato di empowerment per gli enti vincitori. Il bando, chiusosi il 7 febbraio 2016, ha ricevuto oltre 250 candidature, pervenute da 36 diverse province italiane. A conclusione delle procedure di selezione, il Comitato di Gestione della Compagnia San Paolo ha deliberato contributi per la realizzazione di 33 progetti, per un impegno complessivo di 1.200.000€. A fronte della forte risposta ricevuta, la Compagnia ha, poi, deciso di capitalizzare le informazioni raccolte sul bacino delle candidature per poter sviluppare future strategie di intervento, realizzando, così, una ricerca sui soggetti e sui progetti, che ha consentito di tracciare una panoramica sui partecipanti al bando e di rilevare anche una serie di caratteristiche comuni. L’indagine ha evidenziato che hanno aderito a quest’ultimo soprattutto le associazioni nate dopo il 2010: in pochi casi, al loro interno, è presente un vero e proprio progettista culturale, e solo il 45% della forza lavoro delle organizzazioni è contrattualizzato. Molte di queste realtà, inoltre, hanno un fatturato non superiore a 20.000€. L’età media dei team attivi sui progetti è, poi, al di sopra dei 35 anni e l’età media degli artisti coinvolti è di 41 anni: si assiste, quindi, a una mancanza di artisti giovani e giovanissimi. Ancora, performing arts e arte contemporanea appaiono essere gli ambiti di lavoro prevalenti, mentre sono solo sette le realtà che lavorano in maniera diretta sul digitale. A proposito di quest’ultimo, sono pochi i progetti che ne prevedono un utilizzo come elemento di produzione: per la maggior parte, esso rimane un mezzo confinato alla distribuzione e al consumo. In generale, la crossdisciplinarietà non è la modalità di lavoro più diffusa tra le organizzazioni culturali: prevale, infatti, una concezione della stessa come somma di diversi settori, anziché come compenetrazione e attivazione di reti di livello nazionale e internazionale. L’analisi ha permesso di individuare le cinque caratteristiche ricorrenti nei soggetti e nei progetti più convincenti, che hanno permesso di delineare il profilo del “candidato ideale”, ossia: la capacità di lavorare in team – la progettazione, infatti, risulta particolarmente efficace se il lavoro è concepito come corale e se la figura creativa è affiancata da un progettista, fin dalla fase di ideazione; le competenze monodisciplinari, che consentono al candidato di sviluppare progetti complessi e crossdisciplinari; la capacità di attivare reti internazionali; la propensione verso un aggiornamento costante; e, infine,...

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La rivoluzione è qui e si chiama 4.0. Dentro all’evoluzione digitale per innovazione e competitività.

Pubblicato da alle 17:51 in DOXA segnalazioni, Economia, Innovazione, Prima pagina, Università | 0 commenti

La rivoluzione è qui e si chiama 4.0. Dentro all’evoluzione digitale per innovazione e competitività.

Mercoledì 15 Novembre 2017 presso il Centro Congressi Unione Industriale Torino, il Digital Innovation Hub Piemonte, l’Unione Industriale di Torino, unitamente al Club Dirigenti Tecnici hanno promosso il convegno “La Rivoluzione 4.0 per le Pmi: Innovazione e Competitività”. L’iniziativa ha inteso tenere alta l’attenzione sul fare “cultura dell’innovazione”, raccontando le best practice del territorio. I promotori, nell’ambito delle attività di “Officina 4.0” – sigla che raccoglie i programmi formativi e informativi dell’Unione Industriale – intendono sensibilizzare le PMI, promuovendo percorsi innovativi in ambito di processo e di prodotto, per favorire la competitività e nuove occasioni di business, ponendo le basi per la ripresa. Nei prossimi 50 anni, questo cambio di paradigma, definito “evoluzione” più che “rivoluzione”, sarà esponenziale. Sensori, big data, intelligenza artificiale, robot collaborativi, bitcoin, auto a guida autonoma, internet delle cose: queste sono le nuove frontiere della tecnologia oggi. E’ un business per pochi global players ma necessita di filiere specializzate: c’è ampio spazio per PMI innovative e startup. I settori di punta del nostro territorio (IT, Automotive, Aerospace, Robotica e Servizi) potranno crescere ed essere sempre più competitivi se sapranno sfruttare i vantaggi della digitalizzazione. Giuseppe Berta ha dedicato il suo intervento a inquadrare il ruolo dell’Italia nel contesto globale, nell’analisi degli aspetti socio-culturali che, associati alle cause ataviche di ritardo (ad esempio infrastrutture, burocrazia e giustizia), ne frenano la crescita e bloccano energia e creatività. In seguito il vicepresidente di Piccola Industria di Confindustria Giorgio Possio ha illustrato l’approccio “lean” nell’applicazione delle nuove tecnologie, per ottimizzare i processi e promuovere il miglioramento continuo. Il Giappone dove il Lean è nato ha dato vita ad un modello ideale per questa questa trasformazione: si parte da bassi costi, da progetti pilota limitati e dalla creazione di uno schema adattabile a diverse situazioni. Ha chiuso l’evento un tavola rotonda dedicata ai temi-chiave del lavoro e della formazione, moderata da Filomena Greco del Sole 24 Ore con Franco Deregibus, Giorgio Vernoni, ricercatore Centro Einaudi e Osservatorio 21, Riccardo Rosi, vicedirettore dell’Unione Industriale e AD Skillab, e Stefano Re Fiorentin, Club Dirigenti Tecnici UI. Modellare, dunque, la nostra industria e la nostra società in chiave 4.0 significa collaborare per creare un progetto “su misura” per Torino, orientato a valorizzare le imprese, le esperienze formative più avanzate e a costruire opportunità di lavoro di elevata qualità. Abbiamo incontrato Riccardo Rosi, vicedirettore dell’Unione Industriale e AD Skillab per farci dire qualcosa di più su questa nuova rivoluzione denominata 4.o. Lanciare un programma di politica industriale definito 4.0 è un’ esigenza molto sentita dai grandi player dell’informatica e della manifattura che hanno un mercato internazionale, perché da circa 6 anni  le altre nazioni, più avanzate dal punto di vista teconologico stavano facendo diventare strategico l’inserimento massiccio e crescente delle potenzialità dell’informatica all’interno delle attività industriali e non solo. Soprattutto i tedeschi hanno dato questa denominazione 4.0 per tracciare un una linea di confine, tra la prima e vetusta rivoluzione industriale che fu quella del vapore, la seconda che fu quella dell’elettricità la terza dell’automazione e la quarta che è quella dei dati. Le grandi nazioni con l’aiuto di grandi aziende come Siemens, Bosh, un oligopolio tecnologico, molto seguito, sono partite delle azioni di filiera, coloniali dal punto di vista economico, ma se si porto la tecnologia per primi poi si diviene vincenti e su questo...

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Le Fakenews fanno notizia ? Parlarne, è a sua volta notizia ?

Pubblicato da alle 10:07 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Notizie | 0 commenti

Le Fakenews fanno notizia ? Parlarne, è a sua volta notizia ?

Tempo di fakenews o così sembra. Le false notizie sono divenute notizie come parlare di fakenews è a sua volta notizia. Un piccolo vortice che è difficile immaginare possa minimamente scalfire lo scetticismo insito nel lettore italiano, una distanza, un disincanto dal senso del vero che dal tempo dei sofisti non ci ha più abbandonato. Avvezzi alle panzane di marzapane dei politici, degli annunci impossibili e, rubando a De André “Prima pagina venti notizie ventuno ingiustizie e lo Stato che fa, si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità“, ecco abituati a questo, la sensazione che la veridicità di una notizia, la controprova della qualità di una fonte, il famoso check in, ossia la verifica, passino in secondo piano e la ritrosia del lettore a far affidamento agli organi d’informazione si confermi come la possibile strategia vincente.     Per rimediare alle balle spaziali per esempio, La Stampa, ha aderito al Trust Project, iniziativa nata all’Università di Santa Clara tre anni fa, fondata da un gruppo di editori internazionali e sostenuta fin dagli esordi da Google; peccato che proprio Google sia tra i più invischiati nelle news dubbie, non perché le scriva ma perché ne consente l’accesso. Sicuramente in buona fede, La Repubblica il 17 di questo mese sull’edizione di Ferrara, pubblicava un articolo su un clarinettista professionista che mentre veniva operato al cervello da sveglio solfeggiava, indicando che questo tipo di operazione veniva eseguita per la prima volta. La risposta, suonata a gran cassa, non si è fatta attendere. La Fondazione I.R.C.C.S. Istituto Neurologico Carlo Besta, ha immediatamente fatto diramare questo comunicato in cui: auspica che nel settore della Salute si dia una minore attenzione alla spettacolarizzazione e vi siano interventi anche istituzionali che diano  una maggiore rilevanza alla autenticità  ed alla realtà dei dati scientifici. I cittadini e la stampa hanno, come punti di riferimento, per poter essere correttamente informati: il sito del Ministero della Salute, le società medico-scientifiche e l’ Ugis – Unione nazionale Giornalisti Scientifici. In merito ad esempio alla recente notizia  al link http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/11/17/news/ferrara_operato_di_tumore_al_cervello_mentre_suona_il_clarinetto-181359687/ si rende noto che in Italia tali operazioni si svolgono dal 2001. Forse non aveva tutti i torti Giorgio Gaber quando in una canzone dedicata al mondo dell’informazione cantava, “E guardando i giornali con un minimo di ironia li dovremmo sfogliare come romanzi di fantasia che poi il giorno dopo e anche il giorno stesso vanno molto bene per accendere il fuoco o per andare …”...

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Un laboratorio on line per ripensare il Politecnico di Torino. Il Professor Guido Saracco presenta il suo programma come candidato a rettore  

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Un laboratorio on line per ripensare il Politecnico di Torino. Il Professor Guido Saracco presenta il suo programma come candidato a rettore   

Sono state formalmente avviate le procedure per l’elezione del nuovo Rettore del Politecnico di Torino per il mandato 2018-2024, che si concluderanno al più tardi il 20 febbraio con l’eventuale ballottaggio. Tre i candidati alla corsa per la successione di Marco Gilli, Michela Meo, attuale prorettrice, Mauro Velardocchia, ordinario di ingegneria meccanica e aerospaziale e Guido Saracco, docente ordinario di Chimica. Con una scelta in linea con i tempi ma assolutamente nuova in tale contesto, poiché mai adottata prima in ambito elettorale, il Professor Saracco ha presentato il suo “Laboratorio aperto sul futuro del Politecnico di Torino”, accessibile al sito www.laboratoriopolito.org, portale web in cui illustra i punti chiavi del suo programma, a  cui tutti possono contribuire inviando proposte, domande, suggerimenti che  Saracco, con un comitato di redazione, prenderà in considerazione: uno strumento di lavoro e un ulteriore percorso di confronto in base al quale si definirà un ulteriore preciso programma di candidatura. Nella lettera aperta in apertura del sito Saracco si rivolge significativamente in prima battuta a chi dà vita al Politecnico: studenti, colleghi ricercatori, tecnici amministrativi e bibliotecari, dottorandi assegnisti e collaboratori, e lo fa rispondendo alla domanda principale: “Perché vuoi fare il Rettore?” la risposta è immediata e precisa: “Perché mi sono convinto che restituire dignità e centralità a una comunità di 40.000 persone è una sfida impegnativa, ma non impossibile”. E questo lo si può fare con la competenza ma soprattutto con la passione e la capacità di guardare “oltre”:“Penso che un’università pubblica e indipendente debba, oggi più che mai, uscire dal suo guscio promuovendo valori universali come la lungimiranza, la tolleranza e la sostenibilità, indispensabili per produrre e diffondere conoscenza, per fare della cultura un motore di sviluppo sociale e civile e per dare vita a una vera e propria officina delle idee in cui sia possibile operare con mente aperta”. Il portale prosegue con l’analisi del Politecnico torinese, da più di 150 anni realtà inserita nella società e nel territorio; sono poi evidenziate le sei parole chiave del progetto (Promuovere, Semplificare, Partecipare, Collaborare, Progettare e Migliorare), singolarmente analizzate e scaturite dal confronto avuto negli scorsi mesi all’interno dell’Ateneo con studenti e personale. Nel capitolo sui Pesi e contrappesi per un Rettore (un titolo ironico per un tema spinoso), Saracco argutamente esamina i poteri di raggio d’azione e le responsabilità del mandato ma evidenza anche elementi importanti di controllo di questi stessi  poteri e delle prerogative del Rettore, ed infine scrive un lettera aperta al Ministro della Pubblica Istruzione per sottolineare, sin da subito,  quali siano le responsabilità del Governo nella capacità di crescita dell’Università, a partire da una auspicata riduzione della burocrazia, che molto rallenta le più semplice operazioni. Segue una sezione il cui Professore settimanalmente illustra un focus del programma. Da quindici anni Guido Saracco si occupa dell’organizzazione dell’Ateneo, avendo rivestito ruoli diversi: oggi si candida al massimo incarico con un’idea programmatica precisa, ossia che la formazione universitaria in questo momento storico sia l’unica in grado di fornire quel necessario cambio di paradigma per uscire dalle crisi che ci attanagliano, in primis la crisi economica, e questo acquisendo gli strumenti che portino a ripensare ad una nuova economia, a partire dallo studio di nuove fonti di energia e risorse del territorio. L’idea di fondo è quindi ambiziosa, visionaria, ma assolutamente necessaria: la riprogettazione dei percorsi formativi per renderli non solo più moderni ma ispirati a quello...

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