.ARTE

.ARTE: il focus sulle mostre del territorio torinese tenuto da Marzia Capannolo, storica dell’arte. Il cartoncino sulla porta è scritto a mano: “Ernesto e Marzia Maison de l’Art”. È in francese, perché l’idea è venuta loro durante un viaggio a Parigi nel settembre del 2012. La porta è quella di una casa privata e, dentro, insieme a Ernesto Morales e a Marzia Capannolo c’è l’arte, in forma di quadri alle pareti, sì, ma anche in forma di parole e di colazione. Colazione, non collezione: brioche, latte, caffè, te, crostate, biscotti, succhi di frutta. L’indirizzo è via XX Settembre numero 1, terzo piano.
Lui è argentino, ma nato a Montevideo, ha 40 anni e dipinge, lavora sulla natura, sulla dimensione onirica e metafisica. Lei è romana, una storica dell’arte. Sono arrivati a Torino nel 2011 per una settimana di esplorazioni e sono rimasti. Prima in corso Belgio, poi in via XX Settembre, dove hanno trovato lo spazio e la luce giusta per portare l’arte nel luogo della vita, in ambiente domestico. E così, a fine settembre 2013, Marzia organizza la sua prima colazione d’arte. Di domenica. Venti persone, dalle 10,30 alle 13,00. È passato un anno e l’avventura continua, ogni quindici giorni. Le persone sono diventate 35-40. Lei invia una newsletter. Tu prenota, paghi 15 euro. E, quando arrivi, sei attirato dal profumo del caffè. Mezz’ora a chiacchierare, degustare e far conoscenza. Poi, alle 11, ci si sposta in sala a seguire le slide e i racconti di Marzia Capannolo su “Crisi di coppia: come evitarla secondo Bellini e Tiziano” o su “Lo straniero sulla terra: Vincent Van Gogh”. I prossimi appuntamenti: 9 novembre, “Caravaggio tra sacro e profano”; 23 novembre, “Immanenza e mutamento: da Ovidio a Francis Bacon”; 14 dicembre, “Artemisia Gentileschi: donna e pittoresca fra uomini e pittori”. Non sono lezioni, sono viaggi: ti prepari, decolli, resti in volo un’ora e mezzo e atterri. Fanno tutto le immagini, le parole e il profumo del caffè.

Valeva la pena di conoscerlo il Comencini Eugenio. Protagonista di una stagione artistica ricca di joie.

Pubblicato da alle 16:11 in .Arte, Mostre, Prima pagina | 0 commenti

Valeva la pena di conoscerlo il Comencini Eugenio. Protagonista di una stagione artistica ricca di joie.

Un gruppo di amici ha deciso di organizzare una mostra per ricordare il lavoro d’artista ma soprattutto l’uomo: Eugenio Comencini. Nato a Savona ma torinese per scelta ha lasciato molti quadri e altrettanti ricordi in coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Nel testo che segue ne emerge un ritratto fedele. Una corposa selezione dei suoi lavori saranno visibili fino al 10 settembre a Palazzo Tovegni di Murazzano, cittadina d’Alta Langa, esposta al sole come i suoi vigneti. Guardando i quadri di Eugenio Comencini  torna alla mente la sua grande personalità, la  fragorosa e contagiosa risata, quella sua straordinaria capacità di stare insieme creando comunità tra  gli amici artisti e non solo. Eugenio Comencini prima che pittore era un Architetto. Aveva studiato  a Venezia e poi a Torino dove si era laureato, per questa ragione  era molto amico di  eccellenti Architetti come Andrea Bruno e Agostino Magnaghi Nella sua  pittura, influenzata anche dai suoi studi, risulta evidente l’uso appropriato dei colori, il disegno, la prospettiva, il richiamo e il confronto con i maestri del passato da Correggio, Caravaggio e Mantegna. Così come nei quadri affiorano elementi che riconducono alle sue origini liguri, ma anche  alla spazialità torinese e ai paesaggi piemontesi. I cieli azzurri, il mare e le montagne liguri, gli aerei e le mongolfiere, il rosso del vino delle  Langhe e del  Roero,  le trasparenze luminose dell’Erbaluce di Caluso che lo hanno reso famoso e ricercato tra i migliori produttori di vino. Gli stessi che gli commissionavano le sue etichette d’artista per eventi particolari e lui con il suo tratto veloce, acuto e leggero sapeva sempre trarre “lo spirito” giusto per ogni prodotto. L’amore per la giustizia sociale lo aveva portato a incontrare e confrontarsi con gente come  Camillo De Piaz  e Davide Maria Turoldo, Maurizio Corgnati che lo invitava con regolarità nella sua casa e gli aveva chiesto di realizzare opere per il MACAM, il suo meraviglioso Museo di Arte Contemporanea all’Aperto di Maglione Canavese  La mostra di Eugenio Comencini a Murazzano, in Palazzo Tovegni – incantevole edificio storico che, di anno di anno, si connota sempre più come luogo che accoglie  l’arte del nostro tempo per rendere evidente il connubio tra passato e presente, natura e cultura, storia e contemporaneità –  nasce  dal desiderio di godere di quel particolare punto di vista dove lo sguardo  spazia dalla Liguria fino a Torino. Il  luogo ideale per presentare una selezione delle opere di Eugenio Comencini. L’artista che, fuori dai sentimentalismi e dalle retoriche, ha ritratto bambini, adulti, bagnanti, ciclisti, operai, contadini, cacciatori, danzatori, soldati, aeroplanini, mongolfiere e innumerevoli altri soggetti che sono da intendersi come elementi o tasselli di un unico,  vivace e raffinato puzzle figurativo di Eugenio. Un mondo solo a colori  creato con una inconfondibile tecnica pittorica: ironica,  poetica e  gioiosa. Tele intrise della stessa joie de vivre che ha connotato le opere dei colleghi pittori nel sud della Francia. Artisti come  Matisse e Legér, con quest’ultimo Comencini aveva in comune anche l’impegno sociale e il rispetto  verso il lavoro e i lavoratori. Dopo le mostre di pittura e fotografia di Antonio Carena e Daniele Fissore, Dario Lanzardo, Antonio Crescenzo, Franca Chiono e del Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli che ha avviato tutto il progetto di avvicinamento all’arte contemporanea con la Città e la Comunità Murazzano e...

Continua

Svasti. Il nuovo progetto di Filippo di Sambuy per rigenerare un simbolo antichissimo de sole.

Pubblicato da alle 12:23 in .Arte, galleria home page, Mostre, Spettacoli | 0 commenti

Svasti. Il nuovo progetto di Filippo di Sambuy per rigenerare un simbolo antichissimo de sole.

Svasti, il nuovo progetto di Filippo di Sambuy a Cortona rigenera la svastica, famigerato emblema e simbolo antichissimo del Sole. La Natura è un tempio dove incerte parole mormorano pilastri che sono vivi, una foresta di simboli che l’uomo attraversa nei raggi dei loro sguardi familiari (…)   I primi celebri quattro versi di Correspondance da Les Fleurs du Mal di Budelaire si adattano in modo suggestivo alla pratica artistica del torinese -ma romano di nascita- Filippo di Sambuy, la cui ricerca da anni si focalizza sulla semiologia dei simboli ancestrali, emblemi, esoterismo e archetipi, in particolare quelli legati allo spirito e al sacro. Il media utilizzato per dar voce a quest’ultimi è inusuale e di sicuro impatto, installazioni pavimentali di grandi dimensioni realizzate con migliaia di sassolini in graniglia di marmo colorato disposti pazientemente sulla griglia di un disegno progettato, collocate in luoghi di fruizione pubblica, dove il fatto di essere calpestabili le destina ad essere effimere. L’ultimo grande progetto in ordine di tempo, visibile sino al 1 ottobre, è l’installazione Svasti, ideata con la collaborazione di Andreina d’Agliano, Presidente del Museo della Ceramica di Mondovì per la piazza del Duomo di Cortona, fortemente voluta dal Comune e realizzata grazie al fondamentale sostegno di Paola Butali, collezionista e ideatrice di Arte Cerreta, dove Filippo realizzerà a breve un’installazione site-specific. Arte Cerreta è uno splendido parco di sculture dell’Azienda agricola Cerreta, non lontana dal lago Trasimeno, finalizzato per esaltare in chiave contemporanea il binomio tra Arte – Natura. L’intervento di Filippo di Sambuy include una mostra con i disegni preparatori e altri progetti di opere pavimentali ospitata nel Museo diocesano del Duomo a cura di Liletta Fornasari, in un dialogo cromatico con le opere esposte, tra tutte le splendide opere del più grande artista cortonese, Luca Signorelli, L’Annunciazione, Il Compianto sul Cristo Morto e La Comunione degli Apostoli. In particolare un’opera di Sambuy, collocata al centro della sala Signorelli, sembra convogliare e sprigionare energie che si irradiano verso le opere d’arte alle pareti. Svasti nasce dalla volontà dell’artista di ridisegnare il moto rotatorio originale, espansivo e solare della svastica, che per oltre un secolo è stata percepita dal nostro immaginario collettivo come simbolo di orrore e violenza. Come dichiara l’artista: “Intuitivamente ho sempre desiderato ridisegnare il moto rotatorio originale ed espansivo della svastica, che per oltre un secolo è stata percepita dal nostro immaginario come simbolo di orrore e violenza. Ruotare la svastica e ridarle una nuova immagine, significa restituirle la sua simbologia originaria di benessere. Non c’è dubbio che verso questo magnifico simbolo spirituale sussista una naturale avversione e che sia estremamente arduo liberarlo dalla censura in cui il pensiero occidentale lo ha relegato, da oltre un secolo. Ho ridisegnato dunque una svastica molto stilizzata e aperta, ispirata ad un antico manoscritto che vorrei utilizzare per realizzare un pavimento in graniglia di marmo. L’iniziazione di questo progetto si è svolta a Benares, in India, il 2 marzo 2017 con una cerimonia di purificazione del simbolo da me disegnato per essere riutilizzato come un’opera artistica. Prendendo spunto dalla simbologia indiana, vorrei che la svastica si trasformi, attraverso questo progetto, in un’immagine che abbia la forza di evocare qualcosa di profondo ed interiore. L’immagine di una condizione vitale che trascenda l’intelletto, convogliando e liberando energie. Ruotare la svastica significa restituire ad...

Continua

La pittura: magnifica ossessione. Ricognizione nello studio del pittore Salvatore Zito.

Pubblicato da alle 11:43 in .Arte, DOXA segnalazioni, galleria home page, Pagine svelate | 0 commenti

La pittura: magnifica ossessione. Ricognizione nello studio del pittore Salvatore Zito.

  La conversazione con Salvatore Zito, pittore dal curriculum importante e decennale, avviene nel suo studio di Via Po, sapientemente disordinato, ed è occasione per presentare il catalogo NICECREAM (più di 150 interpretazioni pittoriche dello stick, il gelato da passeggio, un leit-motiv che è diventato un suo marchio di fabbrica, variazione su un tema di grande successo) attualmente esposto nella vetrina della libreria Luxemburg, che racchiude gli ultimi vent’anni della sua ricerca. Del suo lavoro scrive acutamente Gianni Vattimo, negando l’aspetto immediatamente giocoso e innocuo del soggetto in questione, e in generale della sua pittura decisamente empatica: “Niente di tranquillizzante, niente di pacificamente ritornante su di sé, ma turbamento e un certo effetto di inquietudine decisamente provocatoria. Saranno questi coccodrilli, visti in forma di gelato, gli annunciatori di un mondo “altro”, preoccupante ma minaccioso solo entro il limite tollerabile del gioco, come si addice a ciò che rimanda all’arte e non “salta” risolutamente nel terreno della vita?” Uno sviluppato senso estetico (ma anche per il divertissment, la metafora, un ironico distacco) per Salvatore permea tutto il quotidiano, dal cibo agli oggetti e persino alle persone di cui ama circondarsi. La vocazione alla pittura è vissuta come contemplazione, una Dea esigente e al contempo generosa, che richiede una dedizione silenziosa, tempi dilatati, passione senza compromessi. Condizioni che fanno tremare i polsi degli animi fragili, e misurarsi con la difficile arte dell’equilibrio che troppa solitudine può compromettere.   La pittura dunque come strumento per accedere alla Bellezza, per migliorare e migliorarsi, in un percorso di auto-analisi che non indulge a facili assoluzioni: dipingere è compiere un eterno autoritratto, è specchio implacabile dello stato d’animo, è auto-terapia e citazione, riflessione e istinto. È se stessi e al contempo altro da sé, sino ad assumere i contorni di qualcosa che più non ti appartiene, perché fa parte di un universo di forme e colori che andranno ad emozionare qualcuno che nulla sa di te, ma che a te sarà legato. La magia che solo la pittura, quella vera, sa donare. Una pittura, quella di Zito, ludica, malinconica, sincera, tecnicamente sapiente. Salvatore, ci parli di questo tuo libro? E’ un libro d’artista (ci sono copertine diverse che si alternano) dedicato agli stick, volutamente senza sottotitoli. Sono più di 150, raggruppati per tipologia, da quelli vegetali (di cui molti spinosi, con gli aculei, a ricordare l’aggressività insita nella natura) a quelli animali, a quelli ludici, al tema gastronomico, al tema dedicato alla nostra città che ha dato vita al progetto “I Love Torino”… Gli stick sono i “pinguini” da passeggio (così il loro primo nome dello storico gelataio torinese -Pepino- che li ha inventati): l’applicazione della metafora, insieme all’ossimoro, permette di sviluppare un racconto, una nobile ossessione, più che un multiplo di derivazione pop-art. In fondo il gelato con lo stecco è nato un secolo prima della pop-art, con cui può esserci qualche contaminazione, ma non un rapporto diretto. Il mio primo stick è del 1997, ed è entrato in un discorso di scomposizione su grande scala di pieni e di vuoti, affiancato da un’installazione di stick tridimensionali, in scala 1:1, monocromi. Il primo dipinto aveva invece una veduta di Torino e successivamente alcuni sono anche sagomati ad evocare architetture, come la Mole.Dopo l’esperienza di pittura legata ad una certa idea di classicità, sentivo l’urgenza di lavorare...

Continua

Una “bollente” delusione la mostra di Marc Chagall ad Acqui Terme.

Pubblicato da alle 15:05 in .Arte, galleria home page, Mostre, Spettacoli | 0 commenti

Una “bollente” delusione la mostra di Marc Chagall ad Acqui Terme.

Ampiamente pubblicizzata sui mezzi di informazione e sventolante con labaro a tutti i lampioni della bella cittadina di Acqui Terme la mostra Marc “Chagall I colori dei sogni” è un autentico bluff. Ospitata presso il Palazzo Liceo Saracco rimarrà visibile fino al 3 settembre e, quello che si vede alle pareti è effettivamente il problema principale; problema su cui deve aver volteggiato con allegra leggiadria il curatore Adolfo Francesco Carozzi, architetto con interessi artistici e studio in città. Malgrado la gentilezza e la disponibilità del personale unita a quella di giovani studenti che elargivano qualche ragguaglio sulle opere non c’è giustificazione nel costo fuori controllo del biglietto: 10 euro con sconto di 2 euro per i titolari di abbonamento musei, soprattutto per l’ingente presenza di sponsor privati e il sostegno economico della Regione Piemonte. Brucia, come l’acqua della famosa fonte la Bollente, simbolo e attrazione di Acqui, a chi risponde al richiamo delle opere di un grande artista il non trovare i quadri meravigliosi di Chagall ma delle scontate litografie e delle acqueforti.  Belle anche queste, appartenenti a un ciclo denominato The story of Exodus, altre dedicate al dramma la Tempesta di William Skapeskeare, tutte in bianco e nero. Il ciclo “Les atelier de Chagall” composto da 24 lito e xilografie erano invece stampate a colori e rimandavano all’intera produzione del maestro di Vitebsk. Per carità, qualche opera vera, molto minore, era presente, immersa nell’acquario viola penitenza della mostra. Un olio su cartone dal titolo “Le Rêve”, una piccola tempera su masonite, un’opera su carta, un pregevole quadro costruito con un raffinato collage e ben due terracotta dipinte. Insomma meno del minimo sindacale per una mostra che pare voglia celebrarsi con un annullo filatelico. I colori dei sogni sono rimasti solo un sogno, per ammirare la forza dirompente e poetica di Chagall  si dovrà andare altrove.  ...

Continua

Chiude la mostra dedicata alle emozioni dei colori esposta alla Gam e al Castello di Rivoli

Pubblicato da alle 12:12 in .Arte, Mostre, Notizie, Prima pagina | 0 commenti

Chiude la mostra dedicata alle emozioni dei colori esposta alla Gam e al Castello di Rivoli

  I hear in colour, I see in black and white… Quando Ronnie Wood, il batterista dei Rolling Stones scrisse Ain’t Rock and Roll, pensò sicuramente alle sue due passioni predominanti: la batteria e la pittura, la musica e i colori. Niente di più lontano o vicino, dipende dai punti di vista, niente di più astratto e concreto. In perfetta sinestesia, niente di più vero. Niente di più completo. I colori come la musica sviluppano una metafora, indicano una chiave di lettura, percepiscono le caratteristiche essenziali e immutabili della vita. Hanno un loro particolare linguaggio autonomo. La forza espressiva dei colori crea collegamenti sensoriali astratti, dimensioni di pura sensibilità, paesaggi emotivamente profondi e intensi, riflessioni comunicative interiori e partecipate. Il colore, come la vita, nell’animo di chi lo percepisce è ricchezza, gioia, allegria, passione. Amore. L’emozione dei colori nell’arte è una mostra organizzata in due sedi: GAM, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea e Castello di Rivoli, Museo d’Arte Contemporanea.  400 opere d’arte realizzate da oltre 130 artisti di fama internazionale, che hanno avuto il pregio e il privilegio di reinventare personalmente i significati dei colori attraverso le forme, l’astrazione, il volume, il pensiero. Sfumature ed esperienze sinestetiche, spirituali e psichedeliche, che si intrecciano con la singolare percezione della luce e delle varietà cromatiche o monocromatiche. Klee, Kandiski, Worhol, Fantana, Matisse, Klint, Blanck, Munch, Delaunay, Boetti, Hirst sono solo alcuni degli artisti presenti con le loro opere nella mostra collettiva. Un’esplosione di umanità inconsueta, che permette ai visitatori di immergersi nell’uso del colore attraverso svariati punti di vista: filosofico, neuroscientifico, antropologico, biologico, astratto. Gli artisti attraverso la loro personalissima prospettiva evidenziano gli aspetti insondabili e inespressi dell’animo umano e ogni forma acquista valenza e valore nello spettatore, che non si stanca di osservare in silenzio le tele e i capolavori eterni e di sviluppare una comunicazione espressiva più intensa e vera con l’arte. Un’esperienza soggettiva che diventa un percorso riflessivo di conoscenza del colore. Il colore, attraverso le opere esposte non è più soltanto un fenomeno fisico, ma una sensazione, un simbolo, un potere. Quello del tempo che rimane, per meditare e ricominciare a stupirsi. Una mostra, dunque, esemplare, di valore indiscusso, che sviluppa emozioni profonde, soprattutto quando la luce interagisce con la materia e il sistema visivo umano, attraverso lo stimolo e la percezione dei colori cerca di raggiungere l’infinito. Maria Giovanna Iannizzi...

Continua

Ultimi giorni per essere a FLAT: la prima fiera in Italia dedicata all’editoria d’arte.

Pubblicato da alle 11:48 in .Arte, DOXA segnalazioni, galleria home page, Innovazione, Mostre | 0 commenti

Ultimi giorni per essere a FLAT: la prima fiera in Italia dedicata all’editoria d’arte.

Torino come New York: FLAT  Fiera Libro Arte Torino, la prima fiera internazionale in Italia dedicata all’editoria d’arte.   Quest’anno, nella prima settimana di novembre, un nuovo evento si aggiungerà alla settimana dell’arte contemporanea torinese. Si tratta di FLAT – fiera libro arte Torino, che per la prima volta in Italia, fornirà un focus sulla cultura del libro d’artista, pratica d’eccellenza, ancora poco valorizzata presso il grande pubblico, ideatori e fondatori di FLAT sono Chiara Caroppo, Beatrice Merz e Mario Petriccione.   Il 20 di luglio terminerà la possibilità di aderire alla fiera che darà l’opportunità ad ogni partecipante di presentare un progetto editoriale per il Premio FLAT – Fondazione Arte CRT: il progetto selezionato verrà realizzato nel 2018 con il sostegno di Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT. Abbiamo incontrato i tre direttori artistici di FLAT  per entrare nel vivo dell’iniziativa. Com’è nata l’idea di FLAT – Fiera Arte Libro Torino? Avete pensato ad un modello di riferimento in particolare? Il progetto è nato osservando la crescita e il successo di eventi come le Art Book Fairs di New York e Los Angeles, di Londra, Parigi e Berlino, che testimoniano la vitalità di un ambito di ricerca che negli ultimi anni ha registrato anche in Italia un interesse sempre più forte da parte di artisti, collezionisti, studiosi o semplici appassionati.   Pensiamo che FLAT possa diventare un ulteriore elemento del sistema di Istituzioni, musei e gallerie che fa di Torino un modello nella valorizzazione dell’arte contemporanea. La sua vocazione specifica e il pubblico a cui fa riferimento ne determinano la collocazione nell’ambito della settimana che Torino dedica all’arte contemporanea, a completare strategicamente il panorama degli eventi artistici e culturali della Città con un progetto originale e innovativo. Quali sono gli obiettivi della fiera? Intervenire in maniera efficace sulle criticità della distribuzione libraria, favorendo soprattutto la promozione diretta del libro, riconoscendone l’importante ruolo di tramite per la conoscenza e la diffusione dei linguaggi artistici contemporanei. Quale sarà l’elemento distintivo di FLAT? Sicuramente il ricco programma culturale che affiancherà la fiera: due mostre e una serie di conversazioni e di incontri con artisti e grandi protagonisti del panorama nazionale e internazionale, che offriranno l’occasione per riflettere sullo stato dell’editoria d’arte, sulle pratiche e le tematiche legate alla cultura del libro d’artista. Inoltre il debutto di FLAT è caratterizzato da due significative iniziative sostenute dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT: l’istituzione del Premio FLAT – Fondazione Arte CRT – assegnato ad un progetto editoriale individuato nell’ambito della fiera, da realizzare l’anno successivo – e l’istituzione del Fondo Giorgio Maffei – dedicato al grande bibliofilo e collezionista di libri rari sulle arti del ‘900 –  per raccogliere una serie di acquisizioni presso la GAM – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. Quando e dove avrà luogo? Come si articolerà? Come verranno individuati gli espositori per questa prima edizione? La prima edizione si svolgerà dal 3 al 5 novembre 2017 negli spazi di Palazzo Cisterna, 2.000 metri quadrati nello storico edificio sei-settecentesco situato nel centro cittadino ed ospiterà circa 45 espositori, selezionati da un comitato scientifico internazionale sulla base della qualità e dell’originalità delle loro proposte editoriali, per dare vita a uno spazio dove promuovere il meglio della produzione di cataloghi di mostre, monografie, saggi, libri d’artista, edizioni rare, out of print...

Continua

La grafia fotografica di Franco Fontana a Palazzo Madama nella mostra “Paesaggi”.

Pubblicato da alle 17:09 in .Arte, Economia, galleria home page, Mostre | 0 commenti

La grafia fotografica di Franco Fontana a Palazzo Madama nella mostra “Paesaggi”.

Apre oggi nella corte medievale di Palazzo Madama a Torino una mostra fotografica di Franco Fontana. Si tratta di 25 stampe di medie e grandi dimensioni in tiratura limitata, in prevalenza realizzate durante il suo primo periodo (fine anni Settanta, inizio Ottanta) e di proprietà della Unicredit Art Collection. La mostra è curata da Walter Guadagnini, l’attuale direttore di Camera – Centro Italiano per la Fotografia, che come responsabile delle acquisizioni di fotografia d’arte Unicredit fu colui che scelse le stampe ora in mostra.  Si tratta quindi di un’operazione di valorizzazione pubblica di una collezione privata, con i facilmente comprensibili vantaggi economici sul capitale investito, che possono poi eventualmente essere messi a frutto nelle aste di settore. L’allestimento, pur ben curato, è in realtà recuperato da mostre precedenti e non mi risulta che sia stato stampato un catalogo. Come corollario della mostra, che chiuderà i battenti il 23 ottobre prossimo, sono previsti incontri e altri appuntamenti didattici. Le stampe esposte, alcune delle quali risentono di una non perfetta conservazione, presentano immagini ben conosciute e altre meno delle serie sui paesaggi, compresi quelli urbani. La tesi curatoriale di fondo, espressa anche in conferenza stampa, è che Fontana sia uno dei primissimi pionieri del colore nella fotografia artistica a livello non solo nazionale. L’ardito accostamento implicito a personaggi del calibro di un William Eggleston o Stephen Shore non mi appare però per nulla convincente. Per l’esperienza diretta che ne ebbi all’epoca, Franco Fontana ebbe un successo immediato nel piccolo mondo antico della fotografia amatoriale italiana, ancora attardata su modelli neorealistici o di purismo accademico, rigorosamente in bianco e nero, proprio per l’uso, quasi blasfemo, delle diapositive a colori, allora pensabile solo in campo commerciale, accompagnate da audaci scelte tecniche – la grana grossa, gli alti valori ASA/DIN, la sottoesposizione, la saturazione delle stampe in Cibachrome, le lunghe focali usate a mano libera con il conseguente micromosso, ecc.-. Il tutto conduceva a fotografie poco fotografiche e molto grafiche che nell’esaltazione dei colori industriali dell’epoca trovavano il loro punto di forza. A dare una mano di coerenza erano richiami formali ad esperienze pittoriche degli anni Cinquanta, già abbondantemente esaurite e storicizzate nei tardi Settanta. Non fu Franco Fontana quindi a portare il colore della fotografia all’arte, ma il suo caro amico Luigi Ghirri, che aveva assorbito e ripreso le lezioni concettuali contemporanee, anche se il cosiddetto mondo dell’arte italiana ha finito per accorgersene davvero, con grave ritardo culturale, solo nel volgere del Millennio. Detto questo, se Fontana piace, e non vedo perché non dovrebbe, saranno otto euro spesi bene. Diversamente, investirli in qualche monografia a lui dedicata sarebbe forse persino meglio. Fulvio Bortolozzo http://borful.blogspot.it Palazzo Madama  Piazza Castello, Torino www.palazzomadamatorino.it Orario lun-dom 10.00-18.00, chiuso il martedì. La biglietteria chiude 1 ora prima Tariffe Biglietto mostra: intero 8 euro, ridotto 5 euro Biglietto mostra+museo: 15 euro Gratuito minori di 6 anni, possessori di Abbonamento Musei Torino Piemonte e Torino + Piemonte...

Continua

Ritorna a guardarci, con burbera ruvidezza, Leonardo Da Vinci. Sosterremo lo sguardo ?

Pubblicato da alle 12:04 in .Arte, DOXA segnalazioni, Eventi, galleria home page, Mostre | 0 commenti

Ritorna a guardarci, con burbera ruvidezza, Leonardo Da Vinci. Sosterremo lo sguardo ?

Un uomo canuto, con capelli e barba lunghi, ma con ampia stempiatura, dallo sguardo corrucciato che gli conferisce un’espressione severa: è l’intensa immagine, tratteggiata a sanguigna, che identifica in tutto il mondo il celebre pittore, scienziato e ingegnere fiorentino. Dal 7 luglio al 15 settembre alla Biblioteca Reale di Torino il celeberrimo autoritratto di Leonardo Da Vinci ritorna a guardarci, con burbera ruvidezza, dal suo profondo e restaurato supporto cartaceo, 33,5 x 21,6 cm di assoluta e sanguigna autorevolezza.  Disegnato intorno al 1515 probabilmente durante il suo soggiorno francese, la testa calva in sommità si contrappone alla folta barba e alla sopracciglia pesanti da cui uno sguardo, appena virato a destra impone reverenza per sapienza ed età. L’espressione corrucciata, così predittiva di quello che avrebbe visto secoli dopo, si impone quasi come giudizio su di noi che lo osserviamo bramosi di carpirne l’unicità e il genio; figlio di un’epoca ancora troppo accorta e severa per definire “creativo” chicchessia, fosse anche Leonardo in persona.  Questo disegno dal tratto senza paragoni emana una rassegnata pietas, intesa come  l’insieme dei doveri che l’uomo ha sia verso gli uomini, sia verso gli dei; affascinato dal neoplatonismo unì arte e scienza divenendo l’emblema del Rinascimento. Osservare da vicino, nel buio necessario a non intaccare il disegno, l’autoritratto è un viaggio fatto di orgoglio nazionale e impaccio, pudore e pentimento per quel poco che si è, per quel poco che si è saputo fare e diventare a livello individuale e soprattutto come paese. L’esposizione è anche l’occasione per i Musei per dare il via alle celebrazioni che nel 2019 ricorderanno Leonardo a cinquecento anni dalla sua morte, una tappa di avvicinamento attraverso la quale si intende valorizzare e approfondire il contesto all’interno del quale si muoveva il Maestro. In mostra inoltre una selezione di oltre quaranta disegni italiani del ‘400 e del ‘500, corrispondenti ad altrettanti artisti citati da Giorgio Vasari nelle sue Vite, vero e proprio fil rouge dell’esposizione. Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori di Giorgio Vasari, pubblicate in una prima edizione nel 1550 e poi in forma definitiva nel 1568, costituiscono un fondamentale vademecum per la conoscenza dell’arte italiana fino al Cinquecento e un imprescindibile modello per la storiografia artistica. A Vasari, architetto e pittore al servizio del granduca di Toscana Cosimo de’ Medici, si deve la codificazione di molti concetti che oggi diamo per scontati: il ruolo delle tre arti ‘maggiori’ (architettura, scultura e pittura), la periodizzazione storico-artistica per cronologia e per scuole, la visione evolutiva del Rinascimento italiano che raggiunge il suo culmine con Michelangelo, il concetto di Manierismo. Nell’introduzione alle Vite, Vasari definisce il disegno “padre delle tre arti nostre, architettura, scultura e pittura”, che “procedendo dall’intelletto, cava di molte cose un giudizio universale, simile a una forma o vero idea di tutte le cose della natura”. I disegni esposti in mostra illustrano questa fondamentale unità dell’espressione artistica, al di là delle epoche e delle scuole regionali. Due sono le edizioni antiche delle Vite custodite nella Biblioteca Reale: la prima è un esemplare di quella stampata a Firenze da Lorenzo Torrentino nel 1550. Più tardi, nel 1568 Vasari diede alle stampe l’edizione giuntina, ampliata, corretta e aggiornata con l’inserimento dei ritratti incisi degli artisti: di questa versione la Biblioteca Reale possiede una sontuosa edizione in tre volumi, stampata a Roma...

Continua

Barbara Uderzo per il SeVeC: un workshop sul gioiello alla’Antica Fabbrica di Chiusa Pesio.

Pubblicato da alle 13:32 in .Arte, galleria home page, Innovazione, talenTO | 0 commenti

Barbara Uderzo per il SeVeC: un workshop sul gioiello alla’Antica Fabbrica di Chiusa Pesio.

  La storica dell’arte Andreina d’Agliano, presidente del Museo della Ceramica di Mondovì e responsabile del SeVeC (Seta, Vetro e Ceramica) e Ulderica Masoni, responsabile della comunicazione per il SeVeC hanno introdotto agli studenti dello IED di Torino il corso-workshop sul gioiello contemporaneo che avverrà dal 2 al 10 settembre negli spazi dell’antica fabbrica regia del vetro a Chiusa Pesio, oggi sede del Museo dei Vetri e dei Cristalli. Il SeVeC è un progetto culturale incentrato sulle arti applicate, nato con l’intento di porre in stretta relazione tre musei, il Museo della Ceramica di Mondovì, il Museo dei Vetri e Cristalli di Chiusa di Pesio e il Filatoio di Caraglio, per offrire un prodotto formativo, rivolto soprattutto a giovani talenti del mondo dell’Arte, del Design e della Moda, anche grazie alla stretta collaborazione di artisti affermati.   Nello specifico il workshop di Chiusa Pesio sarà tenuto dalla designer di gioielli Barbara Uderzo, creatrice di gioielli contemporanei e sculture da indossare di fama internazionale, e Patricia Lamouroux, artista nell’arte del vetro a lume, pasta di vetro e smalto. Nell’ambito del corso verranno realizzati da ciascuno studente più anelli partendo da una base in metallo grezza rifinita in modo da accogliere le miniature in vetro fuso, personalizzate in un lavoro individuale con l’aggiunta di piccoli oggetti legati alla storia personale che il singolo studente vorrà raccontare.   Andreina, come hai conosciuto Barbara e perché l’avete scelta per inaugurare i corsi SeVeC ? Barbara mi era stata segnalata dalla storica del gioiello Lia Lenti diversi anni fa, ci eravamo conosciute in una mostra al Filatoio di Caraglio che aveva come tema la rosa e i suoi gioielli mi avevano molto colpito, scultorei e portabili allo stesso tempo. Quando con Patricia abbiamo pensato ai corsi per il SeVeC l’idea era di portare una nuova creatività che non fosse meramente didascalica ma che sottolineasse l’importanza della tecnica e al contempo potesse dare libero sfogo alla espressione del singolo.      La mia speranza e l’obbiettivo di questi corsi è quello di poter dare nuova vita, attraversi giovani creativi, ai luoghi di antica produzione del nostro territorio. Ci tengo a sottolineare che per la prima volta la manifattura del vetro di Chiusa Pesio, in parte oggi ristrutturata, sarà riavviata alla produzione dalla sua chiusura, avvenuta nella seconda metà del 1800. Questo attraverso artisti e mentori di grande professionalità ed empatia come Barbara e Patricia: l’obbiettivo è di creare dunque una nuova comunità di artisti che riprendano le antiche conoscenze del passato coniugandole con le competenze di oggi. Barbara puoi parlarci della tua idea di gioiello contemporaneo e in particolare della tua ricerca? Il gioiello può essere declinato al contemporaneo sia da un punto di vista dei contenuti che delle forme e dei materiali; questa mia collezione, la serie dei Blob Rings, nasce da una mia idea primigenia che si è sviluppata negli anni e che è ancora in piena evoluzione: desideravo lavorare e sperimentare i materiali, ero attratta dai colori delle plastiche ma anche dalla loro magmaticità. Avevo interesse anche per la narrazione da realizzare con l’inclusione di piccoli oggetti: ho una collezione di elementi, objet trouvé, miniature anche molto semplici, oppure oggetti che creo io appositamente; questi elementi possono anche essere preziosi o semipreziosi, oppure in vetro. L’armonia tra i materiali va a creare un racconto, una narrazione...

Continua

Rahcconto O’: un insolito archivio d’artista a Torino. Conversando con Marco Fattuma Maò.

Pubblicato da alle 15:29 in .Arte, galleria home page, Mostre, Pagine svelate | 0 commenti

Rahcconto O’: un insolito archivio d’artista a Torino. Conversando con Marco Fattuma Maò.

  Rahcconto O’ è la storia  – in fase di pubblicazione, in sei volumi, presso Prinp 2.0 Editore – dell’artista italo somalo Marco Fattuma Maò.  E’ in seguito alla mostra Zungentatterich nel 1982, presso la galleria Franz Paludetto di Torino, che Marco si allontana volontariamente dal sistema ufficiale dell’arte, prediligendo un percorso artistico autonomo, di ricerca e sperimentazione in diversi ambiti. Dal 1981 l’artista raccoglie e cataloga tutti i progetti di arte, architettura e design che realizza fino al presente, con il desiderio di poterli un giorno pubblicare e divulgare come testimonianza storico-artistica di un percorso alternativo, fuori dal circuito dell’arte mainstream. Marco Maò attraverso la performance e la fotografia conduce un personale iter estetico e filosofico sui temi dell’incontro, del tempo e del viaggio. Giovanissimo, in seguito agli studi di fotografia, è assistente di Paolo Mussat Sartor, dando avvio alla ricerca Arte, Architettura e Vita.   Nel 1982, in collaborazione con l’architetto Loredana Dionigio, fonda INVENZIONE, uno studio di architettura, dove oltre alla produzione di progetti creativi, si attivano sinergie con artisti nazionali e internazionali. Attualmente collabora con il Comune di Torino per laboratori didattici con bambini e persone con disabilità.  Da allora ad oggi nell’ambito del progetto di vita Io sono un Artista, Marco si è dedicato ad un’accurata pratica di archiviazione del proprio lavoro, registrando in maniera particolareggiata ogni sua idea, atto performativo o produzione creativa.  Gli abbiamo rivolto alcune domande per meglio comprendere la sua ricerca. Come nasce la sua passione per l’arte? Ci può raccontare come ha esordito? Nel cuore mi sono sempre sentito un artista. Sono nato a Mogadiscio e nel maggio del 1957, all’età di 6 anni mi sono trasferito a Torino.  Ho sempre avuto una predilezione per il disegno fin dalla tenera età: a quattro anni tornavo dall’asilo e mi sedevo a disegnare in autonomia. Mi sono poi diplomato in fotografia e ho conseguito la maturità artistica e, successivamente, ho frequentato il Corso di Architettura al Politecnico di Torino per potermi misurare anche con spazi più ampi. Mi sono sempre distinto nel disegno in relazione a qualsiasi tipo di rappresentazione artistica.  La consapevolezza della dichiarazione d’artista è avvenuta a circa 16 anni in seguito alla mia collaborazione con Paolo Mussat Sartor, in qualità di suo assistente. Al terzo anno del Corso in Architettura iniziai a collaborare con l’architetto Loredana Dionigio con cui entrammo in società inaugurando lo studio INVENZIONE. Linguaggi di Architetture e Linguaggi di immagine. Erano i primi anni Ottanta e l’idea di progettazione di spazi era globale, includeva anche la moda, il design, proprio come succedeva nel Rinascimento. E’ stato proprio in quel periodo e precisamente nel 1981, che decisi di inviare la mia prima opera, La scatola senza tempo, alla Biennale di Barcellona.  L’anno successivo, nel 1982, allestii una mostra presso la galleria Franz Paludetto di Torino, dichiarando così di essere un artista. Anche sulla mia carta d’identità veniva indicata inequivocabilmente la mia professione!  Decisi così di iniziare a raccogliere e conservare, come in un archivio, tutti i progetti che realizzavo, in un percorso autonomo, fuori dal circuito mainstream, da quel momento fino al presente. Pensai di agire per mio conto con l’idea che se ce ne fosse stata la possibilità, in futuro, avrei raccontato la mia storia. Un suo  progetto particolarmente significativo? Nel 1975 ero assistente di Mussat Sartor, in quel...

Continua