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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Tiziana Andina.

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Tiziana Andina.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Tiziana Andina  è docente e ricercatrice di filosofia teoretica dell’Università di Torino, la ringraziamo per la partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Amo molto l’Italia, alle volte un po’ meno gli italiani. Il nostro è un paese complicato: continua a essere diviso in due macroaree dopo oltre cento e cinquanta anni di storia unitaria. Il nord guada con sospetto il sud e il sud si sente incompreso e depredato, di risorse e di capitale umano. E poi c’è una criminalità diffusa e una tendenza alla corruzione che permea sia il nord che il sud: gli italiani resistono a considerare la cosa pubblica una cosa di tutti, spesso preferiscono vederla come qualcosa da utilizzare per i propri scopi. Credo che questo sia uno dei problemi più resilienti che l’Italia ha. Non siamo imprigionati in un incantesimo cattivo, semplicemente abbiamo moltissima difficoltà a considerare l’etica pubblica come un valore da proteggere e tramandare. Mi viene in mente un famosissimo saggio scritto qualche anno fa da Garrett Hardin (1968) sui beni comuni: “The Tragedy of Common”. Hardin notava come le risorse naturali pubbliche (che sono a tutti gli effetti dei commons) sono costitutivamente limitate; ciononostante non ci preoccupiamo affatto di utilizzare a nostro vantaggio quella parte che sarebbe destinata al benessere delle future generazioni. Questo perché, in linea di massima, siamo portati a pensare che se qualcuno può utilizzare qualcosa che non gli appartiene, la cui disponibilità è per di più gratuita, certamente lo farà senza avere alcun riguardo per la conservazione della risorsa e, dunque, senza alcun riguardo per chi verrà dopo di lui. Ecco, gli italiani sono specialisti in questo, guidati da una antropologia negativa – ovvero dall’idea che il loro prossimo, non lui stesso, abbia la tendenza a raccomandare, rubare, traccheggiare – che è diffusa e radicata. In realtà, molto modestamente, impera un individualismo davvero poco edificante. Un esempio: pensi a come negli anni Settanta del secolo scorso il governo Rumor ha programmato il futuro del paese attraverso l’assetto del sistema pensionistico. Si sono fatte andare in pensione milioni di dipendenti pubblici, dopo che avevano lavorato dai 14 ai 25 anni, con il semplice scopo di consolidare il consenso, creando un buco gigantesco nel nostro sistema pensionistico e caricando le nuove generazioni di debiti da pagare. Credo che questo sia uno dei vizi peggiori di questa Italia sofferente: non possiede una dimensione politica e sociale istituzionale, non pensa di avere una dimensione transgenerazionale, ma si pensa solo qui ed ora, ed anche questo, spesso, le riesce male. Il dibattito sul futuro di Torino,...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alessandro Bollo.

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alessandro Bollo.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Alessandro Bollo è il Direttore del Polo del ‘900,  lo ringraziamo per la partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Più che a un incantesimo cattivo (fa sempre comodo trovare una fattucchiera da incolpare), mi pare che l’Italia e noi italiani ci stiamo impegnando da tempo a disgregare quel “patto” generazionale che ha caratterizzato una buona parte del Novecento e che consisteva nel provare a costruire un futuro migliore da consegnare alle generazioni a venire anche a patto di perdere qualcosa in quella che si stava vivendo. Oggi mi pare che agli investimenti in futuro si stiano sostituendo sempre più istinti individuali e comportamenti collettivi orientati a salvare il salvabile e difendere, anche comprensibilmente, diritti e rendite faticosamente conquistati nel tempo e spazzati dalla globalizzazione. Si investe poco e male in ricerca, si continua a rimandare un grande piano strutturale per la scuola e per la crescita culturale dei nostri bambini e ragazzi, si fa poca innovazione negli ambiti legati al digitale e alle tecnologie del futuro (Intelligenza Artificiale e Digital Humanities, ad esempio, su cui il nostro paese avrebbe molto da dire). Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Io penso che per le città esistano cicli e ritmi vitali; adesso, come a metà degli anni Novanta, Torino ha nuovamente bisogno di una visione strategica condivisa e di una narrativa antidepressiva che sia in grado di promuoverla e renderla convincente verso l’esterno”, ma soprattutto capace di coagulare le risorse interne migliori della società civile, dell’impresa, della ricerca e della formazione, dell’amministrazione pubblica e delle Fondazioni Bancarie che possono giocare un ruolo cruciale in questa partita. Rispetto alle sfide future possibili Torino deve riprendere e interpretare in chiave contemporanea alcune delle sfide che riguardano molte delle città di medie dimensioni europee: innovazione nel welfare, capacità di trasformare l’invecchiamento della popolazione da criticità a opportunità, cambiamento nei comportamenti individuali legati alla mobilità e all’inquinamento, maggiore qualità nell’offerta scolastica, capacità di attrarre competenze e nuove aziende. Candidarsi a diventare una città-laboratorio per lo sviluppo di ambienti, di imprese e di progetti legati all’innovazione sociale (anche legandosi alle potenzialità della ricerca universitaria, del terzo settore e di un ecosistema di soggetti che operano e sperimentano nel welfare avanzato) a quella culturale (favorendo contesti di produzione culturale e di interconnessione...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Marco Giusta.

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Marco Giusta.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Marco Giusta è Assessore della Città di Torino con delega su Politiche Giovanili, Pari Opportunità, Politiche per la famiglia, Politiche a sostegno di Torino Città Universitaria, lo ringraziamo per la partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Ne ho discusso molto con alcuni amici nei giorni scorsi. La sensazione riguarda il paese, a mio avviso, con una forte regressione a comportamenti e modi di pensiero più involuto rispetto a ciò a cui eravamo abituati. La solitudine, il fallimento delle politiche di welfare, la scelta economica di sostenere la finanza liberista hanno creato un sentimento diffuso di paura e instabilità, che spesso trova capri espiatori in gruppi sociali a cui viene tolta la dignità anche nella narrazione quotidiana e politica. Ma penso e spero sia possibile ripartite da qui anche per provare a dare nuove risposte innovative, basate sul senso di comunità, sui beni comuni, su forme altre di economia che debbano partire dalle città ribelli e trasformarsi in pratica politica. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Non è mia abitudine puntare il dito indicando altrove le responsabilità, e non lo voglio fare nemmeno questa volta. Certo però che se per anni si vive al di sopra delle proprie possibilità senza riuscire a costruire un processo reale di crescita e ridistribuzione sul territorio allora ad un certo punto occorre adottare un approccio serio di salvaguardia dei conti pubblici e dei servizi della città. Credo sia più corretto essere diretti e sinceri sullo stato economico piuttosto che tirare avanti a panem et circenses. Detto questo Torino ha grandi potenzialità, che possono e devono essere sfruttate e rilanciare, senza stare ad inventarsi nulla di nuovo ma valorizzando la capacità innovativa della città e attuando, nel tempo, una politica keynesiana di sostegno alle realtà e ai progetti individuali e collettivi. Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare fiducia, grinta, carattere, alla città ? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada ? Come detto sopra non penso ci sia quasi nulla da inventare , e copiare senza adattare funziona solo su aree omogenee per cultura tradizione e funzionamento. Penso che l’unica vera necessità urgente è quella della semplificazione delle procedure e delle azioni amministrative che frenano molte possibilità...

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Spendiamo sempre di più per prepararci a fare ciò che poi non facciamo. Two to tango.

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Spendiamo sempre di più per prepararci a fare ciò che poi non facciamo. Two to tango.

Two to tango — Parrebbe in corso, almeno nei paesi economicamente sviluppati, un generalizzato declino dell’attività sessuale umana. Risultati indicativi della tendenza sono stati trovati negli ultimi anni in Finlandia, in Giappone, negli Usa, nel Regno Unito, in Germania e altrove. Il calo sembra presente in maniera essenzialmente indifferenziata tra i giovani, le coppie sposate e gli anziani. Almeno negli Stati Uniti—sempre avanti nella raccolta di statistiche del genere—l’anno del “peak sex” sarebbe stato il 1988. Allora, secondo dati del US Center for Disease Control and Prevention, rispetto ad oggi gli indici d’attività sessuale tra i teenager sarebbero stati più alti del 22% tra i maschi e del 14% tra le femmine. Il fenomeno si rispecchia in Giappone dove, secondo la Japan Family Planning Association, il 45% delle donne nel gruppo d’età tra i 16 e i 24 anni si dichiara “o non interessata o di disprezzare attivamente il contatto sessuale”. Un quarto del campione maschile è stato d’accordo. L’indifferenza giapponese all’atto riproduttivo contribuisce al drammatico crollo demografico in corso nel Paese. Altrove non è chiaro quanto lo scarso desiderio sia un problema, almeno “di massa”. Negli Usa il GSS- General Social Survey, un’indagine condotta annualmente dal National Opinion Research Center dell’University of Chicago, indica che l’attività sessuale sarebbe comunque distribuita in maniera molto poco regolare: all’incirca il 15% degli adulti è responsabile della metà degli amplessi nella categoria. La disponibilità del sesso, in altre parole, sarebbe ancora più esclusiva di quella dei soldi in quanto, negli Stati Uniti, il 20% della popolazione possiede la metà della ricchezza… Se il fenomeno della nuova astensione è abbastanza chiaro nei contorni, altrettanto non si può dire delle sue cause. Si è ipotizzato di tutto, a partire dall’arrivo dei televisori nelle camere da letto e l’invadenza degli smart phone, all’accresciuta disponibilità della pornografia in Internet oppure ai ritmi di lavoro frenetici, al consumo (o meno) della carne, all’arrivo dei prodotti della soia nelle diete occidentali, al generico “crollo del desiderio”, all’obesità, alla riduzione del testosterone maschile e perfino al “troppo sesso nelle pubblicità”—con il suggerimento che la gente, semplicemente, “se n’è stufata”… Le spiegazioni profferte spesso sembrano dipendere soprattutto dalla particolare critica del mondo moderno che più incontra i gusti di chi le propone. È interessante la compresenza di un altro fenomeno imparentato e che, forse solo per un caso statistico, sembra occupare simili spazi sociali ed economici. L’attività sessuale, nelle fasce d’età che ne sono più ossessionate, è costosa: sia in termini di soldi sia nel dispendio di tempo richiesto per i preparativi, il corteggiamento e “l’esecuzione”. Parallelamente al boom dell’astensione e in maniera proporzionale, è invece molto cresciuta in Occidente la spesa economica e temporale dedicata alla cura della persona: alla cosmesi, alle diete, agli esercizi “tonificanti” del corpo e a tutti gli aspetti della moda e dell’apparire. Non è detto che ci sia un nesso. Tuttavia, i dati di mercato indicano che spendiamo sempre di più per prepararci a fare ciò che poi non facciamo. Il relativo (e calzante) modo di dire americano è: “All dressed up and no place to go”. Courtesy James Douglas...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alberto Barberis.

Pubblicato da alle 11:49 in DOXA segnalazioni, Economia, galleria home page | 0 commenti

Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Alberto Barberis.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Alberto Barberis è il Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione Industriale di Torino, lo ringraziamo per la partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. In realtà no. Mi spiego meglio: quando torno da un viaggio all’estero mi rendo conto di quante siano le potenzialità personali e le capacità industriali del nostro paese e del nostro territorio. Lo percepisco parlando con la gente e notando i molti marchi italiani che il mondo ci invidia. Ad esempio lo scorso anno, al rientro da una missione in Silicon Valley con alcuni Giovani Imprenditori dell’Unione Industriale di Torino, il sentimento comune era di orgoglio e di consapevolezza che l’Italia è un grande paese e gli imprenditori italiani hanno delle capacità creative, estetiche, culturali decisamente più spiccate di altri. Ciò è dovuto al fatto che viviamo circondati dalla bellezza, dalla storia, dall’arte, dalla cultura. Non ce ne accorgiamo, ma l’ambiente in cui viviamo caratterizza fortemente le nostre abilità e predisposizioni. A vederla positiva, è questa pressochè perenne instabilità politica che probabilmente ci aiuta ad essere così’ abili nella gestione degli imprevisti e nel saper trovare rapidamente soluzioni. L’unico rammarico è che se avessimo un paese un po’ più organizzato e con maggiore visione strategica, evidentemente non saremmo nella situazione complicata in cui ci troviamo oggi, sia a livello locale che nazionale.   Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Ci siamo arrivati per mancanza di visione strategica e di capacità di osare. Putroppo troppo spesso si preferisce concentrare l’attenzione sugli alibi, anziché ragionare sulle opportunità e puntare sulla voglia di mettersi in gioco nel fare le cose difficili. Alla notizia dell’esclusione di Torino dalla candidatura per i Giochi Olimpici Invernali del 2026 il mio primo pensiero è andato al discorso del 1961 dell’allora Presidente USA, John F. Kennedy, in cui annunciava l’intenzione di portare il primo uomo sulla Luna. “Scegliamo di andare sulla Luna entro dieci anni non perché sia semplice, ma perché è difficile. E perché una meta del genere ci aiuterà ad organizzare e mettere in campo il meglio delle nostre energie ed abilità.” Ecco, se siamo arrivati al punto in cui siamo, penso sia proprio per la mancanza di una visione di questo tipo, l’assenza di reale consapevolezza delle proprie capacità.    Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare...

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Un mese fa, ci lasciava, il grande irregolare Guido Ceronetti.

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Un mese fa, ci lasciava, il grande irregolare Guido Ceronetti.

Neppure Guido l’avrebbe voluto: un funerale con tutti i crismi, autorità comprese. E così e’stato: un funerale stile “New Orleans”, a detta di alcuni, gli amici piu’ cari che l’hanno conosciuto autenticamente, in profondità, e salutato nella sua dipartita, accompagnandosi “a braccetto”, per la strada, come sarebbe piaciuto a lui, estraneo alla cultura marxista della sua generazione ma rivoluzionario e sovversivo, da sempre. Un corteo di “irregolari” al susseguirsi di un canto, ora di una declamazione dei poetici versi, tanto amati.  E’ morto, ma non si e’ spento, circa un mese fa: Guido Ceronetti, il 13 settembre 2018, nella sua casa di Cetona in Valdichiana, un piccolo borgo toscano, alla venerabile età di 91 anni. Nato ad Andezeno in provincia di Torino, classe 1927. Forse non sarebbe potuto nascere altrove, se non, negli anfratti di quella società militare e positivista “piemontese”, come ricorda in un’intervista Ernesto Ferrero, per molti anni direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino, che l’aveva conosciuto la prima volta, all’inizio degli anni 60 aggirarsi nei corridoi dell’Einaudi. Fu proprio Giulio Einaudi, editore della nota casa editrice, uno dei primi, a riconoscere la sua ottima padronanza del francese, tedesco, latino, greco ed ebraico, e ad accoglierlo come poeta, Eternamente avvolto, nei suoi soliti, sdruciti impermeabili, basco sulla ventitré, borsa a tracolla da cui estraeva come da un cappello magico le sue inseparabili tisane, Fisiognomica artaudiana: naso corvino, capelli spiritati “r” slittante, voce stridula. L’eclettico Guido Ceronetti : poeta, filosofo, epistolografo, aforista romanziere, disegnatore, saggista, traduttore un poco “irriverente, sia dal latino (Marziale, Catullo, Giovenale, Orazio)  sia dall’antico ebraico (Salmi, Qohelet, Cantico dei cantici Libro di Giove e di Isaia). Inoltre: marionettista, attore di strada e di teatro, giornalista un poco per necessità del vivere. Pressoché ventenne aveva cominciato le sue un poco impertinenti collaborazioni con vari giornali: la Stampa nel 1972, e poi Repubblica, il Corriere della Sera. Fondatore nel 1970 ad Albano Laziale insieme alla moglie Erica Tedeschi, da cui si separò successivamente, pur non divorziando mai, e con la quale diede vita a: “Il teatro dei Sensibili”, esordendo prima nel tinello di casa e poi su di un vero palcoscenico. Un teatro fatto di marionette ed ombre cinesi. Eccentrico a tal punto da rifiutare la richiesta di Federico Fellini, dopo aver visto lo spettacolo, di cinematografare: le sue marionette “viventi”. Inequivocabile la risposta del maestro ed il   motivo del diniego:  “Federico! La telecamera ruba l’Anima” E lui di anima traboccante, ne possedeva davvero tanta: autentica, originale. Estranea ad ogni allineamento ideologico ed indifferente ai giudizi del comune senso politico-civile. “Non e’ mai stato necessario conoscere prima l’autore, ma l’uomo, per godere e lasciarsi stupire dai pensieri ceronettiani, da certi suoi aforismi arguti, ficcanti, come piccole pietre lapidarie, che lasciano il segno. Un segno buono: quando riesci a “scandalizzare” destabilizzando ogni ideologia, hai già fatto molto, spargendo i semi di un sempre piu’inattuale pensiero critico. Al “maestro” probabilmente sarebbe piaciuta questa considerazione. Ci mancherà. Meglio ricordarlo cosi: solitario, sapienziale barbagianni, rapaci da lui molto amati, a cui dedicò numerosi aforismi ed in cui probabilmente si riconosceva. Appollaiato su di un ramo. Esploratore arguto dell’umano, nell’osservare e non solo, il molteplice apparente, di un’artefatta cultura attuale, sempre piu’ “piccola” che a differenza di lui, non resterà così, impressa. Eva Gili...

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Il Festival del Classico aiuterà a capire il presente con Lucerezio, Seneca e Pericle.

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Il Festival del Classico aiuterà a capire il presente con Lucerezio, Seneca e Pericle.

«La nostra storia comincia con i Greci. Sono loro che ci hanno inventato», così scrisse Jean-Pierre Vernant, lo studioso che ci ha insegnato a guardare ai classici con gli occhi del presente. E i loro antichissimi miti sono arrivati fino a noi, e in modo pervasivo hanno plasmato la nostra identità. Sono “parole, discorsi, narrazioni, leggende”, spesso affascinanti ma anche tremende, a questo rimanda la parola “mito”, in greco “mŷthos”, e raccontano di dei ed eroi. Al Festival del Classico i miti ritornano, in dialoghi, lezioni e letture per ritrovarsi, riflettere, tornare a immaginare. La cassetta degli attrezzi per capire il momento presente la mettono a disposizione i classici, libri che non offrono soluzioni semplificate, ma ripropongono antichi dilemmi, non presentano un’immagine unilaterale ed edulcorata dell’uomo e del mondo, ma danno da pensare.   Da quest’idea nasce il Festival del Classico, dal 18 al 21 ottobre a Torino,  quattro giorni di lezioni, dialoghi, letture, dispute dialettiche, presentazione di libri, spettacoli teatrali, alimentati dalle parole della letteratura e della filosofia, sullo sfondo della storia. Ma non solo lezioni, dialoghi e letture con i grandi grecisti e latinisti, intellettuali docenti, perché il Festival del Classico coinvolge anche gli studenti e studentesse delle scuole e dell’Università di Torino in tornei di disputa classica, realizzati in collaborazione con Rete Nazionale dei Licei Classici e USR Piemonte. Durante i giorni del festival infatti, 18, 19 e 20 ottobre, nella sala dei mappamondi dell’Accademia delle Scienze, prende il via il Torneo di disputa classica. Antiche lezioni per moderni dilemmi, in cui, alla maniera dei paesi anglosassoni, due squadre di studenti delle scuole superiori di Piemonte e Valle d’Aosta si sfidano in una competizione retorica strutturata in termini sportivi, cercando ciascuna di fare trionfare la propria verità. Obiettivo è convincere i giudici della bontà delle loro ragioni su temi del mondo antico suscettibili di ricadute culturali nel mondo moderno. È un progetto a cura di Elisabetta Berardi, Marcella Guglielmo e Massimo Manca, realizzato in collaborazione con Accademia delle Scienze, Dibattito e Cittadinanza – Rete del Piemonte, Rete Nazionale dei Licei Classici e Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte. La prima semifinale è giovedì 18, ore 15.30, introduce la scrittrice Paola Mastrocola, il tema è l’amore degli dei e degli uomini. Tra desiderio, rapimento e sacrificio; segue venerdì 19, ore 16 la seconda semifinale, introduce Matteo Nucci, scrittore, in cui allieve e allieve dibattono intorno a l’agonismo arcaico: la sfida per il sapere, la parola e l’enigma; e infine sabato 20, ore 10.30 la finale, introduce Andrea Marcolongo, scrittrice, per rispondere alla domanda, che cos’è il classico? Il pubblico è libero di assistere a tutte le dispute. La Nike di Samotracia che compare nella cover è un’opera di Ugo Nespolo, secondo le fonti, la Nike in origine, venne realizzata a Rodi per ricordare la vittoria della lega delio-attica nella guerra contro gli eserciti alleati di Roma, Pergamo, Rodi e Samotracia. Tutti gli appuntamenti saranno a ingresso libero. Qui il ricco programma:...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Maria Rizzotti.

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Maria Rizzotti.

Torino Domani GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Maria Rizzotti è Senatrice della Repubblica, la ringraziamo per la partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città è talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione e se la risposta è sì da cosa reputa sia dettato questo sentimento? Credo che questo sentimento sia dettato principalmente dal fatto che quando visiti una città come turista o per lavoro frequenti le parti più curate e d’interesse. Per conoscere realmente i pregi e difetti di una città devi viverla non solo “attraversarla”. Torino ha da sempre la vocazione di capitale nel DNA ma non riesce a sfruttare appieno il suo potenziale. È patria di grandi invenzioni, qua sono nate grandi aziende e brand, grandi scrittori hanno tessuto le lodi di Torino ma come una eterna cenerentola quando arriva il momento di fare il grande salto si blocca. Il limite probabilmente siamo proprio noi torinesi che difficilmente riusciamo a fare squadra per raggiungere gli obiettivi e per difendere il nostro patrimonio di eccellenze. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per sé e i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Una grande responsabilità è da addebitare alla gestione di Chiamparino e Castellani delle Olimpiadi, sia dal punto di vista economico sia per la gestione del patrimonio di infrastrutture che ci ha lasciato. Dal punto di vista economico l’ex sindaco di Torino difende il Toroc, peccato che numerose piccole aziende sono fallite proprio a causa dei debiti non pagati da questo Ente. Ancora oggi Torino è la città più indebitata d’Italia ma nessuno si assume la responsabilità di questa situazione, anzi continua a pontificare. Credo però che il fallimento più grande sia da ricercare nell’incapacità di dare un dopo a tutte quelle strutture che abbiamo realizzato. Gli investimenti per realizzare grandi opere sono doverosi ma devono poi creare reddito per la Città e il Paese: su questo punto non si è avuta inventiva e si sono alimentati solamente i soliti carrozzoni ispirati al “provincialismo”. Torino come sottolineato dal Rapporto Rota è nuovamente una città in declino ma una certa classe politica fa lo struzzo perché accettandolo dovrebbe bocciare il suo operato. Cosa sarebbe opportuno fare per ripristinare la fiducia, grinta, carattere alla città? Trovare un modello da seguire, che so Amsterdam o Londra, per dinamismo e opportunità, o dobbiamo individuare e inventarci un’altra strada? Riavere le Olimpiadi del 2026 a Torino sarebbe stata una grande opportunità per correggere gli errori fatti nel 2006. Quell’evento lo posso riassumere con la frase “l’operazione...

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L’Ettore Majorana di Moncalieri intitola il nuovo Auditorium a Peppino Impastato.

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L’Ettore Majorana di Moncalieri intitola il nuovo Auditorium a Peppino Impastato.

Nel ricordo di Peppino… 9 maggio 1978: Peppino Impastato viene ucciso dalla mafia a Cinisi (Palermo). Il mandante? Gaetano Badalamenti, boss storico dei clan siciliani, riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo l’11 aprile 2002. Peppino Impastato aveva trent’anni, un programma di punta “Onda Pazza”su Radio Aut (la radio libera fondata a Cinisi nel 1977) e tanta voglia di denunciare gli atti illeciti della mafia e la sua collusione con la politica. Un giovane audace, intraprendente, sicuramente consapevole dei rischi e dei pericoli che avrebbe incontrato, inamovibile, impavido.  Peppino ha voluto promuovere e difendere la legalità e la giustizia. E in parte è riuscito nel suo intento, ma perdendo la vita, barbaramente ucciso, dilaniato dall’esplosione di una carica di tritolo. A quarant’anni dalla sua morte ricordarlo non basta. Si può fare di più: proporlo alle giovani generazioni come testimone della verità, interprete di un periodo scomodo della nostra storia italiana. Un omicidio che ancora oggi fa discutere per la crudeltà dell’azione, per le personalità coinvolte, per la gravità del reato. L’Istituto di Istruzione Superiore “Ettore Majorana” di Moncalieri gli ha intitolato il nuovo Auditorium. Da alcuni anni – afferma il Dirigente Scolastico Gianni Oliva – la nostra scuola collabora con Libera, l’Associazione di don Luigi Ciotti, nell’ambito del percorso di Alternanza Scuola-Lavoro. Dedicare il nuovo Auditorium a Peppino Impastato, interamente ristrutturato grazie al contributo dei genitori, significa ricordare la tenacia e l’impegno quotidiano di un giovane che ha saputo promuovere la giustizia sociale, la tutela dei diritti, la ricerca della verità. Ospiti di eccezione l’ex-Magistrato e Procuratore – Capo Gian Carlo Caselli, e il fratello di Peppino, Giovanni Impastato. Gli studenti hanno ascoltato la vera storia, direttamente dai protagonisti di quegli anni, una storia complicata, dimenticata, ripresa, analizzata attraverso nuovi rapporti investigativi, confessioni, stravolgimenti, accuse. Gian Carlo Caselli ha raccontato la sua esperienza di uomo e di giudice, le molte difficoltà incontrate, le sofferenze e i sacrifici anche della sua famiglia e dei membri della sua scorta, i soprusi del tempo, le ingiustizie, le lunghe investigazioni e il valore della giustizia e del bene comune. Un resoconto dettagliato di quegli anni, quasi un processo alla storia e alla memoria. Ricordare Peppino– afferma il fratello Giovanni, giornalista e attivista antimafia – significa evidenziare la sua passione civile e la sua coscienza critica, la sua lotta senza sosta contro l’attività mafiosa siciliana. Uccidendolo i mafiosi hanno amplificato la sua voce. Avere voce per parlare: questo il messaggio lasciato agli studenti del Majorana, voce per parlare ed orecchi per ascoltare. La storia insegna sempre e ogni singola azione di protesta per la difesa dei diritti civili e della legalità, per la giustizia e la libertà fa la differenza.  Quarant’anni fa Peppino venne ucciso nella più completa omertà, sociale e civile. Oggi è ricordato per il suo impegno sociale e civile, in tutta Italia, attraverso le associazioni e le manifestazioni antimafia e di protesta. Intitolare un Auditorium quale luogo di incontro e di cultura a Peppino Impastato vuol dire promuovere il pensiero e l’impegno personale delle nuove generazioni, veri protagonisti della civiltà e del cambiamento. E i ragazzi si sono messi in gioco da subito, con uno spettacolo serale per i genitori: Il Gruppo Teatrale Magarìa Teatro, diretto dal Prof. Fabrizio Nocilla ha portato in scena Il silenzio di Elettra. In questa rivisitazione teatrale – afferma Fabrizio Nocilla...

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Silvio Saffirio.

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Torino Domani. Sei domande per indagare il futuro della città. Silvio Saffirio.

GazzettaTorino, ha deciso di raccogliere opinioni, pareri, punti di vista, sul futuro della città, rivolgendo sei domande, sempre le stesse, a persone impegnate a diverso titolo nella società, nella politica e nella cultura, su un tema rilevante del dibattito pubblico, a nostro avviso trascurato: la Torino di domani. La città appare in questo momento, come si suol dire “sotto lo zelo di Abramo”, ossia pronta ad essere sacrificata senza sapere bene per chi o per che cosa. E noi, come Isacco, vorremmo che alla fine si salvasse. Iniziamo con Silvio Saffirio, ringraziandolo per la partecipazione a Torino Domani. Dopo un viaggio all’estero, al rientro la città e talvolta l’Italia tutta appare più piccola, bloccata, come fosse imprigionata dentro ad un incantesimo cattivo. Prova anche lei questa sensazione, e se la risposta è si da cosa reputa sia dettato questo sentimento. Il ritorno da un viaggio all’estero comincia con la lettura di un quotidiano italiano del quale per 15 giorni abbiamo fatto a meno senza sforzo. E lì ripiombi nello scoramento. Nulla è cambiato, anzi ti pare che sia la stessa copia che avevi letto all’andata… A far notizia sono semmai i crolli, le inondazioni, i terremoti ma quanto alla politica e allo stato del Paese, nulla cambia, ormai da decenni. Ci siamo assuefatti al vaniloquio. Solo ogni tanto qualcuno riaccende la speranza. E poi la spegne lui stesso. Ognuno riferisca questa frase alla sua esperienza. Le cause? In disordine: non siamo divenuti un popolo con valori omogenei. Non lo eravamo 150 anni fa, non ce l’abbiamo fatta. Classe politica livello zero. Forse dovremmo ringraziare Tangentopoli di questo azzeramento che ha terremotato i grandi partiti e la scuola politica (pur con tutte le riserve) che essi rappresentavano. Certo c’era la corruzione. Adesso no, figurarsi. C’era però preparazione, capacità di analisi, possesso della tecnica politica e competenza nell’amministrazione pubblica; dove oggi c’è improvvisazione, pressapochismo e profonda ignoranza. Poi c’è il debito pubblico che impedisce, anche volendola e sapendola fare, qualsiasi scelta di investimento pubblico. Un debito pubblico spaventoso e in crescita perché nessuno metterà mai mano né alla sua restituzione né ai famosi tagli della spesa pubblica. Infine: non abbiamo mai scelto se essere un paese capitalistico. Cosa volete che aumenti il Pil se fare impresa in Italia è scoraggiato. La vox populi considera l’imprenditore un evasore non certo qualcuno che rischia, da lavoro e paga le tasse, anche se questo è vero nella stragrande maggioranza dei casi. Il dibattito sul futuro di Torino, su cosa voglia divenire, cosa ambisca a rappresentare, quale tipo di identità desideri per se ed i suoi abitanti sembra inabissarsi e virare ad un pensiero che verte solo sui conti, sui debiti, sulle spese; una grande liquidazione dei progetti e dei sogni. Come siamo arrivati a questo? Torino è un bel problema. Sì, tanto bellina è diventata ma… Adesso è pure collegata con l’alta velocità a Milano. Così veloce che non fai a tempo a leggere il quotidiano. Dovrebbe valere nei due sensi, non è vero? Invece vale soltanto per i professionisti torinesi che senza anche un ufficio a Milano non lavorerebbero più. Non conosco un solo milanese che lavori a Milano ma abbia casa a Torino. Eppure per arrivare a Torino da Milano ci vuole molto meno tempo che andare da Milano a Monza. Il...

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