.ARTE

.ARTE: il focus sulle mostre del territorio torinese tenuto da Marzia Capannolo, storica dell’arte. Il cartoncino sulla porta è scritto a mano: “Ernesto e Marzia Maison de l’Art”. È in francese, perché l’idea è venuta loro durante un viaggio a Parigi nel settembre del 2012. La porta è quella di una casa privata e, dentro, insieme a Ernesto Morales e a Marzia Capannolo c’è l’arte, in forma di quadri alle pareti, sì, ma anche in forma di parole e di colazione. Colazione, non collezione: brioche, latte, caffè, te, crostate, biscotti, succhi di frutta. L’indirizzo è via XX Settembre numero 1, terzo piano.
Lui è argentino, ma nato a Montevideo, ha 40 anni e dipinge, lavora sulla natura, sulla dimensione onirica e metafisica. Lei è romana, una storica dell’arte. Sono arrivati a Torino nel 2011 per una settimana di esplorazioni e sono rimasti. Prima in corso Belgio, poi in via XX Settembre, dove hanno trovato lo spazio e la luce giusta per portare l’arte nel luogo della vita, in ambiente domestico. E così, a fine settembre 2013, Marzia organizza la sua prima colazione d’arte. Di domenica. Venti persone, dalle 10,30 alle 13,00. È passato un anno e l’avventura continua, ogni quindici giorni. Le persone sono diventate 35-40. Lei invia una newsletter. Tu prenota, paghi 15 euro. E, quando arrivi, sei attirato dal profumo del caffè. Mezz’ora a chiacchierare, degustare e far conoscenza. Poi, alle 11, ci si sposta in sala a seguire le slide e i racconti di Marzia Capannolo su “Crisi di coppia: come evitarla secondo Bellini e Tiziano” o su “Lo straniero sulla terra: Vincent Van Gogh”. I prossimi appuntamenti: 9 novembre, “Caravaggio tra sacro e profano”; 23 novembre, “Immanenza e mutamento: da Ovidio a Francis Bacon”; 14 dicembre, “Artemisia Gentileschi: donna e pittoresca fra uomini e pittori”. Non sono lezioni, sono viaggi: ti prepari, decolli, resti in volo un’ora e mezzo e atterri. Fanno tutto le immagini, le parole e il profumo del caffè.

Le Direzioni di Franco Fasulo. Mostra personale negli uffici Azimut Wealth Management.

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Le Direzioni di Franco Fasulo. Mostra personale negli uffici Azimut Wealth Management.

Incontriamo l’artista Franco Fasulo (Agrigento, 1963) in occasione della sua mostra personale Direzioni presso l’ufficio Azimut Wealth Management di Via Barbaroux 1 a Torino, visitabile sino al 12 febbraio. Lo spazio, diretto da Vincenza Belfiore e Cristiano Gentile, sceglie nuovamente, dopo la personale di Enrico T.De Paris nel 2016, di iniziare un nuovo anno all’insegna dell’arte, allestendo una mostra site specific che accolga il visitatore in un ideale racconto per immagini, nel comune sentire di una costante ricerca di armonie e bellezza come parte del vivere quotidiano. Fasulo è un artista siciliano che inizia il suo percorso in veste di illustratore, partecipando all’allestimento di mostre nel settore archeologico. I successivi viaggi sulle sponde del Mediterraneo e dell’Atlantico hanno dato origine ad una ricerca pittorica ispirata al mondo della navigazione. Nel 2002, in occasione del concorso nazionale Premio Arte Mondadori, ottiene il secondo posto con l’opera “Esistenza Nomade”. Del 2017 la mostra Conradiana-tra narrativa poesia pittura al Centro Comunale di Cultura di Valenza. Bella la presentazione dello stesso artista nello stampato che accompagna la mostra: […] Navigare è, dunque, necessario, così come creare. Due assiomi secolari che hanno orientato la civiltà umana, eleggendo l’esplorazione del mondo e del Sé a valore universale. Navigare e creare, seguendo però le As-Sumut, le “giuste direzioni”.  Ci racconti come nasce la tua ricerca poetica e perché hai scelto proprio la navigazione come tema ricorrente? Come artista, e come siciliano, ho sempre avuto un interesse specifico nel “mare”, che ho reso elemento centrale della mia ricerca espressiva e della mia poetica. In particolare sono attratto dalle fiancate ossidate delle grandi navi: cerco nei singoli dettagli un segno, un elemento che possa restituire il senso della fatica del navigare, e per traslato, dello stesso vivere. La parola stessa, “navigazione”, ha una forza semantica fortissima, usata in senso esteso in molti ambiti. È anche questo il motivo per cui il mio lavoro è parso particolarmente coerente nel contesto in cui è ospitata la mia personale: una realtà quella di Azimut Wealth Management, che fa parte del Gruppo Azimut, il cui simbolo è un sestante per orientarsi con precisione anche nella gestione delle risorse economiche. Ci parli delle opere in mostra? Nasco come disegnatore tecnico per la Soprintendenza di Agrigento, ma le mie opere compiono una netta sterzata verso l’astratto, realizzate olio su tela, materiale che prediligo; sono attratto anche dal pastello, che restituisce una sua matericità specifica e che ho utilizzato per opere di più piccole dimensioni, spesso monocromi con piccoli squarci di colore. Come studioso dell’antichità ho sempre nutrito particolare interesse nella circolazione delle navi mercantili tra le isole dell’Egeo e la Sicilia, anche per questo il mare e la navigazione sono entrati prepotentemente tra i soggetti dei miei lavori. La mostra allestita per questi spazi può essere letta come un viaggio, una navigazione: si parte dalla primigenia necessità dell’uomo di confrontarsi con le acque. Ispirandomi agli egiziani ho dedicato un dipinto all’antica imbarcazione del Nilo, realizzata con il legno di cedro del Libano: un’opera che racconta, grazie ad uno stile informale e astratto e alle grandi campiture di colore, il deserto e le pianure fertili dell’Egitto. Mi piace che i miei lavori, proprio in forza dello stile informale che prediligo, possano avere diversi livelli di lettura, non ultimo proprio quello naturalistico.   Molte opere dimostrano una...

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Il “Paesaggio Costruito” di Guido Bagini e Diego Pomarico alla galleria Panta Rei estende nuovi panorami.

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Il “Paesaggio Costruito” di Guido Bagini e Diego Pomarico alla galleria Panta Rei estende nuovi panorami.

Paesaggio Costruito. Nuove figurazioni tra paesaggio e architettura Tra le tematiche più scottanti e ritornate con pre-potenza al cospetto del presente è certamente il significato di paesaggio; di come l’uomo lo pensa, lo edifica, lo piega al suo desiderio e da quanto ne rimane soggiogato o asservito alla sua silenziosa ieraticità millenaria.   Capire cosa cerca l’uomo del secondo millennio quando allunga lo sguardo sul presente, sulle cose, percorrendo il profilo di quando ha intorno a sé, provare a individuare quali sensazioni ne riceva questo è il grumo di domande a cui ogni epoca prova a intessere un possibile responso: nelle scienze come nelle arti. Chissà se il protagonista del presente si sente collocato nel punto giusto, allo zenit di un possibile giudizio su quanto lo circonda o piuttosto sperduto in un punto imprecisato, in cammino su un sentiero che non prospetta la meta, che non chiarisce il percorso e disarma cognizioni e certezze. Il segreto di questo impasse è tra i punti chiave della mostra che due artisti torinesi sono stati chiamati a esplorare con le loro opere. “Paesaggio Costruito” è il titolo finestra che si apre su di un panorama che riassume una possibile realtà fatta di elementi naturali, geometrici, poeticamente possibili e impossibili. Le opere emergono e si impongono per forza di colore e di grande dimensione; l’intrinseca, inattesa bellezza che le definisce si strofina sul visitatore, sul suo guardare sospeso, invitandolo ad un viaggio verso cose mai viste e palesemente famigliari.  Con la mostra  “Paesaggio costruito” a mia cura, si vedranno infatti, in quell’hortus conclusus dettato dal perimetro delle tele così simili ai giardini medievali di monasteri e conventi, il pensiero del e sul paesaggio che trova forma, prospettiva e categoria contemporanea nell’ambito pittorico.  Le opere, che convergono sull’idea di paesaggio, della sua fragilità, della sua forza, del suo divenire, presentano ciò che l’uomo ha costruito, immaginato o in cui si proietta dentro ad un orizzonte che sfuma verso un’indefinita lontananza, trattato dai due artisti coinvolti con diversa temperatura e climax. Sicuramente pesano le urgenze ecologiche e gli abbandoni, a metà tra rovine e resti, che segnano un momento di indeterminatezza storica dove il passato è presente ma difficile da precisare, danno carattere e vivido colore ai lavori di Diego Pomarico. In contrappeso Guido Bagini predilige una lucidità formale, grafica e prospettica intrisa di una metafisica che sa distendere spazio e immaginazione, indicando un confine o un limite che protegge dall’illimitato mentre lo evoca.  Come antropologi della contemporaneità artistica Pomarico e Bagini entrambi torinesi, ben si inseriscono nel flusso cosmopolito suggerito dall’Eracliteo tutto scorre, una temperie dettata dal nome scelto dalla galleria per seguire i tempi e accompagnarsi a loro. In galleria, oltre 20 opere, alcune di grandissimo formato, costruiscono un canto a due voci diversissimo per impatto e sonorità visiva, appoggiato ad un basso continuo comune che è quello delineato dalla domanda estetica di riuscire a rappresentare un tema che sempre desta vivo interesse. Il luogo fisico in cui edifichiamo, tra pensiero, architettura, presenza e mutamento il nostro passaggio temporale. https://www.pantareiarte.com   ...

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Pinocchio e Pop Art per il Maestro Ezio Gribaudo

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Pinocchio e Pop Art per il Maestro Ezio Gribaudo

Si è svolta presso l’Auditorium Vivaldi della Biblioteca Nazionale Universitaria in Piazza Carlo Alberto la presentazione del volume Ezio Gribaudo. Il Mio Pinocchio di Victoria Surliuga, pubblicato per Gli Ori di Pistoia, 2017 con il coordinamento editoriale di Paola Gribaudo. Particolarmente apprezzato, durante la conferenza, l’intermezzo musicale di Massimiliano Génot, pianista compositore, che ha eseguito Lettera a Pinocchio di Mario Panzeri e fantasie sui temi di Pinocchio di Fiorenzo Carpi, che tutti ricordano come colonna sonora dell’omonimo sceneggiato diretto da Luigi Comencini nel 1972. La presentazione del testo è stata occasione per un incontro con il maestro Gribaudo (Torino, 1929), a cui la sala ha riservato un’accoglienza particolarmente calorosa, data anche la sua grande capacità  di intrattenere il pubblico, dall’alto della sua decennale conoscenza dei vizi e virtù di Torino sui cui non risparmia mai commenti sagaci. Notevole come l’artista  continui a produrre e a dare sfogo ad un indomita creatività nel suo mirabolante studio – fucina di Via Biamonti: tra le opere più recenti proprio un ciclo pittorico e una scultura in marmo di Carrara dedicata al celebre burattino, tema che la studiosa Victoria Surliuga, professore di Italianistica alla Texas Tech University ha voluto indagare in questo testo ponendolo nel contesto più ampio dell’intera produzione dell’artista. Surliuga aveva già avuto modo di analizzare la figura del noto artista nel volume Ezio Gribaudo, A man in the middle of the Modernism, uscito nel 2016 per i Glitterati di New York. Qui emergeva la sua poliedrica vocazione  al mondo dell’arte e dell’editoria anche nelle vesti di promulgatore: nel 1976 si fece promotore di una mostra che presenta l’intera collezione di Peggy Guggenheim alla Gam di Torino e nel 1978 organizzò l’evento-spettacolo Coucou Bazar di Jean Dubuffet alla Promotrice di Belle Arti, prima grande manifestazione culturale interamente supportata dalla più grande azienda italiana, la FIAT . In Ezio Gribaudo. Il mio Pinocchio, la studiosa affronta la genesi e il rapporto artistico tra l’artista e il celebre burattino, nato dalla penna di Carlo Collodi nel 1902 e divenuto un archetipo della cultura italiana nel mondo. Gribaudo ha affrontato tale soggetto in modo altamente personale, reinterpretandolo nei suoi codici espressivi più iconici, a partire dai primi disegni degli anni’50 sino ai logogrifi (una sorta di gioco enigmatico, bianco su fondo bianco, ottenuto utilizzando la tecnica del rilievo su carta buvard), dai flani (i monocromatismi bianchi che furono apprezzati da  Giorgio De Chirico) alle sue pitture degli ultimi anni, questa volta caratterizzate da intensa vivacità cromatica e da citazioni futuristiche per la moltiplicazione del movimento, collages, sperimentazioni materiche, sino alla scultura “Pinocchio” in marmo di Carrara realizzata nel 2015 con le macchine 3D. Un lessico originalissimo, che incarna la parola in un rutilante gioco artistico, allegro e serissimo, nel rimando costante alla solitudine dell’uomo contemporaneo e alla sua inesausta ricerca del Bello attraverso i codici dell’Arte. In questi giorni, e fino al 26 febbraio, è possibile inoltre ammirare alla GAM di Torino, nell’ambito della mostra Vero Amore, l’opera Simboli del Concilio realizzata da Gribaudo nel 1965,  generosamente donata alle collezioni permanenti del Museo su proposta del Direttore Carolyn Christov-Bakargiev. Questo importante dipinto, accostato ad un’opera storica già inserita nelle collezioni, Omaggio a Bulgari,  si inserisce perfettamente nel tema dell’esposizione, poiché esprime il periodo “Pop” di Gribaudo, in cui l’artista realizzò un ciclo di opere direttamente...

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Al Castello di Rivoli la poesia e l’energia dell’ “arte outsider” di Anna Boghiguian.

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Al Castello di Rivoli la poesia e l’energia dell’ “arte outsider” di Anna Boghiguian.

Castello di Rivoli Museo d’arte Contemporanea castello di rivoli, castello di rivoli, castello di rivoli, Castello di Rivoli Museo d’arte Contemporanea Anna Boghiguian al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea   La prima retrospettiva dell’artista visitabile fino al 7 gennaio 2018. “La mostra di Anna Boghiguian riconferma la vocazione del nostro museo di approfondire il dialogo culturale nel mondo attuale attraversato da migrazioni, guerre e crisi, e ad anticipare sviluppi artistici contemporanei. A partire dal libro d’artista fatto a mano nei primi Anni Ottanta e fino alle grandi installazioni recenti, Anna Boghiguian srotola e apre un tempo-spazio ripiegato su se stesso, giungendo ad un linguaggio sperimentale dell’abbondanza e dell’inclusione capace di esprimere empatia e coinvolgere il pubblico” – afferma Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e co-curatrice della mostra con Marianna Vecellio. In effetti ad accogliere il visitatore in Manica Lunga, è il mondo privato di Anna Boghiguian, artista egiziano-canadese di origine armena, nata a Il Cairo nel 1946 e cittadina del mondo, con la serie di taccuini ZYX-XYZ (1981-1986), che nella sua complessità di tecnica esecutiva e pregnanza di significati costituisce un vero e proprio libro d’artista. Qui confluiscono le riflessioni dell’artista sul viaggio esistenziale dell’essere umano e sull’eterna ripetizione della vita e della morte. Le pagine si susseguono con interventi a gouache, acquerello, pastello e collage in un alternarsi di pittura e scrittura a mano libera. L’opera si riferisce al viaggio immaginario di un alchimista, rappresentato simbolicamente da un cervello, che l’artista stampa con un timbro vintage recuperato in una bottega di Amsterdam alla fine degli Anni Settanta. Un elogio alla fluidità materica e corporea della vita, piuttosto distante dalle dinamiche dell’era digitale. In mostra, in posizione dialogica rispetto a ZYX-XYZ ci sono le opere su carta dal titolo An Incident in the Life of a Philosopher (Un episodio nella vita di un filosofo), 2017, realizzate dall’artista in ambito torinese, nate dal confronto con la cultura del territorio e ispirate al periodo trascorso dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844–1900) a Torino tra il 1888 e il 1889, che qui concepì l’opera filosofica autobiografica Ecce homo. Boghiguian prende spunto dall’episodio secondo il quale il celebre filosofo, abbracciò un cavallo all’uscita del Teatro Carignano di Torino per difenderlo dai colpi di frusta inferti dal suo custode e poi scoppiò a piangere gettandosi a terra in preda a spasmi di dolore: questa storia diventa per l’artista esemplificativa del processo creativo connotato da accenti dionisiaci. Si entra così in medias res nel mondo immaginifico di Anna Boghiguian, spirito nomade, sempre in viaggio per l’urgenza di confronto culturale che il suo sentire cosmopolita le impone. Interessata alla letteratura, alla filosofia, alla politica, l’artista fa confluire le sue passioni nei disegni e nei quadri, eseguiti spesso a encausto, in cui spiccano iltratto spontaneo e i colori saturi. Le sue opere uniscono la figurazione al testo scritto, trasmettendo un’energia empatica che coinvolge il fruitore a livello sinestetico. Il linguaggio espressivo di Boghiguian è poliedrico: intervengono nella sua pratica artistica la pittura, la scultura, la fotografia, la scrittura, il collage, l’installazione sonora; motivi creativi così ben declinati nelle sue opere, che gli valgono nel 2015 l’assegnazione del Leone d’Oro per il miglior padiglione (Armenia) alla 56° Biennale di Venezia. Figlia di una famiglia armena, che ha conosciuto e sofferto gli esiti...

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Conversazione con Cesare Verona: l’Officina della Scrittura, un sogno realizzato, nel segno di Aurora.

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Conversazione con Cesare Verona: l’Officina della Scrittura, un sogno realizzato, nel segno di Aurora.

Al n° 6 di Piazza Egidi, ideale proseguimento di Via della Basilica, nel cuore medioevale di Torino, c’è la casa in cui Torquato Tasso, gigante della letteratura italiana e mondiale, dimorò per qualche tempo nel 1578, come ricorda una targa sulla facciata. Coincidenza curiosa e significativa, proprio in questa stessa palazzina, quattro secoli dopo, – esattamente nel 1919 – venne fondata l’Aurora, azienda italiana di eccellenza nell’ambito degli strumenti di scrittura, ad oggi una importante realtà produttiva del nostro Paese: 50 dipendenti e un fatturato che per oltre il 65% è realizzato all’estero, in oltre 50 paesi. Sempre nella stessa casa il grande critico francese Michel Tapié, nel 1960, apriva l’ICAR, l’International Center of Aesthetic Research, galleria sperimentale che segnò per un ventennio il panorama culturale internazionale facendo conoscere al grande pubblico i Gutai, Jackson Pollock e l’Arte Informale. Non poteva che essere uno dei più grandi scrittori nazionali e una grande vocazione alla creatività il genius loci di una realtà imprenditoriale che ha fatto scrivere intere generazioni di Italiani e che tuttora è uno dei leader mondiali in questo settore. Dietro a questo percorso una famiglia di imprenditori appassionati, a partire da Cesare Verona Sr, che per primo importò in Italia la macchina da scrivere, una Remington, di cui rimase licenziatario in esclusiva per l’Italia; a questa fece seguire, intelligentemente, i primi corsi di dattilografia. Grazie alla sua attività intensa e fruttuosa, la famiglia Verona fu investita ufficialmente dall’ex Re d’Italia come fornitore ufficiale. Oggi, sotto la guida di Cesare Verona jr, che rappresenta la quarta generazione, Aurora è diventata un marchio globale, costantemente alla ricerca delle soluzioni più innovative che coniughino tecnologia e tradizione manifatturiera. Il cuore di questa tradizione, orgogliosamente e tenacemente difesa dalle più facili soluzioni di delocalizzazione all’estero o all’esternalizzazione di alcune parti, fa sì che Aurora sia l’unica azienda italiana ed una delle poche al mondo che realizza al suo interno l’intera produzione, incluso il pennino: quest’ultimo si fregia del punzone 5 TO, uno dei primissimi punzoni orafi rilasciati a Torino e il più antico in attività continuativa. Nella storia dell’Aurora, nome beneaugurante scelto come inizio di un nuovo cammino, di nuovi inizi in realtà ce ne sono stati più di uno: certamente il più drammatico fu quello che seguì il bombardamento della fabbrica nel 1943, obbiettivo sensibile poiché si lavorava il metallo.  Nel 1944 la produzione si spostò in una ex filanda adiacente al complesso dell’Abbazia benedettina di San Giacomo di Stura, nella periferia torinese adiacente San Mauro: qui, nell’ottobre 2016, grazie a un grande progetto di recupero e adattamento architettonico a cura dell’architetto Carlo Alberto Rigoletto, ha trovato sede una nuova realtà che affianca l’azienda, l’Officina della Scrittura. Oltre 2.500 metri quadri di sale e spazi diversi suddivisi in aree distinte profondamente interconnesse, per un racconto che si dipana delle origini del segno sino ai giorni nostri, con spazi per laboratori e mostre temporanee. Un sogno avverato per Cesare Verona, da sei anni Presidente di Aurora Penne, collezionista egli stesso di strumenti di scrittura, che questo progetto lo ha ideato ben 12 anni prima e lo ha fortemente voluto. A questo fine ha creato l’Associazione Aurea Signa per gestire il museo, costato 8 milioni di euro e finanziato con fondi della famiglia, dell’Unione Europea e di sponsor privati che hanno creduto...

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Conservare e divulgare le testimonianze dell’arte contemporanea: il caso della Galleria Martano al CCR di Venaria.

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Conservare e divulgare le testimonianze dell’arte contemporanea: il caso della Galleria Martano al CCR di Venaria.

Carte in tavola. Per un archivio della Galleria Martano è il progetto espositivo, esito del prezioso lavoro di catalogazione e archiviazione condotto dal CCR – Centro Conservazione Restauro di Venaria, sui materiali d’archivio della Galleria Martano di Torino, visitabile presso il CCR stesso fino a fine dicembre 2017. Tale progettualità si colloca nell’ambito di TRACES. Il patrimonio documentale nell’arte contemporanea piemontese, iniziativa ideata e sostenuta dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo – Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Torino. Grazie a questa opportunità il Centro Conservazione Restauro ha contribuito alla ricerca ed all’approfondimento della documentazione dell’arte contemporanea, indispensabili strumenti a corredo delle attività laboratoriali di conservazione e restauro operate dal CCR per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio contemporaneo. Il titolo della mostra, a cura di Maria Teresa Roberto, prende spunto dal ciclo di incontri Cambiare le arti in tavola, organizzato dalla Galleria Martano fra il 1972 e il 1973 in collaborazione con critici, storici dell’arte, artisti e operatori del settore, evidenziando la vocazione di sperimentazione e di apertura ai nuovi linguaggi visivi ed espressivi che si stavano delineando in quegli anni nel contesto storico artistico internazionale. Il percorso espositivo propone una selezione di documenti, fotografie e pubblicazioni raccolti e conservati da Liliana Dematteis nell’archivio della galleria, fonte imprescindibile per comprenderne la progettualità d’assoluta avanguardia sul territorio torinese. Si tratta di un excursus che pone in evidenza i principali punti di interesse della galleria in sei sezioni principali spaziando dalle avanguardie storiche, con particolare attenzione al Futurismo e agli Astrattismi, agli sviluppi della Nuova Pittura e della Nuova Scultura, al Concettuale Italiano, alla fotografia e alle diverse declinazioni della dimensione performativa, sempre accompagnate dell’attività editoriale della Casa Editrice Martano.   La storia espositiva della Galleria Martano, fondata nel 1965 da Liliana Dematteis e Giuliano Martano, prende avvio nel 1967, in Via Cesare Battisti 3, con una mostra dedicata ad Enrico Prampolini, uno dei più noti rappresentanti del Futurismo, definendo così l’intento di rivalutazione delle avanguardie storiche nelle scelte della galleria. In occasione di questa esposizione esce il primo numero dei Documenti Martano, cataloghi di piccolo formato che corredavano ogni progetto espositivo, che insieme alla collana Nadar, nata nel 1970 in seguito ad un incontro con Man Ray, significano l’importanza della ricerca, della documentazione e dell’archivio nelle linee programmatiche d’intervento della galleria. Nel saggio di presentazione alla mostra Carte in tavola, la stessa Liliana Dematteis afferma: “Convinta da sempre che l’arte contemporanea si ponga in stretta relazione con la sua storia in una sorta di rivisitazione/ripensamento spesso inconscio, ho messo la parola archivio fra le mie predilette nel momento stesso in cui mi sono accostata all’arte in modo professionale e in particolare con la visita alla Biennale veneziana del 1966. Quell’anno fu allestita una memorabile mostra dedicata all’astrattismo italiano fra le due guerre di cui così poco si sapeva, e con quasi tutti i protagonisti ancora viventi: li conobbi personalmente, me ne innamorai e cominciai a studiare tutto su di loro e sulla loro storia raccogliendo ogni documento, catalogo, fotografia, informazione. Fu l’inizio del mio archivio, presto utilizzato per la stesura dei cataloghi delle mostre che avrei dedicato nel corso degli anni successivi a questi artisti”. Non bisogna dimenticare poi, che la galleria curò, tra le altre, la prima...

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La migliore offerta per il MAU. Predisposta un’asta pubblica per sostenere il Museo d’Arte Urbana

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La migliore offerta per il MAU. Predisposta un’asta pubblica per sostenere il Museo d’Arte Urbana

Maglietto pronto in mano al battitore per l’asta in programma sabato 2 dicembre dalle 18.30 alle 21.30 alla Galleria del MAU via Rocciamelone 7: “L’Arte per il Museo d’Arte Urbana” . Sono stati coinvolti molti artisti contemporanei di varie generazioni, i quali offriranno un’opera per un’asta, condotta da Edoardo Di Mauro e Domenico Graglia, con quotazioni contenute, di lavori medio-piccoli il cui ricavato, sotto forma di donazione liberale, sarà impiegato unicamente a sostegno del mantenimento della sede del MAU. Ingresso libero e rinfresco offerto ai presenti. Sarà possibile aderire anche acquistando, al costo di 20 euro, una OpenSourceCard del MAU, prodotta dal media partner Officine Brand, che da diritto a sconti presso istituzioni culturali, musei, negozi, ristoranti le opere in asta sono di Gec, Ernesto Jannini, Angelo Barile, Corn79, Spider, Roberta Fanti, Marco Abrate REBOR, 3Vetro, Santo Leonardo, Roberta Toscano, Daniele D’Antonio, Leonardo Santoli, Theo Gallino, Giuliana Milia, Mono Carrasco, Gabriele Bosco, Ugo Venturini, Nk, Viola Gesmundo, Ion Koman, Gianni Cella, Massimo Romani, Davide Ferro, Alberto Bongini. www.museoarteurbana.it   Nella stessa giornata sono previste altre iniziative: Alle ore 15.30 : partenza dal sagrato della Chiesa di San Alfonso, corso Tassoni ang. via Cibrario, visita guidata gratuita alle opere del Museo d’Arte Urbana ed al Borgo Campidoglio con il Direttore Artistico Edoardo Di Mauro, in collaborazione con Abbonamento Musei Torino Piemonte Ore 17.00 : discesa dalla torretta di Piazza Risorgimento lato via Rosta, visita con guida al Rifugio Antiaereo, in collaborazione con il Museo Diffuso della Resistenza. Ingresso euro 4,00. Prenotazioni Numero Verde 800 329...

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La Bellezza del Frammento. Bouke de Vries al Museo della Ceramica di Mondovì

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La Bellezza del Frammento. Bouke de Vries al Museo della Ceramica di Mondovì

Un oggetto rotto può essere altrettanto bello quanto un oggetto perfetto. È questo l’assunto da cui parte la ricerca dell’artista Bouke de Vries (Utrecht, 1960) le cui opere, molte note sul panorama internazionale, sono oggi esposte per la prima volta in museo italiano. Un-damaged. Memorie dal contemporaneo, un progetto a cura di Alessandro Turci con la direzione scientifica di Christiana Fissore, è al Museo della Ceramica di Mondovì sino al prossimo 7 gennaio. Sulle ragioni di tale collaborazione tra il Museo e l’artista anglo-olandese interviene la Direttrice del Museo, Christiana Fissore: “La poetica di Bouke de Vries ha incontrato felicemente la storia del Museo della Ceramica, nato per custodire e conservare la memoria di una tradizione plurisecolare legata alla ceramica, la cui produzione, qui a Mondovì, si è interrotta intorno agli anni ‘70 del ‘900. Come progetto site-specific per il nostro museo l’artista ha lavorato su frammenti originali di antica e preziosa fattura scartati e dimenticati, in parte messi a disposizione dal nostro territorio, che sono diventate ora nuove opere d’arte, ricomponendone frammenti e storie: una memoria che continua a rinnovarsi e generare nuova bellezza. Il curatore Alessandro Turci ricorda l’esperienza nella moda di De Vries, che emerge nel gusto squisito degli accostamenti, nella sapienza estetica delle sue composizioni, vere e proprie nature morte spesso realizzate con l’ausilio di fiori, animali impagliati, frutti in cera. A questa sua sensibilità ben si affianca la professione di restauratore di ceramiche antiche: “… L’artista ricompone ceramiche rotte, alcune di queste molto preziose, che hanno perso la loro dignità di oggetto. Per la nostra sensibilità occidentale una frattura danneggia gravemente, se non irrimediabilmente, il valore di un’opera, per cui si cerca, ove possibile, di nasconderla con un buon restauro, altrimenti ci si disfa dell’oggetto stesso; in Oriente, al contrario, la rottura viene celebrata come parte della storia dell’opera, persino evidenziata, donando nuova armonia”…” Gli opposti (damaged-undamaged) si incontrano in un comune senso ritrovato che genera bellezza per ricomporre, recuperare, capire il giusto valore delle cose, del tempo, della memoria”. In mostra sette opere: la giara a bozzolo è riparata con la tecnica Kintsugi, una lacca d’oro che esalta il danno dell’oggetto diventando parte della sua nuova identità; l’artista ne ha fotografato anche ogni frammento per mostrare la bellezza e la struttura del singolo elemento, che va a ricomporre armonicamente il tutto. Un altro vaso, Resurrection Jar, è come cristallizzato nel momento dell’esplosione o, viceversa, della sua ricomposizione: intorno ad esse si librano farfalle, che nell’iconografia nordica simboleggiano la resurrezione di Cristo, proprio come il vaso che risorge a nuova forma. Indubbio qui, come nel vaso con frutti e il martin pescatore, il riferimento alle nature morte, proprie della cultura nordica e in special modo olandese, a cui afferisce de Vries. Al centro della sala l’Imperatrice Cyber, una delicata bambola / statua in cui sono presenti, rivisitati, elementi tradizionali della cultura Cinese quali l’abito e i ricami, riferibili alla cerimonia funebre della dinastia Han; l’artista crea un collegamento con la Cina contemporanea attraverso l’uso di micro chip, verdi come la giada che anticamente si applicava.   Sulle pareti, in muto dialogo, si contrappongono le mappe della Cina e dell’Italia: come ricorda l’artista, la prima mappa composta con frammenti di ceramica fu quella del suo paese di origine, l’Olanda, ottenuta combinando frammenti archeologici della Ceramica di...

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La melodia della memoria di Clémence de La Tour du Pin nelle gallerie del PASTISS

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La melodia della memoria di Clémence de La Tour du Pin nelle gallerie del PASTISS

La nuova “esperienza espositiva” a cura di Treti Galaxie. “Esiste una consacrazione temporanea per le giovani donne o ragazze che soffrono dell’attacco di vapori isterici (…). Si crede che queste ragazze siano state toccate da un serpente che, avendo concepito una propensione per loro, ha ispirato questa sorta di furore” (Charles de Brosses, “On the Worship of Fetish Gods”, da “The Returns of Fetichism: Charles de Brosses and the Afterlives of an Idea”, University of Chicago, 2017).       Questa citazione di Charles de Brosses (Digione, 1709 – Parigi, 1777) filosofo, politico e linguista francese, che coniò il termine “feticismo” accoglie il lettore nell’atmosfera trasognata del progetto espositivo sept préludes di Clémence de la Tour du Pin. Si tratta di un viaggio onirico e immaginifico, quello che l’artista francese Clémence de La Tour du Pin (Roanne, 1986), per la prima volta in Italia, e Treti Galaxie – in collaborazione con il Museo Pietro Micca e l’Associazione Amici del Museo Pietro Micca – invitano a compiere, a 13 metri di profondità, all’interno dei suggestivi cunicoli del PASTISS torinese, fortezza sotterranea, costruita nel XVI Secolo per volontà del Duca Emanuele Filiberto di Savoia e da allora mai più concessa al pubblico.   Utilizzato nel secondo dopo guerra come rifugio antiaereo, il luogo racchiude segreti e stratificazioni di storie e memorie che sembrano materializzarsi nella mente del fruitore, rievocate dalla voce del curatore Matteo Mottin, instancabile guida della spedizione sotterranea. L’artista, da sempre affascinata dall’idea e dal significato di labirinto come luogo caratterizzato da un involuto percorso senza via d’uscita, facilmente assimilabile ai dedali cerebrali o alle architetture intrauterine, propone qui un iter sinestetico d’eccezionale seduzione. La prima delle due installazioni di Clémence è collocata in un’ansa del muro e rappresenta un castello stilizzato, sospeso come le stalattiti che sporgono dal soffitto ribassato del passaggio sotterraneo, buio e soggetto a ignote presenze notturne. Si tratta della metafora della mente dell’artista: un mix di immaginazione e ricordi di bambina vengono presentati ai visitatori in un gioco di sorpresa e immedesimazione. Ed è proprio con l’intento di ripercorrere gli ambienti e le gallerie già esplorate nel 1740 dal prozio Charles de Brosses, Clémence installa, negli spazi più profondi della fortezza, la seconda opera, composta da alambicchi e sistemi filtranti per catturare campioni di ombre, impurità, odori conservati nell’atmosfera del luogo: un’avventura mnestica, evocata da una struttura metallica con sette ampolle, come note su un pentagramma (sept préludes) che alludono alla melodia della memoria. Sept préludes è il nuovo evento espositivo ad opera di Treti Galaxie, il progetto artistico e curatoriale fondato a Torino nel 2016 da Matteo Mottin, Ramona Ponzini e Sandro Mori. Si tratta di un trio composto da figure molto diverse tra loro – Ramona è esperta di giapponese e musica noise, Matteo è specializzato in ingegneria meccanica, Sandro è responsabile dell’aspetto finanziario ed economico della società – accomunate, però, dalla passione per l’arte, che – come affermano – “ha il potere di migliorare la vita di chi ne fa esperienza”. Treti Galaxie, attraverso un sapiente lavoro di ricerca e di dialogo con gli artisti e nell’intento di scoprire luoghi inaccessibili e darne nuova visibilità, sorprende lo spettatore e lo invita ad esplorare la “terza galassia” dell’arte contemporanea. La mostra sarà visitabile, su appuntamento, fino a mercoledì 29 novembre!...

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Il Re bianco e la Regina nera si incontravano di sera fuori dalla scacchiera. Paolo Fresu pittore.

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Il Re bianco e la Regina nera si incontravano di sera fuori dalla scacchiera. Paolo Fresu pittore.

Torna dopo quasi dieci anni a teatralizzare le pareti della Galleria Grafica Manzoni l’artista Paolo Fresu. E per non suscitare confusioni o scambi di persona occorre avvisare subito che non è il noto e bravissimo trombettista e filicornista  omonimo.  I “nostro”  Fresu è amante della musica ma il legame che lo caratterizza è il vincolo quasi ossessivo ed ad un tempo, immaginario e antistorico, intriso di figure simboliche e fiabesche, che espone negli ultimi lavori inediti in questa mostra personale dal titolo Non c’era una volta.   Classe 1950, Fresu, astigiano d’origine è stato studente dell’Accademia Albertina di Torino. Dedito inizialmente alla scenografia teatrale, cinematografica e televisiva, ritrova il gusto del cavalletto e della pittura utilizzando chine e pastelli, fino a giungere ad un lavoro di raffinato collages dove assembla elementi polimaterici ottenendo effetti di complessa giocosità.   Le opere in mostra propongono uno strano ”reame” fatto di figure simboliche, derivate dalla tradizione medievale a stretto contatto con la storia della commedia dell’arte.    Torino è omaggiata con un ironico Conte Verde che nelle mani regge lo scudo Sabaudo, un Castello, una spada mentre ai suoi piedi fa capolino un cavallino a dondolo, ricordo d’infanzia ma anche delle debolezze reali del Conte divenuto noto per il vestirsi di verde e soprattutto per la fama di dongiovanni.   Il folto nucleo di opere, circa 50, pur diverse tra loro sono accomunate da una presenza dominante. Infatti, a dominare è soprattutto il gusto per il teatro. Tutto nelle sue opere profuma di teatro, di palcoscenico, di quinte oscure da cui Fresu estrae, come possedesse un cilindro magico i suoi coloratissimi personaggi. Inconfondibili e caricaturali, i soggetti esposti si appropiano di una vita surreale e ludica in grado di sgranare un orizzonte improbabile e rarefattto lontano da ogni convenzione.   Papi, re e regine, poi generali e mercanti d’arte, il Conte Rosso  e la domatrice dei cavalli a dondolo, smascherate maschere dietro a cui si cela un mondo fatto di apparenze, scenari inscritti tra il fiabesco e il tragico nascondimento delle personalità.  Su tutto il lavoro di Fresu incombe una nuvola di ironia infantile, il dono di vedere nudi i re e di riproporli vestiti per il teatro della vita; ammantati dal proprio ruolo, lieti e dimentichi di se, paghi della propria inconsistente aura...

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