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A Torino il primo Workshop Nazionale sulle Gestione delle Emergenze.

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A Torino il primo Workshop Nazionale sulle Gestione delle Emergenze.

  L’Associazione Italiana Cultura Qualità con Thales Alenia Space ( J.V. tra Thales e Leonardo) ha organizzato il primo Workshop Nazionale sulle Gestione delle Emergenze.  Il convegno si aprirà con i saluti della Sindaca Chiara Appendino , del Vice Presidente del Consiglio Regionale Nino Boetti, della  Presidente AICQ Giorgia Garola e del Vicepresidente di Thales Alenia Space Walter Cugno. Il chairman del Convegno è Mario Ferrante Thales Alenia Space e Vicepresidente AICQ. Il convegno farà il punto  sullo stato dell’arte nella Gestione e Prevenzione delle Emergenze, crea un forum periodico su questo tema, promuovere il trasferimento di metodologie ed esperienze da un settore all’ altro, rafforza la consapevolezza che le tecnologie spaziali e moderne contribuiscono a migliorare la gestione delle emergenze per condividere l’esperienza delle industrie, agenzie spaziali, associazioni internazionali, università e servizi. L’ AICQ ha sempre avuto un’attenzione particolare non solo ai temi classici della Qualità, ma anche a temi che riguardano la Qualità della Vita del cittadino. L’AICQ e Thales Alenia Space hanno organizzato un evento di notevole interesse. Nel 2016 si mise in opera il primo Workshop Nazionale sulla “Gestione dell’errore Umano” con interventi nel settore Spaziale, Accademico e Sanitario e nel 2017 su questo nuovo tema anch’esso trasversale  sulla “Gestione delle Emergenze”. La Qualità migliora sicuramente nel confronto e nella condivisione. Dai tempi antichi ai giorni nostri l’emergenza è un aspetto che ha coinvolto tutto il nostro Pianeta  Esempi ci sono dati dalle api che in mancanza di fiori producono il miele, utilizzando le secrezioni di altri insetti, oppure dalle formiche che in caso di alluvioni, per proteggere la regina, costruiscono con i loro corpi una zattera.  Anche nelle antiche civiltà precolombiane c’era una particolare attenzione alla prevenzione, basti osservare la tecnica di costruzione degli edifici per ridurre il rischio di collasso in caso di terremoti (Peru – Ollantaytambo). Per Thales Alenia Space, che ha come vision “Lo Spazio come orizzonte dell’Umanità per costruire sulla Terra una vita migliore e sostenibile”,  il contributo all’ organizzazione di questo convegno rappresenta sicuramente un fatto positivo. I satelliti forniscono un notevole supporto alla gestione delle Emergenze come nel caso di COSMO-SkyMed  sistema duale  dell’ ASI e del Ministero della Difesa e Sentinel dell’ESA. Da non dimenticare anche la prevenzione delle Emergenze nello Spazio ed in particolare sulla Stazione Spaziale dove l’Azienda ha realizzato il 50% del Volume Abitabile negli stabilimenti di Torino. L’obiettivo di questo convegno non è alimentare allarmismi, ma far conoscere la straordinaria competenza ed eccellenza su questo tema ed evidenziare nei diversi domini, da quelli ad alta tecnologia come lo Spazio, ai Servizi, alla Sanità, alle Industrie, lo stato dell’arte dell’Emergenza in termini di Prevenzione e Gestione. L’ importanza della partecipazione a questo evento è dettata dall’attualità dell’argomento affrontato con relazioni da parte di esperti, anche di fama internazionale, che spaziano in tutti i campi. Valorizzare e promuovere i risultati raggiunti  Il convegno, grazie al contributo di Intesa San Paolo nonché di altri importanti sponsor, si terrà in un luogo molto suggestivo: il Grattacielo Intesa San Paolo di Torino. Le istituzione hanno dato il massimo supporto a questo evento insieme agli Ordini professionali e ai vari Sponsor che hanno riconosciuto e sostenuto l’importanza di questo tema . Il Workshop è indirizzato sia al grande pubblico che alla Comunità Industriale, Scientifica, Sanitaria, Universitaria , Servizi, Professionisti e Istituti di ricerca....

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Intesa San Paolo: dalla web reputation al web embarassment. Quel che può rubare un video.

Pubblicato da alle 17:40 in DOXA segnalazioni, Economia, galleria home page | 0 commenti

Intesa San Paolo: dalla web reputation al web embarassment. Quel che può rubare un video.

Se c’è una nuova definizione di quella che un tempo era la rispettabilità, il prestigio o addirittura l’onorabilità, l’abbiamo affidata all’espressione “web reputation”, ossia quello che delle attività, aziende o enti filtra attraverso la rete e delinea il profilo di chi sarebbero; questo agli occhi di coloro che vedono come comunichiamo, cosa diciamo e che formule impieghiamo. Ciò accade nel rettangolo retroilluminato dei lap top, finestra e punto di fuga in cui oggi si concentra la visione del mondo. Malgrado i tempi l’antico e rigido concetto di rispettabilità continua ad essere inseguito e desiderato da aziende grandi o piccole che siano. Se conquistarla è un percorso lungo e piuttosto arduo perderla è questione di un minuto, o di pochi, sventati minuti di un raccapricciante e sventurato video, scivolato via di mano e approdato sull’indistinta spiaggia del web. Ed ecco che Banca Intesa San Paolo si ritrova nell’increscioso imbarazzo di essere caduta dalla web reputation al web embarassment o più crudelmente allo sputtanamento nazionale per motu proprio. L’accaduto risulta imperdonabile sotto ogni aspetto. Se un breve e grottesco video, in realtà più di uno, sfugge al controllo di una Banca, il correlato immediato è che anche i dati sensibili dei clienti possano, nello stesso modo, sgusciare fuori dai forzieri.  In pratica si sono fatti rubare la reputazione. La talpa, che è una costante di ogni rapina, è all’interno dell’azienda e per qualche insondabile ragione, forse troppi film di Vanzina, o i Talent, o anni trascorsi a bagno nel trash più indecoroso, lo hanno portato a ordire un colpo che nemmeno Assange, i Bassotti o Arsenio Lupin avrebbe mai organizzato, e ovviamente sotto il segno della motivazione. Rubare quanto di buono in decine e decine di anni impiegati e personale hanno cercato faticosamente di fare. Obbligandoli a rendersi ridicoli, a trasformare il lavoro in circo, la professionalità in maschere da clown, farli canticchiare felici e pronunciare frasi stupide e ributtanti. Un retropensiero induce a chiedersi se una direttrice di filiale può concedersi senza ritegno alla più trita indecenza, se il disdoro lessicale e sociale che promuove non investa qualcosa di più importante e se il coinvolgere altri in quest’impresa non sia al limite del reato del buon gusto. A scanso di fraintesi le banche non sono una famiglia, come ripetuto in uno dei video, padri e madri i soldi li donano: non li prestano dietro interesse; nel porgerli ci sono i pensieri, i più nobili, e c’è cuore, che detta fiducia e speranza. Confondere i significati delle parole è una forma di circonvenzione, molto simile a quelle clausole impossibili da interpretare e sempre vessatorie, inserite in molti contratti bancari.  Forse all’impavida soubrette deve essergli sfuggito, in tutti questi anni, la storia di Bartleby lo Scrivano, il suo “I would prefer not to”, il preferirei di no scritto da Melville per il mondo della finanza di Wall Street. Quello che offende maggiormente nel guardare questa pochade è constatare nelle facce il disagio l’impaccio e il senso di un obbligo increscioso in cui ognuno di noi avrebbe  potuto trovarsi. E’ possibile che sia stato questo ad incattivire i commenti in rete, la sensazione che una società sottoposta al peggio dello spettacolo possa arrivare a coinvolgerci tutti, ad  abbruttirci, a rendere spietatamente palese che per sopravvivere si debba non solo faticare ma anche cantare io ci sto. Uno dei più...

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A Torino è nata la prima Università Popolare italiana. A raccontarci tutto il Presidente Eugenio Boccardo.

Pubblicato da alle 15:05 in DOXA segnalazioni, galleria home page, Università | 0 commenti

A Torino è nata la prima Università Popolare italiana. A raccontarci tutto il Presidente Eugenio Boccardo.

L’austero Palazzo di origine seicentesca, da sempre al centro sia della delle vicende storiche sia della città, ora porta il nome di Felice Cordero di Pamparato detto “Campana”, in ricordo del partigiano che liberò l’edificio nell’aprile del 1945. Qui da allora ha sede l’Università Popolare di Torino. Poco distante, in via Po 18, la sera del 12 novembre del 1900 ebbe inizio presso l’allora Regia Università la storia della prima università popolare italiana. A voler essere precisi bisogna tornare indietro di un anno, al 1899 quando alcuni docenti universitari costituirono la Società di Cultura, con l’intento di “promuovere la cultura scientifica e letteraria nel popolo”, come riporta l’art 1 dello Statuto, molti di questi erano legati agli ambienti della massoneria cittadina. Chi volesse ripercorrere la lunga storia di questa istituzione si troverebbe di fronte a notevoli sorprese. Scoprirebbe l’apporto di Cesare Lombroso, scienziato di fama più discusso che conosciuto, troverebbe un giovane Vittorio Valletta insegnante allora totalmente ignaro della Fiat. Le personalità che da qui sono transitate meriterebbe un discorso a parte, indagare gli archivi regalerà a chi avrà voglia e curiosità soddisfazioni non da poco. Per conoscere meglio l’Università Popolare e i suoi attuali 118 corsi abbiamo incontrato l’attuale Presidente il dott. Eugenio Boccardo. Come è giunto ad occuparsi di questa  istituzione ?  Son capitato per caso. All’inizio c’era bisogno di dare una mano, e così giorno su giorno mi ha coinvolto. E’ un impegno che mi ha dato moltissimo. Quando sono arrivato ad occuparmi dell’Università Popolare, circa trent’anni fa, vi erano 15 corsi e 425 iscritti, oggi mettiamo a disposizione 118 corsi per circa 4500 iscritti. Contrastiamo l’analfabetismo, diamo libera cultura, per farci conoscere stiamo tentando anche la strada dei social ma con molta prudenza, per rispetto alle persone che si avvicinano. Come funziona ? E’ un luogo aperto a tutti, ci si iscrive e si può andare tutti i giorni a tutti i corsi che si desiderano, a titolo pieno, inoltre organizziamo tre concerti all’anno gratuiti, nella sala del Conservatorio o al San Giuseppe, dove abbiamo a disposizione alcune aule. Il nostro mondo è laico e questo è una garanzia per tutti, l’importante che sia sempre rispettata la dignità dell’uomo. Quali sono stati gli anni di svolta ? Siamo divenuti Fondazione 15 anni fa, poi Onlus, e recentemente ci siamo accreditati presso il Ministero come Ente Nazionale di Formazione per insegnanti, di primo e secondo livello, inizieremo dal prossimo anno, dal 2018 possiamo cominciare questa nuova attività. Gli insegnanti, secondo me non sono riconosciuti come si dovrebbe, sono essenziali per avere una nazione democratica; una nazione dove possono lavorare i migliori e i migliori escono da una buona formazione scolastica. Come vi finanziate ? Viviamo solo delle iscrizioni dei nostri allievi, paghiamo tutti, e come staff siamo a titolo gratuito. Diversamente non potremmo stare in piedi. Con pazienza e coraggio, non dobbiamo niente a nessuno. Se mogli o figli vogliono seguire i corsi devono pagare come tutti gli altri iscritti. Inoltre paghiamo la guardiania per le lezioni, per sicurezza dei nostri allievi, per accedere ai corsi bisogna presentare una tessera munita di fotografia, è obbligatorio. Abbiamo fondato una casa editrice con il nostro nome, testi dei nostri docenti e no, e da 14 anni abbiamo una rivista scientifica che facciamo con l’Università di Genova, di sociologia politica, si chiama: Cahier. Alcuni insegnanti danno dispense...

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Un seminario dedicato a Eugène Atget, il surrealista ante litteram; tra storia, arte e americani preveggenti.

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Un seminario dedicato a Eugène Atget, il surrealista ante litteram; tra storia, arte e americani preveggenti.

Verso la fine dell’Ottocento un uomo camminava per Parigi. Portava in spalla un pesante treppiede con una fotocamera in legno di grande formato. Quest’uomo avrebbe camminato e fotografato, giorno dopo giorno, per tutta la sua vita fino al 4 agosto 1927. Nessuno oggi ne avrebbe mai potuto sapere nulla perché oltre a camminare e fotografare non faceva niente che potesse farlo riconoscere e quindi ricordare. Vendeva qualcuna delle sue stampe fotografiche ai pittori di vedute e all’archivio storico della municipalità. In un suo biglietto da visita si legge “documents pour artistes”.  Un’attività faticosa che rendeva poco denaro, ma sufficiente per vivere insieme alla compagna della sua vita in un modesto appartamento di rue Campagne-Première a Montparnasse.   Per una delle bizzarrie della storia, successe però che verso la fine della sua esistenza un paio di giovani artisti americani all’epoca attivi a Parigi andassero a fargli visita: Man Ray e la sua assistente Berenice Abbott. Quel giorno essi scoprirono che il Surrealismo, il movimento nascente di cui facevano parte, contava già un suo esponente di primo piano decenni prima che se ne inventasse il termine stesso. Nel seminario del 21 ottobre prossimo si ripercorrerà questa storia straordinaria ricavandone delle indicazioni utili per chiunque desideri iniziare a comprendere il complesso rapporto delle  fotografie con l’arte moderna e contemporanea. Torino, 21 ottobre 2017, ore 10-17. Il Surrealismo di Eugène Atget Seminario di Fulvio Bortolozzo – Studio Bild Via Cesare Lombroso 20/A, Torino. Info e iscrizioni: borful@gmail.com (seminario a pagamento, posti...

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La luce come non la si era mai vista. Ad accenderla è la Slux, qualcosa di nuovo sotto il sole.

Pubblicato da alle 12:26 in DOXA segnalazioni, Economia, galleria home page, Innovazione, talenTO | 0 commenti

La luce come non la si era mai vista. Ad accenderla è la Slux, qualcosa di nuovo sotto il sole.

Sarà stato un richiamo Pindarico quello che sin da giovanissimo Alessandro Pasquali ha perseguito con caparbietà e dedizione, frutto di una curiosità per quel dono fondamentale e misterioso che è la luce; fatto sta, che l’inseguire e cercare qualcosa nei fasci luminosi lo ha portato a volare molto in alto.  La dimostrazione è venuta alla luce, per giocare con le parole, qualche sera fa nel castello di Carrù, perché anche se altamente tecnologica sempre di una piccola favola si tratta: quindi il castello, il giardino e, una festa aperta a tutti per la fine dell’estate. La scoperta di questo giovane scienziato, supportato dal socio Bob Tal e Norberto Bertaina, è divenuta una start-up italo svizzera, in grado di rivoluzionare le trasmissioni wireless sostituendo le onde radio con fasci di luce, onde luminose. Una tecnologia nuova, inattesa, che lascia sconcertati e affascinati. Apparentemente semplice, quando la si vede in azione, fendere l’aria come una spada bianca e innocua, frutto però di moltissime sperimentazioni e miglioramenti continui. A credere in questo germoglio di futuro è stata la Banca Alpi Marittime di Carrù, che ha deciso di supportarne la crescita organizzando la prima presentazione pubblica con un concerto e uno spettacolo di grande coinvolgimento. Sul palco l’orchestra Baravalle di Fossano, alle loro spalle un grande schermo come quello di un cinema all’aperto su cui sono passano materiali d’archivio, foto, filmati e una voce guida che ha narrato con particolare qualità, la storia della banca sorta nel 1899 dentro un affresco storico sociale, intervallato da canzoni rappresentative di alcuni momenti del cambiamento del paese.  Non si può dire che non abbia colpito sentir cantare Bella Ciao e La locomotiva di Guccini in uno spettacolo del genere, canzoni che non hanno sfiorato il direttore Carlo Ramondetti, vero mattatore della kermesse. Quando afferma che la “visione – della Banca –  è orientata alle innovazioni più illuminate” coglie davvero nel segno, infatti il concerto è stato trasmesso con il sistema Li-Fi promosso dalla Slux e a fine concerto si è lanciato con un raggio blu un segnale verso le stelle. Lo spirito seriamente orientato alla ricerca vuole sempre giungere alle cose, espandere le conoscenze. Come le carte dei navigatori che, attraversavano gli oceani dopo Colombo, resero navigabile l’imprevedibilità dei mari grazie a un sistema di informazioni, così le nuove possibilità insite nella luce sono una nave, un veicolo di trasporto sicuro per moltissimi tipi di dati, fisseranno i futuri percorsi e probabilmente muteranno il conosciuto con scenari nuovi. Vicini alla luce misteriosa di Slux innesca il desiderio di essere lì dove le cose accadono, dove il domani ha poggiato i suoi passi, accanto alle scoperte e alle persone che le hanno pensate. Per ora, fortunatamente, la Slux vola lontano dai soli delle grandi multinazionali, speriamo che sia attenta a non avvicinarsi troppo e bruciarsi le...

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Documentari in visionarium di grande impatto e aforismi per ombrelli. Dolceacqua si distingue.

Pubblicato da alle 16:33 in DOXA segnalazioni, galleria home page, I nuovi Shop, Notizie, Spettacoli | 0 commenti

Documentari in visionarium di grande impatto e aforismi per ombrelli. Dolceacqua si distingue.

Quanti torinesi andranno sulle coste della Liguria di Ponente? Tanti. Occasione da non perdersi: un tardo pomeriggio raggiungete Dolceacqua a soli 6 km dal mare, celebre per il suo incredibile ponte in pietra a una sola arcata, ben 33 metri di luce scavalcano il fiume Nervia, dipinto dall’impressionista Monet, il sovrastante castello dei Doria, le sue case a 6 o 7 piani e non una sola pietra restaurata. Uno spettacolo nato nel 1400!  E la diversione  val bene una visita al Visonarium di Eugenio “Enio” Andrighetto – saletta di proiezione dove si può scegliere tra 26 bellissimi documentari – dove assistere a una proiezione normale sarebbe banale: nella saletta si godono filmati in 3D che in realtà Enio (definito “genio” da Alberto Bevilacqua della trasmissione Rai TV “Sereno Variabile” in un suo reportage su Dolceacqua) ha trasformato in 4D già una ventina d’anni fa. Perché mentre si ammira una montagna innevata, entra in sala un soffio d’aria fresca e, se fiorisce la lavanda in Costa Azzurra, all’immagine si sposa un soffio di profumo dei suoi fiori. Oppure ecco le onde delle Haway e l’acqua cade su piccole rocce sistemate sotto lo schermo: il rumore dell’acqua dell’onda (o di un corso d’acqua) diventa reale.  Quest’anno Enio e’ già tornato dall’Australia, producendo “Da Kangaroo a Darwin” (12.000 km in 35 giorni, Sidney compresa). Ma al Visionarium, che fa parte della locale associazione “U Bumbaixu” (in dialetto ligure lo stoppino del lume), potrete ammirare le “Recondite Armonie della Val Nervia-Le 4 stagioni” (è il fiume che vi scorre) girato nel ’97 e commentato da Luisella Berrino (voce storica di Radio Montecarlo), il poeta Giannino Orengo e il professore di botanica Enrico Martini. Oppure “Mirabilia” del 2005, 9 capitoli sottolineati da altrettante splendide musiche scelte da Andrighetto. Ne citiamo alcuni: “Antiche Città” (brano “The drums of gaugamela”, di Vangelis), “Tesori naturali di Francia” (canzone “Plaisir d’amour”, di Johann Paul Martini), “Notte di mezza estate a Dolceacqua” (“Ouverture solennelle 1812” di Tchaikovsky), “Rosso di Petra” (con “Mithodea Moviment”, ancora di Vangelis). E anche Perù, Tibet (realizzati nel 2003 e 2004), Le Hawaii (2011), L’incredibile India o L’Himalaya (2014), (Brasil (2015), Egitto e Nubia insieme, del 2016 così come La Namibia. Tutti in 3D o , meglio, in 4D. E nell’antico vicolo (carugio) che sale davanti al Visionarium, fotograferete un’esposizione di 14 bianchi ombrelli aperti, appesi “al cielo”, sugli spicchi di tela dei quali, illuminati da una luce sul manico perciò visibili dal di sotto, sono scritti 3 aforismi -citazioni- di personaggi del passato, importanti o sconosciuti. Uno spettacolo nello spettacolo, dopo aver assistito a una delle proposte di Enio Andrighetto. Ne uscirete con un tesoro in più. Gian...

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La pittura: magnifica ossessione. Ricognizione nello studio del pittore Salvatore Zito.

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La pittura: magnifica ossessione. Ricognizione nello studio del pittore Salvatore Zito.

  La conversazione con Salvatore Zito, pittore dal curriculum importante e decennale, avviene nel suo studio di Via Po, sapientemente disordinato, ed è occasione per presentare il catalogo NICECREAM (più di 150 interpretazioni pittoriche dello stick, il gelato da passeggio, un leit-motiv che è diventato un suo marchio di fabbrica, variazione su un tema di grande successo) attualmente esposto nella vetrina della libreria Luxemburg, che racchiude gli ultimi vent’anni della sua ricerca. Del suo lavoro scrive acutamente Gianni Vattimo, negando l’aspetto immediatamente giocoso e innocuo del soggetto in questione, e in generale della sua pittura decisamente empatica: “Niente di tranquillizzante, niente di pacificamente ritornante su di sé, ma turbamento e un certo effetto di inquietudine decisamente provocatoria. Saranno questi coccodrilli, visti in forma di gelato, gli annunciatori di un mondo “altro”, preoccupante ma minaccioso solo entro il limite tollerabile del gioco, come si addice a ciò che rimanda all’arte e non “salta” risolutamente nel terreno della vita?” Uno sviluppato senso estetico (ma anche per il divertissment, la metafora, un ironico distacco) per Salvatore permea tutto il quotidiano, dal cibo agli oggetti e persino alle persone di cui ama circondarsi. La vocazione alla pittura è vissuta come contemplazione, una Dea esigente e al contempo generosa, che richiede una dedizione silenziosa, tempi dilatati, passione senza compromessi. Condizioni che fanno tremare i polsi degli animi fragili, e misurarsi con la difficile arte dell’equilibrio che troppa solitudine può compromettere.   La pittura dunque come strumento per accedere alla Bellezza, per migliorare e migliorarsi, in un percorso di auto-analisi che non indulge a facili assoluzioni: dipingere è compiere un eterno autoritratto, è specchio implacabile dello stato d’animo, è auto-terapia e citazione, riflessione e istinto. È se stessi e al contempo altro da sé, sino ad assumere i contorni di qualcosa che più non ti appartiene, perché fa parte di un universo di forme e colori che andranno ad emozionare qualcuno che nulla sa di te, ma che a te sarà legato. La magia che solo la pittura, quella vera, sa donare. Una pittura, quella di Zito, ludica, malinconica, sincera, tecnicamente sapiente. Salvatore, ci parli di questo tuo libro? E’ un libro d’artista (ci sono copertine diverse che si alternano) dedicato agli stick, volutamente senza sottotitoli. Sono più di 150, raggruppati per tipologia, da quelli vegetali (di cui molti spinosi, con gli aculei, a ricordare l’aggressività insita nella natura) a quelli animali, a quelli ludici, al tema gastronomico, al tema dedicato alla nostra città che ha dato vita al progetto “I Love Torino”… Gli stick sono i “pinguini” da passeggio (così il loro primo nome dello storico gelataio torinese -Pepino- che li ha inventati): l’applicazione della metafora, insieme all’ossimoro, permette di sviluppare un racconto, una nobile ossessione, più che un multiplo di derivazione pop-art. In fondo il gelato con lo stecco è nato un secolo prima della pop-art, con cui può esserci qualche contaminazione, ma non un rapporto diretto. Il mio primo stick è del 1997, ed è entrato in un discorso di scomposizione su grande scala di pieni e di vuoti, affiancato da un’installazione di stick tridimensionali, in scala 1:1, monocromi. Il primo dipinto aveva invece una veduta di Torino e successivamente alcuni sono anche sagomati ad evocare architetture, come la Mole.Dopo l’esperienza di pittura legata ad una certa idea di classicità, sentivo l’urgenza di lavorare...

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La Famiglia Ceretto: vino e arte contemporanea. Marina Abramovič l’ospite d’autunno.

Pubblicato da alle 12:22 in DOXA segnalazioni, Economia, galleria home page, talenTO | 0 commenti

La Famiglia Ceretto:  vino e arte contemporanea. Marina Abramovič l’ospite d’autunno.

La Famiglia Ceretto, il vino e l’arte: l’eccellenza dell’esperienza, e una vocazione al mecenatismo tutta internazionale. E in autunno arriva Marina Abramovič. La terza generazione della Famiglia Ceretto, Lisa, Roberta, Alessandro e Federico, figli di Marcello e Bruno, i Barolo Brothers, come li definì negli ‘80 la rivista Wine Spectator dandogli una consacrazione mondiale nel panorama vinicolo, condividono il colore degli occhi, di un raro verde-azzurro trasparente, e una pari visione cristallina sul futuro della loro impresa: uniti guardando al futuro, pur nella diversa gestione delle competenze tecniche, per una crescita aziendale in continuo sviluppo, anche da un punto di vista tecnico e non solo di mercato (a partire dalla vendemmia 2015 tutti i prodotti hanno ottenuto la Certificazione Biologica). Grandi capacità nella vinificazione, attenzione alla qualità come prima regola, e altrettanto grande capacità nel comunicare non solo un prodotto quanto la filosofia che li anima. La Ceretto experience, come ben espresso dal loro sito, coinvolge più aspetti, naturalmente il vino, in primis il Barolo e il Blangè, il cibo (il tristellato Piazza Duomo con lo chef Enrico Crippa e la Piola, a cui si aggiunge il rilancio del torrone e la coltivazione della nocciola con l’azienda Relanghe) l’architettura (le avveniristiche costruzioni il Cubo della Cantina Bricco Rocche dove è stato posizionato di recente il cancello di Valerio Berruti e  l’Acino  per la Tenuta Monsordo Bernardina nel 2009), e infine l’arte, che negli anni ha visto nomi dell’arte contemporanea internazionale, da Anselm Kiefer, Francesco Clemente, Kiki Smith, inaugurare mostre sul territorio albese su diretta committenza della famiglia, che per loro ha costruito persino una residenza ad hoc, la Casa dell’Artista (2010), sulla collina sovrastante la Tenuta Monsordo Bernardina. La punta di diamante rimane la cappella del Barolo alle Brunate di La Morra: costruita nel 1914 e mai consacrata, la Cappella intitolata alla SS. Madonna delle Grazie fu acquistata dalla famiglia Ceretto nel 1970 assieme a 6 ettari di vigneto circostante. Ormai rudere, si è trasformata in uno degli edifici simbolo delle Langhe grazie all’intervento di Sol LeWitt e David Tremlett (che ne hanno affrescato rispettivamente le superfici esterne e interne) nel 1999. A quasi vent’anni di distanza rimane un luogo visitatissimo e molto amato dai langaroli in primis.   La conversazione con Roberta Ceretto, responsabile comunicazione, rapporti con la stampa e marketing, sviluppo dei progetti culturali dell’azienda è un fluire brillante di energia, consapevolezza, capacità di trascinare l’ascoltatore in quello che è prima di tutto un’attitudine familiare a considerare il lavoro come responsabilità, impegno, ma anche come espressione di una gioia di vivere che deve coinvolgere tutti sensi sino a diventare un’esperienza, appunto, di vita. Non a caso Federico Ceretto, fratello di Roberta, dichiara: “Il nostro è un divertimento. Una certezza è il metodo impostato di mio padre: far vivere ai clienti la nostra cultura e conoscere la bellezza del nostro territorio, le Langhe”. In particolare negli anni la famiglia Ceretto si è contraddistinta per operazioni culturali di grandissimo livello, che li porta a ricoprire a buon titolo il complesso ruolo da mecenati, per un nuovo rinascimento che da vent’anni ha investito le Langhe e il Roero, dal 2015 dichiarati Patrimonio Unesco. Come è nato questo vostro specifico interesse per l’arte? Molti mi chiedono come sia nata la “strategia” di marketing che ha portato ad occuparsi di arte, ma non vi...

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Ultimi giorni per essere a FLAT: la prima fiera in Italia dedicata all’editoria d’arte.

Pubblicato da alle 11:48 in .Arte, DOXA segnalazioni, galleria home page, Innovazione, Mostre | 0 commenti

Ultimi giorni per essere a FLAT: la prima fiera in Italia dedicata all’editoria d’arte.

Torino come New York: FLAT  Fiera Libro Arte Torino, la prima fiera internazionale in Italia dedicata all’editoria d’arte.   Quest’anno, nella prima settimana di novembre, un nuovo evento si aggiungerà alla settimana dell’arte contemporanea torinese. Si tratta di FLAT – fiera libro arte Torino, che per la prima volta in Italia, fornirà un focus sulla cultura del libro d’artista, pratica d’eccellenza, ancora poco valorizzata presso il grande pubblico, ideatori e fondatori di FLAT sono Chiara Caroppo, Beatrice Merz e Mario Petriccione.   Il 20 di luglio terminerà la possibilità di aderire alla fiera che darà l’opportunità ad ogni partecipante di presentare un progetto editoriale per il Premio FLAT – Fondazione Arte CRT: il progetto selezionato verrà realizzato nel 2018 con il sostegno di Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT. Abbiamo incontrato i tre direttori artistici di FLAT  per entrare nel vivo dell’iniziativa. Com’è nata l’idea di FLAT – Fiera Arte Libro Torino? Avete pensato ad un modello di riferimento in particolare? Il progetto è nato osservando la crescita e il successo di eventi come le Art Book Fairs di New York e Los Angeles, di Londra, Parigi e Berlino, che testimoniano la vitalità di un ambito di ricerca che negli ultimi anni ha registrato anche in Italia un interesse sempre più forte da parte di artisti, collezionisti, studiosi o semplici appassionati.   Pensiamo che FLAT possa diventare un ulteriore elemento del sistema di Istituzioni, musei e gallerie che fa di Torino un modello nella valorizzazione dell’arte contemporanea. La sua vocazione specifica e il pubblico a cui fa riferimento ne determinano la collocazione nell’ambito della settimana che Torino dedica all’arte contemporanea, a completare strategicamente il panorama degli eventi artistici e culturali della Città con un progetto originale e innovativo. Quali sono gli obiettivi della fiera? Intervenire in maniera efficace sulle criticità della distribuzione libraria, favorendo soprattutto la promozione diretta del libro, riconoscendone l’importante ruolo di tramite per la conoscenza e la diffusione dei linguaggi artistici contemporanei. Quale sarà l’elemento distintivo di FLAT? Sicuramente il ricco programma culturale che affiancherà la fiera: due mostre e una serie di conversazioni e di incontri con artisti e grandi protagonisti del panorama nazionale e internazionale, che offriranno l’occasione per riflettere sullo stato dell’editoria d’arte, sulle pratiche e le tematiche legate alla cultura del libro d’artista. Inoltre il debutto di FLAT è caratterizzato da due significative iniziative sostenute dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT: l’istituzione del Premio FLAT – Fondazione Arte CRT – assegnato ad un progetto editoriale individuato nell’ambito della fiera, da realizzare l’anno successivo – e l’istituzione del Fondo Giorgio Maffei – dedicato al grande bibliofilo e collezionista di libri rari sulle arti del ‘900 –  per raccogliere una serie di acquisizioni presso la GAM – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. Quando e dove avrà luogo? Come si articolerà? Come verranno individuati gli espositori per questa prima edizione? La prima edizione si svolgerà dal 3 al 5 novembre 2017 negli spazi di Palazzo Cisterna, 2.000 metri quadrati nello storico edificio sei-settecentesco situato nel centro cittadino ed ospiterà circa 45 espositori, selezionati da un comitato scientifico internazionale sulla base della qualità e dell’originalità delle loro proposte editoriali, per dare vita a uno spazio dove promuovere il meglio della produzione di cataloghi di mostre, monografie, saggi, libri d’artista, edizioni rare, out of print...

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Ritorna a guardarci, con burbera ruvidezza, Leonardo Da Vinci. Sosterremo lo sguardo ?

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Ritorna a guardarci, con burbera ruvidezza, Leonardo Da Vinci. Sosterremo lo sguardo ?

Un uomo canuto, con capelli e barba lunghi, ma con ampia stempiatura, dallo sguardo corrucciato che gli conferisce un’espressione severa: è l’intensa immagine, tratteggiata a sanguigna, che identifica in tutto il mondo il celebre pittore, scienziato e ingegnere fiorentino. Dal 7 luglio al 15 settembre alla Biblioteca Reale di Torino il celeberrimo autoritratto di Leonardo Da Vinci ritorna a guardarci, con burbera ruvidezza, dal suo profondo e restaurato supporto cartaceo, 33,5 x 21,6 cm di assoluta e sanguigna autorevolezza.  Disegnato intorno al 1515 probabilmente durante il suo soggiorno francese, la testa calva in sommità si contrappone alla folta barba e alla sopracciglia pesanti da cui uno sguardo, appena virato a destra impone reverenza per sapienza ed età. L’espressione corrucciata, così predittiva di quello che avrebbe visto secoli dopo, si impone quasi come giudizio su di noi che lo osserviamo bramosi di carpirne l’unicità e il genio; figlio di un’epoca ancora troppo accorta e severa per definire “creativo” chicchessia, fosse anche Leonardo in persona.  Questo disegno dal tratto senza paragoni emana una rassegnata pietas, intesa come  l’insieme dei doveri che l’uomo ha sia verso gli uomini, sia verso gli dei; affascinato dal neoplatonismo unì arte e scienza divenendo l’emblema del Rinascimento. Osservare da vicino, nel buio necessario a non intaccare il disegno, l’autoritratto è un viaggio fatto di orgoglio nazionale e impaccio, pudore e pentimento per quel poco che si è, per quel poco che si è saputo fare e diventare a livello individuale e soprattutto come paese. L’esposizione è anche l’occasione per i Musei per dare il via alle celebrazioni che nel 2019 ricorderanno Leonardo a cinquecento anni dalla sua morte, una tappa di avvicinamento attraverso la quale si intende valorizzare e approfondire il contesto all’interno del quale si muoveva il Maestro. In mostra inoltre una selezione di oltre quaranta disegni italiani del ‘400 e del ‘500, corrispondenti ad altrettanti artisti citati da Giorgio Vasari nelle sue Vite, vero e proprio fil rouge dell’esposizione. Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori di Giorgio Vasari, pubblicate in una prima edizione nel 1550 e poi in forma definitiva nel 1568, costituiscono un fondamentale vademecum per la conoscenza dell’arte italiana fino al Cinquecento e un imprescindibile modello per la storiografia artistica. A Vasari, architetto e pittore al servizio del granduca di Toscana Cosimo de’ Medici, si deve la codificazione di molti concetti che oggi diamo per scontati: il ruolo delle tre arti ‘maggiori’ (architettura, scultura e pittura), la periodizzazione storico-artistica per cronologia e per scuole, la visione evolutiva del Rinascimento italiano che raggiunge il suo culmine con Michelangelo, il concetto di Manierismo. Nell’introduzione alle Vite, Vasari definisce il disegno “padre delle tre arti nostre, architettura, scultura e pittura”, che “procedendo dall’intelletto, cava di molte cose un giudizio universale, simile a una forma o vero idea di tutte le cose della natura”. I disegni esposti in mostra illustrano questa fondamentale unità dell’espressione artistica, al di là delle epoche e delle scuole regionali. Due sono le edizioni antiche delle Vite custodite nella Biblioteca Reale: la prima è un esemplare di quella stampata a Firenze da Lorenzo Torrentino nel 1550. Più tardi, nel 1568 Vasari diede alle stampe l’edizione giuntina, ampliata, corretta e aggiornata con l’inserimento dei ritratti incisi degli artisti: di questa versione la Biblioteca Reale possiede una sontuosa edizione in tre volumi, stampata a Roma...

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