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La “Notte Nazionale del Liceo Classico” guarda oltre. Una serata aperta a tutti per fare scuola.

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La “Notte Nazionale del Liceo Classico” guarda oltre. Una serata aperta a tutti per fare scuola.

Venerdì 11 Gennaio per sei ore, dalle ore 18 alle ore 24, si potrà tornare a lezione, senza timori di brutti voti, presso il Liceo Classico e Musicale C. Cavour di Corso Tassoni 15, dove si terrà la quinta edizione della “Notte Nazionale del Liceo Classico”. Nata nel 2015 da un’idea del prof. Rocco Schembra, del Liceo “Gulli e Pennisi” di Acireale (CT), la Notte si arricchisce di anno in anno di Licei aderenti (quest’anno 433 in tutta la penisola), di partenariati e di attività, che vedranno protagonisti gli studenti, gli ospiti e il pubblico. Un appuntamento costruito in sinergia da docenti e studenti nei mesi scorsi, con grande energia e spirito di collaborazione; un modo diverso di “fare scuola”, che dà a tutti la possibilità di lavorare con intensità e gioia, e di mettere a frutto in modo creativo il lavoro quotidiano, con la consapevolezza che il liceo classico non è la scuola delle lingue morte, ma luogo di riflessione civile, di coinvolgimento e di crescita personale, il luogo in cui non ci si ferma alle apparenze e si costruisce il futuro. La lunga serata del Cavour sarà, come di consueto, caratterizzata da numerosi brevi interventi (letterari, teatrali, musicali, coreutici, multimediali) gestiti dagli studenti, che si affiancheranno a quelli degli ospiti, con l’obiettivo di cercare una chiave di comprensione del presente e del futuro, ma attraverso l’esplorazione del passato, per “Guardare oltre”, come recita il titolo scelto per la kermesse di quest’anno. I vari contributi porteranno oltre le apparenze, i muri geografici e temporali, aprendo quegli orizzonti e quel panorama mozzafiato che il liceo classico è ancora in grado di dipingere. Ospite lo storico Alessandro Barbero che verrà intervistato dagli studenti, guidati da Donatella Andriolo attraverso un percorso enogastronomico nell’antico Egitto, si verrà condotti da Euripide, Shakespeare e dai grandi delle letterature di ogni tempo ad esplorare l’uomo, ci chiederemo se “il viaggio è più importante della meta” grazie a un dibattito tra studenti, con l’aiuto di una giuria di ospiti illustri e del pubblico, protagonista anche di un quiz, con dolci premi realizzati dagli allievi all’interno di un progetto della scuola.  Partner della manifestazione il Club di Cultura Classica “Ezio Mancino” (clubculturaclassica.it), che ha collaborato attivamente all’organizzazione dell’evento, e l’Istituto Peano, che con il suo percorso Audio&Musica fornirà servizi di elettronica per lo spettacolo. L’ingresso è libero e gratuito; prevista una diretta streaming realizzata da un gruppo di allievi del progetto di comunicazione. Pier...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Massimo Guerrini.

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Massimo Guerrini.

Torino Domani GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Massimo Guerrini è il Presidente delle Circoscrizione 1 della città di Torino, lo ringraziamo per la partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Purtroppo questa situazione non sono soltanto io a provarla, anche la mia famiglia, miei amici che per motivi lavorativi  o di svago viaggiano all’estero, mi dicono la stessa cosa, viaggiando per motivi di lavoro, peraltro  ti accorgi spesso di cose che magari sfuggono ad un turista di passaggio. Innanzitutto rispondo che non è una solo una sensazione, è qualcosa di più grande ed oggettivo, qualcosa di  tangibile; mancano le infrastrutture, quando arrivi a Madrid in aereo prendi la metro e sei in centro città, qui purtroppo una cosa del genere non la trovi  neanche a Milano, che è la città più internazionale dell’intero Paese…per non parlare del wi fi gratuito ed illimitato nell’aeroporto , nelle caffetterie nei musei, a Lisbona ad esempio è tutto così , qui in Italia è ancora un utopia, ci sono delle città dove non c’è ancora la fibra…e poi  ciò che trovo all’estero e mi piace è il senso civico per la cosa pubblica , invece da noi purtroppo manca,  c’è ancora  troppo individualismo che si traduce in mancanza di rispetto per il giardino pubblico o il marciapiede che si può sporcare con le cartacce, con le cicche, con le deiezioni canine… questo non va bene ma è un problema culturale, all’estero se sporchi con la cartaccia non ti multa il vigile, ti rimprovera il passante. Ciò che ci salva è il nostro made in Italy, che tutto il mondo ci invidia e ci copia, la ns eccellenza nel manifatturiero nell’ enogastronomia ect se alla Casa Bianca assumono cuochi italiani e i Vip vogliono sarti italiani significa che anche gli altri paesi ci riconoscono questo merito.. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Il Rapporto Rota  2018, si intitola “Uscire dal labirinto: mi pare il titolo parli da solo. Il rapporto  ha evidenziato l’insistere della crisi economica sulla nostra Città e lo si vede  nella mancanza di lavoro da parte dei giovani e nella scarsa crescita in generale. Eppure la nostra città a livello produttivo ha delle grandi potenzialità , abbiamo il Politecnico che è un’eccellenza a livello nazionale ,  abbiamo  imprese innovative nell’erogazione di servizi, tuttavia...

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Mentre il dibattito legato all’alta velocità coinvolge la città, parte la corsa al velocipede.

Pubblicato da alle 16:35 in DOXA segnalazioni, Innovazione, MotorInsider, Prima pagina | 0 commenti

Mentre il dibattito legato all’alta velocità coinvolge la città, parte la corsa al velocipede.

Mentre il dibattito sulla realizzazione della Tav si fa ogni giorno più acceso e ricco di colpi di scena, o sotto la cintura, come quello di ieri, assai prevedibile, avvenuto con il voto della Città Metropolitana, il Comune va in “direzione ostinata e contraria” e mette sul piatto altre formule di mobilità. Archiviato il pattino elettrico, sparpagliati come girasoli i motorini  gialli, depredate come fossero predoni del deserto le corse degli autobus, costruito innovativi luoghi di aggregazione circolare in periferia vedi Piazza Baldissera, non c’era momento migliore per dare avvio al bando per l’autorizzazione al trasporto di persone con velocipedi. Il vecchio è amatissimo risciò per intenderci, noto in Asia e Africa con il simpatico nome di pousse-pousse. Apparsi in India attorno al 1880 i risciò  furono utilizzati inizialmente dai mercanti cinesi per trasportare le merci e solo dal 1914 vennero autorizzati al trasporto delle persone, il mezzo è inoltre protagonista involontario del libro La città della gioia di Dominique Lapierre e più di recente del film franco-vietnamita Cyclo di Tran Anh Hung, non proprio opere da catalogare come commedia brillante.   Se si legge con attenzione il comunicato cittadino si evince che nessun piede nudo percorrerà con la neve e con il caldo il macadam  della strada.   A breve anche a Torino i turisti potranno essere accompagnati nella visita della città, tra le piazze auliche e i principali monumenti del centro, a bordo di un triciclo a pedalata assistita. Si aprono oggi le iscrizioni per partecipare al concorso pubblico (per soli titoli) per l’assegnazione di dodici autorizzazioni per servizio turistico di trasporto di persone con velocipede.  In particolare, a chi è chiamato ad accompagnare i turisti spingendo sui pedali è richiesta un’età di almeno 21 anni, il possesso della patente di guida oltre che una specifica certificazione medica attestante, tra l’altro, ‘l’idoneità a svolgere attività di particolare ed elevato impegno cardiovascolare’. Oltre agli obblighi professionali ed etici, come quelli di presentare e mantenere pulito e in perfetta efficienza il veicolo o di consegnare al competente ufficio del Comune qualsiasi oggetto dimenticato dal cliente, per i conducenti di tricicli e motocarrozzette è previsto l’impegno a sottostare a un vero e proprio codice di abbigliamento. Il modello è scaricabile dal sito www.comune.torino.it/bandi  Le autorizzazioni saranno rilasciate a titolari di imprese artigiane (iscritti all’albo) e agli imprenditori privati e le domande (una per le persone fisiche e fino a un massimo di tre per le persone giuridiche) potranno essere presentate da oggi sino alle ore 14 del 21 gennaio 2019. La graduatoria avrà una validità di 4 anni dalla data di approvazione. Quindi Torino come una città della gioia, dove si verrà scorrazzati, a seguito di elevato impegno cardiovascolare con un triciclo, nessun riferimento a Shining o ad una infanzia irrimediabilmente perduta, a pedalata assistita e finché batteria non ci abbandoni. Una mobilità tutta da scoprire, soprattutto se tra piazza auliche e monumenti del centro non si desideri fare una capatina nelle vituperate periferie dalle piazze rozze e prive di equestri monumenti ancora una volta escluse dai percorsi. L’ispirazione di tale impulso alla modernità deriva probabilmente da Amsterdam dove la cosa è in uso da tempo, molti canali ma nessuna collina, in salita, chiama ad una gita romantica. Si spera che il pedale ad alta velocità non si inchiodi subito in agguerrite fazioni di...

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Un nuovo Manifesto bussa alla porta dei cittadini d’Europa. Per cambiare le politiche della Ue.

Pubblicato da alle 12:17 in DOXA segnalazioni, Economia, galleria home page | 0 commenti

Un nuovo Manifesto bussa alla porta dei cittadini d’Europa. Per cambiare le politiche della Ue.

Manifesto per la democratizzazione dell’Europa Era il 1941, esattamente settantasette anni fa quando, posti al confino sull’isola di Ventotene, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, scrissero il Manifesto di Ventotene, il cui titolo originale è: “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”. Le basi di quella che è divenuta l’Unione Europea, infatti il Manifesto di Ventotene prefigurava la necessità di istituire una federazione europea dotata di un parlamento e di un governo democratico con poteri reali in alcuni settori fondamentali, come economia e politica estera. Quella di un’Europa unita e federale all’epoca era un’idea impensabile come la proposta di un nuovo corso politico per le sfide del futuro post-bellico, superabili solo con l’unione degli Stati europei. Il cuore utopico di quel pensiero ha trovato, incredibilmente, forma, per quanto parziale, nell’Unione Europea odierna. E forse proprio per salvaguardare quanto di buono c’era in quel progetto, a condizioni e tempi molti mutati che un nuovo Manifesto bussa alla porta dei cittadini europei. Si chiama “Manifesto per la democratizzazione dell’Europa”e, a firmarlo sono oltre 120 intellettuali, giuristi e responsabili politici di 16 Paesi europei, tra cui Thomas Piketty, un manifesto che negli intenti vuole cambiare “profondamente le istituzioni e le politiche” Ue.  Nel documento, pubblicato dal quotidiano francese Le Monde, i firmatari evocano la creazione di istituzioni maggiormente democratiche, come un'”Assemblea sovrana” che sia competente in materia di bilancio. Il Manifesto per la democratizzazione dell’Europa e l’insieme delle proposte sono disponibili sul sito tdem.eu. Questo il testo del Manifesto Noi, cittadini europei, provenienti da contesti e paesi diversi, lanciamo oggi questo appello per una profonda trasformazione delle istituzioni e delle politiche europee. Questo Manifesto contiene proposte concrete, in particolare un progetto per un Trattato di democratizzazione e un Progetto di budget che può essere adottato e applicato nella sua forma attuale dai paesi che lo desiderino, senza che nessun altro paese possa bloccare quanti aspirino al progresso. Può essere firmato on-line (www.tdem.eu) da tutti i cittadini europei che in esso si riconoscono. Può essere modificato e migliorato da qualunque movimento politico. Dopo la Brexit e l’elezione di governi antieuropeisti a capo di diversi paesi membri, non è più pensabile continuare come prima. Non possiamo limitarci ad aspettare le prossime uscite o un ulteriore smantellamento senza apportare cambiamenti radicali all’Europa di oggi. Oggi il nostro continente è preso tra i movimenti politici il cui programma è limitato alla caccia agli stranieri e ai rifugiati, un programma che ora hanno iniziato a mettere in atto, da un lato. Dall’altro, abbiamo partiti che pretendono di essere europei, ma che in realtà continuano a considerare che il duro liberalismo e la diffusione della concorrenza a tutti (Stati, imprese, territori e individui) sono sufficienti per definire un progetto politico. In nessun modo riconoscono che è proprio questa mancanza di ambizione sociale che porta alla sensazione di abbandono. Oggi, da un lato il nostro continente è intrappolato tra movimenti politici il cui programma si limita alla caccia a stranieri e rifugiati, programma che ora hanno iniziato ad attuare; dall’altro, vi sono partiti che si dichiarano europei, ma che in realtà sono ancora convinti che il liberalismo di base e la diffusione della concorrenza a tutti (Stati, imprese, territori e individui) siano sufficienti a definire un progetto politico. Non riconoscono in alcun modo che è esattamente questa mancanza di ambizione...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Daniele Valle.

Pubblicato da alle 11:40 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Notizie | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Daniele Valle.

Torino Domani GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Daniele Valle è Consigliere regionale del Piemonte, Presidente della commissione cultura, lo ringraziamo per la partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Torino è una città particolare, un ottimo equilibrio fra una città internazionale e una città tipicamente italiana, dalle dimensioni (rispetto alle giganti del mondo) ridotte ma dalle prospettive ampie. Per costruire questa Torino ci è voluto un gran lavoro, da parte di amministratori pazienti e lungimiranti, che ci hanno permesso di uscire dalla grigia idea della città industriale che si era impressa nell’immaginario collettivo a partire dal primo dopoguerra. Abbiamo vissuto una grande fase di rinascita, a cui l’esperienza olimpica ha impresso un’accelerazione straordinaria. Il movimento però ha bisogno di essere stimolato e non si può non constatare che ad oggi Torino sembra essersi fermata. Forse eravamo abituati troppo bene, dalle precedenti amministrazioni, a dover aggiungere eventi sul calendario, invece che a doverli cancellare. Forse eravamo troppo abituati a veder nascere progetti che allargavano la città, invece che a limitarci a parlare ossessivamente di supermercati o di stipendi dei politici. Quindi sì, anche io provo questa sensazione, soprattutto quando torno da viaggi all’estero. Ma anche quando più semplicemente torno da Matera e dalla Basilicata, come quest’estate. L’origine di questa sensazione credo sia l’immobilismo progettuale in cui Torino versa, è un po’ come se, da Piazza San Carlo in poi, questa città avesse cominciato ad arretrare, su tutti i campi. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Torino ha avuto una storia di amministratori coraggiosi e di ottimi imprenditori che, insieme al grande lavoro di tutto il tessuto associativo e delle associazioni datoriali, hanno dato a questa città un volto solido, credibile e innovativo, soprattutto negli ultimi 30 anni. Tuttavia nessuno può uscire indenne dagli effetti dei grandi fenomeni economici e la crisi del 2008 non ha tardato a farsi sentire anche qui, proprio mentre Torino stava completando la sua conversione da città industriale a città di servizi e cultura. Gli investimenti in cultura, in turismo, in innovazione, hanno creato un buon movimento di forze intellettuali, economiche e sociali, ma non è bastato a reggere l’urto della crisi che ha reso generalmente più instabili le condizioni delle persone e quindi le loro percezioni. Su questo a mio avviso si è innestata l’ossessione per i...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Don Roberto Repole.

Pubblicato da alle 11:20 in D'Uomo, DOXA segnalazioni, galleria home page | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Don Roberto Repole.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Roberto Repole è sacerdote della diocesi di Torino e docente di Teologia sistematica presso la sezione di Torino della Facoltà Teologica, lo ringraziamo per la partecipazione a Torino Domani.   Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Non saprei, francamente, se questa sensazione mi venga proprio al ritorno dall’estero (almeno se si tratta di grandi città del nostro mondo occidentale, alla fine spesso più simili di quel che sembrerebbe): è certo, però, che qualche volta avverto di abitare un Paese ed una città che stentano a proiettarsi in avanti, che sembrano bloccati e come ripiegati su se stessi. Mi viene da pensare che uno degli effetti della fine delle grandi ideologie e della globalizzazione, ovvero il fatto di percepire il futuro più in termini di paura che di attrazione, sia proprio di casa nel nostro Paese e nella nostra città. Basterebbe considerare la tendenza – che non finisce di impressionarmi – di guardare ai giovani più come ad un problema da affrontare che non a una incredibile risorsa del presente e per il futuro. Sarei però disonesto se non dicessi di vedere anche diversi segni di apertura e di speranza, magari scomposti ma certo presenti. Registro sia a Torino sia in Italia una grande generosità, che si manifesta ad esempio nelle grandi esperienze e strutture di volontariato che ancora sussistono e che sono vive. Anche la generazione dei più giovani non è solo fatta di “sdraiaiti”. C’è tra loro  tanta generosità, tanta apertura e solidarietà che costituiscono un segno di speranza per il futuro. Persino ciò che ora va sotto il nome di emergente “populismo” credo che meriterebbe una attenzione culturale più profonda di quel che generalmente si concede, specie in un mondo mediatico spesso superficiale. Pur con tutte le contraddizioni, le incongruenze e le forze nichiliste da cui è attraversato, non si esprime in esso anche una “forza di resistenza” allo status quo, che è ancora indice di vita e di “speranza”? Forse insieme al “marcio” c’è da essere attenti a non perdersi i germi di bene o anche solo il grido di chi fatica a vivere. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Questo è un punto nevralgico, direttamente connesso a quanto provavo ad esprimere poc’anzi. C’è come l’impressione che la dimensione economica si sia “mangiato” tutto. Mi pare...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Tiziana Andina.

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Tiziana Andina.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Tiziana Andina  è docente e ricercatrice di filosofia teoretica dell’Università di Torino, la ringraziamo per la partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Amo molto l’Italia, alle volte un po’ meno gli italiani. Il nostro è un paese complicato: continua a essere diviso in due macroaree dopo oltre cento e cinquanta anni di storia unitaria. Il nord guada con sospetto il sud e il sud si sente incompreso e depredato, di risorse e di capitale umano. E poi c’è una criminalità diffusa e una tendenza alla corruzione che permea sia il nord che il sud: gli italiani resistono a considerare la cosa pubblica una cosa di tutti, spesso preferiscono vederla come qualcosa da utilizzare per i propri scopi. Credo che questo sia uno dei problemi più resilienti che l’Italia ha. Non siamo imprigionati in un incantesimo cattivo, semplicemente abbiamo moltissima difficoltà a considerare l’etica pubblica come un valore da proteggere e tramandare. Mi viene in mente un famosissimo saggio scritto qualche anno fa da Garrett Hardin (1968) sui beni comuni: “The Tragedy of Common”. Hardin notava come le risorse naturali pubbliche (che sono a tutti gli effetti dei commons) sono costitutivamente limitate; ciononostante non ci preoccupiamo affatto di utilizzare a nostro vantaggio quella parte che sarebbe destinata al benessere delle future generazioni. Questo perché, in linea di massima, siamo portati a pensare che se qualcuno può utilizzare qualcosa che non gli appartiene, la cui disponibilità è per di più gratuita, certamente lo farà senza avere alcun riguardo per la conservazione della risorsa e, dunque, senza alcun riguardo per chi verrà dopo di lui. Ecco, gli italiani sono specialisti in questo, guidati da una antropologia negativa – ovvero dall’idea che il loro prossimo, non lui stesso, abbia la tendenza a raccomandare, rubare, traccheggiare – che è diffusa e radicata. In realtà, molto modestamente, impera un individualismo davvero poco edificante. Un esempio: pensi a come negli anni Settanta del secolo scorso il governo Rumor ha programmato il futuro del paese attraverso l’assetto del sistema pensionistico. Si sono fatte andare in pensione milioni di dipendenti pubblici, dopo che avevano lavorato dai 14 ai 25 anni, con il semplice scopo di consolidare il consenso, creando un buco gigantesco nel nostro sistema pensionistico e caricando le nuove generazioni di debiti da pagare. Credo che questo sia uno dei vizi peggiori di questa Italia sofferente: non possiede una dimensione politica e sociale istituzionale, non pensa di avere una dimensione transgenerazionale, ma si pensa solo qui ed ora, ed anche questo, spesso, le riesce male. Il dibattito sul futuro di Torino,...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alessandro Bollo.

Pubblicato da alle 11:09 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Notizie | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alessandro Bollo.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Alessandro Bollo è il Direttore del Polo del ‘900,  lo ringraziamo per la partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Più che a un incantesimo cattivo (fa sempre comodo trovare una fattucchiera da incolpare), mi pare che l’Italia e noi italiani ci stiamo impegnando da tempo a disgregare quel “patto” generazionale che ha caratterizzato una buona parte del Novecento e che consisteva nel provare a costruire un futuro migliore da consegnare alle generazioni a venire anche a patto di perdere qualcosa in quella che si stava vivendo. Oggi mi pare che agli investimenti in futuro si stiano sostituendo sempre più istinti individuali e comportamenti collettivi orientati a salvare il salvabile e difendere, anche comprensibilmente, diritti e rendite faticosamente conquistati nel tempo e spazzati dalla globalizzazione. Si investe poco e male in ricerca, si continua a rimandare un grande piano strutturale per la scuola e per la crescita culturale dei nostri bambini e ragazzi, si fa poca innovazione negli ambiti legati al digitale e alle tecnologie del futuro (Intelligenza Artificiale e Digital Humanities, ad esempio, su cui il nostro paese avrebbe molto da dire). Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Io penso che per le città esistano cicli e ritmi vitali; adesso, come a metà degli anni Novanta, Torino ha nuovamente bisogno di una visione strategica condivisa e di una narrativa antidepressiva che sia in grado di promuoverla e renderla convincente verso l’esterno”, ma soprattutto capace di coagulare le risorse interne migliori della società civile, dell’impresa, della ricerca e della formazione, dell’amministrazione pubblica e delle Fondazioni Bancarie che possono giocare un ruolo cruciale in questa partita. Rispetto alle sfide future possibili Torino deve riprendere e interpretare in chiave contemporanea alcune delle sfide che riguardano molte delle città di medie dimensioni europee: innovazione nel welfare, capacità di trasformare l’invecchiamento della popolazione da criticità a opportunità, cambiamento nei comportamenti individuali legati alla mobilità e all’inquinamento, maggiore qualità nell’offerta scolastica, capacità di attrarre competenze e nuove aziende. Candidarsi a diventare una città-laboratorio per lo sviluppo di ambienti, di imprese e di progetti legati all’innovazione sociale (anche legandosi alle potenzialità della ricerca universitaria, del terzo settore e di un ecosistema di soggetti che operano e sperimentano nel welfare avanzato) a quella culturale (favorendo contesti di produzione culturale e di interconnessione...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Marco Giusta.

Pubblicato da alle 11:13 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Notizie | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Marco Giusta.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Marco Giusta è Assessore della Città di Torino con delega su Politiche Giovanili, Pari Opportunità, Politiche per la famiglia, Politiche a sostegno di Torino Città Universitaria, lo ringraziamo per la partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Ne ho discusso molto con alcuni amici nei giorni scorsi. La sensazione riguarda il paese, a mio avviso, con una forte regressione a comportamenti e modi di pensiero più involuto rispetto a ciò a cui eravamo abituati. La solitudine, il fallimento delle politiche di welfare, la scelta economica di sostenere la finanza liberista hanno creato un sentimento diffuso di paura e instabilità, che spesso trova capri espiatori in gruppi sociali a cui viene tolta la dignità anche nella narrazione quotidiana e politica. Ma penso e spero sia possibile ripartite da qui anche per provare a dare nuove risposte innovative, basate sul senso di comunità, sui beni comuni, su forme altre di economia che debbano partire dalle città ribelli e trasformarsi in pratica politica. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Non è mia abitudine puntare il dito indicando altrove le responsabilità, e non lo voglio fare nemmeno questa volta. Certo però che se per anni si vive al di sopra delle proprie possibilità senza riuscire a costruire un processo reale di crescita e ridistribuzione sul territorio allora ad un certo punto occorre adottare un approccio serio di salvaguardia dei conti pubblici e dei servizi della città. Credo sia più corretto essere diretti e sinceri sullo stato economico piuttosto che tirare avanti a panem et circenses. Detto questo Torino ha grandi potenzialità, che possono e devono essere sfruttate e rilanciare, senza stare ad inventarsi nulla di nuovo ma valorizzando la capacità innovativa della città e attuando, nel tempo, una politica keynesiana di sostegno alle realtà e ai progetti individuali e collettivi. Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città ? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada ? Come detto sopra non penso ci sia quasi nulla da inventare , e copiare senza adattare funziona solo su aree omogenee per cultura tradizione e funzionamento. Penso che l’unica vera necessità urgente è quella della semplificazione delle procedure e delle azioni amministrative che frenano molte possibilità...

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Spendiamo sempre di più per prepararci a fare ciò che poi non facciamo. Two to tango.

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Spendiamo sempre di più per prepararci a fare ciò che poi non facciamo. Two to tango.

Two to tango — Parrebbe in corso, almeno nei paesi economicamente sviluppati, un generalizzato declino dell’attività sessuale umana. Risultati indicativi della tendenza sono stati trovati negli ultimi anni in Finlandia, in Giappone, negli Usa, nel Regno Unito, in Germania e altrove. Il calo sembra presente in maniera essenzialmente indifferenziata tra i giovani, le coppie sposate e gli anziani. Almeno negli Stati Uniti—sempre avanti nella raccolta di statistiche del genere—l’anno del “peak sex” sarebbe stato il 1988. Allora, secondo dati del US Center for Disease Control and Prevention, rispetto ad oggi gli indici d’attività sessuale tra i teenager sarebbero stati più alti del 22% tra i maschi e del 14% tra le femmine. Il fenomeno si rispecchia in Giappone dove, secondo la Japan Family Planning Association, il 45% delle donne nel gruppo d’età tra i 16 e i 24 anni si dichiara “o non interessata o di disprezzare attivamente il contatto sessuale”. Un quarto del campione maschile è stato d’accordo. L’indifferenza giapponese all’atto riproduttivo contribuisce al drammatico crollo demografico in corso nel Paese. Altrove non è chiaro quanto lo scarso desiderio sia un problema, almeno “di massa”. Negli Usa il GSS- General Social Survey, un’indagine condotta annualmente dal National Opinion Research Center dell’University of Chicago, indica che l’attività sessuale sarebbe comunque distribuita in maniera molto poco regolare: all’incirca il 15% degli adulti è responsabile della metà degli amplessi nella categoria. La disponibilità del sesso, in altre parole, sarebbe ancora più esclusiva di quella dei soldi in quanto, negli Stati Uniti, il 20% della popolazione possiede la metà della ricchezza… Se il fenomeno della nuova astensione è abbastanza chiaro nei contorni, altrettanto non si può dire delle sue cause. Si è ipotizzato di tutto, a partire dall’arrivo dei televisori nelle camere da letto e l’invadenza degli smart phone, all’accresciuta disponibilità della pornografia in Internet oppure ai ritmi di lavoro frenetici, al consumo (o meno) della carne, all’arrivo dei prodotti della soia nelle diete occidentali, al generico “crollo del desiderio”, all’obesità, alla riduzione del testosterone maschile e perfino al “troppo sesso nelle pubblicità”—con il suggerimento che la gente, semplicemente, “se n’è stufata”… Le spiegazioni profferte spesso sembrano dipendere soprattutto dalla particolare critica del mondo moderno che più incontra i gusti di chi le propone. È interessante la compresenza di un altro fenomeno imparentato e che, forse solo per un caso statistico, sembra occupare simili spazi sociali ed economici. L’attività sessuale, nelle fasce d’età che ne sono più ossessionate, è costosa: sia in termini di soldi sia nel dispendio di tempo richiesto per i preparativi, il corteggiamento e “l’esecuzione”. Parallelamente al boom dell’astensione e in maniera proporzionale, è invece molto cresciuta in Occidente la spesa economica e temporale dedicata alla cura della persona: alla cosmesi, alle diete, agli esercizi “tonificanti” del corpo e a tutti gli aspetti della moda e dell’apparire. Non è detto che ci sia un nesso. Tuttavia, i dati di mercato indicano che spendiamo sempre di più per prepararci a fare ciò che poi non facciamo. Il relativo (e calzante) modo di dire americano è: “All dressed up and no place to go”. Courtesy James Douglas...

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