.ARTE

.ARTE: il focus sulle mostre del territorio torinese tenuto da Marzia Capannolo, storica dell’arte. Il cartoncino sulla porta è scritto a mano: “Ernesto e Marzia Maison de l’Art”. È in francese, perché l’idea è venuta loro durante un viaggio a Parigi nel settembre del 2012. La porta è quella di una casa privata e, dentro, insieme a Ernesto Morales e a Marzia Capannolo c’è l’arte, in forma di quadri alle pareti, sì, ma anche in forma di parole e di colazione. Colazione, non collezione: brioche, latte, caffè, te, crostate, biscotti, succhi di frutta. L’indirizzo è via XX Settembre numero 1, terzo piano.
Lui è argentino, ma nato a Montevideo, ha 40 anni e dipinge, lavora sulla natura, sulla dimensione onirica e metafisica. Lei è romana, una storica dell’arte. Sono arrivati a Torino nel 2011 per una settimana di esplorazioni e sono rimasti. Prima in corso Belgio, poi in via XX Settembre, dove hanno trovato lo spazio e la luce giusta per portare l’arte nel luogo della vita, in ambiente domestico. E così, a fine settembre 2013, Marzia organizza la sua prima colazione d’arte. Di domenica. Venti persone, dalle 10,30 alle 13,00. È passato un anno e l’avventura continua, ogni quindici giorni. Le persone sono diventate 35-40. Lei invia una newsletter. Tu prenota, paghi 15 euro. E, quando arrivi, sei attirato dal profumo del caffè. Mezz’ora a chiacchierare, degustare e far conoscenza. Poi, alle 11, ci si sposta in sala a seguire le slide e i racconti di Marzia Capannolo su “Crisi di coppia: come evitarla secondo Bellini e Tiziano” o su “Lo straniero sulla terra: Vincent Van Gogh”. I prossimi appuntamenti: 9 novembre, “Caravaggio tra sacro e profano”; 23 novembre, “Immanenza e mutamento: da Ovidio a Francis Bacon”; 14 dicembre, “Artemisia Gentileschi: donna e pittoresca fra uomini e pittori”. Non sono lezioni, sono viaggi: ti prepari, decolli, resti in volo un’ora e mezzo e atterri. Fanno tutto le immagini, le parole e il profumo del caffè.

A Carmagnola il Mese della Cultura. Grandi mostre, musica, letteratura e gastronomia.

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A Carmagnola il Mese della Cultura. Grandi mostre, musica, letteratura e gastronomia.

Il 1 giugno inizia per la cittadina di Carmagnola un mese speciale. L’Assessorato alla Cultura della città ha organizzato “Il Mese della cultura”: un ricco calendario di eventi, per trasformare i fine settimana in una grande occasione per coinvolgere i cittadini, chiamare visitatori, offrendo mostre, musica, beni architettonici da scoprire e poi letteratura gastronomia il tutto a dimostrare, come se ce ne fosse bisogno, che la cultura può davvero rendere viva e dinamica una città.   Tra le molteplici offerte spicca una mostra di indubbio pregio, malgrado il nome scelto per promuoverla sappia di cantoria ottocentesca, che propone un ricco excursus di opere lungo epoche stili artistici diversi, che prende avvio dal XV secolo fino ai maestri del ‘900. Il mese della cultura non poteva avere miglior inizio che con la mostra Donne e Madonne nell’Arte dal XV secolo a oggi, organizzata dal Comune di Carmagnola e dall’Associazione “Amici di Palazzo Lomellini”, la cui inaugurazione sarà venerdì 1° giugno e resterà aperta fino al 29 luglio nelle sale di Palazzo Lomellini nel centro di Carmagnola. Per il pubblico sarà una vera scoperta imbattersi in nella sezione chiamata Magnificat, un nome scelto per contestualizzare la raffinata raccolta di sculture di arte africana della collezione di Bruno Albertino e Anna Alberghina, che entreranno in dialogo con le opere di importanti maestri della pittura dal XV secolo a oggi sul tema universale della donna e della madre.   Le opere in mostra, individuate per qualità e pregio, sono prevalentemente lignee e risalgono ad un periodo che va dalla fine dell’800 alla prima metà del ‘900.  Appartengono a svariate culture dell’Africa occidentale e centro-equatoriale e compaiono in numerose pubblicazioni di settore. La donna riveste da sempre un ruolo fondamentale nelle società tradizionali africane. In tutte le civiltà l’evento della maternità è sacralizzato, spesso divinizzato, fino a diventare la metafora della genesi. Per magnificare questo gesto millenario l’artista africano, utilizzando infinite soluzioni formali, sa sempre sorprendere, esprimendo sentimenti e sensazioni frutto dell’amore materno. La figura femminile rappresentia uno dei cardini dell’iconografia africana come, peraltro, si osserva in tutte le arti figurative delle società umane. Tuttavia, l’Occidente ammira la scultura dell’Africa nera per la sua ricchezza stilistica e inventiva formale, perdendo di vista il valore rituale che essa ha, invece, per i popoli che la producono.  Si tratta, infatti, di oggetti di culto, creati per favorire il rapporto con il sovrannaturale.  E’ bene tenere sempre in considerazione questo aspetto per non osservare le sculture africane come mero oggetto di contemplazione. Il Sindaco Ivana Gaveglio, interpellato dal giornale per l’occasione, non nasconde la sua soddisfazione e la voglia di osare, proponendo un programma inedito, non scontato e in grado di adattarsi alle diverse sensibilità dei cittadini.   Ma ecco cosa ci riserva questo giugno carmagnolese dedicata alla cultura. “Portici da Leggere”: Fiera del Libro per gli appassionati della letteratura di ogni genere. Case editrici e librerie in esposizione, incontri con autori, concerti, visite alla scoperta dei beni culturali. Domenica 4 giugno, dalle ore 9,00 nel centro storico saranno protagonisti libri e scrittori. Sotto i portici di via Valobra, dalle 9,00 alle 19,00: mostra mercato del libro; nel centro storico, dalle ore 9,00 alle 12,00: celebrazioni per la Giornata della Marina. Nel pomeriggio, dalle ore 15,00 incontri con gli scrittori: presentazioni di libri e interviste agli autori; in piazza...

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Sebastião Salgado:colui che disegna con la luce. 200 scatti da vedere alla Reggia di Venaria Reale.

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Sebastião Salgado:colui che disegna con la luce. 200 scatti da vedere alla Reggia di Venaria Reale.

La Reggia di Venaria Reale nelle Sale dei Paggi ospita fino al 22 settembre l’ultimo grande capolavoro di Sebastião Salgado: Genesi. Documentario fotografico di un importante progetto iniziato nel 2003 e concluso del 2013.  Lunghi viaggi in giro per il mondo, anni di lavoro, di scatti fotografici per immortalare la natura millenaria, incontaminata, gli animali e gli uomini di un’età primordiale, presenti nella nostra epoca nella loro veste genuina, pieni di curiosità e di ricchezza originaria. In una corsa contro il tempo, emozionante, come il suo sguardo quando si posa sui luoghi delle foreste tropicali o dei deserti dell’America e dell’Africa, sui ghiacciai dell’Antartide o della taiga dell’Alaska. 200 scatti fotografici che raccontano il suo straordinario itinerario verso il cuore dell’uomo e della natura, alla ricerca di quell’infinito misurabile – dirà lui – che è possibile trovare nell’umanità rigenerata. Un reportage eccezionale di immagini quasi scolpite all’interno della prospettiva, attraverso il diaframma fotografico. Immagini rigorosamente in bianco e nero, perché il colore – afferma Salgado – è un elemento di disturbo. Impoverisce il racconto, toglie spessore ai sentimenti e alle emozioni, distrugge ciò che della forma è l’essenza: la sua completezza.  Le sue fotografie raccontano la bellezza del nostro mondo e il progetto Genesi manifesta un intento ben preciso: amare e salvaguardare il nostro pianeta, conquistare una nuova armonia con la terra e il tempo, tutelare un ecosistema che deve avere un futuro, nonostante i comportamenti irrispettosi dei suoi abitanti. Perché straordinario e unico. Un canto d’amore, quello di Salgado, per lenire le ferite della natura e per risvegliare in lui la voglia di vivere. Non è stato facile, soprattutto dopo il genocidio del Ruanda del 1994, riportato in tutta la sua crudeltà.  Salgado nel corso della sua carriera non si è risparmiato niente. Con determinazione e molto coraggio, attraverso una serie di reportage fotografici, ha immortalato le disumanità del nostro tempo: la siccità del Sahel, la guerra coloniale in Angola e Mozambico, la rivoluzione in Portogallo, il duro lavoro dell’uomo nelle miniere d’oro del Brasile o nei pozzi di petrolio del golfo Persico, alla scoperta di coloro che hanno costruito il mondo. Ogni sua foto è un grido di disperazione, una testimonianza di rara sensibilità espressiva. Una dura prova. Per cogliere e approfondire meglio il messaggio di Genesi è utile rivedere il film documentario Il sale della terra di Wim Wenders. Il regista, insieme al figlio di Salgado, Juliano è riuscito ad avere una prospettiva sul suo mondo interiore, a farlo parlare del suo lungo processo creativo ed artistico. Sebastião Salgado si racconta e cattura le figurazioni quasi inverosimili di soggetti che, disperatamente gridano tutta la loro umanità. Un viaggio desolante e toccante, che lo porterà alla disperazione, ma anche a nuove aspettative di vita e di lavoro. La mostra curata dalla moglie di Salgado, Lélia Wanick Salgado vuole rappresentare una possibilità di rinascita per tutti. Messaggio coinvolgente e genuino, di valore impareggiabile.   Maria Giovanna...

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Dove ci condurrà il Torino Danza Festival ? Forse fin dove finisce l’amore.

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Dove ci condurrà il Torino Danza Festival ? Forse fin dove finisce l’amore.

Conducimi alla tua bellezza con un violino infuocato Conducimi oltre il panico finché non sarò al sicuro Sollevami come un ramoscello d’ulivo e sii la colomba che mi riporta a casa Conducimi fin dove finisce l’amore Dance me to the end of love Ispirato e da una delle ultime e bellissime canzoni del grande Leonard Cohen il Torino Danza Festival 2018 si appropria del titolo Dance me to the end of love, per la stagione che si terrà dal 10 settembre fino al primo di dicembre. Diretto da Anna Cremonini, conferma la vocazione internazionale del Festival con la presenza di grandi maestri provenienti da tutto mondo e attenzione all’italia per offrire agli spettatori uno spaccato della migliore e più interessante coreografia contemporanea e per scoprire nuove tendenze e linguaggi in continua evoluzione. Con 18 spettacoli, 34 rappresentazioni, 10 prime nazionali, 6 coproduzioni, 16 compagnie ospitate provenienti da 8 diverse nazioni  (Canada, Belgio, Burkina Faso, Francia, Grecia, Israele, Italia, Svezia) il Festival mette la danza al centro; come terreno di contaminazione, di sperimentazione e dialogo di linguaggi diversi che attraversano trasversalmente i differenti ambiti della creazione contemporanea. L’edizione 2018 si aprirà con un’importante anteprima, realizzata in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino  in prima nazionale (unica data italiana – Fonderie Limone Moncalieri 17 – 18 maggio, ore 20.45), di Betroffenheit creato dalla coreografa Crystal Pite e dall’attore drammaturgo Jonathon Young, entrambi canadesi. Betroffenheit, con la coreografia e la direzione di Crystal Pite, è un esempio di fusione di danza e teatro contemporanei che lega la Stagione di prosa del Teatro Stabile con l’anteprima del Festival. Lo spettacolo è presentato con il sostegno dell’Ambasciata del Canada in Italia. L’inaugurazione di Torinodanza sarà al Teatro Regio il 10 settembre, alle ore 20.00, in prima italiana, con due diversi spettacoli a firma Sidi Larbi Cherkaoui, Noetic ed Icon, entrambi prodotti da GöteborgsOperans Danskompani, il corpo di ballo dell’Opera della città svedese di Göteborg che da anni sta costruendo un repertorio tra i più interessanti in Europa. Con questo debutto si suggella una collaborazione con Sidi Larbi Cherkaoui, che sarà “artista associato” del Festival Torinodanza, dunque presente con una propria produzione nei prossimi tre anni di programmazione. Sostiene Anna Cremonini, «Forte della convinzione  che la danza oggi costituisca uno dei linguaggi più all’avanguardia dell’arte performativa, un Festival può proporsi come una galleria d’arte, in cui artisti e spettatori si interrogano sui grandi temi del nostro presente. Torinodanza è la nostra sede espositiva privilegiata in cui perdersi in un labirinto di emozioni e sentimenti. Il cammino prossimo del Festival Torinodanza è quello delle incursioni multidisciplinari, dell’interrogarsi sulla funzione e il ruolo della rappresentazione del corpo e del gesto nella società moderna. Oggi, in una qualsiasi giornata, ognuno di noi viene colpito da messaggi di ogni forma e natura, parole, gesti, suoni, azioni, immagini. Il mondo è di per se stesso translinguistico e multiforme: il palcoscenico può e deve intercettare la natura della comunicazione e la trasversalità della società ipertestuale. Privilegiare le forme di composizione che accolgono le istanze del mondo in trans-mutazione ci sembra pertanto un atto doveroso, necessario, denso di connotazioni politiche e di rilevanza sociologica. Osservare, captare, scrivere sul palcoscenico le grandi domande che la modernità ci impone, sintetizzarle in un progetto culturale è un obiettivo che un’istituzione pubblica deve porsi per statuto e...

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Gli Stati Generali della Fotografia ottengono una Direttiva Ministeriale grazie a Franceschini.

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Gli Stati Generali della Fotografia ottengono una Direttiva Ministeriale grazie a Franceschini.

Stati generali della fotografia. Era la primavera del 2017, quando il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo per tutti “MiBACT”, Dario Franceschini, ha decretato la costituzione di una Cabina di regia per la fotografia, al fine di conservare, valorizzare e diffondere la fotografia in Italia come patrimonio storico e linguaggio contemporaneo, strumento di memoria, di espressione e comprensione del reale, utile all’inclusione e all’accrescimento di una sensibilità critica autonoma da parte dei cittadini.   Con l’obiettivo di definire un Piano strategico volto ad adattare l’intervento pubblico alle mutazioni tecniche ed economiche del settore e a determinare nuove opportunità per la fotografia italiana a livello nazionale e internazionale, il Ministero ha indetto gli Stati generali della fotografia.   A distanza di quasi un anno il 24 aprile 2018 è stata registrata la Direttiva del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo per lo sviluppo della fotografia in Italia. La Direttiva indirizza gli organi del Ministero per l’attuazione degli obiettivi individuati dal ‘Piano strategico di sviluppo della fotografia in Italia’, consultabile per esteso a questo link. Consigliere del Ministro Dario Franceschini per la valorizzazione del patrimonio fotografico nazionale c’è la torinese Lorenza Bravetta, l’abbiamo interpellata sul felice esito della Direttiva ministeriale.  “E’ stato un lavoro intenso e partecipato, i lunghi mesi dedicati a raccogliere esperienze sono serviti a tracciare un quadro di riferimento del settore, di cui si aveva un impellente necessità. E’ ovviamente solo un inizio, per fare un lavoro completo, occorrono una riforma normativa e fiscale. Spero vivamente nel proseguo di questa iniziativa.  I punti che mi stanno più a cuore sono tre, l’attenzione al mondo la conservazione e della memoria, gli archivi, ed un censimento dei materiali. Per il  presente è fondamentale l’importanza della divulgazione della produzione e internazionalizzazione della fotografia italiana. Unita alla didattica, all’educazione all’immagine, alla conoscenza  del linguaggio delle immagini per i più giovani, ricordando che non c’è una vera laurea dedicata a questa disciplina”. L’Italia è tra i primi paesi a dotarsi di una Direttiva siffatta, suscitando particolare attenzione, al punto che la Francia ha chiesto di poter visionare il documento per poterne trarne utili indicazioni.       La Corte dei Conti registrando la direttiva avvia di fatto il Piano Strategico di Sviluppo che avrà una durata quinquennale, dal 2018 al 20122, determinando così nuove prospettive per la fotografia sia per il nostro paese sia a livello internazionale restituendo importanza al grande patrimonio fotografico italiano che necessita di essere conservato, tutelato e reso fruibile al pubblico.  ...

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L’enigma senza tempo di Giorgio de Chirico. Al Castello di Rivoli alcuni capolavori.

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L’enigma senza tempo di Giorgio de Chirico. Al Castello di Rivoli alcuni capolavori.

La mostra Giorgio de Chirico. Capolavori dalla Collezione di Francesco Federico Cerruti a cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Marcella Beccaria presenta per la prima volta al Castello di Rivoli un selezionato nucleo di capolavori. Contraddizione: parola più che appropriata per descrivere un pittore ambiguo e controverso, una poetica metafisica fortemente malinconica e disillusa. Vedere per guadare oltre i confini fisici dell’essere e della parola. E’ possibile? Forse. Ma è necessaria una profonda analisi del senso della vita ed una buona e sana autocritica. Un’opportunità appena accennata la mostra allestita al Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli. Poche opere del grande maestro appartenenti alla Collezione di Francesco Federico Cerruti, incasellati in un ambiente vario e artisticamente variopinto, accanto ad altre opere apparentemente sconosciute e poco valorizzate. Un evento espressivo e circoscritto, rilevante ma metaforicamente limitato. Perché la vera rivoluzione del soggetto che Giorgio de Chirico ha voluto operare con il suo pensiero sfiora l’enigma, temuto, cercato, accennato nell’accostamento incongruente delle soluzioni spaziali, del colore, del vuoto, dell’ombra, del nulla inattingibile. I quadri di Giorgio de Chirico presenti al Castello di Rivoli non esauriscono la curiosità dei visitatori. Pochi, per spiegare le molte sfaccettature della sua arte metafisica, per valorizzare le scelte equivoche della sua innovazione figurativa, per trasmettere le atmosferiche magiche di profonda poesia. Un leggero assaggio della sua arte, un’occasione per colorare l’assenza di vita e di silenzio assoluto delle forme e delle realtà quotidiane, immerse in una luce irreale e in colori e tinte innaturali. I suoi quadri parlano di non-senso, di dubbio, di sospensione del mistero, sulla scia dei suoi maestri Schopenhauer e Nietzsche. Di sostanziale enigma espressivo. Abile pittore e fine pensatore Giorgio de Chirico produce nel colore un’arguta ironia che si concretizza nelle sagome classicheggianti, nei pieni asettici delle figure geometriche e nei vuoti storici della prospettiva.  L’enigma. Et quid amabo nisi quod aenigma est? [che cosa amerò se non l’enigma delle cose] Tutta la pittura metafisica di Giorgio de Chirico ruota attorno a quest’idea fondante, per significare il bisogno di raccontare per immagini, l’invisibile e il senso della vita, il valore inesauribile della propria storia esclusiva, eterna come il mito che richiama spesso e che spesso rifugge. Nella ricerca spasmodica di verità e nelle associazioni sorprendenti di idee e di sensi. Le tele pittoriche della collezione Francesco Cerruti introducono le percezione sensoriali dechirichiane, ma risultano insufficienti per apprezzare pienamente l’intima insensatezza della visione onirica dell’artista. Maria Giovanna...

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Con Fotografi a Torino un ri-scatto cittadino. Domani parte la kermesse.

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Con Fotografi a Torino un ri-scatto cittadino. Domani parte la kermesse.

Un fantasma si aggira per la città di Torino, nonostante sia il suo duecentesimo anno non è il barbuto Karl Marx.  Il fantasma in questione è la fotografia e a lei verrà dedicata una grande kermesse, per i molti appassionati è sicuramente qualcosa di capitale. Soprattutto è il segno inequivocabile della grande creatività che malgrado i tempi difficili per il settore culturale, rimane e distingue le persone che operano nel settore delle arti visive. Nasce, per merito del Museo Fico e del suo direttore Andrea Busto, un progetto di collaborazione cittadina fra musei, fondazioni, gallerie d’arte, spazi no-profit e istituti di formazione, per la promozione di mostre, incontri ed eventi legati al tema della fotografia. Per dare la dimensione della cosa occorre guardare ai numeri dei partecipanti: 70 gli spazi coinvolti, più di 90 mostre, 3 mesi di programmazione condivisa e una notte bianca della fotografia prevista per il 12 maggio. C’è da rimanere interdetti. Chi lo avrebbe immaginato che sotto la cenere bruciavano i tizzoni ardenti dell’interesse per le immagini. Questa occasione di scoperta, messa sotto il nome di FO.TO Fotografi a Torino, con un logo tra i più brutti del millennio, porterà in superficie moltissime occasioni di conoscenza. Nella programmazione delle varie mostre e attività sono stati individuati percorsi tematici che legano argomenti comuni. Alcuni di essi sono ad esempio la fotografia di architettura e paesaggio, il reportage, lo still-life, la moda, ecc. Ognuno di questi percorsi porterà il pubblico a scegliere le tematiche di maggior interesse, conducendolo in un viaggio selettivo estremamente appassionante. La rassegna riporterà finalmente un sorriso al vituperato mondo della cultura, la sensazione che qualcosa si sia messo in moto, sia scattato e possa crescere nel futuro.   Domani alle 11 ci sarà la conferenza stampa e la presentazione di tutte le mostre, gli autori, le sedi, e coloro che hanno lavorato affinché ci sia qualcosa che valga la pena di vedere; le inaugurazioni sono tantissime e ci vorranno giorni per entrare in ogni luogo espositivo.  Chissà se il fantasma, che ancora sferraglia nei ricordi e nelle parole, lex regia de imperio della defunta Fondazione per la Fotografia, si farà vedere. Abbastanza possibile, un fondo mistico fatto di magia bianca e nera, colori principi della fotografia, pervade la città e la incornicia in prospettive fortunatamente mai ovvie o prevedibili. https://www.fotografi-a-torino.it...

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Alighiero & Boetti ospiti di Palazzo Mazzetti in quel di Asti. Perfiloepersegno.

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Alighiero & Boetti ospiti di Palazzo Mazzetti in quel di Asti. Perfiloepersegno.

Sarebbe bello si fossero incontrati il Barone e l’artista, avessero chiacchierato in qualche ristorante e magari avessero scritto con una biro i reciproci indirizzo su qualche foglio volante. Il Barone di origine torinese Marcel Bich e l’artista Alighiero Boetti, torinese anch’egli; il primo nato nel 1914, fondò nel 1945 a Clichy in Francia l’azienda che produsse la penna a sfera più famosa del mondo: la mitica Bic, che per marketing cedette l’h del cognome. Boetti nacque nel 1940 e quella penna la usò e la fece usare parecchio, al punto che molte sue opere sono sature di quel particolare e uniforme tono di blu. In fondo sarebbe potuto anche accadere, entrambi morirono nelle stesso fatidico anno, il 1994. L’appuntamento, postumo, lo ritroviamo oggi nella città di Asti, nelle sale fastose di Palazzo Mazzetti. Qui La Fondazione Palazzo Mazzetti e la Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, promuovono una mostra personale di Alighiero Boetti, dal titolo suggestivo PERFILOEPERSEGNO, con la cura di Laura Cherubini e Maria Federica Chiola. Tema del percorso espositivo è una frase dello storico dell’arte Jean Christophe Amman , “Quel che la biro rappresenta per un occidentale, per un Afgano è il ricamo, che come una memoria sovra individuale reca in sé parti della biografia collettiva”, in ambizioso obiettivo di indagare il rapporto tra Oriente ed Occidente attraverso le opere a Biro ed i Ricami. Boetti pensava che la cosa più importante che aveva fatto nell’arte era scardinare il meccanismo opera unica/multiplo (uno dei meccanismi alla base del sistema del mercato dell’arte). Un arazzetto è un multiplo perché può ripetere sempre uguale la frase “quadrata” scelta dall’artista ma è anche un’opera unica, perché è eseguita da mani differenti, con fili differenti e colori differenti. In Boetti c’è una forte critica al concetto di autorialità in contrapposizione ad un forte desiderio di coralità. La biro è lo strumento più anonimo in Occidente. Il ricamo è pratica diffusa e anonima in Oriente, non per nulla delegava l’esecuzione ad altre mani, si per la parte con le biro sia per la filatura. Il percorso espositivo consta  di 65 opere che comprendono arazzi, mappe, arazzetti, ricami e cartoncini a biro. Riscoprire la lunga indagine che ha condotto l’artista ad analizzare l’eterno e conflittuale rapporto tra la cultura occidentale e quella orientale. L’esposizione pone in dialogo quindi le opere a penna biro – cartoncini realizzati in Italia sotto precise indicazioni dell’artista con l’utilizzo di penne colorate – e i ricami, una raccolta di frasi e pensieri riferite al tempo, ricamati all’interno di quadrati come formule matematiche in Afghanistan. Asti vanta un immenso patrimonio legato alla tradizione dell’Arazzeria Scassa, fondata nel 1957 da Ugo Scassa, maestro della lavorazione e produzione di arazzi e, in particolare, all’usanza di tradurre in tessuto le opere di famosi pittori del ‘900 come Capogrossi, Corpora e Santomaso” Alighiero Boetti, che ha esordito nell’Arte Povera nel 1967, è stato presente più volte alla Biennale di Venezia, nella cui edizione del 1990 ha ottenuto la menzione d’onore della giuria. PERFILOEPERSEGNO sarà visitabile fino a domenica 15 luglio.   https://www.palazzomazzetti.eu  ...

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A Barriera di Milano l’Opera Viva approda sulle “Rive di un altro mare”. Una call per artisti.

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A Barriera di Milano l’Opera Viva approda sulle “Rive di un altro mare”. Una call per artisti.

  Come si può fare a creare un legame ancora più stretto tra artista e spettatore ? Magari lanciando una call, un richiamo ma soprattutto un invito agli artisti, chiamati a proporre una loro opera ispirata all’argomento della IV edizione di Opera Viva Barriera di Milano, un progetto ideato da Alessandro Bulgini, curato da Christian Caliandro e sostenuto da Flashback, seguitissima e apprezzata fiera d’arte.  La scommessa è quella di portare l’arte in un luogo non deputato, di coinvolgere persone non necessariamente interessate alla scena artistica. I temi sui quali gli artisti, che si sono succeduti in questi anni, hanno riflettuto attraverso i loro manifesti sono argomenti che hanno una stretta relazione con il luogo in cui vengono installati: si è parlato quindi di identità, di inclusione ed esclusione e di futuro e si è riflettuto sul significato e sulla reale funzione dell’arte. Un gigantesco cartellone di sei metri per tre collocato in Piazza Bottesini, sarà la galleria, il wall deputato ad accogliere non la solita pubblicità ma un manifesto artistico. Il tema prescelto prenderà spunto dal libro di fantascienza dello scrittore e antropologo di Cincinnati Chad Oliver: “Le rive di un altro mare”, scritto nel 1972.  Così la quarta di copertina presentava il libro: E se per caso approderete alle rive di un altro mare, in un paese remoto abitato da selvaggi e da barbari, tenete bene a mente che il più grande pericolo e la più sicura speranza stanno nell’incontro tra i diversi cuori degli uomini, e non nel confronto tra le loro frecce e il vostro fuoco. ” Così dice il libro di “Consigli ai Naviganti” del 1674, da cui è preso il titolo di questo romanzo. Ma se “l’altro mare” è nel centro di un moderno stato africano, e se quelli a cui ci troviamo di fronte sembrano essere dei comuni babuini, che conto dovremo tenere dell’antico consiglio? Chi sono i “selvaggi”? Dove sono i “barbari”? E che cosa significano quelle impronte profonde, perfettamente circolari, che dei comuni babuini non possono certo aver lasciato?     Le rive di un altro mare è la storia di un primo contatto: con mano sicura e passo graduale, l’autore costruisce una situazione in cui i rapporti tra diverse entità sono in continua ridefinizione, secondo i diversi valori di queste comunità. Chad Oliver porta la storia verso un dialogo tra diverse forme di civiltà, tra diversi mondi, tra diverse specie, un dialogo fatto di azioni significative e di pericoloso sacrificio, non di astratte parole. Alla fine non ci sarà stato nemmeno un faccia a faccia, ma si sarà stabilito rispetto reciproco. Le rive di un altro mare è un inno alla necessità di comprensione, un inno alla mixité, a un nuovo modo di vivere le città ispirato alla mescolanza, dove la relazione tra vita sociale, lavorativa e privata è indipendente dal luogo e in contrasto con il concetto della segregazione, una spinta al dialogo per  ristabilire il rispetto dell’altro da sé: uomo, natura, territorio e patrimonio culturale.   Qui il bando per partecipare. http://www.flashback.to.it/wp-content/uploads/2018/03/open-call-_-opera-viva.pdf?utm_source=phplist49&utm_medium=email&utm_content=HTML&utm_campaign=Bando+per+artisti+visivi%2C+Opera+Viva+Barriera+di+Milano+2018      ...

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Progetto Pilun. Riscoprire i piloni votivi. Un bel progetto di Arte Sacra Contemporanea.

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Progetto Pilun. Riscoprire i piloni votivi. Un bel progetto di Arte Sacra Contemporanea.

E’ con il nobile intento di ridare visibilità ai piloni votivi, che, all’inizio di dicembre, il pittore Angelo Barile e il giornalista e musicista Luigi Bairo hanno dato vita a Pilun – progetto di Arte Sacra Contemporanea. Un’iniziativa che ha riscosso un immediato e inatteso successo: più di 850 iscritti nei primi mesi, oltre mille fotografie, centinaia di piloni individuati, fotografati e spesso geolocalizzati dagli iscritti al gruppo; tante le storie, i volti misteriosi incontrati in questa “caccia al pilone”, che sta appassionando sempre più persone.   Sono presenti un po’ ovunque nel territorio, nei centri urbani, ma soprattutto in campagna. Eretti per ricordare eventi miracolosi di cui spesso si è persa la memoria, oppure come ex voto. Nei boschi proteggevano il cammino dei viandanti in corrispondenza dei trivii, incroci di tre sentieri, che erano considerati fulcro di energie negative, dove poteva manifestarsi il potere infausto delle streghe, che in Piemonte si chiamavano Masche,  e del demonio.   Non sono stati dipinti da artisti famosi, ma da sconosciuti pittori locali itineranti. Ma pur non essendo considerati opere d’arte, conservano un fascino straordinario. Alcuni versano in condizioni di totale degrado, altri sono stati oggetto di restauri discutibili. Un mondo dimenticato, ma straordinario, denso di storia e di mistero si cela in queste semplici costruzioni, frutto della più semplice e genuina spiritualità popolare. Ci sono cose che vedono solo gli artisti, i sensibili, gli accorti. Oltre a vedere talvolta decidono di agire, di restituire agli sguardi qualcosa che era lì, “nascosto in bella vista”. https://www.facebook.com/groups/240120996525435/  Collaborare al progetto Pilun? Pilun è un progetto aperto. Ogni forma di collaborazione è ben accetta. – CENSIMENTO DEI PILONI . E’ possibile contribuire individuando e documentando le edicole votive presenti nel territorio, scattando una o più fotografie e indicandone l’esatta collocazione (se possibile anche segnalando le coordinate geografiche che possono essere individuate con GOOGLE MAPS). Le informazioni andranno pubblicate con un post sul gruppo facebook PILUN – PROGETTO DI ARTE SACRA CONTEMPORANEA. Gli amministratori del gruppo procederanno alla realizzazione di una mappa interattiva su Google. – Proporre sulla stessa pagina facebook suggerimenti, commenti, collaborazioni, notizie che possano aiutare a recuperare la storia delle edicole del...

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Anche le Statue Muoiono: Distruzione e Bellezza nell’Arte.

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Anche le Statue Muoiono: Distruzione e Bellezza nell’Arte.

I musei preservano le opere d’arte o le privano del loro valore? Le difendono dal deterioramento del tempo o semplicemente le sottraggono all’ambiente a cui appartengono e in cui dovrebbero restare?  Questi sono gli interrogativi  – a cui è difficile trovare risposta – su cui la mostra “Anche le Statue Muoiono: Conflitto e Patrimonio tra Antico e Contemporaneo”, nata dalla collaborazione tra quattro dei musei più importanti di Torino – il Museo Egizio, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, i Musei Reali e il Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino – intende riflettere, dando vita a un sorprendente incontro tra opere d’arte e oggetti di artigianato provenienti da luoghi ed epoche diverse eppure unite nell’amore e nel bisogno dell’arte come mezzo per esprimere le inquietudini e i turbamenti propri dell’essere umano, non solo attraverso la creazione ma anche la distruzione.   Un’occasione per meditare sul reale valore dell’arte che, seppur logorata e mutilata dal tempo, non perde il suo fascino, anzi, lo accresce. Il progetto mantiene uno sguardo critico sui recenti avvenimenti nel Medio Oriente, che hanno causato la distruzione di patrimoni storico-artistici di incommensurabile valore e che confermano il ruolo vitale e irrinunciabile dei musei nella custodia della bellezza attraverso le ere.   La mostra, che il Museo Egizio ha scelto di ospitare al piano interrato, quasi a voler dare l’impressione al visitatore di entrare egli stesso all’interno di uno scavo archeologico, è impreziosita da fotografie e documenti che testimoniano lo sforzo costante degli archeologi di scovare e conservare beni culturali d’inestimabile importanza e renderli godibili a un più vasto pubblico. “Mi piace trasmettere il messaggio che dobbiamo studiare quello che il passato ci ha tramandato”, afferma il direttore del Museo Egizio Christian Greco, “ricordando che la tutela passa anche attraverso il dialogo e la conoscenza“. Ma la genialità della mostra risiede nella presenza di opere appartenenti all’arte contemporanea: nove artisti hanno infatti cercato di dialogare con i reperti millenari in esposizione attraverso installazioni, video e fotografie in grado di esaltare la bellezza degli oggetti esposti e di confermare che la distruzione nell’arte è sempre esistita e sempre esisterà; splendida è la serie dei nove volti fotografati da Mimmo Jodice e quelli spezzati dei governatori di Qau el-Kebir. Un incontro tra passato e futuro che si può dire incisivo ed efficace, in cui gli elementi d’arte contemporanea riescono nel difficile compito di non oscurare le opere antiche, evidenziandone invece l’unicità e il valore. Unica nota dolente: le opere dell’artista statunitense Liz Glynn, classe 1981. Notevoli nella composizione ma alquanto piatte e monotone. L’opera migliore? Il frammento del volto di Akhenaton, faraone egizio della XVIII dinastia, parte di un’antica statua riscolpita (probabilmente per ripugnanti fini commerciali) in epoca moderna: pochi centimetri di eternità a racchiudere tutto il senso della mostra. Ilaria Losapio...

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