.ARTE

.ARTE: il focus sulle mostre del territorio torinese tenuto da Marzia Capannolo, storica dell’arte. Il cartoncino sulla porta è scritto a mano: “Ernesto e Marzia Maison de l’Art”. È in francese, perché l’idea è venuta loro durante un viaggio a Parigi nel settembre del 2012. La porta è quella di una casa privata e, dentro, insieme a Ernesto Morales e a Marzia Capannolo c’è l’arte, in forma di quadri alle pareti, sì, ma anche in forma di parole e di colazione. Colazione, non collezione: brioche, latte, caffè, te, crostate, biscotti, succhi di frutta. L’indirizzo è via XX Settembre numero 1, terzo piano.
Lui è argentino, ma nato a Montevideo, ha 40 anni e dipinge, lavora sulla natura, sulla dimensione onirica e metafisica. Lei è romana, una storica dell’arte. Sono arrivati a Torino nel 2011 per una settimana di esplorazioni e sono rimasti. Prima in corso Belgio, poi in via XX Settembre, dove hanno trovato lo spazio e la luce giusta per portare l’arte nel luogo della vita, in ambiente domestico. E così, a fine settembre 2013, Marzia organizza la sua prima colazione d’arte. Di domenica. Venti persone, dalle 10,30 alle 13,00. È passato un anno e l’avventura continua, ogni quindici giorni. Le persone sono diventate 35-40. Lei invia una newsletter. Tu prenota, paghi 15 euro. E, quando arrivi, sei attirato dal profumo del caffè. Mezz’ora a chiacchierare, degustare e far conoscenza. Poi, alle 11, ci si sposta in sala a seguire le slide e i racconti di Marzia Capannolo su “Crisi di coppia: come evitarla secondo Bellini e Tiziano” o su “Lo straniero sulla terra: Vincent Van Gogh”. I prossimi appuntamenti: 9 novembre, “Caravaggio tra sacro e profano”; 23 novembre, “Immanenza e mutamento: da Ovidio a Francis Bacon”; 14 dicembre, “Artemisia Gentileschi: donna e pittoresca fra uomini e pittori”. Non sono lezioni, sono viaggi: ti prepari, decolli, resti in volo un’ora e mezzo e atterri. Fanno tutto le immagini, le parole e il profumo del caffè.

Eccentric Spaces: 5 artiste ragionano sullo Spazio da Riccardo Costantini Contemporary

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Eccentric Spaces: 5 artiste ragionano sullo Spazio da Riccardo Costantini Contemporary

Da Riccardo Costantini Contemporary cinque artiste di diverse nazionalità, Caroline Corbasson, Debbie Lawson, Dana Levy, Noa Pane, Anila Rubiku, provenienti da esperienze formative differenti e con capacità espressive eterogenee, interpretano il concetto di spazio inteso come una delle categorie essenziali per la percezione del mondo. Eccentric Spaces, un progetto ideato e curato da EIena Inchingolo e Paola Stroppiana, sarà visitabile sino al 1 aprile. L’idea progettuale prende avvio da una riflessione sul testo La prospettiva come forma simbolica (1927) di Erwin Panofsky, che dimostra come ogni epoca culturale abbia sviluppato un proprio modo di rappresentare lo spazio, inteso come la ‘forma simbolica’ visibile, propria di quella cultura. Volutamente le opere in mostra afferiscono a media diversi, installazioni video, sculture, disegni, che pongono numerose riflessioni sulla realtà partendo dalla loro specificità: l’interrogazione sulla natura delle cose, la classificazione scientifica dello spazio e dei suoi oggetti, il mondo dell’osservazione in continuo movimento con sempre nuovi obiettivi di conoscenza e di confronto. Caroline Corbasson (Saint-Etienne, 1989) trae ispirazione, per la sua ricerca, dalla scienza, dall’astronomia, dai fenomeni naturali e dalla vastità dei paesaggi: in mostra l’opera Anomalia, 2013 un’installazione di 10 pagine dell’Atlas Eclipticalis, (atlante celeste che risale al 1950) su cui l’artista interviene con sfere nere disegnate a carbone ad alludere ai buchi neri presenti nella galassia, spazi sconosciuti nell’universo attrattivi nella loro estetica ancora da definire, aperta a infinite possibilità. Dana Levy (Tel Aviv), video artista di origine israeliana di base a New York, focalizza l’attenzione sull’interdipendenza tra storia naturale e umana, tematiche ambientaliste e politica. Dopo aver vissuto in prima persona gli effetti dell’uragano Sandy nel 2012, ha realizzato l’installazione Literature of Storms (in mostra Chapter 2 e Chapter 3, 2015): le tempeste hanno una ‘letteratura’ che dovremmo rileggere al fine di riconsiderare lo spazio dell’essere umano nella storia come imprescindibile da quello della natura. Debbie Lawson (Dundee) reinterpreta interni domestici interconnessi con elementi naturali. Le sue opere sono nuovi ibridi in cui differenti codici visivi coincidono: alla mimesis della natura si sovrappone una « filosofia dell’arredamento » eclettica, inedita, dagli esiti inaspettati. Le sculture-installazioni di Noa Pane (Roma, 1983) esplorano le possibilità di espansione e costrizione della gomma e dell’aria in strutture predeterminate o in spazi naturali e architettonici, con cui entrano in un dialogo straniante. L’indagine sui limiti dei materiali e l’attenzione all’aspetto formale conduce l’artista ad una continua ricerca dell’essenziale, in cui l’aria, materiale non materiale, diventa un elemento tanto impalpabile quanto vitale. La ricerca di Anila Rubiku (Durazzo) si fonda su un’approfondita analisi dello spazio come luogo relazionale e sociale. L’artista affronta la dimensione interiore dell’individuo ed in particolare la condizione della donna, il concetto di spazio domestico e l’idea del viaggio concepito come mezzo di confronto e possibilità di conoscenza. Abbiamo rivolto alcune domande alle due curatrici per meglio raccontare il senso di questo progetto espositivo. Qual é il fil rouge che lega le cinque artiste in mostra? (Elena Inchingolo) Il filo rosso che unisce  il lavoro delle 5 artiste in mostra è la sensibilità con cui si sono relazionate all’ idea di spazio ed alla sua carica semantica. Spazio astronomico per Caroline Corbasson, prossemico e interpersonale per Anila Rubiku, immaginifico per Debbie Lawson, bio-dinamico per Noa Pane, iper-realistico ed evocativo per Dana Levy. Perché la scelta di 5 artiste?  (Elena Inchingolo) Non è stata una scelta...

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Il Centro per la Conservazione e il Restauro: “splendido scrigno” d’eccellenza culturale a Venaria.

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Il Centro per la Conservazione e il Restauro: “splendido scrigno” d’eccellenza culturale a Venaria.

  Una conversazione con il Presidente Stefano Trucco e la storica dell’arte Sara Abram. La Fondazione Centro per la Conservazione e il Restauro (CCR) dei Beni Culturali “La Venaria Reale” nasce nel 2005 quale Istituto per l’Alta Formazione e la ricerca nell’ambito del restauro e della conservazione del patrimonio culturale. I Soci Fondatori sono il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, il Comune di Torino, il Comune di Venaria, l’Università degli Studi di Torino, il Politecnico di Torino (oggi dimesso), la Fondazione per l’Arte (oggi Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura) della Compagnia di San Paolo e la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino. Gli scopi statutari del CCR includono la formazione, la ricerca sperimentale, la promozione dello sviluppo di imprese sul territorio e la partecipazione a programmi internazionali di studio e conservazione, in particolare la convenzione con l’Università degli Studi di Torino è alla base del Corso di Laurea Magistrale a ciclo unico in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali. Il Centro si fonda su una metodologia integrata di competenze di restauratori, storici dell’arte e professionalità scientifiche, come la processualità del restauro suggerisce nell’ottica del confronto multidisciplinare e condiviso in termini di ricerca e innovazione. Siamo stati accolti nella sede del Centro, il monumentale complesso “La Venaria Reale”, negli spazi delle ex Scuderie e Maneggio settecenteschi progettati da Benedetto Alfieri e abbiamo conversato con Stefano Trucco, Architetto e Presidente del CCR, affiancato da Sara Abram, storica dell’arte e responsabile del settore Sviluppo Arte Contemporanea e Design. Con un’esperienza pluriennale da architetto restauratore, nel 2015 viene nominato Presidente del Centro di Conservazione e Restauro La Venaria Reale. Quali sono gli obiettivi che intende raggiungere nel corso del suo mandato?  Quando mi sono insediato, conoscevo molto bene la realtà “architettonica” del CCR, dopo aver lavorato come architetto restauratore per 35 anni, di cui 7 come responsabile del back office della Reggia di Venaria. Fin da subito mi sono occupato di obiettivi “architettonici”, che ritenevo indispensabili al buon funzionamento organizzativo del Centro come l’ottimizzazione degli spazi interni per creare migliori condizioni lavorative per i restauratori e gli altri professionisti che qui sono impiegati. Come prima cosa ho provveduto a far sgomberare la grande navata di fronte ai laboratori di restauro – un tempo adibita a deposito – e a far montare porte a vetri di accesso a ciascun laboratorio per consentirne una migliore fruibilità anche dall’esterno, senza dover interferire con le condizioni igrometriche interne. Inoltre mi sono adoperato affinchè tutti gli uffici fossero spostati in un’unica area, perché ho sempre ritenuto che la vicinanza personale possa velocizzare e snellire alcune pratiche gestionali, e mi sono impegnato per ottenere il certificato di prevenzione incendi per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Mi sono, anche interessato al recupero e al restauro della pensilina – elemento identificativo del restauro del CCR, ad opera dell’architetto De Rossi – che un tempo univa le due ali dell’edificio sede del Centro. La pensilina venne smontata per una mostra e da quel momento fu stoccata nei magazzini. Oggi vorrei ricollocarla nella sua sede originaria e in occasione del nuovo insediamento organizzare un convegno di esperti sull’Architettura italiana dagli anni Sessanta ai Duemila. Tale intervento di ripristino sarà possibile grazie al benestare dell’Architetto Luisa Papotti, Soprintendente Belle Arti e Paesaggio per...

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A Miradolo un Castello sotto l’incanto dell’arte. Lo svela Paola Eynard mentre aspettiamo Tiepolo.

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A Miradolo un Castello sotto l’incanto dell’arte. Lo svela Paola Eynard mentre aspettiamo Tiepolo.

Ho incontrato Paola Eynard, Vice Presidente della Fondazione Cosso, al Castello di Miradolo a San Secondo di Pinerolo. Se a qualcuno fosse sfuggito il Castello di Miradolo è la sede dove la Fondazione organizza principalmente mostre d’arte. Da qui son passate le tele di Caravaggio, di Mattia Preti, di Guido Reni senza dimenticare Tiziano e Lorenzo Lotto ed altri importanti nomi. Da quella che doveva essere un’intervista sull’imminente arrivo dell’esposizione dedicata a Tiepolo e al ‘700 veneto, mi sono ritrovato ad ascoltare una storia, densa di passione, di come questo luogo incastonato al centro di un parco meraviglioso, sia divenuto in pochi anni una sede privilegiata per osservare capolavori della pittura italiana. Nelle parole Paola Eynard emerge il desiderio di lavorare per un pubblico vasto, anche se non si è studiata storia dell’arte, non significa che non si possa entrare in una mostra con curiosità, piacere. Idea che condivide con la madre, la Presidente Maria Luisa Cosso.   Diceva un poeta riguardo alle mostre d’arte che si “finisce per languire all’ombra del monumentale”, ma in questo caso credo che le cose siano fatte per sortire tutt’altro effetto. Mi dice che entrambe non provenendo dal mondo dell’arte, ma da quello dell’industria, hanno sviluppato un approccio molto vicino all’occhio del visitatore, bisogna capire cosa si legge, mia mamma che è un meraviglioso imprenditore, è una maestra ma ha dovuto smettere per vicissitudini famigliari, lei passa in rassega tutti i testi dei curatori, le infografiche, e ribadisco che lavora ancora in azienda tutt’oggi, ma visto che questa cosa l’abbiamo creata insieme e la sua esperienza e preziosa per moltissime cose, prima che i testi vengano stampati e diffusi li rileggiamo insieme, con il suo fare garbato, li vira in una lingua meno specialistica, più comprensibile, assimilabile, chiara. Una mostra che racconta molte cose diverse, deve essere supportata da un linguaggio che non sia astruso, questa è una cosa forse piccola ma che rende l’idea dell’accuratezza con cui seguiamo tutto. Resta fondamentale che il visitatore si porti a casa qualcosa, senza sentirsi sminuito o estraneo. Non facciamo mostre facili, per esempio se proponessimo Mirò non aggiungeremmo nulla di più, mentre questa scelta di cercare delle mostre di ricerca, o portare sul territorio qualcosa che non c’è mai stato, o stanare un tema un artista poco conosciuto.  Il caso emblematico fu la prima ed unica mostra mai realizzata dedicata a Orsola Maddalena Caccia, contemporanea di Artemisia. Figlia del pittore Guglielmo Caccia e badessa del monastero di Moncalvo, piccola città del Monferrato, Orsola fu autrice di uno straordinario numero di opere a carattere religioso e significative nature morte, che di fatto inaugurano il genere in Piemonte. Chiusa tutta la vita in un convento, scoperta grazie ad una storica dell’arte, abbiamo fatto il primo catalogo su di lei, che ha avuto anche successo editoriale. Se qualcuno domani vorrà studiarla potrà partire da qui. E’ con questo spirito che ci muoviamo. Come nel caso delle donne del Risorgimento, un’idea di mia mamma, ed così che con una ricerca approfondita abbiamo raccontato le eroine di quella stagione storica. Un modo per partecipare alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia con una mostra ideata per ripensare al ruolo e alla presenza delle donne piemontesi nel percorso storico che ha portato all’unificazione. La mostra  ricostruiva e sintetizzava l’attività di donne protagoniste...

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Cosimo Veneziano alla galleria Peola e al MEF: due sedi prestigiose per un unico progetto.

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Cosimo Veneziano alla galleria Peola e al MEF: due sedi prestigiose per un unico progetto.

Doppia importante presenza in città per l’artista Cosimo Veneziano con due mostre per un unico progetto dal titolo Petrolio/Appunti, presso la Galleria Alberto Peola fino al 1 aprile e al Museo Ettore Fico fino al 16 aprile. Per Veneziano il progetto è preziosa occasione per affrontare alcuni dei temi nodali della sua ricerca artistica, lo studio sul ruolo dei monumenti e della scultura nello spazio pubblico e il valore delle immagini come iconografia della propaganda politica in rapporto alla comunità. Nato a Moncalieri nel 1983, ha studiato montaggio video e tecniche di animazione prima di diplomarsi all’Accademia Albertina di Belle Arti in scenografia; oggi, dopo prestigiose esperienze di residenze d’artista in Italia e all’estero, vive e lavora Leeds. Particolarmente talentuoso nel disegno, ama confrontarsi con tecniche diverse come la ceramica o la gomma, in un processo di totale coinvolgimento con il fare artistico. In Petrolio sviluppa alcuni riflessioni sull’attitudine a nascondere, cancellare, delegittimare immagini riconosciute come patrimonio collettivo, si vedano ad esempio i disegni della scultura di un toro e di una scultura religiosa di epoca assiro-babilonese parzialmente coperti e quasi nascoste alla vista da panni di feltro; sul nucleo delle sculture in ceramica dal titolo Membrana, interviene su parti di statue greche e romane con un processo di stratificazione che ne altera i tratti, perdita di un’identità culturale avvenuta nel tempo. Giorni di un futuro passato è invece un’installazione composta da quattro grandi disegni su tela con figure umane armate di martello nell’atto di distruggere dei simboli, immagini della propaganda rivoluzionaria entrate nell’immaginario collettivo che enfatizzano il cambiamento con atti di distruzione. Petrolio continua al MEF con un corpus di disegni inediti, appositamente studiati per gli spazi museali, che prevedono la copertura parziale dell’immagine di monumenti, e un nuovo allestimento di Crash, il cui soggetto è il palazzo della Banca d’Italia a Massa – un tempo vero e proprio segno visivo della città e del suo potere economico – oggi struttura abbandonata.  Abbiamo rivolto a Cosimo alcune domande: Puoi spiegarci il titolo che hai scelto per la tua personale? Petrolio nasce da una ricerca che sto portando avanti sul tema dell’iconografia monumentale negli spazi pubblici e quale è il suo ruolo. La mi ricerca sul monumento continua anche fuori dai mezzi plastici, dove operare su un aspetto bidimensionale mi permette di ragionare sull’occultamento del simbolo che ogni monumento porta con sé, soprattutto riguardo il progetto Petrolio. Ho cercato di trasferire l’aspetto materico dei monumenti, lavorando sia sul materiale dell’occultamento, il feltro, sia sulla cornice del lavoro che in alcuni è in ferro in altri casi in legno. Il titolo della mostra si riferisce a quella ricerca che nasce anche in parte dalla lettura del libro di Pasolini. Ho notato che ami misurarti con più tecniche e materiali mettendoti in gioco. Quanto è importante è per te la produzione artistica manuale? La riproduzione artistica manuale per me è fondamentale perché alla fine quello che si veicola nella maggioranza dei casi è un manufatto. Come hai posto in relazione le due mostre da Peola e il MEF, come è stato relazionarti con due spazi pubblici di fruizione pubblica eppure diversi nell’approccio al pubblico? Ho pensato la mostra come un unico progetto, inserendo degli inserti che rimandano alla mostra nell’altro spazio: per me si tratta di un corpo unico....

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Assegnato a Fabrizio Passarella il Premio Videoinsight® 2017 Arte Fiera.

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Assegnato a Fabrizio Passarella il Premio Videoinsight® 2017 Arte Fiera.

Dopo l’interessante conversazione dello scorso novembre pubblicata sulla nostra testata incontriamo nuovamente Rebecca Russo, Presidente della Fondazione Videoinsight®, in occasione dell’assegnazione del Premio Videoinsight® 2017 – Arte Fiera, giunta quest’anno alla sua sesta edizione. Rebecca, su chi è ricaduta la scelta? Il vincitore è Fabrizio Passarella con l’opera Il Giardino Rabescato / The Arabesque-adorned Garden’(Kitǎb al-Qalb), presentato dalla galleria L’Ariete Arte Contemporanea di Bologna. Si tratta di un’opera di video-arte realizzata in tre anni, dal 2013 al 2016: il video dura 15 minuti, è sostanzialmente inedito, poiché è stato esposto un’unica volta al Museo Civico Medioevale di Bologna. È frutto di un lavoro tecnico di grande complessità che ha richiesto anni di impegno, ricerca, conoscenza. Quali le motivazioni del Premio?  L’opera è stata premiata durante Arte Fiera con queste motivazioni: L’opera è un Capolavoro di VideoArte. Tocca il cuore. E’ romantica, onirica, poetica. E’ universale, eterna. Fa sognare, fa viaggiare.  Trasporta in un Paradiso fatto di colori, suoni, simboli.  E’ frutto di genio, creatività, abilità, volontà di integrazione e coraggio. Illumina lo spirito, dona energia vitale, stimola la mente, provoca la narrazione.  E’ un’opera pura, senza tempo, antica e contemporanea. Rappresenta i bisogni primari dell’umanità: l’amore, la passione, la preghiera. Fa meditare, rilassa la mente, rinfresca, accende il sentimento. Commuove, scalda, nutre. Penetra nell’inconscio con forza e velocità. Ha un elevato impatto.  Ci puoi illustrare nel dettaglio questi concetti? Io da sempre cerco per la Collezione opere romantiche, che parlino di amore, suggeriscano paradisi, stimolino la risonanza emotiva. Questo video fa sognare ad occhi aperti, è stato in grado di indurmi sogni ricorrenti. Un’opera poetica, gentile, che unisce Oriente e Occidente, integrandoli: per questo è anche un’opera universale e senza tempo. Le immagini sono tratte da libri antichi, immagini del passato, ritagliate e applicate anche con il metodo del collage e quindi digitalizzate: l’esito finale è frutto di una acuta rielaborazione, assortite secondo un’ottica assolutamente contemporanea. Il video è impostato infatti come un prezioso libro che si apre davanti ai nostri occhi, un libro da sfogliare che ricorda le Mille e una Notte, uno dei miei testi preferiti. Una sequenza accompagnata da brevi composizioni poetiche ispirate agli scritti dei mistici dell’Oriente. Racconta tuttavia la storia dell’umanità tutta, dell’Occidente e dell’Oriente ed è per tutti. Questo per me è fondamentale: lo mostreremo anche ai bambini e agli anziani. Cosa ti ha colpito da un punto di vista formale? Ci troviamo davanti ad un’esplosione di colori, suoni, simboli: è un lavoro molto pittorico, che coinvolge i sensi: molti sono i codici, molti i linguaggi (computer grafica, animazione digitale) armonicamente espressi in una cornice iperbolica, con l’accompagnamento di una danza sensuale, ritmica. È un’opera sonora, un video ipnotico che stimola un rinascimento: fa regredire all’infanzia e stimola il cammino verso un mondo fatto di Bellezza, Natura, gioia di vivere. Allontana dalla bruttezza, promuove benessere: per questo è particolarmente coerente con la nostra mission. Rappresenta i bisogni primari, è un video meditativo, promuove la cura di sé e la vita come ricerca secondo l’ottica di Paul-Michel Foucault. Accelera e allena la felicità, riduce lo stress e la pressione, predispone al positivo, culla i desideri. In quest’opera si nota un certo gusto per l’iperrealismo estetico, una ricerca di bellezza che trasfigura la realtà attraverso l’arte. Come nell’estetica dannunziana, una tensione “a trasformare la vita in Vita” grazie allo strumento...

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L’ “arte demiurgica” di Wael Shawky a Torino, in Fondazione Merz e al Castello di Rivoli.

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L’ “arte demiurgica” di Wael Shawky a Torino, in Fondazione Merz e al Castello di Rivoli.

L’ “arte demiurgica” di Wael Shawky a Torino, in Fondazione Merz e al Castello di Rivoli. E’ l’ultima settimana – fino al 5 febbraio – per poter fruire, a Torino, dell’intrigante e raffinata opera dell’artista egiziano, di fama internazionale, Wael Shawky  –Alessandria d’Egitto, 1971 – presentata in contemporanea alla Fondazione Merz, con un intervento site-specific, a cura di Abdellah Karroum e presso la Manica Lunga del Castello di Rivoli, Museo d’Arte Contemporanea, con una mostra retrospettiva, a cura di Carolyn Christov Bakargiev e Marcella Beccaria. Negli spazi della Fondazione Merz, colorati di blu e diventati, per l’occasione, lo sfondo di un paesaggio onirico, è di eccezionale impatto sinestetico l’allestimento dei tre maxi schermi, in mezzo a torri e dune di sabbia, che presentano la trilogia Al Araba Al Madfuna (2012 -2016).  Il titolo prende ispirazione dal nome di un villaggio egiziano, che l’artista ha visitato e di cui ha appreso le storie orali tramandate dai suoi abitanti. Si tratta di un’esperienza immersiva, che attraverso la reinterpretazione storico-letteraria del passato, invita ad una riflessione sulla realtà socio-politica del presente. Nei film di Shawky bambini dalla voce di adulti indossano la tradizionale galabeyya, turbante e baffi posticci e raccontano le parabole mitologiche dello scrittore egiziano Mohamed Mustagab. I racconti scritti in versi, in lingua araba antica, riprendono anche questioni della nostra contemporaneità, nella dualità positivo-negativo delle immagini e nell’effetto surreale, visivo e sonoro, che caratterizza la composizione filmica. E’ un’analisi attenta ed esteticamente affascinante del rapporto tra metafisica e realtà, tra passato e presente interpretato dalla gestualità neutrale dei bambini. Questo accattivante esito visivo e semantico si ritrova, in maniera analoga, nelle marionette di ceramica e vetro impiegate nella serie di film Cabaret Crusades, proiettati al Castello di Rivoli. Ispirata a fonti medievali islamiche quali Usama Ibn Munqidh e Ibn al-Qalànisi – oltre a Le Crociate viste dagli Arabi (1983), dello storico libanese Amin Maalouf – la trilogia Cabaret Crusades (2010-2015) si sofferma sulle incursioni militari volute dalla Chiesa in Terra Santa. Se da un lato le marionette incarnano l’idea di manipolazione che caratterizza la società politica e religiosa odierna, dall’altro i temi di guerra e di violenza da loro interpretate risultano edulcorati e catturano maggiormente la razionalità del pubblico. In Cabaret Crusades i testi sono tutti tratti in maniera accurata da documenti storici. Anche se dal punto di vista visivo, i dialoghi sono resi surreali: alcuni personaggi, infatti, hanno addirittura le sembianze di animali. Un invito intrigante a riflettere sulla presunta autenticità dei testi interpretati, eccezionalmente, dal punto di vista arabo. L‘artista trasforma lo spazio della Manica Lunga, le cui pareti sono state anch’esse dipinte di blu (il colore di fondo dei disegni di Shawky) in un ambiente spettacolare e suggestivo, dai motivi orientali. Nel percorso espositivo si alternano altorilievi lignei, costruzioni scenografiche, una torre ed un minareto, al cui interno sono proiettate le prime due produzioni filmiche che compongono la trilogia (Cabaret Crusades: The Horror Show Files, 2010 e Cabaret Crusades: The Path to Cairo, 2012), e l’architettura di un giardino, geometricamente concepito alla maniera araba, con fiori, bonsai e le ventisei sculture, in vetro di Murano, impiegate nel terzo film Cabaret Crusades: The Secrets of Karbala (2015), che conclude l’esposizione. Shawky si è servito per il primo film di antiche marionette provenienti dalla collezione Lupi di Torino e di...

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Fotografie da vedere. Al Museo Ettore Fico un vero “the way we were” tutto italiano.

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Fotografie da vedere. Al Museo Ettore Fico un vero “the way we were” tutto italiano.

Una collezione da Fico Rimane tempo solo fino al prossimo 29 gennaio per poter vedere la mostra Realismo, Neorelaismo e realtà. Italia 1932- 1968 allestita splendidamente al MEF Museo Ettore Fico di Torino. Trattasi di di 261 fotografie vintage di una sessantina di autori, tra i quali molti nomi notissimi e altri da scoprire. Una ristretta selezione delle oltre 1500 della collezione di Guido Bertero. Le stampe perfettamente incorniciate e ben illuminate sono anche accompagnare da teche con autentiche “perle” editoriali dell’epoca, come la mitica prima edizione di Un paese, con fotografie di Paul Strand e testi di Cesare Zavattini. L’esposizione è suddivisa in otto sezioni tematiche che evidenziano i legami con la cultura e il cinema dell’epoca. Una scelta del curatore Andrea Busto che porta l’attenzione in modo trasversale sulle motivazioni ideologiche di fondo che sorreggevano, anche inconsapevolmente, le scelte iconografiche dei singoli autori. Il catalogo che accompagna la mostra ne rispetta l’impostazione ed è talmente ben fatto da risultare come una versione portatile di quanto esposto, con in più il pregio di un breve saggio di Roberta Valtorta, forse la migliore studiosa di fotografia che abbiamo in Italia, e una presentazione critica di Enrica Viganò, che da anni affianca con la sua professionalità le scelte d’acquisto del collezionista Bertero. La mostra è talmente ricca di stimoli da poter dare avvio ad innumerevoli riflessioni su vari aspetti. In estrema sintesi, si tratta di un’occasione rara per poter confrontare, per esempio, la distanza iconografica tra autori stranieri e italiani. I primi più audaci e innovatori nelle loro scelte operative e visive, i secondi prigionieri di un teatro del sentimento di derivazione ottocentesca che li porta a costruzioni eccellenti, ma statiche e sempre sul filo della retorica pauperistica. Con due grandi eccezioni: Mario Giacomelli, non a caso già in quegli anni preso in considerazione dal MoMA di New York, e Cesare Colombo, che sapeva osservare e ripresentare l’essenza della modernizzazione in atto con una partecipazione impassibile di rara efficacia visiva. C’è una sua “Inaugurazione di un supermercato (1967)” che vista oggi, commuove per la lucidità di pensiero che lo animò in quel frangente.   Altra considerazione possibile è sul ruolo del collezionismo. Qui siamo di fronte ad una raccolta “fior da fiore” di quanto ha saputo accendere le passioni di Bertero. Questo da un lato ci consegna un patrimonio, salvandolo sovente dalla scomparsa, dall’altro ne cambia l’originale segno sociale e politico, disarticolandone le serialità originali ed accentuandone la fruizione estetica nella direzione dell’icona forte ed autonoma come massima desiderabile espressione di un lavoro fotografico. Questioni aperte, tutte da discutere, ma che proprio grazie a mostre come queste è possibile affrontare. Chi può, non se la perda quindi. Fulvio Bortolozzo http://borful.blogspot.it...

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Associazione Arteco: creatività, ricerca e valorizzazione prendono forma a Torino.

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Associazione Arteco: creatività, ricerca e valorizzazione prendono forma a Torino.

  E’ del dicembre scorso la notizia che l’Associazione Arteco di Torino è tra le 57 imprese culturali, under 35, meritevoli di un contributo a sostegno della propria attività, nell’ambito del bando nazionale Funder35, edizione 2016, promosso dall’Acri, l’organizzazione che rappresenta 18 Casse di Risparmio e Fondazioni di Origine Bancaria in Italia. Si tratta di un virtuoso esempio torinese che pone in evidenza la creatività e l’intraprendenza culturale del territorio. Abbiamo incontrato e intervistato Annalisa Pellino e Beatrice Zanelli, storiche dell’arte, curatrici e project art manager di Arteco, presso gli uffici della Circoscrizione 8 della Città di Torino, sede dell’Archivio di Arte Irregolare Mai Visti e Altre Storie, un progetto ideato da Tea Taramino (già fondatrice per il Comune di Torino del laboratorio LA GALLERIA) a cura di Arteco, con il sostegno di Compagnia di San Paolo. Arteco è un’associazione culturale che nasce nel 2010 con una duplice mission: la valorizzazione del patrimonio storico-artistico e la promozione dei giovani artisti. In che modo? L’idea nasce nel momento in cui i tre soci fondatori stavano conducendo, presso l’Accademia Albertina di Torino, un lavoro di schedatura del patrimonio del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe e delle opere della Pinacoteca Albertina, mentre dall’altra parte venivano sollecitati dal contatto diretto con giovani artisti che avevano in quel momento l’esigenza di trovare occasioni di visibilità. Il primo progetto di Arteco è stato infatti Torino-Anversa: andata e ritorno, in cui tredici artisti italiani e tredici belgi sono stati chiamati a confrontarsi sul tema Lands of immigrants and emigrants con un affondo sull’immigrazione italiana in Belgio negli anni Cinquanta. Va da sé poi che il lavoro con i giovani ci abbia portato ad affrontare, sin dall’inizio, anche la questione della loro (e della nostra) formazione continua Del resto l’obiettivo educativo e formativo è diventato, negli anni, sempre più importante per Arteco, tanto da estendersi ad ambiti prettamente museali. Quali sono i modelli di riferimento del processo di mediazione culturale che espletate? Qual è l’esperienza che vi ha restituito i migliori risultati? Oggi in questo settore si hanno all’attivo partnership con la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, Camera – Centro Italiano per la Fotografia e Artissima, possibili grazie alla collaborazione di mediatori culturali che provengono da esperienze formative differenti (educatore, artista, storico dell’arte) e che apprezzano la condivisione e il confronto nell’ottica di crescere a livello personale e professionale. Si tratta di una metodologia di conoscenza e formazione continua e di dialogo costruttivo tra i vari attori che partecipano alla produzione di un progetto espositivo o educativo. Sicuramente il network ZonArte e i Dipartimenti Educazione dei musei torinesi sono un esempio eccezionale a cui far riferimento per quanto riguarda il tema education. Come Arteco ci si propone un’attività composita che prenda ispirazione anche da modelli internazionali, guardando alle direttive europee sulla formazione artistica e alle attuali categorie di pensiero che riguardano anche il coinvolgimento di nuovi pubblici. I risultati ottenuti sinora, con gli enti, ci hanno dato e continuano a darci molte soddisfazioni, ma vorremmo citare anche un’esperienza circoscritta fatta in collaborazione con la Fondazione Agnelli, per la quale abbiamo curato, tra il 2013 e il 2014, il progetto 123 Click!: una riflessione sugli spazi scolastici attraverso la fotografia.   In quest’occasione è stato interessante coinvolgere quattro educatori e quattro artisti. Ivan Catalano, Francesca Cirilli, Vittorio Mortarotti e Sara Medici, nella realizzazione...

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E se vi foste persi Adieu Amérique da Camera ? Male. Boris Lurie vi avrebbe svelato qualcosa.

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E se vi foste persi Adieu Amérique da Camera ? Male. Boris Lurie vi avrebbe svelato qualcosa.

Se c’e’ qualcosa da capire ancora, ce lo dirà se c’e’ qualcosa da imparare ancora, ce lo dirà sembra ritornare alla mente questo ritornello della canzone popolare, pensando alle opere che sono state esposte fino all’8 gennaio nella sala Giolitti di Camera, Centro Italiano per la Fotografia. Quella subito a sinistra, attraversato lo spazio della Leica, spesso difficile da trovare. Difficile come le 21 opere di Boris Lurie, fondatore del movimento NO!art mai viste prima in Italia raccolte per questa mostra titolata Adieu Amérique. Sotto la cura attenta di Filippo Fossati è stato possibile conoscere il lavoro dell’artista realizzato principalmente tra gli anni ’50 e ‘70, organizzata con il supporto della Boris Lurie Art Foundation di New York. Boris Lurie nasce nel 1924 a Leningrado allora Unione Sovietica, e cresce a Riga, in Lettonia. Nel 1941 la nonna, la madre, la sorella e la fidanzatina vengono massacrate dai nazisti a Rumbula mentre lui viene catturato insieme al padre. Sopravviverà quattro anni in vari campi di concentramento. Nel 1945 scappa da Buchenwald e rimane in Germania a lavorare per il controspionaggio dell’esercito americano. Si trasferisce a New York nel 1946 dove comincia a dipingere.   Boris Lurie attira l’attenzione della critica per la prima volta nel 1960 quando, insieme a Sam Goodman e Stanley Fisher, fonda il movimento artistico NO!art con l’obiettivo principale di riportare nell’arte i temi della vita reale, in opposizione ai due movimenti più popolari dell’epoca: l’espressionismo astratto e la Pop Art. Al gruppo aderiscono, tra gli altri, Rocco Armento, Isser Aronovici, Enrico Baj, Herb Brown, Allan D’Arcangelo, Erró, Dorothy Gillespie, Ester Gilman, Allan Kaprow, Yayoi Kusama, Jean-Jacques Lebel, Suzanne Long, Michelle Stuart, Aldo Tambellini e Wolf Vostell. La maggior parte della critica dell’epoca si schiera contro Lurie e il gruppo della NO!art. Nel 1963, il suo famoso Railroad Collage – che sovrappone l’immagine di una modella nuda a quella delle vittime di un campo di concentramento causa un grande scalpore. Le opere esposte mostrano un periodo cruciale nello sviluppo del lavoro di Boris Lurie, il passaggio da una pittura di stile realistico- figurativo ad un’espressione più autonoma e personale, che combina fotografie della propaganda militare e commerciale americana del dopoguerra con oggetti e interventi pittorici crudi e violenti. E’ la fase in cui sperimenta materiali e tecniche insolite e originali, ciò lo porta ad emanciparsi dai procedimenti artistici tradizionali. Il tema principale del suo fare è legato alla memoria, sia quella personale, che quella collettiva, costruita e utilizzata per riscrivere la storia. Scrive in catalogo Filippo Fossati, “…la contestazione di Lurie è manifestamente brutale e cruda…è rivolta ad un pubblico educato a guardare molto e vedere poco ..contro i personaggi e le istituzioni che sono il sistema sociale ed economico del mondo dell’arte ..” e ancora “l’arte non serve più a svelare arcani.. a ingravidare gli occhi..a mettere al mondo il mondo..a mostrare l’invisibile. In molti casi non serve neppure a veicolare un messaggio. Nulla è rimasto della leggenda come dice il poeta, NO! urla Boris Lurie”. Eppure qualcosa trafigge lo spettatore e difficilmente scivola via davanti a quadri apparentemente innocui; vedere le foto del lager costruite con controfigure di soldati americani in veste di prigionieri, per documentare e fare la storia con l’ufficialità di riviste come Life e di professionisti dell’obiettivo come Margaret Bourke-White, spiazza e...

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L’eclettismo geniale e irriverente di Aldo Mondino, artista torinese in mostra a Genova.

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L’eclettismo geniale e irriverente di Aldo Mondino, artista torinese in mostra a Genova.

Aldo Mondino (Torino, 1938-2005) è stato artista eclettico e inafferrabile, significativo interprete della poetica post-moderna italiana, sempre in bilico tra concettualismo ironico e reinterpretazione fantasiosa dei mezzi pittorici e plastici. La città di Genova gli rende omaggio con una grande retrospettiva dal titolo Aldo Mondino. Moderno, Post-moderno, Contemporaneo, che ripercorrendo gli oltre quarant’anni della sua ricerca artistica, presenta la poliedrica produzione dell’artista in due sedi principali, il Museo di Villa Croce e il Palazzo della Meridiana, unitamente a efficaci interventi installativi disseminati in sei luoghi emblematici del centro storico genovese come la Casa di Colombo, il Palazzo Ducale, il Palazzo Rosso, il Palazzo Bianco, il Palazzo Ducale e l’Acquario. La mostra a cura di Ilaria Bonacossa, direttore artistico del Museo di Villa Croce e ora neo direttrice di Artissima, in collaborazione con l’Archivio Aldo Mondino, nasce con l’intento di proporre e rivalutare la figura di Aldo Mondino come attore multiforme e testimone dell’evoluzione storico-artistica della seconda metà del Novecento. Formatosi a Parigi, dove frequenta anche il corso di mosaico all’École des Beaux-Arts con Gino Severini, torna in Italia agli inizi degli Anni Sessanta e incontra Gian Enzo Sperone, direttore della Galleria Il Punto di Torino che sarà figura rilevante per la sua carriera artistica. E’ del 1964 la sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia con opere di matrice Pop (quell’anno il premio internazionale della Biennale fu assegnato a Robert Rauschenberg, uno degli esponenti della Pop Art americana), seguiranno quella del 1976 e poi del 1993 con la favolosa performance dei Dervisci accompagnata da opere pittoriche su linoleum. Suo amico e compagno di ricerche è Alighiero Boetti, con cui Mondino realizza numerosi viaggi in luoghi esotici come l’India, la Turchia e il Marocco alla ricerca di spunti per le sue opere. Sapiente sperimentatore e creativo irriverente, egli gioca con parole, immagini e materiali attraverso la realtà, il sogno e la storia dell’arte: tutto per lui è fonte d’ispirazione. Anche la sua miopia, difetto della vista che gli alterava la percezione del reale, era considerata, proprio per questo, strumento imprescindibile del suo processo artistico.  Con le sue opere, in cui reinterpreta le avanguardie artistiche e il contemporaneo, spaziando dal Surrealismo al Dada, dal Pop al Concettuale, Mondino coinvolge lo spettatore con ammiccante ironia. A Villa Croce è presentata la prima produzione dell’artista dagli anni Sessanta agli anni Novanta secondo un percorso espositivo fluido – così come si configura la sua ricerca – visitabile fino all’8 gennaio 2017. Nel giardino del museo, ad accogliere il visitatore, è Viola d’Amore (1985), poetica scultura in bronzo che rappresenta la custodia aperta di un violoncello, evocando, alla maniera magrittiana, due innamorati seduti a mirare l’orizzonte. Il percorso continua con Tappeti Stesi (1992), suggestive pitture-oggetto, olio su eraclite – materiale industriale grezzo che l’artista trova per caso in un mercatino di Tangeri – allestite sullo scalone di Villa Croce che si trasforma in un angolo di Marocco. Del 1964 è il ciclo di opere dedicate a Felice Casorati – in mostra Accoppiamento (La Porta) e Tenda (Casorati) – realizzate appena dopo la scomparsa dell’artista: l’immagine della Maternità con le Uova, reiterata su supporti inediti (proprio una porta e una tenda di plastica) è elevata a simbolo della pittura, nel duplice intento di omaggiare l’artista e reinterpretare i codici dell’arte. La serie di opere Quadri a Quadretti...

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