CIMA, una casa per l’arte italiana a New York. Ne parliamo con la presidente, Laura Mattioli

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Center for Italian Modern Art

Incontriamo a Torino Laura Mattioli, storica dell’arte, curatrice di mostre, collezionista (il padre è il celebre Gianni Mattioli) Presidente di CIMA, Center for Italian Modern Art, luogo espositivo e centro di studi internazionali sull’arte italiana aperto nel 2013 a New York.

L’occasione è Flat, Il nuovo appuntamento dedicato all’editoria d’arte svoltosi a Palazzo Cisterna, forse il vero elemento di novità nel panorama dell’arte contemporanea torinese negli ultimi anni, nato da un’idea di Chiara Caroppo, Beatrice Merz e Mario Petriccione: più di 40 espositori per una 3 giorni di mostre, presentazioni di libri rari, incontri con i professionisti del settore. Proprio a Flat è stata presentata la nuova edizione anastatica di Depero Futurista (conosciuto anche come “Libro imbullonato”), capolavoro di grafica che Fortunato Depero realizzò nel 1927. Il progetto di riedizione è nato dalla collaborazione tra CIMA, che proprio a Depero aveva dedicato la mostra inaugurale, Designers & Books, e il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. L’impresa è stata resa possibile grazie a una campagna lanciata su Kikstarter, sito web di finanziamento collettivo per progetti creativi.

Laura Mattioli at CIMA, photo by Geoffrey Feinberg

Devo premettere che come storico dell’arte ritengo necessario intervenire sull’errata percezione che si ha dell’arte italiana negli Stati Uniti, in special modo di quella di inizio ‘900, vista come propaggine o imitazione di quella francese, non riconoscendole quindi il ruolo autonomo e assolutamente originale che ha avuto nel panorama internazionale del XX secolo.

In secondo luogo mi sembrava importante porre in dialogo due metodi di studio differenti, quello italiano e americano, che vivono purtroppo di alcuni preconcetti e persino di disistima uno nei confronti dell’altro: secondo il punto di vista americano l’approccio italiano alla storia dell’arte si specializza troppo su alcuni elementi secondari, se non marginali; di contro, secondo gli studiosi italiani, il metodo americano tende a codificare rigidamente ogni fenomeno artistico inserendolo in strutturate visioni d’insieme, forzandone persino la datazione storica pur di raggiungere lo scopo…Con CIMA proponiamo una piattaforma internazionale sull’arte moderna italiana dove poter confrontare e porre in dialogo le diverse visioni storiografiche, le metodologie, offrendo nuovi spunti di riflessione e di dibattito.

Come è organizzata la Fondazione?

La Fondazione è una public charity foundation a cui è possibile associarsi con diverse tipologie di quote di adesione. Al momento abbiamo circa 350 associati tra cui molti studenti e artisti. Il board è composto da quattro persone fisse, la direttrice Heather Ewing con tre collaboratori, un consiglio di amministrazione di sei persone e un comitato scientifico per la programmazione delle mostre e per la selezione dei borsisti. Noi siamo associati ufficialmente con due università, la Cuny University di New York e la Normale di Pisa che ci aiuta nella ricerca dei borsisti e nel diffondere i bandi. Ogni anno assegniamo 4 borse di studi di 6 mesi l’una, aperte a tutte le nazionalità; i borsisti presentano un progetto di ricerca incentrato sul tema della mostra che andremo a presentare nel corso dell’anno.

Spesso i vincitori sono italiani perché ovviamente molto preparati sui nostri argomenti: per questi ragazzi diventa importante confrontarsi con i borsisti stranieri per il diverso approccio agli studi e permette loro di familiarizzare con una dimensione internazionale in cui vivere nuove esperienze, nuove amicizie. Per un anno abbiamo avuto anche un borsista sostenuto del Ministero dei Beni Culturali italiano; in aggiunta sosteniamo anche una o due borse di studi di studiosi che debbano recarsi in Italia per studiare in loco: questo per far sì che l’arte italiana diventi un argomento comune a più culture.

Come è strutturato il Centro?

La sede è ospitata in un grande loft a Soho, facilmente raggiungibile dalla metropolitana, aperta al pubblico il venerdì e il sabato e gli altri giorni su appuntamento. Noi non siamo una galleria commerciale, né un museo, e pertanto lo spazio mantiene le caratteristiche di una casa, questo per una volontà molto precisa di consentire al visitatore una fruizione più intima, più diretta: noi la chiamiamo Slow Art.

South gallery

CIMA south gallery, showing the current exhibition ALBERTO SAVINIO, ph. Dario Lasagni

Accogliamo i visitatori con un caffè in cucina, le persone si pesentrano e i nostri fellows li accompagnano adeguandosi al loro livello di preparazione e interesse, in modo molto colloquiale e rilassato.  Per i nostri borsisti le domande che ricevono dal pubblico sono uno stimolo importante, le visite guidate che conducono nel loro periodo di permanenza al CIMA cambiano in modo sostanziale dall’inizio alla fine del loro percorso, proprio perché si sono confrontati in modo critico con i visitatori. Anche mio padre a Milano, negli anni ‘50, in assoluto anticipo sui tempi, apriva la domenica ai visitatori l’appartamento in cui conservava la sua collezione, nello spirito di condivisione e diffusione dell’arte che lo ha sempre animato.

Qual è la risposta del pubblico statunitense?

CIMA propone un format totalmente nuovo per gli stand americani, è una formula che non hanno mai sperimentato per cui abbiamo avuto degli studenti che si sono interessati e hanno fatto delle ricerche proprio sulla modalità di gestione e sul  nostro tipo di visitatori: è emerso che abbiamo un pubblico molto eterogeno, curatori di musei, storici dell’arte, artisti, scuole, accademie, turisti…proponiamo serate di copia dal vero, visite guidate condotte da artisti ( in cui l’artista accompagna nella visita esprimendo il suo punto di vista), e naturalmente abbiamo molte persone di origine italiana.

Siete diventati un punto di riferimento per la comunità italiana?

Sì, ma non solo. Questo all’inizio poteva essere un rischio perché avrebbe comportato una certo isolamento dalla cultura americana, ma per fortuna non è successo: abbiamo un pubblico decisamente internazionale.

Avete una linea editoriale?

Pubblichiamo un catalogo annuale che presenta le immagini delle opere proposte e una biografia essenziale, un documento che vuole essere una memoria visiva – il più possibile fedele –  della mostra, cosa alla quale io tengo particolarmente tanto è vero che verifichiamo più volte le prova colore davanti agli originali. Stiamo anche creando una rivista on line dove pubblicare ogni anno i risultati delle ricerche dei borsisti o delle conferenze che proponiamo in modo tale che siano sempre consultabili.

Come nasce il vostro programma espositivo?

Le nostre mostre hanno questo carattere anomalo di non essere solo il frutto di una ricerca ma piuttosto una piattaforma di studio, base per gli studi che verranno condotti durante i mesi successivi e che verranno svolti nelle giornate conclusive. I borsisti presentano un progetto di ricerca sulla mostra che andremo a presentare. In secondo luogo, ma non meno importante, cerchiamo di essere incubatori per i musei statunitensi con argomenti sull’arte italiana meno conosciuti, suggerendo degli spunti nuovi da approcciare.

north gallery

CIMA north gallery, showing the current exhibition ALBERTO SAVINIO, ph. Dario Lasagni

In questo senso abbiamo avuto importanti riconoscimenti: abbiamo realizzato la mostra di Medardo Rosso che includeva, oltre alle opere, diverse fotografie e una trentina di disegni; dopo di noi la Fondazione Pulitzer di Saint Louis ha aperto una grande retrospettiva sull’artista.

Così come il MOMA, che aveva delle opere di Rosso in magazzino e le ha ricollocate nel percorso della collezione permanente. Lo stesso è successo nel caso della mostra su De Chirico. In questo caso desideravamo rompere lo schema, molto rigido negli Stati Uniti, che individua De Chirico come proto surrealista e lo abbiamo affiancato a Giulio Paolini per sottolinearne la componente fortemente concettuale: il MOMA, in corrispondenza con la nostra mostra, ha presentato una sala monografica con i loro De Chirico.

Ora avete appena inaugurato la mostra di Alberto Savinio, che sarà visitabile sino al prossimo giugno e che è una vera scoperta per il pubblico statunitense (e non solo) anche grazie al prestito di opere rare e di particolare qualità…

Proporre Alberto Savinio è stato un po’ un azzardo perché è un artista per nulla conosciuto negli Sati Uniti, in qualche caso noto solo per essere il fratello di De Chirico. Ha partecipato a pochissime mostre collettive negli anni ’30 e poi è praticamente scomparso fino a quando, negli anni ’90, una mostra collettiva e una personale in due gallerie italiane a New York lo hanno riproposto al grande pubblico. Questa dunque è la prima monografica in un luogo pubblico, anche perché ci sono pochissimi quadri di Savinio nelle collezioni americane.

La reazione al momento è stata di grande attenzione, proprio in questi giorni è uscita un’ottima recensione sul New York Times, lo vedono come un artista a tutto tondo, non soltanto come grande protagonista del Surrealismo al pari di Magritte e Duchamp, ma anche come anticipatore di molti temi contemporanei, come in realtà è stato. Quest’anno l’attività della fondazione non sarà incentrata solo su Savinio come pittore ma anche sulla sua attività di letterato e di scrittore, per la quale forse è più noto: si proporrà quindi una visione critica con un ricco programma di conferenze, incontri, dibattiti. Speriamo anche in questo caso di essere incubatori di nuove ricerche.

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Alberto Savinio, Le navire perdu, 1928; private collection. (c) 2017 Artists Rights Society (ARS) / SIAE, Rome. Ph. Dario Lasagni.

E’ soddisfatta di questi primi anno dell’esperienza CIMA?

Assolutamente sì, e anche sono molto grata al mio staff, alla direttrice che si dedica al Centro con una generosità totale,  alle tante persone che credono in questo progetto e che ne  sono coinvolte: non era una missione che potevo portare avanti da sola: io poi sono una “forestiera” non ho nemmeno la residenza, rimango negli Sati Uniti per tre mesi l’anno e devo delegare molto; ho gettato un seme, dato degli spunti, ma ora per noi è un momento di crescita molto importante, dobbiamo consolidarci, diventare un’istituzione pubblica di riferimento per la cultura italiana negli Stati Uniti, una realtà internazionale che possa crescere per  numero di borse e di associati.

Cosa può trovare il visitatore italiano a CIMA?

Deve venire perché un posto speciale, è una realtà che non ha uguali né in Italia, né negli Stati Uniti. I confronti proposti sono piuttosto stimolanti, come quello citato tra De Chirico e Paolini, che nasce peraltro da solide basi documentarie; lo stesso Paolini ha dichiarato che considera De Chirico un suo personale punto di riferimento concettuale.

Associamo anche opere di artisti contemporanei più noti come chiavi di lettura poiché ritengo che noi guardiamo al passato da dove siamo ora, nel nostro tempo, con una consapevolezza e uno sguardo contemporaneo, utili per sottolineare alcuni significati che all’epoca sfuggivano agli artisti stessi.

Con Savinio mettiamo in dialogo cinque opere di Louise Bourgeois: per entrambi è stato nodale affrontare il tema della famiglia; inoltre Louise ha avuto una formazione surrealista a Parigi negli stessi anni di Savinio, frequentavano ambienti molti simili, come la cerchia del gallerista Léonce Rosenberg. Diventano pertanto interessanti le analogie e le differenze, ad esempio abbiamo proposto un accostamento sul tema degli occhi: un dipinto di Savinio con una figura di spalle che si gira con volto animalesco e gli occhi spalancati ha di fronte un’opera di Louise con le palpebre cucite, chiaro riferimento alla difficoltà dei rapporti familiari vissuta in modo differente. Per Savinio è una denuncia più sociale verso la famiglia borghese, per Louise è una lettura più poetica, intimista e femminile, che si ripiega su se stessa.

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Alberto Savinio, L’annunciazione, 1932; private collection. (c) 2017 Artists Rights Society (ARS) / SIAE, Rome. Ph. Dario Lasagni.

Ci parla dell’edizione anastatica del Libro Imbullonato di Fortunato Depero?

La prima mostra che abbiamo presentato al CIMA è stata su Fortunato Depero che è un artista difficile per gli americani perché ascrivibile al secondo futurismo e quindi associato al Fascismo: lo abbiamo presentato insieme a Fabio Mauri, che invece, proprio sul Fascismo, ha sviluppato un discorso critico molto profondo. In quella occasione abbiamo mostrato il celebre Libro Imbullonato, pagina per pagina, recto e verso, disponendo noi di due copie, ed è stato molto apprezzato.

Da questa reazione di grande curiosità la direttrice ha pensato che fosse interessante proporre un’anastatica del volume per permetterne una maggiore diffusione, edizione che è stata realizzata con un’operazione di crowfunding che ha avuto grande successo. Il volume è presente da Corraini a Flat in questi giorni e mi auguro che questa operazione possa rendere accessibile al grande pubblico un’opera che ritengo un caposaldo della nostra cultura.

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Fortunato Depero, Depero Futurista, Milan, 1927. (c) 2016 Artists Rights Society (ARS), New York / SIAE, Rome.

Paola Stroppiana

Autore: Paola Stroppiana

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