.ARTE

.ARTE: il focus sulle mostre del territorio torinese tenuto da Marzia Capannolo, storica dell’arte. Il cartoncino sulla porta è scritto a mano: “Ernesto e Marzia Maison de l’Art”. È in francese, perché l’idea è venuta loro durante un viaggio a Parigi nel settembre del 2012. La porta è quella di una casa privata e, dentro, insieme a Ernesto Morales e a Marzia Capannolo c’è l’arte, in forma di quadri alle pareti, sì, ma anche in forma di parole e di colazione. Colazione, non collezione: brioche, latte, caffè, te, crostate, biscotti, succhi di frutta. L’indirizzo è via XX Settembre numero 1, terzo piano.
Lui è argentino, ma nato a Montevideo, ha 40 anni e dipinge, lavora sulla natura, sulla dimensione onirica e metafisica. Lei è romana, una storica dell’arte. Sono arrivati a Torino nel 2011 per una settimana di esplorazioni e sono rimasti. Prima in corso Belgio, poi in via XX Settembre, dove hanno trovato lo spazio e la luce giusta per portare l’arte nel luogo della vita, in ambiente domestico. E così, a fine settembre 2013, Marzia organizza la sua prima colazione d’arte. Di domenica. Venti persone, dalle 10,30 alle 13,00. È passato un anno e l’avventura continua, ogni quindici giorni. Le persone sono diventate 35-40. Lei invia una newsletter. Tu prenota, paghi 15 euro. E, quando arrivi, sei attirato dal profumo del caffè. Mezz’ora a chiacchierare, degustare e far conoscenza. Poi, alle 11, ci si sposta in sala a seguire le slide e i racconti di Marzia Capannolo su “Crisi di coppia: come evitarla secondo Bellini e Tiziano” o su “Lo straniero sulla terra: Vincent Van Gogh”. I prossimi appuntamenti: 9 novembre, “Caravaggio tra sacro e profano”; 23 novembre, “Immanenza e mutamento: da Ovidio a Francis Bacon”; 14 dicembre, “Artemisia Gentileschi: donna e pittoresca fra uomini e pittori”. Non sono lezioni, sono viaggi: ti prepari, decolli, resti in volo un’ora e mezzo e atterri. Fanno tutto le immagini, le parole e il profumo del caffè.

Benvenuti nell’Antropocene. La nostra epoca la nostra estetica.

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Benvenuti nell’Antropocene. La nostra epoca la nostra estetica.

Tra gli artisti torinesi che possono vantare un’esperienza di grande respiro internazionale Piero Gilardi ne è sicuramente uno dei capi saldi. Nel corso della sua attività si è affermato come esponente di una pratica artistica innovativa e originale, capace di coinvolgere le nuove generazioni e attenta al progresso scientifico. Certo, avvicinarsi al pensiero di intellettuali come Michel Foucault e Gilles Deleuze ha aiutato: ha aperto una nuova prospettiva partecipativa nella pratica artistica.      Il PAV – Parco di Arte Vivente di Torino, inaugurato nel 2008 e rappresentato da Gaia Bindi – ha studiato e analizzato la figura dell’artista a 360°, la sua espressività, relazionale e condivisa a tutti i livelli e ha tentato di coniugare il suo lavoro artistico con l’estetica dell’Antropocene, ovvero l’era geologica attuale nella quale all’essere umano e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche. Ma la sua arte si è posta anche come prefigurazione immaginativa e simbolica di nuove pratiche etiche di vita individuale e collettiva, e in questo senso continua la narrazione del vivente e della sua bellezza, che risiede soprattutto nell’operatività generativa e cooperativa dei processi evolutivi della biosfera. Questa riflessione vuole avviare la mostra «Piero Gilardi. . Estetiche dell’Antropocene», in esposizione dal 7 luglio al 26 agosto 2017 presso l’Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti di Carrara a Palazzo Cybo Malaspina. Si propone un incontro con l’opera dell’artista Piero Gilardi nato a Torino nel 1942, in cui il rapporto uomo-natura, o più precisamente il rapporto natura-cultura nella sfera antropica, è il nucleo problematico delle elaborazioni teoriche e delle conseguenti espressioni artistiche dall’inizio degli anni Sessanta a oggi. Nove opere, di cui sette grandi Tappeti-Natura e due installazioni interattive, l’esposizione crea un paesaggio tra natura e artificio – voli di gabbiani e campi di cavoli innevati, vegetazione tropicale e spiagge sassose – che coinvolge lo spettatore portandolo ad essere maggiormente attento alle bellezze ambientali così come sensibile ai pericoli dell’industrializzazione e ai cambiamenti climatici dovuti all’inquinamento. Federico Biggio    ...

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La XIII Biennale Internazionale per l’Incisione di Acqui Terme trasforma in galleria tutta la città.

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La XIII Biennale Internazionale per l’Incisione di Acqui Terme trasforma in galleria tutta la città.

Proclamati i vincitori della XIII Biennale Internazionale per l’Incisione di Acqui Terme dove i portici di via XX Settembre si sono trasformati in una galleria en plein air con 114 opere inedite esposte. Al Premio hanno partecipato artisti di tutto il mondo. L’artista milanese Adriano Moneghetti ha vinto il Premio Acqui Incisione 2017, uno dei più importanti concorsi internazionali di questa antica forma d’arte visiva. Per la sezione Giovani Under 35 è stato premiato un altro italiano, Francesco Geronazzo, mentre il Premio Speciale del Consorzio Tutela Brachetto d’ Acqui è andato all’ olandese Peter Franssen. La cerimonia di proclamazione dei vincitori è avvenuta sabato 10 giugno nella Sala Belle Epoque dell’Hotel Nuove Terme. A Moneghetti vanno un assegno di 5 mila euro, la stampa dell’opera in 75 esemplari e l’invito a partecipare a diverse mostre. La tiratura in 75 esemplari delle opere è anche il premio per Franssen e Geronazzo. Dopo la consegna dei Premi, nella Sala Belle Epoque si è tenuta la conferenza del professor Paolo Bellini su “La figura del millantatore nelle stampe dal XVI al XVIII secolo”. Moneghetti, insegna Tecniche dell’incisione calcografica a Brera, è un artista già affermato a livello internazionale, ha vinto con l’opera “Voena de sura l’altra”, una acquaforte su zinco e xilografia. Gerozzano, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna e anch’egli incisore pluripremiato, ha invece partecipato con “Elementi per una corretta navigazione”, puntasecca e acquaforte. “Belgrade”, puntasecca, acquaforte, vernice molle, acquatinta e stencil graffiti, è il titolo dell’ opera di Franssen, insegnante alla Willem de Kooning Academy di Rotterdam e protagonista di mostre personali e collettive in Europa. Gli artisti finalisti del Premio Acqui erano, oltre a Moneghetti, Franssen e Geronazzo: Carlos Castañeda (Messico), Mauro Curlante (Italia), Mehdi Darvishi (Iran), Andrea De Simeis (Italia), Rita Demattio (Italia), Mina Fukuda (Giappone), Norma Gerevini (Italia), Masoud Ghafari (Iran), Calisto Gritti (Italia), Alicja Habisiak Matczak (Polonia), Evgeniya Hristova (Bulgaria), Constantin Jaxy (Germania), Jinan Kobayashi (Giappone), Pedro Luis Lava (Venezuela), Stefano Luciano (Italia), Zoran Mise (Bulgaria), Vicente Paz (Spagna).   La Biennale di Acqui è nata all’interno del Rotary locale, con l’allora Presidente Giuseppe Avignolo, sin dall’inizio – e fino ad oggi – responsabile della manifestazione finalizzata alla promozione del territorio attraverso una iniziativa culturale dedicata all’arte incisoria. La cerimonia della premiazione viene sempre è accompagnata da una lezione di storia dell’incisione, tenuta da Paolo Bellini .      ...

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Jérémy Gobé incontra gli studenti dello IAAD per il primo dei workshop SeVeC

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Jérémy Gobé incontra gli studenti dello IAAD per il primo dei workshop SeVeC

L’incontro con Jeremy Gobé, giovane artista francese dal prestigioso curriculum, avviene all’interno dell’aula magna dello IAAD, Università per il Design di Torino diretta da Laura Milani, grazie alla preziosa collaborazione tra la scuola e il SeVeC, il nuovo progetto che già dal proprio acronimo (seta-vetro-ceramica) unisce tre musei dell’arte applicata in Piemonte (Museo della Ceramica di Mondovì, Museo dei Vetri e Cristalli di Chiusa di Pesio e il Filatoio di Caraglio).   Il progetto SeVeC, fortemente voluto dalla presidente del Museo della Ceramica di Mondovì, Andreina d’Agliano, e realizzato grazie al bando Musei Aperti della Fondazione CRC di Cuneo, nasce con lo scopo di riscoprire le antiche tecniche dell’arte manufatturiera di eccellenza del territorio piemontese per ripensarle con lo spirito e le competenze della contemporaneità; in questo modo tali conoscenze, filtrate dalla creatività di artisti e designer, possono costituire concrete potenzialità produttive, fornendo ai giovani nuovi sbocchi di lavoro. Gobé è uno scultore eclettico che si misura fisicamente e intellettualmente con molti materiali differenti e ha raggiunto nell’arte tessile, e non solo, una felice e compiuta esplicitazione del proprio pensiero filosofico e della propria ricerca artistica, traducendola in installazioni di grande impatto. Gobè inaugurerà i workshop di alta formazione del SeVeC e in particolare il corso sui materiali, sul tessuto, sui filati, sulla maglieria jacquard che si terrà al Filatoio di Caraglio dal 2 al 10 settembre. Ai corsi partecipano in media 15 studenti e in questo caso 10 studenti saranno borsisti IAAD.   Andrea Bruno, coordinatore strategico del corso di Textile and Fashion presso IAAD, introduce la lectio di Gobé ad una aula gremita di studenti, articolata come una lunga intervista aperta al dibattito. Come è nato il tuo interesse per l’arte? Sono nato in una famiglia di militari di carriera, ho sempre disegnato moltissimo, sin da quando ero bambino, anzi direi da quando ho memoria, ma non ho mai pensato di fare l’artista, infatti ho condotto studi scientifici. Successivamente ho frequentato un anno di architettura ed è stata la prima volta che ho studiato seriamente storia dell’arte; durante le lezioni continuavo a disegnare tutto il tempo, finché un’altra studentessa mi ha chiesto cosa facessi lì e perché non frequentassi una scuola d’arte… Non avevo mai preso in considerazione questa possibilità, avevo già 22 anni e solo allora ho iniziato a frequentare una scuola d’arte e questo per tre anni, sino al diploma universitario; quando ho terminato dovevo decidere se iniziare a lavorare, specializzarmi o iniziare a essere “artista”…Ma mi ponevo la domanda su cosa volesse dire essere artista e cosa io volessi fare. Ho deciso quindi di smettere di “produrre”  – lavoravo e disegnavo giorno e notte incessantemente – e ho vissuto un periodo lontano dall’arte; è stato allora che ho incominciato a lavorare, a vivere una vita normale… Ho cominciato a interessarmi al fatto che molte aziende tessili del nord della Francia stavano chiudendo: questo aveva delle grandi ripercussioni negative non solo sull’economia locale ma anche sulla vita delle persone che vivevano lì, sulla loro energia: nulla aveva più senso, non sapevano cosa fare dopo diverse generazioni impiegate in questo specifico settore. Sono entrato in contatto con le persone che lavoravano in queste fabbriche,  mi hanno parlato della loro storia, mi hanno insegnato le tecniche, mi hanno persino dato del materiale con cui riempivo la mia piccola...

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Al Museo Ettore Fico la giovane arte italiana. Il Superpassato di Agostino Bergamaschi.

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Al Museo Ettore Fico la giovane arte italiana. Il Superpassato di Agostino Bergamaschi.

  Linee sinuose ed equilibri plastici, mix di colore e materia caratterizzano l’opera di Agostino Bergamaschi, giovane e promettente artista di Milano, classe 1990, in mostra, fino all’11 giugno, nei suggestivi spazi post-industriali del Museo Ettore Fico di Torino. Si tratta di uno degli episodi di un interessante ciclo di proposte espositive che il MEF dedica alla ricerca ed alla promozione della giovane arte italiana.   In effetti per l’artista, seguito dalla Galleria Massimodeluca di Mestre e presentato per l’occasione da Marta Cereda, è la prima mostra personale in uno spazio museale. Per il MEF Bergamaschi ha pensato ad un progetto site-specific, che potesse interagire con lo spazio espositivo, a partire dalle intercapedini e dagli architravi della struttura nel mezzanino, per approdare in caffetteria ed uscire in terrazzo, in dialogo con la città. L’architettura del museo si coniuga con le suggestioni quotidiane dell’artista in un’installazione di ampio respiro, di grande raffinatezza e sapienza espressiva, che unisce la dimensione scultorea a quella fotografica, i materiali industriali alle tecniche artigiane.  Legni intarsiati di madreperla, tubi di gomma che si trasformano in vetro, stampe fotografiche da negativo analogico: si tratta di un passato che acquista i connotati di un presente per interpretare il futuro. Rivolgiamo ad Agostino alcune domande per meglio comprendere il processo creativo e i riferimenti estetici del suo Superpassato. Come hai concepito le opere che presenti in mostra al MEF di Torino? Quando ho visto per la prima volta lo spazio dove avrei dovuto esporre ho pensato immediatamente che fosse necessario produrre opere nuove e pensate appositamente per quel luogo. Innanzitutto mi è piaciuta la sua forma irregolare e queste due pareti che creavano un forte angolo, quasi un punto di fuga. La mia attenzione si è focalizzata subito su quel particolare e avevo già deciso che l’installazione, che ancora non avevo in mente, doveva prendere in considerazione questa sensazione. Un altro elemento che mi ha fatto subito pensare è stato l’architrave che passa in mezzo al soffitto. Al contrario dell’angolo ho avuto una sensazione di qualcosa di invadente che potesse disturbare il lavoro: dovevo per forza far in modo che diventasse parte integrante dell’installazione, in qualche modo doveva essermi utile così da non rimanere un semplice elemento architettonico. Ho avuto poi anche la possibilità di usare il terrazzo, che all’inizio non sapevo avrebbero dedicato alla mia mostra. Devo dire che sul momento non sapevo cosa avrei fatto: era uno spazio molto bello, ma allo stesso tempo più difficile da gestire del mezzanino perché completamente aperto, quasi da diventare dispersivo. Anche in questo caso ho impostato il lavoro cercando di lavorare sullo spazio, non quello propriamente architettonico, ma sfruttando l’apertura sulla città e creando qualcosa che quasi si mimetizzasse, che non balzasse immediatamente all’occhio. Qual è il processo costitutivo delle tue opere? Le mie opere nascono sempre da pensieri ancora irrisolti, o meglio ancora in sviluppo. Tra le opere esiste un filo conduttore che le unisce, pur essendo, in quanto a forma, l’una diversa dall’altra, continuano lo stesso discorso e approfondiscono di volta in volta quello che era rimasto in sospeso precedentemente. Possono essere costituite da una frase letta in un libro che mi colpisce particolarmente, come da un’immagine o un’esperienza che ricorre nella mia quotidianità. L’”immagine analogica” presentata a SUPERPASSATO ne è un esempio: lo scatto raffigura un muro cieco...

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Sensi e parole per comprendere l’Arte

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Sensi e parole per comprendere l’Arte

Buone pratiche di fruizione e comunicazione dell’arte a Torino. Sensibilizzare e promuovere una nuova cultura dell’accessibilità è stato l’obiettivo del convegno Sensi e Parole per comprendere l’Arte, nell’ambito del progetto Making Sense, con il sostegno dell’UICI – Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti di Torino e della Regione Piemonte e ospitato al Teatro Gobetti di Torino, il 25 e 26 maggio scorsi. Numerosi gli enti coinvolti nel progetto tra associazioni e centri di ricerca per la disabilità visiva (Tactile Vision Onlus, Irifor Onlus, UICI), Istituzioni e Musei d’Arte (Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Pav – Parco d’Arte Vivente, Museo Nazionale del Cinema, Palazzo Madama – Museo d’Arte Antica di Torino, GAM – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, Reggia di Venaria, Museo Tattile Statale di Ancona), la Città di Torino con la Direzione Politiche Sociali e Rapporti con le Aziende Sanitarie e il Politecnico di Torino con il Turin Accessibility Lab del Dipartimento di Architettura e Design. Making Sense è una piattaforma laboratoriale in progress sul territorio torinese, che dal 2013 conduce una ricerca sui sensi e le parole nella fruizione dell’opera d’arte, ponendosi come finalità la comunicazione efficace di contenuti artistici, innanzitutto nei confronti dei disabili visivi, ma rivolta a tutti, attraverso i principi del design for all. I soggetti che compongono il team di Making Sense sono Annamaria Cilento (Dipartimento Educativo della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo), Orietta Brombin (Attività Educative e Formative del PAV – Parco d’Arte Vivente), Cristina Azzolino e Angela Lacirignola (Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino), Tea Taramino (Direzione Politiche Sociali e Rapporti con le Aziende Sanitarie, Servizio Disabili, Città di Torino), Rocco Rolli (Tactile Vision Onlus) e Francesco Fratta (Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti di Torino). Insieme, nel 2011, hanno già concorso alla stesura del Manifesto della cultura accessibile a tutti: “[…] E’ indispensabile leggere, sotto l’ottica dell’accessibilità, della fruibilità e della piacevolezza, tutti gli anelli connessi all’esperienza culturale qualunque essa sia, in modo da formare la catena dell’accessibilità, che deve consentire a chiunque di vivere un’esperienza culturale in modo appagante, soddisfacente, piacevole in condizioni di autonomia, comfort e sicurezza […] Ed è proprio con questi presupposti che si è aperto il convegno Sensi e Parole per comprendere l’Arte: è stata davvero un’occasione di scambio e confronto sulle buone pratiche dell’accessibilità alla cultura, attraverso la sperimentazione e i risultati ottenuti dalle diverse realtà museali sul territorio, dagli studi sulla comunicazione, in campo linguistico e dal mondo della disabilità. L’idea di progetto è stata quella di contribuire ad una ricerca accurata, e il più possibile corale, su quali siano le strategie più adatte per una fruizione universale di ogni forma d’arte. Tra gli altri, Annamaria Cilento, responsabile del Dipartimento Educativo della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha citato il workshop Comunicare la pittura, del 13 aprile 2013, in relazione alla mostra dell’artista tedesco Gerhard Richter, Edizioni 1965-2012 dalla Collezione Olbricht, in corso in quel periodo negli spazi della Fondazione, sottolineando la partecipazione al laboratorio di soggetti vedenti e non, per favorire un confronto di tipo relazionale. Le attività includevano una sperimentazione teorica accanto alle opere, seguita da un’esperienza di pittura tattile. Orietta Brombin, responsabile delle Attività Educative del PAV – Parco d’Arte Vivente ha introdotto all’esperienza percettiva, didattica e laboratoriale, soprattutto in relazione alla video art, attuata cercando di coinvolgere il pubblico (vedente...

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Il Maestro Bruno Martinazzi: pensiero e materia per opere senza tempo

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Il Maestro Bruno Martinazzi: pensiero e materia per opere senza tempo

  Incontriamo il maestro Bruno Martinazzi nella sua luminosa casa che  da Piazza Vittorio si affaccia sulla quinta naturale della prima collina, il Po come un dio che tutto osserva, nel suo incessante fluire. Nato a Torino nel 1923 in una famiglia di intellettuali, si laurea in Chimica Pura. Durante la guerra partecipa come partigiano combattente alla resistenza, ed è insignito della Croce di Guerra. Dopo aver frequentato la Libera Accademia d’Arte di Torino e gli Istituti d’Arte di Firenze e Roma esordisce come orafo nel 1954, per poi affermarsi come scultore. Ha insegnato molti anni in diverse istituzioni, in particolare all’ Accademia Albertina di Belle Arti di Torino.    La sua carriera è costellata di molti riconoscimenti internazionali, come la partecipazione e la vittoria del primo premio alla International Exhibition of Modern Jewellery 1890-1961, organizzata presso la Goldsmith’s Hall di Londra nel 1961, forse la più importante mostra internazionale del gioiello d’artista del XXI secolo, a cui sono seguite esposizioni in Italia e all’estero; le sue opere sono conservate nei più importanti musei del mondo. Con Martinazzi il gioiello, progettazione e materia, è equiparato alla scultura e alla pittura e si fa espressione di una riflessione complessa, che affonda le radici nella ricerca filosofica che da sempre conduce parallela e confluente nelle sue opere. Amante di Platone, grande appassionato della montagna, scrive e disegna quotidianamente, e nel 2013 ha dato alle stampe libri con le sue riflessioni e i suoi ricordi, Ehi Patriota!, La luce, il buio, e Amore e Meraviglia, scritti con acutezza e grazia, che è la cifra principale del suo stile.  Fluente nel racconto, si dona con generosità all’interlocutore, capace, con brevi tratti, di restituire un momento storico, un’opera e il suo contesto, una sua personale visione. Prezioso testimone del secolo scorso, restituisce con intelligenza cristallina la dimensione di un artista capace di leggere la contemporaneità con freschezza, consapevole e umile allo stesso tempo, elemento che rende le sue opere senza tempo. In esse c’è un superamento nella realtà, una tensione al metafisico, aspetto che si ritrova nelle sue sculture come nei suoi gioielli, ricchi di riferimento alla cultura classica, dalla greca alla cicladica. Sono immagini reali, eppure astratte, che appartengono al mondo delle Idee. Maestro, ci racconta come è nato il suo interesse per l’arte e in particolare per l’oreficeria? Sin da ragazzo ero interessato alla pittura ma,  per compiacere la famiglia che mi sconsigliava la carriera d’artista perché Carmina non dant panem, mi sono laureato in chimica; nonostante ciò ho continuato ad esercitarla nei momenti liberi e a coltivare i miei interessi, pur lavorando in tutt’altro settore, l’industria tessile, che tuttavia decido di abbandonare. Verso i trent’anni mi sono interessato all’arte orafa e ho provato a realizzare alcuni esemplari per l’orafo Capello di Torino: vista la mia predisposizione naturale mi sono iscritto ad una scuola per orafi dove ho imparato la tecnica del cesello.Ho molta facilità di esecuzione con le mani, ho imparato in fretta la tecnica; intanto continuavo a dipingere ma incominciavo a trovare sempre più soddisfazione dal lavoro manuale, per cui mi è venuta voglia di misurarmi con materiali e tecniche diverse dal gioiello; sono dunque passato alla lastre di rame, ho iniziato a piegarle a saldarle: di lì il passaggio alla cera e alla fusione in bronzo è stato breve. A quel...

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Da Torino a Venezia in dialogo tra antico e contemporaneo per la 57° Biennale a Cà Rezzonico.

Pubblicato da alle 11:36 in .Arte, galleria home page, Spettacoli | 0 commenti

Da Torino a Venezia in dialogo tra antico e contemporaneo per la 57° Biennale a Cà Rezzonico.

  Sfida interessante e raffinata quella di Marzia Migliora, che nell’intento di svelare nessi e significati della cultura e della storia dei luoghi, in occasione della 57° Biennale di Venezia, nel suggestivo Palazzo Cà Rezzonico, presenta un progetto site-specific dal titolo VELME, a cura di Beatrice Merz. Il termine velma, in dialetto veneziano, indica una parte di fondale lagunare, poco profondo, che emerge solo con la bassa marea. Marzia Migliora invita lo spettatore a riflettere sui codici della natura e sulle continue violazioni commesse dall’uomo, nelle relazioni tra acqua e terra, emerso e sommerso, passato e presente. Attraverso la reinterpretazione contemporanea di elementi selezionati all’interno del Museo del Settecento Veneziano, l’artista pone l’attenzione su alcune tematiche, sempre urgenti e apparentemente nascoste che, come le velme, riaffiorano e coinvolgono la storia dell’umanità: lo sfruttamento delle risorse naturali, umane e lavorative. Nel Salone delle Feste, al primo piano del Palazzo, prende avvio il percorso di mostra: lo spettatore – con mappa alla mano, ideata e disegnata dall’artista – è guidato alla scoperta delle 5 installazioni che compongono il progetto espositivo e altresì nel processo costitutivo e relazionale ad esse sotteso. Dalle suggestioni del corpus scultoreo di Andrea Brustolon, Etiopi porta vaso (mori) e dell’affresco di Giandomenico Tiepolo, Il mondo nuovo (1791), prende vita l’omonima opera di Marzia Migliora. Nel consueto allestimento museale di Cà Rezzonico le sculture sono in linea con la parete e sono rivolte verso il visitatore. L’artista con il suo intervento le sposta di 180° e le allontana di circa un metro dal muro mediante un’asta metrica in uso nella pratica fotografica documentaria di reperti archeologici e sostituisce il vasellame cinese sorretto normalmente dalle statue con una porzione di salgemma. Nuova linfa viene data a queste opere che, non più considerate meri oggetti d’arredo, sembrano acquisire rinnovata forza espressiva. La prospettiva che l’artista suggerisce è quella di un mondo nuovo in cui vengano superate le pratiche di schiavitù contemporanea legate al lavoro clandestino e allo sfruttamento dei lavoratori. Proseguendo nella Sala degli Arazzi e, più avanti, nelle Sale del Lazzarini e del Tiepolo, si incontrano le installazioni Quis contra nos. L’opera prende spunto dallo stemma della Famiglia Rezzonico, che recita in caratteri oro: Si Deus pro nobis. Il motto è tratto da una frase di San Paolo (Lettera ai Romani, 8,31): “Si Deus pro nobis, quis contra nos”, e significa letteralmente, “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”. L’artista ha notato che nel corso della storia la frase, Se Dio è con noi, è stata pronunciata e utilizzata in diverse occasioni da grandi dittatori e uomini di potere per giustificare atti criminali, guerre e stermini di massa. Aggiungendo la seconda parte della citazione di San Paolo su alcuni specchi dislocati nello spazio museale, Migliora pone il fruitore a confronto con se stesso e con la storia dell’umanità di cui fa parte. Nella sala del portego 5 banchi da lavoro con utensili, prelevati da un laboratorio orafo in disuso, sono illuminati da luci al neon. Sul piano superiore di ogni banco è stato collocato un blocco di salgemma grezzo, proveniente dalla miniera Italkali a Realmonte (AG) e pronto per essere lavorato. Il sale, nella storia di Venezia è denominato anche “oro bianco” e l’installazione La fabbrica illuminata rimanda allo sfruttamento economico delle risorse naturali e alla forza...

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La Galleria Rocca Tre si trasforma in una Maison Poétique e ritrova la Torino Sperimentale.

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La Galleria Rocca Tre si trasforma in una Maison Poétique e ritrova la Torino Sperimentale.

Collettiva ricercata e di ricerca quella messa in scena dalla Galleria Rocca Tre che con spirito di archeologia estetica ritrova un segmento prezioso e trascurato in cui si sono incrociate la storia dell’arte e della città.  La mostra intitolata “Intorno alla Maison Poétique” si sviluppa a partire da alcuni documenti (appunti, disegni), che riportano alla memoria un episodio della Torino Sperimentale negli anni 1966/67. Un progetto a più voci proposto dal poeta Adriano Spatola nei suoi soggiorni torinesi e a cui presero parte: Arrigo Lora Totino, Enore Zaffiri, Leonardo Mosso, Laura Castagno, Sandro De Alexandris. Maison Poétique era l’idea di uno spazio in cui i linguaggi delle arti (dalla poesia alla musica, dall’architettura alle arti plastiche, dal teatro alla danza) si sarebbero incontrati, e nei loro sconfinamenti avrebbero dato vita, in una continua trasformazione, a un’opera che sarebbe stata opera totale. Proprio da queste riflessioni, Adriano Spatola iniziò a sviluppare l’idea di “poesia totale”, analizzata e teorizzata nel suo fondamentale testo “Verso la poesia totale” (Rumma, Salerno 1969, Paravia, Torino 1978). La Galleria Rocca Tre propone una riflessione su questo momento dell’arte di ricerca, con alcune opere storiche dei protagonisti di quegli incontri (quelli torinesi e quelli avvenuti in seguito a Modena), a cui unisce, nello spirito di quei colloqui, che era spirito inclusivo, opere di artisti il cui lavoro rivela una sintonia con i temi proposti e affrontati allora. Questi gli artisti coinvolti ed esposti. Irma Blank – Angelo Candiano – Laura Castagno – Sandro De Alexandris – Giorgio De Silva – Giuliano Della Casa – Marco Gastini – Gino Gorza – Emilio Isgro’ – Jiří Kolář – Ugo La Pietra – Bice Lazzari – Arrigo Lora Totino – Leonardo Mosso – Claudio Parmiggiani – Piero Rambaudi – Claudio Rotta Loria – Marina Sasso – Adriano Spatola – Mario Surbone – William Xerra – Enore...

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A Torino la Fondazione Sardi dà ascolto alla “voce” dell’arte.

Pubblicato da alle 17:08 in .Arte, galleria home page, Notizie | 0 commenti

A Torino la Fondazione Sardi dà ascolto alla “voce” dell’arte.

In conversazione con Pinuccia Sardi, Presidente della Fondazione Sardi per l’Arte. Torino, città capitale dell’arte contemporanea con spazi espositivi, pubblici e privati, d’eccellenza come il Castello di Rivoli, Museo d’Arte Contemporanea, la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, la Fondazione Merz, la Pinacoteca Agnelli, il Museo Ettore Fico, dal 2014 vede l’istituzione di una realtà nuova, la Fondazione Sardi per l’Arte, che dà spazio alle idee degli artisti e degli operatori dell’arte in una dimensione intima, ma concreta. Al n. 8 di Corso Re Umberto ci accoglie, nella sede della Fondazione, la Presidente Pinuccia Sardi, donna di grande energia e sensibilità, esperta d’arte e già gallerista. Splendide opere di Carol Rama e Carla Accardi alle pareti e una passione che si respira nell’aria. A lei abbiamo rivolto alcune domande. Ci può raccontare qual è stato il suo lungo percorso professionale fino ad oggi?  Sono stata un’appassionata d’arte da sempre. All’inizio degli anni Settanta sentii la necessità di aprire una mia attività e finalmente nel 1975 inaugurai lo studio Grafica Internazionale che è stato attivo per ventitré anni fino al 1998. Contemporaneamente, dal 1978 al 1992, mi fu accordata dagli eredi la prelazione per l’Italia e alcuni paesi d’Europa, sull’acquisto di opere di George Grosz che venivano messe in vendita due volte l’anno a New York. Acquisii un fondo di opere e mi occupai nel tempo di promuovere l’artista con pubblicazioni, mostre o fiere come Art Basel. In quegli anni curai anche edizioni di grafica di artisti già affermati e riconosciuti come Pierre Alechinsky o Marino Marini con quest’ultimo ho collaborato fino al 1980, anno della sua scomparsa. Ovviamente questa attività mi consentì di stringere anche relazioni con istituzioni importanti come la Henry Moore Foundation per una serie di grafiche dell’artista inglese. La mia clientela era costituita principalmente da grandi aziende italiane come la Fiat e da istituti bancari come San Paolo e IMI.  Contemporaneamente ad artisti internazionali mi dedicai anche ad artisti attivi sulla scena torinese e piemontese. Mario Calandri, un caro amico, che nel 1988, realizzò per me una cartella a tre incisioni con la presentazione di Leonardo Sciascia che era un grande appassionato di grafica e che io conobbi a Milano anni prima. Per l’occasione li presentai e tra i due nacque un’amicizia e una reciproca stima. E’ stato bello aver favorito quell’ incontro. Dopo Calandri decisi di collaborare con altri artisti che appartenevano allo stesso entourage culturale: Soffiantino, Saroni, Tabusso, dar loro visibilità o favorirne le pubbliche relazioni. Seguendo questa idea, ogni due o tre anni presentavo una cartella di grafiche e per l’occasione organizzavo anche una festa. Era un modo per lavorare certo, ma anche organizzare momenti piacevoli. La mia esperienza professionale con la grafica si concluse come dicevo nel 1998 anche se nel frattempo, nel 1994, nasceva, in collaborazione con Angelo Bottero, la galleria Carlina. L’attività di galleria, durata quasi vent’anni, fino al 2013 mi ha permesso di cimentarmi con l’arte e con il pubblico in maniera più diretta e forse meno tecnica rispetto a quanto avessi esperito in precedenza. In quel momento, ne sentivo davvero la necessità. Sono stati anni molto interessanti con continue e proficue relazioni con artisti, collezionisti e operatori del settore oltre a tante mostre gratificanti. Ricordo con piacere la mostra personale di Joan Mirò, che...

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Creazioni e ri-creazioni creative dell’inglese Chris Gilmour in galleria ad Alba.

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Creazioni e ri-creazioni creative dell’inglese Chris Gilmour in galleria ad Alba.

Nel 2006 il giovane artista inglese Chris Gilmour vinceva, a sorpresa, il prestigioso Premio Cairo, istituito nel 2000 per volontà dell’editore Urbano Cairo, presidente della Giorgio Mondadori, proponendo una scultura in scala 1:1 realizzata interamente con il cartone riciclato. Nato a a Stockport, vicino a Manchester, nel Regno Unito, nel 1973, Gilmour ha studiato scultura in Inghilterra. Nel 2001 ha esposto a Bergamo al Museo Archeologico, a Padova alla Galleria Perugi, alla Fondazione Stelline di Milano nel 2005, a New YorK al Museo Art e Design, alla Galleria Freight+Volume e in numerose fiere italiane e estere, costruendo intorno a se curiosità, interesse e l’assenso dei collezionisti.   Le sue raffinate e precisissime sculture saranno ospitate dal 20 maggio al 20 giugno nella Galleria DAVIDECOFFA artecontemporanea di Alba.  Un’accurata selezione di circa quindici opere, tra cui molti strumenti musicali: il famoso pianoforte a mezza coda, diverse chitarre elettriche, una batteria jazz, un mandolino napoletano, un basso; in esposizione anche una pendola, un telefono da tavolo, e la bellissima moka per il caffè.   Un universo oggettivo e concreto quello costruito da Chris Gilmour, egli ri-produce in scala reale e con una maniacale attenzione ad ogni particolare, oggetti di utilizzo quotidiano, li rinnova e gli conferisce un significato inatteso.   Gilmour traccia un viaggio trasversale tra materialità e ricostruzione fedele di qualcosa di apparentemente conosciuto, scontato, dotato ora di una nuova leggerezza; una levità solida data dalla tipicità del tipo di un materiale come il cartone, resistente e modellabile, pensato prevalentemente per l’imballaggio, per contenere qualcosa, trasformato dalla perizia dell’artista in un contenuto capace di evocare memorie, di ribadire i legami emotivi che legano le persone agli oggetti, che siano elettivi come un strumento musicale o un semplice telefono.   Sotto le diverse nuance di un medesimo colore scintilla il desiderio di un desiderio, infatti gli intenditori dei misteri estetici hanno immediatamente familiarizzato con queste sculture realizzate sempre con lo stesso materiale.  Ingegneria e genio sovrintendono all’epos del saper fare così determinante nel lavoro di Gilmour, accogliendo con favore la presenza nelle sue sculture dell’elemento ironico, giocoso e talvolta accarezzate da una malinconia di eguale...

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