.ARTE

.ARTE: il focus sulle mostre del territorio torinese tenuto da Marzia Capannolo, storica dell’arte. Il cartoncino sulla porta è scritto a mano: “Ernesto e Marzia Maison de l’Art”. È in francese, perché l’idea è venuta loro durante un viaggio a Parigi nel settembre del 2012. La porta è quella di una casa privata e, dentro, insieme a Ernesto Morales e a Marzia Capannolo c’è l’arte, in forma di quadri alle pareti, sì, ma anche in forma di parole e di colazione. Colazione, non collezione: brioche, latte, caffè, te, crostate, biscotti, succhi di frutta. L’indirizzo è via XX Settembre numero 1, terzo piano.
Lui è argentino, ma nato a Montevideo, ha 40 anni e dipinge, lavora sulla natura, sulla dimensione onirica e metafisica. Lei è romana, una storica dell’arte. Sono arrivati a Torino nel 2011 per una settimana di esplorazioni e sono rimasti. Prima in corso Belgio, poi in via XX Settembre, dove hanno trovato lo spazio e la luce giusta per portare l’arte nel luogo della vita, in ambiente domestico. E così, a fine settembre 2013, Marzia organizza la sua prima colazione d’arte. Di domenica. Venti persone, dalle 10,30 alle 13,00. È passato un anno e l’avventura continua, ogni quindici giorni. Le persone sono diventate 35-40. Lei invia una newsletter. Tu prenota, paghi 15 euro. E, quando arrivi, sei attirato dal profumo del caffè. Mezz’ora a chiacchierare, degustare e far conoscenza. Poi, alle 11, ci si sposta in sala a seguire le slide e i racconti di Marzia Capannolo su “Crisi di coppia: come evitarla secondo Bellini e Tiziano” o su “Lo straniero sulla terra: Vincent Van Gogh”. I prossimi appuntamenti: 9 novembre, “Caravaggio tra sacro e profano”; 23 novembre, “Immanenza e mutamento: da Ovidio a Francis Bacon”; 14 dicembre, “Artemisia Gentileschi: donna e pittoresca fra uomini e pittori”. Non sono lezioni, sono viaggi: ti prepari, decolli, resti in volo un’ora e mezzo e atterri. Fanno tutto le immagini, le parole e il profumo del caffè.

L’anima cubana dei cinematografi nelle fotografie di Carolina Sandretto .

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L’anima cubana dei cinematografi nelle fotografie di Carolina Sandretto .

Il 25 ottobre, alle ore 19, Camera – Centro Italiano per la Fotografia –  ospita la presentazione del libro CINES DE CUBA della fotografa Carolina Sandretto, introdotta dalla critica Laura Cherubini. Con CINES DE CUBA Carolina compie un viaggio straordinario indagando il fortissimo legame del popolo cubano con la cultura cinematografica Il volume, uscito per i tipi di Skira, consta di ben 349 pagine in grande formato: un prodotto editoriale prezioso, come si percepisce già da un primo contatto visivo, particolarmente curato nella resa delle singole fotografie, pagina per pagina, grazie al lavoro attento dell’autrice e di Paola Gribaudo, che lo ha supervisionato, mentre il progetto grafico è delle designer Faconti & Richer di New York . Le fotografie, organizzate intelligentemente secondo l’andamento del viaggio fisico compiuto da Carolina, a partire dall’Havana a Santiago e ritorno, sono introdotte da un testo dell’autrice e dai contributi di due noti intellettuali cubani, la scrittrice Grettel Jiménez-Singer e l’artista Carlos Garaicoa, protagonista della prossima mostra Carlos Garaicoa. El Palacio de las Tres Historias, che inaugurerà il prossimo 30 ottobre alla Fondazione Merz. Al lavoro di Carolina il celebre artista ha dedicato parole particolarmente sentite: “Se il mio lavoro si è dedicato all’architettura dei cinema per svelare il punto di rottura che ha dato inizio alla censura politica dell’arte, Carolina Sandretto analizza, con lo sguardo oggettivo della documentazione, l’immensità e l’importanza di questo soggetto, nientemeno che la nascita, l’evoluzione e il declino dei cinema nell’intera isola. Bellezza e abbandono che, come una metafora della fragilità dell’immagine, sono una testimonianza di come le città contemporanee si trasformino e soccombano a una schiacciante violenza su abitudini che pensavamo radicate per sempre”. Carolina è andata pazientemente alla ricerca delle oltre 600 sale cinematografiche che l’intera isola contava negli anni ’60. Il cinema è entrato nella vita e nell’immaginario dei cubani negli anni del boom economico precedenti la Rivoluzione per poi subire un declino nei decenni a venire. Oggi ne restano attivi solo 19, mentre la maggior parte sono stati abbandonati o convertiti in sedi teatrali e di compagnie di danza. Perché questa ricerca, perché Cuba? L’interesse per Cuba è nato nel 2009 quando sono stata in viaggio sull’isola con una delle mie mentori, Nevada Wier, fotografa americana della National Geographic; ho trovato molti spunti di riflessione, essendo Cuba, come è noto, un luogo unico nel suo genere, non avendo subito radicali cambiamenti negli ultimi 50 anni. Ho incominciato ad esplorare la società cubana da diversi punti di vista sviluppando alcuni assi di ricerca, a partire dalla tema della famiglia, e, in particolare, sul fatto che le famiglie vivano insieme dividendo lo stesso spazio, spesso un’unica stanza. Un secondo asse di studio è stato sui desideri dei giovani, ho realizzato una serie di interviste video sulle loro aspettative sul futuro; infine mi sono interessata al tema dei cinema, che è stato sviluppato in questo libro. Come è nato l’interesse per questo specifico argomento? Un giorno ho visto passare due signore con un ombrello bianco e una ragazzo che si recavano verso un piccolo cinema, e ho scattato una fotografia. Di lì mi sono documentata e, pur nella difficoltà di reperire informazioni, ho saputo che è sull’isola è perfettamente normale che ci sia un cinema per ogni singolo paese. Ho quindi calcolato che dovevano esserci in totale tra i 600...

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Visto due volte. L’opera di Giulio Squillacciotti per l’Arte Irregolare torinese.

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Visto due volte. L’opera di Giulio Squillacciotti per l’Arte Irregolare torinese.

Quando l’ordinario diventa straordinario Visto due volte è il progetto espositivo di Giulio Squillacciotti, artista visivo romano, classe 1982, che utilizzando il mezzo audio-video in chiave documentaristica e performativa, indaga storie universali e narrazioni particolari dai profondi esiti socio-antropologici. Si tratta di un processo di analisi e interpretazione di esperienze di vita, credenze religiose e cultura popolare volto alla creazione di nuovi racconti possibili. La mostra, terminata da qualche giorno e allestita presso la sede dell’Associazione Barriera, è stata curata da Annalisa Pellino e Beatrice Zanelli di Arteco – associazione torinese che si dedica a progetti di valorizzazione del patrimonio storico-artistico, di promozione di giovani artisti e di educazione –  che hanno invitato l’artista in residenza a Torino, nel marzo scorso, a riflettere, attraverso il processo costitutivo del suo fare arte, sulla pratica di archiviazione dell’Arte Irregolare, storicamente definita come art brut o outsider art. Il lavoro in mostra verte sulle riflessioni di Squillacciotti rispetto a tre archivi torinesi di Arte Irregolare, luoghi distinti, ma accomunati dalla stessa storia fatta di soggetti autodidatti, eccentrici, visionari che hanno operato attraverso forme creative singolari, fuori dal circuito dell’arte mainstream: il MAET – Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università degli Studi di Torino , quello di opere realizzate nell’ex Ospedale Psichiatrico di Collegno e l’Archivio Mai Visti e altre storie della Città di Torino. Una sorta di scenografia teatrale – Scenografia, per monologo, 2017 – fatta di opere scultoree di tempera, tele e telai in legno, illuminate da fasci di luce puntata, invitava lo spettatore ad accedere ad una realtà irregolare, in cui l’ordinario diventa straordinario: i disegni in superficie sono liberamente tratti da un quaderno dell’autore Luigi Sapetti, conservato al MAET. Si proseguiva poi con tre grandi schermi disposti in successione che presentano l’opera video La Storia, in generale (2017) in cui in maniera parallela è posto in evidenza, con intima cura, il lavoro nascosto, ma concreto di conservazione e catalogazione svolto dai tre responsabili dei tre archivi sopracitati: Gianluigi Mangiapane, Calogero Baglio e Tea Taramino. Lo spazio dell’archivio è finalmente svelato e valorizzato nella sua essenza attraverso le azioni e i gesti di chi per primo crede alle sue finalità mnestiche. Il percorso si concludeva con il film che dà il titolo al progetto espositivo, Visto due volte, in cui gli spazi apparentemente musealizzati della Certosa di Collegno, sede dell’ex-Ospedale Psichiatrico fanno da sfondo ad una visita guidata realizzata dagli studenti del Liceo Artistico Renato Cottini, coinvolti nelle riprese. Il “visionario” testo vocale dell’audioguida cita le parole tratte da un lavoro di Gaetano Carusotto, artista irregolare dell’Archivio Mai Visti, riadattato per l’occasione: si tratta di un nuovo modo di “vedere” e rielaborare le storie, attivando anche nuovi percorsi espressivi. Come commenta Annalisa Pellino nel suo testo: “Ad andare in scena è una sorta di rituale re-enacted da non-attori che recitano se stessi e ci mostrano immagini già viste, luoghi già visitati, parole già scritte”. Mediante il lavoro di Giulio Squillacciotti alcune opere di Arte Irregolare sono esposte e considerate quindi nella loro essenza creativa; come sostiene Beatrice Zanelli – “attraverso un semplice filtro, l’artista le declina, aumentandone la portata e contravvenendo a quel trend che ha portato finora il contemporaneo a emarginare l’outsider art. In questo senso la ricerca artistica di Squillacciotti ha interessato anche la nuova direttrice di Artissima...

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“Tutto muta, nulla perisce”. Sotto il segno di Ovidio dimorano le opere di Enrico Carpegna.

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“Tutto muta, nulla perisce”. Sotto il segno di Ovidio dimorano le opere di Enrico Carpegna.

E’ imminente l’inaugurazione della mostra Metamorphoseon (Aurum et Argentum) dell’artista Enrico Carpegna che verrà ospitata nella Galleria Unique di Torino di Via F.lli Calandra, 8/E. Il periodo espositivo andrà dal dal 26 ottobre al 23 novembre, per l’occasione GazzettaTorino ospita il testo elaborato dal curatore Roberto Perugini, che subito ci riporta alla forza e alla saggezza della cultura classica con una citazione del poeta romano Ovidio tratta dalle Metamorfosi; tratto tipico del poeta è l’utilizzo del racconto all’interno di un racconto, colui di cui si parla diviene a sua volta colui che racconta, sofisticata formula retorica che ritroviamo frequentemente nelle opere artistiche.   “omnia mutantur, nihil interit”  (Ovidio, Metamorfosi, XV Libro, verso n165).         Il lavoro di Enrico Carpegna si snoda su direttrici diverse, con dissimilitudini a volte marcate, per abbracciare temi come la memoria storica,  la natura nelle sue componenti zoologiche e vegetali, la figura umana nel suo continuo rappresentare la vita, l’acqua, mutabile per definizione, per non citarne che alcuni, e mi sono spesso chiesto incontrandolo, ma, soprattutto, confrontandomi con le sue opere, quale sia il motivo conduttore della sua visione del mondo, della sua visione della fotografia stessa e, conseguentemente,  del suo fare fotografia. Non è facile dare una risposta univoca. Probabilmente non c’è una risposta univoca. E una risposta univoca sicuramente non c’è mai,  segnatamente per chi la vita la vede scorrere ed articolarsi in un continuum su piani e prospettive diverse che si avvicinano, si intersecano, si allontanano e forse danno una percezione di realtà  a cose, immagini, situazioni. Di qui l’esigenza di trovare un senso a tutto ciò, di offrire delle chiavi di lettura attraverso un medium, la fotografia, che nel caso di Enrico è sostenuta da una lunga e solida pratica professionale.  Una ricerca rigorosa, a volte estenuante. Stabilire quale sia lo scatto definitivo o lo stato definitivo di un’immagine è per lui  spesso motivo di apprensione, non tanto perché l’approccio al mezzo con la raffinatezza che gli è propria, gli crei problemi tecnici od espressivi, ma perché, usando un bisticcio di parole, nello scatto o nello stato successivo c’è una verità più vera, una definizione più definita. Un perfezionismo quindi non fine a sé stesso, ma finalizzato al conseguimento di significati più reconditi, allo svelamento di ciò che non appare ai più od appare sotto la coltre dell’ovvio e del banale od appare anche e attraverso o grazie al’occhio fotografico, con i suoi codici, settaggi e convenzioni, qui volti e spesso felicemente piegati al conseguimento dello scopo. Ricerca, quindi, continua. Un occhio indagatore incessantemente aperto sulla realtà con un approccio naturalistico volto a registrare mutamenti, metamorfosi, variazioni di stato, cambiamenti di luce, di posizionamento, di orientamento, di apprezzamento. Solo così si spiegano immagini, come quelle proposte qui in mostra, di banali tuberi sottratti al mondo vegetale, lasciati al loro divenire e colti infine dal fotografo in uno stato che li fa assomigliare a pepite preziose, trasfigurandone senso e significato pur lasciandoli integri nella loro essenza. L’oro, l’argento e la preziosità intorno a noi che non tutti eravamo in grado di  vedere! E la stessa cosa si può dire di arbusti, foglie, ortaggi, rami colti in prospettive di luce od avulsi da un particolare contesto per farne sculture o disegni che sanno di un elegante minimalismo zen o talora si trasformano in preziosi...

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Il meglio del Fashion veste il b/n di Peter Lindbergh. La Reggia di Venaria per un re della fotografia.

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Il meglio del Fashion veste il b/n di Peter Lindbergh. La Reggia di Venaria per un re della fotografia.

Finalmente approda alla Reggia di Venaria Reale una mostra fotografica davvero degna di questo nome. Ci volevano la figura e le opere di uno dei più importanti artefici dell’immaginario editoriale del Novecento: Peter Lindbergh. Difficile trovare nella moda e nelle riviste di settore valori iconici elevati. I nomi dei pochi fotografi capaci di smarcarsi da un’iconografia banale e ripetitiva sono davvero pochi: Richard Avedon su tutti in assoluto, poi Irving Penn, a suo modo anche Helmut Newton e pure Steven Meisel, tra i più recenti. Sì, qualcuno c’è anche in Italia, ma bisogna ben isolare le pagliacciate “da guru” che tanto van di moda qui, pur di far parlare di sè a tutti i costi, dal lavoro vero e proprio. Allora si vede bene la differenza tra il professionismo del bravo artigiano, anche virtuoso, da quel qualcosa in più che solo le personalità migliori riescono a tirare fuori. Lindbergh appartiene ai pochissimi che pur facendo del lavoro commerciale e soddisfacendo le commissioni, riescono a dare forma ad una visione, che rimane forte e costante nel tempo, anche declinandola in mille modi e situazioni. Lindbergh inventa una donna, una visione della donna, del tutto nuova e ancora oggi fondamentale: una femminilità indipendente, forte, senza per questo degenerare mai nella caricatura del maschile. Le scelte tecniche, le procedure operative, ogni singolo tassello messo in azione da Lindbergh esprime il concetto della vitalità, dell’energia, della seduzione, ma sempre come libera volontà, nel pieno controllo del soggetto, senza sottomissioni di sorta a nessuna dipendenza, nemmeno quella dalla propria bellezza fisica.   Il rifiuto del fotoritocco ricostruttivo, l’uso del mosso e delle pellicole ad alta sensibilità, quasi di sapore reportagistico, la ricerca del movimento, non a caso la danza è terreno fertile per le sue icone, sono tutte scelte che generano un immaginario più vero del vero. La forza di Lindbergh sta proprio nella sua capacità di dominare soggetti che già di per se stessi sembrerebbero indomabili. Li porta sul suo terreno. Una cultura la sua, di radice nordorientale europea, che vive di richiami antichi dove l’umanità si divide in generi, ma non per questo in gerarchie sociali. L’allestimento della mostra, le immagini scelte, tutto converge a dare la migliore presentazione possibile di un autore a tutto tondo. Mostra da vedere senz’altro. Anzi, andrebbero obbligati a vederla tutto coloro che apprezzarono quella di Steve McCurry. Una pena etica, giusto per dar loro modo di poter comprendere la differenza di valore tra chi il pubblico lo compiace e chi lo sfida a cambiare il modo di pensare.  Fulvio...

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Aldo Taranto e il filo rosso con Torino attraverso due libri, una mostra e studi d’artista.

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Aldo Taranto e il filo rosso con Torino attraverso due libri, una mostra e studi d’artista.

Artista-poeta, appassionato di cultura orientale, Aldo Taranto è legato doppio filo a Torino, nella quale ha vissuto tredici anni a cavallo tra gli anni ‘80 e ’90, durante i quali, alla sua attività di artista, ha affiancato anche quella di assistente di Michelangelo Pistoletto, che aveva particolarmente apprezzato i suoi rayogrammi. Il periodo torinese, vissuto insieme alla famiglia di origine che lo aveva raggiunto, si è rivelato ricco in termini produttivi (l’amore per la fotografia, le opere installative, le performance) emozionali (la prima neve, la nebbia mai sperimentate) formativi (i fermenti del contesto artistico torinese ancora sotto l’egida dell’Arte Povera) e di relazioni umane. Proprio quest’ultime, una vera e propria famiglia di elezione che Aldo ha saputo costruire intorno a sé, ha stimolato la realizzazione di questi due volumi che raccolgono opere, scritti in narrazione e in versi: una vera e propria autobiografia poetica dove persino la parola, oltre alla sua valenza semantica, si fa opera attraverso un attento uso del font e della disposizione grafica. Pro Cedere, in particolare, nasce su suggerimento dell’artista Filippo di Sambuy, il quale ha a lungo incoraggiato Aldo a mettere su carta una narrazione per immagini che raccontasse sia la persona quanto l’artista, che molto dedica al racconto delle proprie origini, focalizzandosi sulle ascendenze materne; il progetto ha preso corpo attraverso un’accurata selezione di immagini realizzata con l’aiuto del fotografo Max Zarri. Il secondo libro d’artista si muove su piani differenti pur essendo, per certi versi, la seconda faccia del primo, o meglio, l’estensione del percorso umano compiuto dopo l’esperienza degli anni torinesi: Dura Arte è una raccolta esteriore e interiore di scritti sull’ultimo decennio di vita dell’artista a Siracusa. La mostra 550 VITE_PANSIYA PANHAI JAATAKA, presentata presso la sala espositiva della Residenza Luoghi Comuni (l’Housing finanziato dalla Compagnia di San Paolo) e collocata a fianco della Terrazza Eria, si propone quindi come ideale, breve racconto della sua produzione artistica, una selezione istintuale e non programmatica delle opere dell’artista, che ha voluto fornire un’indicazione simbolica della propria poetica attraverso momenti delle proprie “vite passate”. A partire da una raccolta di rayogrammi, lavori realizzati in camera oscura insieme ai bambini di una scuola elementare, Aldo ha realizzato un  assembramento di immagini geometriche ottenute dall’impressione del chiaro e dello scuro, del pieno e del vuoto in una sorta di gioco degli opposti. Sono inoltre presenti altre opere, tra cui “Tre minuti” (2008, installazione video che racchiude una visione in cui l’autore si sente artefice della sequenza e al tempo stesso osservatore di ciò che ha generato e “Castello Giallo” (Paese degli Avi, 2013), definito dall’autore “un piccolo altare, altare della coscienza e della vita, ovvero l’unione di essere e vita: la vita cosciente. La mostra è visitabile sino al 27 settembre, mentre gli studi di Roberta Montaruli e Max Zarri, che ha realizzato le immagini di Aldo durante le fasi di allestimento e per il video”in attesa di condizioni migliori”, sono visitabili su appuntamento. Info: 347.6241215 – 347.1764512.        ...

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Lavorare… ad Arte: il mondo del lavoro e la cultura contemporanea s’incontrano al Polo del 900.

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Lavorare… ad Arte: il mondo del lavoro e la cultura contemporanea s’incontrano al Polo del 900.

Il 13 settembre scorso è stato inaugurato il ciclo di incontri Lavorare… ad Arte, che fino al 5 ottobre darà l’opportunità ai partecipanti di avvicinarsi e riflettere sul mondo del lavoro attraverso la lente dell’arte e della cultura contemporanea. Si tratta di un’occasione interessante di confronto nata grazie alla collaborazione tra ISMEL, l’Istituto per la Memoria e la Cultura del Lavoro, dell’Impresa e dei Diritti Sociali e il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e ZonArte, con la finalità di ri-considerare l’attività artistica come progetto sociale e politico condiviso. ISMEL, centro archivistico-bibliotecario, di documentazione e ricerca, si configura come realtà istituzionale nel 2011 annoverando all’interno del proprio nucleo costitutivo la Città di Torino, la Fondazione Antonio Gramsci, l’Istituto Gaetano Salvemini e la Fondazione Vera Nocentini e includendo nel tempo, tra gli altri l’Unione Industriale di Torino, le organizzazioni sindacali confederali Cgil, Cisl e Uil di Torino e Piemonte, il Centro Storico Fiat, l’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa e Stalker Teatro. La mission di ISMEL, progetto originale di partecipazione privata e pubblica, è conservare, valorizzare, attualizzare e rendere vivo e fruibile il grande patrimonio socio-industriale di Torino e del Piemonte. Ed è proprio seguendo questo intento che Giovanni Ferrero, Presidente di ISMEL e Anna Pironti, Responsabile del Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea hanno ideato e concretamente realizzato – attraverso una sinergia efficace e senza fondi ad esso destinati – un programma d’incontri che affrontasse il tema del lavoro seguendo “la pratica dell’economia della conoscenza” – come afferma Giovanni Ferrero – “puntando l’attenzione sulle nuove e numerose professionalità che operano nel contesto dell’arte e della cultura”.   Nell’iniziativa sono stati coinvolti artisti, come Gilberto Zorio, Michelangelo Pistoletto, Piero Gilardi, alcuni tra gli esponenti dell’Arte Povera che nell’ambito artistico e culturale torinese ha segnato un momento storico-critico d’eccellenza – iniziando a riconsiderare materiali e concetti del lavoro manuale come punto di partenza nel processo costitutivo dell’opera d’arte – storici dell’arte, curatori, direttori di musei (Pier Giovanni Castagnoli, Marcella Beccaria, Nicola Ricciardi, Elena Volpato, Beatrice Merz), operatori del welfare culturale, dell’innovazione sociale e dell’educazione accessibile e condivisa (Catterina Seia, Luca Del Pozzolo, Collettivo Progettuale ZonArte), esperti di intelligenza artificiale ed editoria (Luigi Terna, Nicola Lagioia). Ciascun relatore ha trasferito e trasferirà al pubblico la propria esperienza in un alternarsi di conversazioni dai temi più diversi ma accomunati dalla finalità di sensibilizzare e rendere protagonista il fruitore. La Biopolitica di Piero Gilardi, l’arte processuale e operaia d’inesauribile energia fisica e mentale di Gilberto Zorio, la Demopraxia di Michelangelo Pistoletto, la “ricerca-azione” di Catterina Seia, il Salone del Libro di Nicola Lagioia sono testimonianze del fermento creativo e sociale della città di Torino, in continua trasformazione, riqualificazione e crescita. “Questo è il progetto-pilota” – afferma Giovanni Ferrero – “a cui vorremmo far seguire nuovi appuntamenti con un focus sulla realtà lavorativa in ambito culturale per le giovani generazioni, attivando progettualità di alternanza scuola-lavoro e analizzando il tema della disoccupazione giovanile”. E continua: “Abbiamo invitato e continueremo ad invitare i protagonisti dell’arte e della cultura contemporanea per comprendere come l’arte possa contribuire a definire un punto di vista originale sul lavoro”. “Lavorare…ad arte – aggiunge Anna Pironti – è un progetto di politica culturale, non è solo un ciclo di incontri, ma è un work in progress che continuerà a...

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Pietre Preziose ai Giardini Reali, la nuova installazione di Giulio Paolini, grazie alla Consulta e Reale Mutua

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Pietre Preziose ai Giardini Reali, la nuova installazione di Giulio Paolini, grazie alla Consulta e Reale Mutua

  “Le ferite possono diventare feritoie, squarci di luce. Uno sguardo positivo sul futuro, a partire da una ferita alla nostra città come l’incendio dalla Cupola del Guarini del 1997. Un modo per ricordare, e per apprezzare il valore dell’arte e della Bellezza. L’opera del Maestro Paolini è un dono fatto da aziende che amano lavorare ad arte, aziende che sono consapevoli della forza rivitalizzante della Bellezza, dell’Arte e della cultura sul territorio.” Con queste parole la Dottoressa Acutis, presidente della Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino, ha introdotto la nuova installazione Pietre Preziose dell’artista Giulio Paolini, commissionata dalla Consulta e dal socio Reale Mutua per festeggiare i trent’anni dell’Associazione. L’opera verrà donata alla città di Torino e collocata a fine ottobre nei Giardini Reali, al centro del “Boschetto” firmato dall’architetto Paolo Pejrone e realizzato anch’esso grazie alla Consulta e ai suoi 32 soci. Pietre Preziose è un’installazione che recupera alcuni frammenti lapidei originali della Cappella della Santa Sindone, il capolavoro di Guarino Guarini, disposti da Paolini su una sorta di pianta che evoca quella guariniana, composta da intarsi in granito e pietra lavica. Al centro la figura di un architetto in abiti settecenteschi che rimira la Cupola, a evocare il Guarini ma anche, ambiguamente, l’artista. Il «work-in-progress» è stato presentato a Moncalieri, nell’atelier dei fratelli Catella, già fornitori di Casa Savoia, che in passato hanno già avuto modo di collaborare con il Maestro Paolini per la realizzazione dell’opera pavimentale Anni-luce, acquisita nel 2001 dalla Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. L’architetto Mario Verdun, da sempre “anima” della Consulta con la Dottoressa Griseri, ha avuto l’idea osservando quanto materiale della Cappella fosse andato perduto perché non più recuperabile a seguito dell’incendio: “Quando ho visto queste meravigliosa pietre abbandonate ho pensato a Giulio Paolini che lavora da sempre sulla memoria e sul frammento;  il suo lavoro interpreta perfettamente questo tema e anche in forza alla nostra lunga amicizia ho voluto proporgli di pensare ad un’opera che partisse da questi resti” “La proposta mi ha subito emozionato” afferma Paolini “perché è la committenza è particolare, non interessata al possesso dell’opera ma è finalizzata ad una fruizione pubblica; mi sono adoperato che il progetto fosse adeguato e l’accoglienza è stata ottima, è stato un procedimento fluido, mi hanno fornito gli elementi intenzionali sui quali io ho elaborato questa proposta. Il titolo è Pietre Preziose, un titolo “spinto” perché paradossale: in realtà queste pietre non sono preziose, prezioso è l’intento che le aveva prodotte e collocate e anche, se posso dire, la configurazione che oggi gli viene restituita. Non sono solo resti ma sono parti di quella architettura originale: il recupero e la disposizione “ad arte” vuole celebrarne l’immortalità. La figura al centro è una testimonianza volutamente ambigua, un architetto, il disegno è l’amplificazione di una mia piccola composizione, che può evocare il disegno generale della cappella, ma non ha un valore filologico, solo evocativo. La presentazione dell’opera è stata accompagnata da un breve ma significativo testo dell’artista: “Qualcuno (l’autore) si trova qui, a constatare un’architettura in rovina, frammenti caduti e distolti dalla loro collocazione originaria. Noi (spettatori) assistiamo così alla “natura morta” costituita dai resti marmorei della cupola gravemente danneggiata dall’incendio del 1997. È da allora che il cielo ci guarda dall’alto, attraverso il vuoto di quella voragine ora...

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Gianfranco Ferré a Palazzo Madama «Nel gioiello, un mondo. O meglio il mondo».

Pubblicato da alle 11:05 in .Arte, galleria home page, Mostre | 0 commenti

Gianfranco Ferré a Palazzo Madama «Nel gioiello, un mondo. O meglio il mondo».

È stata presentata alla stampa presso la sede della Fondazione Gianfranco Ferré, in via Tortona a Milano, luogo affascinante e ordinatissimo che racchiude il grande archivio dello stilista scomparso dieci anni fa, la mostra “Sotto un’altra luce. Gioielli e Ornamenti”, che inaugurerà nel Salone del Senato di Palazzo Madama il prossimo 12 ottobre, sino al 19 febbraio 2018. L’esposizione – prodotta dalla Fondazione Gianfranco Ferré e Fondazione Torino Musei – presenta in anteprima mondiale 150 oggetti-gioiello pensati e realizzati come pezzi unici per le sfilate dal 1980 al 2007 (e quindi mai entrati in produzione, se non in versione rielaborata e ridotta per il mercato), che ripercorrono alcune delle scelte stilistiche del grande stilista in termini di ornamento. Per Ferré quest’ultimo è stato sempre oggetto di uno studio particolare e di un’autentica passione, a cui non ha mai relegato un ruolo secondario ma piuttosto complementare all’abito. Un ambito di interesse legato alla sua attenzione rigorosa per i materiali, specialmente quelli “alternativi”, come parte essenziale della sua ricerca, e alla sua attitudine al viaggio e alla capacità di assimilazione e rielaborazione degli ornamenti di altre culture. «Il gioiello ha avuto in passato straordinarie valenze rappresentative come simbolo di potere, prestigio, autorità; ora è soprattutto manifestazione di personalità, un mezzo per la rappresentazione di sé. Come l’abito e forse più dell’abito». Così scriveva Ferrè negli appunti per le sue lezioni, dove aggiungeva «Nel gioiello, un mondo. O meglio il mondo». Pietre lucenti, metalli, conchiglie, legni, vetri, ceramiche, ma anche cuoio ferro, rame e bronzo, danno vita a monili ricchi di citazioni precise, riferimenti, esotismi, eppure immaginifici e frutto di una fantasia gioiosa e incontenibile, dove il macro è esaltazione della materia costitutiva ma è anche funzionale alla sfilata, poiché gli oggetti dovevano essere visti da due – tre metri dalla passerella, come racconta Rita Airaghi, direttrice della Fondazione. La Signora Rita Airaghi spiega anche le ragioni di una mostra che intende dimostrare come anche nella progettazione dell’ornamento Ferré si attenga con coerenza agli elementi principali del suo stile e della sua formazione, legata all’architettura e al design. Interessante e curioso un aspetto legato alla vicenda personale e altrettanto importante: i gioielli furono il primo campo di sperimentazione da stilista poco più di ventenne. «Ne realizzò alcuni all’università», ricorda Airaghi “bracciali e collane in cuoio, molle industriali, minuterie metalliche; troppo all’avanguardia per l’epoca in cui il bijou, al massimo, era il falso oro”. Oggetti che oggi avrebbero senz’altro un grande successo, tanto è vero saranno posti in vendita al bookshop di Palazzo Madama due bracciali di Ferré realizzati in stampa 3D, di cui uno è stato presentato in anteprima in conferenza stampa. Anche l’aspetto installativo ha una grande importanza nell’economia della mostra: Franco Raggi, ideatore dell’allestimento e collaboratore storico del Maestro, ha pensato ad un allestimento che esaltasse la bellezza degli oggetti e allo stesso tempo li contenesse nel rutilante e altissimo spazio del Salone del Senato di Palazzo Madama: i gioielli si librano nella penombra come oggetti di sogno, seppur racchiusi in sei grandi  gabbie metalliche, minimaliste ed essenziali, in ferro arrugginito. Saranno esposti anche otto capi di alta moda dove si dimostra come persino l’intera struttura dell’abito possa essere “inventata” e costruita a partire dalla materia – gioiello. Cura la mostra Francesca Alfano Miglietti che ricorda un Ferré grande e generoso...

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Stregati dall’incanto inesplicabile dell’arte Africana. Il M.A.C.I.S.T. di Biella sotto l’influsso del mistero.

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Stregati dall’incanto inesplicabile dell’arte Africana. Il M.A.C.I.S.T. di Biella sotto l’influsso del mistero.

Chi possiede orecchi metafisici e padiglioni antropologici dovrebbe riuscire a sentire il dialogo fra le enigmatiche sculture lignee dell’arte africana tradizionale, a cavallo tra ottocento e novecento e le opere pittoriche e scultoree dei maggiori artisti africani contemporanei che sono il cuore dell’esposizione organizzata dal MACIST di Biella e curata da Anna Alberghina e Bruno Albertino, il vernissage è previsto sabato 16 settembre intorno ale 17. Una quarantina di sculture e una quindicina di pitture su tela, eleganti maschere in legno, statue di eroi e divinità, affascinanti feticci e pregevoli acrilici su tela sono il prezioso tesoro di “Arte Africana”, un mostra dove verranno illustrati i grandi temi dell’arte africana tradizionale, in un sottile equilibrio tra aspetto etnografico e componente estetico – formale. Le sculture di arte africana tradizionale presenti fanno parte della ricca collezione dei curatori della mostra: Anna Alberghina e Bruno Albertino, medici torinesi, infaticabili viaggiatori, noti studiosi e collezionisti d’arte africana. Gli artisti africani contemporanei provengono dall’Africa Orientale, in particolare da Tanzania e Kenya: George Lilanga, Omari Saidi Adam, Mustafa Yusufu, Issa Saidi Mitole, Maurus Michael Malikita, Rubuni Rashidi, Hasani Thabiti Mchisa, Mohamed Charinda, Cartoon Joseph. Una piccola ma interessante selezione di un vivace movimento artistico in continua espansione.  L’arte africana, proprio nell’accordo profondo tra percezione universale e realizzazione particolare, ha trovato la sua sublimazione in una visione non solo etnografica ma soprattutto estetico – formale. L’ingresso al Metropolitan Museum of Modern Art di New York e al Pavillon des Sessions del Louvre di Parigi nel 2000, ha segnato la definitiva consacrazione dell’arte africana nel mondo occidentale. Essa è caratterizzata da visione plastica e percezione immediata dello spazio. In particolare, la maschera è l’estasi immobile del volto, una fissità che esprime un’estrema e pura espressione liberata da ogni contestualizzazione e condizionamento.  Il “Museo d’Arte Contemporanea Internazionale Senza Tendenze”, nasce da un’idea del maestro Omar Ronda, dalla sensibilità di alcuni collezionisti e molti artisti di fama internazionale che hanno deciso di donare e di mettere a disposizione le proprie opere con il fine di sostenere le attività di prevenzione, cura e ricerca della Fondazione Edo ed Elvo Tempia, da ben 36 anni impegnata nella lotta contro i tumori.  M.A.C.I.S.T. via Costa di Riva, 11 – 13900 Biella (Italy)....

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Le Signore del Vetro: il minimalismo fantastico delle sorelle Sent da Murano conquista il mondo

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Le Signore del Vetro: il minimalismo fantastico delle sorelle Sent da Murano conquista il mondo

C’è uno spazio a Torino, Creativity Oggetti di Via Carlo Alberto, dove grazie alla grinta imprenditoriale e alla continua ricerca della giovane proprietaria Susanna Maffini da più di 15 anni sono presentati sul panorama torinese interessanti realtà creative nell’ambito delle arti applicate, dalla ceramica al vetro a materiali innovativi: oggetti, sculture, gioielli contemporanei, spesso nomi di assoluta novità per l’Italia eppure già noti in ambito internazionale. Così è stato  – ed è ancora, con una costanza nel tempo di per sé significativa – per i gioielli in vetro delle sorelle Marina e Susanna Sent, importante nome storico muranese dell’arte vetraria, le cui creazioni, che dal loro primo apparire hanno riscosso grande successo nella nostra città, si trovano tuttora in esclusiva in pochi selezionati punti vendita fuor di Venezia, sostenuti da un collezionismo fedele e cosmopolita: tra questi i bookshop di importanti musei d’arte sparsi per il mondo, in primis il MOMA di New York, con il quale collaborano dal 1993.   Una storia di estro al femminile, di tradizione e visionarietà, dove reinventare il futuro adeguando le antiche tecniche al gusto contemporaneo, salvaguardando il passato, è un modo di essere che si esprime con codici linguistici di pulizia formale netti, precisi, che coinvolgono tutta la sfera creativa, dall’architettura all’oggettistica al gioiello, per cui sono giustamente celebri, sino all’attenzione al proprio territorio con interventi mirati di restauro. Un’attitudine che diventa manifesto, un saper fare che parte dalla tradizione per arrivare alla sperimentazione su più materiali: al centro di tutto rimane un’inesausta passione per il Vetro, entità che per i muranesi è elemento alchemico per eccellenza, una sfinge le cui risposte enigmatiche si svelano in una ricerca continua, fatta di vittorie e di sconfitte che arrivano dopo lunghe attese, la pazienza di ripetere mille volte lo stesso gesto, una grande curiosità, ma anche dal caso e da felici intuizioni. Arrivando col vaporetto sull’isola di Murano, già da lontano, sulla sinistra, lungo le fondamenta Serenella, si scorge una grande costruzione che si distingue dalle altre per un certo minimalismo, a partire dal nitore delle pareti su cui si staglia una scritta dal font geometrico, essenziale. Antica rimessa per barche, ora è un loft luminosissimo, sede del laboratorio delle Sent: showroom, luogo di lavoro, una vasca di ispirazione giapponese all’ingresso su cui galleggiano grandi boulles trasparenti, e non sarà un caso che tra le loro collezioniste più famose ci sia Yumiko Ando, moglie del grande architetto Tadao Ando, uno studio al primo piano che è di per sé dimensione metafisica: sette finestre che inquadrano altrettanti campanili veneziani. Una vista che ipnotizza e veste tutta la stanza, giustamente vuota di orpelli. Quello architettonico è solo il primo aspetto, ma significativo, di un approccio estetico-formale di fantastico rigore che si rispecchia fedelmente nella produzione artistica delle due sorelle muranesi.   Con la reinterpretazione del gioiello in vetro, che sempre più nelle loro creazioni si configura come oggetto che trascende la funzione di ornamento, su cui convergono arte design e moda, le due sorelle hanno saputo ripensare i percorsi ben noti della tradizione, caratterizzata da stilemi fedeli a se stessi, rassicuranti ma standarizzati, reinterpretandoli con un nuovo linguaggio che ha nella sottrazione e nella semplicità di forme geometriche (molto vicine ai canoni dell’architettura nell’accostare volumi e superfici), negli accesi cromatismi e nelle soluzioni inattese di limpida proporzione la...

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