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Documentari in visionarium di grande impatto e aforismi per ombrelli. Dolceacqua si distingue.

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Documentari in visionarium di grande impatto e aforismi per ombrelli. Dolceacqua si distingue.

Quanti torinesi andranno sulle coste della Liguria di Ponente? Tanti. Occasione da non perdersi: un tardo pomeriggio raggiungete Dolceacqua a soli 6 km dal mare, celebre per il suo incredibile ponte in pietra a una sola arcata, ben 33 metri di luce scavalcano il fiume Nervia, dipinto dall’impressionista Monet, il sovrastante castello dei Doria, le sue case a 6 o 7 piani e non una sola pietra restaurata. Uno spettacolo nato nel 1400!  E la diversione  val bene una visita al Visonarium di Eugenio “Enio” Andrighetto – saletta di proiezione dove si può scegliere tra 26 bellissimi documentari – dove assistere a una proiezione normale sarebbe banale: nella saletta si godono filmati in 3D che in realtà Enio (definito “genio” da Alberto Bevilacqua della trasmissione Rai TV “Sereno Variabile” in un suo reportage su Dolceacqua) ha trasformato in 4D già una ventina d’anni fa. Perché mentre si ammira una montagna innevata, entra in sala un soffio d’aria fresca e, se fiorisce la lavanda in Costa Azzurra, all’immagine si sposa un soffio di profumo dei suoi fiori. Oppure ecco le onde delle Haway e l’acqua cade su piccole rocce sistemate sotto lo schermo: il rumore dell’acqua dell’onda (o di un corso d’acqua) diventa reale.  Quest’anno Enio e’ già tornato dall’Australia, producendo “Da Kangaroo a Darwin” (12.000 km in 35 giorni, Sidney compresa). Ma al Visionarium, che fa parte della locale associazione “U Bumbaixu” (in dialetto ligure lo stoppino del lume), potrete ammirare le “Recondite Armonie della Val Nervia-Le 4 stagioni” (è il fiume che vi scorre) girato nel ’97 e commentato da Luisella Berrino (voce storica di Radio Montecarlo), il poeta Giannino Orengo e il professore di botanica Enrico Martini. Oppure “Mirabilia” del 2005, 9 capitoli sottolineati da altrettante splendide musiche scelte da Andrighetto. Ne citiamo alcuni: “Antiche Città” (brano “The drums of gaugamela”, di Vangelis), “Tesori naturali di Francia” (canzone “Plaisir d’amour”, di Johann Paul Martini), “Notte di mezza estate a Dolceacqua” (“Ouverture solennelle 1812” di Tchaikovsky), “Rosso di Petra” (con “Mithodea Moviment”, ancora di Vangelis). E anche Perù, Tibet (realizzati nel 2003 e 2004), Le Hawaii (2011), L’incredibile India o L’Himalaya (2014), (Brasil (2015), Egitto e Nubia insieme, del 2016 così come La Namibia. Tutti in 3D o , meglio, in 4D. E nell’antico vicolo (carugio) che sale davanti al Visionarium, fotograferete un’esposizione di 14 bianchi ombrelli aperti, appesi “al cielo”, sugli spicchi di tela dei quali, illuminati da una luce sul manico perciò visibili dal di sotto, sono scritti 3 aforismi -citazioni- di personaggi del passato, importanti o sconosciuti. Uno spettacolo nello spettacolo, dopo aver assistito a una delle proposte di Enio Andrighetto. Ne uscirete con un tesoro in più. Gian...

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La pittura: magnifica ossessione. Ricognizione nello studio del pittore Salvatore Zito.

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La pittura: magnifica ossessione. Ricognizione nello studio del pittore Salvatore Zito.

  La conversazione con Salvatore Zito, pittore dal curriculum importante e decennale, avviene nel suo studio di Via Po, sapientemente disordinato, ed è occasione per presentare il catalogo NICECREAM (più di 150 interpretazioni pittoriche dello stick, il gelato da passeggio, un leit-motiv che è diventato un suo marchio di fabbrica, variazione su un tema di grande successo) attualmente esposto nella vetrina della libreria Luxemburg, che racchiude gli ultimi vent’anni della sua ricerca. Del suo lavoro scrive acutamente Gianni Vattimo, negando l’aspetto immediatamente giocoso e innocuo del soggetto in questione, e in generale della sua pittura decisamente empatica: “Niente di tranquillizzante, niente di pacificamente ritornante su di sé, ma turbamento e un certo effetto di inquietudine decisamente provocatoria. Saranno questi coccodrilli, visti in forma di gelato, gli annunciatori di un mondo “altro”, preoccupante ma minaccioso solo entro il limite tollerabile del gioco, come si addice a ciò che rimanda all’arte e non “salta” risolutamente nel terreno della vita?” Uno sviluppato senso estetico (ma anche per il divertissment, la metafora, un ironico distacco) per Salvatore permea tutto il quotidiano, dal cibo agli oggetti e persino alle persone di cui ama circondarsi. La vocazione alla pittura è vissuta come contemplazione, una Dea esigente e al contempo generosa, che richiede una dedizione silenziosa, tempi dilatati, passione senza compromessi. Condizioni che fanno tremare i polsi degli animi fragili, e misurarsi con la difficile arte dell’equilibrio che troppa solitudine può compromettere.   La pittura dunque come strumento per accedere alla Bellezza, per migliorare e migliorarsi, in un percorso di auto-analisi che non indulge a facili assoluzioni: dipingere è compiere un eterno autoritratto, è specchio implacabile dello stato d’animo, è auto-terapia e citazione, riflessione e istinto. È se stessi e al contempo altro da sé, sino ad assumere i contorni di qualcosa che più non ti appartiene, perché fa parte di un universo di forme e colori che andranno ad emozionare qualcuno che nulla sa di te, ma che a te sarà legato. La magia che solo la pittura, quella vera, sa donare. Una pittura, quella di Zito, ludica, malinconica, sincera, tecnicamente sapiente. Salvatore, ci parli di questo tuo libro? E’ un libro d’artista (ci sono copertine diverse che si alternano) dedicato agli stick, volutamente senza sottotitoli. Sono più di 150, raggruppati per tipologia, da quelli vegetali (di cui molti spinosi, con gli aculei, a ricordare l’aggressività insita nella natura) a quelli animali, a quelli ludici, al tema gastronomico, al tema dedicato alla nostra città che ha dato vita al progetto “I Love Torino”… Gli stick sono i “pinguini” da passeggio (così il loro primo nome dello storico gelataio torinese -Pepino- che li ha inventati): l’applicazione della metafora, insieme all’ossimoro, permette di sviluppare un racconto, una nobile ossessione, più che un multiplo di derivazione pop-art. In fondo il gelato con lo stecco è nato un secolo prima della pop-art, con cui può esserci qualche contaminazione, ma non un rapporto diretto. Il mio primo stick è del 1997, ed è entrato in un discorso di scomposizione su grande scala di pieni e di vuoti, affiancato da un’installazione di stick tridimensionali, in scala 1:1, monocromi. Il primo dipinto aveva invece una veduta di Torino e successivamente alcuni sono anche sagomati ad evocare architetture, come la Mole.Dopo l’esperienza di pittura legata ad una certa idea di classicità, sentivo l’urgenza di lavorare...

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La Famiglia Ceretto: vino e arte contemporanea. Marina Abramovič l’ospite d’autunno.

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La Famiglia Ceretto:  vino e arte contemporanea. Marina Abramovič l’ospite d’autunno.

La Famiglia Ceretto, il vino e l’arte: l’eccellenza dell’esperienza, e una vocazione al mecenatismo tutta internazionale. E in autunno arriva Marina Abramovič. La terza generazione della Famiglia Ceretto, Lisa, Roberta, Alessandro e Federico, figli di Marcello e Bruno, i Barolo Brothers, come li definì negli ‘80 la rivista Wine Spectator dandogli una consacrazione mondiale nel panorama vinicolo, condividono il colore degli occhi, di un raro verde-azzurro trasparente, e una pari visione cristallina sul futuro della loro impresa: uniti guardando al futuro, pur nella diversa gestione delle competenze tecniche, per una crescita aziendale in continuo sviluppo, anche da un punto di vista tecnico e non solo di mercato (a partire dalla vendemmia 2015 tutti i prodotti hanno ottenuto la Certificazione Biologica). Grandi capacità nella vinificazione, attenzione alla qualità come prima regola, e altrettanto grande capacità nel comunicare non solo un prodotto quanto la filosofia che li anima. La Ceretto experience, come ben espresso dal loro sito, coinvolge più aspetti, naturalmente il vino, in primis il Barolo e il Blangè, il cibo (il tristellato Piazza Duomo con lo chef Enrico Crippa e la Piola, a cui si aggiunge il rilancio del torrone e la coltivazione della nocciola con l’azienda Relanghe) l’architettura (le avveniristiche costruzioni il Cubo della Cantina Bricco Rocche dove è stato posizionato di recente il cancello di Valerio Berruti e  l’Acino  per la Tenuta Monsordo Bernardina nel 2009), e infine l’arte, che negli anni ha visto nomi dell’arte contemporanea internazionale, da Anselm Kiefer, Francesco Clemente, Kiki Smith, inaugurare mostre sul territorio albese su diretta committenza della famiglia, che per loro ha costruito persino una residenza ad hoc, la Casa dell’Artista (2010), sulla collina sovrastante la Tenuta Monsordo Bernardina. La punta di diamante rimane la cappella del Barolo alle Brunate di La Morra: costruita nel 1914 e mai consacrata, la Cappella intitolata alla SS. Madonna delle Grazie fu acquistata dalla famiglia Ceretto nel 1970 assieme a 6 ettari di vigneto circostante. Ormai rudere, si è trasformata in uno degli edifici simbolo delle Langhe grazie all’intervento di Sol LeWitt e David Tremlett (che ne hanno affrescato rispettivamente le superfici esterne e interne) nel 1999. A quasi vent’anni di distanza rimane un luogo visitatissimo e molto amato dai langaroli in primis.   La conversazione con Roberta Ceretto, responsabile comunicazione, rapporti con la stampa e marketing, sviluppo dei progetti culturali dell’azienda è un fluire brillante di energia, consapevolezza, capacità di trascinare l’ascoltatore in quello che è prima di tutto un’attitudine familiare a considerare il lavoro come responsabilità, impegno, ma anche come espressione di una gioia di vivere che deve coinvolgere tutti sensi sino a diventare un’esperienza, appunto, di vita. Non a caso Federico Ceretto, fratello di Roberta, dichiara: “Il nostro è un divertimento. Una certezza è il metodo impostato di mio padre: far vivere ai clienti la nostra cultura e conoscere la bellezza del nostro territorio, le Langhe”. In particolare negli anni la famiglia Ceretto si è contraddistinta per operazioni culturali di grandissimo livello, che li porta a ricoprire a buon titolo il complesso ruolo da mecenati, per un nuovo rinascimento che da vent’anni ha investito le Langhe e il Roero, dal 2015 dichiarati Patrimonio Unesco. Come è nato questo vostro specifico interesse per l’arte? Molti mi chiedono come sia nata la “strategia” di marketing che ha portato ad occuparsi di arte, ma non vi...

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Ultimi giorni per essere a FLAT: la prima fiera in Italia dedicata all’editoria d’arte.

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Ultimi giorni per essere a FLAT: la prima fiera in Italia dedicata all’editoria d’arte.

Torino come New York: FLAT  Fiera Libro Arte Torino, la prima fiera internazionale in Italia dedicata all’editoria d’arte.   Quest’anno, nella prima settimana di novembre, un nuovo evento si aggiungerà alla settimana dell’arte contemporanea torinese. Si tratta di FLAT – fiera libro arte Torino, che per la prima volta in Italia, fornirà un focus sulla cultura del libro d’artista, pratica d’eccellenza, ancora poco valorizzata presso il grande pubblico, ideatori e fondatori di FLAT sono Chiara Caroppo, Beatrice Merz e Mario Petriccione.   Il 20 di luglio terminerà la possibilità di aderire alla fiera che darà l’opportunità ad ogni partecipante di presentare un progetto editoriale per il Premio FLAT – Fondazione Arte CRT: il progetto selezionato verrà realizzato nel 2018 con il sostegno di Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT. Abbiamo incontrato i tre direttori artistici di FLAT  per entrare nel vivo dell’iniziativa. Com’è nata l’idea di FLAT – Fiera Arte Libro Torino? Avete pensato ad un modello di riferimento in particolare? Il progetto è nato osservando la crescita e il successo di eventi come le Art Book Fairs di New York e Los Angeles, di Londra, Parigi e Berlino, che testimoniano la vitalità di un ambito di ricerca che negli ultimi anni ha registrato anche in Italia un interesse sempre più forte da parte di artisti, collezionisti, studiosi o semplici appassionati.   Pensiamo che FLAT possa diventare un ulteriore elemento del sistema di Istituzioni, musei e gallerie che fa di Torino un modello nella valorizzazione dell’arte contemporanea. La sua vocazione specifica e il pubblico a cui fa riferimento ne determinano la collocazione nell’ambito della settimana che Torino dedica all’arte contemporanea, a completare strategicamente il panorama degli eventi artistici e culturali della Città con un progetto originale e innovativo. Quali sono gli obiettivi della fiera? Intervenire in maniera efficace sulle criticità della distribuzione libraria, favorendo soprattutto la promozione diretta del libro, riconoscendone l’importante ruolo di tramite per la conoscenza e la diffusione dei linguaggi artistici contemporanei. Quale sarà l’elemento distintivo di FLAT? Sicuramente il ricco programma culturale che affiancherà la fiera: due mostre e una serie di conversazioni e di incontri con artisti e grandi protagonisti del panorama nazionale e internazionale, che offriranno l’occasione per riflettere sullo stato dell’editoria d’arte, sulle pratiche e le tematiche legate alla cultura del libro d’artista. Inoltre il debutto di FLAT è caratterizzato da due significative iniziative sostenute dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT: l’istituzione del Premio FLAT – Fondazione Arte CRT – assegnato ad un progetto editoriale individuato nell’ambito della fiera, da realizzare l’anno successivo – e l’istituzione del Fondo Giorgio Maffei – dedicato al grande bibliofilo e collezionista di libri rari sulle arti del ‘900 –  per raccogliere una serie di acquisizioni presso la GAM – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. Quando e dove avrà luogo? Come si articolerà? Come verranno individuati gli espositori per questa prima edizione? La prima edizione si svolgerà dal 3 al 5 novembre 2017 negli spazi di Palazzo Cisterna, 2.000 metri quadrati nello storico edificio sei-settecentesco situato nel centro cittadino ed ospiterà circa 45 espositori, selezionati da un comitato scientifico internazionale sulla base della qualità e dell’originalità delle loro proposte editoriali, per dare vita a uno spazio dove promuovere il meglio della produzione di cataloghi di mostre, monografie, saggi, libri d’artista, edizioni rare, out of print...

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Ritorna a guardarci, con burbera ruvidezza, Leonardo Da Vinci. Sosterremo lo sguardo ?

Pubblicato da alle 12:04 in .Arte, DOXA segnalazioni, Eventi, galleria home page, Mostre | 0 commenti

Ritorna a guardarci, con burbera ruvidezza, Leonardo Da Vinci. Sosterremo lo sguardo ?

Un uomo canuto, con capelli e barba lunghi, ma con ampia stempiatura, dallo sguardo corrucciato che gli conferisce un’espressione severa: è l’intensa immagine, tratteggiata a sanguigna, che identifica in tutto il mondo il celebre pittore, scienziato e ingegnere fiorentino. Dal 7 luglio al 15 settembre alla Biblioteca Reale di Torino il celeberrimo autoritratto di Leonardo Da Vinci ritorna a guardarci, con burbera ruvidezza, dal suo profondo e restaurato supporto cartaceo, 33,5 x 21,6 cm di assoluta e sanguigna autorevolezza.  Disegnato intorno al 1515 probabilmente durante il suo soggiorno francese, la testa calva in sommità si contrappone alla folta barba e alla sopracciglia pesanti da cui uno sguardo, appena virato a destra impone reverenza per sapienza ed età. L’espressione corrucciata, così predittiva di quello che avrebbe visto secoli dopo, si impone quasi come giudizio su di noi che lo osserviamo bramosi di carpirne l’unicità e il genio; figlio di un’epoca ancora troppo accorta e severa per definire “creativo” chicchessia, fosse anche Leonardo in persona.  Questo disegno dal tratto senza paragoni emana una rassegnata pietas, intesa come  l’insieme dei doveri che l’uomo ha sia verso gli uomini, sia verso gli dei; affascinato dal neoplatonismo unì arte e scienza divenendo l’emblema del Rinascimento. Osservare da vicino, nel buio necessario a non intaccare il disegno, l’autoritratto è un viaggio fatto di orgoglio nazionale e impaccio, pudore e pentimento per quel poco che si è, per quel poco che si è saputo fare e diventare a livello individuale e soprattutto come paese. L’esposizione è anche l’occasione per i Musei per dare il via alle celebrazioni che nel 2019 ricorderanno Leonardo a cinquecento anni dalla sua morte, una tappa di avvicinamento attraverso la quale si intende valorizzare e approfondire il contesto all’interno del quale si muoveva il Maestro. In mostra inoltre una selezione di oltre quaranta disegni italiani del ‘400 e del ‘500, corrispondenti ad altrettanti artisti citati da Giorgio Vasari nelle sue Vite, vero e proprio fil rouge dell’esposizione. Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori di Giorgio Vasari, pubblicate in una prima edizione nel 1550 e poi in forma definitiva nel 1568, costituiscono un fondamentale vademecum per la conoscenza dell’arte italiana fino al Cinquecento e un imprescindibile modello per la storiografia artistica. A Vasari, architetto e pittore al servizio del granduca di Toscana Cosimo de’ Medici, si deve la codificazione di molti concetti che oggi diamo per scontati: il ruolo delle tre arti ‘maggiori’ (architettura, scultura e pittura), la periodizzazione storico-artistica per cronologia e per scuole, la visione evolutiva del Rinascimento italiano che raggiunge il suo culmine con Michelangelo, il concetto di Manierismo. Nell’introduzione alle Vite, Vasari definisce il disegno “padre delle tre arti nostre, architettura, scultura e pittura”, che “procedendo dall’intelletto, cava di molte cose un giudizio universale, simile a una forma o vero idea di tutte le cose della natura”. I disegni esposti in mostra illustrano questa fondamentale unità dell’espressione artistica, al di là delle epoche e delle scuole regionali. Due sono le edizioni antiche delle Vite custodite nella Biblioteca Reale: la prima è un esemplare di quella stampata a Firenze da Lorenzo Torrentino nel 1550. Più tardi, nel 1568 Vasari diede alle stampe l’edizione giuntina, ampliata, corretta e aggiornata con l’inserimento dei ritratti incisi degli artisti: di questa versione la Biblioteca Reale possiede una sontuosa edizione in tre volumi, stampata a Roma...

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Cosa succede al Museo Diffuso delle Resistenza di Torino ?

Pubblicato da alle 19:11 in DOXA segnalazioni, Economia, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Cosa succede al Museo Diffuso delle Resistenza di Torino ?

Un museo, qualunque museo, con il suo carico di storia, rappresenta l’abbandono del tempo che passa per entrare in quello che dura. Cosa succede al Museo Diffuso delle Resistenza di Torino ? Dopo le recenti dimissioni del Presidente Pietro Mercenaro, un appello redatto in questi giorni, sottoscritto da nomi importanti della cultura, evidenzia la difficoltà economiche con cui il Museo si sta misurando; esso chiede l’intervento degli Enti pubblici per non comprometterne l’attività, lo stesso appello viene rivolto a tutti i cittadini. Per meglio comprendere il momento abbiamo interpellato Guido Vaglio, attuale Direttore del Museo che, con pazienza e accuratezza, ci ha dato qualche ragguaglio in più per comprendere la situazione. Ci spiega che il Museo vive un problema di reale difficoltà economica, al punto da aver esaurito il fido bancario e temere per gli stipendi dei dipendenti. La sofferenza di liquidità è per molti aspetti imputabile al ritardo con cui Regione Piemonte e Comune di Torino, entrambi soci fondatori insieme alle ex Provincia, erogano i fondi pattuiti. Ma a destare maggior preoccupazione per il Direttore è la mancanza di una prospettiva chiara per il futuro del Museo. GazzettaTorio auspica che la situazione si risolva con celerità e che venga individuata una strategia di lungo periodo per il Museo e per ciò che rappresenta. E’ certo che l’arrivo del Polo del ‘900, con cui molte attività si integrano ma al contempo si sovrappongono, possa aver portato ad una difficile gestione dei ruoli, delle competenze, e del sostegno che Fondazioni come quella di San Paolo erogavano. In particolare per esposizioni e attività culturali. Come ben ricordato nell’appello a Torino è stata conferita la medaglia d’oro al valor militare, onorificenza che non si è ottenuta con discorsi di circostanza ma con atti concreti. Pare giunto il momento di ricordarsi di cosa è fatto un atto. Qui di seguito l’appello e le istruzioni per chi volesse offrire il proprio contributo. Alla liberazione dell’Italia dal fascismo e dalla guerra Torino e il Piemonte hanno dato un contributo inestimabile, pagato con il sacrificio di migliaia di giovani e testimoniato dalle lapidi e dai monumenti che in ogni vallata, in ogni paese ricordano l’eroismo, le sofferenze e il dolore della nostra comunità. Un contributo solennemente riconosciuto dal conferimento della medaglia d’oro al valor militare alla città di Torino.  Il Museo della Resistenza di Torino è da anni prezioso presidio di quelle pagine di storia, realizzando quotidianamente un’opera di ricostruzione storica e di memoria che ha consentito di trasmettere a intere generazioni conoscenza della storia del Paese e consapevolezza di quanto i valori della Resistenza e della Costituzione siano fondamento irrinunciabile della vita democratica del nostro Paese.  Per questo non possiamo tacere la nostra preoccupazione di fronte al rischio che l’attività del Museo della Resistenza venga compromessa dalla insufficienza di risorse e dal venir meno dell’indispensabile sostegno delle istituzioni.  Ci rivolgiamo perciò alle istituzioni cittadine e regionali perché vogliano assicurare, come è avvenuto fino ad oggi, il sostegno e le risorse necessarie alla continuità operativa del Museo e delle sue attività.  Al tempo stesso sentiamo il dovere morale e civile di fare appello alla società torinese e ai suoi tanti mondi perché con generosità vogliano contribuire a questo sostegno aderendo alla sottoscrizione di fondi che, come firmatari di questo appello, sentiamo la responsabilità di promuovere e di sostenere noi per...

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Incontro con il “Fotocrate” Michele Smargiassi, di passaggio in città.

Pubblicato da alle 22:00 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Mostre, talenTO | 0 commenti

Incontro con il “Fotocrate” Michele Smargiassi, di passaggio in città.

Di passaggio a Torino per intervenire ad una conferenza da Camera, Centro Italiano per la Fotografia,  che ha da poco inaugurato una grande e sorprendente mostra di Erik Kessels, abbiamo intercettato Michele Smargiassi. Giornalista, scrittore, autore del seguitissimo blog Fotocrazia ospitato sul sito del quotidiano La Repubblica, dove con arguzia e sottile provocazione ferma in posa, il nostro tempo, abbastanza da leggerlo attraverso l’argomento della fotografia.   La fotografia è diventato improvvisamente un argomento ? La fotografia….non so se è diventato un argomento, sicuramente se lo è, è deprecatorio. Nel senso che si parla di molto delle fotografie propriamente digitali, ma di quelle che scambiamo, condivise, orrizzontali, e per di più se ne parla male, come un declino morale o psicologico. Tutti narcisisti, tutti bambini. Un giudizio sull’avvento della foto da tasca, che non condivido, lo ritengo sbagliato, è legato all’incapacità di capire cosa sta succedendo alla fotografia oggi. Sta attraversando una rivoluzione, diversa da come la si pensava anni fa, mi riferisco alle immagini smaterializzate, senza sostanza, tutti dicevano non c’è più il rapporto con la realtà. Balle… la foto ha continuato a funzionare esattamente come prima e nelle funzioni di prima. Il problema è che la fluidità digitale ha dato luogo a nuove funzioni che prima trovavano un limite fortissimo nella tecnica; non erano riproducibili, la stragrande maggioranza di foto che si facevano nel mondo, intendo quelle private, delle vacanze della morosa, erano stampate in unica copia, poi si perdeva il negativo ed era finita così. Erano foto uniche, dovevi rifotografarle se volevi una copia in più, visto che i negativi si perdevano spesso.La foto privata anche prima istituiva relazioni, però erano foto “in presenza”, affabulatorie, si mostravano agli amici, ci si parlava sopra. Dirette sempre a destinatari conosciuti, viso a viso. Mentre adesso grazie a questa fluidità possiamo condividerle, sono come palloncini in aria, dove cadono cadono non sappiamo nemmeno chi le guarderà e dove. Non possiamo più sapere dove una nostra foto sia andata a finire, in Asia, in Alaska. Quello che è davvero cambiato è questa simultaneità, diffusione universale, l’orizzontalità, con il suo carattere effimero. Diffuse così, vivono il momento della condivisione e poi difficilmente restano. Non vengano riguardate. Adesso ci sono le storie su istagram, su fb ect, posti e poi il giorno dopo spariscono, la fotografia ha guadagnato un altro  status.  In fondo cosa è rimasto del bacio dato ieri, dello scapaccione, della carezza, era importante? Certo che si ! Eppure quei momenti si sono dissolti. La foto ha raggiunto la fluidità dei linguaggi paraverbali, della prossemica: insomma tutte quel linguaggi che noi usavamo per relazionarci con gli altri, adesso abbiamo anche la foto. Parallelamente, però, sui media tradizionali c’è un recupero del tema, su Repubblica su cui scrivi, su Internazionale e altri ancora…Cosa che ieri non accadeva così spesso. Se sia merito di questa nuova attenzione alle immagini sarebbe tanto di guadagnato, non lo credo però, il fatto che ci sia più attenzione, una maggiore considerazione nel panorama culturale. Era considerata semplicemente uno strumento d’illustrazione. Anche se abbiano avuto stagioni in cui il fotoreportage era ben più visibile, rispetto a oggi. La foto su gli organi di stampa anche se sempre subordinata alla parola, era molto presente. C’è stato un momento in cui le foto erano un linguaggio colto, se adesso torna è anche perché il mercato...

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La Lirica occupa – simbolicamente – le Sovrintendenze. Ridiscutere la riforma è l’obiettivo.

Pubblicato da alle 12:01 in DOXA segnalazioni, Economia, Eventi, Musica, Prima pagina | 0 commenti

La Lirica occupa – simbolicamente – le Sovrintendenze. Ridiscutere la riforma è l’obiettivo.

Riceviamo e pubblichiamo da: le OO.SS. territoriali di Torino e le RSU del Teatro Regio di Torino Per rilanciare il ruolo della lirica, per tornare a essere un Paese che attrae le eccellenze e per bloccare l’attuale fuga degli artisti, il giorno la Sovrintendenza del Teatro Regio di Torino verrà occupata simbolicamente, contemporaneamente all’occupazione delle Sovrintendenze di tutte le 14 Fondazioni Lirico-Sinfoniche Italiane. In quella sede, i Segretari territoriali CGIL, CISL, UIL, FIALS e le RSU del Teatro Regio di Torino consegneranno un documento sindacale unitario nazionale al Sovrintendente Walter Vergnano. Inoltre, dalla Sovrintendenza del Teatro Regio di Torino, le segreterie OO.SS. e le RSU terranno una conferenza stampa per spiegare la grave situazione generata dall’articolo 24 della legge 160/2016 che intende declassare i teatri che non raggiungeranno il pareggio di bilancio. Le Fondazioni Liriche da tempo sono interessate da una crisi debitoria, principalmente dovuta alla progressiva riduzione delle risorse pubbliche.  I provvedimenti legislativi, emanati fino a oggi dal Governo Italiano, hanno indicato quale soluzione a questo problema il taglio del costo del lavoro. Questo intervento non ha ridotto i debiti ma ha comportato la perdita di posti di lavoro, la riduzione degli stipendi dei lavoratori e la chiusura dei corpi di ballo, oltre a esternalizzazione dei servizi, interruzioni di attività e aumento della precarietà. Noi chiediamo di discutere una vera riforma delle Fondazioni Liriche, che abbia come base la tutela dei dipendenti, la garanzia di contributi pluriennali basati su un forte coordinamento tra le risorse nazionali e quelle locali, la garanzia di una governance trasparente e un’attenta vigilanza da parte del Ministero. le OO.SS. territoriali di Torino  e le RSU del Teatro Regio di...

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La UE ci dice che il 2018 sarà l’anno del Patrimonio Culturale Europeo.

Pubblicato da alle 11:14 in DOXA segnalazioni, Innovazione, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

La UE ci dice che il 2018 sarà l’anno del Patrimonio Culturale Europeo.

Il 9 febbraio 2017 i rappresentanti del Consiglio e del Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio su una decisione che istituisce un Anno europeo del patrimonio culturale 2018.  Il patrimonio culturale comprende le risorse del passato in una varietà di forme e aspetti. Include i monumenti, i siti, le tradizioni, la conoscenza tramandata e le espressioni della creatività umana, nonché le collezioni conservate e gestite da musei, biblioteche e archivi. Scopo di questa iniziativa è sensibilizzare all’importanza della storia e dei valori europei e rafforzare il senso d’identità europea. Al tempo stesso, si punta a richiamare l’attenzione sulle opportunità offerte dal nostro patrimonio culturale, ma anche sulle sfide cui è confrontato, come l’impatto del passaggio al digitale, le pressioni a livello fisico e ambientale sui siti del patrimonio e il traffico illecito di beni culturali. Gli obiettivi principali di questo Anno europeo sono: promuovere la diversità culturale, il dialogo interculturale e la coesione sociale evidenziare il contributo economico offerto dal patrimonio culturale ai settori culturale e creativo, compreso per le piccole e medie imprese, e allo sviluppo locale e regionale sottolineare il ruolo del patrimonio culturale nelle relazioni esterne dell’UE, inclusa la prevenzione dei conflitti, la riconciliazione postbellica e la ricostruzione del patrimonio culturale distrutto L’Anno europeo potrà contare su una dotazione finanziaria dedicata pari a 8 milioni di EUR. Rappresentanti del Parlamento europeo potranno partecipare in qualità di osservatori alle riunioni dei coordinatori nazionali organizzate dalla Commissione per lo svolgimento dell’Anno europeo. “In quanto Europei, disponiamo di un patrimonio culturale particolarmente ricco, frutto della nostra lunga storia comune. Mi rallegro dell’opportunità di celebrare questo patrimonio e sono fiero di tutto quanto costituisce la nostra comune identità europea”. Owen Bonnici, ministro maltese della giustizia, della cultura e degli enti locali Il Coreper sarà invitato ad approvare l’accordo in una delle prossime riunioni. Il presidente del Coreper invierà quindi una lettera al presidente della commissione CULT del Parlamento europeo, indicando che, se il Parlamento adotterà in plenaria il testo di compromesso approvato dal Coreper, il Consiglio adotterà il testo in prima lettura senza modifiche.  Ciò dovrebbe consentire l’entrata in vigore della nuova normativa con sufficiente anticipo affinché la Commissione e gli Stati membri possano provvedere per tempo ai necessari preparativi.    L’idea di un Anno europeo del patrimonio culturale è stata sollevata per la prima volta nel 2014, quando il Consiglio vi ha fatto riferimento nelle sue conclusioni sulla governance partecipativa del patrimonio culturale. Ha ricevuto il convinto sostegno del Parlamento europeo e, nell’agosto 2016, la Commissione ha presentato la sua proposta relativa a un Anno europeo del patrimonio culturale.  Il Consiglio ha adottato un orientamento generale sulla proposta il 22 novembre 2016....

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Quando la balena ti uccide. Un gioco pericoloso e macabro gira indisturbato per la rete.

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Quando la balena ti uccide. Un gioco pericoloso e macabro gira indisturbato per la rete.

  The blue whale challenge: un gioco macabro, sinistro, pieno di colpi di scena e di continui sfide. Per andare avanti devi “farti del male”, punirti con delle vere e proprie torture fisiche e psicologiche. I giocatori, soprattutto adolescenti, non sanno resistere. In Russia ha mietuto più di 158 vittime. Perché la regola è non fermarsi e concludere: con la morte. I partecipanti vincono morendo.  E a decidere il posto e la data della tua morte non sei tu, ma quelli che in maniera subdola tessono la tela della tua giovane vita. E tutto proposto in rete per uno scopo concreto. Ammonire? Essere cliccati? Governare e dirigere il modo di pensare dei giovani? Non si sa. Di certo l’ideatore di questo assurdo gioco aveva in mente il completo controllo del loro pensiero e delle loro azioni, il loro annientamento psicologico, la loro totale alienazione e apatia. La loro morte. The blue whale challenge è una sorta di suicidio assistito, un complotto formale ordito a dovere a discapito della libertà personale dei giocatori. Il curatore del gioco non demorde e chiede sempre; propone e impone ogni giorno sfide più difficili e arditi. La provocazione maggiore – che diventa persino una minaccia –  è  quella finale: perdere se stessi, rinunciare alla propria vita, autodistruggersi. Il tutto ripreso da altri giocatori o amici, che hanno l’ingrato compito di filmare l’atto finale e di caricarlo in rete. Che cosa sta succedendo? Perché questi giovani hanno ceduto a tale sfida assurda? Perché farsi del male? Che cosa succede quando entra in gioco la competizione? Quali sono le armi da impugnare per riuscire sempre ad essere padroni di se stessi, anche in uno passatempo emotivamente pericoloso? Qual è l’effetto finale di questo gioco assurdo? Cercare emozioni forti che ti facciano vivere? Provare l’ebbrezza di essere “famosi”,  di essere ricordati per aver fatto qualcosa di veramente “unico”? Punire forse qualcuno? I genitori, la società, gli amici? Sono domande che sorgono spontanee e che mettono in crisi l’intero sistema educativo familiare e sociale. C’è una serie tv molto in voga ultimamente, che propone lo stesso tema: il suicidio. Thinteen reason why  (“Tredici” in Italia)  trasmesso su Netflix racconta la fragilità personale di un’adolescente, un’adolescente in cerca di amore e di tenerezza, di un senso alla propria vita. Le tredici audiocassette che lascia per spiegare il suo gesto estremo non sono altro che una richiesta di aiuto. Ma nessuno si rende conto del suo disagio, della sua necessità di essere “unica” per qualcuno. L’unicità è un valore che conduce all’equilibrio interiore e alla felicità. E’ un’arma potente, autentica, che stimola la capacità di desiderare. L’unicità costruisce la personalità e rigetta l’omologazione. L’unicità non riconosciuta provoca diffidenza, noia, morte. Tutti abbiamo bisogno di essere accolti nella nostra unicità, soprattutto i giovani. Perché tutti abbiamo bisogno di essere stimati. Quando la società individualista ha il sopravvento su questa prospettiva di scoperta e di conquista di sé, tutto appare irreale, vuoto, inutile. E allora vince la rete, la voglia di strafare, di annientarsi. Per superare questo disagio Seneca suggerisce una via di uscita: avere un obiettivo da raggiungere. “La vita, senza una mèta, è vagabondaggio”. Avere uno scopo nella vita, un’ambizione, una passione da coltivare suscita interesse e voglia di vivere. E’ questa la vera vittoria: saper valorizzare quello che siamo...

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