.ARTE

.ARTE: il focus sulle mostre del territorio torinese tenuto da Marzia Capannolo, storica dell’arte. Il cartoncino sulla porta è scritto a mano: “Ernesto e Marzia Maison de l’Art”. È in francese, perché l’idea è venuta loro durante un viaggio a Parigi nel settembre del 2012. La porta è quella di una casa privata e, dentro, insieme a Ernesto Morales e a Marzia Capannolo c’è l’arte, in forma di quadri alle pareti, sì, ma anche in forma di parole e di colazione. Colazione, non collezione: brioche, latte, caffè, te, crostate, biscotti, succhi di frutta. L’indirizzo è via XX Settembre numero 1, terzo piano.
Lui è argentino, ma nato a Montevideo, ha 40 anni e dipinge, lavora sulla natura, sulla dimensione onirica e metafisica. Lei è romana, una storica dell’arte. Sono arrivati a Torino nel 2011 per una settimana di esplorazioni e sono rimasti. Prima in corso Belgio, poi in via XX Settembre, dove hanno trovato lo spazio e la luce giusta per portare l’arte nel luogo della vita, in ambiente domestico. E così, a fine settembre 2013, Marzia organizza la sua prima colazione d’arte. Di domenica. Venti persone, dalle 10,30 alle 13,00. È passato un anno e l’avventura continua, ogni quindici giorni. Le persone sono diventate 35-40. Lei invia una newsletter. Tu prenota, paghi 15 euro. E, quando arrivi, sei attirato dal profumo del caffè. Mezz’ora a chiacchierare, degustare e far conoscenza. Poi, alle 11, ci si sposta in sala a seguire le slide e i racconti di Marzia Capannolo su “Crisi di coppia: come evitarla secondo Bellini e Tiziano” o su “Lo straniero sulla terra: Vincent Van Gogh”. I prossimi appuntamenti: 9 novembre, “Caravaggio tra sacro e profano”; 23 novembre, “Immanenza e mutamento: da Ovidio a Francis Bacon”; 14 dicembre, “Artemisia Gentileschi: donna e pittoresca fra uomini e pittori”. Non sono lezioni, sono viaggi: ti prepari, decolli, resti in volo un’ora e mezzo e atterri. Fanno tutto le immagini, le parole e il profumo del caffè.

Solenni e intrisi di una forza panica i lavori di Cosimo Cavallo nella galleria Gli Acrobati.

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Solenni e intrisi di una forza panica i lavori di Cosimo Cavallo nella galleria Gli Acrobati.

Cosimo Cavallo, nato nel 1968 a Torino, percorre da circa venti anni le strade della sua città urlando, imprecando, gesticolando, affidando a interlocutori immaginari le sue riflessioni sulla pittura e sul senso ultimo delle cose. L’energia che pulsa dalle sue opere è la stessa che attraversa la sua acuta sensibilità di artista e essere umano, soprattutto di quella non visibile agli occhi, e una resa materiale attraverso il suo lavoro sarà l’occasione migliore per restituire all’arte un pittore troppo spesso schiacciato sotto lo sguardo indice di quella parte di società che frettolosamente consegna all’altro il testimone della follia, scordandosi con facilità che dietro ad un certo conformismo si cela una città. A scegliere di esporre, con coraggio e intuizione, i lavori di Cavallo è la Galleria Gli Acrobati. Inaugurerà una mostra personale dove la riconoscibilità dei suoi lavori, fatti di intricati labirinti realizzati a penna su carta fanno emerge occhi e bocche di visi severi e solenni che galleggiano sulla superficie del foglio. La mostra sarà composta da un nucleo di lavori inediti realizzati dall’artista durante gli ultimi anni di sua permanenza negli spazi della Cavallerizza Reale, ovvero da circa trenta oli su tappezzeria che rappresentano volti di umanoidi e alieni con i quali la materia pittorica dialoga, creando suggestive sovrapposizioni fra strati di colore e fondo decorato della carta da parati scelta direttamente dall’artista come supporto. L’esposizione vedrà inoltre l’allestimento di circa 40 lavori su cartoncino, anch’essi inediti, suddivisi fra rappresentazioni di volti e frammenti di corteccia definiti dall’insistenza ossessiva del tratto finalizzata alla costruzione dell’immagine. Scrive, con la delicatezza e l’apprensione con cui si apre una porta di Barbablu,  la curatrice della mostra Marzia Capannolo, “Le carte e i cartoncini di Cosimo Cavallo sono una sorta di schermo opalescente sul quale fluttua un tracciato intricato, vorticosamente costruito e trattenuto all’interno di una tensione elettrica che oscillando sul foglio lascia affiorare l’immagine. Volti, occhi, bocche, ripetuti all’infinito eppure mai ripetitivi, l’ordito di una energia psichica che si avvera nello sguardo dell’artista. Ritratti che non tendono all’identificazione ma che sottendono un tentativo di trascrizione. Solenni e intrisi di una forza panica, quei volti osservano, più che essere guardati, e attirano gli occhi di chi li incontra all’interno di un oscuro labirinto che si risolve nella sua impercorribilità. Sono lavori che si sviluppano ascensionalmente in verticale, seguono un senso di emersione dalla superficie diametralmente opposto alla loro capacità di radicare la figura al foglio”.   Catalogo della mostra con testi critici di Marzia Capannolo e Marco Petrocchi La mostra resterà aperta dal 10 aprile all’8 giugno. www.gliacrobati.com  ...

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L’avvincente avventura della porcellana in Piemonte. L’Oro Bianco al Castello di Vinovo.

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L’avvincente avventura della porcellana in Piemonte. L’Oro Bianco al Castello di Vinovo.

“La scoperta del segreto della produzione della porcellana dura di tipo cinese costituì, ai primi del ’700, un grande avvenimento, tecnico anzitutto, e quindi artistico e industriale. E poiché il segreto non restò a lungo privilegio della fabbrica di Meissen, dove nel 1710 la scoperta era avvenuta per opera di Johann Friedrich Böttger, non vi fu stato grande o piccolo in Europa che presto o tardi non abbia intrapresa la fabbricazione del nobile e prezioso prodotto.”   Così Vittorio Viale, direttore dei Musei Civici di Torino, riassunse, nel catalogo della famosa Mostra del Barocco Piemontese, del 1963, l’antefatto a cui si doveva, nello stato sabaudo, la nascita di una fabbrica di porcellana su larga scala. Seguivano 56 tavole riproducenti gli esemplari esposti, la gran parte di proprietà dello stesso museo cittadino: manufatti datati da circa la metà del Settecento al secondo decennio dell’Ottocento. Tanto era durata la produzione autoctona di porcellana. E che si trattò di una vicenda dai tratti avventurosi, come ebbe ad esprimersi Viale (ripreso nel titolo) non vi è dubbio.  A raccontarla è la  mostra dal titolo  “Oro bianco. La ricerca della bellezza. Porcellane di Vinovo”, visibile fino al 28 aprile al Castello di Vinovo.  Il catalogo, a cura di Massimiliano Brunetto, risponde ai tipi di Sagep Editori (2019).  La narrazione prende avvio dal luogo, perché a differenza della Mostra del 1963, le porcellane che i visitatori potranno ammirare si trovano proprio dove furono create.  Dopo due tentativi, a Torino e a Vische, la fabbrica di porcellane dello stato sabaudo ebbe un nuovo avvio nel 1776, a Vinovo, l’ex castello rinascimentale della famiglia Della Rovere, successivamente incorporato nel patrimonio regio.  Lo storico edificio, con suoi grandi ambienti, già ospitava attività varie, fra cui una filanda, e un laboratorio di passamaneria di seta, ma la nuova manifattura richiese la costruzione di altri spazi e soprattutto di forni. Questi fabbricati, oggi non più esistenti, si possono osservare in una veduta di Carlo Bossoli datata 1873. Da cinquant’anni non si producono più porcellane e tra le tegole sconnesse del tetto si arrampicano le zucche. Dopo il luogo, i protagonisti, fra i quali spiccano Pierre Antoine Hannong di Strasburgo e Vittorio Amedeo Gioanetti di Torino. Il primo, esperto arcanista e tecnico, condusse l’impresa di Vinovo nella prima fase, dal 1776 al 1780, quando chiuse per fallimento. Il secondo, valente medico e chimico torinese la riaperse ben presto e vi si impegnò fino 1815, quando ottantaseienne morì. Sono due figure che paiono contrapposte, inaffidabile Hannong e “quasi uomo della provvidenza” il Gioanetti. Egli non solo evitò la cessazione delle attività, ma anche grazie alle sue conoscenze scientifiche fece in modo che si utilizzassero terre locali, la magnesite di Baldissero, l’argilla di Barge, il felspato di Frossasco e il quarzo di Cumiana. Così facendo le porcellane di Vinovo crebbero in bianchezza e pregio. Ed ora gli oggetti. Oltre al vasellame si produssero piccole sculture e accessori, quali fibbie per scarpe e bottoni. Ciascuno di questi manufatti, così fragili eppure sopravvissuti ai loro proprietari, meriterebbe di essere descritto. O meglio visto dal vero per apprezzarne forme, decoro e colori. E’ un invito a visitare la mostra a cui aggiungo tre suggerimenti per chi si fosse nel frattempo appassionato all’argomento porcellana, due libri ed un film. UTZ, di Bruce Chatwin (Adelphi 1989). Il protagonista del...

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L’avventurosa storia del Forte di Bard fatta di roccia, architettura, rigore, natura e adesso immagini.

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L’avventurosa storia del Forte di Bard fatta di roccia, architettura, rigore, natura e adesso immagini.

Che avesse tutte le caratteristiche di una grande avventura lo si poteva immaginare, dare per scontato, anche solo per il fatto che si muoveva in un ambito titanico. Il tempo per i lavori. Vent’anni. La struttura interessata. Una fortezza. Un forte del primo ottocento arrampicato sul dorso scosceso di una montagna  alle cui pendici scivola via freddissima e veloce la Dora Baltea.  Il forte ri-nacque sulle macerie di una Rocca che si rese memorabile per la resistenza opposta dall’esercito di Vittorio Amedeo II di Savoia alle truppe francesi nel 1704, nel corso della guerra di successione spagnola e in seguito all’Armée de réserve di Napoleone che nel 1800 l’assediarono. La rabbia di Napoleone per il forte lo indusse a distruggerlo. Fu Carlo Felice, timoroso di una nuova aggressione francese, a promuovere il rifacimento del Forte nel 1827, affidando il progetto all’ingegnere militare Francesco Antonio Olivero, ufficiale del Corpo Reale del Genio. I lavori si protrassero dal 1830 al ’38. Oggi una mostra fotografica celebra i vent’anni dell’avvio del recupero del Forte di Bard. Attraverso una selezione di oltre sessanta immagini del fotografo torinese Gianfranco Roselli.  Con il titolo Storia di un’avventura – Forte di Bard 1999-2019, il percorso fotografico documenta il lungo e complesso restauro architettonico che ha riconsegnato alla collettività la fortezza, facendone un importante polo culturale e turistico. Scrive, Gianfranco Roselli, con particolare sagacia e coinvolgimento descrivendo il significato e la suggestioni del proprio lavoro. “Durante l’intera fase di ristrutturazione del Forte di Bard, alla principale attività di documentazione fotografica canalizzata a monitorare puntualmente gli aspetti tecnici e costruttivi del cantiere, ho a ancorato una mia personale visione dello stesso luogo attraverso un percorso parallelo. Questo lavoro ha preso forma con il progetto editoriale “Storia di un’avventura”.  Ho avuto il privilegio di essere testimone di una fase in cui il Forte riprendeva vita, come un organismo in movimento che respira e si trasforma. L’idea di posare il mio sguardo su quei luoghi, attraverso il gesto fotografico, si tramutava in una forma di conoscenza, un approccio alla realtà più meditativo, un’osservazione più riflessiva sul mondo.  Allo stesso tempo l’osservazione insistente e il continuo ritorno negli stessi ambienti ha generato un rapporto di confidenza e di affetto verso le stanze, gli spazi, le pietre, le scale, i corridoi, le rocce…  Ero attratto da un doppia forza, quella dell’ambiente montano, della materia nella sua forma libera, e quella dell’uomo, dell’artificio e della costruzione del suo universo; affascinato dai due rapporti di scala con la possibilità molte volte di invertire i due poli. Un processo di ibridazione tra natura e ordine, rigore del disegno architettonico, che rende possibile pensare a un luogo unico, intrecciato, con la capacità di dialogo.  A volte mi chiedevo se stavo facendo delle foto di architettura o dei ritratti, in cui facevo parlare le pietre, i mattoni, i muri, gli spazi luminosi o bui, e questa seconda ipotesi mi convinceva di più, anche perché dietro quei manufatti ci vedevo sempre la dignità dell’uomo stesso e del suo lavoro.  Le mie immagini – come il mio sguardo – cercano di essere sempre interrogative, mai affermative, volutamente semplici, facili, e preferibilmente gradevoli dal punto di vista estetico. Le inquadrature sul vetro smerigliato erano un continuo andare e venire tra gli spazi, i luoghi vuoti, metafisici, geometrici e il paesaggio circostante. Tra...

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Le foto della Robert Mapplethorpe Foundation per impersonare un senso estremo di libertà

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Le foto della Robert Mapplethorpe Foundation per impersonare un senso estremo di libertà

Solo due. Quindi inusuali, quanto rare fotografie a colori, sono presenti ed esposte alla terza mostra, una personale, allestita in questi giorni presso la Galleria Franco Noero di Via Mottalciata /b a Torino, per celebrare il trentennale della sua prematura dipartita; a conferma che l’utilizzo esclusivo del “bianco e nero”, per Robert Mapplethorpe, eccentrico fotografo statunitense, (New York, 4 novembre 1946 – Boston, 9 marzo 1989) non è mai stato frutto di un equivoco, ma di una scelta ben precisa. Dal 26 febbraio al 20 aprile 2019,  una settantina di foto scattate nell’intervallo tra gli anni settanta e novanta, ci trasporteranno nel suo universo immaginifico e fatto d’immagini, viventi, quello in cui l’assenza di colore non riduce, bensì ne amplifica l’interpretazione evocativa, l’intenzione e l’anima. Il contrasto caravaggesco, tra luce-ombra, rivela tutta la sua antitetica potenza, nella ricerca tracciabile di una precisa definizione linea dei soggetti fotografati, eguagliabile solo alla ricerca ossessiva della bellezza riposta nei corpi nudi e scultorei, quelli che nulla hanno da invidiare, rimandando alla plasticità ispiratrice delle statue greche, così all’espressività’ riposta nei volti e nei gesti di quegli uomini, nudi, che rappresentano da sempre soggetto e tema omoerotico prediletto dall’artista, dichiaratamente omosessuale o pansessuale, che se ne dica. Nota la sua relazione con la cantante Patty Smith, sua unica amante ed eterna amica. Bisognerà, in ogni caso, allontanarsi da una curiosa e certa qual “pruderie”, nell’accostarsi e nello scrutare le sue foto, da vicino, senza limitarsi a indagare visibilmente la dimensione dei sessi esplicitamente esposti, tracciando uno o il confine della legittimità, nell’attribuzione di significato, di senso estetico: pornografia o erotismo? A fugare ogni dubbio artistico, la medesima, il modo con cui Mapplethorpe riesce a fotografare i fiori, i petali sottili, la verginità delle calle bianche, simbolismo evocativo di un erotismo delicato, tra i pistilli e nelle cavità senza fondo, per poi giungere alla rappresentazione fotografica, quasi teatrale, delle scene più esplicite, per taluni, ipoteticamente, le più abominevoli: dalle pratiche di feticismo e di bondage, alle scene sado-maso. Una raffinatezza unica, e mai volgare, lo contraddistingue e lo eleva, nel vasto panorama fotografico della sua epoca, ma non solo, pressoché o sempre identico. Spesso definito come il fotografo della contro-cultura, inseguendo la sua finalità: l’esser dentro e far parte, vivere intensamente la fotografia come protagonista, sentirla “ a pelle” e non come distante, asettico e inemozionale osservatore, Mapplethorpe trasporrà sempre, esperienzialmente, sino a far coincidere un autentico e turbolento vissuto personale con la sua arte. L’opera di questo grande artista, in cui la trasgressione si trasforma e finisce per  coincidere  con una raffinatezza del gusto, ha travalicato e modernizzato l’estetica del suo tempo fino a combaciare con il nostro. Eva Gili...

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Fra pittura e poesia. David Ruff e le opere degli anni Settanta.

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Fra pittura e poesia. David Ruff e le opere degli anni Settanta.

Da venerdì 8 marzo a giovedì 18 aprile 2019, lo Spazio Don Chisciotte della Fondazione Bottari Lattes (via della Rocca 37B, Torino) ospiterà un gruppo di opere di David Ruff (New York, 1925 – Torino, 2007) riunite nella mostra dal titolo “Seeming Confines”.  Sottotitolata “Dal Bronx fino al Piemonte: l’impatto dell’artista con l’Europa”, l’esposizione è curata da Valentina Roselli e dal David Ruff Archive, presieduto dalla moglie Susan Finnel.  Una mostra antologica di questo artista statunitense che ha scelto di vivere in Europa, di preferenza in campagna, immerso nella natura, si è svolta a Torino nel 2008 presso la Sala Bolaffi. In seguito  vi sono state altre occasioni espositive, nelle quali si è inteso approfondire i diversi aspetti della sua produzione, oltre che pittorica, grafica ed editoriale. L’attuale mostra presenta lavori realizzati negli anni Settanta, inchiostri, gouaches, dipinti ad olio, cui si aggiungono diari, appunti manoscritti, fotografie.  Fra i materiali documentari ve ne sono due su cui vorrei soffermarmi: una fotografia della metà degli anni Sessanta e un foglio di taccuino della fine degli anni Settanta.  A metà degli anni Sessanta, Ruff ha quarant’anni. A venti si era allontanato dal Bronx per studiare pittura alla Art Students’ League  e vivere al Greenwich Village e a venticinque, a San Francisco, aveva dato vita ad un proprio atelier grafico, The Print Workshop. Tornato nel 1955 alla costa orientale e alla pittura s’impegna nella lotta per i diritti civili degli afroamericani.   Nella fotografia, un’istantanea, si vede un giovanile Ruff, con jeans abbondanti e camicia chiara a mezze maniche, in compagnia di un ragazzino in maglietta amaranto: giocano a dama, ciascuno dei due appoggiato al piano di una scrivania di legno. Quella del piccolo, su cui è posata la macchina da scrivere, è meno malandata dell’altra. Le liste in legno della parete di fondo sono dipinte di bianco e le due finestre che vi si aprono hanno delle curiose tendine, arrangiate per la metà superiore in tessuto sintetico semitrasparente, per quella inferiore in cotone celeste. L’atmosfera che si respira è familiare e distesa. Si tratta di un’immagine preziosa, in quanto documenta un momento che si rivelò cruciale nella storia del movimento per i diritti civili. Ruff, che era tra i fondatori del CORE (acronimo di Congress of Racial Equality) nella zona di Woodstock (New York), durante la primavera del 1965 aveva partecipato alla marcia di protesta da Selma a Montgomery (Alabama). Poi nei mesi estivi si era impegnato come volontario del Mississippi Freedom Summer.  L’ edificio che vediamo nella foto era la Freedom School di White’s Station, frazione di West Point  (Mississippi), stato in cui vigeva la segregazione nelle scuole.  Si stima che negli anni Sessanta, furono più di 3500 studenti, dai bambini sino agli anziani, a frequentare queste scuole estive. Uno di loro fu Sonny Boy, il ragazzino della fotografia che sta per avere la meglio sull’avversario. Lo capiamo, ancor prima che dalla disposizione delle pedine sulla scacchiera, dal suo sorriso. E ora il taccuino. Contiene studi di opere a penna e pastello, schizzi a sola penna, annotazioni e brani manoscritti, fra cui il seguente che riporto avvalendomi della traduzione in italiano di Nadia Fusini (John Keats, Lettere sulla poesia, a cura di Nadia Fusini, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1984, pp. 127-128). “Nutro l’ambizione di fare del bene al mondo: se...

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Una Wunderkammer per Ando Gilardi. Le foto dal ’50 al ’62 alla Galleria d’Arte Moderna.

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Una Wunderkammer per Ando Gilardi. Le foto dal ’50 al ’62 alla Galleria d’Arte Moderna.

Era solito ripetere: “chi fotografa si illude di produrre una immagine quando invece la consuma”, oppure “le fotografie non si fanno ma si prendono”.  E ancora, toccando un nervo scoperto: Non fotografare gli straccioni, i senza lavoro, gli affamati. Non fotografare le prostitute, i mendicanti sui gradini delle chiese, i pensionati sulle panchine solitarie che aspettano la morte come un treno nella notte. I bambini idioti che giocano alla guerra. […]. La società gli ha già preso tutto, non prendergli anche la fotografia”. Chi era quest’uomo che di fotografia ha vissuto, facendola, archiviandola, scrivendone e pensandola senza farle sconti e riuscendo ad amarla, quasi sempre. Una biografia complessa la sua, fotografo, giornalista, storico e critico della fotografia profuse grandi energie e risorse intellettuali nella sua opera divulgativa dedicata alla fotografia dal punto di vista iconico, tecnico e tecnologico. Noto per le riflessioni e i dibattiti rivolti a temi quali semantica, valenza e potere del documento fotografico. Tra le molte pubblicazioni, dirigere o fondare riviste, si dedicò altresì  alla didattica con una spinta appassionata e a detta di molti appassionante. Con un titolo divenuto celebre, “Meglio ladro che fotografo” Ando Gilardi (1921 – 2012), ha intessuto di ironia e scomode verità il mondo delle immagini. Per conoscerlo meglio la Galleria d’Arte Moderna di Torino dal 15 marzo al 16 giugno, presenta negli spazi della Wunderkammer la mostra dedicata ad Ando Gilardi Reporter attraverso una selezione di scatti eseguiti tra il 1950 e il 1962. Il progetto espositivo, curato da Daniela Giordi è stato realizzato in collaborazione con la Fototeca Gilardi. L’esposizione rappresenta a tutti gli effetti una novità rispetto alle mostre fotografiche dei circuiti principali ed è anche l’occasione per valorizzare il recupero e la digitalizzazione dell’importante collezione di negativi del fondo Ando Gilardi Reporter, portato a termine nel 2017 da ABF – Atelier per i Beni Fotografici di Torino. La mostra si compone di 55 fotografie, restituzioni contemporanee che pongono l’accento sui temi maggiormente ricorrenti: l’infanzia, il lavoro, l’emancipazione femminile, l’identità degli italiani, il costume, le attività sindacali, eventi di cronaca. In questa narrazione s’intersecano contenuti di natura formale conseguenti al linguaggio fotografico di quegli anni, di gusto post neorealista, supportato da una cultura visiva di taglio giornalistico, con un occhio di riguardo alle immagini della Grande Depressione americana, ovvero alle campagne fotografiche promosse dalla Farm Security Administration nell’ambito del New Deal, e della straight e della streat photography. Scrive la curatrice,”nella mia esperienza la preparazione di una mostra è sempre una pesca miracolosa durante la quale si tirano su con ordine cronologico e stratigrafico i soggetti e i temi; dalla molteplicità di contenuti narrativi, le immagini inanellandosi costruiscono percorsi e un racconto, con capitoli, periodi, incisi da cui partire per estrapolarne delle fotografie, che non potranno necessariamente essere le più belle ma le più equilibrate e utili al discorso, come parole che non dovranno costruire un indice di contenuti del fondo in oggetto, ma preferibilmente un racconto breve che sappia farne emergere come cartina di tornasole il vero taglio e spessore culturale”. L’esposizione è arricchita da documenti e rotocalchi originali per sottolineare l’importanza che Ando Gilardi attribuiva alla fotomeccanica e alla diffusione della fotografia a mezzo stampa, ci sono le pagine di alcuni fotoservizi come ad esempio le inchieste Magia e Maciari svolte in Lucania al seguito di...

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Le Porcellane di Vinovo. Rinomate, preziose, rare, costose e terribilmente belle.

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Le Porcellane di Vinovo. Rinomate, preziose, rare, costose e terribilmente belle.

Due farabutti fatti e finiti. Con loro, il Re di Sardegna e Duca di Savoia, Vittorio Amedeo III, noto per aver dato l’illuminazione a Torino ma spento l’esercito, perduto sia Nizza che la Savoia e lasciato le casse dell’erario in condizioni spaventose. I due mascalzoni erano il sindaco dei sensali torinesi, Giovanni Vittorio Brodel, di cui un socio scrisse nel 1767 “honest’uomo sì, ma il più birbante di tutti “. Non da meno il suo compare, un furfante di stampo mozartiano, Pierre-Antoine Hannong, discendente di una celebre famiglia di ceramisti strasburghesi. Un passato tumultuoso da far dimenticare l’Hannong era fuggito da Strasburgo a Parigi, dove aveva tentato di vendere un segreto commerciale molto prezioso alla manifattura di Sèvres. L’arcanum. La formula segreta per ottenere la porcellana dura. Fondò e abbandonò con un ritmo forsennato le fabbriche di Vincennes, di Vaux-sur-Seine e infine quella di Faubourg St. Denis. A Vinovo arrivò chiamato dal Brodel nell’estate del 1776. E’ così, con questo tipo d’uomini, che comincia la storia delle porcellane di Vinovo. Rinomate, preziose, rare, costose e terribilmente belle. Nelle porcellane c’è sempre qualcosa di aurorale, il nitore bianco di una perpetua giovinezza, la felicità delle cose sorprese e accarezzate dal primo raggio di luce. L’insieme di un mondo operoso e magico, asserragliato nelle stanze immense, decorate da stucchi e affreschi alle porte di Torino nel Castello della Rovere, dato da Carlo Emanuele III all’Ordine cavalleresco dei S.S. Maurizio e Lazzaro in gestione, potrà approdare alla produzione intorno al 1777-78 di porcellane di altissima qualità. Molto giocò  l’insipienza di Brodel e la malaccorta gestione di Hannong, dopo appena quattro anni la loro impresa fallì, malgrado si fosse mostrata in grado di produrre in buona quantità pezzi di porcellana di buon valore artistico. Nel gennaio 1780 la fabbrica di Vinovo fu posta sotto sequestro. A questo punto fu il “Cittadino Medico Collegiato V. Amedeo Gioanetti” a prendere in mano la manifattura. Le sue doti di scienziato e di chimico e l’uso di nuove materie prime, di nuove paste e di altri miglioramenti tecnici portò la porcellana vinovese a reggere senza difficoltà il confronto con la più acclamata produzione europea. Ora tutta quella storia fatta di arcanisti, artisti, leggende alchemiche e prodotti di indubitabile bellezza ritorna, come se il tempo girasse la testa e fissasse lo sguardo ai secoli passati, in una sontuosa esposizione esattamente dove le opere di porcellana nacquero. A decidere di riportare in luce quel periodo è l’iniziativa encomiabile del Comune di Vinovo, dove la Reale Manifattura ritrova la propria casa nel Castello Della Rovere.                                                                                                                                       Oltre 200 opere di porcellana provenienti dalle raccolte di Palazzo Madama-Museo Civico d’Arte Antica, dal Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, dall’Archivio di Stato di Torino, dall’Archivio Storico Città di Torino e dalla Curia Vescovile di Torino – Parrocchia di Vinovo e, tra queste, molti inediti provenienti di collezioni private mai esposte prima. Un percorso costruito con sapienza dal curatore Massimiliano...

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Lo Spazio Lancia ospita la mostra Van Gogh, Multimedia & Friends. Il non detto del virtuale.

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Lo Spazio Lancia ospita la mostra Van Gogh, Multimedia & Friends. Il non detto del virtuale.

Spazio Lancia Duemilacinquecento immagini delle opere originali del grande pittore olandese, custodite in diversi musei del mondo. Un percorso quanto mai suggestivo, completamente originale. Il visitatore non osserverà direttamente i capolavori del grande artista, ma s’immergerà nella storia, nei colori e nelle dimensioni dei suoi principali dipinti, lungo un percorso virtuale definito e attraverso il periodo maggiormente proficuo del grande artista: tra il 1880 e il 1890. Sono questi gli anni di maggiore ispirazione, gli anni trascorsi tra Arles, Saint Rémy, Auvers-sur-Oise, Paris durante i quali Vincent Van Gogh dipingerà quei capolavori che diverranno immortali.     Interessante la location, ben organizzata, avvincenti tutte le sezioni della mostra, anche quella organizzata dell’Art designer Gisella Scibona, La moda incontra Van Gogh. Ma la parte che sicuramente rende unica l’iniziativa è quella dedicata alla tridimensionalità: gli Oculus Samsung Gear VR consentiranno di entrare all’interno delle opere di Van Gogh, percependo ogni dettaglio figurativo e cromatico dei suoi dipinti.  Ancor più interessante è la Stanza dei segreti: uno spazio a cura di Alberto D’Atanasio in cui sono esposte opere originali ed inedite di Edgar Degas, Pierre-Auguste Renoir e Claude Monet, intimi amici di Van Gogh e principali interpreti del panorama artistico di fine Ottocento. Presenti anche 10 disegni del Maestro, di opere che non vengono esposte al pubblico dal lontano 1987. L’emozione c’è, anche la passione. Si evince la forte dedizione di Van Gogh per la pittura, si percepiscono le emozioni che avrà provato, ma i quadri osservati e analizzati de visu, sicuramente sanno trasmettere il dialogo infinito tra l’artista e i suoi pennelli, tra l’artista e la sua tavolozza. La mostra multimediale è un’opportunità per avvicinarsi al pittore e alla pittura, per osservare in un  ambiente guidato i suoi capolavori, per conoscere in un modo nuovo – e sicuramente più economico – il suo percorso pittorico. Ma in un ambiente virtuale difficilmente si riescono a cogliere tutte le sfumature della tela, la passione interiore nei dettagli cromatici, il dialogo tra l’artista e la natura, l’anima dei suoi colori, delle luci e delle ombre. I suoi silenzi e le sue assenze. La derisione che ha dovuto sopportare e la luminosità della luce che ha voluto trasmettere.  Ma questo è il bello della diretta… Maria Giovanna...

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Il Santuario della Consolata ha un “cuore” romanico.

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Il Santuario della Consolata ha un “cuore” romanico.

È stato svelato il “cuore” romanico del Santuario della Consolata di Torino. Dopo 240 giorni di cantiere, grazie al sostegno della Fondazione CRT che ha raddoppiato le donazioni dei cittadini, sono tornati alla luce gli affreschi delle prime campate della storica Chiesa di Sant’Andrea, costruita nell’XI secolo, su cui venne eretto nel 1675 l’attuale tempio Guariniano.    I lavori di recupero, condotti dal Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, hanno interessato le murature dell’antica chiesa ancora conservate nella cosiddetta Cappella del Convitto. Sono stati rimossi gli intonaci e le coloriture moderne, facendo riemergere alcuni “gioielli” nascosti, risalenti all’epoca romanica, restaurati anche con l’ausilio del laser. Sulla parete Sud è apparsa una grande figura dalla veste colorata, nell’atto di protendere una mano verso l’alto e reggere con l’altra un cartiglio. Le parole scritte rivelano la possibile identità del personaggio: il patriarca Abramo. Sulla parete Nord sono comparse due grandi figure inquadrate da elementi architettonici, che recano in mano dei cartigli. Alla sommità delle pareti, nelle fasce decorate, si riconoscono due volti: uno maschile con grandi occhi, naso affilato e barba, il cui copricapo ci dice che potrebbe trattarsi di un monaco, probabilmente San Benedetto, come suggeriscono alcune lettere rinvenute ai lati (i primi monaci della chiesa di Sant’Andrea erano proprio benedettini); l’altro volto, femminile, col capo velato, è caratterizzato da uno sguardo intenso. Non si è lavorato però solo al romanico. Nel catino absidale, di probabile costruzione seicentesca, è stata riportata alla luce una decorazione floreale, a ghirlande e motivi vegetali, nascosta dalle più recenti ridipinture, le cui tracce erano state rilevate già con le prime indagini. Questo importante svelamento è il traguardo di un percorso avviato nel 2009 dal Santuario, in collaborazione con le Soprintendenze del Piemonte, con il primo cantiere di indagini che ha portato alla luce significativi elementi dell’architettura e della decorazione della prima chiesa, un unicum nel panorama torinese. La Fondazione CRT, principale sostenitore delle opere di restauro del Santuario e del Convitto della Consolata, nel 2016 dà seguito a prime ricognizioni stratigrafiche e archeologiche e ai primi studi, sostenendo la prosecuzione dell’opera di svelamento del cuore romanico, attraverso una modalità innovativa di raccolta fondi, con il raddoppio delle donazioni da parte della Fondazione CRT. La Fondazione avvia così una campagna di fundraising, mettendo a disposizione del Santuario della Consolata una giovane risorsa formata nell’ambito del proprio progetto Talenti per il Fundraising. La volontà di collaborare al cantiere romanico, mettendo assieme forze e competenze, viene quindi formalizzata: la Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Torino redige nel 2018 un protocollo d’intesa che viene congiuntamente firmato dalla Soprintendenza stessa, dal Santuario della Consolata, dalla Curia Arcivescovile, dall’Università di Torino, dal Politecnico di Torino, dal Centro Conservazione Restauro “La Venaria Reale” e dalla Fondazione CRT. Viene istituito un gruppo di lavoro composto da funzionari, docenti, tecnici e da liberi professionisti per valutare procedure e metodologie di intervento in vista della definizione di un piano di restauri complessivo, da cui prende avvio la fase più operativa del cantiere romanico. “Fondazione CRT, da sempre il principale sostenitore privato del Santuario della Consolata cui ha storicamente destinato 4 milioni di euro, continua a mettere a disposizione risorse economiche, competenze e idee progettuali per la valorizzazione e la salvaguardia di questo meraviglioso ‘gioiello’, confermando il proprio impegno per...

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Ducento anni di acquarello in un libro alla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli.

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Ducento anni di acquarello in un libro alla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli.

La Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli ha organizzato la presentazione del libro “L’acquerello in Piemonte dall’Ottocento a oggi” edito da Daniela Piazza, scritto da Marcella Pralormo e Monica Tomiato, presso il Bookshop Corraini Lingotto  Le due autrici hanno dialogato con il pubblico e al  termine della presentazione, gli artisti Paolo Galetto e Cristina Girard hanno dato una prova pratica, effettuando una dimostrazione delle tecniche dell’acquerello per diffondere e approfondire la conoscenza di questo linguaggio pittorico. Per la prima volta, con il volume L’acquerello in Piemonte dall’Ottocento a oggi si ripercorre l’evoluzione della pittura ad acquerello attraverso le storie e le opere dei pittori piemontesi più rappresentativi di questa tecnica. La pittura ad acquerello si è affermata in Italia come modalità pittorica a partire dall’Ottocento e il Piemonte ha rappresentato, fin dagli inizi e prima che altrove in Italia, un polo di fondamentale importanza per l’affermazione di questo genere che in breve tempo è riuscito a raggiungere livelli qualitativi di notevole valore. Marcella Pralormo oltre a dirige la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli è un’appassionata e profonda conoscitrice di questa tecnica, purtroppo un pò sottovalutata. A GazzettaTorino dice: “Con il volume “L’acquerello in Piemonte dall’Ottocento a oggi”, Monica Tomiato e io abbiamo voluto trasmettere l’urgenza di rivalutare la tecnica ad acquerello, a lungo considerata “minore” rispetto alla pittura ad olio. Inoltre, abbiamo voluto portare all’attenzione dei lettori la grande ricchezza della tradizione piemontese nella produzione di opere ad acquerello.  L’acquerello, poi, non è solo una tecnica di tradizione, ma al contrario è estremamente contemporanea, basti pensare ai lavori di Carol Rama, di Giacomo Balla, agli artisti che negli anni ’60 sono cresciuti nell’ambito dell’Accademia Albertina, dove tutt’oggi continua a essere insegnata, con grande seguito da parte degli studenti. Personalmente, è una tecnica che amo moltissimo perché, asciugando subito sul foglio, rappresenta l’espressione autentica del primo pensiero dell’artista. L’olio, al contrario, è un lavoro più meditativo e riflessivo, che si presta a correzioni e rielaborazioni.  Con questo libro vorremo che i lettori fossero consapevoli che si tratta di una tradizione importante, ancora oggi estremamente vivace e che, nelle sue moltissime tipologie di realizzazione, continua a essere apprezzata per al sua eccezionale immediatezza. Ci piacerebbe inoltre che i giovani artisti si facessero forza a vicenda, sulla scia dei grandi del passato che sono riusciti a fare gruppo. Potrebbe infatti essere una grande occasione per fare conoscere a un pubblico ancora più ampio questa raffinata tecnica”. L’encomiabile scopo del volume è offrire al lettore una mappa per comprendere la vitalità e l’attualità di una forma d’espressione pittorica spesso considerata “minore” che lo accompagnano nella scoperta del suo sviluppo e della sua fortuna in Piemonte: dai paesaggi di Giuseppe Pietro Bagetti per proseguire poi, nel Novecento, con grandi autori contemporanei come Giacomo Balla e Carol Rama, fino ad approdare nelle aule dell’Accademia Albertina dove, ancora oggi, la tecnica dell’acquerello gode di una notevole vitalità, nel solco della tradizione, ma anche attraverso manifestazioni sperimentali e innovative. Legata al libro e alla tecnica dell’acquarello è la mostra Ad Acqua, esposta nella Pinacoteca dell’Accademia Albertina, rimangono pochi giorni per visitarla, chiuderà infatti il 27 gennaio, l’esposizione è un’occasione rara che permette di osservare i lavori di grandi artisti che hanno, in epoche diverse, utilizzato l’acquarello.  ...

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