.ARTE

.ARTE: il focus sulle mostre del territorio torinese tenuto da Marzia Capannolo, storica dell’arte. Il cartoncino sulla porta è scritto a mano: “Ernesto e Marzia Maison de l’Art”. È in francese, perché l’idea è venuta loro durante un viaggio a Parigi nel settembre del 2012. La porta è quella di una casa privata e, dentro, insieme a Ernesto Morales e a Marzia Capannolo c’è l’arte, in forma di quadri alle pareti, sì, ma anche in forma di parole e di colazione. Colazione, non collezione: brioche, latte, caffè, te, crostate, biscotti, succhi di frutta. L’indirizzo è via XX Settembre numero 1, terzo piano.
Lui è argentino, ma nato a Montevideo, ha 40 anni e dipinge, lavora sulla natura, sulla dimensione onirica e metafisica. Lei è romana, una storica dell’arte. Sono arrivati a Torino nel 2011 per una settimana di esplorazioni e sono rimasti. Prima in corso Belgio, poi in via XX Settembre, dove hanno trovato lo spazio e la luce giusta per portare l’arte nel luogo della vita, in ambiente domestico. E così, a fine settembre 2013, Marzia organizza la sua prima colazione d’arte. Di domenica. Venti persone, dalle 10,30 alle 13,00. È passato un anno e l’avventura continua, ogni quindici giorni. Le persone sono diventate 35-40. Lei invia una newsletter. Tu prenota, paghi 15 euro. E, quando arrivi, sei attirato dal profumo del caffè. Mezz’ora a chiacchierare, degustare e far conoscenza. Poi, alle 11, ci si sposta in sala a seguire le slide e i racconti di Marzia Capannolo su “Crisi di coppia: come evitarla secondo Bellini e Tiziano” o su “Lo straniero sulla terra: Vincent Van Gogh”. I prossimi appuntamenti: 9 novembre, “Caravaggio tra sacro e profano”; 23 novembre, “Immanenza e mutamento: da Ovidio a Francis Bacon”; 14 dicembre, “Artemisia Gentileschi: donna e pittoresca fra uomini e pittori”. Non sono lezioni, sono viaggi: ti prepari, decolli, resti in volo un’ora e mezzo e atterri. Fanno tutto le immagini, le parole e il profumo del caffè.

Alighiero & Boetti ospiti di Palazzo Mazzetti in quel di Asti. Perfiloepersegno.

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Alighiero & Boetti ospiti di Palazzo Mazzetti in quel di Asti. Perfiloepersegno.

Sarebbe bello si fossero incontrati il Barone e l’artista, avessero chiacchierato in qualche ristorante e magari avessero scritto con una biro i reciproci indirizzo su qualche foglio volante. Il Barone di origine torinese Marcel Bich e l’artista Alighiero Boetti, torinese anch’egli; il primo nato nel 1914, fondò nel 1945 a Clichy in Francia l’azienda che produsse la penna a sfera più famosa del mondo: la mitica Bic, che per marketing cedette l’h del cognome. Boetti nacque nel 1940 e quella penna la usò e la fece usare parecchio, al punto che molte sue opere sono sature di quel particolare e uniforme tono di blu. In fondo sarebbe potuto anche accadere, entrambi morirono nelle stesso fatidico anno, il 1994. L’appuntamento, postumo, lo ritroviamo oggi nella città di Asti, nelle sale fastose di Palazzo Mazzetti. Qui La Fondazione Palazzo Mazzetti e la Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, promuovono una mostra personale di Alighiero Boetti, dal titolo suggestivo PERFILOEPERSEGNO, con la cura di Laura Cherubini e Maria Federica Chiola. Tema del percorso espositivo è una frase dello storico dell’arte Jean Christophe Amman , “Quel che la biro rappresenta per un occidentale, per un Afgano è il ricamo, che come una memoria sovra individuale reca in sé parti della biografia collettiva”, in ambizioso obiettivo di indagare il rapporto tra Oriente ed Occidente attraverso le opere a Biro ed i Ricami. Boetti pensava che la cosa più importante che aveva fatto nell’arte era scardinare il meccanismo opera unica/multiplo (uno dei meccanismi alla base del sistema del mercato dell’arte). Un arazzetto è un multiplo perché può ripetere sempre uguale la frase “quadrata” scelta dall’artista ma è anche un’opera unica, perché è eseguita da mani differenti, con fili differenti e colori differenti. In Boetti c’è una forte critica al concetto di autorialità in contrapposizione ad un forte desiderio di coralità. La biro è lo strumento più anonimo in Occidente. Il ricamo è pratica diffusa e anonima in Oriente, non per nulla delegava l’esecuzione ad altre mani, si per la parte con le biro sia per la filatura. Il percorso espositivo consta  di 65 opere che comprendono arazzi, mappe, arazzetti, ricami e cartoncini a biro. Riscoprire la lunga indagine che ha condotto l’artista ad analizzare l’eterno e conflittuale rapporto tra la cultura occidentale e quella orientale. L’esposizione pone in dialogo quindi le opere a penna biro – cartoncini realizzati in Italia sotto precise indicazioni dell’artista con l’utilizzo di penne colorate – e i ricami, una raccolta di frasi e pensieri riferite al tempo, ricamati all’interno di quadrati come formule matematiche in Afghanistan. Asti vanta un immenso patrimonio legato alla tradizione dell’Arazzeria Scassa, fondata nel 1957 da Ugo Scassa, maestro della lavorazione e produzione di arazzi e, in particolare, all’usanza di tradurre in tessuto le opere di famosi pittori del ‘900 come Capogrossi, Corpora e Santomaso” Alighiero Boetti, che ha esordito nell’Arte Povera nel 1967, è stato presente più volte alla Biennale di Venezia, nella cui edizione del 1990 ha ottenuto la menzione d’onore della giuria. PERFILOEPERSEGNO sarà visitabile fino a domenica 15 luglio.   https://www.palazzomazzetti.eu  ...

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A Barriera di Milano l’Opera Viva approda sulle “Rive di un altro mare”. Una call per artisti.

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A Barriera di Milano l’Opera Viva approda sulle “Rive di un altro mare”. Una call per artisti.

  Come si può fare a creare un legame ancora più stretto tra artista e spettatore ? Magari lanciando una call, un richiamo ma soprattutto un invito agli artisti, chiamati a proporre una loro opera ispirata all’argomento della IV edizione di Opera Viva Barriera di Milano, un progetto ideato da Alessandro Bulgini, curato da Christian Caliandro e sostenuto da Flashback, seguitissima e apprezzata fiera d’arte.  La scommessa è quella di portare l’arte in un luogo non deputato, di coinvolgere persone non necessariamente interessate alla scena artistica. I temi sui quali gli artisti, che si sono succeduti in questi anni, hanno riflettuto attraverso i loro manifesti sono argomenti che hanno una stretta relazione con il luogo in cui vengono installati: si è parlato quindi di identità, di inclusione ed esclusione e di futuro e si è riflettuto sul significato e sulla reale funzione dell’arte. Un gigantesco cartellone di sei metri per tre collocato in Piazza Bottesini, sarà la galleria, il wall deputato ad accogliere non la solita pubblicità ma un manifesto artistico. Il tema prescelto prenderà spunto dal libro di fantascienza dello scrittore e antropologo di Cincinnati Chad Oliver: “Le rive di un altro mare”, scritto nel 1972.  Così la quarta di copertina presentava il libro: E se per caso approderete alle rive di un altro mare, in un paese remoto abitato da selvaggi e da barbari, tenete bene a mente che il più grande pericolo e la più sicura speranza stanno nell’incontro tra i diversi cuori degli uomini, e non nel confronto tra le loro frecce e il vostro fuoco. ” Così dice il libro di “Consigli ai Naviganti” del 1674, da cui è preso il titolo di questo romanzo. Ma se “l’altro mare” è nel centro di un moderno stato africano, e se quelli a cui ci troviamo di fronte sembrano essere dei comuni babuini, che conto dovremo tenere dell’antico consiglio? Chi sono i “selvaggi”? Dove sono i “barbari”? E che cosa significano quelle impronte profonde, perfettamente circolari, che dei comuni babuini non possono certo aver lasciato?     Le rive di un altro mare è la storia di un primo contatto: con mano sicura e passo graduale, l’autore costruisce una situazione in cui i rapporti tra diverse entità sono in continua ridefinizione, secondo i diversi valori di queste comunità. Chad Oliver porta la storia verso un dialogo tra diverse forme di civiltà, tra diversi mondi, tra diverse specie, un dialogo fatto di azioni significative e di pericoloso sacrificio, non di astratte parole. Alla fine non ci sarà stato nemmeno un faccia a faccia, ma si sarà stabilito rispetto reciproco. Le rive di un altro mare è un inno alla necessità di comprensione, un inno alla mixité, a un nuovo modo di vivere le città ispirato alla mescolanza, dove la relazione tra vita sociale, lavorativa e privata è indipendente dal luogo e in contrasto con il concetto della segregazione, una spinta al dialogo per  ristabilire il rispetto dell’altro da sé: uomo, natura, territorio e patrimonio culturale.   Qui il bando per partecipare. http://www.flashback.to.it/wp-content/uploads/2018/03/open-call-_-opera-viva.pdf?utm_source=phplist49&utm_medium=email&utm_content=HTML&utm_campaign=Bando+per+artisti+visivi%2C+Opera+Viva+Barriera+di+Milano+2018      ...

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Progetto Pilun. Riscoprire i piloni votivi. Un bel progetto di Arte Sacra Contemporanea.

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Progetto Pilun. Riscoprire i piloni votivi. Un bel progetto di Arte Sacra Contemporanea.

E’ con il nobile intento di ridare visibilità ai piloni votivi, che, all’inizio di dicembre, il pittore Angelo Barile e il giornalista e musicista Luigi Bairo hanno dato vita a Pilun – progetto di Arte Sacra Contemporanea. Un’iniziativa che ha riscosso un immediato e inatteso successo: più di 850 iscritti nei primi mesi, oltre mille fotografie, centinaia di piloni individuati, fotografati e spesso geolocalizzati dagli iscritti al gruppo; tante le storie, i volti misteriosi incontrati in questa “caccia al pilone”, che sta appassionando sempre più persone.   Sono presenti un po’ ovunque nel territorio, nei centri urbani, ma soprattutto in campagna. Eretti per ricordare eventi miracolosi di cui spesso si è persa la memoria, oppure come ex voto. Nei boschi proteggevano il cammino dei viandanti in corrispondenza dei trivii, incroci di tre sentieri, che erano considerati fulcro di energie negative, dove poteva manifestarsi il potere infausto delle streghe, che in Piemonte si chiamavano Masche,  e del demonio.   Non sono stati dipinti da artisti famosi, ma da sconosciuti pittori locali itineranti. Ma pur non essendo considerati opere d’arte, conservano un fascino straordinario. Alcuni versano in condizioni di totale degrado, altri sono stati oggetto di restauri discutibili. Un mondo dimenticato, ma straordinario, denso di storia e di mistero si cela in queste semplici costruzioni, frutto della più semplice e genuina spiritualità popolare. Ci sono cose che vedono solo gli artisti, i sensibili, gli accorti. Oltre a vedere talvolta decidono di agire, di restituire agli sguardi qualcosa che era lì, “nascosto in bella vista”. https://www.facebook.com/groups/240120996525435/  Collaborare al progetto Pilun? Pilun è un progetto aperto. Ogni forma di collaborazione è ben accetta. – CENSIMENTO DEI PILONI . E’ possibile contribuire individuando e documentando le edicole votive presenti nel territorio, scattando una o più fotografie e indicandone l’esatta collocazione (se possibile anche segnalando le coordinate geografiche che possono essere individuate con GOOGLE MAPS). Le informazioni andranno pubblicate con un post sul gruppo facebook PILUN – PROGETTO DI ARTE SACRA CONTEMPORANEA. Gli amministratori del gruppo procederanno alla realizzazione di una mappa interattiva su Google. – Proporre sulla stessa pagina facebook suggerimenti, commenti, collaborazioni, notizie che possano aiutare a recuperare la storia delle edicole del...

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Anche le Statue Muoiono: Distruzione e Bellezza nell’Arte.

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Anche le Statue Muoiono: Distruzione e Bellezza nell’Arte.

I musei preservano le opere d’arte o le privano del loro valore? Le difendono dal deterioramento del tempo o semplicemente le sottraggono all’ambiente a cui appartengono e in cui dovrebbero restare?  Questi sono gli interrogativi  – a cui è difficile trovare risposta – su cui la mostra “Anche le Statue Muoiono: Conflitto e Patrimonio tra Antico e Contemporaneo”, nata dalla collaborazione tra quattro dei musei più importanti di Torino – il Museo Egizio, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, i Musei Reali e il Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino – intende riflettere, dando vita a un sorprendente incontro tra opere d’arte e oggetti di artigianato provenienti da luoghi ed epoche diverse eppure unite nell’amore e nel bisogno dell’arte come mezzo per esprimere le inquietudini e i turbamenti propri dell’essere umano, non solo attraverso la creazione ma anche la distruzione.   Un’occasione per meditare sul reale valore dell’arte che, seppur logorata e mutilata dal tempo, non perde il suo fascino, anzi, lo accresce. Il progetto mantiene uno sguardo critico sui recenti avvenimenti nel Medio Oriente, che hanno causato la distruzione di patrimoni storico-artistici di incommensurabile valore e che confermano il ruolo vitale e irrinunciabile dei musei nella custodia della bellezza attraverso le ere.   La mostra, che il Museo Egizio ha scelto di ospitare al piano interrato, quasi a voler dare l’impressione al visitatore di entrare egli stesso all’interno di uno scavo archeologico, è impreziosita da fotografie e documenti che testimoniano lo sforzo costante degli archeologi di scovare e conservare beni culturali d’inestimabile importanza e renderli godibili a un più vasto pubblico. “Mi piace trasmettere il messaggio che dobbiamo studiare quello che il passato ci ha tramandato”, afferma il direttore del Museo Egizio Christian Greco, “ricordando che la tutela passa anche attraverso il dialogo e la conoscenza“. Ma la genialità della mostra risiede nella presenza di opere appartenenti all’arte contemporanea: nove artisti hanno infatti cercato di dialogare con i reperti millenari in esposizione attraverso installazioni, video e fotografie in grado di esaltare la bellezza degli oggetti esposti e di confermare che la distruzione nell’arte è sempre esistita e sempre esisterà; splendida è la serie dei nove volti fotografati da Mimmo Jodice e quelli spezzati dei governatori di Qau el-Kebir. Un incontro tra passato e futuro che si può dire incisivo ed efficace, in cui gli elementi d’arte contemporanea riescono nel difficile compito di non oscurare le opere antiche, evidenziandone invece l’unicità e il valore. Unica nota dolente: le opere dell’artista statunitense Liz Glynn, classe 1981. Notevoli nella composizione ma alquanto piatte e monotone. L’opera migliore? Il frammento del volto di Akhenaton, faraone egizio della XVIII dinastia, parte di un’antica statua riscolpita (probabilmente per ripugnanti fini commerciali) in epoca moderna: pochi centimetri di eternità a racchiudere tutto il senso della mostra. Ilaria Losapio...

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Renato Guttuso alla Galleria Civica d’Arte Moderna. Un Boogie Woogie sesantottino.

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Renato Guttuso alla Galleria Civica d’Arte Moderna. Un Boogie Woogie sesantottino.

Alla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino La Politica nell’Arte: l’Occhio Critico di Renato Guttuso “Per noi l’arte non può essere antiumana, nel nostro presente, anzi, cerchiamo di cogliere i fermenti opposti a tanto rassegnato pragmatismo”. Così il grande pittore palermitano Renato Guttuso definì nel lontano 1967 la missione dell’arte, un gioco di luci e ombre messa a punto dal più meticoloso e visionario homme d’art a beneficio di una sempre più cinica realtà. La GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino dedica un’ispirante quanto evocativa esposizione alle opere del noto pittore neorealista, artista (e politico), mettendone in risalto l’orientamento espressionista e il notevole impegno sociale. Curata da Pier Giovanni Castagnoli, in collaborazione con gli Archivi Guttuso, la mostra – aperta al pubblico dal 23 febbraio al 24 giugno 2018- raccoglie circa 60 opere di diversa provenienza, dai più importanti musei alle collezioni pubbliche e private europee. Fiore all’occhiello della collezione sono i lavori a carattere politico, dipinti dall’artista lungo un arco temporale che corre dalla fine degli anni Trenta alla metà degli anni Settanta. Per Guttuso, infatti, l’arte è inscindibile dall’impegno politico e sociale e trova la sua massima espressione nel farsi promotrice di valori e moralità. Le opere attraversano tutto il Novecento e narrano con considerevole minuziosità l’evoluzione artistica di Guttuso, dai primi lavori influenzati dalle povere origini e dalla vita semplice della Sicilia degli anni 30 a quelli più politicamente impegnati, come gli impressionanti dipinti realizzati a seguito delle rivolte sociali degli ultimi anni 60.     Il percorso espositivo si compone di una lunga serie di ritratti, paesaggi, nudi, conversazioni private e nature morte, introducendo in modo crescente il visitatore all’interno del complesso mondo del pittore siciliano.  La sala principale è adibita ai dipinti più malinconici e introspettivi dell’artista, nei quali è chiara l’ispirazione all’arte cubista (in questo grande importanza ebbe l’amicizia con Pablo Picasso). Lo stile pittorico è caratterizzato da un uso deciso, quasi veemente del pennello sulla tela che però non compromette la dolcezza e l’intensità delle opere; una su tutte la magnifica e distratta eleganza di Balcone, un olio su tela del ’42 straripante di liricità e teatralità, forse l’opera più coinvolgente dell’intera mostra, ancor più del ben più famoso (e criticato) “I Funerali di Togliatti” del 1972: stupefacente a una prima occhiata ma totalmente privo di emozionalità.   Nella seconda sala sono ospitati i disegni, caratterizzati dal tipico tratto grezzo e spigoloso ma profondamente veri, malinconicamente vividi nella loro cruda sincerità. La mano di Guttuso scorre veloce sulla carta, quasi graffiandola con l’inchiostro. Quel che conta è sconvolgere il visitatore, mostrargli la realtà per quella che è, senza edulcorazioni. Ne è un chiaro esempio Restano solo i morti, del 1956: poche linee tracciate su carta telaiata bastano per restituire l’aspro realismo di uomini morti. Emozionalità e intensità che però non si riscontrano in tutti lavori del pittore siciliano, e qui sta forse il suo tallone d’Achille. Benché in molti casi riesca a restituire ai suoi personaggi veridicità e personalità, spesso l’attenzione quasi spasmodica ai dettagli e all’uso dei colori mette in ombra elementi di prima importanza come l’espressività dei soggetti e la loro autenticità di esseri umani, appiattendoli sulla tela. Un esempio si può trovare nel freddo Boogie Woogie del ’53 in cui, seppur...

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Frank Horvat a Torino. Bruna Biamino ci porta dentro “La storia di un fotografo”.

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Frank Horvat a Torino. Bruna Biamino ci porta dentro “La storia di un fotografo”.

Intervista a Bruna Biamino sulla mostra di Frank Horvat La notizia è che martedì 27 febbraio 2018 si è inaugurata nelle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino la prima mostra antologica di Frank Horvat (Abbazia, 1928) all’interno di un’istituzione museale italiana. L’evento accade a ridosso del compimento del suo novantesimo anno d’età. Durante le ultime fasi dell’allestimento, Bruna Biamino, assistente alla curatela  della mostra, accetta gentilmente di incontrarmi per una visita in anteprima e di rispondere qualche domanda domanda. Bruna. Ti faccio subito vedere questa fotografia qui. Il matrimonio musulmano a Lahore in Pakistan. La foto che è stata inserita nella mostra The Family of Man di Steichen del ‘55. Fulvio. Epocale. B. Sapevo che ti sarebbe piaciuta. F. Sì, ho guardato un po’ la biografia di Horvat. In realtà, lo conoscevo poco. Me lo immaginavo come un fotografo di moda. Invece è affascinante come lui percorre la fotografia in vari modi. C’è quello, che lo ha reso famoso, ma poi ce ne sono tanti altri che non conosciamo. B. Ha lavorato tantissimo. Una capacità di lavoro pazzesca con tanti tipi di lavori, che lo rendono meno riconoscibile. Quello che gli han sempre fatto notare. Per questo, ad un certo punto, ha detto: “va bene, non sono riconoscibile, allora cerco di dividere il mio lavoro in chiavi interpretative”. F. In modo da creare un filo conduttore che aiuti. B. Esatto. F.  Infatti è questa la cosa che mi ha affascinato di più. Guardando Horvat, attraverso di lui, attraversi la storia della fotografia in tanti modi. B. È una delle cose che guardavo ieri. Veramente, se guardi quella foto lì ti sembra Berenice Abbott, per dire. F. Sì, Horvat parte dalla tradizione. B. Poi però c’è la moda, poi c’è quella che sembra un Eugene Smith. Voglio dire, c’è tutta la fotografia. F. Difatti mi piace perché ti sia da stimolo. Come un uomo solo che attraversa tutta una storia e occupa diverse posizioni. Cioè a volte fa il collezionista, a volte il fotografo, a volte intervista anche lui…   B. Fa la moda, fa il reportage, poi fa l’arte… F. È una sorta di attivista della fotografia in vari modi. Non so come dire. Questo è molto bello. La sua chiave più affascinante. B. Il suo lavoro è diviso in questo modo. Lui, come sai, è curatore della sua mostra. F. Ecco, infatti, il tuo ruolo qual è? B. Di assistenza alla curatela perché ci voleva qualcuno qui, che non poteva essere lui che ha quasi novant’anni. F. Quindi come nasce la cosa? Da dove viene fuori? B. Horvat ha lavorato molto con Giovanni Rimoldi, che era il mio vecchio gallerista, quello di Documenta. F. Sì, mi ricordo, venivo alle mostre. B. Giovanni mi ha detto che ad Horvat piacerebbe moltissimo che un museo italiano, essendo lui nato in Italia, gli dedicasse una mostra per i suoi novant’anni. Allora abbiamo fatto questa proposta ai Musei Reali. Alla direttrice Enrica Pagella sono piaciuti molto sia il lavoro di Horvat sia le fotografie della sua collezione personale. F. Giusto c’è anche quello. C’è una mostra nella mostra. B. E quindi abbiamo cominciato a progettare la cosa. Però abbiamo pensato, visto che lui ha diviso il lavoro in chiavi interpretative e ha le idee molto chiare,  che fosse lui il curatore della sua...

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Le Visioni di Giorgio Giraudi all’Agenzia Principale Torino Castello della Reale Mutua Assicurazioni.

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Le Visioni di Giorgio Giraudi all’Agenzia Principale Torino Castello della Reale Mutua Assicurazioni.

L’Agenzia Principale Torino Castello della Reale Mutua Assicurazioni, presso la Torre Littoria di Piazza Castello 111, è nota da tempo per il suo impegno nel campo della divulgazione in ambito artistico grazie alla Divisione Arte, che persegue con forza l’obiettivo di mettere a disposizione dei soci-clienti lo spazio all’interno della prestigiosa sede proprio nel cuore della città, dove ospitare e valorizzare l’arte e la cultura, con opere in permanenza, installazioni, mostre e incontri con artisti e critici. Introdotta dalle parole del Dottor Antonio De Carolis, direttore commerciale della storica agenzia torinese, è stata inaugurata in settimana (sino all’8 di aprile) la personale di Giorgio Giraudi. Artista e scultore poliedrico nato a Torino nel 1936, Giraudi ha tra i suoi riferimenti culturali il Surrealismo, l’astrazione geometrica e l’Informale, il Futurismo, il gusto del post moderno e l’art brut di J. Dubuffet. Le opere di Giorgio Giraudi sono inserite nel Catalogo d’Arte Moderna dell’Editoriale Giorgio Mondadori ed hanno scritto di lui critici come Vittorio Sgarbi che, a proposito delle sue opere viste in ottica prossima al Surrealismo, afferma: “La collocazione del lavoro di Giorgio Giraudi è di per sé contradditoria in quanto da una parte va stilisticamente annoverato in un ambito surreale, ma dall’altra va sottolineata la presenza evidente e costante di un progetto razionale, che riguarda il messaggio che egli vuole comunicare. Sia in pittura che in scultura Giraudi mostra una capacità tecnica che continuamente si evolve per piegarsi alle motivazioni e alle urgenze di diversi momenti espressivi. Ma è certo che i suoi documenti pittorici e plastici sono il risultato d’incursioni nel mondo del sogno, e che egli ha il potere di tradurre il mondo dei simboli onirici in una narrazione che concretizza un altrove del tutto riconoscibile”.   Come riportato direttamente dall’artista a chi scrive, l’arte deve essere portatrice di messaggi positivi, e ogni spettatore deve poter essere libero di sviluppare una lettura autonoma, sempre diversa, tanto è vero che le opere in mostra sono tutte senza titolo, proprio per lasciare ampio spazio alla libera interpretazione. Un’interpretazione che certo può spaziare libera di fronte alle opere di Giraudi, sospese come sono tra il reale e l’irreale, il sogno e il quotidiano, percorse da piccole figure umane solo abbozzate, e ritagliate su tela grazie all’uso di una sottile corda che delimita i confini e li staglia sulla superficie pittorica. Piatte campiture di colore sottolineano la dimensione fantastica, propria del sogno; i colori nettamente disposti come in un collage rimandano ad un universo pittorico gioioso, squillante, non privo tuttavia di una certa nota poetica e ludica, talvolta ironica, talvolta malinconica, che rimanda anche a temi più impegnati e riflessivi come il rispetto della natura e la solitudine dell’uomo. La natura è infatti tema ricorrente, in particolare gli alberi, così come le sedie e i palloncini, quasi come se Giraudi fosse attratto, come “narratore di favole moderne”, non solo dalla semantica, ma anche dalla struttura formale di curve, linee e prospettive che si prestano alle più svariate complessità e combinazioni segniche e che si sviluppano, coerentemente, nelle dinamiche sculture policrome in legno sagomato degli anni Novanta. Scrive Angelo Mistrangelo, concludendo il suo testo in catalogo: “Giraudi opera all’insegna di una strenua energia, di una indagine intorno ai mali del nostro tempo, che propone mediante l’impiego di un colore grumoso, a volte...

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Dietro ad una porta segreta del Castello del Valentino una cappella seicentesca.

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Dietro ad una porta segreta del Castello del Valentino una cappella seicentesca.

La professoressa Costanza Roggero Bardelli, che ha coordinato i restauri, realizzati con la direzione scientifica della Soprintendenza spiega i dettagli più significativi della scoperta di una Cappella attribuibile a Amedeo di Castellamonte da poco riportata alla vista. La cappella, è stata costruita nel 1644-45, formata da un ambiente con sacrestia, è decorata finemente con  stucchi di fine ‘600 e una parete affrescata,  in cui si può individuare una figura femminile.  L’ingresso era stato coperto da un finto muro eretto nel 1904, quando vennero fatti i lavori per ospitare i docenti di quello che  sarebbe diventato il primo nucleo del Politecnico, già Regia Scuola di Applicazione per gli Ingegneri.  La storia della cappella non è tanto una scoperta, quanto una riscoperta, il disvelamento di uno spazio, al piano terreno del padiglione nord-ovest, rivolto verso la città, che era stato per molti versi dimenticato. Impiegato per le esigenze di segreteria, modificato da contropareti, tanto che solo gli stucchi della volta apparivano a tratti riconoscibili, con i volumi di cappella e sacrestia snaturati, il luogo votivo aveva perso gran parte della propria identità. “Ringrazio tutti coloro che hanno lavorato con impegno ai restauri, che hanno permesso di restituire il Castello del Valentino alla città. La condivisione della conoscenza è per il Politecnico non solo un obiettivo strategico definito sui temi della ricerca e del trasferimento tecnologico ma, intesa in senso ampio, è la modalità con cui fare sistema con il Territorio per contribuire a rendere sempre di più Torino Città della cultura, oltre che Città universitaria”, ha commentato il Rettore Marco Gilli nel corso della sua visita in occasione del completamento dei lavori di restauro e valorizzazione della cappella del Valentino, finalmente restituita al suo antico splendore negli stucchi bianchi e nei sapienti volumi.   Il nuovo intervento di restauro ne restituisce ora tutta la ricchezza e individua la committenza della cappella per quanto riguarda gli apparati decorativi non tanto in Cristina di Francia, la prima signora del castello, quanto nella nuora Maria Giovanna Battista, in una continuità di legame tra le Reggenti e la residenza fluviale. Ricompone inoltre quell’immagine unitaria, complessiva, che il lungo e delicato intervento sugli appartamenti d’onore del primo piano nobile, sulle facciate, sulla cancellata e sui porticati ottocenteschi aveva proceduto a ridelineare, ma di cui ancora mancano non pochi elementi. Il Castello del Valentino è un sito UNESCO con le Residenze Sabaude dal 1997, è non solo sede storica del Politecnico di Torino e tutt’ora luogo di formazione e ricerca, ma ormai da un ventennio è al centro dell’attenzione come polo di primo interesse in un programma di valorizzazione che lo riconsegni alla comunità accademica, ma anche all’intera città anche come patrimonio storico e architettonico....

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Cinquecento volte l’occhio magico di Carlo Mollino. Grande retrospettiva fotografica da Camera.

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Cinquecento volte l’occhio magico di Carlo Mollino. Grande retrospettiva fotografica da Camera.

Eclettico, intenso, talvolta eccentrico, affascinato dal fascino delle donne. Carlo Mollino merita senza alcun dubbio di essere annoverato tra i più grandi fotografi piemontesi del 900. La mostra “L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973”, curata da Francesco Zanot e aperta al pubblico dal 18 gennaio al 13 maggio 2018, allestita nella sede di Camera, Centro Italiano per la Fotografia, intende omaggiare il noto artista torinese – che fu anche architetto, designer e aviatore – con una accurata selezione di oltre 500 fotografie da lui scattate dagli anni Trenta ai primi anni Settanta, da quelle più celebri a quelle inedite, ponendone in risalto l’originalità e la potenza comunicativa.   L’esposizione, della quale è d’obbligo sottolineare l’eleganza e il raffinato minimalismo, raccoglie con notevole scrupolosità le più grandi passioni di Mollino – la velocità, il dinamismo, le donne, l’architettura – e si articola in quattro sezioni tematiche, ognuna intitolata con una citazione tratta dagli scritti dell’artista.  Si comincia con “Mille Case”, che restituisce uno spaccato notevolmente dettagliato del vivo interesse di Mollino per l’architettura e l’armonia delle forme; non solo edifici da lui progettati ed elementi d’arredo, ma anche donne adagiate con voluttà su un divano o un letto, o intente a rimirarsi allo specchio: sono queste le immagini più intense ed espressive, che riescono a catturare con ammirevole precisione la sensibilità e la raffinatezza dell’artista. D’impronta decisamente più surrealista e sperimentale è invece la seconda sezione, “Fantasie di un Quotidiano Impossibile”, che raccoglie ogni genere di fotografie, dai fotomontaggi di progetti architettonici alle immagini di vetrine: scatti apparentemente slegati l’uno dell’altro, ma accomunati dalla presenza costante di sprazzi di geniale ispirazione, di un’acuta e illuminata manipolazione del reale volta allo studio della più ricercata innovazione. La passione per il dinamismo e la velocità è invece il tema della terza sezione, “mistica dell’acrobazia”, dove le auto, i velivoli e lo sci fanno da padroni. Si tratta forse della sezione meno emozionante e più “tecnica” di Mollino, caratteristica che la fa passare nettamente in secondo piano rispetto alle altre, benché la raffinatezza del design e la sinuosità delle linee testimonino ancora una volta il talento e la meticolosità dell’architetto torinese. Ne “L’amante del Duca”, quarta e ultima sezione, sono le donne e i loro corpi voluttuosi al centro dell’attenzione. Lo splendore quasi palpabile della loro pelle e i volti dall’espressione talora ingenua, talora ammiccante, ma sempre (meravigliosamente) privi di qualsivoglia scintilla di lussuria o volgare attitudine sono senza dubbio il fiore all’occhiello di tutta la collezione. Una selezione di documenti, lettere e cartoline completa un’esposizione ricca quanto ispirante e permette al visitatore di conoscere l’artista in modo più intimo, rivelandone l’animo appassionato e intraprendente. Ilaria...

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Memoria, conservazione, cultura: le “Invisibili Connessioni” dell’Archivio storico Italgas.

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Memoria, conservazione, cultura: le “Invisibili Connessioni” dell’Archivio storico Italgas.

Archivio storico Italgas. La terza edizione del progetto Punctum, format dell’Heritage Agency torinese Promemoria, dedicato all’incontro tra archivi e arte contemporanea, con la curatela di Viola Invernizzi, ha coinvolto per il 2017 l’Archivio Storico Italgas, in occasione del 180° anniversario dalla fondazione dell’azienda. Il “punctum” nella riflessione di Roland Barthes, filosofo e semiologo francese, indica la risposta istintiva ed emotiva che scaturisce dall’osservazione di un’immagine, nella quale un dettaglio “punge” lo sguardo dell’osservatore, lasciando una “ferita indelebile” nella sua memoria. Ed è proprio questo l’iter operativo che ha permesso la realizzazione della proposta di studio e ricerca che ha condotto al buon esito del progetto. Sono le Invisibili Connessioni – che danno il titolo all’intero percorso d’indagine – quelle, tra passato e presente, che 10 giovani artisti contemporanei hanno individuato e reinterpretato attraverso un’attenta analisi di oltre 500 immagini, appartenenti alla storia di Italgas e conservate nel suo Archivio Storico e Museo. Risale al 31 dicembre 1986 il conferimento per l’Archivio Storico Italgas, da parte della Sovrintendenza Archivistica per il Piemonte e la Valle d’Aosta, della notifica di luogo di “notevole interesse storico”. Negli anni, all’Archivio Storico si decise di affiancare una sezione espositiva. Il primo allestimento del Museo Italgas si realizzò nel 1994 e fu ideato prevalentemente per raccontare la storia dell’azienda in relazione al gas: la produzione del materiale, prima con la distillazione del carbone, poi con l’avvento del metano e il suo utilizzo per l’illuminazione, il riscaldamento e la cottura dei cibi. Nel 2008 il Museo è stato trasferito all’interno della sede che ospita gli uffici Italgas, in Corso Palermo, 3 a Torino: in quella occasione il percorso espositivo è stato rivisto e ampliato grazie all’inserimento di elementi multimediali e interattivi concepiti per un’azione divulgativa più dinamica ed efficace, adatta a pubblici eterogenei. Ed è all’interno di questo percorso espositivo che sono state collocate le 10 opere d’arte contemporanea, in dialogo con gli elementi già presenti, con l’obiettivo di fornire una nuova interpretazione della storia e dei suoi passaggi narrativi, attraverso lo sguardo del presente. L’Archivio Storico e Museo Italgas, depositario di quasi due secoli di storia industriale, conserva un patrimonio che l’azienda desidera non solo custodire, ma anche valorizzare rendendolo noto e accessibile ad un pubblico sempre più ampio. Il progetto Punctum – Invisibili Connessioni si inserisce tra le iniziative sostenute dall’azienda per trasformare l’Archivio Storico in uno spazio aperto e vivace, luogo di confronto e contaminazione culturale, catalizzatore di nuove idee ed energie. Gli artisti – AuroraMeccanica, Veronica Botticelli, Sabrina Casadei, Luca Grechi, Andrea Grotto, Paola Pasquaretta, Maya Quattropani, Patrizia Emma Scialpi, Sally Viganò, Marco Maria Zanin – coinvolti nel progetto hanno rielaborato in maniera autonoma, attraverso tecniche differenti, “l’energia culturale” serbata in oltre 1.000 metri lineari di documenti, 6.000 volumi, opuscoli e riviste, 35.000 stampe, fotografie e manifesti e 350 apparecchiature e strumenti d’epoca. Le opere, prodotte per l’occasione e acquisite da Italgas, anche in seguito alla chiusura della mostra, il 31 gennaio prossimo, entreranno a far parte delle collezioni del Museo. “La memoria è un presente che non finisce mai di passare”, afferma Octavio Paz Lozano e questo pensiero è efficacemente esplicitato in ciascuna proposta artistica presentata. A partire dal libro d’artista di Marco Maria Zanin, in cui le immagini e gli oggetti dell’archivio storico assumono linee antropomorfe; agli specchi incisi con...

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