.ARTE

.ARTE: il focus sulle mostre del territorio torinese tenuto da Marzia Capannolo, storica dell’arte. Il cartoncino sulla porta è scritto a mano: “Ernesto e Marzia Maison de l’Art”. È in francese, perché l’idea è venuta loro durante un viaggio a Parigi nel settembre del 2012. La porta è quella di una casa privata e, dentro, insieme a Ernesto Morales e a Marzia Capannolo c’è l’arte, in forma di quadri alle pareti, sì, ma anche in forma di parole e di colazione. Colazione, non collezione: brioche, latte, caffè, te, crostate, biscotti, succhi di frutta. L’indirizzo è via XX Settembre numero 1, terzo piano.
Lui è argentino, ma nato a Montevideo, ha 40 anni e dipinge, lavora sulla natura, sulla dimensione onirica e metafisica. Lei è romana, una storica dell’arte. Sono arrivati a Torino nel 2011 per una settimana di esplorazioni e sono rimasti. Prima in corso Belgio, poi in via XX Settembre, dove hanno trovato lo spazio e la luce giusta per portare l’arte nel luogo della vita, in ambiente domestico. E così, a fine settembre 2013, Marzia organizza la sua prima colazione d’arte. Di domenica. Venti persone, dalle 10,30 alle 13,00. È passato un anno e l’avventura continua, ogni quindici giorni. Le persone sono diventate 35-40. Lei invia una newsletter. Tu prenota, paghi 15 euro. E, quando arrivi, sei attirato dal profumo del caffè. Mezz’ora a chiacchierare, degustare e far conoscenza. Poi, alle 11, ci si sposta in sala a seguire le slide e i racconti di Marzia Capannolo su “Crisi di coppia: come evitarla secondo Bellini e Tiziano” o su “Lo straniero sulla terra: Vincent Van Gogh”. I prossimi appuntamenti: 9 novembre, “Caravaggio tra sacro e profano”; 23 novembre, “Immanenza e mutamento: da Ovidio a Francis Bacon”; 14 dicembre, “Artemisia Gentileschi: donna e pittoresca fra uomini e pittori”. Non sono lezioni, sono viaggi: ti prepari, decolli, resti in volo un’ora e mezzo e atterri. Fanno tutto le immagini, le parole e il profumo del caffè.

Le “nitide vette” di Michele Pellegrino ispirano a raccontare il paesaggio. Progetto Fondazione CRC.

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Le “nitide vette” di Michele Pellegrino ispirano a raccontare il paesaggio. Progetto Fondazione CRC.

Nell’ex Chiesa di San Francesco di Cuneo  presso l’omonimo complesso monumentale, si è inaugurata la mostra “Michele Pellegrino. Una parabola fotografica”. L’esposizione è la prima concretizzazione della donazione alla Fondazione CRC dell’intero archivio del fotografo di Chiusa Pesio, nell’ambito del progetto “Donare”. L’esposizione ripercorre i 50 anni di carriera del fotografo originario di Chiusa Pesio Michele Pellegrino e sarà accompagnata da “Storie” una speciale monografia sull’intera opera di Pellegrino edita da Skira con testi critici di Enzo Biffi Gentili eWalter Guadagnini. Il titolo della mostra trae ispirazione da una riflessione di Cesare Pavese, che in una lettera del 1949, riferendosi al suo romanzo “Paesi tuoi”, afferma: “L’opera è un simbolo dove tanto i personaggi che l’ambiente sono mezzo alla narrazione di una paraboletta, che è la radice ultima della narrazione e dell’interesse: il ‘cammino dell’anima’ della mia Divina Commedia”. Il percorso espositivo comprende 75 fotografie suddivise in 19 sezioni monotematiche e prende avvio dalla navata dell’ex Chiesa di San Francesco per terminare nelle cappelle, con un viaggio che conduce il visitatore dai ritratti dei contadini degli anni ’70 sino ai paesaggi montani dagli anni ’80 ad oggi. Le prime sezioni, le immagini degli anni ’70, rappresentano personaggi fuori dal tempo, soggetti anacronistici, quasi dei fossili antropologici: mezzadri di pianura, montanari delle alture delle Langhe, frati e suore di clausura. A questi frati e alle suore che per propria scelta vivono al di fuori della società, Pellegrino negli anni tra il 1972 e 1980 ha dedicato la sua ricerca fotografica. Questo lavoro trova rappresentazione in mostra nella sezione specifica “Padri e sorelle” e nel “Trittico mistico”, una composizione di tre grandi foto conventuali, esposto nell’abside. Dagli anni ’80, invece, le fotografie di Pellegrino vedono via via scomparire la figura umana. I soggetti scelti dal fotografo diventano i paesaggi montuosi e, più raramente, quelli marini, i paesi e le borgate di montagna spopolati dall’emigrazione verso la pianura e la città. “La mostra sull’opera di Michele Pellegrino coinvolgerà i visitatori in un viaggio attraverso la produzione del fotografo di Chiusa Pesio che in cinquant’anni di lavoro ha saputo raccontare le persone, i paesaggi e le trasformazioni delle nostre valli e delle nostre comunità. Un appuntamento culturale unico promosso all’interno del progetto Donare, un’iniziativa davvero innovativa che continua a ricevere interessanti proposte – dichiara Giandomenico Genta, presidente della Fondazione CRC – Con questa esposizione inauguriamo una serie di appuntamenti dedicati alla promozione dell’arte e della cultura che nei prossimi mesi vedrà la Fondazione lavorare in partnership con la GAM, con il Castello di Rivoli e con il Centro di Restauro di Venaria per portare in provincia di Cuneo capolavori di artisti di fama internazionale”. In occasione della mostra, per stimolare visitatori e appassionati di fotografia a raccontare il paesaggio della provincia di Cuneo, ispirati dall’opera di Michele Pellegrino, la Fondazione CRC lancia un challenge fotografico, a cui è possibile partecipare seguendo la pagina Instagram FondazioneCRC. Il titolo scelto per il contest, che richiama una delle sezioni della mostra, è “Le nitide vette”: al centro ci saranno dunque le montagne cuneesi.  Regolamento, premi e modalità di partecipazione sono disponibili sul sito www.fondazionecrc.it. Dice Michele Pellegrino del suo lavoro. “Quando iniziai a fotografare nel 1967, capii subito che l’apparecchio fotografico sarebbe stato per me uno strumento di apprendimento. La visione attraverso il mirino moltiplicava la mia...

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Graffiti anamorfici. Quando i writer ingannano l’occhio.

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Graffiti anamorfici. Quando i writer ingannano l’occhio.

Graffiti anamorfici. I disegni grafici anamorfici sono quelli che, visti dalla giusta angolazione, “ingannano l’occhio” e assumono un’illusoria forma tridimensionale. Sono abbastanza familiari quelli degli eredi dei madonnari che, lavorando in gesso, creano la temporanea illusione di allarmanti voragini nei marciapiedi urbani. La tecnica, comunque complessa, non si presta molto ai comuni graffiti, tipicamente fatti a mano libera e senza una dettagliata preparazione. Perfino i “maestri” riconosciuti – come l’artista e writer inglese Banksy – perlopiù favoriscono disegni tecnicamente semplici, adeguati ai muri scrostati che decorano. In questo panorama fa eccezione il writer e ex tatuatore portoghese Sergio Odeith, noto soprattutto per i giganteschi – e preoccupanti – insetti che lascia sulle superfici libere dei sottopassaggi e dei palazzi abbandonati del suo Paese. Odeith, che si pregia di “vivere d’arte dalla metà degli anni ’90”, presta il suo considerevole talento anche a clienti del calibro di Kingsmill, la Coca-Cola Company, Estradas de Portugal, Samsung, Sport Lisboa, Calcio Benfica e molti committenti municipali portoghesi. Duecento delle sue opere – compresi dei notevoli murales, un genere particolarmente apprezzato in Portogallo – sono visibili sulla pagina Instagram dell’artista: qui James Hansen Courtesy Nota...

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Sostiene Virginia Zanetti: I pilastri della terra, per capovolgere i punti di vista.

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Sostiene Virginia Zanetti: I pilastri della terra, per capovolgere i punti di vista.

Nel 1989 cadeva un muro storico, contemporaneamente saliva, nel cielo della notorietà, il libro che fece di Ken Follet uno degli scrittori più acclamati.Sulla mobile terra dell’editoria si ergevano “I pilastri della terra”, romanzo fiume ambientato nell’Inghilterra dell’anno mille che raccontava la nascita di una cattedrale dove un giorno, un sovrano in ginocchio, fu obbligato a chiedere perdono e ad accettare una fustigazione collettiva da parte della comunità. Un romanzo, per l’appunto. Lo stresso titolo è stato scelto da un’artista per il manifesto che dal 25 luglio correda e apre una finestra di 6 metri per 3 in piazza Bottesini per l’edizione 2018 di Opera Viva Barriera di Milano.  L’opera di Virginia Zanetti, è la seconda delle tre opere vincitrici della open call, selezionate dalla giuria composta da Umberto Allemandi, Pietro Gaglianò, Luigi Ratclif, Roxy in the Box e da Christian Caliandro e Alessandro Bulgini, rispettivamente curatore e ideatore del progetto. Nell’opera, una grande fotografia a colori, un gruppo di persone sono con i piedi appoggiati all’azzurro compatto del cielo, sorreggono una porzione di mondo. Atlanti del presente intenti a ribaltare il punto di vista. L’individuo regge il mondo, insieme ad altri, sfumatura determinante tra l’assumere un ruolo attivo o passivo nella società. Un singolo individuo può concorrere alla trasformazione ed al cambiamento del destino delle cose. Capovolgere il punto di vista, condividendone l’esperienza con gli altri, creare una comunità eterogenea, errante, alla ricerca di una nuova etica o spiritualità questo l’intento dell’artista nata a Fiesole nel 1981. “Le persone che fanno la verticale stanno sorreggendo il mondo diventando I pilastri della terra ed innescano un processo di costruzione collettiva di nuovi concetti da utilizzate per trasformare il presente e disegnare nuove vie”, queste le sue parole per sintetizzare il suo pensiero. I pilastri della terra ci ricorda il ruolo e la funzione dell’arte contemporanea: spingerci fuori dalla nostra area ‘solita’ e confortevole, verso una zona scomoda e inedita, per affrontare e attraversare quel nocciolo duro e disagevole. L’arte è uno strumento adatto, per uscire, per dire. Per non fare finta di niente. Compito arduo, come sostenere il mondo e costruire cattedrali di...

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Peter Paul Rubens versus Facebook. Le Fiandre con ironia scrivono a Zuckerberg.

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Peter Paul Rubens versus Facebook. Le Fiandre con ironia scrivono a Zuckerberg.

Non pare vero ma, la censura artistica continua ad accanirsi su Peter Paul Rubens. Nel XVII secolo, la chiesa chiedeva al pittore barocco fiammingo di dipingere “perizomi” su determinate parti del corpo delle sue figure femminili. Oggi, i social media, fra cui Facebook, vanno oltre. Seni, glutei e cherubini di Rubens e altri vengono rifiutati sulle piattaforme. L’intelligenza, per così dire, artificiale di Facebook classifica come nudità le parti del corpo scoperte all’interno di un’opera d’arte, ma non fa distinzione fra nudo pornografico e nudo artistico. Le Fiandre, luogo per eccellenza per godere appieno del talento dei Maestri Fiamminghi, protestano con ironia contro questa censura artistica. Nella Casa di Rubens gli “amanti del nudo” con un account sui social media vengono cordialmente, ma decisamente, invitati ad uscire. Con questa iniziativa provocatoria le Fiandre inviano un invito chiaro a Facebook: come risolviamo insieme la questione?   “Siamo a favore, non contro” è il messaggio di Visitflanders. Prosegue Peter De Wilde: “Social media e arte hanno molto in comune. L’arte unisce. I social media uniscono. Ed anche i nostri Maestri Fiamminghi. Per questo vogliamo avviare un dialogo con Facebook perché la nostra arte sia visibile sul social. Non può certo essere difficile distinguere la nostra eredità culturale dalla pornografia.” Visitflanders gode del sostegno anche dei musei e delle istituzioni culturali delle Fiandre. La lettera aperta è infatti sottoscritta da oltre 15 partners. Una provocazione. Un dovere. Perché un’iniziativa provocatoria funziona meglio delle parole? “Abbiamo provato attraverso diversi canali a trovare la persona giusta di Facebook con cui parlare della questione. Non ci siamo riusciti”, racconta ancora Peter De Wilde. Con questa provocazione si spera in un invito a un colloquio e in un aumento dell’attenzione verso i musei fiamminghi. “Le Fiandre sono una destinazione artistica particolare. Noi Fiamminghi abbiamo un’innata discrezione e spesso non sappiamo urlare abbastanza. Con questa iniziativa ci facciamo sentire e celebriamo lo spirito di Peter Paul Rubens. Era infatti un artista ribelle che non si sottraeva al dibattito sociale. Non potevamo dedicargli tributo migliore che abbracciare la lotta contro l’inutile censura artistica”. Qui il video della singolare e spiritosa iniziativa. La lettera indirizzata a Zuckerberg, Le Fiandre, 23 luglio 2018 Egregio signor Zuckerberg, Osceni. Così vengono definiti seni, glutei e cherubini di Peter Paul Rubens. Non da noi, naturalmente, ma da voi. I glutei e i seni nudi dipinti da Rubens offendono, evidentemente, il vostro senso del pudore. Abbiamo riscontrato che Facebook rifiuta sistematicamente le opere d’arte di questo nostro grande artista fiammingo. E per quanto la cosa ci faccia sorridere, la vostra censura culturale ci complica la vita. Vorremmo infatti promuovere sui social media le opere dei nostri Maestri Fiamminghi e le Fiandre come il luogo per eccellenza per scoprirne il talento. Perché anche gli appassionati di arte utilizzano Facebook. Perché noi appassionati di arte possiamo dialogare con altri appassionati di arte grazie a voi. Non potremmo prendere un caffè insieme? Potremmo così discutere di come trovare un posto per i nostri Maestri Fiamminghi sulla vostra piattaforma. Il posto che meritano. Perché, come sa bene, l’arte unisce, proprio come i social media. Se ai suoi tempi Peter Paul Rubens avesse avuto un account su Facebook, avrebbe certamente avuto tantissimi follower sulla sua pagina. Vogliamo cercare insieme una soluzione? Così che tutti al mondo possano godere delle meravigliose pennellate di Rubens e...

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Prima gli italiani.

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Prima gli italiani.

Prima gli italiani. Davanti a tutti e senza remore. Si, prima gli italiani, soprattutto se hanno qualcosa da dire, qualcosa da insegnare, se sanno aprire ad un pensiero, se ci accompagnano in armonia verso la celebrazione di immagini che  generino un sussulto, un riflusso di epifania che indichino con dolcezza “il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, il filo da sbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità”, come scriveva un grande poeta, italiano anche lui, raramente primo se non,  di quando in quando, nei versi. A condurci nel mezzo di una verità, che ci ri-guarda da vicino, sono i quattordici artisti italiani e le loro 100 fotografie, selezionate con intelligenza affettuosa, ed esposte al primo piano della Galleria d’Arte Moderna di Torino.  Ci voleva la sensibilità di Riccardo Passoni, oggi Direttore del museo cittadino e curatore di queste “Suggestioni d’Italia” per riportare a galla una parte della grande collezione che è custodita negli archivi unendola ad un selezionato prestito della Fondazione CRT. Realizzate dalla fine del secondo dopoguerra ai primi anni Duemila, le foto provano a raccontare l’Italia, o un’idea di essa con le immagini.Il paesaggio e le città per primi,  identificano la nostra penisola esplorata da questi 14 grandi fotografi, che gettano la loro curiosità  nell’architettura come nella dimensione umana e sociale.  Le foto, in bianco nero e a colori, delineano un grande ‘esterno’, dall’arco alpino e toccano grandi città come Torino e Milano, per proseguire lungo la dorsale emiliana fino a scendere verso il Sud, tra Napoli, Matera, e infine toccare la Sicilia. Prima gli italiani, perché questi tipi di italiani non mancano di poesia, di allegria, del saper elargire bellezza semplicemente indicandola o prelevandola, per usare un’espressione di quel mondo. Ma chi sono questi italiani, di cui è bello pensarli primi ? Uno di essi si chiama Nino Migliori, Bologna gli ha dato i natali nel 1926 e alla presentazione della mostra era presente ma, pur essendo un ospite importante, un fotografo preceduto dalla propria fama, ha preferito accomodarsi in terza fila, pure un po’ di lato. Allora eccoli i primi: Nino Migliori, Gianni Berengo Gardin, Mario Cresci, Mimmo Jodice, Mario Giacomelli, Franco Fontana, Luigi Ghirri, Ugo Mulas, Ferdinando Scianna, Gabriele Basilico, Aurelio Amendola, Enzo Obiso e, unica donna Bruna Biamino. Torino è omaggiata con alcuni scatti di Basilico, tra questi spicca per chi scrive, un’immagine straordinaria di Largo Orbassano. Chi conosce la città sa che è un deserto urbanistico, un’euforia di desolazione cementizia larga e vuota. Eppure a guardarla e poi inquadrarla come sapeva fare lui, ci si trova di fronte qualcosa che ha un disegno e il disegno un’anima. Una parte non trascurabile della storia italiana della fotografia si snoda con inalterata qualità alla pareti della Galleria d’Arte Moderna di Torino, non ri-conoscerla o peggio che mai non conoscerla è una colpa senz’altro grave a cui si può porre rimedio.  Da subito. http://www.gamtorino.it/it      ...

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Accorgersi, fotografare e regalare. A Mezzenile la mostra “Ospiti” di Gianni Oliva.

Pubblicato da alle 13:45 in .Arte, Mostre, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Accorgersi, fotografare e regalare. A Mezzenile la mostra “Ospiti” di Gianni Oliva.

Gianni Oliva, torinese, classe 1964 non è l’ex assessore alla cultura della Regione Piemonte. E’ invece un noto fotografo che iniziò con Beniamino Antonello negli anni ‘80 lavorando con l’agenzia Armando Testa. Campagne pubblicitarie, poi gallerie e  infine riviste italiane e straniere. Nel 2015 è stato il vincitore di “Photissima art prize” con l’opera “Siauliai, la collina delle croci”. A Mezzenile, un piccolo e gradevole angolo della dimenticata Val di Lanzo, un tempo luogo ambito per la villeggiatura estiva, Gianni Oliva  ha saputo, con intelligenza cogliere un avvenimento. L’arrivo di una comunità di migranti, provenienti da paesi africani. Donne, bambine, famiglie, giovani sono stati accolti in un centro a Mezzenile. Inizialmente erano in sei oggi circa quarantacinque in attesa di un trasferimento per una destinazione definitiva. Gianni ha iniziato a vederli in paese, a rendersi conto del senso di provvisorietà, di desiderio di futuro, di una nuova comunità, di un certo isolamento, di difficoltà. Il suo istinto è stato quello di fare a loro un regalo, il ricordo di un momento a Mezzenile, facile da portare e da far vedere. Così è nata l’idea di fotografarli e di donare loro la fotografia che li ritrae. La montagna innevata fa da sfondo, il famoso “punctum” barthesiano che ospita i migranti protagonisti dell’immagine ma anche il fotografo, il paese e tutto il territorio circostante. La montagna, fondale naturale, ricco di forza che mai potrà svanire ma solamente lasciare spazio alla gente che camminerà in quella valle e che nelle fotografie di Gianni Oliva accentua il contrasto con le inusuali figure africane in posa davanti all’obiettivo. È un’operazione alla Malick Sidibé, non in studio ma all’aperto, non a Bamako ma a Mezzenile, non in bianco e nero ma a colori. In comune tra i due autori le generazioni di africani che continuano desiderose di farsi immortalare a oggetti-status symbol ‒ finti occhiali alla moda, finti orologi lussuosi, vestiti dal tipico sapore africano cuciti e realizzati da un sarto del gruppo ‒, emblema di una libertà, che nelle immagini di Sedibè era stata realmente conquistata e che in quelle di Oliva è la meta per la loro sopravvivenza. La spontaneità dei personaggi in posa e l’immediatezza dello sguardo creano un contrasto magrittiano, surreale tra il luogo e l’essenza delle persone.  La personalità degli africani, fuori contesto, inaspettata, senza apparire vittime o naufraghi di un viaggio è vincente.  Un’operazione contemporanea, senza retorica, che restituisce alla fotografia il compito di far pensare passando da quella sana spettacolarizzazione che in gergo viene chiamata arte. Sarà il Castello Francesetti ad ospitare questa mostra che porta il titolo “Ospiti” dal 20 fino al 29 luglio curata da Tiziana Bonomo di ArtPhotò; all’inaugurazione presenzierà il giornalista Domenico Quirico che scrive a riguardo: ”I proletari non hanno patria” assicurava Marx ed aveva ragione. Sì: da sempre nomadi, dalle campagne miserande alla città delle botteghe del Capitale. Oggi il filosofo tedesco li riconoscerebbe a prima vista, i suoi: i migranti proletari, come mai prima d’ora. Attraverso il mediterraneo , attraverso montagne e deserti, ai confini di frontiere senza pietà,  il Texas e i Balcani, Melilla e Lampedusa, i nuovo proletari del ventunesimo secolo sono davanti a noi, in mezzo a noi, zoccolo duro  della massa inesistente composta dagli ultimi arrivati. Queste foto li fissano, ironicamente o drammaticamente?...

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Per brevità chiamato artista. Mario Dondero una mostra e un premio per ricordarlo.

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Per brevità chiamato artista. Mario Dondero una mostra e un premio per ricordarlo.

Il 27 maggio, alla Fondazione Bottari-Lattes di Monforte d’Alba, ha inaugurato la mostra fotografica Lo scatto umano, promossa e prodotta dall’Associazione culturale Giulia Falletti di Barolo, insieme alla Galleria Ceribelli di Bergamo. Lo scatto è umano o meglio “umanista” come lo definì il parigino Willy Ronis la ‘photo humaniste’ per descrivere un modo di fotografare. Di questa definizione-casa, in cui forse Dondero ha abitato senza metterci radici, il tratto particolare che possiamo rilevare è senz’altro il poter incontrare la semplicità, la freschezza dello sguardo unito ad una profonda sensibilità per la realtà restituita in modo sempre elegante, collante delle situazioni e lontana dal calcare ogni dramma che le sue foto “imperfette” hanno rappresentato. Razionali, piane, ricche di suggestioni e citazioni, gravide di racconti coinvolgenti perché Dondero si faceva coinvolgere così le sue foto bussavano con delicatezza dalle pagine dei giornali, dei libri per stabilire un’intesa immediata, istintiva. Le fotografie di Mario Dondero, uno dei più importanti fotogiornalisti italiani, e leggere i suoi libri vale quanto lasciarsi catturare dai suoi scatti, per la prima volta saranno esposte insieme, in dialogo, alle foto di Lorenzo Foglio, portalettere-fotografo delle Langhe di inizio ‘900. Per equità, 30 immagini di Mario Dondero e 30 di Lorenzo Foglio, tutti in bianco e nero, che ci riportano le testimonianze di uomini e donne noti o meno noti, tradizioni perdute, storie quotidiane di vita contadina, mestieri e accaduti che hanno fatto la storia. Le fotografie di Mario Dondero esposte, sono parte della selezione realizzata da Tatiana Agliani in collaborazione con l’Archivio Dondero (Fototeca Provinciale di Fermo), diretto da Pacifico d’Ercoli. Le trenta fotografie di Lorenzo Foglio in mostra, sono state selezionate a partire da un archivio di lastre al bromuro d’argento, tutt’ora in possesso degli eredi. A Mario Dondero Nato a Milano nel 1928, il Macof di Brescia dedica la seconda edizione di un premio a lui intitolato.  Così il Macof nel raccontare l’iniziativa: “Il premio nasce come un omaggio a questo autore che ha saputo essere tenacemente controcorrente, un omaggio alla cultura e alla dolcezza del suo sguardo, ed è destinato a chi, fra i fotografi attivi in questi anni, cerca di raccogliere il testimone del suo impegno e di portare avanti la sua visione della fotografia. Con esso si propone un’occasione per seguire e valorizzare le esperienze del fotogiornalismo e della fotografia contemporanea d’impegno civile, tracciando anno dopo anno, una mappatura dell’attuale panorama del reportage d’indagine sociale, anche attraverso l’organizzazione di una mostra collettiva legata al premio” Il Premio Mario Dondero 2018 è aperto a tutti i fotografi di età superiore ai 18 anni, professionisti o dilettanti, italiani o stranieri che operano nel campo del reportage e mette in palio un importo di € 3.000,00. Inoltre le fotografie del vincitore insieme alle immagini più significative proposte da altri partecipanti al premio, selezionate dalla giuria, verranno esposte in una mostra collettiva presso il Ma.Co.F. In un testo degli anni Ottanta Mario Dondero scriveva: “Mentre diventano sempre più labili i confini fra giornalismo e pubblicità, la fotografia testimonianza sta perdendo terreno nei confronti della fotografia spettacolo. Cresce magari la finzione tecnica, l’involucro estetico, ma si fa debole il discorso interiore. Il documento semplice e duro lascia il posto all’illustrazione elegante, alla macchia cromatica fine a se stessa”...

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La tribolata e avventurosa vita di una biblioteca cittadina. Mercoledì un incontro pieno di idee.

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La tribolata e avventurosa vita di una biblioteca cittadina. Mercoledì un incontro pieno di idee.

Galleria d’Arte Moderna di Torino Una biblioteca, il granaio della memoria, non dovrebbe aver bisogno di un comitato di difesa. Per esempio è accaduto che in Francia un Presidente, Mitterand, volesse lasciare come ricordo del suo passaggio terreno una delle più imponenti biblioteche del mondo, la Bibliothèque nationale de France  che svetta con le sue quattro torri angolari alte 79 metri, corrispondenti simbolicamente a quattro libri aperti.   Poi c’è Torino e la piccola e valorosa Biblioteca dedicata all’arte dei Musei Civici di Torino – Fondazione Torino Musei. E qui oltre la biblioteca si fa piccola piccola anche la sua storia. La svolazzante e ardita idea di chiuderla, poi di trasferirla per finire nel classico cul de sac del vedremo, chissà, facciamo passare la buriana e magari con l’estate che tutti distrae e distoglie la rendiamo momentaneamente indisponibile. Della memoria dell’arte che cosa potremmo mai ottenere ? Di tutta quella carta, i cataloghi, le riviste, le foto, viene sonno solo a pensarci. Toglie il sonno invece pensare a reperire le risorse per farla la lavorare al meglio. Così il 31 maggio 2018 è nata l’Associazione “Amici della Biblioteca d’Arte dei Musei Civici di Torino – Fondazione Torino Musei”. Un’associazione, che ha come scopo primario difendere, incrementare e valorizzare il patrimonio della Biblioteca. L’associazione si è posta due obiettivi, piuttosto ambiziosi. Il primo è rafforzare il carattere specialistico che rende un’eccellenza la Biblioteca, avviando e sostenendo progetti di ricerca e digitalizzazione di alcuni fondi speciali; Il secondo valorizzare il patrimonio attraverso iniziative pubbliche che aprano la Biblioteca ad un pubblico vasto (gruppi di lettura, presentazioni di libri, conferenze), partecipando anche alle molte iniziative organizzate dalla Città. Va detto che la Biblioteca, unitamente all’Archivio Storico e all’Archivio Fotografico, è il luogo di riferimento per la comunità di tutti gli studenti, i curiosi, e i professionisti legati al mondo dell’arte che vivono a Torino e in tutto il Nord Italia: docenti, insegnanti, ricercatori, curatori, conservatori dei musei, restauratori, artisti, giornalisti, editori, antiquari, galleristi, professionisti della divulgazione legata alle iniziative culturali e turistiche. Insomma, un universo di devoti ad un desueto culto ormai forse in via d’estinzione. A sentire le parole della docente di Storia dell’Arte Moderna dell’Università di Torino Gelsomina Spione, interpellata per avere qualche ulteriore ragguaglio non sarebbe così. Anzi, ci dice che la forza della Biblioteca è proprio quella di intercettare mondi diversi e diverse professioni e che i fruitori sono molti di più di quanto si pensi. Tra le iniziative che si vorrebbe realizzare, ci confida la professoressa, c’è la digitalizzazione del ricco fondo Lorenzo Rovere, che fu direttore dei Musei civici dal 1921 al 1930, e l’Album dell’Esposizione Nazionale avvenuta nel 1880.  Il Consiglio Direttivo dell’Associazione riflette il variegato mondo dell’arte ed è composto da Mattia Azeglio (Studente UniTo), Simone Baiocco (Conservatore Palazzo Madama), Giorgina Bertolino (Storica dell’Arte), Aurora Laurenti (Storica dell’Arte), Simone Mattiello (Antiquario), Riccardo Passoni (Direttore GAM e Dirigente Biblioteca d’Arte), Maria Teresa Roberto (Docente Accademia Albertina), Bruno Signorelli (Presidente Spaba), Gelsomina Spione (Docente UniTo). Mercoledì 20 giugno, nella Sala Uno della GAM alle ore 18.00, l’Associazione con il suo Consiglio Direttivo presenterà pubblicamente i suoi progetti e le sue iniziative e avvierà la campagna di tesseramento, mentre il docente Fabio Belloni dell’Università degli Studi di Torino interverrà su L’ultimo quadro di storia. Renato Guttuso e i “Funerali di Togliatti”, raccontando l’esperienza di ricerca fondata sui materiali della Biblioteca...

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A Carmagnola il Mese della Cultura. Grandi mostre, musica, letteratura e gastronomia.

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A Carmagnola il Mese della Cultura. Grandi mostre, musica, letteratura e gastronomia.

Il 1 giugno inizia per la cittadina di Carmagnola un mese speciale. L’Assessorato alla Cultura della città ha organizzato “Il Mese della cultura”: un ricco calendario di eventi, per trasformare i fine settimana in una grande occasione per coinvolgere i cittadini, chiamare visitatori, offrendo mostre, musica, beni architettonici da scoprire e poi letteratura gastronomia il tutto a dimostrare, come se ce ne fosse bisogno, che la cultura può davvero rendere viva e dinamica una città.   Tra le molteplici offerte spicca una mostra di indubbio pregio, malgrado il nome scelto per promuoverla sappia di cantoria ottocentesca, che propone un ricco excursus di opere lungo epoche stili artistici diversi, che prende avvio dal XV secolo fino ai maestri del ‘900. Il mese della cultura non poteva avere miglior inizio che con la mostra Donne e Madonne nell’Arte dal XV secolo a oggi, organizzata dal Comune di Carmagnola e dall’Associazione “Amici di Palazzo Lomellini”, la cui inaugurazione sarà venerdì 1° giugno e resterà aperta fino al 29 luglio nelle sale di Palazzo Lomellini nel centro di Carmagnola. Per il pubblico sarà una vera scoperta imbattersi in nella sezione chiamata Magnificat, un nome scelto per contestualizzare la raffinata raccolta di sculture di arte africana della collezione di Bruno Albertino e Anna Alberghina, che entreranno in dialogo con le opere di importanti maestri della pittura dal XV secolo a oggi sul tema universale della donna e della madre.   Le opere in mostra, individuate per qualità e pregio, sono prevalentemente lignee e risalgono ad un periodo che va dalla fine dell’800 alla prima metà del ‘900.  Appartengono a svariate culture dell’Africa occidentale e centro-equatoriale e compaiono in numerose pubblicazioni di settore. La donna riveste da sempre un ruolo fondamentale nelle società tradizionali africane. In tutte le civiltà l’evento della maternità è sacralizzato, spesso divinizzato, fino a diventare la metafora della genesi. Per magnificare questo gesto millenario l’artista africano, utilizzando infinite soluzioni formali, sa sempre sorprendere, esprimendo sentimenti e sensazioni frutto dell’amore materno. La figura femminile rappresentia uno dei cardini dell’iconografia africana come, peraltro, si osserva in tutte le arti figurative delle società umane. Tuttavia, l’Occidente ammira la scultura dell’Africa nera per la sua ricchezza stilistica e inventiva formale, perdendo di vista il valore rituale che essa ha, invece, per i popoli che la producono.  Si tratta, infatti, di oggetti di culto, creati per favorire il rapporto con il sovrannaturale.  E’ bene tenere sempre in considerazione questo aspetto per non osservare le sculture africane come mero oggetto di contemplazione. Il Sindaco Ivana Gaveglio, interpellato dal giornale per l’occasione, non nasconde la sua soddisfazione e la voglia di osare, proponendo un programma inedito, non scontato e in grado di adattarsi alle diverse sensibilità dei cittadini.   Ma ecco cosa ci riserva questo giugno carmagnolese dedicata alla cultura. “Portici da Leggere”: Fiera del Libro per gli appassionati della letteratura di ogni genere. Case editrici e librerie in esposizione, incontri con autori, concerti, visite alla scoperta dei beni culturali. Domenica 4 giugno, dalle ore 9,00 nel centro storico saranno protagonisti libri e scrittori. Sotto i portici di via Valobra, dalle 9,00 alle 19,00: mostra mercato del libro; nel centro storico, dalle ore 9,00 alle 12,00: celebrazioni per la Giornata della Marina. Nel pomeriggio, dalle ore 15,00 incontri con gli scrittori: presentazioni di libri e interviste agli autori; in piazza...

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Sebastião Salgado:colui che disegna con la luce. 200 scatti da vedere alla Reggia di Venaria Reale.

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Sebastião Salgado:colui che disegna con la luce. 200 scatti da vedere alla Reggia di Venaria Reale.

La Reggia di Venaria Reale nelle Sale dei Paggi ospita fino al 22 settembre l’ultimo grande capolavoro di Sebastião Salgado: Genesi. Documentario fotografico di un importante progetto iniziato nel 2003 e concluso del 2013.  Lunghi viaggi in giro per il mondo, anni di lavoro, di scatti fotografici per immortalare la natura millenaria, incontaminata, gli animali e gli uomini di un’età primordiale, presenti nella nostra epoca nella loro veste genuina, pieni di curiosità e di ricchezza originaria. In una corsa contro il tempo, emozionante, come il suo sguardo quando si posa sui luoghi delle foreste tropicali o dei deserti dell’America e dell’Africa, sui ghiacciai dell’Antartide o della taiga dell’Alaska. 200 scatti fotografici che raccontano il suo straordinario itinerario verso il cuore dell’uomo e della natura, alla ricerca di quell’infinito misurabile – dirà lui – che è possibile trovare nell’umanità rigenerata. Un reportage eccezionale di immagini quasi scolpite all’interno della prospettiva, attraverso il diaframma fotografico. Immagini rigorosamente in bianco e nero, perché il colore – afferma Salgado – è un elemento di disturbo. Impoverisce il racconto, toglie spessore ai sentimenti e alle emozioni, distrugge ciò che della forma è l’essenza: la sua completezza.  Le sue fotografie raccontano la bellezza del nostro mondo e il progetto Genesi manifesta un intento ben preciso: amare e salvaguardare il nostro pianeta, conquistare una nuova armonia con la terra e il tempo, tutelare un ecosistema che deve avere un futuro, nonostante i comportamenti irrispettosi dei suoi abitanti. Perché straordinario e unico. Un canto d’amore, quello di Salgado, per lenire le ferite della natura e per risvegliare in lui la voglia di vivere. Non è stato facile, soprattutto dopo il genocidio del Ruanda del 1994, riportato in tutta la sua crudeltà.  Salgado nel corso della sua carriera non si è risparmiato niente. Con determinazione e molto coraggio, attraverso una serie di reportage fotografici, ha immortalato le disumanità del nostro tempo: la siccità del Sahel, la guerra coloniale in Angola e Mozambico, la rivoluzione in Portogallo, il duro lavoro dell’uomo nelle miniere d’oro del Brasile o nei pozzi di petrolio del golfo Persico, alla scoperta di coloro che hanno costruito il mondo. Ogni sua foto è un grido di disperazione, una testimonianza di rara sensibilità espressiva. Una dura prova. Per cogliere e approfondire meglio il messaggio di Genesi è utile rivedere il film documentario Il sale della terra di Wim Wenders. Il regista, insieme al figlio di Salgado, Juliano è riuscito ad avere una prospettiva sul suo mondo interiore, a farlo parlare del suo lungo processo creativo ed artistico. Sebastião Salgado si racconta e cattura le figurazioni quasi inverosimili di soggetti che, disperatamente gridano tutta la loro umanità. Un viaggio desolante e toccante, che lo porterà alla disperazione, ma anche a nuove aspettative di vita e di lavoro. La mostra curata dalla moglie di Salgado, Lélia Wanick Salgado vuole rappresentare una possibilità di rinascita per tutti. Messaggio coinvolgente e genuino, di valore impareggiabile.   Maria Giovanna...

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