.Arte | GazzettaTorino https://www.gazzettatorino.it/wordpress Testata giornalistica dedicata all’informazione locale Tue, 11 Aug 2020 09:51:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.2.7 Maria Teresa Hincapie’ per Instant Museum. https://www.gazzettatorino.it/wordpress/maria-teresa-hincapie-per-instant-museum/ https://www.gazzettatorino.it/wordpress/maria-teresa-hincapie-per-instant-museum/#respond Tue, 11 Aug 2020 09:51:42 +0000 https://www.gazzettatorino.it/wordpress/?p=28028 Visioni # 78 Maria Teresa Hincapie’. Ha avuto una vita brevissima, la performer colombiana che ha rivoluzionato l’arte nel suo paese nei primi anni Novanta. La incontrai a cena dopo un’inaugurazione in Puglia. Si sedette al mio tavolo e mi parlò con voce bassa, amorevole, come ci conoscessimo da sempre. Il suo sguardo era scintillante, […]

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Visioni # 78

Maria Teresa Hincapie’. Ha avuto una vita brevissima, la performer colombiana che ha rivoluzionato l’arte nel suo paese nei primi anni Novanta. La incontrai a cena dopo un’inaugurazione in Puglia.

Si sedette al mio tavolo e mi parlò con voce bassa, amorevole, come ci conoscessimo da sempre. Il suo sguardo era scintillante, forse era già malata. Parlava dell’Arte, parlava di Dio, ogni parola aveva la corposita’ della gratitudine. Come creare un senso sacro e propositivo di sé, dell’identità e del luogo dove vivi? Mi disse che per 5 anni era salita ogni giorno a piedi su una collina.

Quando vinse un premio di 5 mila euro si comprò il terreno, piantò alberi e ne fece un centro studi per le future generazioni. Compì un pellegrinaggio di 21 giorni da Bogotà a San Agustìn luogo sacro della cultura precolombiana.

Percorse campagne, strade secondarie e sentieri dormendo all’aperto o in chiese e scuole. Attraversò da sola zone di guerriglia e guerra paramilitare. Poi si ritirò in eremitaggio per un periodo desiderando fare qualcosa per il mondo. Quando fu pronta, scese nel quartiere più malfamato e violento di Bogotà e cominciò a pulire strade immonde, colma di amore. Trasformò, anche se per poco, un piccolo spazio quotidiano di disperazione collettiva in uno spazio spirituale. La potenza dell’arte non conosce confini e oggi dedico a lei questo mio post.

Manuela Gandini

 #mariateresahincapie #mariateresaincapie

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Visioni#76. Quando il Living Theatre parlava del corpo come dispositivo politico. https://www.gazzettatorino.it/wordpress/quando-il-living-theatre-parlava-del-corpo/ https://www.gazzettatorino.it/wordpress/quando-il-living-theatre-parlava-del-corpo/#respond Mon, 03 Aug 2020 10:02:28 +0000 https://www.gazzettatorino.it/wordpress/?p=28009 Visioni #76 Julian Beck e Judith Malina – The Living Theatre. Gli extraterrestri esistono e sono loro, Julian Beck e Judith Malina, fondatori del Living Theatre. La coppia tiene il primo spettacolo domestico della storia nel proprio appartamento al 789 di West End Avenue a New York. Bisogna squarciare il confine che divide l’arte dalla […]

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Visioni #76

Julian Beck e Judith Malina – The Living Theatre.

Gli extraterrestri esistono e sono loro, Julian Beck e Judith Malina, fondatori del Living Theatre. La coppia tiene il primo spettacolo domestico della storia nel proprio appartamento al 789 di West End Avenue a New York. Bisogna squarciare il confine che divide l’arte dalla vita, con crudezza e verità alla maniera di Artaud, ma non basta aprire il privato, bisogna sporcarsi le mani, uscire dai teatri, precipitarsi in strada, in carcere, negli ospedali psichiatrici. Bisogna dimenticare il concetto di autorità cominciando a dimenticare se stessi.

Quando il Living Theatre parlava del corpo

Il Living abbatte muri e barriere, diventa corpo unico collettivo con le comunità. Realizza l’utopia, l’anarchia, la liberazione a suon di gesti, nudità, riti e slogan. E finisce dietro e sbarre, spesso.

Il corpo è dispositivo politico. Il corpo abbatte la barriera tra sé e l’altro. Il corpo è un’arma. Nel 1968 dopo l’assassino di Bob  Kennedy e Martin Luther King il Living mette in scena PARADISE NOW, un grande rito collettivo catartico che attraversa l’oscurità per giungere all’illuminazione.

E ora? Ora il corpo dell’altro è una minaccia e va mantenuto lontano (nella distanza sociale) per una malattia prodotta dall’assurda gestione dell’economia alimentare del mondo. 

Manuela Gandini

#livingtheatre #judithmalina #julianbeck #beppemorra

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Instant Museum. L’arte contemporanea nella voce di Manuela Gandini. https://www.gazzettatorino.it/wordpress/instant-museum/ https://www.gazzettatorino.it/wordpress/instant-museum/#respond Wed, 29 Jul 2020 10:00:03 +0000 https://www.gazzettatorino.it/wordpress/?p=27997 Srotolando quel papiro digitale che è Fb capita di incappare in post inattesi, rara avis, che emergono come mosche bianche, tra le cose scritte, nel caotico bazar di amici o quasi tali che sono l’anomala mappa, spesso incontrollata, di contatti a cui si è collegati. Succede che tra questi vi siano persone di cui si […]

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Srotolando quel papiro digitale che è Fb capita di incappare in post inattesi, rara avis, che emergono come mosche bianche, tra le cose scritte, nel caotico bazar di amici o quasi tali che sono l’anomala mappa, spesso incontrollata, di contatti a cui si è collegati.

Succede che tra questi vi siano persone di cui si conosce il lavoro, si è letto un libro o apprezzato una mostra che porta la sua curatela ma con cui non si è mai entrati direttamente in relazione.

E’ ciò che è capitato con Manuela Gandini. Scrittrice, giornalista esperta di arte contemporanea che sulla sua pagina Fb ha incautamente iniziato a scrivere dei brevi e incisivi post, dei lieder si direbbe in musica, dedicati a opere e artisti, di argentea forza comunicativa.

Instant Museum

Manuela Gandini

Sintetici compendi dove, analisi ed esposizione di quel complesso universo che sono le opere della contemporaneità, cedono la propria inaccessibilità: si arrendono alla narrativa.

Gandini racconta che sono nate come lettere d’affetto. Dedicate a qualcuno a cui teneva fare un dono. Costruito con le proprie mani, intriso d’arte, per offrire sollievo. Generosità vuole che queste preziose missive, prima che divengano un libro, un podcast o chissà, verranno ospitate su GazzettaTorino.

Prenderanno titolo di Instant Museum. Non possiamo che rallegrarcene e ringraziare l’autrice. Il primo intervento è dedicato Pier Paolo Pasoloni e Fabio Mauri.

 

Visioni #68 Fabio Mauri e Pier Paolo Pasolini.

Il 31 maggio 1975, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, Fabio Mauri organizza una performance con la partecipazione di Pier Paolo Pasolini intitolata “Intellettuale”. Il soggetto è il corpo dello scrittore – che sei mesi dopo verrà massacrato – ed il suo film “Il Vangelo secondo Matteo”.

L’apparizione è surreale, è radicale, è classica. Entra nell’anima. Perfora la carne del cristianesimo e di Pasolini stesso che viene trafitto dalla luce della proiezione. Oscurità e illuminazione coesistono e si mostrano in un attimo creando straniazione e sgomento.

Instant Museum

Visioni #68 Fabio Mauri e Pier Paolo Pasolini.

Gli attori, in bianco e nero, si muovono sulla camicia bianca dello scrittore – Cristo, gli apostoli, la Madonna agiscono – mentre il volume dei dialoghi è altissimo. «Mi ringraziò a lungo, salutandomi, per l’occasione che gli avevo dato di ripensarsi ‘dentro’ una sua opera. Era l’intenzione di quel mio atto dal titolo Intellettuale».

La visione di Mauri del sacrificio del poeta (l’uomo e il mondo delle idee) è profonda. Le foto, unica e preziosa testimonianza rimasta della performance, sono scattate da un giovane lì per terra tra la folla, Antonio Masotti. L’opera è struggente, universale, immensa: parla dell’arte, di Cristo e del suo doppio (PPP) e vive nel nostro immaginario anche se non ne sappiamo nulla, perché noi tutti abbiamo bevuto il Suo sangue e mangiato la Sua carne.

Manuela Gandini

 

 

 

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Più che un Direttore Palazzo Madama cerca Superman, disperatamente. https://www.gazzettatorino.it/wordpress/palazzo-madama-cerca-superman/ https://www.gazzettatorino.it/wordpress/palazzo-madama-cerca-superman/#respond Mon, 20 Jul 2020 16:53:42 +0000 https://www.gazzettatorino.it/wordpress/?p=27972 Per obbligo non più rimandabile o per disperazione cocente, finalmente sul mercato azionario delle professioni ben remunerate arriva la ricerca per un nuovo Direttore di Palazzo Madama, Museo Civico d’Arte Antica. Più precisamente l’avviso intende raccogliere manifestazioni di interesse per il suddetto ruolo. Incarico prestigioso, difficile, autorevole per donne o uomini di comprovata capacità. Oltre […]

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Per obbligo non più rimandabile o per disperazione cocente, finalmente sul mercato azionario delle professioni ben remunerate arriva la ricerca per un nuovo Direttore di Palazzo Madama, Museo Civico d’Arte Antica. Più precisamente l’avviso intende raccogliere manifestazioni di interesse per il suddetto ruolo.

Incarico prestigioso, difficile, autorevole per donne o uomini di comprovata capacità. Oltre agli ovvi titoli accademici vengono giustamente richieste

competenze di alto livello scientifico in storia, storia dell’arte, archeologia, arti decorative e architettura, beni culturali, con particolare riferimento alle arti e ai periodi storici delle collezioni del Museo, anche comprovate da esperienze di curatela di mostre ed esposizioni temporanee e/o da prestigiosi incarichi scientifici nel settore; – specifica e comprovata esperienza nell’organizzazione e gestione di strutture culturali pubbliche o private ovverossia di manifestazioni o altre iniziative culturali di rilevanza nazionale o internazionale; costituisce requisito preferenziale aver lavorato presso istituzioni museali con funzioni direttive o di responsabilità; – comprovata capacità di direzione ed esperienza nella gestione delle risorse umane; – comprovata esperienza riguardo alla collaborazione tra pubblico e privato; – conoscenze dello sviluppo di processi di digitalizzazione delle attività museali; – comprovata esperienza in merito alle attività di fundraising costituisce requisito preferenziale

Il bando sale in iperbole di competenze a designare un superuomo, o superdonna, un Übermensch a cui giusto non viene chiesto di saper ballare o cantare accompagnandosi con la lira, come la storia riporta di un noto imperatore romano che malgrado tutto ci lasciò in dono una Domus strepitosa.

A tempi scaduti, oltre nove mesi dal passaggio del precedente Direttore Guido Curto alla Reggia di Venaria, Palazzo Madama è rimasto in reggenza, continuando il suo lavoro ordinario e riuscendo a riproporre la grande mostra sul Mantegna chiusa a causa del virus. Il profilo che il museo richiede a leggere il bando è tra le altre cose lo skill di un manager con legami internazionali, relazioni solide con le altre istituzioni e infine a cuore di tutto risulta che il candidato deve possedere qualità superiori.

Sarebbe interessante conoscere davvero qualcuno, in quest’epoca e in questo pianeta che risponda con verità alle richieste espresse.

Il nuovo Direttore dovrà soprattutto fare fundraising, ossia cercare risorse economiche. I vecchi maledettissimi soldi. Dovrà convincere chicchessia in piena recessione economica ad elargire fior di quattrini per un bene pubblico dove probabilmente la pandemia ha ulteriormente scavato nel buco di bilancio. Per questo sarebbe stato meglio assoldare un mago della finanza, o magari un mago vero e proprio a cui riuscissero trucchi finanziari.

Il dramma dei soldi destituisce di fatto il ruolo di Direttore, lo conduce nella categoria dei questuanti obbligandolo a scambiare i termini di un’equazione. Non una programmazione culturale ma un’economia, si teme al ribasso, di una proposta culturale. Non dettata da incapacità ma da scarsità di pecunia. Il solito matrimonio con i fichi secchi a cui ci è capitato di partecipare dove nemmeno la sposa ha un vestito adeguato alla festa.

S’intende quelle mostre che sono le ricicciature di cose già viste, lo spolvero di collezioni intabarrate giustamente in cantina o i pacchetti surgelati fino a vernissage di mostre pronte da far saltare in padella oggi a Torino domani a Bologna poi a Lecce e così via.

Il caso più fosco e meno augurabile sarebbe scegliere una persona che già lavora all’interno con altro incarico. Magari un curatore o un conservatore così da lasciare senza copertura professionale un settore e obbligare un dipendente ad un ruolo dove difficilmente potrebbe imporsi o fare scelte coraggiose, sapendo che dopo i quattro anni tornerebbe al precedente lavoro.

Palazzo Madama cerca Superman,

Una delle soluzioni più azzeccate per Palazzo Madama sarebbe un Superoe, un Avengers, un mutante; un frutto della fantasia che fumetti prima e film poi hanno aperto spazi a storie coinvolgenti che poco prima della fine del film hanno ucciso i cattivi, salvato l’umanità, fatto battute spiritose svolazzato su acque e terre e non si sono nemmeno spettinati. Di più. In genere nemmeno chiedono un emolumento.

Per il regno delle ipotesi quasi possibili è da segnalare la direttrice e curatrice del Museo delle Belle Arti di Montreal, Nathalie Bondil. Da oggi è disponibile. Dicono i giornali che sia stata cacciata per aver reso “tossico” l’ambiente lavorativo tra i dipendenti del museo, i sindacati e il consiglio interno. Ad occuparsi del caso è intervenuto addirittura il ministro della cultura.

Per chi conosce le singolari peculiarità della gestione culturale della città il profilo di questa signora pare sufficientemente appropriato e dotato di quel quid che il bando, tra le righe, in fondo auspica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dedans/ Dehors . . . i musei. https://www.gazzettatorino.it/wordpress/dedans-dehors-i-musei/ https://www.gazzettatorino.it/wordpress/dedans-dehors-i-musei/#respond Fri, 29 May 2020 15:27:25 +0000 https://www.gazzettatorino.it/wordpress/?p=27844 Come piramidi sigillate e nascoste dalla polvere del tempo, gli amati, ammirati, ossequiati luoghi della cultura si preparano a riaprire cancelli e portoni, questi tre mesi senza frequentarli a molto sono sembrati, a ragione, decenni. La data scelta per il ritorno alla normalità non è casuale, il 2 giugno. Il giorno in cui si celebra […]

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Come piramidi sigillate e nascoste dalla polvere del tempo, gli amati, ammirati, ossequiati luoghi della cultura si preparano a riaprire cancelli e portoni, questi tre mesi senza frequentarli a molto sono sembrati, a ragione, decenni.

La data scelta per il ritorno alla normalità non è casuale, il 2 giugno. Il giorno in cui si celebra la nostra vituperata Repubblica nata all’esito non scontato di un referendum istituzionale avvenuto nel 1946 dove si decise quale forma di Stato saremmo divenuti. Monarchia o Repubblica ?

Per la Repubblica Italiana, democratica, l’Italia turrita per chi ricorda i simboli, è Festa Nazionale e niente può renderle merito come una visita ai suoi tesori: i musei. Il museo, nella sue molteplici funzioni, è un esempio di democrazia agita, sia quando le mostre sono strepitose sia quando si rivolgono a nicchie di pochi connoisseur o quando sbandano o sbracano con il pacchiano senza rimedio.

Dendans/ Dehors

Restano un presidio fondamentale e vivo che tutela dalla disintermediazione portata dal web, dal distacco non solo dalle cose ma propriamente dai luoghi, dall’architettura pensata per l’accoglienza con generosa spazialità.

Fosse un trailer si vedrebbero uomini con i bottoni d’oro della livrea luccicare mentre teatralmente spingono maniglie antropomorfe sui cardini. La cruda realtà prenderà forma in una persona gentile che misurerà la febbre con un luccichio ed un bip, controllerà che naso e bocca siano protetti da un velo e che la distanza sia ortodossa ed equanime tra visitatori come tra opere e visitatori. Ci si guarderà a distanza, come si fosse tutti opere d’arte e persone, preziose e inavvicinabili.

Capiterà, possiamo starne certi, che qualcuno si sentirà investito di un’aurea di bellezza e significato, ma è l’effetto cornice, parete bianca, museo. Ma libero da chiodo e iconica staticità rientrerà presto nei ranghi.

Ci accoglieranno il Museo Egizio, il Castello di Rivoli con un orario ad hoc dalle 15 alle 21, Camera su prenotazione, il museo del Risorgimento, Palazzo Madama con la luce sontuosa del Mantegna e finalmente l’attesissima mostra del Barocco alla Venaria Reale.

Dedans/ Dehors … i musei

Così i Musei Reali consentiranno di visitare la Biblioteca Reale per la consultazione, il Palazzo Reale con annessa l’Armeria, la trionfante guariniana Cappella della Sindone e purtroppo solo il primo piano della Galleria Sabauda ed il Museo di Antichità e per chi subisce il fascino dei motori il Mauto. Persino il Castello di Vinovo con la sua mostra impossibile dedicata a Leonardo consente un ripasso di tutte le opere del genio di Vinci.

Il museo del Cinema chiede un biglietto pre-acquistato online per Cinemaddosso, I costumi di Annamode da Cinecittà a Hollywood mentre sarà possibile passeggiare nel giardino misterioso e ricco di opere del Pav, l’artista belga Berlinde De Bruyckere con le sue sculture dal forte impatto emotivo svetterà al centro delle sale della Fondazione Sandretto Rebaudengo. Il Mao e la Gam per adesso saranno ancora in stand by ma non dovrebbero tardare ancora molto, mentre per il Museo del Risparmio è dato per certo il 3 per la riapertura.

A temperatura ben temperata, con la mascherina indossata a dovere, le mani igienizzate, mantenendo la distanza adeguata e seguendo il percorso indicato potremo, se ancora ne troviamo il desiderio, farci ingoiare da qualche museo.

Dendans/ Dehors

Ph. Mihai Bursuc

 

Disseppellire la curiosità immagazzinata in questi lunghi mesi per tornare, lontani da ogni piattaforma di zoom o meet, a osservare come l’arte non sia mai piatta, non richieda connessione, obblighi a stare in piedi e desti e non ci lasci subito dopo soli e, solo con un fiore ricordo di pixel evanescenti senza profumo ne materia e la solita parete di casa subito dietro.

Dal di fuori al di dentro e dal dentro al fuori finalmente liberi di scegliere o di rimanere in dubbio sulla soglia.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le arti spezzano il lockdown. Il progetto #Dojoartproject dipinge il Karate. https://www.gazzettatorino.it/wordpress/dojoartproject/ https://www.gazzettatorino.it/wordpress/dojoartproject/#respond Tue, 12 May 2020 15:39:18 +0000 https://www.gazzettatorino.it/wordpress/?p=27801 Si avvicinano estatici e minacciosi, sostenuti dal ritmo incalzante dei tamburi. Portano indosso abiti bianchi chiusi in vita da una cintura scura e hanno pose guerriere e sguardi fissi, sfidanti. Incutono timore, audacia, velocità improvvisa e coscienza della propria forza. Fortunatamente rimangono immobili, fissati ad olio su tela e tavole. Rappresentano i grandi maestri del […]

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Si avvicinano estatici e minacciosi, sostenuti dal ritmo incalzante dei tamburi. Portano indosso abiti bianchi chiusi in vita da una cintura scura e hanno pose guerriere e sguardi fissi, sfidanti.

Incutono timore, audacia, velocità improvvisa e coscienza della propria forza.

Fortunatamente rimangono immobili, fissati ad olio su tela e tavole. Rappresentano i grandi maestri del Karate. A realizzare queste opere è un’artista torinese, Mery Rigo e, per dargli dinamicità e presenza ha montato un video dove i maestri si susseguono incastonati in luoghi ipotetici. Un dojo galleria immaginario e virtuale. Il dojo è il luogo, la palestra, la sede dove si insegnano e praticano le arti marziali e da cui prende il nome questo singolare progetto: Concept Mostra #Dojoartproject.

Sincretico e coinvolgente il progetto della Rigo unisce diversi ambiti della pratica artistica collocandola alle pareti di questi tempi impensabili. La pittura come esecuzione, la costruzione di un percorso visivo che si fa cronistoria di una disciplina e delle sue guide: i maestri. Tutto racchiuso, compreso in un video breve, suggestivo, giusto un tocco per incuriosire e uscire dalla logica del down psicologico e dal lock estetico; perché l’unica via per mostrare le opere, oggi passa sotto l’architrave del web, dei social.

 

 

Da Mery Rigo abbiamo cercato qualche risposta, rivolto qualche domanda per farci raccontare il percorso di questo lavoro.

Come sei arrivata a pensare questa mostra virtuale, e dove eravamo rimasti ?

L’idea della mostra nasce nel gennaio 2017.

Il mio lavoro precedente sull’Estrattismo e sulla frammentazione della realtà per riuscire a carpirne l’essenza, era arrivato alla fine. Iniziavo a ripetermi, era diventato un lavoro di forma, senza più un contenuto nuovo.Allora ho rivolto lo sguardo della ricerca non più fuori di me, indagando la realtà dell’oggetto, ma dentro di me.  Paragonando la mia ricerca artistica ad una clessidra sdraiata in orizzontale si può dire che ero arrivata alla strozzatura della clessidra e guardavo attraverso ad un foro…. Di là mi aspettava l’abisso….me stessa.

Ho iniziato a vedere chi ero e visto molte “me” diffuse nei molteplici ruoli della quotidianità. Ho visto me contornata da troppi oggetti e quegli stessi oggetti mi allontanavano dal centro di me stessa, ho visto me frammentata da tutti media ed i mille modi diversi che la modernità ci fornisce per la comunicazione, ho visto me frammentata nel mondo e vulnerabile, sottoposta ai troppi condizionamenti esterni.

Dojoartproject

#Dojoartproject

 Quindi che soluzione hai intrapreso ?

Mi sono resa conto che gli unici momenti in cui ero nel “qui e ora“ era quando dipingevo e quando facevo Karate. Pratico karate dal 2003, sono cintura nera secondo Dan. Attraverso la pratica del Karatè ho imparato molte cose su di me, ma forse quella che può riassumerle tutte è il provare la meravigliosa sensazione di quando spirito-mente-corpo diventano una cosa sola.

Il dipingere “per dipingere” lo conoscevo, ma il dipingere il karate non lo conoscevo. Dal momento che anche il karate è un Arte, un’ Arte Marziale appunto, e vedendo che in entrambe le arti c’erano regole simili…… ho sentito il bisogno di portare lo spirito del karate nella pittura. Ho sentito che dovevo provare a rappresentare Lo Spirito, o una forma di esso. Sono quindi tornata all’origine (all’UNITA’)del karate Shotokan che conosciamo noi in Europa.

 Chi sono i protagonisti dei tuoi dipinti ?

Per cominciare il fondatore M°Gichin Funakoshi, rappresentato in Seza su una tela 180×200, che apre la video mostra. Nato nel 1868 diffuse il karate tradizionale nel mondo attraverso alcuni dei suoi allievi che io ho rappresentato nelle prime immagini del video. I maestri sono sei , rappresentati con pittura ad olio su tavole ovoidali di legno assemblate insieme in forme irregolari. Le dimensioni variano intorno al metro per un metro le figure sono rappresentate in scala 1:1 circa. Due lavori molto grandi circa 200x 200 rappresentano il Kumitè, combattimento, dipinti ad olio su tavole.

Nell’ultima parte del video invece ci sono delle opere pittoriche inseriitie digitalmente all’interno di fotografie backligt. Di dimensioni 120 x 150 circa. Da questi lavori nacque poi l’idea dell’FPF1, progetto sul quale sto lavorando dal 2018, processo pittorico-fotografico- digitale.

La realizzazione dei lavori è durata un paio di anni. Per scegliere i maestri da poter rappresentare ho dovuto chiedere il permesso al Maestro Hiroshi Shirai, il massimo rappresentante del karatè Shotokan in Italia e colui lui che l’ha diffuso in Italia a partire dagli anni 60. L’incontro con il grande Maestro in persona è stato molto emozionante.

#Dojoartproject

#Dojoartproject

 Opere concluse, tutto pronto per essere esposto ?

 Si. Questa mostra era pronta da un po’ di mesi e mi stavo dedicando a far conoscere il progetto ad alcuni Musei e gallerie quando è arrivato il COVID-19…..e per tutti …..il caos, lo sconforto, l’angoscia, per alcuni…. Il buio. Che fare? Aspettare nuovi contatti e che il mondo ricominciasse a girare ? Ci sarebbero voluti altri mesi…. In momenti di crisi l’arte è la prima a fermarsi e l’ultima a ripartire…..quindi ….

Ho deciso di fare una mostra virtuale sperando di poterla poi replicare dal vivo in un museo o una galleria. Ho montato il video e dopo diverse ore di lavoro ho prima lanciato un promo e dopo pochi giorni la mostra intera. Dovevo presentarla. Era tempo.

Ora sto lavorando ad un altro progetto artistico sulla rappresentazione di monumenti naturali quali gli alberi vetusti. Concepito a Torino nel 2019 per la residenza artistica BOCS ART di Cosenza, a cura di Giacinto Di Pietrantonio, continua ora con la rappresentazione di altri alberi vetusti rappresentati con il processo fotografico-pittorico-digitale.

Dojoartproject

Mery Rigo

 

http://www.meryrigo.it/

 

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“Uniti per l’Arte” è la raccolta fondi per gli ospedali della città https://www.gazzettatorino.it/wordpress/uniti-per-larte-e-la-raccolta-fondi-per-gli-ospedali-della-citta/ https://www.gazzettatorino.it/wordpress/uniti-per-larte-e-la-raccolta-fondi-per-gli-ospedali-della-citta/#respond Tue, 31 Mar 2020 10:04:42 +0000 https://www.gazzettatorino.it/wordpress/?p=27636 “Uniti per l’Arte” In queste lunghe settimane di isolamento le sensazioni che rimbalzano nei nostri animi sono spesso collegate a ondate alterne di preoccupazione, speranza, e voglia di rendersi utili. Cosa può fare un Artista per dare il suo contributo cercando di coinvolgere il pubblico dell’arte? Può impegnare questi giorni continuando a vivere la dimensione creativa come antidoto all’inerzia, […]

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“Uniti per l’Arte”

In queste lunghe settimane di isolamento le sensazioni che rimbalzano nei nostri animi sono spesso collegate a ondate alterne di preoccupazione, speranza, e voglia di rendersi utili.

Cosa può fare un Artista per dare il suo contributo cercando di coinvolgere il pubblico dell’arte? Può impegnare questi giorni continuando a vivere la dimensione creativa come antidoto all’inerzia, e può donare il risultato di questa immersione profonda a chi volesse contribuire alla raccolta fondi da lui appositamente creata per affrontare l’enorme stato di emergenza in cui versa il sistema sanitario della città dove vive e lavora.

É questo il caso di Ernesto Morales, artista argentino che da vari anni vive a Torino e che ha avviato la campagna di raccolta fondi “Uniti per l’Arte” per gli ospedali della sua città.

 

“Uniti per l’Arte”

A chi effettuerà una donazione a partire dai 200 Euro regalerà una delle opere su carta della nuova serie che sta appositamente realizzando.

I fondi saranno raccolti da Wealth Trust S.r.l. che presterà i suoi servizi a titolo totalmente gratuito a garanzia della trasparenza della campagna. Una volta conclusa la raccolta, l’intera somma sarà devoluta a Città della Salute e della Scienza di Torino per aiutare i presidi ospedalieri Molinette, Sant’Anna, CTO e Ospedale Infantile Regina Margherita a fronteggiare l’attuale stato di emergenza.

Come procedere:

– dopo aver effettuato la donazione tramite questo link:

https://www.gofundme.com/f/uniti-con-l039arte  

potrete inviare via mail la ricevuta della stessa, con oggetto:  “Emergenza Covid-19, Uniti con l’Arte”, all’indirizzo moralesern@gmail.com e ci coordineremo per il ritiro dell’opera*.

– Il Dottor Maurizio Berardino, Direttore del Dipartimento di Anestesia, Rianimazione ed Emergenze del CTO di Torino, ci fornirà la rendicontazione delle spese sostenute con i fondi raccolti.

A emergenza conclusa i lavori potranno essere ritirati nello studio torinese dell’artista o venire spediti.

 

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Le pere di Helmut Newton alla Gam di Torino. https://www.gazzettatorino.it/wordpress/le-pere-di-helmut-newton-alla-gam-di-torino/ https://www.gazzettatorino.it/wordpress/le-pere-di-helmut-newton-alla-gam-di-torino/#respond Mon, 03 Feb 2020 11:09:35 +0000 http://www.gazzettatorino.it/wordpress/?p=27420 Le pere di Helmut Newton alla Gam di Torino. Da non mettere insieme alle mele, sia chiaro.  La GAM di Torino ospita, è proprio il caso di dirlo, Helmut Newton. Works. Una retrospettiva di 68 stampe fotografiche di qualità mediamente professionale in bianco e nero e a colori, di medie e medio-grandi dimensioni, selezionate dal curatore Matthias […]

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Le pere di Helmut Newton alla Gam di Torino. Da non mettere insieme alle mele, sia chiaro. 

La GAM di Torino ospita, è proprio il caso di dirlo, Helmut Newton. Works. Una retrospettiva di 68 stampe fotografiche di qualità mediamente professionale in bianco e nero e a colori, di medie e medio-grandi dimensioni, selezionate dal curatore Matthias Harder della Helmut Newton Foundation di Berlino.

Le pere di Helmut Newton

Helmut Newton Claudia Schiffer, Vanity Fair Menton 1992 ©Helmut Newton Estate

Il curatore, assente giustificato per malattia alla conferenza stampa, è stato sostituito dal suo amico Denis Curti il quale, durante la presentazione dell’opera di Newton, ha dichiarato che mostre come questa ne aveva già portate in giro in Italia in altre sedi e che comunque quest’anno Milano dedicherà allo stesso Newton una grande mostra di circa 200 opere nell’occasione del centenario della nascita. Ricorrenza che invece il direttore della GAM Riccardo Passoni aveva poco prima detto di non essere stata il motivo della mostra torinese.

Qual è stato allora il motivo per portare a Torino ancora una volta l’opera di Newton dopo l’eccellente personale al Castello di Rivoli del 1999?

Le pere di Helmut Newton

Ph. Fulvio Bortolozzo

Una possibile risposta a questa domanda contiene elementi utili di riflessione sulla politica culturale della GAM e più in generale su quella oggi troppo spesso perseguita in Italia dalle istituzioni pubbliche e private verso la fotografia. L’ipotesi più verosimile è che la Fondazione berlinese proponga  in giro per il mondo mostre “chiavi in mano” dai costi abbordabili per sostenere l’interesse verso l’opera di Newton. In modo non troppo dissimile da quanto fanno altri, vedi il Maradona della moltiplicazione delle mostre: Steve McCurry.

Le pere di Helmut Newton

Helmut Newton Thierry Mugler, Monaco 1998 ©Helmut Newton Estate

L’offerta è di certo allettante per diversi motivi. Oltre ai costi contenuti, la curatela è già inserita nel pacchetto e il catalogo è già stampato, perché esiste un libro di Taschen che contiene le fotografie esposte, e molte altre, che ha quasi lo stesso titolo: “Helmut Newton Work“.

Non resta che allestire per bene le sale, con la consueta bravura dimostrata in ogni occasione, e voilà il gioco è fatto. Fino al 3 maggio 2020 abbiamo qualcosa che porterà potenzialmente un buon sbigliettamento (le pere di Newton attirano sempre un certo pubblico trasversale) e si dà l’impressione positiva che qualcosa si stia facendo, nonostante i bilanci sempre più risicati e un certo abbandono strategico a cui la GAM sembra condannata dai partner di riferimento, disposti sempre meno ad investire sulla produzione di cultura in loco e sempre più a provincializzarsi accontentandosi di riciclare l’usato sicuro pensato e prodotto altrove.

Ora, il fatto che in Italia la fotografia sia ancora considerata il comodo “salvagente economico” dei budget limitati sta diventando un problema di ritardo culturale sempre più intollerabile.

Si sconta, temo, una certa sufficienza intellettuale nei confronti di un mezzo che mai come ora ha conosciuto il massimo della diffusione con una pratica globale alimentata ogni giorno dalla rete e dai social e che invece, forse proprio per questo, sta paradossalmente perdendo la dignità artistica faticosamente conquistata nel Novecento. Alla conferenza stampa l’unica domanda, che non era tale, l’ha proferita un signore che asseriva essere la fotografia un’arte minore perché mentre un Picasso, o altro pittore famoso, di opera ne fa una e una sola per volta faticando notti intere (sic) un fotografo si limita a fare delle foto e poi le può anche far vedere in più copie in più luoghi contemporaneamente (e qui ha immancabilmente citato il mitico McCurry). Nessuno lo ha seguito, forse era un tizio uscito dall’ibernazione ieri che si è perso un secolo abbondante di storia, però è rivelatore di un pensiero che sotto sotto non è così isolato, almeno qui da noi. Chi vivrà comunque vedrà.

Tornando ad Helmut, che dire? La vera scoperta è stata un’immagine del muro di Berlino del 1981, tra l’altro non un granché, senza nessuno nell’inquadratura. Unica stampa in mostra. Ci sono poi i ritratti, forse oggi un po’ datati, ma sempre interessanti. Il resto del mondo erotico/eretico buono per “épater le bourgeois” lo si conosceva già, magari in questo caso moderato per non alimentare troppo le polluzioni notturne dei notoriamente morigerati sabaudi.

Newton rimane un grande iconografo delle inquietudini di chi vorrebbe, ma non può. Non perché manchino i soldi, che nelle foto si vedono esibiti nel lusso costante, ma perché manca il coraggio di prendersi anche le conseguenze reali di una vita eccessiva. Allora meglio divagare davanti a superdonne ultradesiderabili perché perfette, algide, ma anche per fortuna mute e inalterabili, senza mestruazioni e recriminazioni post coitum.

Le pere di Helmut Newton

Helmut Newton Rushmore, Italian Vogue 1982 ©Helmut Newton Estate

In questo senso, la vera donna in mostra è June Newton, alias Alice Springs, l’altra faccia della stessa autorialità. Come tradizione tedesca, vedi i coniugi Becher, ora forse si può pensare ai coniugi Newton, invece che al solo Helmut e questo spiegherebbe quell’equilibrio sottile che impedisce al testosterone di rovinare tutto e rende l’universo newtoniano perfettamente gravitazionale nelle sue pere.

June Newton, alias Alice Springs, moglie di Newton

Curioso che in questo 2020 si passi dalle donne di Man Ray a quelle di Newton. Un passo indietro, non per farne due avanti temo. E le donne che vedranno la mostra? Aspettiamo con curiosità di sentire la loro voce.

Fulvio Bortolozzo

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Sotto sotto, nell’ombelico della città, una Galleria per la Fotografia. https://www.gazzettatorino.it/wordpress/sotto-sotto-nellombelico-della-citta-una-galleria-per-la-fotografia/ https://www.gazzettatorino.it/wordpress/sotto-sotto-nellombelico-della-citta-una-galleria-per-la-fotografia/#respond Wed, 15 Jan 2020 17:14:02 +0000 http://www.gazzettatorino.it/wordpress/?p=27352 Con largo e lievemente sospetto anticipo, circa due anni, è stata presentato a Torino da Intesa Sanpaolo, il progetto del nuovo museo delle Gallerie d’Italia, il quarto in Italia dopo Milano, Napoli e Vicenza. Lo spazio sarà dedicato principalmente alla fotografia, ed esporrà una selezione di opere dalle collezioni della Banca, tra cui l’Archivio Publifoto, […]

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Con largo e lievemente sospetto anticipo, circa due anni, è stata presentato a Torino da Intesa Sanpaolo, il progetto del nuovo museo delle Gallerie d’Italia, il quarto in Italia dopo Milano, Napoli e Vicenza.

Sotto sotto, nell'ombelico della città.

Gallerie d’Italia

Lo spazio sarà dedicato principalmente alla fotografia, ed esporrà una selezione di opere dalle collezioni della Banca, tra cui l’Archivio Publifoto, costituito da circa 7 milioni di scatti fotografici su eventi, personalità, luoghi realizzati dall’inizio degli anni Trenta agli anni Novanta del ‘900 e acquisito di recente da Intesa Sanpaolo. A questo si aggiungerà un’attività di mostre temporanee di fotografi di respiro internazionale in sinergia con le istituzioni culturali italiane e straniere e con i principali eventi cittadini sostenuti dalla Banca.

Giusto ricordare che Intesa Sanpaolo è l’unico Gruppo bancario al mondo ad avere quattro musei di proprietà con l’esposizione di collezioni permanenti e una programmazione di mostre originali di propria produzione.

Sotto sotto, nell'ombelico della città.

Presentazione del progetto

Alla presentazione, allestita con gusto scenografico  erano presenti i vertici della Banca: il Presidente Emerito Giovanni Bazoli, il Presidente Gian Maria Gros-Pietro e Carlo Messina, Consigliere Delegato e CEO. Le istituzioni, con il Sindaco Chiara Appendino e il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio hanno accolto con grande favore l’investimento della banca sul territorio, il Presidente Cirio è arrivato a definirlo “una prova damore”.

L’architetto Michele De Lucchi, curatore del progetto con AMDL CIRCLE, nella sua relazione ha posto in evidenza come gli spazi espositivi saranno per la maggior parte ipogei, accessibili da una grande scalinata, ritagliata nell’attuale cortile, che porterà luce naturale alla hall di ingresso. Il progetto prevede anche aree dedicate alla didattica e un laboratorio di restauro.

Sotto sotto, nell'ombelico della città.

L’indubbia rilevanza di questo grande progetto, posto nell’ombelico della città, al centro del centro della Piazza più aulica, ha richiamato a convegno tutti i “mandarini”, ossia gli indiscussi protagonisti della vita culturale e politica cittadina, per usare un’espressione di Simone de Beauvoir.

Ma nel palpabile entusiasmo per la nascita dell’opera, entusiasmo che forse Camera, Centro Italiano per la Fotografia, non ha condiviso fino in fondo, qualcosa ha fatto alzare più di un sopracciglio, senza però destare alcun commento. Il silenzio dei piemontesi va generalmente interpretato come pessimo segno.

Intervistato con uno zelo ineccepibile dal Direttore della Stampa Maurizio Molinari, il Consigliere delegato Carlo Messina ha dettoNoi siamo il primo datore di lavoro privato di questo territorio perché qui diamo più lavoro della Fca e della Ferrero e siamo gli unici che stanno portando l’accelerazione in termini di persone che verranno assunte, perché con il progetto dell’assicurazione porteremo centinaia di nuovi posti di lavoro. Come Banca sentiamo la responsabilità non solo di essere il primo datore di lavoro rimasto in questa regione ma anche quella di poter essere uno dei motori che accelereranno l’occupazione su questo territorio“, poi l’affondo “questo territorio, questa città, questa regione, senza Intesa Sanpaolo non esisterebbero“.

Se le affermazioni contengono una indiscutibile parte di verità, il tono, il modo, l’assenza di understatement, ha toccato la suscettibilità di chi nel territorio, in città, in regione, magari, vive e prospera senza essersi mai accorto della presenza di Intesa Sanpaolo. Qualcuno in sala mormorava una canzoncina un po’ scema di qualche anno fa che diceva “andiamo a comandare”, attribuendola allo spirito e al messaggio del discorso.

Tra gli ospiti seduti ad ascoltare vi erano due figure molto conosciute, il Direttore Mario Calabresi e Maurizia Rebola, direttrice in scadenza del Circolo dei Lettori. Chissà se uno dei dure diverrà il prossimo direttore artistico di questa importante Galleria dedicata alla fotografia.

In fondo Torino non è mai avara di sorprese come di prevedibili conferme.

 

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“I Poli artici cosa dicono sul nostro futuro?” Tra fotografia e ambiente. https://www.gazzettatorino.it/wordpress/i-poli-artici-cosa-dicono-sul-nostro-futuro/ https://www.gazzettatorino.it/wordpress/i-poli-artici-cosa-dicono-sul-nostro-futuro/#respond Fri, 10 Jan 2020 11:19:33 +0000 http://www.gazzettatorino.it/wordpress/?p=27345 Un altro mondo è impossibile. Con la serata dedicata al climatologo Luca Lombroso e al fotografo Paolo Verzone si è conclusa la rassegna di quattro incontri ideata e organizzata da Phom Fotografia in sedi torinesi sempre diverse. Quest’ultima è stata ospitata dalla sala congressi dell’Environment Park, scelta quanto mai pertinente con il tema: “I Poli […]

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Un altro mondo è impossibile.

Con la serata dedicata al climatologo Luca Lombroso e al fotografo Paolo Verzone si è conclusa la rassegna di quattro incontri ideata e organizzata da Phom Fotografia in sedi torinesi sempre diverse. Quest’ultima è stata ospitata dalla sala congressi dell’Environment Park, scelta quanto mai pertinente con il tema: “I Poli cosa dicono sul nostro futuro?”.

“I Poli artici cosa dicono sul nostro futuro?”

Gabriele Magazzù presenta gli ospiti e dà inizio al dialogo dando la parola a Lombroso. Anche se il suo discorso si sposta subito su un piano più generale, con particolare inclinazione per l’attuale suo interesse per i Tropici, riesce a raggelare la platea facendo ben intendere che una rapida estinzione della specie umana è ormai molto più di un’ipotesi accademica.

In questo senso, pone l’accento su alcuni errori di comunicazione, come la scelta dei termini per descrivere l’Apocalisse in cui siamo immersi, che hanno purtroppo ritardato per decenni preziosi la consapevolezza nell’opinione pubblica di quanto sta effettivamente accadendo al pianeta Terra, per ormai evidente responsabilità antropica.

La “buona” notizia è che siamo messi così male che piantare alberi, contenere le emissioni di CO2 e riciclare rifiuti non può più ormai invertire il nostro tragico destino, ma forse solo limitare un pochino la rapidità dell’epilogo.

L’aria di prostrazione palpabile nella sala ben riempita non di scienziati del settore, ma di molti validissimi fotografi e operatori della fotografia torinesi, viene per fortuna dispersa dalla notoria capacità affabulatoria di Paolo Verzone che inizia ad introdurci nella seconda parte della serata dedicata al suo fantastico viaggio iconografico nel Polo Nord. Verzone presenta e racconta alcune fotografie tratte da un suo progetto in corso dal 2014 sul lavoro delle basi scientifiche alle isole Svalbard.

“I Poli artici cosa dicono sul nostro futuro?”

La raggiunta piena maturità professionale ed artistica di Verzone emerge con una forza spettacolare. Ne seguo quasi dalle origini la crescita e rimango sempre stupito di come riesca a trovare ogni volta la forza, prima di tutto morale e fisica, di superarsi costantemente. Un esempio virtuoso di come il fotografo debba innanzitutto essere una persona d’azione che va incontro alle esperienze con spirito conoscitivo e d’avventura.

“I Poli artici cosa dicono sul nostro futuro?”

Ph. @PaoloVerzone

Fotografare alle Svalbard non è proprio una passeggiata di salute. Eppure Verzone sfodera la sua incredibile umanità e umiltà sforzandosi di comprendere sul campo con i diretti interessati dove diavolo sia finito e poi si concentra con maestria sul suo di mestiere: trasformare tutto questo in immagini che non solo lo contengano, ma lo rendano anche palpabile, emblematico, esperibile, persino seducente.

La sintesi visiva che ormai possiede gli consente di scegliere liberamente il campo d’azione imponendo un’iconografia che dal suo seminale progetto sui cadetti delle accademie militari ha conosciuto una crescita costante di raffinatezza espressiva.

Domina, e predispone dove serve, la luce, immobilizza le persone nei monumenti tipologici di loro stesse (San August Sander vive e lotta ancora insieme a noi) e introduce elementi di bizzarra surrealtà semplicemente lasciando lavorare la mente e gli occhi di quel Paolo bambino che ancora si agita nella sua anima.

Difficile chiedere e volere di più, Tutto questo camminando in bilico come un consumato trapezista tra le esigenze della vita, perché è pur sempre un padre di famiglia, i committenti editoriali, le possibilità autoriali, spostando sempre il passo verso il prossimo giorno di lavoro remunerato, ma senza compromettere la qualità di questo lavoro che risiede nella forza autonoma della sua iconografia costruita con pazienza nei decenni di pratica e riflessione.

Certamente il suo impegno non fornisce risposte, non indica soluzioni, non sostiene tesi di alcun genere. La fotografia, praticata e pensata seriamente, non ha questi poteri che a lungo le sono stati ascritti. Esserne consapevoli, come lo è Paolo Verzone, consente di mettere in atto una possibilità che la fotografia ha sempre avuto: quella di trasferire nel tempo e nello spazio i fenomeni visibili con un congegno ottico a base chimica o digitale per renderli osservabili durevolmente.

Sembra nulla, o poco, ma è invece tantissimo. Occhio non vede cuore non duole, si dice. Appunto. Far vedere, dare corpo alle persone e forma alle cose e ai luoghi è l’inizio del “dolore della conoscenza”. Agita i neuroni e sposta il modo di pensare, pensarsi e quindi agire. Questo l’autentico potere dell’immagine, e in special modo dell’immagine fotografica, contingente e aderente come nessun’altra all’esperienza diretta.

Alla fine della serata c’è stata una bicchierata in ricordo di Marco Benna, senza il quale nulla sarebbe successo come lo si è vissuto in Phom e non solo. L’auspicio è che la sua viva presenza in chi lo ha affiancato sia di stimolo perché la corsa prosegua come unica risposta possibile alla morte, sempre inevitabile. Alla fine una bella camminata di ritorno verso casa nella notte fredda di una Torino avvolta dalle sue profetiche polveri sottili mette a riposo i neuroni sovreccitati.

Domani è comunque ancora un altro giorno.

Fulvio Bortolozzo

 

http://www.phom.it/

 

Paolo Verzone è membro di Agence VU dal 2003. Per i suoi lavori ha ricevuto numerosi riconoscimenti in tutto il mondo, tra cui tre World Press Photo award. Con il suo progetto Cadets ha indagato l’identità europea attraverso gli allievi delle accademie militari nei paesi dell’Unione. Insieme ad Alessandro Albert realizza The Moscow Project, cominciato nel 1991 e che continuerà nel 2021. Arctic Zero è il suo lavoro sulla comunità umana più a Nord del mondo, quella dei ricercatori che dalle isole Svalbard rilevano i cambiamenti climatici globali.

Luca Lombroso è meteorologo, divulgatore ambientale, conferenziere e scrittore. Ha partecipato a diversi vertici internazionali sul clima, e all’attività di ricerca ha affiancato la partecipazione a numerose produzioni televisive. Autore di diversi libri, si dedica adesso maggiormente alla divulgazione e a conferenze pubbliche sui cambiamenti climatici e l’ambiente.

 

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