.ARTE

.ARTE: il focus sulle mostre del territorio torinese tenuto da Marzia Capannolo, storica dell’arte. Il cartoncino sulla porta è scritto a mano: “Ernesto e Marzia Maison de l’Art”. È in francese, perché l’idea è venuta loro durante un viaggio a Parigi nel settembre del 2012. La porta è quella di una casa privata e, dentro, insieme a Ernesto Morales e a Marzia Capannolo c’è l’arte, in forma di quadri alle pareti, sì, ma anche in forma di parole e di colazione. Colazione, non collezione: brioche, latte, caffè, te, crostate, biscotti, succhi di frutta. L’indirizzo è via XX Settembre numero 1, terzo piano.
Lui è argentino, ma nato a Montevideo, ha 40 anni e dipinge, lavora sulla natura, sulla dimensione onirica e metafisica. Lei è romana, una storica dell’arte. Sono arrivati a Torino nel 2011 per una settimana di esplorazioni e sono rimasti. Prima in corso Belgio, poi in via XX Settembre, dove hanno trovato lo spazio e la luce giusta per portare l’arte nel luogo della vita, in ambiente domestico. E così, a fine settembre 2013, Marzia organizza la sua prima colazione d’arte. Di domenica. Venti persone, dalle 10,30 alle 13,00. È passato un anno e l’avventura continua, ogni quindici giorni. Le persone sono diventate 35-40. Lei invia una newsletter. Tu prenota, paghi 15 euro. E, quando arrivi, sei attirato dal profumo del caffè. Mezz’ora a chiacchierare, degustare e far conoscenza. Poi, alle 11, ci si sposta in sala a seguire le slide e i racconti di Marzia Capannolo su “Crisi di coppia: come evitarla secondo Bellini e Tiziano” o su “Lo straniero sulla terra: Vincent Van Gogh”. I prossimi appuntamenti: 9 novembre, “Caravaggio tra sacro e profano”; 23 novembre, “Immanenza e mutamento: da Ovidio a Francis Bacon”; 14 dicembre, “Artemisia Gentileschi: donna e pittoresca fra uomini e pittori”. Non sono lezioni, sono viaggi: ti prepari, decolli, resti in volo un’ora e mezzo e atterri. Fanno tutto le immagini, le parole e il profumo del caffè.

Una stanza tutta per sé. Tradere di Sacha Turchi alla Project room di Davide Paludetto.

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Una stanza tutta per sé. Tradere di Sacha Turchi alla Project room di Davide Paludetto.

Continua la programmazione della Project Room di Davide Paludetto in via degli Artisti 10 con il progetto Tradere di Sacha Turchi (Roma, 1988) visitabile sino al 13 maggio. Le due stanze che si affacciano su strada sono state letteralmente invase da 200 bambole di pezza di bianco candore appoggiate a terra e volutamente disposte come se seguissero la corrente di un fiume, simili tra loro, neutralizzate e moltiplicate dalla totale assenza di connotazioni individuali, in realtà tutte diverse per tipologia di stoffa e misura. L’impatto visivo viene affiancato e per certi versi superato da quello olfattivo e sonoro: un effluvio intenso di lavanda, un suono ritmico e intenso, cadenzato, avvolgono lo spettatore in un progetto che si rivela esperienza sinestetica, olistica, fortemente emotiva, in grado di stimolare connessioni immediate e inconsce: i fantocci, ma sarebbe meglio dire feticci, sono in realtà le dagide, le piccole bambole di pezza che si realizzavano anticamente da ciò che rimaneva dei tessuti del corredo tramandato e ormai logoro; riempite di lavanda, assolvevano anche ad altra funzione, oltre a quella di gioco. Tradere si collega all’omonimo latino riprendendone quindi il significato di tramandare, offrire, trasmettere: la tradizione legata al corredo diventa metafora del ciclo generativo della vita da madre in figlia, un fluire lento, continuo, primordiale, naturale, così come la lavanda, così come il suono ancestrale che procede senza posa. L’installazione viene accompagnata da una serie di sculture che richiamano la struttura ossea umana (un coccige, non a caso, deposto tra le bambole) chiamata alla trasformazione, anche dolorosa, nel momento della riproduzione: si noti in particolare la scultura a parete, Spongia (ferro, tessuto, calcio, collagene, magnesio, ossido di zinco, amidi vegetali, 2015) realizzata in laboratorio con materiali che imitano la sostanza delle ossa umane. Spongia è evocazione antropomorfa e biomorfa, e allo stesso tempo una macchina costruita a misura d’uomo che idealmente permetterebbe ad esso di aprirsi afferrandosi ad essa. Le braccia si tengono a due maniglie e la macchina, schiudendosi, esattamente come farebbe un fiore, schiude anche il petto della persona. Anche Spongia dunque diventa metafora del ritmo lento dell’evoluzione, in una ricerca continua e coerente (si veda l’installazione Ortho Spinalis realizzata al Castello di Rivara nel 2016), talvolta performativa da parte della giovane artista romana, di rendere metafisica ed introiettiva un’esperienza che è fortemente legata alla concretezza della natura, alla ineluttabilità generatrice della riproduzione, all’energia della materia, qualunque senso essa...

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Le energie della materia nelle nuove sculture di Tony Cragg a Torre Pellice.

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Le energie della materia nelle nuove sculture di Tony Cragg a Torre Pellice.

Lo Studio d’arte contemporanea Tucci Russo ospita sino al 30 luglio i nuovi lavori di un grande maestro dell’arte contemporanea, Tony Cragg, protagonista della nuova personale dal titolo “Skulls etc…”  Il celebre scultore britannico (Liverpool, 1949) è noto a Torino per l’installazione Three columns – Punti di vista, le tre monumentali colonne in bronzo dorato alte tra i 10 e i 12 metri, svettanti verso il cielo e collocate di fronte allo Stadio Olimpico in via permanente. Le sculture, realizzate a seguito di un concorso internazionale indetto dalla Fondazione De Fornaris, sono state scelte come simbolo e memoria delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006 ed evocano la dinamicità dei volumi nello spazio. Il titolo fa riferimento, benché sfugga ad un primo sguardo, ai diversi profili di volti umani che si riconoscono progressivamente nelle silhouette delle grandi forme plastiche di apparente matrice astratta, profili che paiono emergere da esse in base alla posizione dello spettatore e quindi dai diversi punti di osservazione. Un concetto ricorrente, quello della figura umana come parte di un cosmo, in un fluido passare dalla astrazione al figurativo e viceversa: quasi una firma dell’artista, concetto che si ritrova nelle opere presentate a Torre Pellice, risultato del lavoro degli ultimi due anni.   Le sculture in legno, bronzo, onice, acciaio si offrono come summa della produzione artistica di Cragg; al centro della sua sperimentazione resta la ricerca e l’emozione che nasce dall’incontro tra uomo e materia e le energie che ne scaturiscono, con una particolare attenzione alll’indagine sul volto, qui presente con un eccezionale e moltiplicativo autoritratto in bronzo dall’ironico titolo WE, la grande scultura Sail tratta da un unico blocco di onice, le Springs in legno e bronzo e lo Skull del titolo, un fluttuante e ambiguo bronzo bianco, equilibrio tra pieni e vuoti, affermazioni e negazioni (dal titolo di una sua mostra sempre da Tucci Russo) allusivo ed elegante altro da sé. Con «Skulls etc.» l’artista torna nella galleria che ospitò la sua prima personale nel 1984. Cragg racconta che ha conosciuto Tucci Russo alla fine negli anni ’70 a Stoccarda in occasione di una mostra collettiva di pittura, lui scultore, in un momento storico in cui la grande parte degli artisti erano pittori, quasi un’ironia del destino. Da quel momento è nata una collaborazione e un’amicizia costante negli anni. Esponente di rilievo della scultura inglese, ha incentrato la sua ricerca sull’uomo e sull’ambiente, naturale o artefatto. Tra i riconoscimenti, il Turner Prize nel 1988 e il Praemium Imperiale per la scultura conferitogli dalla casa imperiale giapponese nel 2007.  ...

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Franco Mello. Designer by accident da Torino al PLART di Napoli.

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Franco Mello. Designer by accident da Torino al PLART di Napoli.

Provocazioni e corrispondenze. Franco Mello tra arti e design, è il titolo della mostra retrospettiva, a cura di Giovanna Cassese, che la Fondazione Plart di Napoli, in collaborazione con la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee nell’ambito di PROGETTO XXI, dedica a Franco Mello, poliedrica figura creativa – “designer by accident”, come gli piace definirsi – che ha fatto del dialogo tra le arti il filo conduttore della sua ricerca. Valorizzando le contaminazioni estetiche e i confronti cross-disciplinari, Mello si muove dal design alla grafica, dall’editoria d’arte alla fotografia, dalla produzione televisiva all’arte orafa con esiti imprevedibili e visionari. Franco Mello nasce a Genova nel 1945, ventenne si trasferisce a Torino, per lavorare come grafico e qui si confronta a pieno con il fermento artistico dell’Arte Povera, venendo in contatto con i suoi interpreti. Non ancora trentenne inizia a collaborare con Gufram, ideando e progettando elementi d’arredo dallo stile eccentrico e giocoso, tra tutti è indimenticabile il Cactus, iconico appendiabiti in poliuretano multicolore, disegnato con Guido Drocco, che dal 1972 invade l’immaginario collettivo e le case di un pubblico internazionale. La mostra – visitabile fino al 3 giugno prossimo – presenta, in un percorso articolato, ironici oggetti-scultura in poliuretano espanso – nati dalla collaborazione con Gufram e Dog Design – come la Seduta Incastro, Suburbia, Mun e Mun Bis, il Tavolo Erba, e il Cactus, presentato in tutte le sue edizioni fino allo Psychedelic Cactus del 2016 ad opera dello stilista Paul Smith, insieme al Divano Bill – purtroppo mai andato in produzione – a libri d’artista, cataloghi e riviste d’arte e ad una sezione specifica dedicata al gioiello d’artista. Quest’ultima esperienza creativa ha previsto il coinvolgimento di artisti come Michelangelo Pistoletto, Emilio Isgrò, Mimmo Paladino, Marco Gastini, Matteo Bonafede, Aldo Spinelli, Tommaso Tosco: in mostra vi è una selezione della collezione Sfioro ideata nel 2013 da Franco Mello con Mauro Bonafede, in cui ogni artista coinvolto è stato invitato a progettare un gioiello, poi realizzato in edizione limitata con tecniche artigiane della tradizione orafa. A introdurre il percorso espositivo vi è un’ampia gamma di immagini fotografiche in formato cartolina che documentano la progettualità di Franco Mello, “designer totale, camaleontico, sempre entusiasta”, “un prodotto bellico nato durante la guerra, con una generosità strabordante ad intrecciare la sua intelligenza con le altre” come lo descrivono la curatrice Giovanna Cassese e il Professor Flaviano Celaschi nel video di accompagnamento alla mostra, ideato e diretto da Mello stesso. Abbiamo avuto l’occasione di incontrarlo e di rivolgergli alcune domande… Il concetto di Designer by accident può essere considerato il leitmotiv della tua ricerca? E’ il leitmotiv della mia ricerca e non solo. Ho intitolato così anche il mio sito web. Ritengo che la definizione di “designer per casualità” sia la sola che possa identificarmi. Soprattutto considerando tutto ciò che mi è accaduto in passato, che mi sta accadendo ora e che spero mi accadrà in futuro. I risultati che da sempre ho ottenuto sono il frutto di un concatenarsi di eventi e di relazioni assolutamente casuali che hanno accompagnato il mio percorso di ricerca. Ho sempre provato un certo fastidio nei confronti delle regole e non ho neanche mai terminato l’iter di studi, non sono laureato. Designer by accident è a mio avviso davvero il termine corretto e piacevole insieme per definire il...

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Lo show di Eric Shaw: residenza d’artista per una personale made in Turin da Privateview.

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Lo show di Eric Shaw: residenza d’artista per una personale made in Turin da Privateview.

Sin dal nostro primo incontro con Silvia Borella e Mauro Piredda, direttori e proprietari di Privateview, galleria in Via Goito 16, in occasione dell’apertura lo scorso maggio, è stato chiaro che questi due collezionisti d’arte appassionati e coraggiosi “imprenditori di cultura” desideravano mettere in atto una loro idea precisa ed elaborata, il cui obbiettivo fosse costruire e produrre una linea espositiva ed editoriale di estrema qualità, in tutte le sue fasi. Questo comporta ripensare alla galleria come “luogo progettuale ed esecutivo” di una mostra a partire dalla sua fase elaborativa: Silvia e Mauro hanno alzato il livello invitando gli artisti stranieri da loro selezionati, spesso alla loro prima personale in Italia, a realizzare solo mostre site specific e, se così si può dire, a pensare e vivere “site specific”, invitandoli in progetti di residenza finalizzati ad accrescere e stimolare il processo creativo. Nelle loro intenzioni si può attivare e potenziare il mutuo scambio tra territorio e artista; quest’ultimo crea la propria arte filtrando quelle che sono le suggestioni di un luogo nuovo, architettura, sonorità, cultura, e quindi la restituisce al territorio stesso con opere che nascono e si arricchiscono dal dialogo instaurato.   Eric Shaw (Connectictut, 1983), giovane artista di Brooklyn alla sua prima mostra in Europa, inaugura questo ciclo di residenze: a Torino dall’inizio di gennaio, ha realizzato i lavori della sua personale  – che inaugura  giovedi 30 marzo, visitabile sino al 29 aprile  – nella residenza d’artista messagli a disposizione dai galleristi e le espone nella sua personale SyntaxReflux, curata da Domenico de Chirico. Il procedimento pittorico di Eric parte dall’assimilazione di elementi grafici di uso comune, presi in prestito dalla segnaletica o dalla pubblicità (e persino dalla vista dei ponti sul fiume Po, come vedremo). Il punto di partenza è uno schizzo, realizzato con i tools di editing dello smartphone, che Shaw riporta sulla tela dipingendo a mano con l’uso di pittura vinilica ed acrilica. Quotidianamente poi fotografa il lavoro svolto e ridisegna sull’immagine digitale acquisita. Riporta nuovamente sulla tela le sagome inserite e, ripetendo più volte quest’operazione, che alterna passaggi di tecnica analogica con quella digitale. Il titolo della sua personale è come una sintassi: ogni quadro ripete forme e motivi come se utilizzasse il vocabolario di una lingua specifica. Il risultato è un gioco psichedelico il cui effetto gioioso e apparentemente caotico è frutto di un preciso e complesso rigore formale. Abbiamo incontrato Eric mentre terminava l’ultimo quadro della mostra; qui da gennaio, tornerà a breve a New York, ma prima assisterà alle reazioni del pubblico alle sue opere “made in Turin”. Questa è stata la tua prima esperienza come artist in residence?  Grazie a Silvia e Mauro è la mia prima esperienza come artist in residence ed è in assoluto la mia prima volta in Italia, anzi in Europa! Non ho viaggiato moltissimo prima d’ora, sono stato in Messico e in Canada, ma mai oltre l’oceano. Che impressione ti ha dato Torino? Mi piace molto l’architettura! Il tempo è indubbiamente migliore rispetto a New York, Torino è a dimensione d’uomo, non ha troppo turismo, è anche piuttosto economico viverci rispetto a NYC, o anche solo Milano, dove sono stato qualche giorno. Chi hai frequentato?  In questo periodo mi sono relazionato con i ragazzi della galleria, soprattutto in occasione di opening, poi mi sono venuti a trovare la mia fidanzata (anche...

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Da Torino a Milano per un “viaggio sciamanico” nell’arte di Pino Pascali alla Fondazione Carriero.

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Da Torino a Milano per un “viaggio sciamanico” nell’arte di Pino Pascali alla Fondazione Carriero.

Dal 24 marzo scorso è Pelle conciata (1968), opera in pelo acrilico di Pino Pascali (Bari, 1935 – Roma, 1968), ad accogliere il visitatore all’interno di Casa Parravicini, suggestivo palazzo quattrocentesco, sede della Fondazione Carriero, eccellenza di produzione artistica e divulgazione culturale, nel cuore di Milano. Si entra così in medias res nel percorso espositivo della mostra Pascali Sciamano, a cura di Francesco Stocchi, mostra che catalizza l’attenzione sull’opera dell’artista pugliese tra il 1966 e il 1968, posta in dialogo con la cultura africana e i suoi esiti formali, da cui Pascali trae ispirazione nel suo processo creativo.   Pascali è stato un artista eclettico, scultore, scenografo, performer: figura eccezionale della scena artistica italiana degli anni Sessanta e singolare esponente dell’Arte Povera. Nel 1966 accetta l’invito del gallerista Gian Enzo Sperone ad esporre per la prima volta le sue armi – giocattolo, presso la galleria Sperone di Torino e nel 1967 presenta presso l’Attico, di Fabio Sargentini a Roma le sue prime “finte sculture”, opere in tela bianca su centine di legno. Nel 1968 partecipa alla Biennale di Venezia e scompare all’età di 33 anni per un incidente in moto. Nella sua breve e felice parentesi artistica Pascali indaga le radici della cultura mediterranea – i campi, il mare, la terra e gli animali – calate nella dimensione ludica dell’arte e realizza opere con materiali di recupero – metalli, paglia, corde, fibre sintetiche – prelevati dalla quotidianità. Nell’ambito della sua sintesi poetica, naturale e artificiale concorrono ad imitare ed interpretare i cicli vitali e i suoi elementi con sapienza ed ironia, attivando una riflessione sul sistema socio-economico della produzione di massa. L’esposizione, visitabile fino al 24 giugno, si sviluppa sui tre piani dell’edificio storico, giocando con le sue architetture ed evitando il confronto diretto tra le opere dell’artista e i manufatti africani (sculture funerarie, figure propiziatorie, strumenti musicali, sgabelli, maschere, monete, tutte risalenti al XIX e XX secolo). La proposta espositiva restituisce l’incanto e l’atmosfera dell’arte tribale che era parte costitutiva dell’immaginario dell’artista. Di assoluto rilievo è anche il progetto allestitivo che pone in relazione tra loro tutti i lavori di Pascali – alla maniera dell’artista – come se ciascuno di essi potesse “attivare” l’altro in una sorta di energica trama narrativa, dalle rinnovate soluzioni di forma e di segno. Al piano terra è presentata una selezione inedita di “finte sculture”, strutture leggere di legno e tela dipinta, dai profili fortemente riconoscibili, che giocano con il concetto di scultura imitandone i materiali. Animali ed elementi naturalistici si incontrano a formare scenografie favolistiche: due cigni, un pellicano, un serpente, uno scoglio, qualche bambù e un bucranio – motivo ornamentale architettonico dell’età antica che riproduce un cranio di bue – dimostrano la particolare attenzione dell’artista nei confronti della mitologia e del racconto popolare. Pur non essendo mai stato nel continente africano, Pascali era attratto da quella cultura animista fatta di energie ancestrali: era affascinato dall’essenza primitiva dell’essere in comunione con i cicli vitali della natura e proprio come uno “sciamano” mediava tra questa e l’incalzante produzione industriale in serie. Al primo piano, nelle due sale principali sono allestite 6 opere che ben si inseriscono nel ciclo della Ricostruzione della natura, iniziata nel 1967. Liane (1968), un grande fungo peloso (Pelo/Contropelo, 1968), un imponente cesto di lana di ferro (Cesto, 1968) ed...

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Kandinskij e Fontana in prestito alla Gam da una Fondazione misteriosa.

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Kandinskij e Fontana in prestito alla Gam da una Fondazione misteriosa.

E’ stata inaugurata l’attesa mostra L’emozione dei Colori nell’arte. Indagare l’utilizzo del colore dall’800 a oggi costruendo un percorso molteplice tra memoria, emozione, spiritualità e suggestioni sinestetiche è il tema prescelto per questa ricchissima esposizione ospitata nella sede della Gam di Torino e nella Manica lunga del castello di Rivoli. Quattrocento opere realizzate da oltre 130 artisti pervenienti da ogni parte del mondo. La mostra è curata da Carolyn Christov-Barkagiev, Marcella Beccaria, Elena Volpato e Elif Kamisli, “Un colore che sia una forma di pensiero” è il titolo che ha scelto la direttrice Barkagiev per il testo di presentazione. Le opere provengono da importanti collezioni museali, tra cui il Reina Sofia di Madrid, il MNAM Centre George Pompidou di Parigi, il Paul Klee Zentrum di Berna, Munchmuseet di Oslo, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, la Tate Britain di Londra, la AGNSW Art Gallery of New South Wales di Sidney, la Dia Art Foundation di new York, la Paul Guiragossian Foundation di Beirut, la Fondazione Lucio Fontana di Milano, la Cruz Diez Foundation di Parigi, la Gam e il Castello di Rivoli, prestiti da collezioni private e dalla misteriosa Fondazione F. C. per l’Arte.    Quest’ultima fondazione, il cui acronimo non esplicita il nome e non si riscontra un sito internet di riferimento, ha prestato importanti opere di Vasilij Kandinskij e Lucio Fontana, visibili alla Gam. Le voci, tutte da verificare, parlano di un collezionista di Rivoli, ma senza certezze verificabili, inutile arrischiarsi a fare congetture; quando si pone la domanda le risposte si fanno, vacue, evasive, in pieno stile torinese, dove probabilmente tutti sanno tutto, tranne noi.  ...

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Arte Lungo Dora. Tre nuove installazioni d’arte contemporanea in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua.

Pubblicato da alle 16:34 in .Arte, Economia, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Arte Lungo Dora. Tre nuove installazioni d’arte contemporanea in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua.

Saranno inaugurate in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, il 22 marzo alle 16, le nuove sculture per il giardino Schiapparelli, sul Lungo Dora Savona, all’incrocio con corso XI febbraio, di fronte alla sede della Smat: “Fiati” dell’artista Paolo Grassino (Torino 1967) Genesi di Luigi Stoisa (Selvaggio di Giaveno 1958) e Loto eccentrico di Luisa Valentini (Torino 1954). Il progetto di arte urbana installativa, nasce da un’iniziativa della Smat con il progetto dell’Architetto Silvio Ferrero, già ideatore e promotore di Arte alle Corti, da sempre sostenitore, anche grazie alla sensibilità delle amministrazioni che si sono succedute, della riqualificazione del Lungo Dora come luogo in cui valorizzare le risorse naturali dotandole di infrastrutture, per una fruizione sempre più piacevole e partecipata da parte della cittadinanza. Oggi si aggiungono tre nuove sculture per quello che si riconfigura come un salotto verde di arte contemporanea che Smat, in accordo con la Circoscrizione 7, ha reso di nuovo pienamente godibile per i cittadini allestendo anche un Punto Acqua. Con l’acquisto delle storico palazzo dei Vigili Urbani di proprietà della città di Torino adiacente alla sua sede, Smat si è infatti impegnata, nel corso degli ultimi anni, a riqualificare tutta l’aria circostante. Il primo intervento estetico-urbanistico prende avvio con il restauro della facciata aziendale e dell’ingresso istituzionale di corso XI Febbraio e la risistemazione del giardinetto antistante: qui nel 2007 ha trovato collocazione l’opera unica Fonte Dinamica con l’imponente scultura Cuneo con frecce realizzata dal maestro Arnaldo Pomodoro appositamente per Smat. Gli interventi nell’area circostante proseguono nel 2011, quando Smat prende in carico la manutenzione del Giardino Schiapparelli e commissiona la realizzazione di un murales su una delle pareti che circoscrivono il giardino, agli artisti street–art Wens e Reser del Collettivo Style-Orange. A completamento della riqualificazione dell’area ora trovano spazio le tre nuove sculture dei noti artisti torinesi. Si riporta qui la presentazione del progetto di Angelo Mistrangelo, responsabile della curatela artistica: Arte contemporanea e spazi pubblici, interventi «site specific» e dialogo con l’acqua e il  verde,  costituiscono  alcuni  degli  aspetti  di  «Arte  Lungo  Dora»,  del  «viaggio» intorno alla cultura visiva attraverso una ricerca intensa e intensamente elaborata da Paolo  Grassino,  Luigi  Stoisa  e  Luisa  Valentini,  con  l’assistenza  di  tre  allievi dell’Accademia Albertina, rispettivamente Stefano Scaiola, Simone Scardino e Luca Mollo, che ha trasformato il Giardino Schiapparelli in un museo a cielo aperto. E in questo spazio urbano tra la Dora e il Palazzo della SMAT, si entra in diretto contatto, secondo il progetto espositivo di Silvio Ferrero, con l’installazione «Fiati» di Paolo Grassino, composta da due sorprendenti e singolari cervi in ferro (con smaltatura color canna di fucile), che diventano «parte integrante  del  paesaggio»  e  della natura.  E i suoi simbolici cervi erano anche l’’immagine centrale della mostra «Contaminazioni», curata da Guido Curto alla Pinacoteca Albertina. Osservando la scultura «Genesi» di Luigi Stoisa, realizzata in bronzo e pietra di Luserna, si coglie il senso del suo «discorso sullo spazio», come sottolinea Giorgio Verzotti, e la strenua energia delle due forme-figure che prepotentemente emergono dalla materia. Una materia in cui «positivo e negativo» esprimono «un perpetuo e infinito vivere», in una dimensione tra riflessione e interiore visione. Con l’acciaio inox, Luisa Valentini ha «costruito» la scultura «Loto eccentrico» che «ricorda un albero rovesciato», dove «al suo culmine è  sbocciato  un carnoso e sensuale  fiore di  Loto». Un fiore sospeso e ...

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GRGLT: Nuovo spazio per Giorgio Galotti a Torino

Pubblicato da alle 15:41 in .Arte, Mostre, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

GRGLT: Nuovo spazio per Giorgio Galotti a Torino

La nuova sede della galleria in Via Beinasco 16, non lontano dalla galleria Noire e dal Museo Fico, nella Barriera più sperimentale e attiva, diventa occasione per Giorgio Galotti per aggiungere un nuovo capitolo alla sua storia di giovane gallerista propositivo e atipico, a partire dal nome della galleria e dalle voci del sito, di sole consonanti. Galotti si è spostato da Roma a Torino nel 2013 scegliendo questa città per le potenzialità di centro legato a doppio filo all’arte contemporanea nelle sue matrici storiche e allo stesso tempo aperto alle suggestione europee e internazionali: il suo arrivo è stato immediatamente notato e apprezzato per la originalità e la coerenza delle proposte, tanto da guadagnarsi l’invito tra le nuove proposte in Artissima 2015. Con una certa irrequietezza che lo porta costantemente a sperimentare e a verificare le proprie energie creative nel 2016 Giorgio ha alzato il proprio livello di rischio promuovendo la fiera DAMA a Palazzo Saluzzo Paesana, 10 giovani gallerie internazionali (inclusa la sua) che sotto la curatela di Domenico de Chirico si sono relazionate con gli spazi barocchi e neoclassici del Palazzo con progetti site specific e programmi performativi.     Il successo di questa nuova proposta, dialogo diretto tra artista galleria e curatore in un spazio complesso, interessante ibrido tra una mostra attentamente curata e una fiera con obbiettivi commerciali ma espressi attraverso nuovi canoni comunicativi, ha condotto Giorgio Galotti a riproporre la seconda edizione della fiera con simili caratteristiche, anche se le sale di Palazzo Saluzzo Paesana risultano già insufficienti per le molte richieste arrivate. Persino lo spazio di Via Beinasco nasce con un visione che supera le consuetudini espositive: ex garage di 70 mq dalle forme essenziali e pulite nel suo geometrismo rigoroso, è aperta solo su appuntamento e si propone più come un laboratorio-studio neutro, con cui ogni volta gli artisti devono relazionarsi, ambiente con sue caratteristiche pregresse da adattare ogni volta alla creatività dell’artista. Un luogo che diventa totalmente di quest’ultimo, nel quale il visitatore viene accolto con un’attenzione particolare. Lo inaugura, fino al 30 aprile, l’artista polacco Piotr Skiba, che già aveva partecipato a DAMA proprio con Giorgio. Come è nata l’idea di questa nuova galleria? Desideravo sperimentare uno spazio diverso che mi permettesse anche essere più autonomo, viaggiare, raggiungere gli artisti nei loro studi, partecipare alle fiere e promuovere attivamente il loro lavoro…la nuova galleria sarà un luogo abitato solo dalle opere, priva di una zona ufficio, quindi tutto il lavoro sarà dove mi troverò io e gli artisti. Oltretutto essendo romano sono stato sempre molto affascinato dalla figura del gallerista Fabio Sargentini, che per me rimane esempio insuperato di gallerista italiano veramente di rottura, che ha anticipato scelte di diverse decenni, immaginando spazi nuovi, lontani da ogni canone, di pura sperimentazione. Ho cercato uno spazio rettangolare, pulito: ho mandato le immagini ancora da ristrutturare a tutti gli artisti con cui collaboro, e sono stati tutti entusiasti: mi piace l’intensità di dialogo che si è creata con loro.   Hai scelto di inaugurare con Pior Skiba… Si, Piotr Skiba (1980, Wroclaw -PL) è l’artista che avevo presentato in occasione di Dama lo scorso novembre. Piotr presenta un intervento site specific composto da un’installazione di grandi dimensioni, all’apparenza un tessuto che si dipana al centro della galleria, in realtà realizzato con...

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La Fondazione Merz: “da semplice luogo espositivo a complessa piattaforma creativa”.

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La Fondazione Merz: “da semplice luogo espositivo a complessa piattaforma creativa”.

In conversazione con la Presidente Beatrice Merz. La Fondazione Merz nasce a Torino nel 2005, in onore di Mario Merz, come centro d’arte contemporanea, nel quale ospitare mostre, eventi, attività educative e condurre interventi di ricerca e approfondimento sull’arte. E’ presieduta da Beatrice Merz, che si avvale della collaborazione di un comitato scientifico internazionale composto da Frances Morris (Direttore della Tate Modern, Londra), Vicente Todolí (Direttore artistico dell’Hangar Bicocca, Milano), Richard Flood (Director of Special Project & Curator at Large, New Museum of Contemporary Art, New York) e Mariano Boggia (Responsabile della Collezione Merz). In Fondazione si alternano mostre dedicate a Mario e Marisa Merz a confronto con progetti site-specific di artisti nazionali e internazionali, invitati a confrontarsi con l’affascinante spazio architettonico della Fondazione – si tratta di un’ex-centrale termica delle Officine Lancia risalente agli anni Trenta – e con il suo contenuto. Particolare attenzione è anche dedicata alle espressioni dell’arte più “giovane”. L’assetto museale della Fondazione contempla un Dipartimento Educazione, che promuove la conoscenza dell’arte contemporanea attraverso visite guidate, laboratori e seminari di approfondimento, una Biblioteca specializzata in storia e critica d’arte moderna e contemporanea e l’Archivio Mario Merz, in cui è custodita tutta la documentazione relativa all’artista ed alla sua opera. Siamo stati nella sede della Fondazione Merz in Via Limone a Torino e abbiamo rivolto qualche domanda alla Presidente, Beatrice Merz. Il programma 2017 della Fondazione Merz ha inaugurato il 24 gennaio scorso con la mostra personale di Marisa Merz, The sky is a great space al Metropolitan Museum di New York. Si prevede un anno ricco di proposte espositive ed eventi culturali interessanti che avranno sedi differenti in Italia e all’estero. Come nasce questa progettualità e di quali partner si avvale? Dopo dieci anni di attività culturale La Fondazione Merz riconosce e interpreta oggi l’urgenza dell’uscita oltreconfine, dell’incontro e della partecipazione, con l’intenzione di trasformarsi, da semplice luogo espositivo a complessa piattaforma creativa. Quest’idea s’ispira e dà seguito alla modalità di lavoro di Mario Merz, che seppur radicato a Torino, ha sempre avuto un approccio nomade, esperendo nel viaggio nuove occasioni d’incontro e confronto. Tale intenzione è stata avviata nel 2015 con l’istituzione del Mario Merz Prize e con la presentazione del film Al Araba Al Madfuna III dell’artista egiziano Wael Shawky, vincitore della prima edizione del premio a Zurigo, nel giugno del 2016, in occasione di Manifesta 11. Ed è proprio a Zurigo, in Svizzera (ndr. città di origine della famiglia), che la Fondazione sta cercando una seconda sede museale per poter ampliare i propri spazi espositivi e relazionali verso nuovi interlocutori. In riferimento al programma 2017 la retrospettiva di Marisa Merz The sky is a great space è il risultato di una collaborazione scientifica e di ricerca, durata quattro anni, con i musei americani, il Metropolitan Museum di New York e l’Hammer Museum di Los Angeles, che hanno la paternità del progetto. Lavazza, azienda torinese leader nel mercato del caffè e con un’estrema sensibilità per le istanze dell’arte contemporanea, ha sostenuto questo progetto espositivo e sarà partner e sponsor d’eccellenza delle ulteriori iniziative della Fondazione, che nel prossimo triennio, includano opere di Mario e Marisa Merz in ambito internazionale. Tutta la programmazione del 2017 nasce quindi all’insegna del dialogo e della collaborazione con realtà e partner diversi nella direzione di un confronto allargato su più...

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Coppel migliora la tua vita. Alla Fondazione Sandretto Life Word, la fotografia al suo meglio.

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Coppel migliora la tua vita. Alla Fondazione Sandretto Life Word, la fotografia al suo meglio.

  Coppel è un’azienda commerciale messicana con centinaia di punti vendita. Smerciano abbigliamento uomo e donna, scarpe, prodotti elettronici, smartphone, fotocamere e tanta altra roba a prezzi competitivi, pure con finanziamenti un po’ a chiunque e persino con la consegna a domicilio gratuita. Ha filiali anche in Brasile e Argentina. Il loro slogan è “Coppel mejora tu vida” (Coppel migliora la tua vita). Una specie di ipermercato dei balocchi insomma, uno dei tanti della globalizzazione contemporanea. In pratica i loro profitti arrivano dalle masse di consumanti (ché ormai la definizione di consumatori è troppo nobile) i quali ogni giorno si indebitano pur di abbuffarsi dell’indispensabile inutile in cui stiamo tutti annegando tra la nascita e la morte. Da questo letame (cit. Fabrizio De André) Isabel e Agustín Coppel riescono comunque a far nascere il fiore di una collezione di fotografia davvero impressionante.   Dal 1990 per tramite della CIAC un’associazione senza fine di lucro (sic) iniziano collezionare i nomi più eclatanti della fotografia nazionale ed internazionale seguendo il loro gusto privato. Con un occhio ai vantaggi fiscali e uno al portafoglio, la loro collezione ormai è di ampiezza e qualità museali. Come tale diventa volano di nuovi business anche intercontinentali. Ecco forse spiegato come sia stato possibile che proprio a Torino, proprio alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, sia caduta la cometa Coppel, con la mostra Life World, inaugurata ieri sera e visitabile fino al 30 aprile prossimo. Si tratta di una selezione di una novantina di autori che spaziano per tutto il Novecento e oltre, da nomi sconosciuti o poco conosciuti fuori dal Sudamerica, fino alle più grandi celebrità del firmamento fotografico internazionale, con una spolveratina curatoriale giusto per levare il sapore di autoreferenzialità estetica che ogni collezione privata porta in se stessa.   L’effetto della serata inaugurale sugli appassionati come me è stato travolgente. Sembrava proprio di entrare nell’ipermercato dei sogni. Non sapevo più dove guardare. Tanta roba, tantissima roba. Una lunga sosta idolatrante davanti a due Lee Friedlander della serie dei televisori, Emozioni forti trattenute a stento davanti a Walker Evans, Stephen Shore, William Eggleston, i coniugi Becher, Thomas Struth e praticamente quasi tutti i grandissimi di cui mi sono occupato nei seminari degli ultimi due anni. Una mostra con delle assenze, con dei pezzi magari non tra i migliori nella produzione dei singoli autori, ma certamente talmente enciclopedica da permettere rinnovate visite con spunti di riflessione, e didattici, sempre diversi. Non c’è che dire. Alla Sandretto va in scena per un paio di mesi la grande fotografia legata all’arte moderna e contemporanea. Qualcosa che qui a Torino manca in una sede permanente e di cui si avrebbe enorme bisogno. Purtroppo le sedi istituzionali più pertinenti o tengono i loro fondi in cantina, come fa la GAM con ciò che resta della infelice Fondazione Italiana per la Fotografia di Luisella D’Alessandro, o non li hanno proprio, come Camera – Centro Italiano per la Fotografia. Paghiamo da decenni il prezzo di non aver voluto semplicemente imitare l’esempio virtuoso del MoMA e del suo Dipartimento di Fotografia, che dal 1940 sostiene, e persino con i suoi geniali direttori inventa, la storia della fotografia internazionale, ovviamente con un occhio di riguardo a quella statunitense. Per ora quindi: Que viva Mexico! 


 Fulvio Bortolozzo   Purtroppo in questo periodo il sito della Fondazione non...

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